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venerdì 27 marzo 2026

Roma città svenduta e gli ex Mercati Generali - Paolo Berdini

A Roma edifici e aree pubbliche in abbandono, come gli ex Mercati Generali, sono affidati a colossi immobiliari per essere “rivitalizzati”. La logica seguita: solo il privato ha soldi e idee per la città del futuro. Un comitato proprio a partire dall’area degli ex Mercati contesta questo modello.

Lunedì 10 novembre 2025 è stata firmata la nuova convenzione tra il Comune di Roma e il nuovo gruppo privato che ha l’incarico di riqualificare il complesso degli ex Mercati Generali di Roma: quasi nove ettari di terreno e padiglioni risalenti ai primi del secolo scorso a pochi passi dalla Piramide. La compagine privata costituita dal gruppo Toti-Lamaro, titolare della originale convenzione risalente a venti anni fa, è stata rafforzata dall’ingresso di Hines, leader mondiale degli investimenti immobiliari. 

A qualche migliaio di chilometri di distanza dal luogo della solenne firma, a Suceava in Romania, si svolgevano i funerali di Octay Stroici, muratore di 66 anni rimasto vittima dell’ennesima occasione di valorizzazione immobiliare nel centro di Roma. Durante i lavori era collassata una parte della struttura della torre medievale dei Conti di Segni, adiacente alla via dei Fori imperiali, un edificio in cui erano in corso opere per consentire di raggiungere il terrazzo panoramico da gettare in pasto all’epidemia del selfie. Poco distanti dalla torre collassata ci sono due altri affacci panoramici magnificamente adatti per foto turistiche. Il primo, pubblico, ha alterato la piazza michelangiolesca del Campidoglio pur di far salire i turisti sul terrazzo di copertura del Vittoriano. Il secondo punto di belvedere, ex pubblico, è poco più lontano: un terrazzo che affaccia sulla parte più arcaica dei Fori. Era lo stenditoio dei modesti appartamenti comunali affittati a famiglie di dipendenti che potevano avere il privilegio di abitare nel cuore di Roma. 

Circa venti anni fa, nel pieno dell’ubriacatura economicista, il Comune di Roma, amministrato dal centrosinistra, ha pensato bene di “valorizzare” il bene immobiliare, cacciare via gli indesiderati “cafoni” con i loro desueti stenditoi, come avrebbe detto il grande Ignazio Silone, e cedere l’edificio a chi può permetterselo, cioè alla fondazione Fendi che ospita giovani creativi che si specializzano nel settore della moda. 

Queste due vicende, la tragica vicenda del restauro a fini turistici e culturali della Torre dei Conti e l’affidamento di un’area pubblica come gli ex Mercati Generali, di cui dicevamo all’inizio, riassumono bene il momento che vive la capitale d’Italia. Roma è ancora soggetta, al pari della altre capitali del turismo, da una domanda sempre crescente e si attrezza per attrarre la fascia alta di quel segmento di domanda. Nel contempo, il Comune affida a gruppi privati preziose proprietà immobiliari pubbliche che potrebbero ancora servire per equilibrare le tendenze dell’economia dominante e dare risposte a quelle parti di popolazione che subiscono i danni della privatizzazione della città in atto da trent’anni.

In questo senso va la vicenda degli ex Mercati Generali, dove una proprietà interamente comunale di più di otto ettari è stata affidata per venti anni fa ai privati incaricati di “rivitalizzarla”. Con la firma della nuova convenzione il Comune di Roma ha voluto ribadire che senza la generosità dei “privati” per le nostre città non esiste un futuro possibile. Questa mostruosità culturale nasconde tre fatti che stanno però emergendo con forza, nonostante il silenzio dell’istituzione comunale e della stampa mainstream

La prima vicenda riguarda il fatto che nel caso degli ex Mercati, come in molti altri casi, i privati hanno fallito miseramente. Quell’area era stata affidata ad un gruppo privato da parte dell’allora amministrazione guidata dal sindaco Walter Veltroni. Eravamo nel pieno della deriva neoliberale della sinistra e si disse che nessuno meglio di un privato avrebbe potuto realizzare la “città dei giovani”. Il principale punto di riferimento culturale di quella sinistra era Tony Blair, astro luminoso della scoperta del mercato da parte della sinistra. Come è andata a finire lo leggiamo in questi giorni. L’ex capo del Labour è il perno della criminale proposta che vorrebbe togliere la patria legittima ai palestinesi per costruire a Gaza, dove sono stati uccisi almeno cento mila uomini, donne e bambini, un’immensa città scintillante per il turismo d’élite mondiale. Una straordinaria parabola davvero.

La seconda censura riguarda il fatto che proprio negli stessi anni in cui il futuro degli ex Mercati Generali venne affidato al gruppo Toti-Lamaro, si era nella fase conclusiva della più grande e positiva esperienza urbanistica della Roma contemporanea. L’università di Roma Ostiense, poi ribattezzata Roma Tre, stava infatti per concludere uno straordinario processo di costruzione del nuovo ateneo.  Furono acquistati e ristrutturati interi comparti pubblici e privati dismessi (ex Olea Roma; ex Alfa Romeo; ex Croce  Rossa; ex Istituto d’arte Silvio d’Amico; ex complesso della Vasca Navale; ex Mattatoio di Testaccio; ex scuola Niccolò Tommaseo). 

Oggi quegli edifici, simbolo del degrado della Roma degli anni ’90, ospitano facoltà, istituti di ricerca, giovani intelligenti in cerca della loro strada. Per completare l’assetto dell’area Ostiense si pensava anche ad un intervento all’interno dei Mercati Generali. Troppo attivismo pubblico, avranno pensato nelle stanze ovattate della speculazione immobiliare. Così nel breve volgere di qualche anno, invece di essere valorizzata come una vicenda esemplare, la straordinaria esperienza pubblica di Roma Tre fu condannata alla damnatio memoriae. Non se ne doveva più parlare. Avrebbero risolto tutto i mitici privati.

Il loro fallimento è stato invece totale. Dalla crisi del comparto immobiliare statunitense del periodo 2007-2008, il gruppo che aveva ricevuto in affidamento il prezioso comparto pubblico, iniziò a chiedere (e ottenere da generose amministrazioni) due variazioni alla convenzione originaria in modo da avere maggiori tornaconti. Nella mia breve esperienza di assessore all’urbanistica del Comune di Roma ero sottoposto ad una forte pressione da parte dei concessionari per ottenere il via libera alla realizzazione di un grande centro commerciale. Feci presente che quel progetto non rispettava le leggi degli standard pubblici e anche grazie allo scandalo dello stadio della Roma di Tor di Valle, quel pericolo si fermò.

Oggi siamo ad un nuovo capitolo della vicenda. Il sindaco Gualtieri vorrebbe sostituire l’immenso luogo di consumo di allora con un’altrettanto immensa casa per studenti, molto più remunerativa, visto l’overbooking dei centri commerciali. Così vengono proposte due mila stanze (sic!) per studenti che però, sulla base delle leggi dello Stato, potranno diventare nel breve volgere di dieci anni appartamenti, alberghi o quanto di meglio preferiscono le imprese affidatarie.

La cura delle case per studenti ha lo stesso vulnus di dieci anni fa: con le dimensioni previste (più di 70 mila metri cubi) non si possono realizzare le aree per la sosta e per gli standard urbanistici. I privati potranno chiedere al comune di “monetizzare” queste aree, chiedere cioè che un diritto inalienabile dei cittadini venga cancellato con il pagamento di una modesta somma di denaro. Vedremo se il Comune avrà il coraggio di accettare questo immondo mercimonio: sarà il Consiglio comunale a decidere e vigileremo. 

A tale proposito va ancora una volta ribadito che uno delle quattro corti di cui si compone l’area degli ex Mercato Generali deve essere destinata a verde pubblico. L’area residenziale adiacente di via Giacomo Bove è infatti caratterizzata da intensivi ed è priva di verde pubblico. Le leggi dello Stato obbligano a saldare questo debito: un parco di tre ettari che si era già naturalizzato e che è stato devastato poche settimane fa da lavori -sembra- neanche autorizzati. Quel parco va restituito agli abitanti, è il minimo che occorre fare per il loro benessere. E va ribadita un’ultima considerazione sull’eroica trincea scavata dal sindaco Gualtieri e dai suoi cari: affermano che la convenzione non si può annullare perché altrimenti il privato chiederebbe al comune milioni di miliardi di danni. Naturalmente non è vero. La convenzione può essere cambiata ragionevolmente. Come abbiamo visto, la prima convenzione del 2006 aveva subìto per esplicita richiesta dei privati due variazioni integrative e non era accaduto nulla. Si tratta oggi di adeguare la convenzione firmata il 10 novembre 2025 alle leggi dello Stato: il quartiere chiede ed otterrà servizi e verde pubblico perché lo dicono le leggi in vigore e il Comune di Roma deve garantire  la loro applicazione.

Arriviamo così alla terza censura in atto, quella che ci interessa maggiormente. Da cinque mesi si è costituito un vasto e vivace comitato di cittadini che ha contestato alla radice il progetto di costruzione dei duemila alloggi privati per gli studenti. Due sono le caratteristiche principali di questo comitato. La prima riguarda la giovane età dei partecipanti. Ci sono studenti di scuola secondaria e universitari. Non era mai accaduto nelle lotte urbane simili degli anni scorsi. Sembra insomma che la forzatura dei mercati generali abbia provocato una inedita maturazione di coscienza da parte di giovani.

La seconda caratteristica è che il comitato ha le idee chiare riguardo al futuro dell’area. Vuole un parco degno di questo nome e vuole spazi di socialità per la città e in particolare per i giovani. Vuole infine che la regia della trasformazione dell’area avvenga sotto la regia pubblica. Una posizione culturalmente ineccepibile che fa sperare in una estensione di questa visione anche ad altre vertenze in atto in città. 

La vicenda degli ex Mercati Generali di Roma sembra finalmente aprire ad una nuova stagione di protagonismo dei comitati e della popolazione che richiede una città a misura umana e non a quella dei fondi immobiliari internazionali.

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venerdì 1 agosto 2025

Via Bibulo - Sandro Medici

 

Martedì 22 luglio a Roma il Consiglio comunale ha deciso di acquistare uno stabile nel quartiere di Cinecittà, in Via Bibulo, per aggiungerlo al proprio patrimonio abitativo, trasformando così un centinaio di appartamenti occupati in case popolari. Il tutto a un costo molto vantaggioso (ventidue milioni di euro), che rapidamente rientreranno nelle casse comunali attraverso i canoni d’affitto, e che anzi in un tempo ravvicinato produrranno perfino una rendita.

Al di là dell’efficacia della procedura, che se estesa e moltiplicata ridurrebbe sensibilmente la pressione dell’emergenza alloggiativa a Roma, e non solo quella cronicizzata negli edifici occupati, la decisione di riguarda un palazzo che ha una storia particolare. Mi prendo qualche riga per raccontarla, perché penso possa rappresentare una felice esemplarità.

Nella primavera del 2005, vent’anni fa, l’allora X Municipio decise di requisire quello stabile e vi sistemò centinaia di senzacasa, che altrimenti avrebbero continuato a vivere in strada. La cosa suscitò un gran clamore, immobiliaristi e palazzinari si allarmarono quanto non mai e la loro stampa di complemento pubblicò pagine e pagine scandalizzate e intimidatorie. Io stesso venni attaccato e minacciato con svariate canagliate. Com’era pressoché scontato venni denunciato (Sandro Medici era l’allora Presidente del Municipio X, ndr) per abuso di potere, reato oggi allegramente abolito, e a lungo perseguito con richieste di danni finanziari per svariati milioni di euro.

Grazie a queste denunce venimmo a scoprire chi fosse il proprietario dello stabile di Via Bibulo. Era un monsignore che viveva e lavorava in Vaticano. Successivamente, in occasione di altre requisizioni, c’imbattemmo in altri proprietari, un detenuto nel carcere di Isernia per reati di camorra, una contessa che aveva la sua residenza nel Principato di Monaco, ecc.

In sede penale venni assolto in tutt’e tre i gradi di giudizio: i giudici riconobbero il mio diritto a requisire immobili vuoti e inutilizzati e non riscontrarono alcun dolo da parte mia. Più lunga e tormentata fu invece la causa civile per il risarcimento delle mancate rendite immobiliari, ma anche in quel caso l’assoluzione fu piena. Non finirò mai di ringraziare i miei due compagni avvocati, Lucentini e Grimaldi. Ma l’aspetto più interessante che emerse da questa lunga ricaduta giudiziaria è che, in condizioni di emergenza sociale, venne confermata la congruità del ricorso alla requisizione: strumento giuridico che può essere usato dai sindaci o dai prefetti.

Nel frattempo, per venti lunghi anni, le famiglie beneficiarie dalla requisizione si “barricarono” nel loro diritto, benché la validità dell’ordinanza municipale si esaurì nel tempo. La loro fu una lotta di strenua resistenza, che non cedette di un millimetro lungo le varie compravendite dello stabile, con le relative minacce, intimidazioni e ingannevoli lusinghe. Restarono unite e non furono sgomberate. Tutto questo fino a ieri. Da oggi in poi potranno finalmente godere appieno del loro diritto a restare in quelle case.

Quando ripenso a questa vicenda, mi torna sempre in mente una battuta consolatoria che mi rivolse uno dei senzacasa all’indomani della requisizione: “Al sindaco La Pira l’hanno fatto beato, a te, preside’, te volevano manda’ in galera”.

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giovedì 22 maggio 2025

È illegale lo stadio a Pietralata, non chi protesta! Gualtieri e i suoi hanno già fatto tre cose gravi – Paolo Berdini

 

Perché gli scavi vengono eseguiti oggi quando il progetto è stato completato? Sono illegali duecento manifestanti pacifici o il Comune di Roma?

Lunedì scorso un nutrito gruppo di cittadini del quartiere romano di Pietralata ha manifestato pacificamente contro il tentativo di distruggere il bosco esistente con il pretesto della esecuzione degli scavi archeologici per realizzare lo stadio. Esercitavano un diritto irrinunciabile, quello di dissentire da decisioni che non condividono, e lo hanno fatto in maniera assolutamente pacifica. E’ la Costituzione repubblicana che riconosce quel diritto.
E invece il sindaco Gualtieri e il suo assessore all’Urbanistica hanno avuto una crisi isterica, affermando che impedire l’apertura del cantiere è stato un inaccettabile sopruso, un affronto alla legalità. I cittadini che manifestano sono illegali.

Davvero? Davvero credono di convincere tutte le persone che hanno legittimi dubbi sul nuovo stadio accusando altri di illegalità? Purtroppo per loro è vero l’esatto contrario: è lo stadio di Pietralata ad essere illegale. Vediamone i tre aspetti più gravi.

Ormai è evidente a tutti che l’area verde esiste ed è in ottima salute. In queste settimane c’è un importante dibattito tra periti nominati dalla Magistratura per chiarire il regime giuridico del bosco stesso e proprio in un momento così delicato con il pretesto degli scavi archeologici si vorrebbe distruggerlo! Questa non è legalità. E’ invece legale difendere l’integrità del bosco come hanno fatto i cittadini di Pietralata.

Ma non è il fatto più grave. Era stato infatti annunciato che il progetto definitivo dello stadio (e cioè un livello di progettazione molto dettagliato) sarebbe stato presentato all’opinione pubblica il 21 aprile scorso. Le leggi dello Stato obbligano ad eseguire gli scavi archeologici prima di avviare le fasi progettuali di dettaglio come quella che si voleva presentare ad aprile. Come mai il sindaco e il suo assessore non hanno preteso che la Roma calcio eseguisse gli scavi negli scorsi anni come prescrivono le norme. Perché gli scavi vengono eseguiti oggi quando il progetto è stato completato? Sono illegali duecento manifestanti pacifici o lo è il Comune di Roma che non ha preteso l’esecuzione degli scavi preventivi archeologici?

Ma c’è ancora di peggio. Con le regole urbanistiche in vigore dal 2008, la Roma calcio non avrebbe potuto neppure progettare lo stadio perché il luogo prescelto è così piccolo che non c’è lo spazio fisico per costruire i parcheggi indispensabili per un’opera che richiama ogni volta decine di migliaia di automobili. La soluzione è arrivata dal Consiglio comunale poco tempo fa: è stato variato anche l’articolo delle norme tecniche che non consentiva di realizzare lo stadio. I parcheggi da realizzare sono stati ridotti proprio per favorire la realizzazione dello stadio.

Una decisione irresponsabile: qual è il problema più avvertito da tutti i romani? La congestione del traffico e la mancanza di aree di parcheggio. Gualtieri e i suoi cari hanno deciso che per costruire uno stadio da 60mila posti non servono parcheggi, perché, sostengono, i tifosi ci andranno in metropolitana. Ripeto, non sono i cittadini ad essere illegali, rivendicano il loro diritto ad avere una città che funziona.

Sono da decenni noti i danni che provoca la presenza dello stadio Olimpico nei quartieri del Flaminio e di ponte Milvio. Eppure in quel quadrante urbano esiste una enorme offerta di posti auto nella zona della Farnesina e dei lungotevere. Ciononostante quei quartieri di bloccano quando si giocano le partite di calcio: a Pietralata si creerà una situazione ben peggiore perché non ci sono aree di sosta.

A Roma esiste un buon numero di luoghi adatti a realizzare uno stadio in modo veloce e positivo per tutta la città. Pochi giorni fa una importante carica istituzionale, il vicepresidente della Camera dei Deputati, Fabio Rampelli, ha ragionevolmente proposto di abbandonare la folle scelta di Pietralata e di realizzare lo stadio sulle aree pubbliche dell’Università di Tor Vergata. Aree interamente pubbliche servite da un’autostrada, dal Grande raccordo anulare, dalla linea “C” della metropolitana e da una linea tramviaria veloce di prossima realizzazione. Se il buon senso alberga ancora in Campidoglio è venuto il momento di abbandonare la follia di Pietralata.

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giovedì 9 gennaio 2025

Una soluzione anti-costituzionale all'overtourism – Gog edizioni

 

 

Una soluzione noi ce l’avremmo pure. Probabilmente è una soluzione anti-costituzionale, come la maggior parte delle soluzioni che proponiamo per risollevare l’editoria, la cultura, la letteratura in questo Paese. E anche per quanto riguarda l’overtourism abbiamo abbozzato un ddl da repubblica popolare centroafricana, proprio in questi ultimi giorni, tra una pausa e l’altra, mentre passeggiavamo abbottati da pranzi e cenoni nel centro storico di Roma, un grande cantiere con dentro gente che si fa le foto scambiando gli scavi della metro C per rovine, i ponteggi sopra il palazzaccio per un’installazione del bulgaro Christo, il Giubileo per una festa a tema con il satanista Padre Guillerme in console, o l’Osteria da Fortunata per un ristorante, quando invece è chiaramente una specie di Alcatraz dove finiscono i pentiti di mafia a fare la pasta a mano dentro una teca. A camminare per il centro, ma solo se si è di buonumore per la tredicesima, si ha persino l’illusione di vivere in una grande metropoli, si respira l’aria progressista della globalizzazione – vedi che belli gli scambi culturali, il dialogo tra i popoli, la condivisione del proprio patrimonio artistico. Ma poi rinsavisci subito al bestemmione del tassista che stava per mettere sotto Kim Jong Un a Corso Vittorio Emanuele, quando per prendere un gelato ti devi fare un’app, per una carbonara spendi tutta la tredicesima e ti arriva una fetta di cane, e quando scopri che Castel Sant’Angelo non lo rivedrai mai più – a meno che non decidi di fare un sit-in di tre giorni e tre notti davanti alla biglietteria insieme al cast di Squid Game. Allora capisci che ci hanno inculato. E che il turismo è la più grande impostura di questo secolo, la simulazione di un viaggio autistico che in realtà non avviene. Tutta la città, dalle osterie ai negozi, dai musei al paesaggio, si adegua al pregiudizio che il turista ha di Roma, che non ha niente a che fare con Roma, ma all’amplificazione artificiale di quei caratteri e costumi che crediamo possano piacere di più allo straniero. E così, non solo dobbiamo sorbirci gli innumerevoli disturbi che creano le orde di barbari in bermuda, ma dobbiamo anche cambiare noi per compiacerli, ed ecco che Roma, quella reale, diminuisce, si fa più piccola, si conforma all’immaginario che altrove si è creato di essa, e perciò anche noi romani siamo sempre più in contatto con la finzione di noi stessi. Quindi ben vengano tutte quelle iniziative alla Tourist Go Home, e quelle degli attivisti che invitano a mettere adesivi o gomme da masticare sopra i lucchetti con le chiavi degli Airbnb sparsi nel centro della città. Che sia vietato Airbnb, che si mettano limiti ai giorni di affitto, che si tassino i locatori senza pietà, che si buchino le gomme agli autobus a due piani che intasano il Lungotevere. Meglio morire definitivamente come Paese, sommerso dallo scioglimento dei debiti, che pensare di poter campare con il turismo. Ma che razza di progetto a lungo termine è? Con che voglia ci alzeremo dal letto la mattina, per prenderci cura del giardinetto del mondo che diventerà l’Italia, dove i cinesi verranno a comprare scatolette d’aria compressa del Lago di Stocazzo? Dove gli americani verranno a giocare a beerpong – non potevano farlo nel Minnesota? – credendo, come credono tutti gli americani, che l’Europa sia un’invenzione di Walt Disney? Ma la nostra soluzione è ancora più radicale dell’attivismo civile, delle proteste virtuose, delle pressioni sull’amministrazione. Queste scappatoie ci ricordano quegli stucchevoli suggerimenti pasoliniani di Parise contro la società dei consumi, in un libretto pubblicato nel 1972, Il Rimedio è la povertà. Come pretendi che nel mezzo dell’espansione consumistica e del benessere le persone scelgano di rinunciare al comfort? Dice Parise: «Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”». Parise era un grande ma queste sono tutte cazzate con cui probabilmente Goffredo si è comprato una barchetta. Nei fatti, però, non lo ha ascoltato nessuno. Se le persone possono scegliere tra una cosa giusta che però comporta fatica e impegno e una sbagliata ma facile da fare, opteranno per la seconda. Con in mano un qualsiasi mezzo o tecnologia, l’umanità li impiegherà sempre nel peggiore dei modi possibili. Vedi Intelligenza artificiale. La useremo per fare più guerre e per cambiare i pannoloni agli anziani. Siamo fatti così, siamo belli anche per questo. Lo stesso vale per il turismo: se porta soldi facili, allora vincerà sempre. La nostra soluzione all’overtourism perciò è un’altra, benché mutuata da quella di Parise: Il rimedio è la criminalità. Bisogna incentivare il ritorno della criminalità disorganizzata e diffusa nel centro storico di Roma. Piccoli delinquenti saranno allocati negli Airbnb sfitti, convertiti in case popolari, e incoraggiati a compiere furti, scippi, rapine, borseggi, sequestri di persona, minacce di ogni genere nei confronti dei turisti. Se non possiamo vincere con la giustizia, possiamo vincere con la paura. Il centro deve diventare luogo ostile, brutale, feroce, per chi non conosce le dinamiche locali, la lingua, le vie giuste in cui passare. La pagina Instagram del Comune di Roma appalterà la comunicazione istituzionale a Welcome to Favelas. Il Monte di Pietà, nel rione Regola, si occuperà della ricettazione della refurtiva, generando inizialmente un indotto sufficiente a pareggiare gli scompensi della diminuzione dei turisti. La città dovrà tornare ad avere pessima fama su Tripadvisor e sulle Lonely Planet (strumenti di egemonia planetaria anglosassone), come ai tempi del Conte di Montecristo, quando al carnevale si rapivano i figli dei nobili stranieri in cambio di un riscatto, o ai tempi del Marchese del Grillo. Si creeranno nuove situazioni epiche, rinnoveremo l’immaginario ormai stantio della Banda della Magliana e quello netflixiano di Suburra, per riscoprire la romanità dei bulli di quartiere, dei Più, dei Meo Patacca, dei duelli, delle zaccagnate in panza (che ci hanno reso, nell’Ottocento, i chirurghi più bravi d’Europa), delle osterie piene di puttane e eunuchi e cardinali e nobili, la Roma mazziniana di Ciceruacchio, quella notturna e situazionista di Mario Appignani, degli sballati, degli strippati, delusi, stralunati, sgabbiati, dei terroristi del sistema, l’irascibile schiera degli infelici, la Roma dimmerda di Remo Remotti, la Roma di Dario Bellezza, invivibile e incresciosa, perciò liberata da chi vuole bonificarla per renderla gradita al turista. Il centro ritornerà ad essere quello che è sempre stato: crocevia di tendenze assurde, punto di incontro di aristocrazia e sottoproletariato, commistione di generi e stili di vita improbabili, che dialogano sul serio, frizionano fino a generare una vitalità spontanea e violenta che fu la principale ricchezza cittadina, prima dei monumenti e dei musei. E si tornerà a cantare per le vie del centro, si tornerà a fare l’amore a Trastevere, torneranno i macellai, i bordelli, i coltelli, torneranno i poeti.

 

lunedì 1 maggio 2023

Vedere le vite che nessuno vede - Giuseppe Rizzo

 

Pensiamo che i senzatetto siano un mondo a parte. Non sappiamo neanche quanti sono. A Roma è cominciato il primo censimento nazionale per conoscere la condizione di chi vive per strada. Cronaca di una notte con volontari e operatori

Per raccontare quello che succede fuori, per strada, a volte è utile dare un’occhiata a quello che succede dentro, nelle case. Al terzo piano di un appartamento in via Ferruccio, a Roma, a pochi passi dall’elegante e anonima piazza Dante, e dalla sede dei servizi di sicurezza, la luce filtra dalle finestre e cade morbida sul parquet color miele del soggiorno. Una libreria a parete, un tavolo di mogano e un divano sono gli unici mobili di una stanza che non somiglia alle altre, così zeppe di roba da non lasciare molto spazio all’immaginazione.

Nell’ingresso sono stati ricavati un armadio e un soppalco-studio – “Molto utile durante la pandemia”, dice uno dei due proprietari, una coppia sui cinquant’anni. Tra i fuochi e i pensili della cucina, bianchi su mattonelle bianche, trova posto solo un piccolo tavolo in acciaio. Nella stanza da letto matrimoniale ci sono due comodini, una cassettiera, una cabina armadio, una cyclette e una scrivania con sopra un computer, “un’altra postazione per riunioni e videochiamate”. La stanzetta è soppalcata, sotto ci sono un divano letto, una lunga scrivania di legno e una sedia da ufficio; sopra, un letto, delle scarpiere, roba ammucchiata e una panca per fare i pesi. In bagno la distanza tra la doccia e il lavello è di appena un passo. In totale sono ottanta metri quadrati e secondo i proprietari valgono 399mila euro.

In ascensore l’agente immobiliare dice che sotto i 390mila non scendono, perché devono comprare una casa da 450mila euro nella vicina via Merulana. L’annuncio c’è da pochi giorni, ma l’ascensore non ha ancora toccato terra che arriva la prima offerta. “Una ragazza ha fatto una proposta che penso sarà accettata”, dice l’agente immobiliare. Davanti al portone saluta e spiega: “Nonostante i prezzi, le case all’Esquilino vanno via come il pane, è una zona in forte rivalutazione”.

Due mondi a parte

La zona “in forte rivalutazione” è a pochi passi dalla stazione Termini e dalla basilica di San Giovanni. Ci vivono attori, scrittori e registi, ma anche migliaia di famiglie straniere in appartamenti minuscoli e bui; con dieci euro si può pranzare in una delle tante rosticcerie cinesi, ma per una colazione al forno Conti si possono spendere anche dieci euro. Il prezzo degli appartamenti è sui quattromila euro al metro quadrato, mille in più rispetto alla media cittadina. Sotto gli stessi portici possono incrociarsi il proprietario di un attico da un milione di euro su piazza Vittorio e il senzatetto che dorme davanti al suo portone.

Raramente i due mondi s’incontrano, e quando succede spesso non sono rapporti cordiali. In più di un’occasione gli abitanti hanno descritto la situazione usando le parole “decoro”, “degrado” e “sicurezza”, termini dietro cui si nasconde l’augurio che le persone finite per strada spariscano, o siano fatte sparire, soprattutto per non dare fastidio alle loro rendite immobiliari.

Tuttavia, i senzatetto tendono a non svanire, e all’Esquilino sono ormai centinaia. La notte del 31 marzo volontari e operatori hanno battuto le strade del quartiere per contarli, raccogliere informazioni e provare a scattare una fotografia di una situazione che ormai a Roma ha contorni molto ampi, e preoccupanti: nella capitale vivrebbero tra quattordicimila e ventimila persone senza dimora, mentre i posti letto per ospitarle sono circa 1.300.

Un deserto decoroso

“Non sapere quante sono è parte del problema”, spiega Alessandro Radicchi, fondatore di Binario 95, il centro per senzatetto vicino alla stazione Termini. Matematico che ha mollato la ricerca universitaria dopo aver fatto il volontario durante la guerra in Bosnia, la sera del 31 marzo Radicchi è tra le persone che affollano l’Acquario romano, proprio nel quartiere Esquilino, per ascoltare le istruzioni degli esperti dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) su come condurre il primo censimento di persone senza dimora a Roma e in Italia. Sono duecento: ragazzi, adulti e anziani; attivisti, operatori e volontari; disillusi ed entusiasti. A vederli tutti insieme fanno venire in mente i versi di Angelo Maria Ripellino: “Vivere è stare svegli/e concedersi agli altri/dare di sé sempre il meglio,/e non essere scaltri”.

Sono qui per “un progetto pilota ispirato alle esperienze di Parigi e Berlino”, spiega Barbara Funari, assessora alle politiche sociali e alla salute del comune di Roma. “Cominciamo dall’Esquilino per allargare poi l’indagine al resto della capitale, e ad altre città”, aggiunge. “Vogliamo avere un numero certo per sederci al tavolo con il governo e dire in maniera chiara di quanti soldi abbiamo bisogno per offrire un alloggio dignitoso a chi è rimasto senza più niente”, dice Giovanni Impagliazzo, dell’assessorato politiche sociali e sussidiarietà.

Il punto è questo: avvicinarsi il più possibile a un mondo che si ritiene lontano, e non lo è; scattare una fotografia in grado di cogliere quanti più dettagli possibili; partire da questi dettagli per offrire soluzioni che vadano oltre l’emergenza, altrimenti la fotografia è solo un’immagine senza cornice, destinata a rovinarsi in poco tempo. Al momento non sappiamo quante persone ci siano in questa foto, né come ci sono finite, ed è un problema per tutti: perché lasciamo indietro migliaia di donne, uomini e ragazzi in difficoltà; e perché aiutarli con progetti strutturati costerebbe meno che tenerli per strada, dove finiscono per ammalarsi di più (pesando sul sistema sanitario), incrociano la piccola criminalità (finendo spesso in carcere) e alimentano un sistema di emergenza continua e costosa…

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domenica 5 settembre 2021

Lucha, siesta y fiesta - Lucha y Siesta


L’asta di Via Lucio Sestio 10, tenutasi lo scorso 5 agosto, si è finalmente conclusa: la Regione Lazio si è aggiudicata l’immobile.

Con questa acquisizione la Regione riconosce una storia importante e apre, a tutta la comunità che l’ha scritta, un futuro possibile dopo anni di precarietà e incertezze.

Sportello antiviolenza, casa rifugio, spazio politico femminista e transfemminista, verde e polifunzionale, un’esperienza complessa da sempre a disposizione delle tante persone e delle tante realtà che hanno desiderio o bisogno di attraversarla; un luogo con un futuro oggi più sereno, in cui essere tuttə protagonistə nella progettazione partecipata per un bene comune femminista e transfemminista, assieme al Comitato “Lucha alla città”.

Senza soluzione di continuità, oggi Lucha porta respiro a tutta Roma, immaginando e praticando una prospettiva sul mondo che mette al centro le comunità di genere e dei generi, la cura e le ancora necessarie rivendicazioni.

In Via Lucio Sestio non c’è un palazzo, né un progetto o un gruppo che resiste; Lucha y Siesta è un processo irreversibile nato dal basso e cresciuto con chi l’ha attraversata, nel conflitto e nel cambiamento di una comunità che è diventata forza e amore.

Proprio quando abbiamo avuto più paura, insieme abbiamo difeso Lucha dichiarandola patrimonio comune inalienabile e su questo tracciato collettivo intendiamo continuare a camminare.

Sui cardini dell’autodeterminazione, grazie alle energie immesse dalla marea fuxia e alle relazioni con le altre Case delle donne nel mondo.

Vogliamo da oggi vedere crescere i contorni della comunità ampia e trasversale capace di accogliere e di progettare ancora fra utopia possibile e ribaltamento dei poteri e delle gerarchie sociali.

 

Sia chiaro che Lucha è qui e sarà ancora altrove contro il patriarcato, la violenza e il sessismo. È un giorno speciale per tutte le donne per le quali Lucha è stata casa, per le/i bambine/i che qui sono cresciutə per le attivistə che in Lucha hanno sempre creduto. Oggi vinciamo insieme.

Oggi scriviamo insieme un pezzetto di storia delle donne e di tutte le soggettività. Lucha y Siesta non è più a rischio di essere svenduta ed entra in una nuova fase in cui finalmente può essere restituita alla città! Ringraziamo tutte le persone che amano e hanno sostenuto Lucha con un sorriso, un post o una donazione in questi anni, che siano 1 o siano 13.

Ringraziamo Marta Bonafoni per aver acceso i motori, le consigliere, i consiglieri e le assessore regionali che ci hanno sostenuto.Con Ale, Fra, Paola, Martina e Francesca nel cuore. Lucha è già di tuttə Lucha c’è e questa è la sua Casa.

Diamo Lucha alla città!#luchaallacitta

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sabato 7 marzo 2020

I nemici del popolo e la speculazione a Roma - Christian Raimo



In Un nemico del popolo di Henrik Ibsen (che proprio in questi giorni è in scena al teatro Argentina di Roma) il protagonista, il dottor Tomas Stockmann, un medico integerrimo e brillante, scopre che le acque della sua cittadina, sviluppatasi intorno a una florida stazione termale, sono contaminate da sostanze nocive. Per depurare le acque, bonificare le terme, occorrerà un monte di soldi e la chiusura temporanea delle terme. A osteggiarlo è il sindaco della città, Peter Stockmann, che è anche suo fratello: un uomo altrettanto intelligente ma con pochi scrupoli, che si è arricchito grazie al turismo delle terme, e che non ha nessuna intenzione di dar retta a Tomas né di lasciar divulgare il suo allarme.
Il dottore allora si rivolge all’editore Hovstad e al tipografo Asklasen, responsabili del giornale locale, La voce del popolo: ha in mano le analisi delle acque che possono urlare la verità che il fratello sindaco vuole occultare. Hovstad e Asklasen prima sono entusiasti dell’occasione, poi tentennano e alla fine ci ripensano.
Il fatto è che la proprietà del giornale è dell’unione inquilini della città, la cui fortuna e il cui benessere dipendono totalmente dall’economia delle terme. Dare l’allarme rischia di portare alla rovina tutti quelli che sono diventati benestanti da quando c’è il turismo. Tomas non si dà per vinto, ma la sua battaglia per la verità gli farà guadagnare l’ostilità di tutti gli abitanti, trasformandolo da medico rispettato e benvoluto in nemico del popolo.

Fotografia del mondo contemporaneo
Un nemico del popolo è un capolavoro drammaturgico di quasi centoquarant’anni fa, e le plateali analogie con il contesto contemporaneo che hanno contribuito alla fortuna delle messe in scena recenti, compresa quella di Massimo Popolizio (Ubu per lo spettacolo, Ubu per la migliore attrice Maria Paiato, che interpreta Peter Stockmann), sono riconosciute soprattutto per quello che riguarda i meccanismi della folla che prima esalta e poi ostracizza leader che diventano capri espiatori, nella più clinica fotografia del populismo.
Ma c’è un altro meccanismo svelato da Ibsen che risulta ancora più interessante nel racconto del mondo attuale. La denuncia di Stockmann trova il suo ostacolo più grande nelle paure dell’unione inquilini, i piccoli proprietari di case diventati borghesi attraverso la valorizzazione degli immobili.
Roma diventa una città merce, un osso da spolpare per turisti famelici
Uno dei saggi più interessanti usciti nel 2019 in Italia l’ha scritto Sarah Gainsforth per DeriveApprodi e racconta in parte la stessa trama, scrivendo la storia della nascita e dello sviluppo di Airbnb e del modo in cui sta modificando le città contemporanee. Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale ricostruisce e decostruisce l’aura mitizzante intorno alla nascita dell’azienda fondata da tre poco più che ragazzi, Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, nel 2007; e poi esamina come casi studio l’impatto di Airbnb in varie città del mondo, da San Francisco a Parigi, da New York a Venezia.
I due capitoli dedicati a Roma sono particolarmente avvincenti perché disegnano la vicenda recente della resa dell’amministrazione e della politica a un processo collettivo di speculazione. Roma diventa una città merce, un osso da spolpare per turisti famelici come la cittadina di Un nemico del popolo, per la smania di profitto di una folla di inquilini che – con addosso ancora la paura della povertà – diventano invece i veri unici padroni della città e della sua nuova rappresentazione.
Già, la crisi, la paura della povertà: “La proliferazione di Airbnb è avvenuta in un contesto di recessione economica, di precarizzazione del lavoro, di contrazione dei salari, di aumento del costo della vita e di finanziarizzazione della casa su scala globale”, scrive Gainsforth. Airbnb è riuscita a monetizzare l’interesse degli affittuari, dei microspeculatori, di chiunque si trovasse senza lavoro e magari volesse fare cassa con il suo ultimo bene disponibile. L’azienda è riuscita a estrarre valore dalle strategie di cooperazione, poi è riuscita a mettere a frutto anche le strategie di marketing con le campagne copiate ai movimenti, mobilitando in suo favore gruppi di elettori-consumatori. “E quando Airbnb non riesce a cambiare le regole, fa causa alle città che approvano norme a tutela del diritto all’abitare”.

Il sacco di Roma
Quale dottor Stockman potrà contrapporsi? Il risultato evidente è la distruzione della comunità. I sistemi di rating permettono ai partecipanti allo scambio di non sentirsi in dovere di continuare a interagire dopo la transazione economica. La sfera privata divora quella pubblica. L’imprevedibilità, il conflitto, che sono l’anima della vita urbana sono cancellate. E al tempo stesso si scrivono nuove norme di fatto che regolano l’uso delle città, esautorando l’amministrazione pubblica dal loro governo.
Secondo i sostenitori delle piattaforme digitali come Airbnb i sistemi di rating online giustificherebbero una totale deregolamentazione del settore in nome dell’innovazione. ‘Il motivo principale per regolamentare gli alloggi brevi turistici è la protezione dei consumatori, e i sistemi di reputazione potrebbero svolgere questo compito molto meglio dei governi delle città’, ha dichiarato Chesky, svelando la vera natura dello scambio che la piattaforma intermedia.
Roma è una dimostrazione plastica di questa strategia:
Quaranta milioni di turisti visitano ogni anno il centro storico di Roma, patrimonio Unesco dal 1980. Con una permanenza media di sole 48/72 ore, i flussi in crescita del turismo stanno rimodellando la città. Nella zona urbanistica del centro storico di Roma il 19 per cento degli appartamenti è in affitto su Airbnb. A Roma il numero di alloggi su Airbnb ha toccato quota 29.436. Di questi oltre la metà sono interi appartamenti: si tratta di quasi 19mila case sottratte al mercato ordinario degli affitti. Oltre la metà degli annunci su Airbnb è concentrata nel centro storico – nel primo municipio sono 10.497 le case affittate a turisti di passaggio.
La capitale è sempre stata la preda preferita di palazzinari e speculatori; ma da quando la popolazione non aumenta e il mercato immobiliare è in crisi, l’unico modo di saccheggiare una città sempre più povera è quello di garantirsi un posto migliore al banchetto della spoliazione.
In pochi anni la presenza di Airbnb a Roma ha permesso a pochi intermediari di gestire centinaia di appartamenti. Gli host con più di una inserzione, ovvero il 22 per cento del totale, ripartiscono la quota maggiore del mercato generato dall’affitto su Airbnb: il 58,8 per cento complessivamente. Chi governa la città?
Da un lato la retorica della condivisione scompare di fronte alla realtà di una distribuzione estremamente diseguale dei ricavi. Dall’altro la saturazione dell’offerta di case su Airbnb ha completamente sfasciato il mercato degli affitti. Host che gestiscono fino a quattromila alloggi, la percentuale di appartamenti interi aumentata al 76 per cento, Airbnb diventa il terzo locatore della città dopo i due pubblici:
A Roma l’intero mercato degli affitti viene stimato da Istat in 210.000 alloggi. Il primo gestore di alloggi è l’Ater Roma, con 48.000, l’Azienda Territoriale che gestisce le case popolari della Regione. Il secondo è il Comune, che detiene 28.000 alloggi pubblici. Il terzo, poiché di fatto è un gestore immobiliare, è Airbnb, con quasi 19.000 alloggi interi, ma se contiamo anche le singole stanze arriviamo a 30.000, tanto per farne capire il peso specifico.
Roma diventa una città in affitto per turisti mordi e fuggi. Spariscono le attività commerciali non legate al turismo, salgono i prezzi delle case per chi è residente, e questo processo diventa irreversibile. Se nell’era del lavoro precario la casa è l’unica forma di sicurezza economica, Airbnb funziona da divaricatore sociale, impedendo l’accesso alla casa a chi non ce l’ha e cerca un affitto.
C’è qualche forma di resistenza a questa involuzione? È utile accanto al libro di Gainsforth leggersi un altro libro uscito da poco da Donzelli, Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana dell’urbanista Carlo Cellamare. Anche il suo racconto è globale, ma poi si concentra su casi studio, e Roma è un osservatorio privilegiato nella progressiva privatizzazione delle città.
Non soltanto la politica ma le stesse istituzioni risultano progressivamente più distanti dai territori, tanto da interrogare sulla reale e piena cittadinanza degli abitanti di molte periferie urbane. Essi non trovano più ascolto, e non hanno neanche più un interlocutore riconoscibile che risponda alle loro esigenze, compito ordinario del ‘soggetto pubblico’ all’interno della democrazia. Da qui una profonda sfiducia, oltre che disillusione, nei confronti dell’amministrazione pubblica e delle istituzioni in genere, acuita dai ripetuti comportamenti corrotti e corruttivi che di volta in volta vengono rivelati, e che sarà assolutamente difficile recuperare. D’altronde è proprio il senso delle istituzioni dentro un modello neoliberista che è oggi messo in discussione.
Cellamare ci mostra che abbiamo di fronte due alternative di modelli urbani.
Da un lato una città senza legge, in mano ad attori privati e predatori, rappresentata simbolicamente dai tavolini che occupano le strade dei centri storici. Anche Cellamare sottolinea il carattere “estrattivista” del capitale nelle politiche urbane, che sussume tutte le attività sociali e umane, le mette a valore, le sfrutta, se ne appropria, le rende funzionali agli interessi di mercato. La gentrificazione che cos’è se non ridurre la socialità a merce?
Dall’altro lato c’è una città sociale, resistente, informale, partecipata. La diffusione di controculture e alternative sociali, fortemente caratterizzate da un punto di vista politico, hanno dato vita a conflitti importanti: i centri sociali di ieri, le occupazioni di oggi. A Roma questo fenomeno comincia a essere storicizzato: il Teatro Valle Occupato, il cinema America, Oxigene, la scuola Di Donato e la sua associazione di genitori, il Nuovo cinema palazzo a San Lorenzo, le esperienze di agricoltura periurbana, il condominio solidale alla Collina dei Barbagianni.
Questa seconda città resiste, ma soffre, combattuta e spesso sconfitta dall’aggressione speculativa: gli sgomberi, la trasformazione di spazi autorganizzati in privati, la retorica della legalità che si impone a distruggere sistematicamente l’informalità sociale.
Ma le pagine più importanti sono quelle in cui Cellamare ci tiene a ribadire una verità che non sembra più ovvia: senza una città formale, senza una politica, la città informale, la città fai-da-te non allarga lo spazio pubblico ma diventa il luogo dello scarto. L’arte dell’arrangiarsi non riesce a essere nemmeno una strategia di sopravvivenza.
Se dalla partecipazione dal basso non si passa a una fase costituente il rischio non è solo quello di disperdere l’energia politica, ma di abdicare ancora di più a una gestione apolitica della città, di arrendersi alla città anomica, senza regole né senso comunitario.

martedì 20 agosto 2019

Midé, la sartoria della gioia - Maura Zacchi, Silvia Zaccaria




 “Midé” (per esteso Ayomidé) è un’espressione yoruba[1] che può essere tradotta con “il tempo della gioia è arrivato!” e in Nigeria è utilizzata in occasione di una nascita.
Ce l’ha insegnata Yemisi, madre di un bambino che frequenta la scuola Federico Di Donato, nel rione Esquilino, a Roma, e abbiamo pensato da subito che fosse perfetta per il nostro marchio di sartoria etica e solidale.
Per le persone come lei che sono state costrette a lasciare la propria terra, i propri affetti e quella complessa rete di relazioni e significati che dà senso alla propria vita, Midè è un grido di gioia e di rinascita; è la conquista di una tappa importante lungo il difficile percorso di integrazione in un paese altro.
Midè è anche il risultato di una “contaminazione” che è allo stesso tempo estetica, linguistica, emotiva. Significa poter conoscere scale di colore, sonorità e modi di sentire di culture lontane che oggi abitano tra di noi. 
Dietro Midè ci sono le vie polverose e affollate di Lagos, ma anche villaggi dove sarti sapienti confezionano abiti i cui colori e simboli veicolano messaggi importanti per la comunità. Così scopriamo che tutti indossano lo stesso modello di abito chiamato aso ebi per indicare unità e solidarietà in occasione di cerimonie o festività, come un matrimonio, un funerale, o nelle cerimonie per il conferimento del titolo di capo. E’ inoltre frequente vedere raffigurato sul tessuto il viso di un leader religioso o politico per rendere pubblica la propria appartenenza ad un determinato partito o culto.

In Africa i tessuti esprimono ancora un forte valore simbolico: rappresentano un linguaggio non verbale per affermare la propria identità o uno stato d’animo legato ad un momento particolare della vita. Scopriamo quindi che una donna appartiene all’etnia yoruba se oltre alla tradizionale lappa che le cinge il corpo, indossa anche uno scialle che ricopre una sola spalla e un turbante sulla testa.  Oppure che in occasione di un funerale sono le giovani a vestire di nero mentre le donne anziane possono usare la tradizionale lappa colorata.
Midè è un’iniziativa ispirata dalla volontà di persone come Yemisi di rimettersi in gioco, che ha via via coinvolto persone con background migratori diversi ma anche persone “autoctone”, che abitano nel rione Esquilino o che comunque lo “vivono” come spazio aperto per sperimentare nuove forme di comunità.
L’obiettivo è diventare un’impresa sociale capace di generare processi che valorizzino le competenze delle persone coinvolte, permettendo loro di trovare un ruolo attivo nel nuovo contesto di vita.

Un’impresa capace di esprimere la propria specificità e potenzialità in termini di creazione artistica originale, e soprattutto di includere, fondere e dare nuova forma alle suggestioni culturali di cui ciascun protagonista di questa esperienza è portatore.
Siamo infatti convinte che l’incontro di culture e saperi produca nuove forme di bellezza che portano stimoli e ricchezza per il territorio.
Info
Il progetto non ha ancora uno spazio di commercializzazione stabile, ma per vedere ed acquistare i prodotti è possibile scrivere a: sartoriamide@gmail.com 

[1] Lingua della Nigeria parlata da circa 30 milioni di persone.


giovedì 27 ottobre 2016

Ribellarsi facendo il bikeman - Paolo Bellino Rotafixa


Molti lettori e lettrici di Comune hanno imparato a conoscere Paolo Bellino Rotafixa per i suoi racconti su come le bici sono in realtà soltanto delle matite travestite che – quasi sempre senza e a volte con una risonanza istituzionale – si divertono a ridisegnare territori e relazioni sociali. E il risultato finale è sempre piuttosto sorprendente quanto piacevole. Da qualche giorno Paolo è diventato il responsabile dello sviluppo della ciclabilità di Roma. Le notizie a questo punto sono tre. La prima: questa città non aveva mai avuto un bike manager. La seconda: la sua nuova responsabilità può avere un esito positivo. La terza: Paolo è convinto che la bicicletta resti un induttore di felicità.


Ci ho messo un po’ ma finalmente riesco a scrivere questo breve articolo: dal 19 ottobre 2016 sono il responsabile dello sviluppo della ciclabilità di Roma.Nella delibera di nomina si parla esplicitamente di bike manager (che io tendero’ ad abbreviare in bikeman, mi sembra più adeguato e irrispettoso il giusto). Un ruolo che questa città non aveva mai avuto e di cui si dota per la prima e spero non ultima volta.
La scelta è stata della sindaca, Virginia Raggi, e dello staff che la circonda, a fine giugno scorso. Un nuovo pezzo della lunga storia d’amore e viaggio tra me e la bicicletta che arriva a poco meno di quindici anni dallo stordimento dovuto al fulmine-bici che mi aveva fatto cadere dal cavallo-moto, uno stato estatico che mi ha accompagnato per quasi due anni, forse più; un periodo in cui mi ero messo in testa di far capire a chiunque fossi stato capace di raggiungere quanto sia supremo, regale, divino il mezzo meccanico chiamato bicicletta. Invenzione collettiva, specchio dell’anima, induttore di felicità, estrattore di droghe chimiche endorfiniche, inoculatore di un altro modo di vivere la strada e la città.
Un dipolo, quello tra allora – i tempi fondanti del nuovo cicloattivismo – e oggi, che ha creato un arco voltaico lunghissimo di energie sempre crescenti, e sempre meno personali, nelle persone che già allora erano alla ricerca di quel “qualcosa” indefinito che le facesse stare meglio durante i loro spostamenti. In questo arco di tempo è successo di tutto, e a me è successo di tutto personalmente, compreso il disamore per il vecchio lavoro, il giornalismo, cosa che non mi sarei mai aspettata, e compreso un giro del mondo con bici autocostruita per festeggiare i miei cinquant’anni.

Vorrei inserire qui una parte della delibera che la giunta del Campidoglio ha votato il 14 ottobre, con motivazioni che spero anche voi apprezzerete per il loro oggettivo valore politico:
“L’Assessore alla Città in movimento, Linda Meleo, ha chiesto […] l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo determinato con il Dott. Bellino Paolo, attesa la necessità di disporre di un qualificato supporto in ordine ai temi legati allo sviluppo della mobilità ciclistica ed alle relative ricadute sull’intero settore dei trasporti, nonché al raccordo istituzionale tra Assessorato, Associazioni e Municipi, in riferimento alle problematiche legate alla mobilità a pedali nella città di Roma.
Per l’assolvimento di tali funzioni, l’assessora Linda Meleo specifica la necessità di avvalersi di un bike manager capace di: interpretare le reali esigenze di chi si sposta in bicicletta; intraprendere un’azione mirata e sinergica per mettere in rete i vari quadranti della città attraverso la realizzazione di una struttura snella e a basso costo per regolamentare il traffico veicolare e aumentare il livello di sicurezza di chi pedala, favorendo, così, l’uso della bici in città; costituire un punto di riferimento degli Assessori alla Mobilità dei vari Municipi, al fine di porre in essere una rete tra le diverse esperienze ciclabili, ricreando il tessuto cittadino a partire dalla bicicletta come mezzo di spostamento;
L’assessora Meleo, nelle suddette note, precisa che, essendo la ciclabilità un settore complesso, nel quale operano una pluralità di soggetti che esprimono interessi non sempre convergenti, si rende necessaria l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo determinato con una figura professionale che, avendo maturato esperienze concrete in riferimento a tali problematiche, conosca il tema e possa contribuire a ridisegnare la viabilità delle strade di Roma”. Cose che tutti noi attivisti rivendicavamo da anni. 
La bici ha rappresentato sempre, per me, un viaggio. La “deriva psicogeografica” che ipotizzavano Cronoman o Menthos, nei primi tempi della scoperta/invenzione/costruzione del cicloattivismo. Questo viaggio ha avuto diverse tappe, mai simili tra loro ma identiche nel fattore dominante, il ferro su due ruote. Quella di oggi è l’ennesimo episodio del lungo viaggio che sto effettuando incessantemente dall’età di trentanove anni. Forse non il più importante, ma di sicuro quello che 1) mi carica di maggiori responsabilità e 2) deve avere un esito positivo, per contribuire al miglioramento di quella stanca, vagabonda e bellissima donna in stracci e croste chiamata Roma. Sto evolvendo, naturalmente. Vita migliore non ce n’è.

lunedì 22 agosto 2016

A quando un Mc Donald’s dentro il Colosseo? - Gruppo intervento giuridico

Il livello di civiltà di un Paese si misura anche e soprattutto con l’attenzione con cui cura e difende il proprio ambiente, la propria salute pubblica, i propri beni culturali.    Grandi patrimoni come l’ambiente e la cultura sono anche grandi risorse economiche per la nostra Italia, impossibile da dimenticare.
L’Italia, grazie al Governo Renzi, ha fatto recentemente un imbarazzante passo indietro, dalle conseguenze potenzialmente disastrose.
Infatti, il 28 luglio 2016 è entrato in vigore, nel silenzio generale, il decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127 “Norme per il riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi, in attuazione dell’articolo 2 della legge 7 agosto 2015, n. 124”, che ha radicalmente modificato in negativo le disposizioni inerenti la conferenza di servizi.
Com’è noto, nelle conferenze di servizi vengono convocate le varie amministrazioni pubbliche competenti per l’esame, l’espressione di pareri e la decisione sulle attività amministrative più disparate (es. opere pubbliche, rilascio di autorizzazioni, ecc.).   In precedenza, in caso di “motivato dissenso … espresso da un’amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità, la decisione” veniva “rimessa dall’amministrazione procedente, entro dieci giorni: a) al Consiglio dei ministri, in caso di dissenso tra amministrazioni statali; b) alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano …  in caso di dissenso tra un’amministrazione statale e una regionale o tra più amministrazioni regionali; c) alla Conferenza unificata … in caso di dissenso tra un’amministrazione statale o regionale e un ente locale o tra più enti locali”.
Insomma, quando le amministrazioni pubbliche preposte alla difesa di interessi ambientali, sanitari o culturali esprimevano il loro parere contrario, la decisione veniva rimessa all’esame collegiale del Consiglio dei Ministri o della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome.
Oggi non è più così.
Il nuovo art. 14 quater della legge n. 241/1990 e successive modifiche e integrazioni (s.m.i.) prevede decisioni a maggioranza semplice delle amministrazioni pubbliche partecipanti.  Le “amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, dei beni culturali o alla tutela della salute e della pubblica incolumità dei cittadini”dissenzienti rispetto alla decisione finale della conferenza di servizi possono solo proporre formale opposizione al Presidente del Consiglio dei Ministri, con atto del Ministro competente, “entro 10 giorni dalla … comunicazione … a condizione che abbiano espresso in modo inequivoco il proprio motivato dissenso prima della conclusione dei lavori della conferenza” (art. 14 quinques della legge n. 241/1990 e s.m.i.).
A quel punto, il Presidente del Consiglio convoca le varie amministrazioni competenti per raggiungere un’intesa: qualora non sia raggiunta, se ne occuperà il Consiglio dei Ministri che decide definitivamente. A maggioranza, ovviamente.
La nuova formulazione del testo normativo apre la strada potenzialmente a infiniti piccoli e grandi scempi ambientali e culturali: basta che entro dieci giorni dalla comunicazione formale della decisione assunta in conferenza di servizi non riesca a intervenire l’atto ministeriale di opposizione e lo “scempio a maggioranza” sarà legittimo ed esecutivo.
Per capirci, a questo punto anche un Mc Donald’s dentro il Colosseo non è più una follìa inconcepibile. Il sonno della ragione genera mostri.