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giovedì 4 aprile 2024

Fondi speculativi del terzo tipo: come speculare dai satelliti - Andrea Baranes

 

Dall’intelligenza artificiale allo sfruttamento dei satelliti. Dai dati sul traffico marittimo alle operazioni di compravendita che si chiudono in millesimi di secondo. Vale tutto sui mercati finanziari, pur di vincere la gara. Arrivare per primi, avere le informazioni una frazione di istante prima degli altri. Essere i più veloci a realizzare qualsiasi operazione di acquisto o vendita.

Secondo un recente articolo di Les Echos alcuni fondi analizzano le foto satellitari dei porti per monitorare il numero di container in attesa. L’analisi di questi nodi nevralgici del commercio mondiale permetterebbe di ottenere informazioni fondamentali per decidere se acquistare o vendere. E farlo prima di altri soggetti che operano sui principali mercati finanziari del mondo.

Dai dati alle previsioni del tempo

Analogamente sembra che alcuni hedge fund utilizzino le foto dei parcheggi dei grandi centri commerciali. Per poi incrociare questi dati con i consumi di elettricità o telefonici e capire in questo modo se il giro di affari della determinata impresa è in crescita o meno. Prima che le stesse informazioni siano disponibili tramite la pubblicazione dei bilanci o altri canali “tradizionali”.

Uno di questi fondi speculativi poi, si vanta di riuscire a prevedere il meteo meglio della maggior parte dei siti e dei canali televisivi specializzati. E lo può fare avendo investito per assumere meteorologi e scienziati. Un investimento che si rivelerebbe fondamentale per sviluppare il trading su alcune materie prime. In particolare sul gas naturale, le cui vendite dipendono in maniera diretta da quanto farà caldo o freddo nel prossimo futuro.

I fondi del terzo tipo puntano tutto su big data

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Da un lato tecnologie sempre più raffinate, come l’ottenimento di foto satellitari in alta definizione. Dall’altro il rapidissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale che permette di analizzare su base statistica un numero gigantesco di dati, per formulare previsioni e quindi scelte di investimento.

Otto hedge fund su dieci hanno già adottato questi processi. Integrando l’intelligenza artificiale nelle attività di ricerca, codifica di informazioni, strumenti di marketing o analisi dei rischi. Secondo l’articolo citato, sarebbero invece ancora relativamente pochi i fondi chiamati “del terzo tipo”. Ovvero che fondano interamente le scelte di investimento sull’analisi statistica dell’intelligenza artificiale.

Per la stragrande maggioranza, alla fine del processo ci sarebbe – ancora per il momento – un intervento umano che decide se investire o meno. Il percorso, però, sembra tracciato. Colpisce non tanto la direzione in cui si sta andando, quanto la velocità e la profondità con cui queste nuove tecnologie stanno cambiando il sistema finanziario. Un cambiamento talmente profondo e repentino che viene da domandarsi fino a che punto sia la finanza a utilizzare queste tecnologie. O se non sia piuttosto vero l’opposto.

Sempre più distanti dall’economia reale

Il vecchio detto “la forma è sostanza” si potrebbe rileggere in chiave moderna dicendo che è la piattaforma a creare il contenuto. Per la finanza speculativa, la sfida per il prossimo futuro è avere accesso al maggior numero di informazioni possibili (big data); riuscire a interpretarle su base statistica (intelligenza artificiale); farlo nel minore tempo possibile per battere i concorrenti (potenza di calcolo).

Un contenuto sempre più legato a modelli statistici e tecnologici, o in altre parole un ulteriore allontanamento dalla cosiddetta economia reale. Per una finanza che già oggi si è in massima parte trasformata da strumento al servizio delle persone e del pianeta in strumento fine a sé stesso. Per fare soldi dai soldi. E questa trasformazione distopica non sembra esattamente la direzione in cui sarebbe auspicabile muoversi.

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sabato 2 marzo 2024

La bolla speculativa e il crollo delle biciclette - Andrea Baranes

Speculare significa scommettere su qualche evento futuro. Compro qualcosa scommettendo sul fatto che il prezzo in futuro salirà, per poi rivenderlo e realizzare un profitto (sui mercati è possibile anche fare il contrario, scommettendo sul crollo di un titolo). Da questa semplice considerazione, è chiaro che quanto più i prezzi variano, e quanto più velocemente lo fanno, tanto maggiori sono le possibilità di guadagnare. Se il prezzo di un determinato bene non fluttua nel tempo, non posso trarre profitto dalla differenza tra acquisto e vendita. Al contrario, quanto più ampie e rapide sono tali fluttuazioni, tanto più vantaggioso diventa lanciarsi nella scommessa.

Non solo la speculazione si nutre quindi dell’instabilità dei prezzi ma, in una spirale perversa, è proprio la speculazione a creare questa stessa instabilità, funzionale a realizzare i profitti ricercati dagli speculatori. Più si scommette su un determinato titolo, più i prezzi impazziscono e maggiori sono le possibilità di profitti a breve termine, attirando così nuovi squali.

Come si crea (e come scoppia) una bolla finanziaria

Un elemento fondamentale è che i mercati finanziari tendono a muoversi in gregge. Quando il prezzo di un titolo inizia a salire, gli investitori acquistano. L’aumento della domanda ne fa salire il prezzo, attirando nuovi investitori, che creano nuova domanda e così via. In questo modo si gonfia una bolla finanziaria, fino al momento in cui i prezzi finiscono per essere enormemente sopravvalutati. A quel punto, anche un evento limitato può spingere alcuni a vendere, e parte l’effetto valanga. Le vendite fanno scendere il prezzo, il che porta a nuove vendite e la bolla scoppia. 

In questo modo i mercati procedono tra ondate di euforia e di panico o, in altre parole, attraverso la creazione e lo scoppio di bolle finanziarie. Chi è in posizione di forza compra per primo quando i prezzi sono ai minimi e vende per primo quando sono ai massimi. Chi arriva per ultimo, solitamente i piccoli risparmiatori (a volte chiamati “il parco buoi”), fa il contrario: acquista quando un titolo è sulla bocca di tutti perché a un prezzo incredibile e rimane buon ultimo con il cerino in mano dopo lo scoppio della bolla.

La bolla speculativa delle biciclette nel Regno Unito

È cosi da secoli. Per lo meno dalla metà del XVII secolo, con la famigerata Bolla dei Tulipani, spesso considerata la prima del capitalismo moderno. Tutti volevano i tulipani, i prezzi salivano attirando nuovi acquirenti, fino a raggiungere nel 1636 prezzi al di fuori di qualsiasi ragionevolezza. Una singola asta andata male, nel 1637 scatenò i primi dubbi, le prime vendite e nel giro di pochi mesi la rovina per migliaia di persone.

Il quotidiano Les Echos riporta l’esempio della “bolla delle biciclette” nell’Inghilterra di fine XIX secolo. Un periodo di rapido sviluppo delle bici, nel momento in cui le automobili non erano ancora diffuse. Nel solo 1896 furono depositati oltre 4.000 brevetti. In quegli anni moltissime società decisero di quotarsi in Borsa per cercare fortuna, la bici sembrava l’affare del momento. O meglio, come riporta l’articolo, «la bicicletta fece la fortuna degli speculatori più furbi e la rovina di chi è saltato sul “treno in corsa” troppo tardi e si è dimenticato di scendere in tempo, prima del crack».

Sempre nel solo 1896, i valori di Borsa delle società che producevano biciclette o loro componenti furono moltiplicati per tre, salvo perdere i tre quarti del loro valore nel giro di un paio d’anni. Su 141 titoli legati alla bicicletta e quotati a Londra, «quasi 9 su 10 fallirono o furono assorbiti da altre società prima del 1900».

In chiusura l’articolo segnala come questo crack «ricordi da vicino la debacle delle compagnie ferroviarie nel 1845-50 sempre nel Regno Unito». Ma la bolla delle biciclette ricorda – con le dovute distinzioni – ogni bolla finanziaria nella storia, fino alla dot-com, quando le imprese legate a internet videro un aumento spropositato di valore tra il 1997 e il 2000, per poi crollare nel corso di quello stesso anno.

La finanza ignora i fondamentali economici

L’aspetto più ironico – se non paradossale – è che il neoliberismo, l’ideologia che domina il pensiero economico da quasi mezzo secolo, si basa sull’idea dei “mercati efficienti”. Semplificando, se tutti vogliono qualcosa e/o l’offerta è scarsa, il prezzo salirà, ma l’aumento del prezzo ridurrà la domanda e si troverà un nuovo equilibrio. In maniera speculare, se un prodotto è molto abbondante e/o la domanda è scarsa, il prezzo scenderà rendendolo più conveniente e si tornerà nuovamente all’equilibrio. I mercati dovrebbero quindi essere lasciati liberi da qualsiasi “distorsione” legata all’intervento pubblico. Sono appunto efficienti per definizione e in grado di auto-regolarsi: in ogni momento il prezzo rappresenta tutta l’informazione ed è il punto d’incontro tra domanda e offerta. 

Peccato che il mercato più fondamentale e centrale dell’intero sistema, ovvero il mercato dei soldi – la finanza – funzioni in maniera diametralmente opposta. Più il prezzo sale più tutti si lanciano a comprare, ignorando i fondamentali economici. Al posto dell’efficienza postulata dalle teorie, troviamo un alternarsi di euforia e panico e un procedere tra instabilità e crisi. Instabilità e crisi che non sono un fastidioso effetto collaterale dell’attuale sistema finanziario, ma la base stessa del gioco. 

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mercoledì 19 luglio 2023

Gli speculatori della fame - Andrea Baranes

 

Ci risiamo. I prezzi delle materie prime alimentari si sono impennati nell’ultimo anno. Con conseguenze terribili, in particolare per i più poveri e vulnerabili nel pianeta. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il 9,8% della popolazione mondiale è sotto-alimentato. Quasi un essere umano su dieci. Se il problema riguarda in primo luogo le nazioni più povere nel Sud del mondo, anche i Paesi più ricchi vedono aumentare di giorno in giorno il numero di persone in difficoltà. Tra le cause principali, quelle che più spesso vengono indicate sono di breve termine, come l’aumento dell’inflazione e i conflitti, a partire da quello in Ucraina. Ma, con la crisi e l’instabilità, un altro elemento assume un’importanza determinante: la speculazione.

Cos’è la speculazione

Speculare significa provare a guadagnare sulla differenza tra prezzo di acquisto e di vendita. Più questa differenza è ampia, e più le oscillazioni dei prezzi sono veloci, più questa possibilità cresce. Nessuno specula su titoli il cui valore non muta nel tempo. Al contrario, in un periodo di crisi e di instabilità, ecco che i prezzi variano di molto e molto velocemente.

Qui il “gioco” si fa interessante: da un lato, più i prezzi sono in balia dell’incertezza, più si può guadagnare speculando. Dall’altro, la stessa speculazione genera instabilità sui prezzi. I due effetti si auto-alimentano, attirando nuovi speculatori e portando a un’ulteriore instabilità.

Gli speculatori si approfittano della crisi alimentare

Un rapporto appena pubblicato in Francia da CCFD e Foodwatch testimonia, dati alla mano, questo andamento. Il rapporto, intitolato “Quando gli speculatori si approfittano della crisi alimentare” analizza i dati della Borsa di Parigi e dei principali mercati a termine di materie prime alimentari.

I mercati a termine sono quelli dove è possibile comprare o vendere un prodotto nel futuro, fissando il prezzo dello scambio già al momento della stipula. Basati su strumenti finanziari chiamati derivati, sono nati come assicurazioni contro le oscillazioni dei prezzi. Rapidamente, però, sono diventati il principale canale della speculazione. Sul cibo e non solo.

Il rapporto mostra proprio quanto gli iniziali fattori di instabilità sui prezzi, come inflazione e scoppio della guerra in Ucraina, abbiano portato a un incremento impressionante della speculazione su questi mercati. Tra gennaio 2020 e la fine dello scorso anno, le società di investimento specializzate hanno aumentato dell’870% i propri acquisti con finalità speculative su questi mercati . Quasi un terzo delle posizioni di acquisto sarebbe oggi nelle mani di questi soggetti. Soggetti che, va ricordato, non hanno nulla a vedere con la produzione o commercializzazione del cibo.

Nella stessa direzione, i fondi di investimento hanno aumentato del 96,8% i propri acquisti con le stesse finalità. Complessivamente, le posizioni speculative in due anni e mezzo sono passate da circa un quarto a metà del totale per il mercato del grano in Europa. Con punte del 70% delle posizioni in acquisto a giugno 2022. In alcune situazioni, sempre secondo il rapporto, i volumi di scambi puramente finanziari possono essere decine di volte superiori a quelli dei mercati reali.

I prezzi alimentari sono alle stelle per la guerra in Ucraina, in particolar modo quelli di cereali e oli vegetali © Kyryl Levenets/Unsplash

Ripercussioni rischiose e paradossali

Le conseguenze non sono “unicamente” nell’instabilità dei prezzi. Ancora prima, la speculazione innesca un aumento artificiale della domanda che spinge a un rialzo generalizzato dei prezzi rispetto a quello che si dovrebbe avere basandosi sui fondamentali dell’economia.

Ancora, l’elemento forse più paradossale è che gli stessi derivati sono diventati talmente rischiosi e speculativi che sempre meno vengono utilizzati da chi avrebbe bisogno di uno strumento assicurativo contro le oscillazioni dei prezzi. La maggioranza degli agricoltori e buona parte della filiera delle materie prime alimentari si trovano quindi esclusi da questi meccanismi. Non da ultimo, tale esclusione provoca un’ulteriore incertezza per il settore. Il che contribuisce ancora di più all’instabilità dei prezzi, per la gioia degli scommettitori.

Come regolamentare la speculazione sul cibo

Il rapporto si chiude con alcune proposte di regolamentazione per provare se non altro a limitare il fenomeno. Si va dall’introdurre dei limiti di posizione molto più stringenti di quelli attuali (ovvero la quantità di contratti sui prezzi del cibo che può detenere un singolo operatore) a escludere determinati attori da questi mercati finanziari, fino a misure per aumentare la trasparenza.

Nulla di nuovo, purtroppo. Sono anni che si parla di come affrontare l’incredibile montagna di scommesse che quotidianamente, tramite i derivati, provoca instabilità e crisi sui mercati finanziari e – a cascata – nell’economia reale. Simili proposte erano state avanzate in particolare dopo la crisi dei subprime del 2008. Ricordate? Quando ogni politico e ogni istituzione internazionale aveva promesso un decisivo cambio di rotta contro il casinò finanziario, dichiarando che non avremmo mai più assistito a qualcosa di simile. Sono passati 15 anni, le proposte sul tavolo sono sempre le stesse, cosi come gli impatti devastanti per le fasce più vulnerabili. Di regolamentazione del settore nemmeno l’ombra. Gli speculatori ringraziano.

da qui

domenica 2 luglio 2023

Speculare sulla fame - Andrea Baranes

 

Ci risiamo. I prezzi delle materie prime alimentari si sono impennati nell’ultimo anno. Con conseguenze terribili, in particolare per i più poveri e vulnerabili nel pianeta. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il 9,8% della popolazione mondiale è sotto-alimentato. Quasi un essere umano su dieci. Se il problema riguarda in primo luogo le nazioni più povere nel Sud del mondo, anche i Paesi più ricchi vedono aumentare di giorno in giorno il numero di persone in difficoltà. Tra le cause principali, quelle che più spesso vengono indicate sono di breve termine, come l’aumento dell’inflazione e i conflitti, a partire da quello in Ucraina. Ma, con la crisi e l’instabilità, un altro elemento assume un’importanza determinante: la speculazione.

Cos’è la speculazione

Speculare significa provare a guadagnare sulla differenza tra prezzo di acquisto e di vendita. Più questa differenza è ampia, e più le oscillazioni dei prezzi sono veloci, più questa possibilità cresce. Nessuno specula su titoli il cui valore non muta nel tempo. Al contrario, in un periodo di crisi e di instabilità, ecco che i prezzi variano di molto e molto velocemente.

Qui il “gioco” si fa interessante: da un lato, più i prezzi sono in balia dell’incertezza, più si può guadagnare speculando. Dall’altro, la stessa speculazione genera instabilità sui prezzi. I due effetti si auto-alimentano, attirando nuovi speculatori e portando a un’ulteriore instabilità.

Gli speculatori si approfittano della crisi alimentare

Un rapporto appena pubblicato in Francia da CCFD e Foodwatch testimonia, dati alla mano, questo andamento. Il rapporto, intitolato “Quando gli speculatori si approfittano della crisi alimentare” analizza i dati della Borsa di Parigi e dei principali mercati a termine di materie prime alimentari.

I mercati a termine sono quelli dove è possibile comprare o vendere un prodotto nel futuro, fissando il prezzo dello scambio già al momento della stipula. Basati su strumenti finanziari chiamati derivati, sono nati come assicurazioni contro le oscillazioni dei prezzi. Rapidamente, però, sono diventati il principale canale della speculazione. Sul cibo e non solo.

Il rapporto mostra proprio quanto gli iniziali fattori di instabilità sui prezzi, come inflazione e scoppio della guerra in Ucraina, abbiano portato a un incremento impressionante della speculazione su questi mercati. Tra gennaio 2020 e la fine dello scorso anno, le società di investimento specializzate hanno aumentato dell’870% i propri acquisti con finalità speculative su questi mercati . Quasi un terzo delle posizioni di acquisto sarebbe oggi nelle mani di questi soggetti. Soggetti che, va ricordato, non hanno nulla a vedere con la produzione o commercializzazione del cibo.

Nella stessa direzione, i fondi di investimento hanno aumentato del 96,8% i propri acquisti con le stesse finalità. Complessivamente, le posizioni speculative in due anni e mezzo sono passate da circa un quarto a metà del totale per il mercato del grano in Europa. Con punte del 70% delle posizioni in acquisto a giugno 2022. In alcune situazioni, sempre secondo il rapporto, i volumi di scambi puramente finanziari possono essere decine di volte superiori a quelli dei mercati reali.

Ripercussioni rischiose e paradossali

Le conseguenze non sono “unicamente” nell’instabilità dei prezzi. Ancora prima, la speculazione innesca un aumento artificiale della domanda che spinge a un rialzo generalizzato dei prezzi rispetto a quello che si dovrebbe avere basandosi sui fondamentali dell’economia.

Ancora, l’elemento forse più paradossale è che gli stessi derivati sono diventati talmente rischiosi e speculativi che sempre meno vengono utilizzati da chi avrebbe bisogno di uno strumento assicurativo contro le oscillazioni dei prezzi. La maggioranza degli agricoltori e buona parte della filiera delle materie prime alimentari si trovano quindi esclusi da questi meccanismi. Non da ultimo, tale esclusione provoca un’ulteriore incertezza per il settore. Il che contribuisce ancora di più all’instabilità dei prezzi, per la gioia degli scommettitori.

Come regolamentare la speculazione sul cibo

Il rapporto si chiude con alcune proposte di regolamentazione per provare se non altro a limitare il fenomeno. Si va dall’introdurre dei limiti di posizione molto più stringenti di quelli attuali (ovvero la quantità di contratti sui prezzi del cibo che può detenere un singolo operatore) a escludere determinati attori da questi mercati finanziari, fino a misure per aumentare la trasparenza.

Nulla di nuovo, purtroppo. Sono anni che si parla di come affrontare l’incredibile montagna di scommesse che quotidianamente, tramite i derivati, provoca instabilità e crisi sui mercati finanziari e – a cascata – nell’economia reale. Simili proposte erano state avanzate in particolare dopo la crisi dei subprime del 2008. Ricordate? Quando ogni politico e ogni istituzione internazionale aveva promesso un decisivo cambio di rotta contro il casinò finanziario, dichiarando che non avremmo mai più assistito a qualcosa di simile. Sono passati 15 anni, le proposte sul tavolo sono sempre le stesse, cosi come gli impatti devastanti per le fasce più vulnerabili. Di regolamentazione del settore nemmeno l’ombra. Gli speculatori ringraziano.


Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con il magazine on line Valori.it

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venerdì 18 dicembre 2015

Brutto clima per la finanza - Ugo Biggeri e Andrea Baranes

La ventunesima conferenza delle parti di Parigi aveva l’obiettivo di arrivare a un accordo universale e legalmente vincolante per mantenere il riscaldamento globale entro i due gradi. La concentrazione di gas climalteranti, e di CO2 in particolare, è già ben oltre i limiti che il pianeta può sopportare senza subire effetti irreversibili. Anche se un accordo ambizioso fosse raggiunto, bisognerebbe comunque considerare l’inerzia del processo e i tempi per arrivare a una effettiva diminuzione di tali gas in atmosfera.
Per questo sempre più scienziati e osservatori insistono sul fatto che l’unica strada possibile sia quella non estrarre, ma tenere all’interno della crosta terrestre buona parte delle riserve di combustibili fossili già scoperte. Semplicemente, la Terra non può sostenere la combustione di tutto il gas, il petrolio e il carbone esistenti. Secondo alcune ricerche, tra il 60 e l’80 per cento delle riserve note e teoricamente disponibili non vanno bruciate se vogliamo avere una possibilità di mantenere il riscaldamento globale entro il limite dei 2°C.
C’è però un problema: la finanza. La finanza governa sempre più l’economia ma non pare proprio in grado di gestire positivamente temi che hanno effetti sul medio lungo periodo. Non può farlo strutturalmente, continuando a ragionare su quotazioni di brevissimo periodo, e perché prospera anticipando ricavi futuri.La quotazione in Borsa delle aziende attive nel settore dei combustibili fossili è legata al livello di scorte che queste hanno a disposizione.L’impresa segnala al mercato che controlla una data scorta di barili di petrolio, quindi che potrà assicurare l’estrazione e la commercializzazione per un determinato periodo. Le scorte hanno un valore economico che si riflette direttamente su quello dell’impresa e sulla sua quotazione in Borsa.

Nel momento in cui si dovesse decidere che buona parte di tali scorte non saranno estratte ma dovranno rimanere nel terreno, rischierebbe di crollare il valore delle imprese del settore, ovvero la loro quotazione in Borsa. In inglese si parla di stranded assets, traducibile come “attivi non recuperabili”. A cascata gli impatti ricadrebbero su fondi pensione, fondi di investimento e altri risparmiatori che hanno investito in tali società.
Il settore petrolifero in media capitalizza il 10 per cento circa delle borse, senza considerare i settori strettamente correlati, dai trasporti all’energia. Nel complesso, parliamo di una porzione più che rilevante delle borse mondiali. Uno studio segnala che le perdite potenziali – per mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C – sono stimabili in 20.000 miliardi di dollari. Una cifra pari alla capitalizzazione della più grande Borsa del mondo, quella di New York o, volendo rimanere da noi, circa 40 volte la capitalizzazione di tutte le imprese quotate alla Borsa di Milano. Sul clima, nel silenzio dei media, si sta giocando una partita delle dimensioni di Wall Street. Ci possiamo permettere un’altra crisi finanziaria? Si per il futuro del pianeta ma forse no per l’immediato…
Non a caso alcune delle più grandi compagnie petrolifere del pianeta, tra cui l’italiana Eni, hanno proposto una loro soluzione per Parigi. Quale? “To introduce carbon pricing systems” ovvero fissare un sistema di prezzi per il carbonio. Un certo quantitativo di emissioni corrisponderebbe così a un determinato costo, il che costituirebbe un incentivo a emettere meno e a cercare soluzioni pulite.

Senza entrare nel merito delle enormi critiche agli attuali meccanismi di compravendita di emissioni e di quanto siano stati inefficaci nel porre un qualsivoglia limite, la presunta soluzione delle big del petrolio non può essere considerata tale. Non solo non si rimettono in discussione le riserve, ma si passa dal principio secondo il quale chi inquina paga a quello per cui chi paga può inquinare. Ci vuole davvero uno sforzo di fantasia per sostenere che l’attuale sistema finanziario, uno dei principali problemi anche nel raggiungimento di un accordo vincolante sul clima, possa al contrario rappresentare una soluzione.
Come è possibile pensare che il mercato possa sostituirsi alle responsabilità politiche e istituzionali nella gestione di un bene pubblico globale quale il clima? Spingendo al parossismo l’ideologia secondo la quale qualsiasi attività, bene o servizio deve essere valutato unicamente in termini di prezzo, ci sarà una domanda e un’offerta di CO2, e la mano invisibile del mercato farà il resto. In una lettera ai media, le imprese petrolifere segnalano che “saranno le forze del mercato a operare” per una riduzione del carbonio. È semplicemente inammissibile pensare che un compito essenziale delle istituzioni, della politica e dell’insieme della società, ovvero la necessità di un accordo ambizioso e vincolante, venga svenduto al mercato;pensare che gli Stati si ritirino per lasciare mano libera alla finanza persino parlando di ambiente e clima.
Per ora il mercato finanziario ha fatto di tutto per ignorare il cambiamento climatico, per negarlo, per sottovalutarlo. Salvo ammettere repentinamente che esiste e che … è troppo tardi. Siamo alla 21esima conferenza sul clima! Come possiamo credere che il mercato ci possa riuscire in futuro? La strada da seguire deve essere diametralmente opposta. Non solo abbandonare meccanismi finanziari tanto iniqui quanto pericolosi, ma ridimensionare il ruolo complessivo della finanza e non lasciare che questa minacci il nostro futuro e i nostri diritti. Come singoli possiamo fare qualcosa.Prima di tutto assicurarci che i nostri risparmi non siano investiti in titoli finanziari il cui valore dipende da quanti combustibili fossili verranno bruciati nei prossimi anni. Campagne per disinvestire da tali imprese sono già attive in molti Paesi, come la campagna Divest Italy.
È poi necessario fare sentire la nostra voce (molte organizzazioni della società civile italiana si sono unite in vista di Parigi nella Coalizione Clima). Una finanza che ha già previsto e prezzato tutte le scorte esistenti sul pianeta e le ha già quotate e vendute in Borsa pretende di imporre la propria “soluzione” ai governi e ai cittadini di tutto il mondo. Una finanza che in pratica ha già messo un prezzo e venduto il nostro futuro. O meglio un nostro futuro. Che non solo non vogliamo, ma prima ancora non possiamo permetterci. Per questo, se non vogliamo che Parigi si risolva in un fallimento, dobbiamo fare una scelta. La questione è se siano più importanti le quotazioni di Borsa o la nostra stessa sulla Terra. O la borsa o la vita.