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lunedì 7 luglio 2025

Lo Squalo della Groenlandia, quando il tempo non conta.

 

Per lo Squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) il tempo è un dettaglio.

Si stima che possa vivere fino a 4-500 anni, grazie molto probabilmente alla suo lento metabolismo, favorito dalle gelide acque dei mari artici dove vive.

Per quel poco che si conosce della sua vita quotidiana, pare che sia estremamente tranquilla.

Potrebbe insegnar qualcosa anche a noi umani, no?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Mare

da Kodami, 9 luglio 2023

Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus).

Lo squalo della Groenlandia è un grande squalo della famiglia Somniosidae. Vive nelle fredde acque del Nord e per questo è chiamato anche squalo artico. Famoso per la sua longevità, può raggiungere i 400 anni. Perché viva così a lungo rimane però ancora un mistero. (Claudia Negrisolo)

Lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) è un animale appartenente alla famiglia Somniosidae. Data la sua distribuzione nelle fredde acque del Nord, è noto anche con il nome di squalo artico. Si tratta di una specie di grandi dimensioni, famosa soprattutto per la longevità. Secondo uno studio del 2019, condotto dal Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università di Windsor (Canada), infatti, lo squalo della Groenlandia raggiunge in media 272 anni di età e, in alcuni casi, può sfiorare i 400 anni.

Come è fatto lo squalo della Groenlandia

Lo squalo della Groenlandia è di colore grigio tendente al marrone, con bande scure trasversali e piccole macchie chiare e scure su tutto il dorso. La pelle è ruvida e presenta piccoli dentelli appuntiti. Ha il muso corto e arrotondato e due pinne dorsali di dimensioni uguali tra loro. Il corpo, dalla forma cilindrica, raggiunge mediamente i 4 metri e 20 centimetri, ciò nonostante, secondo quanto descritto dallo Shark Research Institute, sono stati individuati soggetti di dimensioni molto maggiori che, in alcuni casi, superano i 7 metri di lunghezza e i 1000 chili di peso.

Si tratta di animali dalla crescita molto lenta e, generalmente, le femmine raggiungono dimensioni superiori rispetto ai maschi. Secondo quanto riportato in uno studio condotto nel 2017 presso l’Università di Copenhagen, un soggetto pescato accidentalmente per ben due volte negli anni Sessanta del secolo scorso, ha presentato una crescita di 8 centimetri in circa 16 anni, ovvero mezzo centimetro all’anno.

Habitat e distribuzione

Lo squalo della Groenlandia vive prevalentemente nelle acque fredde e profonde dell’Oceano Atlantico settentrionale e dell’Oceano Artico. Talvolta può raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti, ma molto più spesso si muove nelle zone esterne della piattaforma continentale e della scarpata continentale superiore, tra la Baia di Baffin (che separa il Canada settentrionale dalla Groenlandia), il Mare di Barents (a Nord della Scandinavia, fino alle isole Svalbard) e il Mare del Nord.

Può raggiungere i 1200 metri di profondità e predilige acque caratterizzate da temperature tra gli 0,6 e i 12°C. Durante l’inverno artico tende a spostarsi verso la costa, dove frequenta foci dei fiumi e baie.

Alimentazione

Secondo una ricerca pubblicata nel 2016 condotta dal Norwegian Polar Institute, nella zona di Kongsfjorden, vicino alle isole Svalbard, gli squali della Groenlandia si nutrono di numerose specie di foche per circa il 40% del totale della dieta. Possono inoltre predare balenottere minori (Balaenoptera acutorostrata), merluzzi atlantici (Gadus morhua), lupi di mare (Anarhichas lupus) ed eglefini (Melanogrammus aeglefinus). Da un’analisi svolta sul contenuto degli stomaci degli squali, è emerso che molte prede (fino ad un massimo di circa 8 chili) vengono inghiottite intere.

Per i ricercatori, inoltre, si tratta di una specie che nuota molto lentamente (mediamente a 0,34 m/s), il che porta a supporre che sia in grado di avvicinarsi in maniera estremamente silenziosa e che prediliga prede deboli, ferite, già morte, oppure intente a dormire.

Gli squali della Groenlandia riescono a nutrirsi nonostante un piccolo parassita (Ommatokoita elongata) capace di mettere quasi completamente fuori uso il bulbo oculare della maggior parte degli adulti, rendendoli quasi completamente ciechi. Oltre ad impedirne la vista, però, stando a quanto riportato sul sito del Florida Museum of Natural History, fornisce loro un vantaggio nella caccia, grazie alla sua bioluminescenza.

Riproduzione

Uno studio pubblicato nel 2020 e condotto dal Greenland Institute of Natural Resources di Nuuk ha dimostrato che lo squalo della Groenlandia è una specie vivipara e non ovovivipara, come per molto tempo si è creduto. Il numero di piccoli varia da 1 a circa 10 per ogni gravidanza e anche questo aspetto è stato rivelato solo recentemente.

Sebbene non sia mai stato osservato l’accoppiamento, alcune femmine sono state rinvenute con cicatrici sulle pinne caudali. Questo indizio porta a supporre che, come avviene in molte specie di squali, prima dell’atto vengano morse dai maschi.

Trattandosi di una specie estremamente longeva, è molto difficile valutare con precisione a che età gli squali della Groenlandia raggiungano la maturità sessuale, ma si suppone che ciò avvenga intorno ai 150 anni.

La longevità dello squalo della Groenlandia

Lo squalo della Groenlandia è il vertebrato più longevo del mondo e, secondo uno studio condotto dall’Università di Copenhagen e pubblicato nel 2016, può arrivare a sfiorare i 400 anni di età. Perché lo squalo della Groenlandia viva così a lungo rimane ancora un mistero per i ricercatori e il dato è in realtà una stima che potrebbe venire corretta in futuro. A favorire la longevità è probabilmente proprio l’ambiente in cui vive l’animale. L’acqua fredda, infatti, potrebbe rallentare sia la crescita che le attività biologiche, allungandogli la vita.

Per rilevare là longevità degli squali della Groenldandia, gli studiosi hanno raccolto il corpo di numerosi esemplari morti e ne hanno poi analizzato il cristallino degli occhi, dove sono conservate grandi quantità di carbonio-14. Il dato riguardante la presenza della sostanza è stato poi incrociato con la dimensione dei soggetti, permettendo di risalire alla durata della loro vita.

La carne tossica dello squalo della Groenlandia

A causa della presenza di una neurotossina, ovvero l’ossido di trimetilammina, la carne dello squalo della Groenlandia è tossica e, se ingerita da cruda, può provocare effetti simili a quelli di una forte ubriacatura. Ciò nonostante, in alcuni paesi del Nord, le popolazioni locali hanno trovato il modo di renderla commestibile. Il kæstur hákarl, ad esempio, è una ricetta tipica dell’Islanda e consiste in bocconcini di carne di squalo essiccati e fermentati. Prima della cottura, corpo dell’animale viene mantenuto per alcune settimane sotto la sabbia e ricoperto da pietre pesanti. Grazie alla pressione, i fluidi (tra i quali l’acido urico) fuoriescono e, dopo qualche mese di essiccazione, l’animale diviene infine consumabile.

Svelato il segreto della longevità degli squali della Groenlandia.

I ricercatori hanno scoperto che gli squali della Groenlandia vivono fino a 500 anni grazie a un metabolismo costante che non diminuisce con l’età, mantenendo così energia e capacità di riparazione cellulare negli anni. (Yuri Digiuseppe)

da qui

lunedì 31 marzo 2025

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica chiede un lungo elenco di integrazioni sul progetto di centrale eolica flottante Mistral - Stefano Deliperi

 

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Commissione tecnica VIA/VAS ha chiesto (nota prot. n. 1278 del 31 gennaio 2025) alla Società Parco Eolico flottante Mistral s.r.l. (Gruppo Acciona) un lungo elenco di approfondite integrazioni al progetto e allo studio di impatto ambientale nell’ambito del procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) relativo al progetto di centrale eolica “Parco eolico flottante Mistral”, proposto dalla Parco Eolico flottante Mistral s.r.l. (Gruppo Acciona) nel Mar di Sardegna.

Le richieste d’integrazione riguardano praticamente l’intero progetto e l’intera documentazione depositata a supporto della richiesta di pronuncia di compatibilità ambientale. In estrema sintesi:

* schede tecniche e modalità operative delle strutture che dovranno ospitare gli aerogeneratori;

* la fattibilità tecnico-economica del progetto;

* le potenziali criticità realizzative;

* la compatibilità con i “Piani di Gestione dello Spazio Marittimo Italiano dell’Area Marittima interessata dal progetto” ora vigenti;

* le soluzioni tecniche per i cavidotti e i collegamenti con la rete elettrica nazionale;

* la reale ed attuale situazione delle aree terrestri interessate dal progetto, comprese le zone percorse da incendi;

* gli effetti sul microclima locale (aumento della temperatura e della nebbiosità, ecc.) e sull’ondosità;

* problematiche occupazionali in fase di realizzazione, gestione e dismissione;

* realizzazione di una “Relazione geologica integrativa, in cui sia valutata e dichiarata la piena compatibilità ambientale di tutte le opere in progetto (Area impianto offshore, cavidotto di collegamento offshore e opere di connessione alla RTN onshore) in ordine agli aspetti geologici, geomorfologici, idrogeologici e sismici”;

* analisi dettagliata su tutte le fonti idriche a uso potabile e il relativo impatto diretto e indiretto conseguente alla realizzazione dell’opera;

* analisi puntuale del consumo di fondale generato da aerogeneratori e cavidotti;

* analisi specifica dei campi elettromagnetici prodotti;

* analisi dell’impatto delle vibrazioni sugli ambienti terrestri e sulla fauna marina;

* analisi dell’impatto del rumore sulla fauna marina e il potenziale danno arrecato;

* profonde integrazioni al piano di monitoraggio ambientale;

* indicazione puntuale delle misure di compensazione;

* predisposizione di adeguate foto simulazioni dell’impatto paesaggistico a terra e a mare degli impianti in progetto da vari punti di vista di rilievo ambientale e storico-culturale, anche con la predisposizione di un portale web aperto al pubblico e la proposta di efficaci misure di mitigazione;

* caratterizzazione dei sedimenti connessi alla sistemazione di cavi e cavidotti;

* indicazione puntuale dell’area interdetta alla navigazione, che comunque dovranno esser oggetto di interlocuzioni e valutazioni internazionali, in quanto riguardanti zone di mare attualmente escluse dalla giurisdizione italiana;

* individuazione e valutazione degli impatti cumulativi con analoghi progetti;

* analisi di dettaglio degli impatti degli ancoraggi;

* analisi dettagliata sugli impatti sull’avifauna e sulla fauna marina (attualmente assenti), anche in considerazione delle opere a terra;

* valutazioni sull’eventuale riduzione degli aerogeneratori e su alternative di posizionamento;

* analisi e valutazioni specifiche sugli impatti su specie faunistiche e botaniche protette nonché sulle aree ricadenti della Rete Natura 2000;

* controdeduzioni alle numerose osservazioni presentate da soggetti pubblici e privati (ben 36 atti).

In ogni caso, si ricorda che “l’area individuata dal Proponente risulta essere collocata, all’attualità, al di fuori delle acque territoriali dello Stato e che la Repubblica Italiana non ha ancora compiutamente definito la propria ZEE (Zona Economica Esclusiva), prevista dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare ‘”United Nations Convention on the Law of the Sea’,’”UNCLOS’) e richiamata nell’ordinamento dalla legge 14 giugno 2021, n. 91 e in conformità a quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare sopra richiamata, autorizzata l’istituzione di una zona economica esclusiva a partire dal limite esterno del mare territoriale italiano e fino ai limiti determinati a norma di legge; pertanto, alla luce delle considerazioni preliminari sopra richiamate, il procedimento in essere, pur proseguendo nel suo inter-istruttorio, resterà subordinato alle determinazioni che vorrà assumere il Governo in ordine alle scelte operate in campo internazionale e, segnatamente, alla definitiva proclamazione della ZEE nell’area in esame”.

Come si può capire agevolmente, progetto e studio d’impatto ambientale presentati lasciano parecchio a desiderare, con gravi rischi per il mare, la fauna marina, le tante attività umane che sul mare si svolgono.

Il progetto di centrale eolica offshore flottante “Mistral” prevede la realizzazione di una centrale eolica off shore, con 32 “torri eoliche” altre più di 200 metri, su una superficie marina di centinaia di ettari, a circa 35 chilometri (circa 19 miglia marine) dalla costa della Sardegna Nord Ovest.

La potenza prevista è di 15 MW per ciascuna “torre eolica flottante” per complessivi 480 MW, mentre la durata prevista della centrale eolica sarebbe di 30 anni e il cavidotto di collegamento dovrebbe approdare sulla terraferma sulla costa algherese, da dove parte un nuovo elettrodotto verso stazioni elettriche e la stazione di connessione alla rete di Ittiri (da potenziare).

Il GrIG era già intervenuto con specifico atto di opposizione (28 giugno 2022), avverso il rilascio della richiesta concessione demaniale marittima trentennale in assenza di qualsiasi atto autorizzativo.

Ora, non rilasciata la concessione demaniale marittima, è stata richiesta la pronuncia di compatibilità ambientale, la procedura di V.I.A. – nella quale il GrIG è intervenuto (30 luglio 2024) con specifico atto di “osservazioni” –  è in corso.

A breve potrebbe esser avviato il procedimento di V.I.A. anche per un altro progetto di centrale eolica offshore flottante in parte sovrapponibile, il progetto “Sardinia North West”, nei mari della Sardegna nord occidentale, al largo di Capo Caccia,che ha concluso la procedura preventiva di individuazione dei contenuti dello studio di impatto ambientale (scoping).

In un’area di mare di 382 chilometri quadrati in concessione, 27 strutture di fondazione galleggianti a forma triangolare ancorate al fondale, dotate ciascuna di n. 2 aerogeneratori, ciascuno con potenza nominale di 25 MW ciascuno, per un numero totale di 54 aerogeneratori e una potenza totale dell’impianto pari a 1.350 MW; cavidotti, cabine di trasformazione, collegamenti terrestri alla rete per una quarantina di chilometri da Alghero fino a Cabu Aspru, nel territorio comunale di Sassari.

Anche in questo caso il GrIG era già intervenuto con specifico atto di opposizione (24 agosto 2022), avverso il rilascio della richiesta concessione demaniale marittima trentennale in assenza di qualsiasi atto autorizzativo.

Il GrIG da un lato è favorevole alla produzione energetica da fonti rinnovabili, ma è assolutamente contrario a ogni ipotesi di speculazione energetica.

Qualche sintetica considerazione sulla speculazione energetica in corso in Italia è stata svolta autorevolmente dalla Soprintendenza speciale per il PNRR, che, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “… è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024)”, cioè 4,7 volte l’obiettivo previsto a livello europeo.

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria.  

Il fenomeno della speculazione energetica, oltre che in Sardegna, è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sicilia, sui crinali appennnici.

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 dicembre 2024 risultano complessivamente ben 6.071, pari a 348,62 GW di potenza, suddivisi in 3.881 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 152,21 GW (43,66%), 2.057 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 109,94 GW (31,53%) e 133 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 86,48 GW (24,81%).

Un’overdose di energia potenziale che non potrebbe esser nemmeno esser consumata. Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè soldi che usciranno dalle tasse dei contribuenti).

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche, che – oltre ai certificati verdi e alla relativa commerciabilità, nonchè agli altri incentivi – beneficiano degli effetti economici diretti e indiretti del dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna s.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: In particolare, riguardo gli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, “se necessario, Ternainvia specificiordiniperridurreo aumentare l’energia immessa in rete alle unità di produzione”, ma l’energia viene pagata pur non utilizzata.

 I costi del dispacciamento sono scaricati sulle bollette degli Italiani.

Inoltre, la Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”.   In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.

Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.

Insomma, siamo all’overdose di energia producibile da impianti che servono soltanto agli speculatori energetici.

Il GrIG ha avanzato la proposta della verifica nazionale del quantitativo di energia elettrica realmente necessario e della successiva pianificazione statale in base ai reali fabbisogni energetici delle aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), successivamente da assegnare mediante bandi pubblici al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

La prima cosa necessaria, a breve termine, sarebbe una moratoria nazionale (non regionale, già dichiarata costituzionalmente illegittima con sentenza Corte cost. n. 27/2023), una sospensione di qualsiasi autorizzazione per nuovi impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili.  Oltre l’individuazione normativa delle aree idonee e inidonee a breve termine, a medio termine, è certamente necessario completare il processo di pianificazione paesaggistica.

Il GrIG ha recentemente promosso in proposito la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!, che ha ormai superato le 21 mila adesioni, dove sono esposte chiaramente le ragioni perché si possano finalmente pianificare gli interventi di una vera e condivisa transizione energetica senza stravolgere superstiti aree agro-naturalistiche, eccellenze alimentari, campi, pascoli, boschi, coste, crinali, avifauna, siti archeologici, beni artistici e culturali, sentieri, cammini, ciclovie, itinerari turistici enogastronomici scampati ad un vorace consumo di suolo e ora gravemente minacciati da questa arrembante deriva affaristica mascherata di verde e senza rischio d’impresa perchè incentivata con le nostre bollette.

da qui

mercoledì 26 marzo 2025

Presa “elettrica” diretta - Grig

La petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui.

Ci risiamo.  

Dopo Far West ecco Presa Diretta.  

Dopo Salvo Sottile, ecco Riccardo Jacona.

Trasmissioni del servizio pubblico televisivo (RAI 3), supportate quindi con il canone pagato dai contribuenti, che fanno da megafono per la realizzazione di centrali di produzione energetica da fonti rinnovabili senza se e senza ma, cioè pura speculazione energetica.

A ‘sto punto sembra proprio una scelta di campo piuttosto netta da parte di un giornalismo d’inchiesta che appare più una velina d’interessi politico-industriali.

Che pena.

Mai che a ‘sto giornalismo d’inchiesta venga in mente, per esempio, di far vedere l’altra faccia della transizione energetica in corso in Cina, tanto decantata quanto poco indagata.

Vediamo un po’.

Alla recente  COP 29 di Baku, la 29^ Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Baku, Azerbaijan, 11 – 22 novembre 2024), come sempre, l’Italia ha fatto la sua parte e ha sottoscritto l’appello volontario per la messa al bando del carbone per la produzione energetica insieme numerosi Paesi, fra cui la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, il Canada, l’Australia, l’Angola, l’Uganda, l’Etiopia: “i firmatari promettono chei loro prossimi piani climatici non includeranno alcuna nuova centrale elettrica alimentata a carbone senza cattura di CO2”.

L’Italia abbandonerà l’utilizzo del carbone a fini di produzione energetica nel 2025, con l’eccezione della Sardegna, dove l’utilizzo cesserà fra il 2026 e il 2028.

Cina (30,00%), U.S.A. (11,25%) e India (7,80%) – cioè i primi tre grandi “produttori” di CO2 al mondo (complessivamente il 49,5% delle emissioni nel 2023) – non aderiscono alla dismissione del carbone.

E abbiamo detto tutto.

Cina, Stati Uniti, India, Unione Europea (27 Stati), Russia e Brasile sono i Paesi che emettono più CO2 al mondo. Insieme, rappresentano il 49,8% della popolazione mondiale, il 63,2% del P.I.L. globale, il 64,2% del consumo di combustibili fossili e il 62,7% delle emissioni globali di CO2 fossile (Commissione europea, CO2 emissions of all world countries, 2024 Report).

Nel 2023 la Cina ha emesso 15.943,99 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (in sistematica crescita dal 1990, + 411%), il 30% delle emissioni globali mondiali, l’Italia ha emesso 374,12 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (in drastica diminuzione dal 1990, – 27%), lo 0,71% delle emissioni globali mondiali.

L’International Energy Agency (IEA), nel World Energy Outlook del 2023, sottolinea come il governo cinese preveda di arrivare al picco delle emissioni nel 2030, per cui non possiamo che prevedere ulteriori aumenti delle emissioni cinesi di CO2.

E’ ben chiara la follìa di chi vorrebbe in Italia una transizione energetica votata al proliferare senza se e senza ma di centrali eoliche, centrali fotovoltaiche, centrali a biomassa in spregio a qualsiasi salvaguardia del territorio: anche se l’Italia scendesse allo 0,5% delle emissioni globali mondiali di CO2 per la nostra Terra non cambierebbe un bel niente.

Il Consiglio di Stato l’ha ricordato in questi giorni con la  sentenza Sez. IV, 5 marzo 2025, n. 1872.

E ha ragione da vendere il magistrato amministrativo Paolo Carpentieri con il suo forte richiamo al buon senso che dovrebbe guidarci tutti nella transizione ecologica ed energetica: “...è del tutto inutile auto-distruggere qui e ora, subito, i nostri paesaggi, coprendoli di pale eoliche e di campi fotovoltaici, mentre il resto del mondo non fa nulla (anzi, continua a crescere con un’esplosione demografica fuori controllo). È come voler svuotare il mare con un cucchiaino.”.

Per questi motivi, a puro titolo d’esempio, è semplicemente criminale voler assediare la reggia nuragica di Barumini con cinque centrali eoliche e svariate centrali fotovoltaiche, per non parlare (sempre a puro titolo di esempio) della Sardegna inquinatrice d’Italia, una fesseria buona solo per chi si rifiuta di ragionare.

Il fenomeno della speculazione energetica, oltre che in Sardegna, è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sicilia, sui crinali appennnici…

continua qui

 

lunedì 27 gennaio 2025

Il Lupo e la Volpe - Grig

Piccola finestra di etologia sul Lupo (Canis lupus) e la Volpe (Vulpes vulpes).

La pagina Facebook Io non ho paura del Lupo ha pubblicato (14 gennaio 2025) un interessante resoconto su un particolare rapporto intraspecifico fra Lupo e Volpe.

Eccolo.



Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

La volpe e il lupo.

Nel video, registrato alcuni giorni fa, assistiamo a una scena curiosa: una volpe segue un lupo, il maschio riproduttore di uno dei branchi monitorati in alta valle del Taro. Non è la prima volta che accade, qualche mese fa, infatti, avevamo già assistito alla stessa scena.

Il lupo, tranquillo e sicuro, è ben consapevole di essere seguito ma si comporta come se la volpe non ci fosse: ispeziona e marca su un sito di marcatura “senza degnarla di uno sguardo” se non per voltarsi un attimo verso di lei giusto prima di proseguire il cammino.

Ma cosa sta succedendo? E perché una volpe segue un lupo? Forse perchè si è perdutamente innamorata? O forse perchè sta pensando: “Meglio stare vicino al capo, non si sa mai!”  Certamente la volpe, non è lì per caso, e se segue il lupo una ragione ci sarà!

 Le volpi sono animali astuti ed estremamente intelligenti e questa potrebbe essere una strategia: seguire il lupo potrebbe significare trovare cibo senza troppo sforzo ma anche sfruttare la sua presenza come “scudo” contro possibili pericoli o minacce. La scena è un perfetto esempio di relazione interspecifica, ovvero il tipo di interazione che si verifica tra specie diverse. In natura, queste relazioni possono essere:

Mutualistiche, quando entrambe le specie traggono beneficio (come nel caso di uccelli che rimuovono parassiti dai grandi mammiferi).

Commensalistiche, quando una specie trae vantaggio senza danneggiare l’altra (ad esempio, la volpe che potrebbe trovare cibo seguendo il lupo).

Parassitarie, quando una specie ha un beneficio a spese dell’altra. Questo tipo di interazioni ci insegnano quanto siano complesse, e spesso ancora non sufficientemente approfondite, le relazioni tra i viventi.

Per approfondire altri casi di interazioni interspecifiche tra volpi e altri canidi https://link.springer.com/article/10….

https://www.nature.com/articles/s4159…

https://academic.oup.com/biolinnean/a…

https://www.nature.com/articles/s4159…

Video: Daniele Ecotti


da qui



venerdì 17 gennaio 2025

Il progetto della diga di Monte Nieddu – Is Canargius, fra i più osceni scempi ambientali e finanziari d’Italia - Gruppo d’Intervento Giuridico

Ma che bella notizia: al suon di pifferi e tamburi, Assessori regionali, Sindaci, il Commissario governativo han avuto la gioia di annunciar per l’ennesima volta l’ennesima ripartenza dei lavori della diga di Monte Nieddu – Is Canargius, nel bel mezzo dei boschi del Sulcis.

I lavori erano già ripresi nel 2017, ma anche nel 2014, pure nel 2011.

Lavori avviati nel 1998, sospesi nel 2001 per contenziosi con il consorzio di imprese appaltatrici.

Uno dei più ingenti e osceni scempi ambientali e finanziari di questo povero Bel Paese.

Eppure la diga di Monte Nieddu – Is Canargius, nella Sardegna meridionale (Pula, Sarroch), incredibilmente non è presente nell’anagrafe delle opere pubbliche incompiute, frutto di un’esplicita previsione di legge (art. 44 bis del decreto-legge n. 201/2011, convertito con modificazioni nella legge n. 214/2011) e curato dal Servizio contratti pubblici del Ministero delle Infrastrutture e Mobilità sostenibile (MIMS), ai sensi degli obblighi di “rilevazione e pubblicazione dell’elenco anagrafe delle opere incompiute (Decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 13 marzo 2013, n. 42)”.

No, non è presente nell’elenco delle opere incompiute in Sardegna, aggiornato al 28 giugno 2024.

I lavori finora fatti sono pari a meno del 20% dei lavori previsti.

Ma sono lavori dal sapore quasi archeologico, visto che il progetto risale al 1960 (sì, proprio 65 anni fa…), basati su calcoli pluviometrici di tutt’altra dimensione rispetto a quelli attuali. L’approvazione da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici è del 1970 e la concessione di derivazione dell’acqua è del 1975.

Scempio ambientale, più di 172 ettari di bosco da distruggere in un sito di importanza comunitaria (S.I.C./Z.S.C. “Foresta di Monte Arcosu”, codice ITB041105), in assenza di alcuna procedura di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.), fatto riconosciuto (2014) dallaconclusione della procedura di accertamento EU-Pilot 5437/13/ENVI avviata su ricorso delGrIG da parte della Commissione europea.

Una storia infinita, ma anche uno scempio finanziario.

Un esempio di quello che non si deve fare.

Facciamo un po’ di conti.

87,5 miliardi di vecchie lire stanziati sul fondi comunitari P.O.P. 1994-1999 + altri 83 milioni di euro di fondi statali e regionaligià stanziati + 10-15 milioni di euro stimati (ma non stanziati) per la condotta di adduzione al potabilizzatore + altri 80 milioni di euro stimati (ma non stanziati) per le reti di distribuzione + una cifranon conosciutaper comporre il contenzioso con il Consorzio spagnolo Dragados y Fomento vincitore della precedente gara d’appalto europea (pretendevano 60 milioni di euro).

Nel 2021 dal Governo Draghi venne nominata (D.M. 18 aprile 2021) Angelica Catalano, direttore generale per le dighe del Ministero delle infrastrutture, quale Commissaria straordinaria per il completamento dell’opera con un budget di 270 milioni di euro.

88,5 milioni di euro sono stati (ottobre 2022) inseriti nello schema di accordo tra la Regione e il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili.

Oggi si stimano 163 milioni di euro di investimenti + altri 25 milioni di euro per lo sbarramento di IsCanargius + l’importo sconosciuto che sarà riconosciuto al Consorzio spagnolo + decine e decine di milioni di euro per le opere di adduzione e collegamento alle reti idriche esistenti, oggi non finanziati e nemmeno programmati.

Circa 250 milioni di euro, a volersi tener bassi, per un volume di invaso lordo di 35 milioni di metri cubi lordi, in realtà al massimo 27 milioni di metri cubi utili (7 milioni di metri cubi sono considerate “acque morte”, la cui potabilizzazione è complessa e molto costosa).

Almeno 9-10 milioni di euro per ogni milione di metri cubi di acqua concretamente utilizzabile.

Quanto costerebbe al litro?   

Quanto l’acqua minerale?

E non la vogliamo nemmeno inserire nell’elenco delle opere pubbliche incompiute?

Forse è fuori classifica per eccesso di vergogna?

E’ uno dei peggiori e misconosciuti scempi ambientali e finanziari di tutta Italia.  Centinaia di milioni di euro letteralmente buttati per realizzare un inutile scempio ambientale.

Per capirci, ilLago Omodeo, creato dalla diga Eleonora d’Arborea (1997), ha un volume totale dell’invaso pari a 792 milioni di metri cubi d’acqua, con un invaso finora autorizzato di massimo 419 milioni di metri cubi di acqua: soldi ben spesi sarebbero quelli per le procedure finalizzate a un aumento dell’invaso autorizzato e un miglioramento della connessione fra i bacini.

In Sardegna ben 34 invasi medio/grandi con un volume d’invaso autorizzato pari a 1.824 milioni di metri cubi d’acqua (dati Agenzia per il Distretto Idrografico della Sardegna, 2024), ancora poco connessi fra loro e con reti di distribuzione troppo spesso carenti.

E’ semplicemente folle quanto accade nel settore della gestione dell’acqua per quanto concerne le reti di distribuzione: secondo il report ISTAT 2024 (riferito a dati 2022). In Sardegna le perdite dalle reti di distribuzione idrica sono in media del 52,8%.

Vuol dire che per un litro d’acqua che esce dal rubinetto ne sono stati immessi in rete più di due.

“Le perdite nell’Isola sono più alte di 10 punti della media nazionale, il 42,4%, ma anche del sud Italia (50,5%) e addirittura quasi 20 punti sopra quelle del Nord ovest del Paese (33,5%). Si tratta di un leggero miglioramento visto che nel 2012 la percentuale di perdite si attestava sul 55% (dato Abbanoa)”, riporta l’A.N.S.A.

La rete di distribuzione dell’acqua cagliaritana perde anche più della media regionale, il 53,5%. Peggio ancora quella sassarese (il 63,4%), quella oristanese (il 60,4%) e, di poco, anche quella nuorese (il 55,4%).

Gaetano Salvemini, insigne meridionalista, diceva che “l’Acquedotto Pugliese ha sempre dato più da mangiare che da bere”.

E la diga di Monte Nieddu – Is Canargius?

Non sarebbe meglio impiegare quei 250 milioni di euro nel rifacimento delle reti idriche?


Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

A.N.S.A., 15 gennaio 2025

Ripartono i lavori, la diga Monti Nieddu sarà pronta entro 2028.

Potrà contenere oltre 35 milioni di metri cubi di acqua.

Dopo anni di contenziosi ripartono i lavori per la realizzazione della diga sul rio Monti Nieddu a Sarroch che, se i tempi saranno rispettati, dovrebbe vedere la luce dopo 36 mesi di intervento, ossia a dicembre 2028,.

Oggi con la consegna del cantiere parte un cronoprogramma che prevede sei mesi per il completamento del progetto esecutivo, quattro mesi per la validazione e l’ottenimento delle autorizzazioni, arrivando al novembre 2025 per l’avvio delle lavorazioni di costruzione vere e proprie, Il tutto è affidato all’impresa Impresa Costruzioni Maltauro che ha redatto il progetto esecutivo e si occuperà della realizzazione dei lavori.

Si tratta di un’opera strategica da oltre 171 milioni, con un volume utile di 35,4 milioni di metri cubi di acqua, di cui 9,6 milioni per l’uso potabile e 25,8 milioni per l’irrigazione. La diga svolge anche la funzione di laminazione delle piene per mitigare il rischio idraulico e proteggere dalle inondazioni gli abitati di Villa San Pietro e Pula situati a valle. L’opera che si articola in tre infrastrutture, la diga sul rio Monti Nieddu, la traversa di Medau Aingiu sul rio Is Canargius e la galleria di collegamento tra gli invasi di Monti Nieddu e Is Canargius.
    Per i lavori il soggetto attuatore è il Consorzio di bonifica della Sardegna meridionale che svolge le funzioni di stazione appaltante. Dopo il collaudo tecnico amministrativo sarà gestita dall’Ente acque della Sardegna.
    “Quello di oggi è un passo importante – spiega l’assessore dei Lavori pubblici Antonio Piu – in un momento in cui stiamo fronteggiando una severa emergenza idrica regionale, la consegna della progettazione esecutiva della diga di Monti Nieddu, segna il cambio di passo di questa amministrazione sulla realizzazione di opere necessarie per il bene della comunità che vanno nella direzione della programmazione oltre le contingenze emergenziali”.
    “Non possiamo negare che i tempi si siano dilatati eccessivamente – sottolinea il presidente del Consorzio di bonifica Sardegna meridionale Efisio Perra – ma ora, superati tutti gli ostacoli, i lavori procedono nella giusta direzione.
    Indispensabile concentrarsi anche sulle opere a valle, le risorse già stanziate dalla Regione devono essere utilizzate immediatamente per avviare la progettazione”.

da L’Unione Sarda, 15 gennaio 2025

Il progetto. Sarroch, la diga di Monti Nieddu verrà completata: entro un anno la ripresa dei lavori.

Assegnato l’incarico per la realizzazione, un investimento da 163 milioni di euro. (Ivan Murgana)

Il Consorzio di Bonifica della Sardegna Meridionale ha assegnato l’incarico per la progettazione esecutiva e i lavori finalizzati al completamento della diga sul rio Monti Nieddu, nel territorio di Sarroch, con un investimento complessivo di 163 milioni di euro.

Il via libera alla riapertura del cantiere dell’opera è stato presentato questa mattina davanti alla centrale di controllo dell’invaso, incontro al quale hanno partecipato l’assessore regionale ai Lavori pubblici, Antonio Piu; il presidente del Consorzio di Bonifica, Efisio Perra; la commissaria governativa dell’opera, Angelica Catalano; il sindaco di Sarroch, Angelo Dessì; e quelli di Pula e Villa San Pietro, Walter Cabasino e Marina Madeddu.

L’importo prevede 89,5 milioni destinati alla progettazione e ai lavori, 40 milioni come somme a disposizione dell’amministrazione e circa 33,5 milioni già utilizzati nei precedenti appalti tra il 1998 e il 2019.

La nuova diga, con un’altezza di circa 80 metri e una capacità di accumulo pari a 35,4 milioni di metri cubi d’acqua, sarà la prima in Italia a essere costruita utilizzando il calcestruzzo compattato a rulli per il nucleo e il calcestruzzo vibrato per il paramento di monte. La diga sarà alimentata sia dalle acque del bacino idrografico del rio Monti Nieddu sia, in futuro, da quelle del bacino del rio IsCanargius, grazie alla realizzazione di un secondo sbarramento e di una galleria artificiale che collegherà i due invasi.

Questo intervento aggiuntivo avrà un costo stimato di 25 milioni di euro. L’avvio dei lavori di completamento della diga è previsto per l’autunno del 2025, dopo sei mesi dedicati alla progettazione esecutiva e alle verifiche necessarie. Il termine dei lavori è stimato per il dicembre del 2028.

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