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giovedì 10 settembre 2026

A guerra finita, ciò che accade a Gaza è incontestabile genocidio - Ennio Remondino

«The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience». «Oggi la ‘guerra’ è finita. Questa non è più un’aggressione; è un genocidio. Non c’è altra parola che possa descrivere la portata della violenza che vedo davanti ai miei occhi», scrive Ilana Hammerman, studiosa ebrea, su Haaretz. «Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre, 282 bambini e ragazzi sotto i 18 anni sono stati uccisi, una media di un bambino al giorno».

Genocidio in corso

Una parte rilevante dei 1.191 palestinesi uccisi in questo lasso di tempo, nel quale si sono registrati anche 3.853 feriti. Solo un aspetto del genocidio in corso, che molti di più muoiono di stenti e malattie a causa delle condizioni in cui sono costretti i sopravvissuti, ristretti nel 30% del territorio originale della Striscia.

La morte dal cielo e dal profondo della terra

«Per chi segue quanto si consuma a Gaza si tratta di cose note», annota Davide Malacaria su Piccolenote.it. La prima è quella di Plestia Alaqad, ventiduenne di Gaza, che il 18 ottobre 2023, solo tre settimane dall’inizio della guerra, scriveva sul suo diario: «Oggi la ‘guerra’ è finita. Questa non è più un’aggressione; è un genocidio. Non c’è altra parola che possa descrivere la portata della violenza che vedo davanti ai miei occhi» (il diario del giovane palestinese è stato pubblicato negli Stati Uniti da Little, Brown and Company e nel Regno Unito da Pan Macmillan con il titolo The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience).

L’occhio invasivo di Israele

Seconda citazione, un post del dottor Said Muhammad Al-Kahlout, che racconta il monitoraggio invasivo da parte di Israele: «I cieli sono pieni di occhi che seguono ciò che gli aerei stanno registrando, e gli aerei sono vicini e possono contare la dentiera nella bocca di un vecchio sfollato». E nel post ci racconta appunto «di un anziano emaciato sul quale la morte è piovuta da quel cielo affollato di occhi. Ucciso senza una ragione, come tanti a Gaza, e la sua morte diventerà un numero perso tra le tante notizie che scorrono veloci nei telegiornali».

L’ossessiva narrazione israeliana

Ma forse la parte più interessante della nota (condivisa con Malacaria e Haaretz), è quella in cui la Hammerman si confronta con l’ossessiva narrazione israeliana, che vede l’IDF impegnato a «ridurre al minimo i danni alle vite civili e alle infrastrutture». Umanitari, dicono di loro stessi. Invece la cronista di Haaretz: «Fin dall’inizio, l’attacco a Gaza è stato una guerra di annientamento sistematica, una risposta sproporzionata e frenetica al barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre. Una guerra che fin dal primo giorno non ha fatto distinzione tra combattenti e civili, né tra le infrastrutture militari di Hamas e quelle civili di Gaza».

Massacro voluto

«Nei pesanti bombardamenti sulle aree residenziali densamente popolate, effettuati senza nessun distinguo, decine di migliaia di donne, bambini e anziani sono stati uccisi, feriti e resi permanentemente invalidi, e sono stati distrutti ospedali, istituti scolastici, strade, reti idriche ed elettriche, così come l’agricoltura. E l’opera di distruzione continua ancora oggi, non solo attraverso i bombardamenti aerei e con i droni, ma anche condannando la stragrande maggioranza della popolazione a condizioni di vita disumane. Oltre l’80% degli abitanti di Gaza è stato costretto ad abbandonare le proprie comunità e le loro case sono state distrutte».

Gaza del ‘non vivere’ ancora oggi

«Vivono in tende sovraffollate, roventi d’estate e allagate d’inverno dall’acqua piovana, con i liquami che scorrono tra le tende e si accumulano in pozzanghere. Sono esposti a un’infestazione di topi, ratti e pulci, e a malattie infettive che, in assenza di cure adeguate, si traducono in una condanna a morte, in particolare per i bambini e gli anziani». GENOCIDIO. «Si tratta, dunque, di genocidio. Lo Stato di Israele ha inflitto e continua a infliggere un olocausto alla Striscia di Gaza. Non c’è altra parola per descriverlo oggi, quando le dimensioni delle uccisioni e della devastazione sono evidenti a tutti. ‘Pochi minuti fa ho visto il video di un ragazzo di 15 anni caduto in una delle tante fosse di liquami sparse intorno alle nostre tende. Era già morto quando è stato portato in ospedale».

Morte compagna di vita grama

«Prima di lui, un altro ragazzo stava giocando con un oggetto sospetto che è esploso uccidendolo. Poi un altro ragazzo è passato accanto ai blocchi di cemento gialli [che delimitano la parte della Striscia occupata da Israele] e i soldati dell’occupazione gli hanno sparato. Un proiettile ha colpito una tenda dove si trovava una ragazza e l’ha uccisa».

«Dei bambini sono caduti da un rimorchio e sono rimasti schiacciati sotto le ruote. Altri bambini sono morti di malnutrizione e altri non sono stati curati. Ci sono bambini che non morti in attesa di ricevere qualche cura… A Gaza la morte incombe sui nostri figli da ogni parte, persino dalle viscere della terra. Qualcuno sente? Qualcuno vede?»

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lunedì 27 ottobre 2025

Addio ’Europa Verde’, ci impongono il modello americano - Ennio Remondino

Il Consiglio europeo seppellisce l’ambiente in nome della Competitività, la nuova parola magica di Bruxelles che segue quella di Riarmo. Da quando Von der Leyen ha lanciato le prime proposte di riarmo, la frenata è arrivata in forma ufficiale e solenne, da parte del Consiglio europeo, che riunisce i capi di stato e di governo Ue. L’Italia tra i promotori della svolta.

 

Meno vincoli per le imprese e più veleni nell’aria

«L’Europa accelera sulla competitività per frenare sul Green deal», la sintesi di Andrea Valdambrini. Perché l’Europa economica è nei guai ma il sostegno armato all’Ucraina non si tocca e neppure in neo patriottismo riarmato. Prima i conti reale della spesa con Zelensky dove, la politica ‘creativa’ scopre che non si possono rubare i soldi del tesoro russo che Mosca aveva depositato soprattutto nelle banche belghe, avverte il governo locale. Acquisito di essere al verde, il taglio definitivo alla già asmatica politica verde dell’Unione, perché serve più competitiva per armarsi meglio. Precondizione competitività, scrivono 19 dei 27 (Italia in testa), è la ‘semplificazione legislativa’. Come chiesto/preteso da Trump mille volte. Europa americana.

 

Addio favola ambientale. Ma l’obiettivo del 90% di riduzione delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2040 resta sulla carta. Per salvare almeno le apparenze.

 

Interessi nazionali anche sulla salute

E ‘l’Europa del fare’ promette mezzi definiti ‘pragmatici e realistici’, nel perseguimento degli ‘obiettivi climatici’. Ovviamente sulla base della «situazione della competitività globale». Primo ‘sconto’ dedicato all’ «automotive» dove l’Italia, di sponda con la Germania, cerca uno spiraglio sull’utilizzo dei biocarburanti. Bisognerà però convincere Francia e Spagna, esplicitamente contrarie a ogni deroga. E la Commissione media al ribasso con lo spettro dell’aumento dei prezzi di carburanti ed ene-rgia. Poche voci contro ed esterne ai governi. «Siamo di fronte al più grande attacco di sempre contro il Green deal», denuncia Bas Eickhout, europarlamentare olandese e leader dei Verdi europei che accusa l’Ue di «consegnando le chiavi del futuro delle tecnologie pulite alla Cina».

Ma l’aula europarlamentare ribolle

Mercoledì nell’Aula di Strasburgo si sono coalizzati i malumori dei progressisti, messi di fronte al ‘flirt  tra popolari e destre’. Quasi un matrimonio. Un voto ha respinto di misura due direttiva di ‘sconto ambientale’. Immediata reprimenda dal leader Ppe Weber e del cancelliere tedesco Merz, mentre la presidente del Parlamento europeo Metsola –invece di tutelare l’assemblea simbolo della democrazia popolare europea, ha promesso un voto di riparazione: «È nostro compito mantenere gli impegni». ‘Nostro’ di chi e impegni verso chi? Oltre all’inciampo organico ‘baltico’ nella Commissione, ora anche la splendida e minuscola isola di Malta.

Neo ambientalismo alla Salvini

Per Luca Martinelli «Basta forse leggere le parole di Matteo Salvini per capire perché il Green Deal europeo è sotto attacco». E con la sintesi proverbialmente moderata elenca in vero GreenDeal leghista. «Il ponte sullo Stretto, l’alta velocità ferroviaria, la Tav o il Tunnel del Brennero o la Napoli-Bari sono il GreenDeal. Non le idiozie di Bruxelles». Idiozie precedenti, non queste ultime. A massacrare certi ‘buoni propositi’ è stata la stessa maggioranza, in particolare il Partito popolare europeo, alla rincorsa certi consensi elettorali.

Ad esempio far saltare i vincoli per la riduzione del 50% dei pesticidi entro il 2030, «Il che significa che continuerà l’uso di sostanze chimiche nocive, perpetuando un pesante costo per la salute umana, l’ambiente e l’economia», avverte il Corporate Europe Observatory.

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giovedì 6 luglio 2023

Poltronificio su tonnellate di rifiuti radioattivi e 4,3 miliardi ‘rubati’ sulla bolletta elettrica - Milena Gabanelli

    

Per fortuna Milena Gabanelli non ha perso in vizio della denuncia. «Un poltronificio seduto su tonnellate di rifiuti radioattivi e vecchi impianti da smantellare finora costato a tutti noi 4,3 miliardi di euro. Ma è tutto ancora ancora lì». Spara il Corriere della Sera e Remocontro nano applaude, in memoria dei suoi 20 pezzi di denuncia dello stesso malaffare che non ha incontrato neppure un politico o un magistrato disposti ad occuparsene. Quindi spazio alla ex collega Rai alla caccia delle responsabilità perdute.  

 

Poltronificio su tonnellate di rifiuti radioattivi

Un poltronificio seduto su tonnellate di rifiuti radioattivi e vecchi impianti da smantellare finora costato a tutti noi 4,3 miliardi di euro. Ma è tutto ancora ancora lì. Sintesi di storia nota: nel 1987 con un referendum gli italiani decidono per la chiusura delle centrali nucleari. Nel 1999 nasce la Sogin, società pubblica incaricata di smantellarle, mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi e trovare un sito nazionale dove stoccare tutto. Fine lavori prevista per il 2019, costo 3,7 miliardi finanziati con la bolletta elettrica. «Siamo arrivati al 2023 e la messa in sicurezza dei rifiuti liquidi radioattivi più pericolosi prodotti nell’impianto Eurex di Saluggia a partire dal 1977, quelli di Trisaia e le resine di Trino non è nemmeno iniziata. Non ancora partito lo smantellamento delle strutture radioattive dei reattori, cioè il vero e proprio ‘decommissioning’ nucleare».

Costo del ritardo: 120 milioni l’anno

La promessa della società è di completare tutto entro il 2036, solo 15 anni di ritardo e i miliardi saliti ad otto, e chi ci crede è perduto. Seriosa Gabanelli: «Per come sono andate le cose fin qui, la fine dei lavori e il costo totale non sono realisticamente stimabili». L’unico dato misurabile sono i costi fissi di Sogin: 120 milioni l’anno. Riguardano la gestione degli impianti, in attesa che vengano chissà quando smantellati, e degli stipendi del personale (passati da 600 a 1.050 unità, e ora a circa 900) che la collettività paga per ogni anno di ritardo.

Governi orbi e sordi e vertici irresponsabili

Chi vigila (dovrebbe): 1) il ministero delle Finanze è l’azionista ma si preoccupa (solo) delle nomine; 2) il controllore e passato negli anni dal ministero dell’Industria a quello dello Sviluppo economico e, infine, cambia nome e nulla fare, Transizione energetica che ora ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica; 3) l’Autorità per l’Energia (Arera) finanzia Sogin sulla base del piano di attività che la stessa Sogin presenta.  Riscontri di realizzazione? Ogni tre anni il governo nomina un nuovo Cda e nessun governo ha mai riconfermato quello in carica. Tutti pessimi? Forse sì (dati i risultati), e sempre lottizzazione.

Stile parati il didietro e campa

Analizzando le delibere di Arera si scopre che la regola è sempre la stessa: ogni Cda propone piani a ‘vita intera’, le attività necessarie per arrivare a fine lavori, ma con obiettivi facili per i tre anni di mandato e rinviando a chi viene dopo i volumi di lavoro più complessi. E così, di rinvio in rinvio, si arriva al disastro di oggi. Con Arera che non applica le penalità previste dalle regole in caso di ritardi.

Attività facili e premi di risultato

  • Il procedere delle attività, un esempio. «3 settembre 2009 contratto di acquisto per fornitura di ‘Materiali relativi ad un Impianto di Trattamento Resine’, per un importo iniziale pari a 10.550.000 euro». Questi materiali sono ancora nelle casse sigillate in cui sono stati ricevuti, stivate presso la centrale di Trino e nessuno le ha mai aperte (foto sul Corriere). E ora andranno pure smaltiti.
  • Nel 2017 nuovo contratto di appalto, «Realizzazione di un Impianto di condizionamento di rifiuti radioattivi», sempre per il trattamento delle resine, per 9.501.000 euro. Impianto non consegnato perché a Trino non sanno dove metterlo.
  • Nel 2021 contratto «Demolizione parziale edificio turbina Trino» per 2.948.508 euro. Il progetto prevede l’abbassamento di circa 10 metri dell’edificio Turbina, alto 50 metri.
  • Si tratta di una struttura non contaminata e svuotata di tutti gli impianti che può essere utilizzata come deposito per l’immagazzinamento dei fusti che contengono il materiale a bassa intensità della fase di smantellamento della centrale.

Lavori mai partiti, tra fuffa e truffa

Le operazioni di demolizione e costruzione dei depositi esistenti si stanno replicando su tutti i siti Sogin, a volte con la scusa che non rispondono più alle normative in vigore. «Progettazione esecutiva e realizzazione dei lavori di demolizione e ricostruzione del deposito D2 preso la centrale di Trino Vercellese» per 4.904.336 euro. Ma il Deposito D2 di Trino è di recente costruzione e perfettamente a norma. Sempre a Trino esiste anche il Deposito D1, struttura vetusta, dove i fusti immagazzinati emettono dosi di radioattività importanti. Ma questa operazione richiederebbe un’azione di bonifica, non possibile in tempi stretti. Quindi? O incapaci o banditi.

Detto più elegantemente, alla Gabanelli: incapacità di organizzare bandi di gara adeguati, o peggio, «fare budget» cioè fare attività facili, pagandole senza risparmio, per garantire ricchi Mbo (premi di risultato) ai numerosi dirigenti.

Irresponsabilità criminali: il caso Saluggia

A Saluggia sono stoccati 270 metri cubi di rifiuti liquidi, acidi e radioattivi a media ed elevata attività dalla fine degli anni ‘70. Su questa questione Carlo Rubbia, da commissario Enea, nel 2001 scrisse una lettera ai ministri dell’Industria, dell’Interno e dell’Ambiente: «L’impianto è a 60 metri dalla Dora Baltea, una fuoruscita di quei liquidi comporta l’evacuazione delle sponde del Po fino all’Adriatico e i terreni non coltivabili per decenni».

Appalto su appalto

Per cementare quei liquidi nel 2012 viene assegnato a Saipem per 97 milioni l’appalto «Cemex». Si apre un contenzioso: serve un carroponte di grado nucleare che Saipem propone di acquistare da uno dei pochi fornitori al mondo, mentre Sogin pretende che Saipem lo costruisca «in proprio». Nel 2017 Emanuele Fontani, all’epoca responsabile della disattivazione dell’impianto di Saluggia, convince l’ad Desiata a risolvere il contratto.

Dal consorzio alla consorteria

Nel 2020 Fontani diventa lui amministratore delegato e affida per 107 milioni il «Cemex» a un consorzio di aziende campane (Teorema) esperte in manutenzione e pulizie, e relazione tecnica in larga parte copiata da quella di Saipem. Dopo un anno da Saluggia arrivano ignorate segnalazioni di enormi ritardi. Il ministro Cingolani a inizio 2022 invia un’ispezione dei carabinieri che certificano: lavori avanzati per meno del 2%. Eppure per l’ad Fontani andava tutto bene. Andava tutto bene anche per il responsabile dell’ufficio acquisti e appalti Luigi Cerciello Renna.

Personaggi

Chi è Luigi Cerciello? Si congeda dalla Guardia di finanza nel 2020 col grado di maresciallo per entrare in Sogin, assunto da Fontani e subito promosso dirigente. Dal 19 luglio 2022 è anche responsabile dell’ufficio legale. Nel curriculum vanta un dottorato in Scienze agrarie, incarichi in Anac (mai stato dipendente Anac, ma distaccato dalla Gdf alla segreteria di un consigliere). Dal 2021 è fra i trainer del Master «Manager ambientale per la gestione del ‘decommissioning’» all’Università del Piemonte Orientale.

Draghi e il commissariamento

A luglio 2022 il governo Draghi commissaria la Sogin. Incarico affidato a Fiamma Spena, ex prefetto in pensione, vicecommissari il dirigente del Mef Giuseppe Margiotta e Angela Bracco, professore ordinario di Fisica. Lo scopo è risanare la società. Fra un paio di settimane scade il mandato: qual è il bilancio? Le informazioni ufficiali sono poche ma interessanti. Persino a stupire.

Commissaria da commissariare

  • Primo atto della commissaria Spena è di riconfermare tutti i dirigenti da Ivo Velletrani, responsabile relazioni esterne incluse quelle con Arera, a Luigi Cerciello e persino l’amministratore delegato commissariato Fontani.
  • Secondo atto: risoluzione dell’appalto «Cemex» e nuova gara, con lo stesso progetto esecutivo di prima, ma con un importo notevolmente superiore, 151 milioni. Assegnato  l’appalto per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi all’impianto di Trisaia ad Ansaldo Nucleare.
  • Terzo atto: il mese scorso la commissaria Spena riconosce a tutti i dirigenti importi tra i 30 e i 40 mila euro che si aggiungono ai lauti stipendi e al trattamento accessorio, come premio di risultato per il 2022 anno in cui la Sogin è andata così male da essere commissariata.

E adesso?

Ora la palla passa al ministro vigilante: Gilberto Pichetto Fratin. Per prima l’emergenza Saluggia, dove è stoccata il 75% di tutta la radioattività nazionale e su cui pende una prescrizione per la messa in sicurezza dei rifiuti che scade a fine 2023:

la legge prevede che per il mancato rispetto di una prescrizione i responsabili siano puniti con la reclusione, (i tecnici e non i ministri inadempienti). Sarà inevitabile quindi un decreto di proroga, ad allontanare doveri, rischi e galera. La seconda è quella di nominare un nuovo vertice, e via così.

da qui

martedì 15 gennaio 2019

Alle sorgenti dell’Eden - Ennio Remondino


A farci da guida nel viaggio di oggi fatto nel lontano 2008, addirittura la Bibbia.
Alle sorgenti dell’Eden, ci piace pensare, dove partono le acque del Tigri e quelle dell’Eufrate. Fiumi che nascono separati e distanti e vanno ad annullarsi, uniti, nell’Oceano indiano, tra Iraq ed Iran.
L’Eden raccontato dai testi sacri e individuato tra storia e leggenda.
L’Eden legato alla fertilità della sua terra, all’abbondanza dei suoi raccolti.
L’Eden che soltanto quel liquido prezioso, l’acqua, può donare all’uomo.
L’acqua che una enorme diga voluta dalla Turchia di Erdogan sta per deviare da qui, a trasmettere trasformazioni e guai lungo tutto il suo percorso attraverso la Siria già inquieta di suo (rivolte interne) e l’Iraq del travaglio interno perenne.

Un ecologista militante, sulla riva del Tigri
«Dicono che la diga di Ilisu porterà sviluppo, ma sarebbe uno sviluppo artificiale, falso, perché la diga avrebbe una vita di soli 50, 80 anni, dopo di che sarà inutilizzabile. Per questo abbiamo iniziato la nostra campagna “Salviamo Hasankeyf”, affinché venga riconosciuta patrimonio culturale e naturale dall’Unesco e quindi si possano fare dei progetti per uno sviluppo duraturo, per esempio col turismo culturale ed ambientalista».
E’ la Turchia dell’altopiano, dove l’Anatolia scivola in Mesopotamia e vi si confonde. Luogo d’incontro delle culture provenienti dall’Asia centrale, dall’antica Persia, dalla Mesopotamia, con quelle che si muovevano da Occidente.
Sei praticamente alle sorgenti non soltanto del Paradiso terrestre ma della stessa storia dell’uomo che qui, villaggio di Hasankeyf, è presente da 12 mila anni.
Le acque sempre ricche del Tigri a motivare, a dare obiettivo e vita, a chi ha abitato quelle migliaia di grotte che scavano lo sperone di roccia che troneggia sul paese.

Gigante Turchia, da far paura

«La diga di Ataturk nasce da un progetto con molti obiettivi -spiega il direttore dell’immenso impianto- Prevenire le piene dell’Eufrate, produrre energia elettrica, raccogliere e canalizzare acqua potabile e per l’irrigazione. Solo nella nostra zona, saranno irrigati 800 mila ettari. Attualmente ne abbiamo irrigato 200 mila, e stiamo lavorando per il resto.
La diga di Atatuk è la quinta diga al mondo. Ha una capacità di 84 milioni di metri cubi d’acqua.
Dalla diga, vengono presi e incanalati per l’irrigazione 328 metri cubi d’acqua al secondo per irrigare la piana di Harran.
Da questa diga produciamo energia per 8, 9 mila miliardi di Watt all’anno».

L’Eufrate
Non troppi chilometri e su, in Turchia cambi sorgenti di Grande Fiume che puoi iniziare a seguire.
Il Qal’at ar-Rum, Rumkale in Turco e Hromgla in Armeno, parole che in tutti i casi significano “Castello Romano”, nel senso di bizantino, della ‘seconda Roma’.
La sua posizione strategica era già conosciuta dagli Assiri, sebbene l’attuale struttura sia soprattutto di origine ellenistica e romana. Durante il medioevo il sito fu occupato da vari signori della guerra bizantini ed armeni. Qal’at ar-Rum fu il seggio di un patriarca armeno dal XII secolo. Dal 1203 al 1293 fu la residenza del capo supremo (catholicos) della Chiesa armena. Nel 1293 fu espugnata dai Mamelucchi d’Egitto a seguito di un lungo assedio.
La fortezza è attualmente una rovina accessibile per battello solo dalla vicina cittadina di Halfeti, nella Provincia di Şanlıurfa.
In barca con professore ecologista.
«Qui sotto c’era la piazza del paese, il bagno romano, c’erano dei palazzi antichi, il mercato e i giardini. Sia da una parte che dall’altra del fiume c’erano vecchie dimore con i loro giardini. Tutto ciò è ora sepolto sotto l’acqua. Tre quinti della città sono stati sommersi e la maggior parte della gente è emigrata».

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