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lunedì 24 giugno 2024

Un Paese fatto a pezzi in nome dell’autonomia differenziata. L’addendum ecologico - Paolo Pileri (*)


Se è vero che il diavolo sta nei particolari allora la legge sulla autonomia differenziata è piena di particolari diabolici. Per fare a pezzi l’Italia usa mille modi, non ultimo andando all’attacco di natura, suolo e paesaggio, proprio mentre l’Europa approva la “Nature Restoration Law”. Antonio Cederna avrebbe marchiato tutto ciò con il suo “vandali in casa”.

Torniamo però ai particolari diabolici perché nella tossicità di leggi del genere questi contano e non vanno trascurati. Quelli che a prima vista sembrano piccoli tecnicismi su cui non vale la pena discutere ora, alla prova dei fatti sono potenti crepe che tirano giù tutto e spesso sono proprio loro gli artefici più efficienti del disastro.

Come avevamo già denunciato allibiti, alle Regioni sarà trasferita anche la competenza sulla tutela degli ecosistemi, il noto punto s) dell’articolo 117 della Costituzione. La legge ha deciso che anche per la tutela degli ecosistemi dovranno essere fissati dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni (art. 3, c. 3). Ecco la fessura diabolica. Innanzitutto, la parola “prestazione” è di per sé odiosa oggi ma accostata agli ecosistemi diviene un obbrobrio inguardabile che svela l’idea mercenaria della natura nella testa del governo.

Chi ha deciso di applicare i Lep agli ecosistemi non deve aver chiaro che cosa siano e come funzionino. Il più scarso tra gli ecosistemi è titolare di decine di migliaia di “prestazioni”.
Di conseguenza, quale tra le tante sarà scelta? Ad esempio, tra le “prestazioni” del suolo, quale sarà considerata essenziale? La capacità d’uso? Il tenore di biodiversità? La permeabilità? Il grado di saturazione? Il livello di salinizzazione? Che cosa?
E quale sarà la soglia limite di riferimento? E poi il Lep sarà il medesimo per tutte le Regioni o no? In Lombardia sarà la capacità d’uso dei suoli e in Umbria la biodiversità?
Ma poi, la prestazione diabolica di cui si parla sarà prestazione dell’ecosistema verso se stesso o verso noi umani, cronici predoni di natura? Insomma, un bosco avrà buone prestazioni se produrrà buon legno da ardere o da costruzione o se garantirà biodiversità ospitando sempre più specie di uccelli?

Ma le diavolerie non finiscono qui.
C’è la patata bollente di chi deciderà i Lep. E come li monitorerà.
La legge ne parla all’articolo 3 dove vengono concessi 24 mesi al governo in carica per definire i citati “livelli essenziali”. Le Regioni vengono sentite tramite l’acquisizione di un parere della Conferenza delle Regioni (non si capisce se vincolante o meno.
Bizzarro, perché con una mano si vuole l’autonomia delle Regioni, con l’altra non sono le Regioni a decidere: vai a capire). Insomma, a stabilire i Lep saranno i politici della maggioranza di governo. Sempre loro.
Non si fa ovviamente alcun cenno al ricorso a esperti, men che meno indipendenti (non sia mai che le cose vadano in direzioni impreviste), che nel caso della tutela degli ecosistemi sarebbero ecologi, naturalisti, forestali, pedologi, entomologi, climatologi, etc. Nessun esperto all’orizzonte, per ora dobbiamo digerire il fatto che i Lep sulla tutela degli ecosistemi saranno decisi da chi non è detto sappia qualcosa di ecosistemi, di suolo, di alberi, di come funziona una frana o un fiume.

Se è questa l’autonomia che volevano c’è solo da disperare, perché con queste premesse poggia i suoi piedi nell’ignoranza ecologica. Altre fessure diaboliche? Il non senso della norma lo ritroviamo nella figura di chi, fondamentale, dovrà monitorare i Lep (articolo 3, comma 4): “l’attività di monitoraggio è svolta dalla Commissione paritetica”.
A spiegarci i dettagli diabolici di che cosa sia e come funzioni questa commissione è l’articolo 5. Partiamo dalla sua composizione: “per lo Stato, un rappresentante del ministro per gli Affari regionali e le autonomie, un rappresentante del ministro dell’Economia e delle finanze e un rappresentante per ciascuna delle amministrazioni competenti e, per la Regione, i corrispondenti rappresentanti regionali, oltre a un rappresentante dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) e un rappresentante dell’Unione delle province d’Italia (Upi)”. Ci risiamo. Non solo i Lep sono decisi dai politici della maggioranza al governo, ma sono sempre loro a monitorarli incaricando loro fiduciari.

Controllato e controllore coincidono con perfetto stile antidemocratico e contravvenendo alla regola base di ogni valutazione ambientale, la quale dovrebbe aiutare il decisore a correggersi non a spalleggiarsi l’un l’altro. Con quella formula, addio alla efficacia di qualsiasi Lep. Peraltro, tutti questi politici che si infilano in commissioni tecniche è un’altra contraddizione sonante visto che loro stessi ogni volta che parliamo di suolo, spiegando le questioni scientifiche ed ecologiche, dicono sempre di non essere tecnici.
Ma poi quando c’è da presidiare quel che gli interessa, diventano improvvisamente tecnici dentro una commissione. Ma siccome i ravvedimenti e i colpi di coda possono capitare anche tra politici (dagli scilipotisti ai cambiacasacchisti, se ne contano tanti) la legge mette le mani avanti con un altro particolare diabolico funzionale a rendere preventivamente innocui i componenti di quella commissione: “Ai componenti della Commissione paritetica non spettano compensi, indennità, gettoni di presenza, rimborsi di spese o altri emolumenti comunque denominati”. La conclusione è ovvia: il monitoraggio dei Lep non è cosa che interessa a chi ha pensato scritto e votato il testo di legge sull’autonomia differenziata.

Insomma, andando oltre la lettura dei titoli e prefigurandosi il funzionamento di questa irricevibile legge (chissà se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la fermerà o la commenterà), anche per la parte relativa alla natura, si può confermare pienamente che ci sono tutte le premesse per il totale asservimento ai bisogni dell’homo oeconomicus. Non c’è nulla che faccia pensare a un corretto approccio ecologico.

La natura è vista tragicamente ed erroneamente per parti distinte (il suolo da una parte, il bosco dall’altra, il campo dall’altra ancora) e già questo è contrario a ogni idea corretta di ecosistema. In più il suo smembramento sul piano geografico-amministrativo, in quanto ogni Regione finirà per definire come (e se) tutelarla, renderà ancor più ‘prestante’ la distruzione, per usare gli stessi loro termini.
Francamente non mi risulta che qualcuno sia mai riuscito a dimostrare che una gestione dell’ambiente e della natura per parti differenziate produca una miglior tutela degli ecosistemi e del paesaggio. Né è dato per certo che abbassando di livello amministrativo le tutele, dal centro al livello locale, si ottengano maggiori e più certe garanzie.
Non è così e lo abbiamo dimostrato decine di volte attraverso i dati sul consumo di suolo: i piccoli Comuni sono meno efficienti dei grandi; i Comuni più ricchi e grandi continuano a consumare per essere sempre più attrattivi a modo loro (vedi Milano, vedi Bergamo per citare i due sindaci che si sono schierati ai tempi per l’autonomia differenziata).

L’autonomia non è quindi la riforma che aggiusterà qualcosa, ma solo la lama con la quale si squarcerà il Paese. Un’autonomia disegnata da un corpo politico che non ci dà prova di consapevolezza ecologica è, di fatto, la prova che la dissociazione del pensiero politico dall’ecologia diviene un punto di qualità in chi fa politica e non una lacuna davanti alla quale fermarsi.
Davvero un disastro davanti al quale però, ancora una volta, non dobbiamo arrenderci, ma anzi alzare la voce e denunciare questa dissoluzione in ogni anfratto della società che frequentiamo. Ognuno può farlo facendo quel che meglio sa fare per dare voce alla natura che non ha voce, disvelando quei particolari diabolici che lo storytelling di forze politiche che nulla hanno a che fare con equità e natura è abilissimo a nascondere.
Dobbiamo trovare forme di aggregazione indifferenziata, l’esatto contrario di questa sciagurata autonomia differenziata.

(*) Tratto da Altreconomia.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

venerdì 9 febbraio 2024

Salviamo la Sanità pubblica dal disastro dell’autonomia - Nino Cartabellotta

 

Si scrive «autonomia differenziata» ma si legge «frattura del Paese», sicuramente in sanità. Ecco perché, con l’avvio della discussione parlamentare del ddl Calderoli, è cruciale ribadire che la tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Perché in caso contrario si finirebbe per legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute. Ed esistono almeno sei buone ragioni per farlo.

Primo. Il Servizio sanitario nazionale attraversa una gravissima crisi di sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per scampare al piano di rientro. E guardando alla crescita economica del Paese, all’impatto atteso del nuovo Patto di Stabilità e all’assenza di misure concrete per ridurre evasione fiscale e debito pubblico, non ci sono risorse né per rilanciare il finanziamento pubblico della sanità, né tantomeno per colmare le diseguaglianze regionali. Inoltre, con l’autonomia differenziata le Regioni potranno trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.

Secondo. Il Comitato istituito per definire i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) ha ritenuto che non sia necessario assolvere tale compito in materia di salute, perché esistono già i livelli essenziali di assistenza (Lea). Una pericolosa scorciatoia, visto che il ddl Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei Lep secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile ridurre le diseguaglianze regionali.

Terzo. In sanità il gap tra Nord e Sud è sempre più ampio, al punto da configurare una vera e propria «frattura strutturale», come dimostrano sia i dati sugli adempimenti ai Lea sia quelli sulla mobilità sanitaria. Il monitoraggio 2021 dei Lea documenta infatti che delle 14 Regioni adempienti solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica: alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i Lea. E queste diseguaglianze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria: nel 2021 4,25 miliardi scorrono prevalentemente dalle Regioni meridionali verso Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie e che complessivamente raccolgono il 93,3% dei saldi attivi. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità nelle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione inevitabilmente amplificherà le diseguaglianze già esistenti.

Quarto. Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie e, al tempo stesso, indeboliranno ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a statuto speciale. In tal senso risulta ai limiti del grottesco la posizione dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sulla salute delle persone. Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente quelle del Sud; così come l’autonomia nella determinazione del numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso, remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari regionali delle entità con regole proprie, sganciate anche da un monitoraggio nazionale, agevolando anche l’avanzata del privato.

Quinto. Nonostante gli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori autonomie anche per le Regioni del Sud, in sanità è certo che non ne esistono affatto per una ragione molto semplice. Essendo tutte, Basilicata a parte, in piano di rientro o addirittura commissariate (Calabria e Molise), non si trovano nelle condizioni di poter avanzare la richiesta, visto che i piani di rientro di fatto «paralizzano» dal punto di vista organizzativo i sistemi sanitari regionali.

Sesto. Il Pnrr, sottoscritto dall’Italia e per il quale abbiamo indebitato le future generazioni, persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. Ovvero, l’intero impianto normativo del ddl Calderoli contrasta il fine ultimo del Pnrr, che dovrebbe costituire un’occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, accompagnando il processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione europea.

Ecco perché è fondamentale espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Se così non fosse, saremmo di fronte a una legittimazione normativa della «frattura strutturale» Nord-Sud che comprometterebbe l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute, rendendo le Regioni meridionali sempre più «clienti» dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord e assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale. Un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti, che viene oscurato dallo «scambio di favori» tra i fautori dell’autonomia differenziata e quelli del presidenzialismo.

 

mercoledì 13 dicembre 2023

Contro l’autonomia differenziata per salvaguardare il servizio sanitario nazionale - Giovanni Caprio

 


Ettore è nato il 3 ottobre all’ospedale di Santorso (VI) ed è morto poco più di un mese dopo all’hospice pediatrico di Padova. Una morte forse evitabile. Una brutta storia che potrebbe purtroppo ripetersi non solo in Veneto ma anche nelle altre Regioni che ancora oggi non offrono lo screening neonatale per la SMA, l’atrofia muscolare spinale, una malattia rara devastante, ma diagnosticabile alla nascita e quindi affrontabile con un trattamento salvavita, anche a soli due giorni di vita in casi eccezionali. Sarebbero bastate poche gocce di sangue prelevate dal tallone del neonato per diagnosticare la malattia ed Ettore probabilmente non solo sarebbe ancora vivo, ma avrebbe già beneficiato di una terapia che – se assunta precocissimamente, prima della comparsa dei sintomi – gli avrebbe garantito uno sviluppo motorio analogo a quello dei bambini della sua età: pur avendo la Sma, avrebbe imparato a stare seduto e avrebbe camminato.

Ad oggi in Italia sono solo 10 le regioni (Abruzzo, Campania, Lazio, Lombardia, Liguria, Puglia, Piemonte, Valle d’Aosta, Toscana e Trentino – Alto Adige) che effettuano lo screening per la SMA su base stabile e su tutto il territorio regionale. E lo fanno in autonomia poiché la legge n. 167 del 2016 ha stabilito l’inserimento dello screening neonatale esteso (SNE) nei LEA, ma manca tuttora il decreto di aggiornamento del panel nazionale e le regioni sono andate avanti, quindi, in maniera autonoma, con il risultato che, anche in questo caso, siamo costretti a registrare differenze regionali enormi. E tutto ciò per un ingiustificabile ritardo del Governo. Ci si attiva ad horas per convocare in via straordinaria il Consiglio dei Ministri per offrire la cittadinanza a una bambina inglese inguaribile, ma ci si dimentica di rendere lo screening per la SMA effettivamente obbligatorio su tutto il territorio nazionale. La vicenda è puntualmente ricostruita da VITA: https://www.vita.it/ettore-morto-per-colpa-di-un-decreto-che-tutti-vogliono-e-nessuno-firma/.

In questa triste storia ancora una volta colpisce, tra le altre cose, il “disordine sanitario” che si è venuto a creare in questo Paese e la sempre più insopportabile disparità territoriale nell’accesso alle cure, fortemente diseguale tra nord e sud, da regione a regione. La frattura strutturale che attraversa il Paese costringe già da tempo le cittadine e i cittadini a spostarsi da una regione all’altra per essere curati. Una frattura destinata a diventare una voragine con l’Autonomia differenziata apparecchiata dal disegno di legge Calderoli. Nel valutare gli adempimenti regionali, al 2021, dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta ha sottolineato che:

«Il monitoraggio del Ministero della Salute 2021 conferma il gap strutturale tra Nord e Sud proprio nel momento in cui il Comitato LEP ritiene che in materia di salute non sia necessario definire i LEP, vista la presenza dei LEA. Questa proposta suggerisce per le maggiori autonomie in sanità una scorciatoia pericolosa, visto che il disegno di legge Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei LEP secondo quanto previsto dalla Carta Costituzionale. Considerato che le nostre analisi sull’esigibilità dei LEA confermano anche per l’anno 2021 un enorme gap Nord-Sud, è evidente che senza definire, finanziare e garantire i LEP, le maggiori autonomie in sanità legittimeranno normativamente questa frattura, compromettendo l’uguaglianza dei cittadini di fronte al diritto costituzionale alla tutela della salute e assestando il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale».

Ma il disegno di legge del Governo sull’Autonomia regionale differenziata, testo presentato dal solo ministro Calderoli, viaggia come un treno impazzito e fra poco sarà pronto per l’aula del Senato. A nulla sono valse le considerazioni e i rilievi formulati dalla Corte dei conti e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Né hanno scalfito più di tanto il ministro leghista le dimissioni di Giuliano Amato, Franco Bassanini, Franco Gallo e Alessandro Pajno dal Comitato presieduto da Sabino Cassese per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, con le quali avanzavano critiche sulla definizione dei parametri per assicurare i diritti civili e sociali a tutto il Paese, sul ruolo del Parlamento e sulle materie da sottrarre alla devoluzione. E non è riuscito a installare qualche dubbio nella testa del senatore Calderoli neppure il Governatore della Banca d’Italia, il quale con una puntuale lettera ha ricordato che per garantire i diritti a tutti occorre avere tutto il quadro finanziario per gli interventi, altrimenti si corre il rischio di vedere aumentate le differenze tra le Regioni. Così come a nulla fino ad ora sono servite le oltre 100mila firme raccolte sulla proposta di legge costituzionale per la riscrittura dell’art. 116, comma 3, la rivisitazione dell’art. 117 (con lo spostamento di alcune materie dalla potestà concorrente a quella esclusiva dello Stato, a partire proprio dalla tutela della salute) e l’introduzione di una supremacy clause della legge statale. Niente. Nonostante l’aumento del dissenso motivato sull’Autonomia differenziata – dissenso espresso sia sul metodo che nel merito – le destre-destre vanno avanti a testa bassa verso la distruzione dell’unità del Paese e la “secessione dei ricchi”.

Destre-destre capaci di tutto e che hanno i numeri in Parlamento per approvare il disegno di legge Calderoli, soprattutto se questo è “merce di scambio” con l’altro pericoloso pasticcio chiamato premierato. Con buona pace delle parole pronunciate dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno 2022:

«Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne – creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza. Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione».

Aggiungendo, proprio a proposito del Servizio Sanitario Nazionale che: «Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio Sanitario Nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive».

Anche per l’Autonomia differenziata dovranno essere le cittadine e i cittadini a fare da argine per fermare l’attacco alla Costituzione, all’Unità del Paese e al Servizio Sanitario Nazionale, mobilitandosi, per via referendaria, affinché si possa una volta per tutte farla finita con la stagione della secessione leghista, che sotto varie vesti va avanti già da troppo tempo e che – anche grazie alla cedevolezza di una certa sinistra – ha già prodotto numerosi guasti in questo Paese.

da qui

 

domenica 28 maggio 2023

Grandissimi divari territoriali tra Nord e Sud nei servizi socio-assistenziali - Giovanni Caprio

 

 

A causa dell’emergenza sanitaria la spesa sociale dei Comuni, come certifica l’ISTAT, è cambiata e a fare “la parte del leone” sono stati gli interventi per il contrasto alla povertà. Nel 2020, i Comuni hanno dovuto affrontare un anomalo incremento dei bisogni assistenziali, a causa dell’emergenza sanitaria e della conseguente crisi sociale ed economica e per questo è aumentata del 72,9% (da 555 a 959 milioni di euro) la spesa per l’area povertà, disagio adulti e persone senza dimora (dal 7,4% al 12,2% della spesa complessiva). In forte crescita i contributi a sostegno del reddito: 377.000 beneficiari nel 2020, mentre 743mila sono stati i beneficiari dei buoni spesa per emergenza alimentare (21.500 nel 2019).

Ma anche il Report dell’ISTAT relativo alla spesa dei comuni per i servizi sociali (anno 2020) certifica inoppugnabilmente il divario territoriale tra il Nord e il Sud del Paese. A partire dalle risorse economiche che i Comuni hanno utilizzato nell’anno per i servizi sociali in rapporto alla popolazione residente: mediamente la spesa sociale dei Comuni del Sud, pari a 66 euro pro-capite, è la metà rispetto alla media nazionale e poco più di un terzo rispetto al Nord-est (184 euro). Il Nord-ovest e il Centro, invece, si attestano su 145 e 141 euro rispettivamente, al di sopra della media italiana (132 euro), su cui converge la ripartizione delle Isole, ma con due situazioni molto differenti: da un lato la Sardegna, che ha una spesa pro-capite fra le più alte in Italia (283 euro pro-capite) e dall’altro la Sicilia, con un valore decisamente inferiore (82 euro).

“La spesa pro-capite media al Sud– si legge nel Report dell’Istat– è al di sotto del dato nazionale per tutte le tipologie di utenza, a eccezione dell’area <Immigrati, Rom, Sinti e Caminanti>. Questo si traduce in 155 euro in meno in media per ciascun minore residente, 917 euro in meno per una persona con disabilità (bambino o adulto fino a 64 anni), 49 euro in meno per l’assistenza agli anziani, 14 euro in meno per le persone in età lavorativa, utilizzati nei casi di povertà ed esclusione sociale. Solo in relazione agli stranieri residenti i Comuni del Sud destinano mediamente più risorse ai servizi per gli immigrati (15 euro l’anno) rispetto alla media nazionale”.

Entrando nel dettaglio dei servizi, il Rapporto ISTAT certifica, ad esempio, che quasi il 30% dei Comuni del Mezzogiorno non offre il servizio di assistenza domiciliare agli anziani in condizioni di fragilità, che prevede un supporto per la cura della persona e dell’abitazione. Al Centro i Comuni che non offrono questo tipo di assistenza sono invece meno del 15% e sono meno del 10% al Nord, dove per altro vengono erogati voucher, assegni di cura e buoni socio-sanitari agli anziani non autosufficienti da più del 70% dei Comuni, contro il 33% dei Comuni al Centro, il 12% al Sud e il 13% nelle Isole.

Qui il Report integrale dell’ISTAT: https://www.istat.it/it/files//2023/04/report-spesa-sociale-comuni-2020.pdf.

E qualche giorno fa era stato il Rapporto “I servizi sociali territoriali: Analisi delle variazioni 2015-2019 e confronti fra i singoli comuni” realizzato dall’Osservatorio Nazionale sui Servizi Sociali Territoriali del CNEL (ONSST) in cooperazione con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Aziendali a certificare che tra le regioni esistono differenze a livello pro-capite di oltre venti volte fra il territorio che spende meno, la Calabria (45 milioni), e quello che spende di più, la Lombardia (1.336 mln). I livelli di spesa pro-capite più elevati si registrano nei territori delle regioni autonome di Trentino-Alto Adige (€ 416) con una punta massima di € 583 per la provincia autonoma di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia (€ 275), Sardegna (€ 253) e Valle d’Aosta (€ 217). Solo dal quinto posto in avanti si collocano i territori delle regioni a statuto ordinario, a partire dall’Emilia-Romagna (€ 177), Liguria (€ 144) e Lombardia (€ 141). A livello pro-capite il Sud spende meno della metà del Nord-est, con soli 59 euro: Calabria (€ 24), Basilicata (€ 55) e Campania (€ 56) sono agli ultimi posti. Documenti da scaricare: CNEL_Rapporto SERVIZI SOCIALI2023_30marzo2023.

Cinquant’anni fa il meridionalista Pasquale Saraceno pronosticava che il divario tra Nord e Sud sarebbe stato colmato nel 2020. Purtroppo non è andata affatto così. E l’Autonomia differenziata, come si denuncia da più parti, a partire dal Movimento 24 AGOSTO per l’Equità Territoriale, è un grande pericolo perché non solo non affronta la sostanza del divario tra Nord e Sud, ma si adopera per aggravarlo pesantemente, avviando di fatto la distruzione dell’Italia nella sua unità perché scava un solco profondo tra Nord e Sud sui grandi servizi come sanità pubblica e scuola pubblica statale: https://movimentoequitaterritoriale.it/.

Per bloccare questo progetto di Autonomia differenziata bisogna cambiare buona parte del Titolo V della Costituzione sciaguratamente riformato nel 2001, in particolare gli articoli 116 e 117. E’ quanto si propone di fare una proposta di legge di iniziativa popolare di revisione costituzionale.

Si può firmare anche per via digitale, con lo Spid. Per conoscere e firmare la proposta di legge: www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it

da qui