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giovedì 15 ottobre 2026

Molise, in vendita il reparto di radioterapia: il privato fa affari d’oro e la sanità pubblica sparisce. Ai pazienti resta un’assistenza tra le peggiori d’Italia - Ferruccio Sansa


Il Responsible Research Hospital di Campobasso, alle prese con 72 milioni di debiti, vuole cedere un ramo d'azienda a un altro soggetto privato, separandone la gestione da quella dell’oncologia. A rischio la continuità delle cure. Intanto neurochirurgia e cardiochirurgia sono già in mano ai privati. E 31mila molisani rinunciano a curarsi


Il reparto di oncologia affidato a un privato. Quello di radioterapia a un altro. Insomma, la diagnosi e la cura divise. È l’ultimo capitolo della parabola della sanità in Molise: le classifiche dell’assistenza agli ultimi posti in Italia, reparti essenziali ormai completamente in mano ai privati, la politica che si intreccia con la sanità in un modo inestricabile. “Il Molise esiste davvero?”, chiedeva a mo’ di battuta anni fa un comico. Certo che esiste, è una regione stupenda, con una storia antica che risale ai sanniti e ai romani. Ma l’Italia spesso si dimentica di questa terra, di quello che vi succede. La vicenda del Responsible Research Hospital racchiude in sé tutto questo. Come racconta il consigliere regionale Massimo Romano (Costruire Democrazia): “Eravamo negli anni Novanta quando a Campobasso – in città già esiste lo storico e fatiscente Cardarelli – venne costruita una nuova struttura ospedaliera. Un progetto realizzato con soldi pubblici”. E non pochi, parliamo di circa cento miliardi di lire dell’epoca, l’equivalente di altrettanti milioni di euro di oggi. Doveva essere l’inizio di una rinascita. È stato esattamente il contrario. La struttura è affidata ai privati: venne chiamato Cattolica e Gemelli Molise. Con un nodo da sciogliere di fondo, come Romano domanda da tanti anni: la proprietà dell’immobile adesso di chi è? E, se fosse passata ai privati, che fine avrebbero fatto i denari pubblici utilizzati per realizzarla?

“È della Cattolica”, è la risposta dei gestori che si succedono. La gestione oggi è affidata al Responsible Research Hospital. E qui il filo un poco si perde, perché la società a sua volta fa capo al fondo svizzero Responsible Capital che ha visto alla sua guida il finanziere Stefano Petracca, quello che già era stato protagonista della travagliata parabola calcistica del Rimini. Ma restiamo al Molise. Il nuovo ospedale di Campobasso affidato alla Responsible aveva mosso i primi passi con grandi promesse: investimenti, ricerca e compagnia bella. Come stia andando è su siti e tv – Informamolise e al Tgr – che riportano anche le denunce di due consiglieri regionali M5S, Roberto Gravina e Angelo Primiani: la società che gestisce la struttura ha accumulato 72 milioni di debiti soprattutto per i fornitori e le attrezzature mediche. Ed ecco, appunto, l’ultima pagina di cui si discute in queste ore: il gruppo in mano al fondo svizzero ha lasciato trapelare la possibilità, per tappare le falle, di cedere un ramo d’azienda. La radioterapia, appunto. Parliamo di un’attività redditizia che in diverse città d’Italia – vedi Genova – è nel mirino dei privati che hanno lanciato l’abbordaggio al settore.

Da privato a privato, dirà qualcuno, poco dovrebbe cambiare. Romano, però, non è per niente convinto: “Così si divide in due la struttura. E si rischia di lasciare nel disagio persone che sono malate e hanno bisogno di serenità, oltre che di cure di prim’ordine. Dividendo proprio oncologia da radioterapia e affidandole a due gestori diversi, è a rischio la continuità clinica di una struttura punto di riferimento per tutti i pazienti del Molise e anche delle regioni vicine. Per non dire – aggiunge il consigliere – della situazione lavorativa dei 400 dipendenti”. Ma qui la questione si aggancia a un’altra: il monopolio del privato nella sanità molisana con interi settori essenziali dove il pubblico ormai è praticamente assente. “Non c’è soltanto la radioterapia, per cui ci si può rivolgere solo al privato, ma ci sono anche la neurochirurgia e la cardiochirurgia”, spiega Romano. La cardiochirurgia pubblica di fatto non è mai esistita in Molise. Intorno al Duemila nasce il reparto che viene, però, affidato immediatamente proprio alla Cattolica e quindi al Gemelli e infine a Responsible. Ancora più sorprendente la vicenda di neurochirurgia che invece esisteva all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Ma nel 2017 il servizio passa – non senza polemiche – a Neuromed, colosso della sanità privata locale per decisione dell’allora presidente della Regione Paolo di Laura Frattura (un passato nel centrodestra, ma poi passato al centrosinistra).

E qui la vicenda della sanità molisana incrocia quella della politica locale. Fino quasi a diventare la stessa cosa. L’Istituto Neurologico Mediterraneo è infatti centro di eccellenza della sanità molisana e non solo. Si tratta, come dice il sito della società, “di un Irccs, cioè Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico. È un centro di rilevanza nazionale e di altissima specializzazione per patologie afferenti alla Neurochirurgia, Neurologia, Neuroriabilitazione e tutte le applicazioni relative alle Neuroscienze in cui sono utilizzabili la Neuroradiologia, l’Angiocardioneurologia e la Chirurgia Vascolare”. Dell’Istituto Neurologico Mediterraneo, tuttavia, non si è parlato soltanto per i suoi meriti scientifici, ma anche per la sua vicinanza con la politica. L’Irccs è stato ed è ancora controllato da Neuromed, che fa capo alla famiglia Patriciello, quella dell’europarlamentare Aldo. In Molise non c’è una persona che non lo conosca: un politico che nel suo lungo percorso ha cambiato, così dicono le cronache, quasi dieci bandiere. L’ultima, l’attuale, è quella della Lega Nord: l’inossidabile Aldo Patriciello è risultato secondo alle elezioni europee del 2024, proprio dietro al generale Roberto Vannacci. Ma è tornato ancora una volta a Bruxelles, dove siede da vent’anni in Parlamento, grazie alla rinuncia del generale al seggio ottenuto in questa circoscrizione. Ma è nel passato che Patriciello ha costruito la sua fortuna, dove politica, mattone, sanità, editoria vanno a braccetto. Aldo infatti negli anni Novanta è stato assessore di Michele Iorio, l’uomo che ha guidato il Molise per lustri. Iorio che fu scalzato infine proprio da Paolo di Laura Frattura. Una vera dinastia quella dei Patriciello con due cognati che hanno guidato il Consiglio regionale. E magari erano anche amministratori di Neuromed. Pubblico e privato nella stessa persona.

Intanto per 17 anni la sanità molisana è stata commissariata dal 2007, un record nazionale. Si registra un disavanzo sanitario di 160 milioni, mentre gli operatori privati fatturano circa 50 milioni oltre il limite previsto dalla Regione. I risultati della gestione sanitaria in Molise si vedono dai dati. La fondazione Gimbe in un suo studio ha segnalato un paradosso: nonostante il Molise con 2.319 euro per abitante sia al primo posto in Italia nel riparto del Fondo sanitario indistinto, il livello di assistenza è spesso agli ultimi posti in Italia. Questo avviene anche perché circa un terzo della spesa pubblica regionale viene assorbito dal privato convenzionato, svuotando le strutture pubbliche. Indicativi sono anche i numeri relativi ai Lea (Livelli essenziali di assistenza), dove la regione si pone al penultimo posto in Italia con 192 punti, davanti soltanto alla Calabria (189). Non basta. Il Molise vanta, si fa per dire, il più basso numero in Italia di medici dipendenti per persona: appena 1,35 ogni mille abitanti. Un fenomeno descritto dal dottor Massimo Peccianti, segretario Anaao Assomed Molise, in una recente intervista proprio al Fatto: “La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono ancora in servizio, e poi ci sono i ‘gettonisti’ che coprono i turni in Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia”. Intanto i medici molisani attendono ancora parte della retribuzione del 2022.

Con un risultato drammatico: secondo le statistiche, in Molise circa 31mila persone – su 284mila abitanti, quindi il 10,9% – hanno ormai rinunciato a curarsi. L’ultimo episodio che testimonia lo sfascio è la storia del Ferdinando Veneziale di Isernia. Un ospedale che offre assistenza a un bacino di oltre 80mila abitanti, soprattutto provenienti dai piccoli paesi di montagna. Eppure su una pianta organica che richiedeva 13/14 medici strutturati al pronto soccorso, ne sono rimasti in servizio 4/5. Non solo: i reparti di emodinamica (essenziale per curare gli infarti) e il punto nascita rischiano da anni la chiusura. Così a dicembre del 2025 il sindaco Pietro Castrataro ha cominciato una lotta che è finita su tutti i giornali d’Italia: per 167 notti ha dormito in tenda davanti all’ospedale per difendere il presidio sanitario. A gennaio 7mila persone hanno sfilato per una fiaccolata. Ma non è bastato nemmeno questo. La sorte dell’ospedale di Isernia è ancora incerta, così come quella della radioterapia di Campobasso.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/11/sanita-pubblica-molise-radioterapia-oncologia-privati-notizie/8534482/

lunedì 12 ottobre 2026

Sanità, il rapporto Gimbe: “Tagli invisibili” per 18,8 miliardi. E nei prossimi 3 anni può arrivare la “bomba” - Alessandro Mantovani


Il dossier della Fondazione: “Nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”

L’aumento nominale della spesa sanitaria pubblica, sbandierato dal governo, non può bastare a fronte dell’invecchiamento del Paese e dell’aumento dei costi dell’energia. Il diritto alla salute è “sempre più condizionato da reddito e residenza”, scrive la Fondazione Gimbe annunciando il suo 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, che viene presentato oggi (7 ottobre) alla Sala della Regina della Camera dei deputati. Gimbe, che ebbe un ruolo determinante nel documentare al grande pubblico i tagli alla sanità dell’epoca pre-Covid, calcola oggi “tagli invisibili” per 18,8 miliardi di euro nel triennio post-pandemia, dal 2023 al 2026. Sono le risorse di cui la sanità pubblica avrebbe potuto disporre se il rapporto tra il Fondo sanitario nazionale e il Pil fosse rimasto costante al 6,27% del 2022, dato comunque significativamente inferiore alle medie dei Paesi dell’Unione e dell’Ocse (7,1%). Invece è sceso verso il 6%, salvo risalire solo quest’anno. L’Italia, ricorda Gimbe, rimane ultima nel G7 per la spesa sanitaria pubblica pro capite, mentre la spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie (out of pocket) supera la media Ocse del 12,3%. Calcolato a prezzi costanti, il Fondo sanitario nazionale è ai livelli del 2010, ma ovviamente da allora la nacessità di cure è aumentata perché l’età media è cresciuta (da 43,2 a 47,1 anni) e anche i costi salgono.

Nel Rapporto c’è soprattutto un allarme per il triennio a venire (2027-2029), una vera e propria bomba a orologeria che Gimbe fa emergere analizzando i dati della legge di bilancio 2026 e del Documento di programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026, approvato il 2 ottobre dal governo Meloni, che prevede una diminuzione della rapporto Fondo sanitario nazionale/Pil dal 6,4% al 6,3%: “Nel triennio 2027-2029 – scrive la Fondazione – si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”. Secondo Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, “il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario. In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.

Il rapporto di Gimbe fotografa le condizioni della nostra sanità pubblica. “Il Ssn – sitetizza Cartabellotta – continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo. Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità. Queste criticità non cancellano il diritto alla tutela della salute, ma ne compromettono l’effettiva esigibilità, sempre più condizionata dal Cap di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami”.

Spesa pro capite: la Campania penalizzata

Nel Paese dei 21 sistemi sanitari regionali, la quota indistinta del Fsn asegna in media, ricorda Gimbe, 2.218 euro in media per abitante, con valori compresi tra i 2.319 euro del Molise e i 2.143 euro della Provincia autonoma di Bolzano. Gimbe segnala che la Campania, con 2.173 euro, riceve la quota pro-capite più bassa tra le Regioni a statuto ordinario. “Il caso della Campania – rileva Cartabellotta – è emblematico dei limiti dell’attuale sistema: la Regione più giovane d’Italia riceve meno risorse pro-capite della media nazionale, nonostante condizioni socio-economiche sfavorevoli e una speranza di vita alla nascita quasi tre anni inferiore a quella della Provincia autonoma di Trento. Le correzioni introdotte a partire dal 2023 restano marginali: mortalità precoce e deprivazione socio-economica pesano appena lo 0,75% ciascuna”.

Meno spesa privata diretta, più assicurazioni

Un dato che fa riflettere è la leggera diminuzione, nel 2025, della spesa sanitaria privata out-of-pocket – sostenuta cioè direttamente dalle famiglie – che in precedenza era cresciuta vertiginosamente dai 28 miliardi di euro del 2010 ai 41,3 del 2024. L’anno scorso è scesa del’1% (meno 434 milioni) a 40,6 miliardi di euro, mentre quella intermediata da fondi, mutue e assicurazioni – che resta nel complesso inferiore alle medie Ocse e Ue – è aumentata del 10,1% (+ 642 milioni di euro). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi di euro. “Se il servizio pubblico arretra – puntualizza Cartabellotta – fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura. Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del SSN, senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze”. Probabilmente è aumentato il fenomeno della rinuncia alle cure, ma il dato Istat per il 2025 non è ancora disponibile e quindi Gimbe ripubblica quello del 2024. Due anni fa oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare entrambe le cause. “Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”. Gimbe sottolinea comunque che “la spesa out-of-pocket non è un indicatore affidabile delle mancate tutele pubbliche. Da un lato, non intercetta le prestazioni a cui le persone rinunciano per indisponibilità economica; dall’altro, include spese per prestazioni extra-Lea (livelli essenziali di assistenza, ndr) e per beni e servizi a basso valore”.

Regioni: le pagelle dei Lea non bastano

Secondo i dati del ministero della Salute per il 2024, 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai Lea, contro le 13 del 2023. Tuttavia, rileva Gimbe, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69 e, nello stesso anno, aumenta la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. “La pagella ministeriale migliora – sottolinea Cartabellotta – ma non misura l’effettiva esigibilità dei Lea. Una Regione può così risultare formalmente adempiente, mentre una parte dei cittadini incontra difficoltà nell’accesso alle cure. Per questo bisogna misurare anche chi resta fuori, riceve risposte tardive o incomplete oppure rinuncia alle prestazioni”. Le diseguaglianze territoriali sono confermate anche dalla mobilità sanitaria interregionale, che nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più elevato dal 2010. “Finalmente – ricorda Cartabellotta – dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni”, per quanto poi “inserire una nuova prestazione nei Lea – precisa – non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme”.

Medici e infermieri in fuga dal Ssn

Il rapporto Gimbe rileva anche che la spesa per il personale assorbe una quota sempre minore della spesa sanitaria pubblica: “Nel 2025 ammonta a € 52,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. Se questa quota negli anni fosse rimasta invariata, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più, di cui 23,9 miliardi nel periodo 2020-2025. “Il capitale umano è indispensabile per trasformare le risorse in assistenza – spiega Cartabellotta – ma il SSN ha perso attrattività: i professionisti non si trattengono con gli appelli. Servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro compatibili con la vita privata e prospettive di carriera”. Secondo l’Ocse, l’Italia dispone di 5,8 medici per 1.000 abitanti, più della media dei Paesi aderenti all’organizzazione (4,0) e si colloca al 2° posto tra i 34 Paesi che forniscono il dato. Tuttavia, dei 339.256 medici censiti dall’Ocse, almeno 88.258 (26,1%) non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi post-laurea. «Se oltre 1 medico su 4 – afferma Cartabellotta – non lavora nel SSN né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici al SSN, in particolare nelle specialità e nei territori dove servono

Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (RGS), nel 2024 i medici dipendenti del SSN sono 108.243, pari a 1,84 medici per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 1,35 del Molise e 2,56 della Sardegna. Le carenze si concentrano in alcune specializzazioni e nell’assistenza primaria: al 1° gennaio 2025 la Fondazione GIMBE stima un deficit di 5.716 medici di medicina generale (MMG), assumendo come riferimento il rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti, e di 497 pediatri di libera scelta (PLS), il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto. E’ appena uscita la ricerca dell’Anaao, il principale sindacato dei medici, che per la prima volta nella storia ha rilevato che le dimissioni volontarie dei medici superano le uscite per pensionamento. La mancanza di infermieri è notoriamente drammatica. L’Italia, ricorda Gimbe, ne conta 6,9 ogni 1.000 abitanti contro 9,7 della media Ocse, una dotazione inferiore del 29%. Ma anche qui, dei 407.750 infermieri censiti dall’Ocse, almeno 79.926 (19,6%) non lavorano nel SSN. ”Alla grave carenza di personale infermieristico – spiega Cartabellotta – si aggiunge il fatto che un infermiere su 5 non lavora nel SSN: un ulteriore segnale delle difficoltà del servizio pubblico ad attrarre e trattenere questi professionisti». Secondo i dati della RGS, nel 2024 gli infermieri dipendenti del SSN sono 279.990, pari a 4,75 per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 3,75 della Lombardia e 6,78 della Liguria. Anche formazione e retribuzioni restano indietro: 19,5 laureati in infermieristica ogni 100 mila abitanti contro 43,6 della media Ocse e retribuzioni degli infermieri ospedalieri inferiori del 27% a parità di potere d’acquisto. Il risultato è uno squilibrio strutturale tra le due professioni: 1,2 infermieri per medico, la metà della media Ocse (2,4), con l’Italia al 30° posto su 33 Paesi.

Nel 2025 i “gettonisti” aumentano

I medici cosiddetti “gettonisti” sarebbero dovuti sparire, secondo gli annunci del governo, ma almeno nel 2025 il loro costo è aumentato. Nel biennio 2024-2025, rileva Gimbe, il valore dei contratti per servizi di fornitura di personale ha raggiunto quota 1,06 miliardi di euro; nel 2025 la spesa è cresciuta del 15% e il valore dei contratti specificamente riferiti al personale medico è aumentato del 62% rispetto al 2024. Insomma, “lo stop normativo ai ‘gettonisti’ – osserva Cartabellotta – non riporta automaticamente medici e infermieri nei reparti: deve essere accompagnato da misure capaci di reclutare e trattenere i professionisti nel SSN, altrimenti si rischia di lasciare scoperti servizi essenziali”.

Il doppio binario del privato

Gimbe invita anche a distinguere gli operatori sanitari privati accreditati, cioè convenzionati con il Ssn, dal “privato puro”. Nel 2023, delle 29.386 strutture sanitarie censite dal ministero della Salute, il 58% (n. 17.042) sono private accreditate e il 42% pubbliche (n. 12.344). Il peso del privato accreditato, scrive Gimbe, è particolarmente rilevante nell’assistenza residenziale (85,1%), riabilitativa (78,4%), semi-residenziale (72,8%) e specialistica ambulatoriale (59,7%). Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica destinata al privato convenzionato ha raggiunto i 29,4 miliardi di euro, con un aumento del 25,9% rispetto al 2012. Tuttavia, nel 2025 la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa al 20,8%, il valore più basso del periodo 2012-2025. “Il privato convenzionato – spiega Cartabellotta – è parte integrante del Ssn, ma bisogna rafforzare la governance pubblica per allineare accreditamento, volumi e remunerazione ai bisogni di salute e alla qualità dell’assistenza». Diversa è la dinamica del “privato puro”: la spesa out-of-pocket tracciata dal Sistema Tessera Sanitaria presso le strutture non accreditate è aumentata del 169%, passando da 3,05 miliardi di euro nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024. Nello stesso periodo quella presso le strutture accreditate ha raggiunto anch’essa 8,2 miliardi di euro. “Numeri che documentano la progressiva espansione di un “secondo binario” dell’offerta sanitaria – precisa Cartabellotta – riservato a chi può pagare o dispone di un fondo sanitario o di una polizza assicurativa”.

Pnrr: obiettivi reali non verificabili

Un capitolo del Rapporto è dedicato alla realizzazione del degli obiettivi del Pnrr. Il 29 settembre 2026, ricorda Gimbe, il governo ha trasmesso alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento del Pnrr, che per la Missione 6 Salute include nove target e una milestone, ora in attesa della validazione europea. Il monitoraggio indipendente Gimbe sulle evidenze pubblicamente disponibili, scrive la Fondazione, mostra che il raggiungimento degli obiettivi non è integralmente verificabile: per tre di essi è verificabile il rispetto dei requisiti previsti, mentre per gli altri sette mancano evidenze pubbliche sufficientemente dettagliate. Ciò non implica, precisa Gimbe, il mancato raggiungimento dei target, ma non consente di verificarne integralmente il conseguimento. “In ogni caso – afferma Cartabellotta – la validazione europea di tutti i target non potrà dimostrare, da sola, che il Pnrr abbia migliorato l’assistenza sanitaria. Dal 2027 bisognerà verificare se i servizi sono realmente operativi, se dispongono di personale adeguato e quale impatto producono su accesso, esperienza dei pazienti, esiti di salute ed efficienza del SSN». Conclusa la rendicontazione amministrativa, la Fondazione Gimbe invita le Istituzioni a garantire un monitoraggio pubblico continuo dell’impatto della Missione 6 Salute, con pubblicazione almeno semestrale di dati in formato aperto.

Il Piano di Gimbe

Infine, il Rapporto aggiorna il Piano di Rilancio del Ssn della Fondazione Gimbe: 16 linee di intervento per orientare e monitorare le politiche di Governo e Regioni. Serve, sostiene Gimbe una strategia organica che integri un finanziamento pubblico adeguato ai bisogni di salute, una governance Stato-Regioni capace di ridurre i divari, l’aggiornamento continuo e l’uniforme esigibilità dei Lea, il rilancio delle politiche sul personale sanitario, il potenziamento del territorio e l’integrazione con ospedale e servizi sociali, la riduzione di sprechi e inefficienze, la governance del rapporto pubblico-privato, il riordino della sanità integrativa e gli investimenti in prevenzione, ricerca e digitalizzazione. Il Piano rafforza inoltre l’attenzione alla sicurezza e alla manutenzione del patrimonio edilizio e tecnologico, ai dati aperti e alla partecipazione dei cittadini. “La crisi del Ssn – ha detto Cartabellotta – non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese. La politica deve quindi chiarire quale modello di sanità intende lasciare alle future generazioni e con quali risorse e riforme renderlo concreto. È attraverso il Ssne che la Repubblica rende concreto il principio di uguaglianza tra le persone: la salute non è un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che deve essere garantito a tutti”.

Versione integrale del 9° Rapporto GIMBE: www.salviamo-ssn.it/9-rapporto

Piano di Rilancio del SSN: www.salviamo-ssn.it/salviamo-ssn/piano-di-rilancio


da qui

venerdì 25 settembre 2026

Italia, la cuccagna degli imprenditori della sanità - Michele Bocci

Sanità, un euro in più sul ticket delle visite specialistiche. E aumenta il costo di 450 prestazioni. La novità riguarda soprattutto le Regioni, che pagheranno di più le prestazioni dei privati convenzionati. Ecco cosa cambia


Lunedì prossimo cambiano le tariffe delle prestazioni sanitarie, anche se ancora, a tre giorni dalla data, deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che introduce le novità. I cambiamenti riguardano soprattutto i privati convenzionati con la sanità pubblica, ma in qualche caso anche i cittadini, che spenderanno un po’ di più (un euro) per i ticket di alcune visite specialistiche.

Cambiano 450 tariffe

Le tariffe sono i soldi riconosciuti dalle Asl ai privati che lavorano in convenzione per le attività specialistiche, visite ed esami. Servono anche per stabilire quanto una Regione deve dare a un’altra se un suo paziente si sposta per curarsi. Da anni si lavora per cambiarle e dopo battaglie, polemiche e ricorsi, l’impostazione definitiva prevede l’aggiornamento di 450 tariffe (su 2.100) di prestazioni ambulatoriali e su 222 codici di assistenza protesica (su 2.000). Il valore totale dell’aumento dei prezzi per le Regioni italiane è di circa 210 milioni (dei quali 180 per le prestazioni ambulatoriali), già coperti dalla manovra dell’anno scorso. Saranno coperte così le maggiori spese delle Regioni.

Quali sono gli aumenti

Sempre restando alle maggiori spese per il sistema sanitario, non per i cittadini, le prime visite specialistiche saranno pagate ai privati il 4,4% in più cioè più meno da 25 a 26 euro, l’ecocolordopplerdegli arti superiori passa da 47 euro a 48,75, la spirometria da 38 a 39,4 euro, l’elettorcardiogramma dinamico da 61,95 a 64,25 euro, la scintigrafia globale da 480 euro a 501 e così via. Ferme le tariffe per gli esami del sangue, ad aumentare sarà soltanto quanto viene riconosciuto ai privati convenzionati per il prelievo, che passa da 3,8 euro a 4,2 euro.

Cosa cambia per i cittadini

In Italia il ticket massimo a carico dei cittadini è di 36,15 euro e questa soglia non potrà essere superata (anche se nella ricetta ci sono più prestazioni, fino a otto della stessa branca). Tutte le prestazioni che valgono di più e hanno visto un aumento della tariffa, la maggior parte, non incidono quindi sulla spesa dei pazienti, che resterà appunto ancorata alla franchigia. Aumenti ci saranno in quelle che valgono di meno, come appunto le prime visite specialistiche (ma solo quelle che non prevedono contestualmente accertamenti diagnostici). Qui l’aumento sarà di circa un euro e dovrà pagarlo il paziente.

Quanto spendono le Regioni

A livello nazionale, le Regioni incasseranno 27 milioni di euro in più dai ticket, cifra piuttosto contenuta. Stando solo alla specialistica, quindi, e visto che l’aumento della remunerazione dei privati costerà 210 milioni, la spesa netta in più sarà di 187 milioni.

da qui

domenica 20 settembre 2026

Il Servizio sanitario non c’è più: è possibile ripristinarlo? - Piersergio Serventi

Una mattina dell’ottobre-novembre 1990, a Palazzo Chigi, il ministro del Tesoro Giuliano Amato, presiedendo la conferenza delle Regioni spiegò che se non avessimo fatto immediatamente una riforma della sanità in grado di ridurne la spesa, il Fondo Monetario Internazionale non ci avrebbe prestato i 15.000 miliardi indispensabili per pagare almeno gli stipendi pubblici. Cosa era accaduto? Era accaduto che, nei dieci anni precedenti, il nuovo SSN universalistico e gratuito non era stato supportato da stanziamenti finanziari adeguati. Avevamo fatto il SSN, ma non ci avevamo messo i sodi sufficienti per sostenerlo. Per cui i disavanzi si erano accumulati e i ripiani per evitare il blocco dei servizi erano stati fatti a debito, aggiungendosi al debito del sistema pensionistico (c’erano ancora le pensioni baby) e della macchina pubblica in generale. C’erano margini per recuperi di sprechi e inefficienze? Sì, ma non c’era tempo. Quindi l’alternativa posta da Amato fu secca: o la riforma subito per avere il prestito o il default dello Stato. Messa così, i Presidenti, non poterono che dare parere favorevole. Subito dopo, venne emanato il decreto-legge 1° dicembre 1990 n. 335 che impose il Commissariamento di tutte le Unità Sanitarie Locali, con mandato ai commissari straordinari di ricondurre la spesa entro gli stanziamenti prefissati. Quindi tagli lineari su tutto il sistema, sulla base di standard fissati dallo Stato per dotazioni di posti letto, di personale ecc. e perciò chiusura dei piccoli ospedali e reparti con indici di occupazione sotto standard, riduzioni dei presidi territoriali, accorpamenti di Unità Sanitarie su base provinciale, razionalizzazioni, ma soprattutto blocco delle assunzioni. Da lì in avanti vennero approvati la legge quadro n. 421 del 1992 e i decreti delegati n. 502 del 1992 e n. 517 del 1993 con l’aziendalizzazione del sistema, in un quadro ordinamentale che, pur dopo il superamento dell’emergenza, non è più stato sostanzialmente modificato, nonostante la cosuddetta riforma Bindi del 1999, che in realtà non ha modificato nulla di quell’impianto. Quindi possiamo fissare un punto fermo: la riforma del 1992-94 non aveva nulla a che fare con la tutela della salute degli italiani. Aveva un unico e dichiarato obiettivo: impedire che la spesa sanitaria potesse superare gli stanziamenti e creare problemi di ripiano a carico dello Stato. A prescindere dalla valutazione se gli stanziamenti fossero o non fossero adeguati alla tutela della salute come diritto costituzionalmente protetto e obbligo dello Stato.

L’obiettivo venne raggiunto? Si, in quattro mosse. Primo: espulsione dei Comuni non solo dalla gestione, ma anche dal governo della sanità e trasferimento definitivo dal bilancio dello Stato al bilancio delle Regioni degli eventuali disavanzi affinché questi non fossero conteggiati nei calcoli del debito. Seconda mossa: accentramento sulle Regioni stesse di tutte le competenze di gestione delle nuove aziende sanitarie – così chiamate per far meglio capire di cosa si stesse parlando – per il tramite di funzionari regionali a contratto, quindi licenziabili in ogni momento, se inadempienti rispetto agli obiettivi assegnati dalla Regione, il primo dei quali era ed è, l’equilibrio di bilancio; con, per contro, incentivi economici, in caso di pareggio. Terza mossa: in caso comunque di disavanzi regionali, commissariamento delle Regioni da parte dello Stato, con mandato ai commissari governativi di ulteriori tagli lineari, quindi tagli del personale in primis, che è strutturalmente circa il 50% della spesa. Quarta mossa: il lancio dei Fondi sanitari, prima integrativi e poi sostitutivi dei LEA, e delle polizze assicurative. Il tutto defiscalizzato a carico dello Stato, in modo da favorire l’organizzazione della gran parte della domanda inevasa verso i privati, a loro volta destinatari di politiche di accreditamento per garantire loro la base economica certa su cui sviluppare l’offerta a pagamento diretto e indiretto. La conseguenza fu una proliferazione di convenzioni fra assicurazioni o fondi da una parte e strutture private dall’altra, in crescita esponenziale, fino ad arrivare al c.d. welfare aziendale sanitario, che oggi copre circa 15 milioni di italiani. Fa piacere per loro: basta sapere che così abbiamo ricostituito le mutue, con buona pace dell’universalismo e dell’uguaglianza di accesso alle cure.

Conclusione: per rendere sostenibile socialmente il definanziamento del SSN, con le conseguenze che sappiamo, si sono spostati oltre 40 miliardi di spesa dal bilancio dello Stato ai bilanci delle famiglie; e i 5-6 milioni di persone che non possono permettersi polizze e non possono pagare, si arrangino. Tanto sono pochi, senza voce e senza rappresentanza. Un paradosso: 5-6 milioni è circa lo stesso numero dei non tutelati prima della riforma del ‘78. Sotto questo aspetto, dopo 46 anni, siamo ritornati lì.

L’amara osservazione è confermata dall’analisi dei soggetti privati in campo e dalla loro rilevanza. Il gruppo S. Donato è quotato in borsa e gli azionisti vanno comunque remunerati. Penta Investiment è un fondo che ha già la più grande catena di ospedali e ambulatori dell’Est Europa e ha acquistato 3000 farmacie in Italia. La Exor di Agnelli ha investito 4 miliardi nel settore salute. La Kos, controllata da CIR (De Benedetti), che ha già 24 RSA, sta ulteriormente investendo. Previmedical mette a disposizione una rete medicale convenzionata in Italia con decine di strutture, in accordo con la recente costituzione per fusione del gruppo assicurativo “Intesa San Paolo RBM salute” con 606 milioni in premi. E sono dati di qualche anno fa. Uni Salute (Unipol), leader nel settore, ha 9800 centri convenzionati e, nei soli primi nove mesi del 2025, ha cresciuto la raccolta premi del 12,7%. Per non parlare del gruppo Garofalo e del gruppo Angelucci, quest’ultimo ben rappresentato in Parlamento e nel Governo. Ed è solo la punta dell’iceberg. Attenzione: non si tratta più di singoli imprenditori, ma di finanza nazionale e internazionale. Per i Fondi pensione, Empam compresa, investire in sanità privata in Italia è un business considerato altamente remunerativo. I fondi comprano perfino i project financing sciaguratamente ancora utilizzati, anche da noi, per costruire ospedali pubblici. E le Assicurazioni ovviamente non coprono gli over 75. Il tutto alimentato dai contratti di fornitura stipulati con i privati accreditati che in questo modo hanno la base economica garantita, per poi sviluppare le attività a pagamento diretto e indiretto, tramite le assicurazioni; e il tutto favorito da una legislazione che consente al privato di investire nei settori a maggior remunerazione e basso rischio, ovviamente lasciando alla rete pubblica il resto.

Come siamo arrivati a questo disastro? È accaduto che lo strumento “aziendalizzazione”, frutto di una cultura politica ben precisa, rendendo socialmente sostenibile il definanziamento praticato fin dal 1981, ha stravolto il sistema che, da universalistico e pubblico, è diventato misto. Quindi l’attuale situazione non è frutto del caso o del destino, ma di scelte ben ponderate, con responsabili ben noti. Ne valeva la pena? Non direi: in 30 anni abbiamo in parte smantellato il SSN e portato la spesa sanitaria pubblica sotto la media UE, ma abbiamo comunque un deficit oltre il 3% e il debito forse più alto d’Europa.

La domanda successiva è: è possibile rimettere il dentifricio nel tubetto o almeno evitare che ne fuoriesca ancora? Per una risposta positiva vedo due ordini di difficoltà: oggettive e soggettive. Partiamo da quelle oggettive. Fino a qualche tempo fa mi sarei limitato a dire che occorre una grande riforma organica che superi l’assetto ordinamentale dell’aziendalizzazione, senza rifare alcuni errori della legge n. 833 del 1978. Oggi, una riforma organica della sanità non basta più. È vero che un sistema sanitario pubblico, universalistico ed equo, è sostenibile finanziariamente nella misura in cui un popolo decide che lo sia, ma il problema delle risorse è reale. Allora, occorre innanzitutto riformare il fisco in senso progressivo intervenendo sui patrimoni e sulle rendite e non solo sui redditi da lavoro, per non parlare dell’evasione, al fine di liberare risorse, ma non basta. Per redistribuire ricchezza occorre crearla, ma per crearla occorrono politiche economiche e industriali coerenti, e una volta creata ricchezza occorrono politiche di bilancio che diano priorità al welfare, piuttosto che ad altro. Quest’ultima cosa, dati i tempi, mi sembra la più difficile. Quindi, per riportare la sanità italiana all’universalismo, occorre un intero programma di governo, alternativo non solo a quello attuale, ma in gran parte anche a quello dei governi precedenti. Vasto programma, appunto, direbbe De Gaulle; considerazione che non induce all’ottimismo.

Vedo poi una difficoltà soggettiva. Va apprezzato lo sforzo quotidiano di molti bravi amministratori regionali e locali per tenere a galla la barca. Ma non sono ancora convinto – e qui sta la criticità soggettiva – che, soprattutto a Roma ci sia davvero, anche a sinistra, consapevolezza di cosa veramente significhi ed implichi, voler salvare il SSN universalistico ed equo: nonostante Mattarella, nonostante gli allarmi per il rischio di “crollo” del sistema lanciati dal Presidente della Regione Emilia-Romagna e nonostante la proposta di legge di iniziativa popolare della CGIL, forse memore del fatto che fu la prima, nel 1959-60, a presentare un progetto di legge istitutivo del SSN, subito poi seguita dal PCI. Temo che l’assenza, nei programmi e negli allarmi della sinistra, di proposte concrete di superamento della cultura politica sottesa all’attuale assetto, nella governance tutta regionale e tecnocratica, nel rapporto con il c.d. secondo o terzo pilastro (assicurazioni e privato) non sia una dimenticanza, ma una scelta. E in effetti, al punto in cui siamo arrivati, destrutturare il sistema che si è creato, sia nell’assetto della governance pubblica (la riforma dovrebbe essere verso un rinnovato empowerment delle autonomie locali, non certo dello Stato) che di presenza arrembante del privato sostitutivo, con le sue migliaia di operatori e i suoi interessi e collegamenti trasversali, non appare una cosa agevole.

Ma non è un tema eludibile, pena il rassegnarsi alla deriva attuale, malgrado le parole e gli appelli. La legge n. 833 era semplicemente all’insegna del “ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Diciamola tutta: era un pezzo di socialismo nel sistema economico-istituzionale italiano. Forse per questo non poteva resistere all’egemonia neoliberista degli anni’80 e ‘90. Ciascuno ne tragga le conclusioni che ritiene.

* È l’intervento svolto nel convegno “Difendere il SSN universale equo uguale” (Parma, 8 maggio 2026)

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giovedì 2 aprile 2026

Lo Stato spende, il privato incassa. La crisi del personale sanitario in cifre - Federico Giusti

La popolazione europea invecchia, i lavoratori attivi diminuiscono  e la Ue è alle prese  con un grave problema ossia la necessità di reperire circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche.

Il numero di infermieri attivi, ma ormai prossimi alla pensione, sta diventando elevato e l'Italia dovrebbe pentirsi di avere istituito il numero chiuso nelle facoltà universitarie afferenti alla branca di medicina. Gli infermieri italiani sono considerati tra i migliori dei paesi Ue, per questo risultano particolarmente richiesti da nazioni nelle quali gli stipendi sono decisamente più alti e per questo offrono condizioni migliori, risultano decisamente attrattivi.E' fin troppo noto che il personale sanitario italiano debba fare i conti con orari lunghi, carenze di organico, stipendi bassi e elevato stress con migliaia di casi di burnout che si manifestano anche con l' abbandono della professione o la rinuncia al profilo professionale.

Per evitare contenziosi tra i paesi aderenti, la Ue ha messo a punto un'iniziativa triennale per programmi di formazione destinati al settore infermieristico, nel frattempo l'Italia, e non solo lei, deve affrontare il problema della carenza di personale sanitario attratto all'estero da situazioni contrattuali migliori e carichi di lavoro più accettabili.

Stesse politiche nei paesi nordici ove il costo della vita decisamente caro include nell'offerta i costi dell'alloggio, le bollette e qualche biglietto aereo. Difficile competere per l'Italia con la miseria dei salari della PA e del Servizio Sanitario nazionale, difficile colmare il divario economico e al contempo assicurare anche opportunità di crescita economica e professionale.

Non sono notizie nuove, è sufficiente andare in rete per trovare rapporti, studi e relazioni, la classe politica e i dirigenti pubblici dovrebbero almeno conoscere certe situazioni e risolvere, una volta per tutte, le problematicità derivanti dai carichi di lavoro elevati, dalla carenza cronica di personale. Invece di acquisire consapevolezza provano a ridurre i tempi necessari per acquisire i titoli di studio, trasformano le scuole tecniche in apprendistato, limitano le ore di insegnamento e riscrivono i programmi scolastici su diretto suggerimento delle imprese. 

Non capiscono che la eccellenza sta proprio nel sistema scolastico pubblico che invece si accingono a distruggere.

Ed è comunque paradossale che un paese come il nostro importi infermieri dall'estero, da assumere attraverso agenzie interinali e cooperative quando permette alle professionalità di casa propria l'espatrio all'estero, anzi invoglia la fuga verso altri paesi mantenendo bassi i salari.

Colmare le carenze strutturali del sistema sanitario nazionale sembrerebbe una missione impossibile per i governi italiani di qualsivoglia maggioranza politica, perfino chi da anni invoca la precedenza agli italiani sfugge alle proprie responsabilità, se vogliamo offrire una seria alternativa ai giovani neo laureati urge investire e farlo partendo dalle condizioni di lavoro e dai livelli contrattuali e retributivi.

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giovedì 26 febbraio 2026

Il mercato della scorciatoia sanitaria che alimenta le truffe - Gianluca Cicinelli

C’è un punto che va chiamato per nome, perché è il vero “soggetto” di questa storia: il mercato della scorciatoia sanitaria. Non nasce dal nulla, né da qualche mela marcia isolata. È una creatura perfettamente coerente con anni di sottofinanziamento, esternalizzazioni, incentivi distorti e retorica dell’“efficienza” che, nella pratica, ha significato una cosa sola: tempi più lunghi nel pubblico e spazio crescente per chi può vendere un accesso più rapido.

Quando le liste d’attesa diventano la norma, la privatizzazione non è uno slogan: è un dispositivo che converte la scarsità in profitto. E dentro quel dispositivo prosperano figure riconoscibili, con nome e cognome “sociale”: il gestore della fila, l’intermediario dell’accesso, l’imprenditore dell’intramoenia, il ripulitore amministrativo che trasforma l’irregolare in “registrato”.

È con questa lente che va letto il bilancio 2025 dei Carabinieri NAS, presentato con il ministro Orazio Schillaci e il generale Raffaele Covetti. I numeri, di per sé, sono impressionanti: 45.762 ispezioni, 6.255 sanzioni penali e 23.397 amministrative, 148 arresti, 2.829 deferimenti all’autorità giudiziaria e 13.390 segnalazioni a quella amministrativa; sequestri per un valore complessivo indicato oltre 197 milioni di euro, 1.660 strutture chiuse o sequestrate, 24 milioni di euro di somme contestate.

Ma il punto non è l’enormità della macchina repressiva. Il punto è ciò che questi numeri dicono sul sistema: la deviazione non è marginale, è abbastanza diffusa da richiedere un dispiegamento continuo e capillare.

Dentro quel quadro, la pagina più politica è quella su liste d’attesa e intramoenia (ALPI). Nel 2025 i controlli dedicati sono 1.930, tra direzioni sanitarie, reparti e CUP, con 9 arresti, 105 denunce e circa 474 segnalazioni amministrative.

Ed ecco che il bilancio smette di essere statistica e diventa radiografia: perché quando la filiera dell’accesso è opaca, quando le agende sono “manovrabili”, quando l’urgenza di cura incontra il bisogno di “saltare la fila”, l’illecito non è solo un reato. È un modello di business.

Le vicende richiamate lo mostrano con crudezza. A Catanzaro, nelle indagini su una presunta intramoenia “allargata” in studi privati esterni, l’elemento più rivelatore non è solo il contante: è la logica industriale con cui si “normalizza” l’abuso.

Prestazioni registrate a posteriori, pagamenti intestati a pazienti ignari, quote minime al pubblico per coprire l’operazione. Questa non è semplicemente corruzione: è la figura del ripulitore amministrativo, quello che usa la burocrazia sanitaria non per garantire trasparenza, ma per creare una traccia fittizia che legittima l’extra-sistema.

È la trasformazione della contabilità in scudo, e del paziente in un nome da mettere a bilancio. Nel momento in cui un cittadino ignaro diventa intestatario di un pagamento, il sistema non sta solo rubando denaro: sta rubando identità e fiducia, trattando la persona come materiale amministrativo.

A Parma, la contestazione a un dirigente medico per visite private in giorni non autorizzati e in orario istituzionale, incassi in contanti e uso di farmaci dello studio ospedaliero, illumina un’altra figura: il monopolista della corsia rapida, quello che controlla l’offerta pubblica e, nello stesso tempo, apre il rubinetto privato parallelo.

Il vantaggio non è solo economico, è di potere: chi decide tempi e priorità può far pesare la lentezza come leva, può spingere la domanda verso il canale che remunera meglio. Le liste d’attesa, così, non sono più un problema da risolvere: diventano un serbatoio da cui estrarre rendite.

Ecco perché la questione non si esaurisce nella caccia all’irregolarità. Il “nome e cognome” che manca nelle cronache tradizionali è questo: il privatizzatore di fatto. Non necessariamente un ministro, non necessariamente un partito, non necessariamente un singolo manager.

È una filiera materiale, fatta di procedure, discrezionalità, opacità, e di un’idea di sanità che accetta come fisiologico ciò che non lo è: che l’accesso dipenda dalla capacità di pagare, di conoscere, di agganciare la persona giusta. È la sanità trasformata in imbuto: larga nelle promesse, stretta nella pratica, lucrativa per chi vende il passaggio.

L’accusa, allora, deve essere altrettanto chiara: questo sistema produce frode perché produce scarsità governata. Se l’ordinario è attendere mesi, chi offre il “subito” può costruire un mercato.

Se le agende sono poco trasparenti, chi le gestisce può fare il selezionatore. Se la tracciabilità è debole, il contante diventa linguaggio. E se è possibile “registrare dopo”, allora la legalità diventa un timbro da apporre a posteriori, non una regola che previene.

La conseguenza è devastante per il Servizio sanitario nazionale: i cittadini pagano due volte, prima con le tasse e poi con la scorciatoia; chi non può pagare resta in coda; i professionisti corretti vengono travolti da un discredito generalizzato; e la sanità pubblica perde la sua ragion d’essere, che non è offrire un servizio “per chi riesce”, ma garantire un diritto.

Il bilancio dei NAS, se letto davvero, non racconta soltanto che “ci sono reati”: racconta un fallimento insopportabile, ci dice che la cura è soltanto un terreno di rendita. E se diventa rendita, non è solo un problema penale ma politico, una politica fraudolenta mascherata da inefficienza.

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lunedì 5 gennaio 2026

Quando la società e il pubblico ti abbandonano nelle malattie più drammatiche - Roberto Antonio Romano

La sanità pubblica è stata devastata, non solo in Lombardia. Molti servizi vengono dirottati verso il privato, con costi per le famiglie semplicemente insostenibili. Per di più, sembrano essere disponibili quasi esclusivamente le prestazioni più remunerative.

Quando il disturbo bipolare raggiunge livelli insostenibili — ed è una malattia che non si augura a nessuno, nemmeno al peggior nemico — sarebbe lecito aspettarsi che la psichiatria pubblica disponesse almeno di soluzioni temporanee per i casi difficilmente governabili. Così non è.

Proviamo a raccontare un caso concreto. Il 25 dicembre, alle sette del mattino, una persona affetta da disturbo bipolare è uscita di casa convinta di doversi recare al lavoro, vagando per le strade di Mariano Comense. Poco dopo, intorno alle 7.30, l’addetta incaricata di verificare l’assunzione della terapia non lo ha trovato in casa e, comprensibilmente, si è allarmata. Tutte le finestre erano aperte, lasciando presagire il peggio. Fortunatamente — esistono ancora persone di buona volontà — qualcuno lo ha rintracciato e ricondotto a casa, con grande sollievo di tutti.

Episodi simili si sono ripetuti. Durante la notte l’uomo chiama il padre e la madre chiedendo aiuto, disturbando inevitabilmente anche i vicini. Peccato che entrambi i genitori siano morti da tempo. Negli ultimi quindici giorni, inoltre, l’ambulanza è intervenuta almeno cinque volte.

La persona a lui più vicina ha tentato più volte la strada del pronto soccorso di San Fermo, nella speranza di un ricovero in psichiatria. L’esito è sempre stato lo stesso: non sussistono condizioni tali da giustificare il ricovero. È stata coinvolta anche una psichiatra di Como, che ha indicato come necessaria una degenza in una clinica specializzata, ad esempio San Benedetto. La risposta è stata disarmante nella sua franchezza: il Cps ha provato, ma non ci sono posti disponibili. La situazione della psichiatria è drammatica.


Smantellamento del sistema sanitario

La sanità pubblica è stata devastata, non solo in Lombardia. Molti servizi vengono dirottati verso il privato, con costi per le famiglie semplicemente insostenibili. Per di più, sembrano essere disponibili quasi esclusivamente le prestazioni più remunerative.

Per essere chiari: la persona cara avrebbe anche individuato una Rsa a Carugo disposta ad accoglierlo, ma al costo di 3.700 euro al mese, più una sorta di cauzione di 1.500 euro è incompatibile con il reddito disponibile, che consiste in una pensione di invalidità lavorativa.

Esistono anche i cosiddetti servizi alla persona: un operatore per quattro ore al giorno costerebbe circa 2.100 euro mensili. Nemmeno da dirigente della Cgil, né come tecnico della Commissione Industria della Camera dei deputati al fianco di Nerio Nesi, mi è mai capitato di maneggiare cifre simili. Applicando lo stesso metro, avrei dovuto percepire almeno 5-6 mila euro al mese.

Nel frattempo, le manifestazioni della “realtà virtuale” dell’ammalato si intensificano, compromettendo profondamente la vita familiare. La famiglia è consapevole che chi soffre di disturbo bipolare vive una condizione soggettiva incomparabilmente più dolorosa rispetto a quella delle persone care, eppure resta un vuoto, una stanchezza profonda che erode anche le poche certezze rimaste. Maturano pensieri pericolosi: non sono giusti, sono sbagliati. Ma emergono.

Per chi ha lottato per tutta la vita in difesa di ciò che di buono la sanità pubblica offriva, tutto questo rappresenta una sconfitta. Sono sempre stato contrario alla riduzione delle tasse anche per il lavoro dipendente, perché il vantaggio garantito dai servizi pubblici era di gran lunga superiore alla mancia di qualche euro in più in busta paga. Col tempo si è affermata un’idea di uomo e di donna svuotata della necessità di un soggetto terzo capace di garantire un “pavimento” comune, senza il quale una società non può più dirsi tale. La società liberale, il cattolicesimo sociale e persino la mia tradizione familiare socialista sono evaporati.

Ogni tanto leggo di uomini e donne che, travolti dal dramma di queste malattie, cedono e compiono atti che non dovrebbero nemmeno affacciarsi nella mente delle persone perbene. Eppure accadono. Subito dopo arrivano le condanne della politica e della cosiddetta società civile: fratelli, mogli, mariti crudeli; persone che “si sapeva” non si prendevano cura dei più deboli. Si invoca il carcere a vita, se non addirittura la pena di morte.

Ma chi è costretto a farsi carico del disturbo bipolare psichiatrico, con il pubblico ormai assente e al netto del business, ha spesso una sola colpa: aver esaurito tutte le energie disponibili, schiacciato dalla devastazione.

Posso sbagliarmi, possiamo sbagliarci, ma non vedo nessuno disposto a raccogliere il loro grido di dolore. Siamo soli, in balia di eventi incontrollabili. Continuerò a difendere il pubblico e a lottare per la sua riqualificazione. L’ho fatto per ragioni economiche e politiche — resto pur sempre un socialista lombardiano — e ora lo faccio anche come vittima di un sistema che ha perso persino la pietà. Mi dichiaro colpevole di qualunque cosa possa accadere, ma non conosco persone innocenti.

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martedì 2 dicembre 2025

In Italia la spesa pubblica sanitaria è tra le più basse dei Paesi Ocse. E le famiglie pagano di tasca propria molto più degli altri - Francesco Lo Torto

 

I dati del rapporto dell’Ocse. Criticità anche sul numero degli infermieri e sui fattori di rischio per la salute. Risultati positivi sull'aspettativa di vita e le cura delle urgenze

 

Gli ospedali reggono, spesso grazie all’abnegazione e alla preparazione dei professionisti. Il territorio invece cede, incapace di intercettare precocemente i bisogni dei cittadini prima che diventino emergenze. Il quadro dell’Italia che emerge dal rapporto Health at a Glance 2025 dell’Ocse – che analizza i sistemi sanitari di 38 Paesi industrializzati – è quello di uno Stato che ha smesso di investire nel proprio sistema sanitario, scaricando costi e responsabilità sul personale rimasto e sui cittadini. L’Italia spende per la sanità 5.164 dollari pro capite, ben sotto la media Ocse (5.967), un terzo in meno della Francia (7.367) e oltre il 40% in meno della Germania (9.365). Una scelta politica che ha delle conseguenze: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa. La spesa sanitaria “out of pocket” incide per il 3,5% sui consumi domestici. Contro il 2% della Francia e il 2,5% della Germania. Il 48% di questa spesa privata è dedicato all’assistenza ambulatoriale. È il secondo valore più alto dell’area, contro una media Ocse del 22%. Quello che dovrebbe essere garantito dal pubblico, dunque, è sempre più un bene acquistato, anche per via delle lunghe liste d’attesa che spingono chi può verso il privato, e chi non può verso la rinuncia. Facendo scivolare il Servizio sanitario nazionale verso un modello sempre più frammentato e diseguale.

Criticità sui fattori di rischio per la salute

Anche per quanto riguarda i fattori di rischio per la salute, il rapporto identifica e misura le criticità del sistema italiano. Nel nostro Paese vengono prescritti più antibiotici rispetto alla media Ocse ed esiste un serio problema di sedentarietà e di abitudini nocive, soprattutto tra i giovani: siamo terzi per prevalenza di fumatori tra i 15enni (circa il 15%, dopo Ungheria e Bulgaria) e secondi per consumo di alcol tra gli adolescenti, dietro solo alla Danimarca. Per quanto riguarda l’attività fisica, il 45% degli adulti non ne fa abbastanza (la media Ocse è del 30%) e gli adolescenti italiani risultano i meno attivi dell’intera area, con un dato in deciso peggioramento negli ultimi dieci anni. A questi fattori di rischio si aggiunge l’inquinamento: l’esposizione media al Pm 2,5 è di 14,3 microgrammi per metro cubo, anche in questo caso sopra la media Ocse di 11,2 microgrammi.

La crisi degli infermieri

Altro punto critico identificato dal rapporto è quello del personale, in particolare gli infermieri: l’Italia ne ha 6,9 per mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2. In Francia sono 11 e in Germania 13. Una carenza gravissima che indebolisce ospedali, Rsa, servizi domiciliari e sanità territoriale. Senza infermieri non possono esistere le Case di Comunità, così come non può essere garantita un’adeguata assistenza domiciliare o la corretta presa in carico dei pazienti cronici. Il problema, oltreché legato alle condizioni lavorative, è economico: negli altri Paesi Ocse gli infermieri guadagnano in media il 20% in più del salario medio nazionale. In Italia, al contrario, guadagnano meno della media dei lavoratori a tempo pieno. Una condizione che rende la professione poco attraente per i giovani e spinge molti professionisti a emigrare all’estero o a spostarsi nel privato. In futuro la situazione non migliorerà: negli ultimi dieci anni, mentre nei Paesi Ocse il numero di nuovi infermieri cresceva, in Italia i laureati in infermieristica sono diminuiti del 20%. La professione è percepita come faticosa, rischiosa e scarsamente retribuita. Tanto che i posti nelle università restano vacanti a causa della mancanza di candidati.

L’assistenza a lungo termine

Il rapporto fotografa inoltre una fragilità profonda nell’assistenza a lungo termine: il nostro Paese conta solo 1,5 operatori ogni 100 over 65, contro una media Ocse di 5. Un dato che pesa ancora di più se pensiamo che il nostro è uno dei Paesi più anziani al mondo. Critico anche il dato sui posti letto: gli ospedali italiani ne hanno 3 posti ogni mille abitanti, contro i 4,2 della media Ocse e i 5,4 francesi e i 7,7 tedeschi.

Gli indicatori positivi

Nonostante le carenze strutturali, la poca prevenzione e un crescente ricorso alla spesa privata, l’Ssn, con il suo approccio universalistico, mostra ancora dei risultati eccellenti su alcuni indicatori. Il nostro Paese, infatti, continua a figurare tra quelli con la più alta aspettativa di vita al mondo (83,5 anni, ovvero 2,4 in più rispetto alla media) e con un sistema ospedaliero capace di garantire ottimi risultati nella cura delle urgenze, nonostante la profonda crisi in cui versano i pronto soccorso: le mortalità post-infarto e post-ictus sono più basse della media Ocse, così come la mortalità prevenibile e quella curabile. Ma, come evidenzia il report, senza un’inversione di rotta – soprattutto per quanto riguarda gli investimenti sul personale, la prevenzione e il rafforzamento del territorio – l’Italia comprometterà presto anche questi indicatori positivi, che oggi la collocano tra i Paesi più longevi e clinicamente efficaci dell’Ocse.

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sabato 18 ottobre 2025

Il ritorno della Mutua dopo il collasso del SSN - Flavio Bacchetta

La crisi (pietoso eufemismo) del SSN, è il prodotto di politiche che nel corso degli anni hanno costantemente delegato al privato la responsabilità della salute pubblica. Il business della sanità a pagamento ne è la logica conseguenza, con il proliferare di cliniche e consultori privati che stanno progressivamente sostituendo l’assistenza ospedaliera, causando una selezione naturale basata sul possesso del denaro per accedere alle cure. Ciò vale soprattutto nel campo della prevenzione, con i ben noti tempi biblici per accedere agli esami importanti.

L’emorragia del personale ospedaliero – oggi un medico che diserta il pubblico per la libera professione guadagna di media € 20.000 in più all’anno (cfr. Il Codice Rosso di Milena Gabanelli) – e il medico di famiglia rimpiazzato dal medico di base sempre più estraneo al contatto con il paziente (sovente assistito online via Whatsapp) sono i fattori-chiave che hanno causato la fibrillazione dei Pronto Soccorso, intasati da codici bianchi e verdi, a scapito dei casi più gravi che possono subire ritardi anche fatali.

In questo scenario, le assicurazioni assumono un ruolo preponderante, sulla falsariga americana.

Un lusso per il ceto medio basso.

Sono emerse quindi alternative a prima vista più convenienti: le mutue private, in realtà un ritorno al passato.

Il sistema mutualistico, fondato a Torino nel 1828 poi ripreso dal fascismo, era finanziato da casse di previdenza su base corporativa e fu sostituito, con la legge 833 del 1978, dal Servizio Sanitario Nazionale il cui principio è di erogare servizi ai cittadini senza distinzioni di ceto.


No profit a chi?

Health Italia e Mutua MBA, società che fanno parte della sanità integrativa, pur se collegate hanno però ruoli e funzioni diverse, riprese dalla consolidata esperienza della Mutuelle francese: la prima si occupa di convenzioni con strutture sanitarie private, mentre la seconda offre ai propri soci servizi quali check-up, odontoiatria e welfare aziendale, quest’ultimo parte di polizze mirate agli imprenditori sotto forma di bonus per i dipendenti, quali visite ed esami gratuiti.

Nel seminario Victory (€ 80) tenuto a Formello, è stato più volte rimarcato l’aspetto No Profit della mutua a compenso delle lacune dello stato sociale. Se il lato “idealista” della sanità integrativa è ricoperto da MBA, quello “pragmatico” è affidato a Health Italia che con Health Assistance si occupa del rapporto con i fornitori di servizi, cioè le strutture sanitarie convenzionate, e ovviamente del settore vendite, attraverso una fitta rete di “Soci” che oltre a essere essi stessi clienti delle polizze, sono anche “Promotori” dei servizi e quindi procacciatori di nuovi “soci”. È il Network Marketing, un modello di business che si sviluppa vendendo un determinato servizio attraverso la formazione di una rete di clienti, i quali diventeranno a loro volta venditori. Il reclutamento di nuovi elementi procura al procacciatore una commissione sulle vendite di quelli che stanno sotto, accrescendo così il guadagno individuale.

Health Italia ricerca clienti non solo per fargli acquistare polizze, ma anche per formare dei venditori autonomi che a loro volta ne porteranno altri.

A Formello è emersa la prospettiva di guadagni stratosferici, nel quadro di una gerarchia piramidale, dove i vertici guadagnano sempre di più come il cerchio si allarga sotto: titoli anglofoni altisonanti, come Junior Advisor, 20% in più di spettanze già dal 2° anno. Senior Trainer 30%, Sales Trainer 40%, Team Trainer 45%, Project Manager 50%.

Quest’ultimo dopo 10 anni potrebbe arrivare a € 70.000-90.000 annui; sono proiezioni più che cifre reali, ma i presenti

sognano a occhi aperti, mentre sudano nelle uniformi in giacca e cravatta.

Manca solo il Megadirettore Galattico di fantozziana memoria ma il suo spirito aleggia. Secondo il relatore, la sanità integrativa ha fatturato 40 miliardi solo nel 2024. Su 32 mutue attive in Italia, e 250 milioni di raccolta annua, Mutua MBA fa la parte del leone con 90 milioni.

Health Italia è quotata in Borsa su Euronext Growth Milan. Una sua azione costa oggi € 280, con picchi precedenti a € 430; la distribuzione dividendi di maggio agli azionisti, attraverso quote della consociata Rebirth Spa, ha raggiunto € 5.465.664. Il budget del Business Plan 2024-2026: ricavi tra 50 e 52 milioni di euro; EBITDA (Margine Operativo Lordo) tra 12 e 14 milioni di euro e Cassa Netta tra 15 e 16 milioni di euro.

Niente male per una No Profit, direi.

A colloquio con i “fornitori”

Il circuito delle strutture convenzionate con Health Assistance comprende migliaia di nominativi, centinaia solo a Roma nel raggio di 10km.

Ci sono dentro nomi prestigiosi come USI, l’Ospedale Israelitico e Villa Mafalda, la clinica dei benestanti nel quartiere Trieste, che ho contattato: senza autorizzazione del medico di Health Italia, si paga la tariffa piena: € 500 per una colonscopia.

Dopo 40 giorni, tolta la franchigia, saranno rimborsati € 265.

Da Verona il promotore mi conferma le cifre, precisando però che con il nulla osta del dottore all’esame si paga solo € 25, quota fissa a prestazione.

La franchigia si applica per quelle prenotate direttamente dal socio, esibendo il tesserino MBA rilasciato al momento del pagamento della polizza.

Dal riepilogo garanzie MBA risulta che la polizza singola al costo di € 2.265 per anno comprende una copertura massima di € 3.500 che aumenta gradualmente arrivando a € 7.000 al 10°anno di adesione ininterrotta. Si possono aggiungere familiari: per il coniuge la quota è € 635 annui, ogni figlio sono 380, più 25 a testa per la quota Mutua MBA, come da parametri Ebil, Ente Bilaterale Imprese e Lavoratori con cui MBA è collegata. La mutua concede una visita annua di TeleMedicina gratuita tramite Health Point di Formello.

Le cure oncologiche prevedono un supporto di € 1000 annuo, che può arrivare fino a 3000, ma solo dopo 5 anni di pagamento ininterrotto.

Le cure dentistiche e oftalmiche hanno un supporto massimo di € 350 annui, cifra irrisoria visto quanto costano queste prestazioni al paziente. Malgrado ciò, ottici e dentisti rappresentano una percentuale importante del circuito.

L’incongruenza più pesante è proprio nella parte che distingue il gruppo dalle altre assicurazioni sanitarie: Health Italia prende a carico anche anziani, senza limiti di età e con patologie pregresse.

Peccato che costoro potranno usufruire dei rimborsi A PARTIRE DAL 4° ANNO di polizza, pagata senza interruzioni.

D’altra parte gli anziani oggi non hanno molte alternative: le assicurazioni classiche dopo una certa età non se li prendono a carico, per cui o pagano di tasca propria agli intramoenia potendoselo permettere, oppure si mettono in coda. Aspettando Godot.

Conclusioni

A una prima analisi, il progetto Mutua MBA solleva perplessità relative più al metodo che alle finalità, che rimangono legate al principio di offrire coperture sanitarie a costi più contenuti rispetto alla concorrenza, estese anche agli over 65 che solitamente sono esclusi dalle assicurazioni private.

Sebbene alcuni bonus gratuiti come la visita annua di TeleMedicina e i 350 euro di sconto sulle cure odontoiatriche siano stimolanti, rimangono una misura simbolica a fronte dei costi da affrontare per interventi importanti del dentista o del dermatologo: la USI di Pietralata mi ha confermato che, se le visite dermatologiche sono convenzionate, rimangono fuori le procedure più costose quali asportazione di tumori cutanei.

Riguardo i denti, nel riepilogo garanzie MBA si legge chiaramente che “sono escluse le prestazioni relative o finalizzate a cure odontoiatriche, ortodontiche e protesi dentarie salvo specifiche deroghe previste dal sussidio” e le stesse limitazioni si estendono alle cure oculistiche. Cioè rimane insufficiente il servizio alternativo della mutua alle carenze storiche del SSN in quei settori.

Riguardo al metodo, lo schema a piramide della sezione commerciale che privilegia i livelli più alti della gerarchia, i quali realizzano guadagni extra dagli sforzi dei

venditori che hanno sotto il loro controllo, oltre a essere amorale, rischia di influenzare pesantemente la lucidità dei promotori quando devono spiegare alla potenziale clientela i punti salienti delle garanzie: costoro per la frenesia del guadagno, e anche per ammortizzare il costo della polizza sottoscritta per statuto, rischiano di omettere volutamente passaggi delicati come quello delle malattie pregresse, pur di chiudere il contratto. Ancora una volta, gli anziani sono i più esposti a questo rischio, se a essi non viene spiegato chiaramente che usufruiranno dei rimborsi solo dopo i primi 3 anni di polizze pagate.

La perplessità più grande riguarda il fatto che quest’ulteriore passo verso la sanità privata possa accelerare il decesso del servizio sanitario pubblico. Guai se il nostro attuale governo, già genuflesso agli interessi privati, dovesse avallare questo progetto mutualistico per ridurre ancora i fondi di supporto al SSN: sarebbe il ritorno a un passato corporativo ormai obsoleto.

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