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domenica 20 ottobre 2024

Afghanistan: azzerata la produzione dell'oppio - Francesco Corrado

 

La notizia, confermata ufficialmente, è che in Afghanistan i talebani hanno azzerato la produzione di oppio. Per la seconda volta. La cosa si era verificata già nel 2001. Per la precisione la produzione era scesa del 94% rimanendo la produzione residua solo nel territorio del nord sottratto al controllo dei talebani; l'avvenimento aveva ottenuto grande pubblicità ed il lavoro fatto era stato riconosciuto dalle Nazioni Unite. Venne definito da esperti del settore come l'evento più drammatico nella storia del contrabbando di narcotici. Nel 2001 i talebani, una volta ottenuta la vittoria nella guerra civile contro i mujaheddin, guadagnato il controllo su quasi tutto il territorio dell'Afghanistan, hanno messo fuori legge la produzione di oppio che in quel paese era stata rampante dagli anni '80, quando CIA e servizi britannici ne introdussero la coltivazione in larga scala per aiutare i mujaheddin che combattevano contro i russi. Infatti l'uso del commercio di stupefacenti per sostenere conflitti non dichiarati né finanziati regolarmente, è una costante della politica dei paesi occidentali USA in testa, tanto che la geopolitica del narcotraffico segue pedissequamente quella dei conflitti.

Per chi non si fosse mai addentrato nella materia, ricordiamo che furono certamente i francesi ad inaugurare questa modalità operativa durante la guerra di Indocina (cioè la guerra del Vietnam francese) degli anni '50. Per conquistare la fiducia di alcune popolazioni locali e al fine di poterle usare nella guerra, i francesi proposero agli alleati locai di coltivare oppio il cui raccolto sarebbe stato comprato in blocco, al fine di migliorare le condizioni economiche delle tribù coinvolte. Il terminale delle spedizioni di oppio era la Francia dove si raffinava per poi vendere l'eroina nel resto dell'occidente. L'organizzazione criminale che aveva il quasi monopolio del commercio dell'eroina era la famosa mafia marsigliese o corsa, cui di fatto venne garantita impunità, e che in quegli anni divenne celebre in tutto il mondo. I sui elementi di spicco, di fatto, erano quasi tutti corsi ma di stanza a Marsiglia.

All'inizio degli anni '60, dopo la resa dei francesi e con l'arrivo degli americani in Vietnam, il commercio continuò ed aumentò di volume. A cambiare, inoltre, fu il terminale occidentale dell'oppio prodotto in Indocina: non più i marsigliesi ma la mafia siciliana. Così, mentre la criminalità francese veniva sbaragliata in quanto non più utile al progetto geopolitico, a diventare protagonista della scena fu la Sicilia. Nelle raffinerie siciliane, alcune delle quali erano enormi, grazie anche al lavoro di "tecnici" che avevano lavorato per i marsigliesi, si lavorava l'oppio per ottenere l'eroina che finiva sul mercato europeo ma soprattutto americano.

Questa era la dinamica del sistema della droga, che portò alla nascita di un commercio poi scoperto negli anni '80 dalla mega azione giudiziaria condotta da FBI, magistratura italiana (giudici Falcone, Sciacchitano) ed elvetica, nota come Pizza Connection, che in Italia confluì nel Maxiprocesso a Cosa Nostra. In quegli anni, siamo nei '60, la produzione di oppio in Afghanistan era risibile: qualche tonnellata. Era l'Indocina a farla da padrona. Tutto cambia quando, a causa dell'intervento sovietico in Afghanistan, gli USA si inseriscono nella vicenda finanziando i mujaheddin. Anche in quel caso il parlamento statunitense non finanziò la guerra occulta degli USA che, per sostenere i mujaheddin, incentivarono alla coltivazione di oppio fornendo anche assistenza di carattere agronomico. Così l'Afghanistan divenne il principale produttore mondiale di oppio e poi, una volta dotatosi delle raffinerie, di eroina. 

 

Alla luce delle loro idee religiose e politiche i talebani hanno sempre avversato la produzione ed il consumo di droghe, che peraltro nel paese erano diventati un problema serio. Infatti, dopo la guerra contro l'Unione Sovietica, i vari gruppi di mujaheddin, dediti al narcotraffico, sono rimasti nel paese comportandosi come dei gangster. Questi guerriglieri che mantenevano la propria milizia col narcotraffico sono stati proprio l'obiettivo dei talebani che, per quanto possano sembrare deliranti, certamente hanno cercato di sottrarre l'Afghanistan all'arbitrio delle bande armate. Così, come detto sopra, una volta preso il possesso di quasi tutto il paese eliminarono la coltivazione del papavero che rimase concentrata solo nel nord, nelle mani della cosiddetta Alleanza del Nord: signori della guerra che campavano di narcotraffico.

Quando si trattò di invadere l'Afghanistan, prima che arrivassero gli eserciti, esponenti della CIA e della Delta Force, ma non solo,  presero immediatamente contatto coi signori della guerra dell'Alleanza del Nord.

Quindi ricapitoliamo: nell'estate 2001 l'operazione di estirpamento dell'oppio ad opera dei talebani venne considerata compiuta, però 5 mesi dopo, gli USA invasero il paese e subito la produzione di oppio riprese. E riprese a ritmi vertiginosi tanto che nel 2005 l'Afghanistan era tornato ad essere il più grande produttore al mondo di oppio/eroina e nel 2010 produceva il 90% dell'oppio mondiale (wikipedia) quindi da solo produceva nove volte più oppio del resto del mondo messo insieme. Negli anni successivi si è arrivati ad un parossismo senza precedenti nella storia del narcotraffico: ricordando che il rapporto tra oppio ed eroina è di 10 a 1, cioè ci vogliono 10 kg di oppio per fare 1 kg di eroina, l'Afghanistan è arrivato a produrre oltre 1.000 tonnellate di eroina, non oppio, ma eroina, con il Messico secondo produttore con  appena 50 tonnellate, la Colombia terza con 20 e la Birmania quarta con meno di 2 tonnellate annue. Addirittura si è stimato che la produzione afghana fosse il doppio del fabbisogno mondiale.

Una volta che gli USA hanno creato il nuovo stato afgano, il presidente Karzai, marionetta nelle mani degli USA, come uno dei primi atti di governo, ha legalizzato la coltivazione di oppio. Tutto questo mentre sui media mainstream si ripetevano menzogne a proposito del lavoro fatto dalle forze armate occidentali per debellare la coltivazione di oppio. Nel 2018 lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, cioè l'autorità preposta dal governo USA per la ricostruzione dell'Afghanistan, ha pubblicato un rapporto sulla storia recente del narcotraffico in Afghanistan in cui ha dichiarato che non è mai esistita una sola prova che i talebani abbiano trafficato in narcotici né che ne abbiano approfittato in modo indiretto in forma di tassazione o simili. 

Il giornalista Seth Harp, dopo un approfondito lavoro di indagine, che ha portato alla pubblicazione di un libro in materia, afferma: "Il governo afghano sostenuto dagli USA era, a tutti i livelli ed in tutte le regioni del paese, o direttamente implicato nella produzione dell'oppio o ne traeva profitto in termini di tassazione o di estorsione. Tutti i signori della guerra locali che hanno appoggiato il governo di Karzai prima e quello di Afghani poi, erano noti trafficanti." E il buon Harp, nel suo libro, di nomi e cognomi ne fa a bizzeffe a partire dai parenti di Karzai per continuare coi ministri del suo governo e di quello successivo e continuando coi vari signori della guerra che hanno appoggiato gli USA nella campagna militare di Afghanistan. 

I dati economici ci dicono che l'oppio durante l'occupazione americana era, come fatturato, la prima attività economica del paese. Ed infatti lo US Institute of Peace, che è un ente finanziato dal Congresso USA, ha criticato la scelta dei talebani di eliminare (per la seconda volta) l'oppio, perché questa scelta precipiterà il paese in una crisi economica durissima. A dire cose simili  sono stati anche accademici afghani. 

Che dire? La storia della guerra in Afghanistan verrà scritta dagli storici come è giusto che sia. Dipaneranno le molteplici menzogne su cui si è basata, non ultima quella che dipingeva i talebani come narcos accaniti. Chiunque abbia seguito le vicende storiche degli ultimi 80 anni sa che molti governi occidentali hanno collaborato attivamente con le organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico, dando loro protezione; ne sappiamo qualcosa in Italia. La cosa ha riguardato non solo l'Asia e la geopolitica dell'eroina ma anche il Sudamerica e la geopolitica della cocaina: vale per tutti l'esempio dell'epidemia di crack negli USA, causata dalla protezione garantita ai narcotrafficanti di coca che finanziavano i contras. 

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martedì 16 gennaio 2024

L’interessato dialogo con i Talebani, l’ultimo tradimento occidentale dell’Afghanistan - Beatrice Biliato

 

Per non farsi sfuggire preziosi accordi economici, Stati Uniti e alleati tentano di convincere l’opinione pubblica dell’opportunità di normalizzare i rapporti con il regime. Altrimenti i contratti li faranno altri, è il ricatto. “Non è ciò che ci chiedono le attiviste in lotta”, denuncia il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane

Nel tentativo strisciante di portare l’opinione pubblica verso il riconoscimento del governo dei Talebani la nuova parola magica è “engagement”, nella versione italiana dell’ambasciatrice per l’Afghanistan Natalia Quintavalle, o “normalizzazione” in quella dell’inviata speciale degli Stati Uniti per i diritti umani e le donne afghane Rina Amiri al Forum di Doha . 

Questa “nuova” definizione serve a nascondere all’opinione pubblica, indignata per il trattamento riservato in Afghanistan alla popolazione e in particolare alle donne, la reale volontà degli Stati Uniti e dei governi occidentali, cioè quella di riprendere con i Talebani quei colloqui che li avevano riportati al governo del Paese nel 2021. Un dialogo poi ufficialmente interrotto perché difficilmente giustificabile, data l’evidenza del persistere del loro fondamentalismo e della gravità dei provvedimenti antidemocratici presi da quel governo, ritornato al potere dopo 20 anni di una guerra che l’Occidente diceva fatta appositamente per eliminarli. 

Quindi ancora non si accetta di “riconoscere” ufficialmente il governo talebano ma si ammette la necessità di dialogare, come atteggiamento pragmatico che riconosce che questo è un dato di fatto e che, se non lo facciamo noi, il dialogo e i contratti economici li faranno solo le altre potenze regionali più o meno grandi. La giustificazione di questo cedimento è nello stato di bisogno immenso in cui si trova la popolazione afghana, ridotta alla fame da quarant’anni di conflitti, da fattori economici e climatici (freddo, carestia, terremoto) e, non ultima, dalla politica dei Talebani stessi. 

Questa strada era stata aperta nella primavera scorsa quando John Sopko, l’Ispettore generale speciale per la ricostruzione afghana (Sigar), aveva affermato pubblicamente e con grande indignazione che gli aiuti umanitari largamente mandati in Afghanistan erano stati per lo più sequestrati dai Talebani per far funzionare il loro apparato statale e mantenere i loro sostenitori, lasciando così alla popolazione sole le briciole. Si erano aggiunti i resoconti dei vari importanti enti internazionali che si occupano di aiuti all’Afghanistan che affermavano delusi che i risultati in termini di miglioramenti per la popolazione erano molto scarsi. 

Si è così cominciata a insinuare l’idea della necessità di un cambiamento di strategia, la necessità di dare un aiuto non solo emergenziale quanto invece un sostegno alla ripresa dell’economia del Paese. Erano quindi iniziate le manovre di avvicinamento, prima dando al turco Feridun Sinirlioğlu, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per gli affari afghani, l’incarico di stendere un rapporto “indipendente” per indicare la strada con cui arrivare alla “piena normalizzazione e integrazione dell’Afghanistan nel sistema internazionale”. Quindi con riunioni internazionali a vari livelli, infine, il 10 e 11 dicembre, con il contatto diretto tra Stati Uniti e Talebani avuto con il Forum di Doha. 

Conferenza che, dopo le raccomandazioni e le lamentele sul mancato riconoscimento del diritto all’istruzione e al lavoro delle ragazze e delle donne, si è concentrata sui veri problemi che interessano ai Talebani e agli Stati convenuti: le modalità di sblocco dei soldi afghani trattenuti dagli Usa e le possibilità di ripresa dell’economia afghana, con conseguenti accordi economici, commerciali, in vista di una “normalizzazione” senza “riconoscimento” che faccia dell’Afghanistan uno dei tanti Paesi al mondo che non rispettano i diritti umani come dovrebbero ma con i quali si fanno affari economici perché “se si ferma l’economia si ferma tutto e anche la popolazione affamata ne risente”. 

Anche l’Italia è perfettamente inserita nella prospettiva di dialogo con i Talebani, come ha spiegato chiaramente l’ambasciatrice Quintavalle in una intervista pubblicata da Avvenire a fine novembre 2023. Ha detto che la sua funzione è proprio quella di fare da ponte tra le ambasciate fuori sede (che, come la nostra, non vogliono mostrare di avere contatti diretti con Kabul), i funzionari delle Ong, gli esuli afghani e i Talebani.

Incontra regolarmente esponenti di Kabul per fare engagement, cioè coinvolgerli nelle cose concrete (intervento umanitario, terrorismo, economia), perché su queste tematiche pratiche è più facile trovare un accordo che non sui discorsi di principio, l’anti-fondamentalismo e la laicità, il rispetto dei diritti umani e delle donne. Problematiche che, una volta enunciate e contestate da entrambe le parti, vengono appunto accantonate per passare a problemi più stringenti, pratici. Su questi i Talebani dialogano volentieri, anzi sono addirittura d’accordo sul concedere l’istruzione alle ragazze, non fosse per quel “cattivo” dell’emiro che, da lontano comanda però su tutto e tutti e non la vuole. Ma forse ce la faranno a mandare le ragazze almeno nelle scuole religiose, dove non si impara niente tranne che la religione (abbiamo visto recentemente che perfino i ragazzi che le hanno frequentate ne sono usciti delusi perché si sono resi conto di non avere niente in mano di spendibile per il loro futuro) ma, insomma, almeno queste ragazze possono uscire di casa, poverine, svagarsi un po’, e forse non si suicideranno più così tanto come ora.

L’ambasciatrice afferma che questo le chiedono le donne e le ragazze rimaste in Afghanistan. Ma appare difficile che da lontano e dalla sua posizione istituzionale abbia contatti diretti con loro e sappia che cosa vogliono. Sono infatti le ex leader politiche uscite dal Paese che vengono invitate ai vari consessi internazionali, e che sicuramente lei avrà spesso incontrato. Pensiamo a Fazia Kofi, Rangina Hamidi, Hoda Khamosh, Mahbouba Seraj, le stesse che hanno partecipato direttamente ai Colloqui di Doha del 2019, che si spendono in ogni occasione per perorare la necessità di dialogare con i Talebani e convincerli a fare un governo più “inclusivo”, cioè un governo che permetta loro di tornare a occupare quelle posizioni di leader, fosse anche di secondo piano, che avevano nel vecchio esecutivo. 

Non è questo, invece, che vogliono e ci chiedono le attiviste che vivono in Afghanistan, che lottano e manifestano in tutti i modi la loro opposizione al regime dei Talebani e alla sua normalizzazione. Perché non c’è niente in quell’ideologia e in quella pratica di governo che possa essere considerato accettabile anche solo in minima parte o tradursi in leggi che consentano la vita e i diritti delle donne e della popolazione afghana. 

Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)

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martedì 21 novembre 2023

AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI - Maria Morigi

  

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023


L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023

Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato del “divieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”

Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!

Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.

1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html

2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

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martedì 17 gennaio 2023

Crisi alimentare senza precedenti, 30 milioni di bambini malnutriti

 

Allarme congiunto delle agenzie dell'Onu: “La crisi tende ad aggravarsi, è necessaria un'azione decisa e tempestiva e l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile”

I conflitti armati, gli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia, l'aumento del costo della vita stanno causando una crisi alimentare senza precedenti, che ha già portato più di 30 milioni di bambini alla malnutrizione acuta, di cui 8 milioni in forma grave. È l'allarme lanciato in una nota congiunta da diverse agenzie delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), il World Food Programme (Wfp) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'allarme riguarda soprattutto quindici Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Madagascar, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. 

È probabile che questa situazione peggiori ulteriormente nel 2023. Dobbiamo garantire che diete sane per bambini piccoli, ragazze e donne incinte e in allattamento siano disponibili e accessibili, anche economicamente"

Qu Dongyu, Direttore generale della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

Le agenzie Onu chiedono di accelerare l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile (Global Action Plan on Child Wasting): servono “maggiori investimenti a sostegno di una risposta coordinata delle Nazioni Unite che soddisfi le esigenze senza precedenti di questa crisi che tende ad aggravarsi, prima che sia troppo tardi”, scrivono le agenzie Onu nel comunicato stampa. È necessaria “un'azione decisa e tempestiva per evitare che questa crisi diventi una tragedia per i bambini più vulnerabili del mondo", concludono.

Il Piano d'Azione Globale evidenzia “le azioni prioritarie da intraprendere per la nutrizione materna e infantile attraverso i sistemi alimentari, sanitari, idrici e igienico-sanitari e di protezione sociale”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno identificato cinque azioni prioritarie efficaci nell'affrontare la malnutrizione acuta nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali, e nelle emergenze umanitarie. Il potenziamento di queste azioni sotto forma di pacchetto coordinato sarà fondamentale per prevenire e curare la malnutrizione acuta nei bambini ed evitare tragiche perdite di vite umane.

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lunedì 15 giugno 2020

Dai talebani a Cambridge dentro a un camion frigo - Ludovica Iaccino



Quando Rabia ripensa al suo primo lungo viaggio, ricordi confusi le affollano la mente. Due dettagli, però, non l’abbandoneranno mai: decine di persone ammassate su una barchetta e un luogo “buio e freddo”, il retro di un camion frigo.
Così Rabia e la sua famiglia sono scappati dall’Afghanistan nel 2000, allora assediato dai talebani. La ragazza aveva solo cinque anni all’epoca e ricorda poco di quel viaggio che tuttora migliaia di persone intraprendono, armati di una voglia di ricominciare e una speranza che pulsano più forti della paura di morire durante il tragitto.
Il viaggio, descritto da Rabia come “incerto, ma anche pieno di speranza”, ha portato l’intera famiglia nel Regno Unito, dove la ragazza ora studia alla prestigiosa Cambridge University e, insieme al padre, gestisce un’associazione che promuove e facilita l’integrazione dei profughi afgani e dell’Asia centrale nella società inglese.
Rabia e la sua famiglia ce l’hanno fatta a sconfiggere i soprusi, la violenza e gli incubi del passato e costruirsi una vita migliore in un altro paese. Tuttavia, tragedie come quella dei 39 migranti cinesi trovati morti soffocati in un camion frigo nell’Essex lo scorso ottobre fanno riaffiorare il dolore di chi lascia la propria terra senza la certezza di giungere a destinazione.
In seguito alle vicende dell’Essex, ho incontrato Rabia per parlare della sua esperienza, dell’importanza di modellare una società basata sull’integrazione e la compassione e del futuro che l’Afghanistan di oggi ha in serbo per le sue figlie.

Come descriveresti il tuo viaggio dall’Afghanistan verso l’Europa?

Spaventoso, pieno di incertezze. Ma anche di speranza. Mi viene in mente l’immagine della mia famiglia stipata insieme a decine di persone in una barca che ne poteva trasportare solo sei. Mi hanno detto che mio fratello, all’epoca di soli sei mesi, era riuscito a dormire solo grazie a dei sonniferi. Ricordo che mi trovavo in un luogo buio e freddo; oggi so che era il retro di un camion frigo.

Quanto ricordi di quell’esperienza?

Non ricordo molto, avevo solo cinque anni. Credo sia meglio non ricordare tutti i dettagli, o la mia vita sarebbe più traumatizzata.

Capivi, all’epoca, le ragioni che hanno portato la tua famiglia a scappare?

No. A quell’età non ti viene neanche in mente di dubitare di ciò che i tuoi genitori pensano sia meglio per te. Io e i miei fratelli abbiamo posto piena fiducia nei nostri genitori.

Che cos’hai provato quando hai appreso della tragica morte dei migranti cinesi soffocati nel camion frigo?

 Leggevo i titoli dei giornali mentre la storia si stava ancora sviluppando e pensavo che avremmo potuto essere io e la mia famiglia 20 anni fa. Gli esseri umani vengono trasportati in altri paesi come se fossero merci. In tempi come questi è importante difendere l’amore, la compassione e l’umanità.
Quello che è successo mi ha anche fatto pensare ai 58 migranti cinesi che sono morti allo stesso modo a Dover nel 2000. Mio padre parla spesso di quella storia. Dopo tanti anni, è successa una cosa simile.

Dopo essere arrivati nel Regno Unito, tuo padre ha voluto fare qualcosa per aiutare chi scappa da situazioni di violenza, negazione e povertà. Come è nata ACAA?

Spinto dalla sua esperienza personale, mio padre – il dr. Nooralhaq Nasimi – ha fondato l’ACAA (Afghanistan and Central Asian Association) nel 2001, con lo scopo di aiutare i rifugiati e i nuovi arrivati nel Regno Unito a sentirsi meno isolati e integrarsi nella società. Con ACAA, vogliamo emancipare i nostri beneficiari; li aiutiamo a capire meglio la realtà locale, la vita e la cultura britannica attraverso attività sociali ed educative. Il principio fondamentale su cui si basa ACAA è quello di riunire le diverse comunità. Quest’anno – è il ventesimo anniversario del nostro arrivo nel Regno Unito – ci siamo spostati in un ufficio più grande, che ci permetterà di espandere le nostre attività.
L’organizzazione ha ricevuto vari riconoscimenti e premi tra cui il Refugee Support Service dal London Prestige Award nel 2019 e il Queen’s Award for Voluntary Service nel 2018.
Micheal Gove, cancelliere del Ducato di Lancaster, Damien Egan, sindaco di Lewisham e Seema Malhotra, deputata a Feltham e Hounslow, hanno tutti lodato l’organizzazione.

Condivideresti con noi la storia di uno dei beneficiari di ACAA?  

 Sì. Uno delle donne assistite, che vive a Hounslow (un quartiere di Londra ovest) ha spiegato le difficoltà incontrate quando non riusciva a esprimersi in inglese e non poteva neanche uscire senza il marito per comprare da mangiare.
‘Mio marito non deve più portarmi a fare la spesa,’ ha detto. ‘È semplice, quando voglio comprare dell’aglio o delle cipolle, ora so come fare. Vivo qui, ma prima non sapevo le cose basilari. Voglio uscire senza avere paura, voglio essere in grado di andare dal dottore da sola. Tempo fa, sono uscita per comprare degli spinaci, sono andata al mercato tre volte, ma sono sempre tornata a casa senza nulla‘.
‘Ma ora sto imparando. Avevo un appuntamento dal dottore l’altro giorno, riguardava questioni femminili e non l’ho detto a mia figlia perché ero imbarazzata. C’era un traduttore con me. Sogno il giorno in cui sarò in grado di poter andare dal dottore da sola, senza dover dirlo a qualcun altro. Non sono neanche sicura che il traduttore abbia capito’.

Siamo in un’epoca caratterizzata dalla Brexit, dall’ascesa dei movimenti di estrema destra e dall’ennesimo peggioramento della crisi migratoria. Cosa si può fare per abbattere gli stereotipi culturali?

 Ogni singolo individuo è in grado di sfidare questi stereotipi. Lo si può fare all’interno della propria famiglia, tra amici o nella propria comunità. Fare del volontariato è un ottimo modo per conoscere persone di culture diverse e mostrare agli altri che a noi importa di queste cose.

Rabia, tu studi a Cambridge, lavori per un’organizzazione non governativa, stai costruendo la tua carriera e sei amata e supportata dalla tua famiglia. Come sarebbe stata la tua vita se fossi rimasta in Afghanistan?

 La mia famiglia è stata costretta a fuggire quando io ero solo una bambina. Crescere qui nel Regno Unito ci ha dato opportunità che ci sarebbero state negate nel nostro paese e che sono state negate a chi viveva sotto i talebani.
La lotta e la sofferenza delle donne sotto i talebani rimangono nella nostra memoria collettiva; parliamo di donne a cui era vietato lavorare, studiare e partecipare attivamente alla società. Tuttavia, l’Afghanistan di oggi è diverso da quello che ha lasciato la mia famiglia. Le donne ricoprono ruoli sempre più importanti al governo, nei media e nelle arti.

Come descriveresti la vita delle donne e ragazze afgane?

Ho una grande ammirazione per le donne e le ragazze dell’Afghanistan, che combattono continuamente per avere i propri diritti riconosciuti ed essere trattate alla pari [degli uomini].
La loro resilienza la si può vedere tutti i giorni. Sono così felice di poter vedere una nuova generazione di donne che combattono contro le ingiustizie. Sono le eroine e il futuro del paese. Ci sono delle donne incredibili in Afghanistan, come Shaharzad Akbar e Sahraa Karimi. Non dobbiamo perdere di vista questo fenomeno, di modo che la prossima generazione di donne afghane prosperi durante il consolidamento della pace nel paese.

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mercoledì 25 marzo 2020

Elogio della paura e altre storie (lezioni da un viaggio in Afghanistan) - Paolo Rumiz


In guerra si imparano le cose in fretta. Capita anche ai reporter più collaudati. A me è capitato in Afghanistan, nel novembre del 2001, due mesi dopo l'attacco alle Torri gemelle di New York. E' stato lì, che in soli cinque giorni, ho imparato tre delle cose più importanti della mia vita.

La Nato aveva iniziato a bombardare i Taliban e io ero stato mandato a Islamabad, in Pakistan, per tentare di passare la frontiera e raggiungere Kabul alla prima occasione. E' il 7 novembre quando arrivo in volo dall'Italia. Dopo pochi giorni sono preso dalla claustrofobia. Sono in mezzo a colleghi di tutto il mondo, le comunicazioni sono facili, il ristorante è buono, ma mi annoio. Sono troppo lontano dagli eventi. Lontano dalla realtà. Ho bisogno di polvere, di strade, di facce, delle montagne dell'Hindukush.
Il 13 novembre salto su un autobus per il Kyber Pass, la mitica frontiera, sbarrata da due mesi a causa della guerra. Percorro al contrario la stessa strada seguita da Alessandro Magno ventiquattro secoli prima. Non ho un interprete ma mi esprimo a gesti. Ho uno zaino di sei chili e con dentro un telefono satellitare. Sono libero. Respiro.

Al passo trovo centinaia di pakistani e afghani di etnia pashtun in attesa di passare. Sono lì in attesa da settimane, un mese. Hanno pazienza. Pregano sulle alture desertiche, accendono piccoli fuochi, scaldano del thè, comprano pane e formaggio dai pastori. La notte si raggomitolano sotto un plaid e dormono sotto le stelle.
Fraternizzo con loro a gesti. Divido il mio cibo. Dormo accanto ai loro fuochi. Ascolto i loro canto melanconici e provo a cantare qualcosa anch'io. Riesco a comunicare a gesti e con dieci parole base di inglese. Gli uomini delle montagne cominciano a conoscermi, a fidarsi di me. Divento uno di loro. E, incredibilmente, delle notizie trapelano. Non conosco la lingua, ma il destino di quelle vite mi consente di avere un primo quadro della situazione.
Sono stupefatto. Mi sento a casa. Sulla nuda terra, sotto le stelle dell'Hindukush mi sento più protetto e ho più notizie che nell'albergo internazionale di Islamabad. Le facce che mi circondano sono le facce dei miei avi. Facce, familiari, indo-europee. Mi accorgo di avere appreso una prima grande lezione: la condivisione è un'arma formidabile, abbatte ogni ostacolo. Anche la barriera linguistica.
Il 14 novembre il tam-tam delle voci comunica che è attesa una carovana di camion carichi di mujaheddin armati che hanno il permesso di entrare in Afghanistan per combattere i Taliban. E' un'occasione da non perdere. Forse potrò superare il confine. Come non so, ma ci provo. Mi sistemo su un tornante a un chilometro dalla frontiera e aspetto, col cuore che batte a mille.
Verso l'una una colonna di camion scende verso il posto di blocco lasciandosi alle spalle una scia di polverone. Sono più di cento. Il cassone dei mezzi è pieno di guerrieri barbuti con fucili mitragliatori. Facce contente, come di chi va in vacanza. I Pashtun sono fatti per la guerra. La colonna si ferma davanti alla sbarra di confine, lasciandosi alle spalle una coda interminabile…

giovedì 25 agosto 2016

L'azzurro intenso del lapislazzuli che fa dannare l'Afghanistan - Marina Forti

Per secoli è stato il blu più ricercato nella pittura europea. Ha colorato il manto di infinite madonne rinascimentali e i drappeggi dell’età barocca. Era chiamato blu oltremare e nei trattati di pittura quattrocenteschi era definito “il più perfetto di tutti i colori”. Però era dannatamente costoso. Infatti è ottenuto dalla povere del lapislazzuli, pietra semipreziosa nota fin dall’antichità proprio per il suo azzurro intenso.
Pare che per abbassare i costi molti pittori usassero pigmenti meno pregiati, con solo un piccolo strato di “oltremare” in superficie. Ma oltre alla mano del maestro conta la qualità del colore: si dice per esempio che Tiziano non si sia mai abbassato a usare altro che il colore puro, che del resto arrivava attraverso il porto della sua Venezia, un hub del commercio globale dell’epoca.
Il lapislazzuli infatti veniva dall’Afghanistan. Era così fin dall’antichità, che fosse usato come pietra o come pigmento colorato, nelle decorazioni delle tombe reali nell’Egitto di cinquemila anni fa, la maschera funeraria di Tutankamon, o nei monili dei nobili. Dall’inizio dei tempi e almeno fino al diciottesimo secolo, ogni lapislazzuli in Egitto o in Europa arrivava dalle montagne del Badakhshan, in quello che oggi è l’Afghanistan nordorientale.

Una guerra d’impresa
Solo là si trovava la pietra blu intenso, a volte con venature dorate di pirite. Anche se ora si conoscono giacimenti nella regione andina del Cile, e in quella del lago Baikal in Russia, gran parte delle pietre (le migliori) arriva sempre da quelle montagne, brulle e aspre.
Ancora oggi dunque il lapislazzuli è la principale ricchezza del Badakhshan. Le miniere afgane sono gallerie scavate nella montagna per lo più con la dinamite, nulla di altamente tecnologico. Dalle miniere, i blocchi di pietra azzurra sono portati a valle, da uomini carichi come muli e poi in camion; prendono la via di Kabul e infine, in blocchi ancora grezzi, vanno per lo più in Cina, in parte anche in India.
Solo che l’esportazione di lapislazzuli non ha contribuito a rendere la provincia né più ricca né più pacifica. Piuttosto ha arricchito alcuni “signori della guerra” che si contendono da decenni il controllo del territorio. E poi, un’indagine recente conferma che i lapislazzuli fruttano milioni di dollari anche ai ribelli taliban. Global witness, l’organizzazione che ha condotto questa ricerca, dice che i lapislazzuli sono un nuovo caso di “minerali di guerra”: proprio come i “diamanti insanguinati”, quelli estratti nelle zone dell’Africa teatro di guerre civili, che finiscono per finanziare le parti in conflitto.
Nel gioco e nel Badakshan sono entrati i taliban che pretendono una parte del ricavato dalla vendita di lapislazzuli
Intendiamoci: qui parliamo di ribelli, “signori della guerra” e taliban, ma l’ideologia e le fedeltà politiche non c’entrano molto. “Questa è una guerra d’impresa”, unabusiness war, spiega un commerciante ai ricercatori di Global witness (che per due anni ha studiato una delle maggiori miniere attive, intervistando autorità locali, imprenditori, commercianti, lavoratori, comandanti di milizie, “anziani” dei villaggi, operatori sociali e giornalisti).
La “guerra d’impresa” ha opposto prima due comandanti locali, Abdul Malek e Zulmai Mujadidi, entrambi allineati con il governo di Kabul e perfino appartenenti allo stesso partito (Jamiat-e islami, il più antico partito islamista del subcontinente indiano). Dopo la caduta del regime taliban, nel 2001, il primo è divenuto capo della polizia, l’altro comandante delle forze di sicurezza del Badakhshan.

La maledizione delle risorse
Per dodici anni la miniera è stata feudo personale di Mujadidi, anche se era in concessione a un’azienda privata. Poi nel 2014 il rivale Malek ha fatto un “golpe”, con i suoi miliziani. In zona, Mujadidi era malvisto: dicono che accumulava solo profitto personale. Di Malek invece molti intervistati dicono che fa lavorare la gente del luogo e aiuta tutti – anche se pare che tutto si limiti a un po’ di carità ai più poveri e qualche offerta alle moschee locali. In ogni caso, il padrone ora è lui.
Poi però nel gioco sono entrati i taliban. Dopo il ritiro delle truppe occidentali (all fine del 2012) il movimento ribelle ha aumentato la pressione, infiltrando anche il Badakhshan. E quando è arrivato a controllare la zona che dà accesso alla miniera, un anno fa, Malek ha dovuto scendere a patti. Secondo Global witness ci sono prove che di recente abbia accettato di versare ai taliban metà dei ricavi dei “suoi” lapislazzuli.
L’indagine stima che nel solo 2014 i lapislazzuli di quella singola miniera abbiano fruttato oltre 18 milioni di dollari a Malek e circa un milione ciascuno alle milizie dei Mujadidi e ai taliban, che però in seguito hanno aumentato la loro parte. Questo significa anche che ogni anno lo stato centrale perde royalty e tasse su quei circa 20 milioni di dollari (ma questo era vero anche senza i taliban).
In definitiva, “il più perfetto dei colori” finora ha portato a chi lo estrae solo violenza e corruzione. Si dice che sia la “maledizione delle risorse”.