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domenica 26 luglio 2026

Nuoro: studente di 18 anni, vittima di omicidio sul lavoro. Non è stata una fatalità


Fabrizio Pittalis (foto da pagina Facebook di Potere al popoplo! - Cagliari)
Oggi, 24 luglio, Fabrizio Pittalis, uno studente di soli 18 anni, è stato vittima di un omicidio sul lavoro. Abbiamo normalizzato così tanto lo sfruttamento da trovare normale che un ragazzo, che doveva ancora sostenere l’esame di maturità, venisse impiegato da un’azienda di stoccaggio e gestione dei rifiuti a Oniferi, in provincia di Nuoro.
Secondo le prime ricostruzioni, Fabrizio è stato colpito alla testa dalla benna di un muletto guidato da un collega. Un collega che è a sua volta vittima di questa assurda normalizzazione: lo storico disprezzo per la vita di operai e operaie che caratterizza la classe padronale al vertice delle aziende, davanti al quale lo Stato non pone alcun argine.
Ecco, se la notizia della morte di Fabrizio l’avessimo data noi, l’avremmo scritta così. In maniera molto più aderente alla realtà. Ma sui mezzi di comunicazione assistiamo alla solita normalizzazione: è tutto un fiorire di “tragedie” e “incidenti”, quando non addirittura di fatalità.
In poche testate si chiedono la cosa più importante: cosa ci faceva uno studente che non ha ancora finito la scuola alle 6:30 del mattino in un impianto industriale di quel tipo? Fabrizio studiava all’Istituto Don Deodato Meloni di Oristano, che elenca tra i propri indirizzi quello agrario e quello alberghiero, insieme a odontotecnica e moda. Ma il mondo del lavoro oggi è questo, un ricatto quotidiano: prendi quello che c’è, magari solo perché ti aiuta a coltivare le tue passioni, come quella grande di Fabrizio per i cavalli.
Nel 2025 sono state 27 le persone che, in Sardegna, sono uscite di casa per andare a guadagnarsi lo stipendio e che a casa non sono mai tornate. Ormai è normale accettare che il profitto valga più della sicurezza, che le nostre vite vengano sacrificate sull’altare del mercato e che la nostra incolumità sia considerata solo una spesa da tagliare.
Come dice il nostro portavoce Giuliano Granato nel commentare la morte di Fabrizio: “In un Paese che ha introdotto l’omicidio nautico è indicativo che non esista ancora il reato di omicidio sul lavoro né una procura ad hoc.” Infatti, se almeno allo Stato e ai governi, quello attuale e quelli che lo hanno preceduto, fosse interessato qualcosa delle vite di chi lavorando manda avanti questo Paese, avrebbero già istituito questo reato.
Avrebbero dato più poteri e strumenti sia agli ispettorati del lavoro sia alla figura di RLS, che rappresenta lavoratori e lavoratrici nei luoghi di lavoro proprio in materia di sicurezza. Avrebbero inoltre cancellato tutti i contratti precari che ci costringono ad abbassare la testa e ad accettare qualunque condizione.
In questo momento a noi rimane solo da esprimere vicinanza alla famiglia di Fabrizio. Ma da subito, e come abbiamo fatto finora, continueremo a lottare e dare battaglia contro questa normalizzazione, perché le vite di lavoratori e lavoratrici contino e siano rispettate.

Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità.

Potere al Popolo! – Cagliari

venerdì 7 aprile 2023

La piaga del lavoro minorile in Italia. Il Rapporto di Save the Children - Giovanni Caprio

 

Il lavoro minorile è un fenomeno globale che non risparmia l’Italia. Un fenomeno diffuso ma ancora in larga parte sommerso e invisibile. Il Rapporto di Save The Children presentato stamani a Roma stima che in Italia 336mila minorenni tra i 7 e i 15 anni abbiano avuto esperienze di lavoro, quasi 1 minore su 15. Tra i 14-15enni che dichiarano di svolgere o aver svolto un’attività, il 27,8% ha svolto lavori particolarmente dannosi per i percorsi educativi e per il benessere psicofisico, perché percepiti dagli stessi intervistati come pericolosi, perché svolti in orari notturni o perché svolti in maniera continuativa durante il periodo scolastico. Stiamo parlando di alcuni tra i dati raccolti da “Non è un gioco”la nuova indagine sul lavoro minorile in Italia che, dalle stime, riguarderebbe circa 58mila adolescenti. La ricerca evince anche una relazione positiva tra lavoro minorile e dispersione scolastica: un circolo vizioso di povertà ed esclusione.

In Italia per legge è possibile per gli adolescenti iniziare a lavorare a 16 anni, avendo assolto l’obbligo scolastico, ma dall’indagine emerge che quasi un 14-15enne su cinque svolge o ha svolto un’attività lavorativa prima dei 16 anni, rischiando così di compromettere i percorsi educativi e di crescita. L’assenza nel nostro Paese di una rilevazione statistica sistematica sul lavoro minorile non consente di definire i contorni di questo fenomeno e di intraprendere azioni efficaci di contrasto.

I settori prevalentemente interessati dal fenomeno del lavoro minorile sonola ristorazione (25,9%); la vendita al dettaglio nei negozi e attività commerciali (16,2%); le attività in campagna (9,1%) e in cantiere (7,8%); le attività di cura con continuità di fratelli, sorelle o parenti (7,3%). Non mancano neppure nuove forme di lavoro online (5,7%), come la realizzazione di contenuti per social o videogiochi, il reselling di sneakers, smartphone e pods per sigarette elettroniche. Nel periodo in cui lavora, più della metà degli intervistati lo fa tutti i giorni o qualche volta a settimana e circa 1 su 2 lavora più di 4 ore al giorno.

Cosa spinge ragazzi e ragazze ad intraprendere percorsi di lavoro?

Soprattutto l’avere soldi per sé (56,3) e la necessità o volontà di offrire un aiuto materiale ai genitori (32,6%). Il 38,5% afferma di lavorare per il piacere di farlo, un dato non trascurabile. Il livello di istruzione dei genitori, in particolare della madre, è significativamente associato al lavoro minorile. L’indagine evidenzia anche come la percentuale di genitori senza alcun titolo di studio o con la licenza elementare o media sia significativamente più alta tra gli adolescenti che hanno avuto esperienze di lavoro, un dato che deve far riflettere sulla trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione. Inoltre, dai dati della ricerca emerge che la maggioranza dei minori (53,8%) che dichiara di aver lavorato durante l’ultimo anno o in passato, ha iniziato dopo i 13 anni, mentre il 6,6% prima degli 11 anni e che circa due terzi dei minorenni che hanno sperimentato forme di lavoro sono di genere maschile (65,4%) e il 5,7% ha un background migratorio.

Dall’indagine “Non è un gioco” è emerso poi che tra i 14-15enni intervistati che lavorano, quasi 1 su 3 (29,9%) lo fa durante i giorni di scuola e tra questi il 4,9% salta le lezioni per lavorare. Dai dati si evince che la percentuale di minori bocciata durante la scuola secondaria di I o di II grado è quasi doppia tra chi ha lavorato prima dei 16 anni rispetto a chi non ha mai lavorato. Il lavoro minorile può anche influenzare la condizione futura di giovani NEET (Not in Education, Employment, or Training), alimentando la trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione sociale. I ragazzi e le ragazze di età compresa tra 15 e 29 anni in questa situazione in Italia sono più di 1 milione e 500mila nel 2022, il 19 % della popolazione di riferimento, con un valore in Europa secondo solo a quello osservato in Romania.

La ricerca dedica attenzione anche ai minori coinvolti nel circuito di giustizia minorile, evidenziando che tra questi emerge tra l’altro un altissimo tasso di dispersione scolastica: sono frequenti i casi di abbandono precoce della scuola, così come percorsi di insuccesso scolastico che si traducono in elevate assenze e bocciature.

Di fronte a tali dati Save the Children chiede la ricostituzione immediata della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, l’avvio di un’indagine conoscitiva sul lavoro minorile e la dispersione scolastica e interventi diretti a partire dai territori più deprivati per rafforzare le reti di monitoraggio, per sostenere i percorsi educativi e formativi e per contrastare la povertà economica ed educativa con un’azione sinergica delle istituzioni e di tutti gli attori sociali ed economici.

Ad accompagnare il lavoro di analisi vi sarà il podcast “Non è un gioco”, realizzato da Save the Children in partnership con Will Media. Per quattro settimane si potranno ascoltare approfondimenti sul tema del lavoro minorile in Italia, partendo da una visione generale e dai dati del fenomeno, concentrandosi sugli aspetti di correlazione con la dispersione scolastica, sulle forme più dannose di lavoro minorile e sul mondo della giustizia minorile.

Per approfondimentihttps://datahub.savethechildren.it/ .

Per scaricare il Rapporto completohttps://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/non-e-un-gioco_1.pdf

da qui