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giovedì 31 ottobre 2019

La Disneyland di Israele - Francesca Merz




Ci sono argomenti di dibattito internazionale che non trovano nemmeno una riga scritta in italiano, da nessuna parte, uno di questi riguarda il futuro dello skyline di Gerusalemme. Argomento certamente di grande interesse sotto il profilo dello storico dell’arte, dell’architetto, del paesaggista, ma, soprattutto, vero e proprio grande tema politico. Nell’ambito del grande piano per la turisticizzazione di Gerusalemme, e contestualmente della necessità di controllare i flussi in arrivo, non solo nella fase di accesso al Paese, ma soprattutto negli itinerari e nei luoghi ai quali i turisti possono accedere, di lavorare col turismo di massa, e di concretizzare al massimo le entrate derivanti da un turismo facilmente indottrinabile, sono in ponte nuovi progetti: il National Infrastructure Committee (NIC) ha approvato la richiesta del piano per la costruzione di una funivia nella Città Vecchia. Il progetto, che andrà a modificare il maniera sostanziale l’aspetto della città, avrà ripercussioni economiche, culturali e politiche per la Città Vecchia e non solo.
La ratifica del progetto è avvenuta in un modo quanto mai anomalo, promossa dal Ministro del Turismo Yariv Levin e dall’Autorità per lo Sviluppo di Gerusalemme (JDA), in una prima fase sono stati stanziati 18 milioni di shekel, destinati alla pianificazione. Con un colpo di coda atto a bypassare le commissioni per la conservazione dello stesso stato israeliano, il Ministero del Turismo ha deciso di dare la precedenza a questo progetto definendolo una “priorità nazionale”, una categoria che di solito è riservata all’avanzamento di progetti infrastrutturali e costruzioni stradali, aggirando così efficacemente i comitati destinati a elaborare tali progetti. La funivia è stata definita dal National Infrastructure Committee (NIC) come un progetto di trasporto progettato per ridurre la congestione delle strade che portano alla Città Vecchia.
Nella prima fase il percorso della funivia comprenderà tre stazioni: dal sito della Prima stazione a Monte Sion, e da lì al Kedem Center all’ingresso di Silwan. Verrà inoltre costruito un grande parcheggio per lasciare autobus e auto. Il piano a lungo termine, non attualmente approvato, comprenderà invece la costruzione di stazioni sul Monte degli Ulivi e vicino alla piscina Siloam ai margini del Wadi e nel quartiere Hilweh di Silwan.
La maggior parte dei problemi di pianificazione sembrano concentrarsi tra la stazione di Sion e il centro Kedem. Al centro del dibattito, se dibattito si può chiamare la scelta di uno Stato occupante nei confronti della popolazione palestinese che vive in questi quartieri, è che la costruzione di queste nuove stazioni comporterebbe la demolizione di alcuni piani superiori di case del quartiere di Silwan.
Il Kedem Center, così come progettato andrà a diventare l’edificio più grande della Città Vecchia, con una superficie complessiva di 15.000 metri quadrati, situato a soli 20 metri dalle mura della Città Vecchia. Il fatto che questo progetto, il cui impatto sul paesaggio storico di Gerusalemme sarà drastico e irreversibile sia stato posto nei termini della “priorità nazionale” fa chiaramente intravedere gli interessi politici ed economici che ne stanno alla base, e dovrebbe, aldilà della preoccupazione per gli abitanti delle zone interessate alle demolizioni, allertare tutta la comunità internazionale.
Molti esperti di conservazione e architetti, stanno protestando contro la “Disneyfication” del bacino storico della città, tanto che è arrivato ad occuparsi del caso anche il New York Times, nella figura di Michael Kimmelman, giornalista e principale critico d’arte del quotidiano statunitense.
Kimmelman è arrivato in Israele a metà luglio sulla scia di una petizione internazionale proprio contro il piano per la costruzione della funivia: trentacinque importanti architetti e storici dell’architettura della comunità internazionale si sono uniti ai loro colleghi e alle società di conservazione dei beni culturali in Israele per esprimere la loro veemente opposizione al progetto.
Come indica in maniera assai precisa nel suo articolo, la funivia di Gerusalemme non è la soluzione di trasporto funzionale che i suoi sostenitori sostengono che sarà, ma un chiaro prodotto della realtà politica nell’Israele del 21° secolo, le ragioni che stanno alla base della “necessità nazionale”, sono come sempre politiche ed ideologiche, mascherate da necessità di sviluppo e progresso. Kimmelman ha capito che le ragioni sono soprattutto di natura politica, con lo scopo di nascondere il carattere universale della città, in modo che “curi una narrazione specificamente ebraica di Gerusalemme, promuovendo le rivendicazioni israeliane sulle parti arabe della città”.
Dal suo punto di vista, la funivia – che ignora l’esistenza del villaggio arabo di Silwan, dove verrà eretto uno dei suoi giganteschi piloni, rappresenta l’approccio generale del governo israeliano verso i palestinesi, come parte di una brutale strategia che ha lo scopo di rendere la vita difficile, impadronirsi delle proprietà dei palestinesi e infine costringerli a lasciare la città.
Un altro principio che deriva dall’articolo di Kimmelman e sul quale è necessario soffermarsi è nella stessa concezione del progresso infrastrutturale della città di Gerusalemme portato avanti dalle autorità israeliane, ovvero quello che lui stesso chiama il metodo “taglia e incolla”: le idee vengono importate in Israele in modo avventato, senza alcun riferimento ai singoli contesti locali, e in maniera specifica con la mal celata necessità di eliminare gli spazi per i cittadini, in una tensione costante verso la mercificazione e dysneyzzazione della città.
La violazione delle restrizioni sui grattacieli in tutte le parti della città, che è destinata, in parte, a trasformare l’ingresso di Gerusalemme in un enorme blocco di edifici per uffici e centri commerciali con torri di vetro a 40 piani è solo uno dei tanti esempi di pianificazione del “taglio” da Singapore o Jakarta e “incolla” a Gerusalemme. Inoltre è stata la stessa Shira Talmi Babay, pianificatore distrettuale, ad aver dichiarato a TheMarker che Singapore è il modello di pianificazione adeguato per Gerusalemme.
Dell’esperienza di Kimmelman è importante notare il fatto che l’esperto è andato anche in visita in campi profughi, e qui, uno dei più grandi esperti di urbanistica e arte internazionale, ha rilevato come in totale assenza di pianificazione si siano costituite, grazie ad un’architettura spontanea, spazi di comunità legati alla visione della cittadinanza e non orientati solo ai flussi turistici e alla mercificazione della città.
I pianificatori israeliani hanno totalmente dimenticato, come sottolinea lo stesso Kimmelman, di dover fornire non solo alloggi, ma anche “spazio comune”, al fine di evitare la sensazione di vivere in quartieri fantasma alienati, e se è vero, come è vero, che il problema è ben noto in molte città, il fatto che la repressione di spazi comunitari vada a incidere proprio sulla possibilità di riunione, manifestazione e condivisione delle comunità storiche non può non portare all’attenzione internazionale di come la pianificazione in ottica di disneyficazione della città contribuisca anche al principale scopo politico dello Stato sionista. I quartieri in difficoltà sono stati del tutto ignorati, i danni in termini sociali ed ecologici sono già incalcolabili.
Inoltre, la costruzione della funivia, avrà un ulteriore vantaggio per la narrazione, la tipologia stessa di trasporto andrà a modificare i flussi turistici e in particolare i luoghi toccati da questi flussi. E’ sentore comune e condiviso che la fruizione stessa di un complesso storico possa essere garantita al meglio entrando in una città storica attraverso le sue storiche entrate, che nel tempo, per l’appunto ne hanno caratterizzato l’evoluzione urbanistica e la fruizione, la funivia è invece destinata a “scaricare” i suoi passeggeri nel Kedem Center. L’ingresso alla Città Vecchia avverrebbe a quel punto necessariamente tramite tunnel o attraverso Dung Gate.
Va ricordato che il Kedem Center, che  diventerebbe a quel punto il luogo di accesso a tutta la città Vecchia, appartiene alla Fondazione Elad, Fondazione nazionalista ebraica. Non è difficile comprendere come la costruzione stessa della funivia si identifichi con l’acquisizione ebraica di Silwan, poiché essa sarà gestita da coloni o entità nazionaliste, e terminerà la sua corsa nel grande centro Kedem, è dunque abbastanza scontato e ragionevole supporre che pochi palestinesi useranno i servizi della funivia.
Va inoltre detto che, divenendo il Centro il principale accesso alla città Vecchia, pare allo stesso modo del tutto probabile che l’accesso alla città sarà a pagamento tramite il Kedem Center, che le guide che partiranno dal Kedem Center realizzeranno speciali visite per le carovane di turisti in arrivo con percorsi di racconto molto specifici; già ora tutti i percorsi turistici, i pannelli esplicativi in giro per la città, e il racconto della cosiddetta “Città di Davide” dimentica ad esempio di raccontare la presenza di cristiani e musulmani a Gerusalemme.
Verrà così a essere costituita una nuova rotta di trasporto turistico, con una capacità di 3.000 persone all’ora per la Città Vecchia e capace di produrre enormi profitti per i gestori che determineranno percorso e suoi contenuti. Gli organismi che trarranno vantaggio da questo progetto saranno Elad, che gestisce la città di David e il Centro Kedem, e la Western Wall Heritage Foundation, che gestisce i tunnel del Muro occidentale, inoltre sarà l’ennesima esperienza indirizzata dal nazionalismo israeliano, i visitatori non saranno più liberi di muoversi all’interno di un tessuto urbano occupato e diversificato, ma saranno “incanalati” in siti come i tunnel della città di David e del muro occidentale dove, oltre ad addebitare un vero e proprio costo d’entrata alla città, il turista sarà anche indirizzato ancor di più verso una narrazione “chiusa”, modellata secondo le opinioni nazionali e religiose, basate putativamente su reperti archeologici selezionati tra quelli trovati,  nascondendo del tutto le parti non ebraiche del passato di Gerusalemme.
La città di Gerusalemme è meta da millenni di pellegrinaggi; crogiolo di culture e di religioni, per questa stupenda città sono passate culture millenarie, e qui i popoli si sono incontrati e scontrati per secoli. Sembra una storia antica, ma quanto mai attuale.
E’ proprio questa storia, o meglio, una parte di questa storia, al centro delle nuove politiche dello stato di Israele, politiche che, negli ultimi anni, hanno visto l’apertura al turismo come una delle principali azioni e strategie. La comunicazione nell’ultimo anno è stata, come sempre accade quando c’è Israele di mezzo, del tutto vincente, un video colorato e con persone di ogni carnagione è il marchio comunicativo della campagna “Visit Israel”, con immagini mozzafiato e vedute aeree dal drone. Apertura, interculturalità, capacità di essere internazionali e aprirsi al mondo, al turismo l’immagine che Israele mostra al mondo. Ma dietro questa promozione si celano alcuni retroscena. Tentiamo di analizzarli. Il piano di sviluppo turistico dello Stato ha in sé molte motivazioni.
Uno dei piani strategici presentati dallo Stato israeliano, il piano Marom, punta a sviluppare Gerusalemme come città turistica. Solo nel 2014, il Jerusalem Institute of Israeli Studies ha condotto 14 delle sue 18 ricerche di quell’anno nel settore turistico e le ha sottoposte al Comune di Gerusalemme, al Ministero di Gerusalemme e a quello degli Affari della Diaspora e all’Autorità di Sviluppo di Gerusalemme. Legato a questo, il governo israeliano ha stanziato 42 milioni di dollari per sostenere Gerusalemme come meta turistica internazionale, mentre il Ministero del Turismo dovrebbe allocare circa 21.5 milioni di dollari per la costruzione di hotel e ricettività. L’Autorità ha anche offerto specifici incentivi agli imprenditori e alle compagnie che costruiscono o ampliano alberghi a Gerusalemme e organizzano eventi culturali per attirare visitatori, come il Jerusalem Opera Festival, o eventi per l’industria del turismo, come il Jerusalem Convention for International Tourism. Promuovere il settore turistico è anche alla base del Jerusalem 5800 Master Plan che immagina Gerusalemme come “città globale, importante centro turistico, ecologico, spirituale e culturale mondiale” che attiri 12 milioni di turisti (10 milioni di stranieri e 2 di locali) e oltre 4 milioni di residenti.
Per rendere Gerusalemme “l’attrazione turistica del Medio Oriente”, il piano punta a aumentare gli investimenti privati e la costruzione di hotel, la costruzione di giardini-terrazza e parchi e la trasformazione di aree che circondano la Città Vecchia con la costruzione di alberghi, e vietando la circolazione delle auto. Il piano prevede la costruzione di un aeroporto nella valle di Horkania, tra Gerusalemme e il Mar Morto, per servire 35 milioni di passeggeri all’anno. L’aeroporto sarà collegato con strade e ferrovie a Gerusalemme, all’aeroporto Ben Gurion e altre città. Il Jerusalem 5800 tenta di presentarsi come piano che promuove “la pace attraverso la prosperità economica” ma ha obiettivi demografici che dimostrano il contrario. Prevede infatti che i 120 miliardi di dollari di valore aggiunto dall’attuazione del piano, insieme ai 75-85mila impiegati negli alberghi e i 300mila nelle industrie dell’indotto, attireranno più israeliani ebrei a Gerusalemme, aumentandone il numero e facendo pendere la bilancia demografica ebrei-arabi a favore dei primi. Tuttavia il settore turistico non è visto solo come motore di sviluppo economico per attrarre ebrei in città. Lo sviluppo turistico porta con sé la possibilità di controllare la narrazione e garantire la proiezione di Gerusalemme all’esterno come “città ebraica” (vedi la mappa ufficiale della Città Vecchia del Ministero del Turismo). Israele ha per tale ragione irrigidito le misure per chi lavora come guida turistica: le guide non assumono come unica la narrazione israeliana e che tentano di dare un’analisi alternativa e critica della situazione possono perdere la licenza. Questi piani per promuovere l’industria del turismo israeliana vanno di pari passo con le restrizioni imposte da Israele allo sviluppo della stessa industria palestinese a Gerusalemme Est.
Tra gli ostacoli posti: l’isolamento di Gerusalemme Est dal resto dei Territori Palestinesi Occupati, specialmente dopo la costruzione del Muro, e la conseguente fortissima contrazione del turismo arabo, le alte tasse; le restrizioni nel rilascio dei permessi per la costruzione di hotel a non ebrei, o la conversione di edifici in alberghi; e le difficili procedure per ottenere licenze per gli uomini d’affari palestinesi. Questi ostacoli, insieme ai milioni di dollari che vengono versati nel mercato turistico israeliano, fanno sì che l’industria turistica palestinese non abbia speranza di competervi.
Ma lo sviluppo del settore turistico, e di un particolare tipo di turismo, come vedremo nella seconda parte dell’articolo, con il conseguente fenomeno della gentrificazione della città, o meglio della sua mummificazione, risultano essere un ulteriore strumento di apartheid. Il boom turistico di Israele negli ultimi anni, culminato con i recenti accordi con molteplici scali internazionali e con le compagnie low coast, come la RyanAir, pare rientrare alla perfezione in quel meccanismo di controllo dei flussi turistici e soprattutto nella necessità di controllare la narrazione data ai turisti. L’ormai fortissimo Stato Israeliano, dopo anni di chiusura e controlli serrati verso l’esterno, ha così aperto i flussi incentivando un turismo di massa, gestito dalle grandi compagnie e organizzazioni israeliane, facilmente controllabile nei suoi percorsi cittadini, molto facilmente indottrinabile, e con usi e consumi tendenzialmente occidentali (i nuovi scali prevedono l’intensificazione delle partenze dall’Europa), e quindi pronti a riversarsi nei centri commerciali e nei locali USA style. Un significativo dibattito sul fenomeno della mummificazione o desertificazione di Gerusalemme sta quindi prendendo piede; il fenomeno, va detto, è quanto mai noto nelle nostre città, spesso si affronta il tema per luoghi come Firenze o Venezia, ma Gerusalemme non è un luogo come un altro, e non solo per la sua storia millenaria, ma perché terreno di uno dei conflitti sociali, economici e culturali più noti ma meno conosciuti del mondo.

LA “MUMMIFICAZIONE” DELLA CITTA’
Il dibattito internazionale su flussi turistici e desertificazione dei centri è molto ben esplicitato in un termine assai appropriato, ossia la “mummificazione” delle città , ovvero la capacità del turismo di massa di uccidere la città, nella loro essenza, memoria, capacità di rigenerazione sociale, svuotandole di vita, privandole dell’interiore, facendole diventare un immenso parco a tema,  in una sorta di tassidermia urbana. Molta buona politica internazionale sta cercando di porsi il problema e di porre le basi per un suo potenziale superamento, non è questa la sede per ricapitolare le esperienze e i metodi utilizzati da città come Amburgo, Barcellona, Londra, Bruges per tentare di sovvertire questo meccanismo, ma è la sede per ricordare che questo meccanismo è ben noto.  In Israele il meccanismo non solo non si sovverte, ma anzi, proprio questo processo risulta utilissimo per svuotare le città occupate, Gerusalemme su tutte (ma anche città come Nazareth e Betlemme) della propria memoria storica, del proprio commercio, delle attività culturali, degli spazi pubblici, di gioco, di vita, insomma degli spazi della comunità, per fare spazio a “servizi per il turista”; tutto ciò, ovvero la memoria storica, gli spazi della comunità, gli antichi esercizi commerciali coincidono in questa parte di mondo alla memoria del popolo palestinese. Con un’unica grande operazione di richiamo turistico Israele è riuscita dunque a aumentare notevolmente gli introiti in relazione al settore ricettivo, e distruggere una storia non più utile a fini propagandistici. Gerusalemme è una città di pellegrinaggi, abituata da secoli a ricevere l’arrivo di persone di ogni religione, ed è esattamente esaltando questo processo che Israele ha basato la sua narrazione di “accoglienza turistica” ratificando accordi con compagnie low cost che consentono l’arrivo a Tel Aviv con prezzi assolutamente competitivi, dagli 80 ai 100 euro andata e ritorno dai maggiori aeroporti italiani, ad esempio. La creazione di un turismo di massa consente di esercitare una pratica ben nota allo Stato israeliano, ovvero il controllo di gruppi su vasta scala, gruppi che hanno le caratteristiche del turismo inconsapevole: necessità di una guida che li porti in percorsi specifici ben conosciuti alle autorità e precedentemente “ripuliti” dalla presenza della cultura non utile a fini propagandistici, necessità di viaggi organizzati da tour operator, totale interdipendenza dei partecipanti che si muovono in gruppi praticamente privi di autonomia di movimento, incanalati in percorsi di facilissimo controllo.
Il boom turistico di Gerusalemme ha in qualche modo giustificato, come avviene in molte città del mondo, la creazione di servizi specifici per questa tipologia di turismo organizzato. Il processo ha ingenerato risultati scontati: in nome del decoro, del combattimento del degrado, della necessità di creare parcheggi per i grandi bus turistici, e della creazione di direttrici adatte al turismo di massa, Gerusalemme si è trasformata in una zona rossa permanente, il principio è quello di eliminare tutto ciò che è legato alla storia comunitaria, alla cittadinanza attiva, ai servizi per il cittadino, alle pratiche dell’abitare, per trasformare con più velocità possibile Gerusalemme da città di vita dei suoi abitanti e della sua storica comunità, a “città museo” a cielo aperto, con la peculiarità che quel museo sarà esclusivamente gestito dagli israeliani, così come da loro è gestita la totalità dell’incoming turistico, anche solo perché detengono il controllo dell’unico scalo aereo. Al meccanismo di controllo si somma il fatto che, controllando le masse di turismo in entrata, il governo israeliano può controllare nel dettaglio anche la narrazione sulla città, sulla storia, sui siti archeologici, ampliando così in maniera velocissima la propria “pubblicità” e raccontando la propria versione della storia, ad una sempre crescente quantità di persone. I percorsi turistici concepiti nel nuovo piano della Gerusalemme occupata raccontano una storia parziale, per usare un eufemismo, riesumando “prove” archeologiche che non tengono conto della stratificazione delle civiltà ma solo quelle che risultano utili per la narrazione imposta.
La prima e più banale delle modifiche, è stata una vera e propria modifica del giro della città, e della sua storica entrata. I grandi bus turistici si fermano ora nel grande parcheggio organizzato vicino alla porta di Jaffa, a sua volta porta di riferimento della Gerusalemme sotto il controllo israeliano, mentre la porta da cui tutti i pellegrini nei secoli sono entrati e hanno considerato come principale, ovvero la Porta di Damasco, unica porta che porta direttamente all’antico suq (o meglio a quel poco che ne sta rimanendo), sta diventando una porta secondaria, quasi un passaggio “esotico” per turisti che amano il brivido, con orde di turisti totalmente inconsapevoli che passano per quelle vie, quasi che quei piccoli brandelli di vita reale fossero attori, comparse dai tratti orientali in una terra ormai fatta di centri commerciali a sei piani. L’intento, da qui a qualche anno, così come sta già avvenendo, è di non far più passare i turisti per locali e luoghi frequentati e gestiti da palestinesi, questo ovviamente ha un duplice riscontro in termini economici: le tipologie di commercio storiche, gestite dai palestinesi, erano servizi per la cittadinanza, si tratta di panifici, piccoli fruttivendoli, negozi che riparano scarpe, artigiani; Israele, lavorando attivamente per incentivare il turismo di massa, cambia la toponomastica della città in modo da indirizzare i flussi per nascondere del tutto l’esistenza dei palestinesi, e aumentare esponenzialmente il fenomeno di mummificazione della città, ottemperando, in questo meccanismo, nel medesimo momento a più obiettivi, da un lato quello di arricchire esponenzialmente i centri commerciali e i nuovi negozi che nascono ad uso e consumo dei turisti a Gerusalemme, dove i turisti si sentono coccolati da forme e marche che conoscono, da fast food internazionali, marchi vegan, locali fusion, uguali in tutto il mondo, dall’altra parte distruggere una parte sostanziale della memoria di una città millenaria, legata, chiaramente, al popolo palestinese. Jaffa street, con i suoi Mall e le sue catene di fast food ci fa sentire coccolati da ciò che conosciamo, molto più che la visita alla porta di Damasco e al suq. In questa parte di città, tra le viuzze dimenticate, vedreste negozi chiusi, anziani sarti palestinesi che resistono all’ondata di affaristi e speculatori, passando le proprie giornate in negozi vuoti, senza più clienti, senza più una comunità, senza più una vita, per il solo dovere della resilienza, quel “sumud” che riempie gli occhi di lacrime a quegli uomini e quelle donne che Gerusalemme se la ricordano come il luogo magico che doveva essere settanta anni fa, con l’oro delle sue mura, i suoi vicoli riparati dal sole, il senso incombente di eternità, il silenzio delle tre di pomeriggio interrotto solo dalle urla dei bimbi che escono dalla scuola, scene che possono essere viste solo uscendo dai percorsi turistici, scene che potrete ancora vedere in alcuni vicoli stretti e dimenticati della Gerusalemme  Est,  nelle pochissime scuole palestinesi rimaste, scuole i cui muri sono coperti dal filo spinato, perché costantemente bersaglio delle rappresaglie di coloni.
La mummificazione della città, il suo svuotarla della vita, è un meccanismo fisiologico di ogni massiccia turisticizzazione cittadina, un fenomeno studiato nel dettaglio dall’autorità Israeliana, e utilizzato esattamente alla stregua di quei meccanismi di controllo di cui parla diffusamente Neve Gordon nel testo dedicato all’ occupazione israeliana, un controllo non solo sulle masse palestinesi, ma, ora, anche sulle masse provenienti da fuori, per un indottrinamento subito in maniera del tutto inconsapevole dai turisti che percorrono le vie di Gerusalemme.
Il progetto ovviamente non si limita a Gerusalemme, ma va ben oltre, sono inserite all’interno dei tour anche cittadine quali Nazareth, Betlemme o Gerico, che si trovano in Palestina. Il refrain con il quale vengono promossi tutti questi luoghi è sotto l’egemonia del marchio “Visit Israel”, in quel processo di appropriazione di terre, culture e spazi vitali, che vede ora nel turismo di massa una delle armi più subdole e vincenti. 

lunedì 13 febbraio 2017

Un bar israeliano serve birra alla spina palestinese. Poi accade quanto tristemente prevedibile - Roni Kashmin



I proprietari del Libira Brewpub nella parte bassa di Haifa volevano solo dare ai loro clienti la possibilità di assaggiare una birra palestinese della fabbrica di birra Shepherds Brewery di Ramallah, proponendola per un mese. Non avrebbero mai immaginato che sarebbe diventata una patata bollente politica e che avrebbe provocato reazioni rabbiose. In effetti, la scorsa settimana, c’è stato un numero sempre maggiore di chiamate in linea per boicottare in toto il loro stabilimento.

“Non vogliamo nessuna birra fatta con sangue ebraico!!!” ha scritto un tale in un post, maledicendo i proprietari e chiamando al boicottaggio del pub. Altri commenti comprendono “Tutti i proventi vanno al terrorismo”, e, “Fammi sapere quando smetti di vendere questa birra così penserò a tornare.”

“Tutto è iniziato con due nostri messaggi su Facebook”, dice Leonid Lipkin, uno dei tre proprietari del Libira, che si trova sulla Hanamal Street, aperto tutti i giorni. “Uno era un post sul fatto che ospiteremo birre del birrificio Shepherds Brewery di Ramallah, e il secondo un post che abbiamo condiviso da quella fabbrica di birra – sulla festa della birra in corso a Ramallah. L’ho lasciato così com’era, senza entrare in nessuna questione politica”.

Birre provenienti da fabbriche di birra diverse sono spesso presenti nel bar di Haifa, spiega Lipkin, che si tratti di birra dalla Cisgiordania, o dalle colline della Giudea in Israele, o dall’estero. Fa tutto parte di un approccio aperto che si è sviluppato in una precedente incarnazione di Libira, conosciuto anche sotto quel nome.

Lipkin: “Ho pensato che sarebbe stato bello, come parte del concetto di luogo, offrire una selezione sempre diversa di birre provenienti da altri birrifici. E’ pure interessante assaggiare una birra diversa ogni volta, e ho pensato quanto questo fosse importante, e così naturale – un buon modo per conoscere i dintorni. Lo stesso genere di cosa può accadere con il cibo di luoghi diversi, attraverso la conoscenza della cultura e dei costumi altrui, così come per mezzo della birra che fanno. Fa tutto parte della stessa immagine.

“Quando abbiamo aperto il nuovo posto, non c’era dubbio che avremmo continuato la tradizione di una selezione di birre da birrifici ospiti, e così abbiamo fatto fin dall’inizio. Oltre alle nostre cinque birre, abbiamo sempre offerto diverse varietà di altri produttori di birra in Israele e all’estero.”

Tra le birre che offre il pub di Lipkin ci sono prodotti di fabbriche di birra come Srigim nella valle di Elah, sud-ovest di Gerusalemme; Dancing Camel a Tel Aviv; BrewDog in Scozia (“un vero modello”); e birre dalle birrerie Taybeh e Shepherds, “capita che entrambe si trovino in qui luoghi noti come ‘i territori’ o ‘Palestina’ o ‘Autorità palestinese'”, come dice lui.

Una volta, osserva con una certa ironia, doveva andare a Tel Aviv per bere birra prodotta dalla Taybeh Brewing Company – anche se dice di avere avuto un lungo legame personale con i suoi proprietari. Taybeh è un villaggio a maggioranza cristiana che si trova a nord est di Ramallah, e la sua fabbrica di birra ospita un Oktoberfest.

“Taybeh e Shepherds – sono entrambi birrifici dei nostri vicini e, se fanno buona birra, non vedo quale sia il problema nel berla. In realtà, credo che tutti noi dovremmo avere un interesse naturale verso le persone che ci stanno intorno, soprattutto a Haifa, con la sua popolazione mista di ebrei e arabi”, continua Lipkin. “Per quanto riguarda queste fabbriche di birra nel territorio dell’Autorità Palestinese, è un po’ triste, senza con questo voler entrare in politica. Perché, chi fa la birra? I cristiani. E si può immaginare che sia come trovarsi tra l’incudine e il martello”.

Senza speculare ulteriormente sul motivo per cui i produttori di birra nei territori dovrebbero essere bersaglio di tante critiche, aggiunge: “Mi sembra così naturale e ovvio voler conoscere i propri vicini di casa, che non dovrebbe nemmeno esserci bisogno di una spiegazione. E sì, lo stesso vale per qui, quando alcuni dei vicini di casa sono arabi “.

Tuttavia, per alcuni di coloro che hanno lasciato commenti nei post di Libira sull’offerta di birra Shepherds, i palestinesi sono apparentemente nemici, prima di tutto.

“Sostenete il nemico e siete fieri di farlo! Siete il peggio del peggio!” sbraitava uno. “Continuate a sostenere la Palestina,” protestava un altro. “Chiunque vende birra dalla AP dovrebbe essere boicottato da Israele”, ha scritto un altro ancora.

Come se questo non bastasse, commentatori arrabbiati hanno anche fatto in modo di dare alla fabbrica di birra una stella (su cinque) divalutazione e hanno aggiunto un tag (in ebraico): “Boicottaggio Libira.” La posizione del pub ha cominciato a risentirne.

Eppure, nonostante tutto, Lipkin sembra essere abbastanza tranquillo (“Anche se commenti razzisti e di incitamento continuano ad arrivare”).

“Ovviamente, non è piacevole e naturalmente mi riferisco ai feedback su Facebook,” dice. “Ma solo per coloro che sapevo per certo che avevano dato un punteggio basso al pub solo a causa dei recenti eventi e non perché ne avessero una brutta esperienza. Eppure, mi piacerebbe mantenere una valutazione obiettiva”.

Come è possibile conoscere le ragioni che stanno dietro le varie valutazioni? “E’ facile a dirsi, e non solo per i tempi, ma perché i commenti inviati con queste recenti valutazioni lo indicano direttamente – puoi vedere il pregiudizio. Sono pieni di incitamento e razzismo o, nel migliore dei casi, pura spazzatura. Quando vedi qualcosa tipo, ‘Non bere la birra fatta col sangue degli ebrei’ – dai! E sai che ti dico? Se avremo meno clienti che la pensano così, non ne saremo veramente dispiaciuti – l’aria nel posto sarà più fresca”, dice Lipkin, prendendosi appena una pausa per respirare aria lui stesso.

“Noi di solito al Libira amiamo tutti i nostri clienti, ma non abbiamo bisogno che tutti vengano qui. E i clienti cosa vogliono? Non si lasciano toccare da queste reazioni, quindi continueremo a fare le cose nel modo in cui vogliamo”.

Traduzione Simonetta Lambertini-invictapalestina.org


martedì 23 agosto 2016

Il miracolo della desalinizzazione israeliana babbo natale e altre fiabe - Susan Abulhawa


Scientific American ha recentemente condotto un servizio sull’industria di desalinizzazione israeliana, vista come un atto miracoloso di ingegno di una piccola nazione nel mezzo delle fiamme, le nazioni arretrate.
Per citare il linguaggio romanzato dell’articolo, l’autore si riferisce a Israele come “una civiltà galvanizzata che ha creato l’acqua dal nulla”, dove solo a poche miglia di distanza, alludendo alla Siria e all’Iraq in particolare, ma anche paesi arabi in generale, “l’acqua è scomparsa e la civiltà si è sbriciolata “.
E ‘sorprendente vedere sulle pagine di Scientific American come la promozione palese dell’eccezionalità di Israele e la risurrezione menzognera della mitologia di “fare fiorire il deserto”. E’ importante analizzare i fatti, la storia e la realtà in questa favola dell’acqua.
L’autore sostiene sfacciatamente di conoscere 900 anni di storia palestinese è israeliana. In realtà, Israele è un paese 68 anni, abitato da immigrati ebrei europei che conquistarono la Palestina, espulso la maggior parte della popolazione indigena e rivendicato per loro tutti i terreni, fattorie, case, aziende, biblioteche e risorse.
Oltre a ciò l’appropriazione gratuita della storia palestinese, l’articolo non fornisce alcun contesto storico dell’ambiente, delle precipitazioni e delle risorse idriche naturali, dando l’impressione di una terra inospitale e naturalmente arida.

Nei fatti, nel corso della storia, il nord della Palestina vantava un clima mediterraneo, con estati calde e secche, con precipitazioni abbondanti in inverno. E infatti, le precipitazioni a Ramallah sono superiori a quelle di Londra, così come la pioggia di Gerusalemme.
La metà meridionale della Palestina diventa deserto intorno ai territori di Beersheba, dove il deserto Naqab si espande fino alla punta della Palestina. Quando è stato fondato Israele, i palestinesi vivevano in modo sostenibile coltivando il 30% del loro paese. Escludendo  Beersheba, la percentuale  sale a una media del 43%, raggiungendo il top del 71% a Gaza.
La gestione dell’acqua al servizio del colonialismo
La funzione del regime idrico israeliano è in modo sinergico all’interno di un contesto più ampio di esclusività ebraica e di negazione palestinese. Separare i due aspetti della discussione è ipocrita, dal momento che gran parte della crisi idrica corrente è direttamente e indirettamente imputabile al sionismo che ha rivoltato l’organizzazione sostenibile della società nativa del territorio e dell’agricoltura.
Nel suo primo anno di fondazione, la deviazione israeliana dell’acqua di fiumi e affluenti cominciò sul serio, forzando la natura con variazioni innaturali per applicare una ideologia in contrasto con il territorio locale.
Ignorando l’incompatibilità ecologica di piantare colture estranee ad alta intensità di acqua per alimentare i palati europei e irrigando il deserto rubando l’acqua dei vicini, ignorando gli abitanti  e la biodiversità locale, con il sovra-pompaggio e la sottrazione di acqua per servire gli insediamenti sionisti con standard europei insostenibili, si  impostano  le basi per un gran numero di disastri ambientali in tutta la Palestina.
Ad esempio, anche se Israele avesse diffuso una percezione di pratiche agricole di ebrei ingegnosi (attraverso narrazioni PR di eccezionalismo ebraico simile a quello utilizzato nell’articolo di Scientific American), l’agricoltura israeliana era in realtà distruttiva per l’equilibrio ecologico della Palestina. Con l’80% di acqua disponibile utilizzata in agricoltura, che ha contribuito meno del 3 per cento all’economia israeliana, Israele ha continuato a sfruttare le risorse idriche per promuovere il sistema coloniale sionista, una contraddizione ecologica per l’ambiente locale.
Privare i palestinesi della loro acqua
Contemporaneamente alla colonizzazione avanza la negazione e l’esclusione della società palestinese nativa. Con il furto su larga scala della ricchezza e dei beni palestinesi, Israele ha iniziato  la distruzione della vita palestinese, soprattutto distruggendo l’agricoltura, che dipendeva da colture non irrigue come alberi di ulivo.
Oltre a questo, il controllo totale di Israele su tutti di acqua della Palestina ha permesso loro di mantenere i palestinesi assetati e in ginocchio. La distribuzione iniqua e razzista dell’acqua è stato ampiamente documentato nei rapporti severi da parte di organizzazioni locali e internazionali.
L’articolo [pubblicato da Scientific American] afferma che Israele fornisce l’acqua ai  palestinesi, ignorando il fatto cruciale che l’acqua appartiene ai palestinesi, in primo luogo. L’acqua dolce è pompata da una falda acquifera di montagna sotto villaggi palestinesi e i territori  per rifornire gli insediamenti israeliani. Una piccola frazione di questa acqua viene poi rivenduta ai palestinesi, in genere a prezzi molto più alti rispetto a quello per le colonie ebraiche della stessa zona.
Mentre i coloni ebrei consumano oltre cinque volte più acqua, godendo di prati verdeggianti e piscine private, l’accesso dei palestinesi all’acqua è variabile, a volte discontinua per settimane o mesi, o negato del tutto. Non è raro per interi villaggi trovarsi senza acqua potabile, per non parlare di ciò che questo significa per l’agricoltura palestinese.

Appropriarsi delle acque di superficie
Uno sguardo alla gestione delle acque di superficie fornisce ulteriore esempio della distruzione di Israele del potenziale idraulico della Palestina. Il fiume Al Auja, che Israele ha ribattezzato come il Yarkon, era un fiume costiero vigorosa, con una grande varietà di pesci e  di fauna, alcune delle quali non esistono in nessun altro luogo.
Gli abitanti del villaggio palestinese di Ras al-Ayn,  in una guida del  1891 lo hanno descritto come “un fiume prospero che scorre a zig zag fino a buttarsi in mare … la sua forza fa girare le pale dei mulini e piccoli pesci possono essere catturati in esso”.
In solo un decennio di gestione israeliana dell’acqua della Palestina, questo fiume che dava la vita è stato ridotto a un rivolo di acque reflue, le sue acque dirottate e sostituite con un fango tossico di sostanze inquinanti industriali e domestiche che, nel 1997, ha corroso  i polmoni e gli organi vitali di un atleta in gara ai Maccabiah Games  caduto nel fiume a seguito del crollo di un ponte.

Uno dei primi progetti idrici di Israele quando conquistò l’accesso al Giordano, è stato quello di iniziare a portare lontano l’acqua  dai loro vicini, incitando la Siria e la Giordania a seguire l’esempio di conservare la propria quota di acqua regionale. Decenni più tardi, i livelli d’acqua sono così bassi che il fiume Giordano non può più ricostituire il Mar Morto. I livelli dell’acqua in diminuzione, insieme con i “bacini di evaporazione” di Israele per estrarre minerali ed altre attività industriali hanno creato un disastro ambientale mai visto prima in Palestina.
Nel 1950, Israele prosciuga le zone umide Huleh della Palestina, un tesoro di biodiversità del Vicino Oriente, per stabilire insediamenti ebraici. Centinaia di questi progetti coloniali hanno notevolmente compromesso la ricca diversità biologica e geografica che ha prosperato in questo terreno crocevia  di tre continenti.
Un miracolo israeliano?
Così, ignorando la storia del sionismo, la degradazione dell’ambiente della Palestina e il ruolo fondamentale di Israele nella genesi della crisi idrica in corso, l’articolo di Scientific American pone le basi per spiegare il miracolo a basso costo, non invadente, fornitura apparentemente illimitata di acqua dolce. Francamente, questo racconto appartiene ad altri miti come “una terra senza popolo per un popolo senza terra” e Babbo Natale, le sue renne e la fabbrica dei giocattoli al Polo Nord.
Tuttavia la desalinizzazione  effettivamente proposta e altri  vantaggi, non è per nulla miracolosa né è  un’eccezione in Medio Oriente, simili sfide sono state vinte nei paesi del Golfo che hanno impiegato tecniche di dissalazione per qualche tempo.
Da esperienza qui e altrove, sappiamo che ci sono dei costi grandi per l’ambiente e gravi rischi per la salute conseguenti alla  desalinizzazione, compresi i sottoprodotti di gas a effetto serra e l’inquinamento. Non è chiaro se il costo propagandato di 0,58 dollaro per metro cubo di acqua include il costo dell’inquinamento o il costo di ampie fasce di prezioso terreno costiero che deve essere utilizzato per le infrastrutture di dissalazione. Né vi era alcuna menzione della devastazione nota e prevedibile per la vita marina locale inseguito alle alterazioni fisiche e chimiche dell’ambiente conseguenti ai processi di desalinizzazione.
Report onesto.
Negli ultimi due decenni, gli ambientalisti israeliani hanno lavorato per sensibilizzare la loro società sulla portata della loro distruzione del mondo naturale locale, ed i loro sforzi, così come la legislazione e dei regolamenti, hanno iniziato a mitigare alcuni degli effetti deleteri di conquista di Israele, insediamenti e pesanti alterazioni ambientali.
Non è un recupero facile, tuttavia, per come le politiche israeliane, sostenute dalla politica coloniale, hanno quasi cancellato l’organizzazione sostenibile della civiltà indigena della Palestina e l’ecologia nativa.
E’ irresponsabile e disonesto continuare a diffondere il mito romanzato dell’eccellenza israeliana come unica brillante scelta per guidare e ispirare. La cosa intelligente da fare  è spiegare coraggiosamente i fallimenti economici, ambientali e sociali, maschere di Israele, l’orribile distruzione della società  nativa, sia di  umani che non umani.
Scientific American farebbe meglio a fornirci inchieste incisive e resoconti onesti sulla pletora di sfide ambientali cui deve far fronte l’umanità, soprattutto in Medio Oriente, in un’epoca in cui l’inquinamento e le dimensioni della popolazione han raggiunto proporzioni inaudite, caratterizzata da guerre incomprensibili e diminuzione delle risorse invece di promuovere la favoletta di uno stato di coloni che si autoincensa.

lunedì 18 luglio 2016

L’acqua: l’unica questione che mette in difficoltà Israele di Amira Hass

L’acqua è l’unica questione che mette (ancora) in difficoltà Israele con il pretesto della sicurezza e di Dio. I portavoce israeliani hanno pronte tre risposte da utilizzare quando rispondono alle domande sulla carenza d’acqua nelle città palestinesi della Cisgiordania, che emerge chiaramente rispetto al pieno soddisfacimento idrico delle colonie:
1) Le condutture palestinesi sono vecchie e di conseguenza vi sono perdite d’acqua; 2) i palestinesi si rubano l’acqua tra loro e la rubano agli israeliani; 3) in generale, Israele nella sua grande generosità, ha raddoppiato la quantità d’acqua che distribuisce ai palestinesi in confronto a quella stabilita dagli accordi di Oslo.
“Distribuzione”, i portavoce scriveranno nelle loro risposte. Non diranno mai che Israele vende ai palestinesi 64 milioni di m³ d’acqua all’anno invece dei 31 milioni di m³ stabiliti dagli accordi di Oslo. Accordi che sono stati firmati nel 1994 e che era previsto scadessero nel 1999. Non diranno che Israele vende ai palestinesi l’acqua dopo avergliela rubata.
Complimenti per la demagogia. Complimenti per rispondere solo con un ottavo della verità. L’acqua è l’unica questione per cui Israele è (ancora) in difficoltà nel difendere la sua politica discriminatoria, oppressiva e devastante con il pretesto della sicurezza e di dio. Per questo deve confondere e stravolgere questo fatto fondamentale: Israele controlla le risorse idriche. Ed avendone il controllo, impone il contingentamento della quantità di acqua che i palestinesi hanno il permesso di produrre e consumare. In media i palestinesi consumano 73 litri pro capite al giorno. Al di sotto della quantità minima necessaria. Gli israeliani consumano in media 180 litri al giorno, e c’è chi afferma che sono anche di più. E qui, a differenza di là, non troverete migliaia di persone che consumano 20 litri al giorno. D’estate.
Vero, alcuni palestinesi rubano l’acqua. Contadini disperati, i soliti imbroglioni. Se non ci fosse la mancanza d’acqua ciò non accadrebbe. Una gran parte dei ladri sta nell’area C, sotto il pieno controllo di Israele. Per cui, per favore, lasciate all’IDF e alla polizia il compito di trovare tutti i criminali. Ma giustificare la crisi con il furto, questo è un inganno.
Faccio questo lavoro da venticinque anni e le bugie dei portavoce dell’occupazione israeliana continuano a farmi infuriare. Le peggiori sono le bugie sulla carenza d’acqua in Cisgiordania. Ogni anno arriva l’estate e mi tocca scrivere qualche articolo sul tema.
Quest’anno mi sono concentrata sull’area di Salfit, nell’ovest della Cisgiordania. Ho visitato alcuni villaggi e ho visto i rubinetti a secco, le zucche rinsecchite negli orti e i bambini che andavano a riempire i contenitori di plastica alle sorgenti. In estate la quantità d’acqua erogata dall’azienda idrica israeliana viene ridotta almeno della metà. Il motivo è semplice: aumenta la richiesta d’acqua negli insediamenti, riforniti dalla stessa rete. La risposta degli israeliani è sempre la stessa: diamo ai palestinesi più acqua di quanto previsto dagli accordi di Oslo del 1994.
Gli accordi di Oslo hanno sancito il controllo israeliano sulle risorse idriche e hanno autorizzato una distribuzione squilibrata dell’acqua proveniente dalle falde della Cisgiordania: 80 per cento agli israeliani, 20 ai palestinesi. Oggi il rapporto è addirittura peggiorato: 86 a 14, perché i pozzi che i palestinesi hanno aperto nell’est non hanno prodotto la quantità d’acqua sperata (l’area di Salfit è invece ricca d’acqua nel sottosuolo, ma i palestinesi non la possono sfruttare). Di conseguenza i palestinesi sono costretti a comprare più acqua dall’azienda idrica israeliana. Acqua che noi israeliani rubiamo a loro.
Haaretz, 22 giugno 2016

giovedì 7 maggio 2015

Il lavoro dei bambini tra i coloni d’Israele - Human Rights Watch

Perché darsi tanto da fare per avere un titolo di studio? Finiranno comunque a lavorare nelle colonie agricole isreliane con un salario da fame. Centinaia di bambini palestinesi lavorano in condizioni disastrose durante tutto l’anno. Alcuni raccontano anche di essere svenuti, d’estate, quando la temperatura supera i 40 gradi. Nei periodi di raccolta il numero dei piccoli contadini che si spezzano la schiena aumenta. Il rapporto di Human Rights accusa: quei bambini lasciano la scuola e spesso vanno a fare lavori pericolosi ma Israele fa finta di niente

di Human Rights Watch

In un rapporto presentato a metà aprile Human Rights Watch sostiene che le fattorie delle colonie israeliane in Cisgiordania utilizzano lavoro minorile palestinese per la coltivazione, la raccolta e l’impacchettamento dei prodotti agricoli, molti dei quali esportati. Le fattorie pagano ai bambini bassi salari e li sottomettono a condizioni di lavoro pericolose in violazione degli standard internazionali.
Il rapporto di 74 pagine si chiama “Maturi per gli abusi: il lavoro minorile palestinese nelle colonie agricole israeliane in Cisgiordania” e documenta che bambini, anche di 11 anni, lavorano in alcune fattorie delle colonie, spesso ad alte temperature. I bambini trasportano carichi pesanti, sono esposti a pesticidi pericolosi ed in alcuni casi devono pagarsi i trattamenti medici per ferite o malattie dovute al lavoro.
“Le colonie israeliane stanno traendo profitto dalle violazioni dei diritti contro i bambini palestinesi,” afferma Sarah Leah Whitson, direttrice per il Medio Oriente e il Nord Africa. “I bambini delle comunità impoverite dalle discriminazioni di Israele e dalle politiche di colonizzazione stanno lasciando la scuola e accettando lavori pericolosi perché sentono di non avere alternative, mentre Israele fa finta di niente.”
Human Rights Watch ha intervistato 38 bambini e 12 adulti che lavorano in sette fattorie delle colonie nella zona della valle del Giordano, che rappresenta circa il 30% della Cisgiordania e dove si trovano i maggiori insediamenti agricoli. Le restrizioni discriminatorie israeliane contro l’accesso dei palestinesi alle terre coltivabili e all’acqua in Cisgiordania, soprattutto nella valle del Giordano, un centro tradizionale dell’agricoltura palestinese, costano all’economia palestinese più di 700 milioni di dollari ogni anno, secondo le stime della Banca Mondiale. I livelli di povertà dei palestinesi nella valle del Giordano arrivano al 33,5%, tra i più alti di tutta la Cisgiordania.

Alcuni palestinesi affittano terreni agricoli dai coloni israeliani, ai quali Israele ha affidato le terre dopo essersene illegalmente appropriato portandoli via ai palestinesi. In base alla Quarta Convenzione di Ginevra le politiche israeliane che appoggiano il trasferimento di civili nei Territori Occupati e l’appropriazione da parte di Israele di terra e risorse per le colonie viola gli obblighi di Israele in quanto potenza occupante. Secondo Human Rights Watch, queste violazioni sono aggravate nelle colonie dalle violazioni dei diritti contro i lavoratori palestinesi, compresi i bambini. Israele dovrebbe smantellare le colonie e, nel frattempo, proibire ai coloni di sfruttare i bambini, in ottemperanza agli obblighi di Israele in base ai trattati internazionali sui diritti dei bambini e dei lavoratori.
Quasi tutti i bambini palestinesi intervistati da Human Rights Watch hanno detto di ritenere di non avere alternative se non trovare lavoro nelle fattorie delle colonie per aiutare le loro famiglie. Israele ha destinato l’86% della terra nella valle del Giordano alle colonie e garantisce un accesso molto maggiore all’acqua del bacino idrico della valle per l’industria agricola delle colonie che per i palestinesi che vi vivono. Le colonie agricole israeliane esportano una quantità significativa dei loro prodotti all’estero, compresi Europa e Stati Uniti.
Non sono disponibili statistiche ufficiali, ma i gruppi israeliani e palestinesi per lo sviluppo ed i diritti dei lavoratori stimano che centinaia di bambini lavorino durante l’anno nelle colonie agricole israeliane, e che il loro numero aumenti durante i periodi di raccolta. I bambini intervistati da Human Rights Watch hanno affermato di soffrire di nausea e di capogiri. Alcuni dicono di essere svenuti mentre lavoravano in estate con temperature che spesso superano i 40 gradi all’esterno, e sono persino superiori all’interno delle serre nelle quali molti bambini lavorano. Altri bambini dicono di aver avuto vomito, difficoltà di respirazione, irritazione agli occhi ed eruzioni cutanee dopo aver spruzzato e essere stati esposti ai pesticidi, anche in spazi chiusi. Alcuni si sono lamentati di mal di schiena dopo aver trasportato pesanti casse piene di prodotti o contenitori “a zaino “di pesticidi.
Le leggi del lavoro israeliane vietano ai minori di portare pesi eccessivi, di lavorare ad alte temperature e con pesticidi pericolosi, ma Israele non applica queste leggi per proteggere i bambini palestinesi che lavorano nelle sue colonie. Le autorità israeliane raramente controllano le condizioni di lavoro dei palestinesi nelle colonie agricole israeliane. I ministeri israeliani della Difesa, dell’Economia e del Lavoro dicono tutti che stanno studiando come applicare maggiori protezioni sul lavoro per i palestinesi che lavorano nelle colonie, ma che nel frattempo nessuna autorità ha un mandato preciso per far applicare i regolamenti.

Dei bambini intervistati per il rapporto, 33 hanno lasciato la scuola e stavano lavorando a tempo pieno nelle colonie israeliane. Di questi, 21 hanno abbandonato la scuola prima di compiere i 10 anni dell’educazione primaria, obbligatori sia per le leggi palestinesi che per quelle israeliane. “Cosa importa avere un titolo di studio, finirai comunque a lavorare per una colonia,” ha detto un bambino.
I maestri e i presidi delle scuole palestinesi nella valle del Giordano hanno detto che i bambini che lavorano part-time nelle colonie durante i fine settimana e dopo la scuola arrivano spesso in classe sfiniti. Le autorità militari israeliane dichiarano che loro non rilasciano permessi di lavoro per i palestinesi al di sotto dei 18 anni per lavorare nelle colonie. Tuttavia i palestinesi non hanno bisogno dei permessi di lavoro israeliani per andare nelle fattorie delle colonie, che sono fuori dalle aree recintate delle colonie in cui i palestinesi devono avere un permesso per entrare.
Tutti i bambini e gli adulti che lavorano nelle fattorie delle colonie intervistati da Human Rights Watch hanno affermato di essere stati ingaggiati da mediatori palestinesi che lavorano per i coloni israeliani, di essere pagati in contanti, di non ricevere buste paga e di non avere contratti di lavoro. Israele nega la giurisdizione delle autorità palestinesi nelle colonie così come sulla maggior parte della valle del Giordano, ma secondo Human Rights Watch dovrebbe fare di più per applicare le leggi contro il lavoro minorile colpendo i mediatori.

Secondo inchieste giornalistiche e siti web di colonie e imprese, l’Europa è un importante mercato per l’esportazione di prodotti agricoli delle colonie, e alcuni prodotti sono esportati negli USA.  L‘UE è giunta ad escludere i prodotti delle colonie israeliane dalle tariffe agevolate previste per i prodotti israeliani, e gli Stati membri dell’UE hanno emesso avvertenze agli uomini d’affari affinché prendano in considerazione i rischi legali, finanziari e di immagine per il coinvolgimento nel commercio con le colonie, ma non hanno dato indicazioni per porre fine a questi rapporti commerciali. Gli USA continuano ad offrire in pratica un trattamento preferenziale ai prodotti delle colonie israeliane in base all’accordo commerciale USA-Israele. Gli USA dovrebbero rivedere l’accordo per escluderli. Il Dipartimento del Lavoro USA continua a stilare e a pubblicare una lista di più di 350 prodotti di Paesi stranieri che sono realizzati con l’utilizzo di manodopera coatta o con lavoro minorile in altri Paesi, ma non vi ha incluso quelli delle colonie israeliane.
Human Rights Watch afferma che altri Paesi e imprese dovrebbero farsi carico delle loro responsabilità non beneficiando delle, o contribuendo alle, violazioni dei diritti umani contro i palestinesi in Cisgiordania interrompendo i rapporti di affari con le colonie, compresa l’importazione dei prodotti dell’agricoltura delle colonie. “Le colonie sono fonte di violazioni quotidiane, anche contro i bambini,” dice Whitson. “Altri Paesi e imprese non dovrebbero trarne beneficio o appoggiarle”.

Scarica il rapporto completo in inglese
Traduzione di BDS Italia

giovedì 24 luglio 2014

la "guerra" vista dalla luna



Due drammatiche immagini si aggiungono al dossier del conflitto sulla Striscia di Gaza. Questa volta la guerra tra Israele e Palestina viene immortalata dalla Stazione spaziale internazionale. Gli scatti arrivano attraverso il profilo Twitter dell'astronauta tedesco Alexander Gerst che li definisce i più tristi da lui catturati finora: ''my saddest photo yet'', scrive. E sottolinea come sia possibile vedere chiaramente la luce dei razzi e delle esplosioni dei bombardamenti sul territorio. La condivisione è stata immediata: oltre 20mila retweet in pochissime ore (a cura di Marzia Papagna).


giovedì 15 dicembre 2011

guerra per l'acqua

Abdallah guarda fisso il canale vuoto. Stupito, nervoso, quasi rassegnato. In questa bella giornata di sole non si aspettava di trovarsi di fronte il torrente dell’infanzia sua e di tanti bambini palestinesi completamente prosciugato. Accanto al canale senza più una goccia d’acqua, sta un’immensa pompa israeliana protetta da reti elettrificate.
“Al Auja era una sorgente, da cui partiva il torrente”, spiega Abdallah Awudallah, 29 anni, del villaggio di Ubbedyia nel distretto di Betlemme. Ha accompagnato un gruppo di internazionali alla scoperta della Jordan Valley, delle sue risorse d’acqua rubate e delle sue terre confiscate. E il tour avrebbe dovuto concludersi alla sorgente di Al Auja. Ma di acqua nella sorgente non ce n’è più.
“In arabo ‘auja’ significa ‘nella direzione opposta’ – spiega Abdallah – Chiamavamo il torrente così perché per lunghi tratti l’acqua correva verso l’alto e non verso il basso. A causa della forte pressione e della velocità, l’acqua riceveva la spinta necessaria a salire verso l’alto”.
Un sito unico che colorava di verde il deserto. “Molte delle scuole della Cisgiordania erano solite portare in gita qui gli alunni, a Gerico e poi ad Al Auja: era il luogo perfetto per passare una giornata tra acqua e pesci e per studiare una delle risorse naturali fondamentali alla vita. Nessuna scuola palestinese può organizzare gite a Tiberiade, nella Palestina ’48, per mancanza dei permessi necessari a entrare in Israele. Così, Al Auja era l’unico luogo in cui venire a contatto con l’importanza dell’acqua”...