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mercoledì 16 marzo 2022

Chi specula sul prezzo del grano? - Stefano Mori

 

Negli ultimi giorni è cresciuto il volume della discussione sugli effetti della guerra in Ucraina sul mercato alimentare. Questo aspetto specifico del conflitto viene ripreso da media e istituzioni in maniera strumentale e spesso errata: l’Ucraina viene considerata il “granaio d’Europa” e – minacciando la carestia – si utilizza la guerra per attaccare le tutele ambientali sull’agricoltura europea.

È vero che l’Ucraina ha un ruolo importante come paese produttore: fin dall’Impero Russo, infatti, grazie alle sue fertili e pianeggianti terre, rappresentava una risorsa fondamentale per gli approvvigionamenti di grano e alimenti. In tempi più recenti, l’Ucraina è divenuta addirittura il principale esportatore di cereali nell’Unione Europea, attestandosi come principale fornitore nel 2018[1].

Tuttavia vanno fatte una serie di distinzioni e occorre ridimensionare molto un fenomeno su cui le lobby dell’agroalimentare stanno speculando per ottenere vantaggi.

Una guerra (anche) dei prezzi

Il conflitto sta impattando su filiere internazionali da cui dipendono equilibri politici e sociali di nazioni anche molto distanti dal fronte di combattimento. È il caso di quelle della sponda sud del Mediterraneo, e in particolare di paesi largamente dipendenti dall’importazioni di grano dall’Ucraina come Egitto, Tunisia, Libano.

Per questi paesi, trovarsi privi di un prodotto che garantisce una quota imprescindibile delle calorie assunte quotidianamente dalle persone, è un problema di prima grandezza. Tuttavia, ogni cosa va inserita nel suo contesto più ampio, e se da un lato è vero che alcuni paesi mediorientali e nordafricani scontano una forte dipendenza dalle importazioni russe e ucraine di grano tenero, è altrettanto vero che al di là di questi casi specifici il riverbero del conflitto sull’aumento dei prezzi del cibo non è sensibile.

Anche se l’export di cereali di Ucraina e Russia rappresenta – in volume – il 18% del commercio globale, solo il 17% del totale dei cereali prodotti nel mondo viene scambiato sul mercato internazionale. In particolare, solo un quarto della produzione di grano viene commercializzato su scala diversa da quella regionale. L’UE, inoltre, copre solo il 15% dell’importazione totale di cereali con forniture dall’Ucraina e un modesto 5% con quelle dalla Russia.

Dire quindi che siamo dipendenti dal grano dell’est europeo è una boutade. Un mito come quello che vorrebbe la zootecnia europea dipendente da colture foraggere importate dall’Ucraina. Ancora una volta però, i dati dimostrano il contrario. L’importazione di proteaginose di provenienza russa e ucraina coprono rispettivamente il 4 e l’8% dei consumi.

Eppure l’industria della carne e dei derivati, insieme alle associazioni di categoria, ha agitato lo spauracchio della carestia per chiedere due cose al governo e alla Commissione Europea: aumentare la produzione comunitaria di colture proteiche, in deroga alle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030, e aumentare le importazioni di colture OGM dalle Americhe per sopperire al calo dell’offerta russo-ucraina.

La verità è che questi gruppi di interesse stanno cavalcando il momento drammatico del conflitto per ottenere vantaggi competitivi per i settori della carne, dei prodotti lattiero caseari e dei prodotti da forno, settori ben controllati da aziende di grande e grandissima dimensione, spesso a carattere transnazionale.

 

Gli scambi fra Italia e Ucraina

Secondo ISMEA, l’Italia si posizionava nel 2020 al decimo posto tra i paesi importatori di prodotti agroalimentari dall’Ucraina. Il fatturato dei nostri acquisti è di 496 milioni di euro, pari al 3% dell’export agroalimentare ucraino. L’Italia è invece il secondo fornitore estero di cibo al paese, dopo la Polonia, con una quota del 7% pari a 415 milioni di euro.

Il nostro Paese acquista dall’Ucraina soprattutto oli grezzi di girasole, mais e frumento tenero. Relativamente al mais, è da segnalare che l’Ucraina è il nostro secondo fornitore dopo l’Ungheria, con una quota di poco superiore al 20% sia in volume che in valore.

La strutturale dipendenza degli allevamenti intensivi dal prodotto di provenienza estera spiega le richieste delle lobby di una deregolamentazione delle importazioni da oltreatlantico, unite alla domanda di una ripresa della produzione domestica e della contestuale sospensione della normativa ambientale.

Più marginale il ruolo dell’Ucraina per il frumento tenero, altro prodotto per il quale l’Italia è fortemente deficitaria. Qui le forniture di Kiev coprono appena il 5% in volume e in valore dell’import totale nazionale. Non sembra sia il caso di individuare nella guerra la causa principale della crescita dei prezzi alimentari.

Perché dunque aumenta il prezzo del cibo?

Non possiamo dire che il conflitto sia privo di ricadute sul commercio di queste materie prime, oltre che degli input chimici (da notare soprattutto la restrizione all’export di fertilizzanti russi varata a febbraio dal presidente Vladimir Putin). Nonostante ciò, un ruolo ben più determinante lo sta giocando la speculazione finanziaria, attraverso i contratti a termine (futures) scambiati alla celeberrima Chicago Stock Exchange (e non solo).

I prezzi delle materie prime alimentari salgono infatti perché il clima di incertezza ne fa impennare il valore in borsa, l’aumento del prezzo dell’energia rende più cari il trasporto e la lavorazione industriale, l’effetto rimbalzo dopo la fase acuta della pandemia vede crescere troppo rapidamente la domanda sul mercato globale rispetto alla capacità di risposta delle infrastrutture commerciali, ancora “arrugginite” da due anni di forte recessione.

 

Questi sono i reali fattori che contribuiscono a formare il prezzo delle commodities in questo momento: usare la guerra per indebolire le regole ambientali poste dalle strategie europee al settore agricolo è soltanto un pretesto.

Ciò non significa negare la gravità di una guerra alle porte d’Europa. Il nostro pensiero va infatti ai milioni di piccoli produttori di cibo in un paese che fa dell’agricoltura un fondamentale pilastro dell’economia nazionale.

Come spesso succede in queste situazioni, infatti, i contadini porteranno il peso delle distruzioni dei raccolti e dall’impossibilità di raccogliere quello che la terra restituisce dopo un lavoro di generazioni.


[1] https://www.agriculture-strategies.eu/en/2019/05/exports-of-ukrainian-corn-to-the-european-union-counter-meaning-on-the-new-silk-roads/

§  Coordinatore delle attività del Centro Internazionale Crocevia

da qui

mercoledì 15 dicembre 2021

L’assalto dei biopirati - Stefano Mori

 

Cinque deputati del Movimento 5 Stelle, membri della Commissione Agricoltura della Camera, stanno per avanzare una Proposta di Legge sul rilascio in ambiente dei nuovi OGM. Il partito guidato da Giuseppe Conte, che ha sempre fatto della contrarietà alla manipolazione genetica del cibo una delle sue bandiere, sta dunque per voltare le spalle al principio di precauzione e a una politica basata sulla sicurezza alimentare e i diritti dei contadini.

La PdL, che Crocevia e Associazione Rurale Italiana hanno potuto leggere, è firmata dal presidente della Commissione Agricoltura Filippo Gallinella e dai deputati Chiara Gagnarli, Giuseppe L’Abbate, Luciano Cadeddu e Luciano Cillis. Con una modifica del decreto legislativo 8 luglio 2003, n.224, si propone di accelerare le procedure per l’emissione in pieno campo di varietà vegetali ottenute in laboratorio con tecniche di genome editing e cisgenesi. Un fatto mai avvenuto finora per la ferma opposizione dei consumatori, degli agricoltori e delle organizzazioni ambientaliste. Questa mossa rischia di esporre l’agricoltura di piccola scala alla contaminazione da OGM e alla biopirateria, danneggiando gli agricoltori e la qualità del cibo in un paese che ha sempre visto una forte opposizione pubblica ai prodotti della manipolazione genetica.

L’editing del genoma fa parte di una serie di biotecnologie definite “di seconda generazione”, anche se si studiano ormai da una quindicina d’anni. I promotori le ritengono più precise e sicure nella loro capacità di modificare il DNA, oltre a chiedere che vengano esentate a livello europeo dagli obblighi della direttiva sugli OGM. Questi nuovi prodotti biotecnologici vengono propagandati come non OGM solo perché ingegnerizzano organismi della stessa specie, invece di incrociare specie diverse. Le varietà ottenute con queste cosiddette New Genomic Techniques (denominate NGT, NBT o TEA), che il Movimento 5 Stelle cerca di sdoganare, nell’introduzione alla proposta di legge vengono addirittura equiparate a piante mutate naturalmente. Un falso scientifico che ha fini meramente politici ed economici, curiosamente sovrapponibili a quelli grandi gruppi multinazionali e di parte dell’accademia, interessati a ottenere il via libera per la coltivazione di questi nuovi OGM per sfruttarne i diritti di proprietà intellettuale.

Non è un caso che la maggior parte degli argomenti che i deputati pentastellati portano a sostegno della necessità di deregolamentare i nuovi OGM si ritrovino nella comunicazione diffusa dall’International Seed Federation (ISF): la campagna di comunicazione “Building on Success”, portata avanti negli ultimi cinque anni dall’industria sementiera, batte infatti su alcuni punti chiave, uno su tutti il tentativo di equiparare manipolazione di laboratorio e mutazioni spontanee che avvengono in natura. L’altro è che queste biotecnologie contribuiranno a creare piante capaci di adattarsi al cambiamento climatico.

Si tratta di affermazioni tutte da dimostrare, quando non palesemente false. L’editing del genoma, infatti – in modo molto più irrituale rispetto alle mutazioni che avvengono in natura – può generare molteplici cambiamenti del DNA con un unico intervento. Di qui i preoccupanti effetti collaterali di queste biotecnologie: mutazioni fuori target, cancellazioni, riarrangiamenti e inserzioni non desiderate di DNA non sono l’eccezione, ma la regola del genome editing. Il fatto, denunciato da più parti, è che gli effetti fuori bersaglio non vengono studiati né cercati con rigore scientifico per la fretta di brevettare i prodotti o i processi di creazione di questi nuovi OGM. Ci troviamo di fronte a una scienza che rinuncia al rigore e al metodo, che salta passaggi doverosi per aprire all’industria nuovi spazi di profitto attraverso brevetti e privative.

Non valutare questi rischi ambientali, sanitari ed economici prima della commercializzazione significherebbe utilizzare i contadini e i cittadini consumatori come cavie di queste manipolazioni della vita e dimostrerebbe un disprezzo del principio di precauzione sancito dai trattati europei.

Nonostante la pressione per deregolamentare il genome editing da parte di diversi governi europei, del mondo dell’agroindustria e delle ditte sementiere, nel 2018 la Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che anche ai prodotti di queste “nuove” biotecnologie si deve applicare la Direttiva 2001/18 sugli OGM. Una sentenza storica, che equipara le NGT agli OGM, e che costringe i prodotti delle “nuove” biotecnologiealla tracciabilità e all’etichettatura, nonché a una rigorosa valutazione del rischio.

Il pronunciamento della Corte è stato accolto come una iattura dal settore privato, perché i consumatori europei sono radicalmente contrari agli OGM e difficilmente acquisterebbero questi prodotti se venisse riportata la dicitura in etichetta. Di qui il tentativo che la Commissione europea sta portando avanti di riscrivere le regole sulla manipolazione genetica, liberando i prodotti dell’editing genomico dalle pastoie della legge.

Senza neanche aspettare l’esito sia delle consultazioni europee (la prima terminata ad ottobre con oltre 70 mila risposte in grandissima parte contrarie) che del piano UE che prevede un nuovo quadro normativo per il 2024, l’Italia sta preparando il terreno per una deregolamentazione con la proposta di legge del M5S. Il nostro paese rischia quindi a breve, senza una opposizione decisa dei suoi cittadini e dei suoi agricoltori, di perdere lo status di paese libero da OGM, con un danno economico incalcolabile oltre alla perdita di sicurezza alimentare. Non possiamo permetterlo.

 

*Stefano Mori, Coordinatore delle attività del Centro Internazionale Crocevia

da qui

domenica 31 ottobre 2021

Il futuro della biodiversità agricola - Stefano Mori

 

 

Si è conclusa nei giorni scorsi la prima parte del vertice internazionale della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), la cosiddetta COP15. L’appuntamento, che ha visto il confronto tra 195 paesi, è fondamentale per condividere un sistema di regole e obiettivi che permetta di arrestare la perdita drammatica di biodiversità nel mondo.

Sebbene meno conosciuta della COP sul clima, la COP sulla biodiversità ha un’importanza almeno identica. Oggi infatti tre quarti dell’ambiente terrestre e circa il 66% dell’ambiente marino sono stati significativamente modificati dalle azioni umane, fatto che ha determinato un crollo del numero di specie animali e vegetali, così come un crollo della biodiversità coltivata.

Per porre rimedio a questa situazione, si stima che ogni anno saranno necessari più di 700 miliardi di dollari. Ma il punto è: dove andranno questi fondi? La preoccupazione dei movimenti sociali e di alcune ONG come Crocevia, è che verranno destinati a false soluzioni, aumentando la privatizzazione delle aree naturali ancora integre, cacciando le popolazioni indigene e le comunità locali dai luoghi che hanno accudito per decenni, utilizzando i “servizi ecosistemici” per farne moneta di scambio su mercati del carbonio dedicati.

Ciò che davvero sarebbe necessario, invece, è una inversione a U dal modello dell’agricoltura industriale, primo fattore di distruzione dell’ambiente e di riduzione della biodiversità. Ecco perché Crocevia segue e partecipa ai negoziati della Convenzione sulla Biodiversità in supporto alle reti e ai movimenti di piccoli produttori e Popoli Indigeni.

Vogliamo che il prossimo pacchetto di regole che i governi riuniti nella CBD concorderanno comprenda il riconoscimento dell’agroecologia contadina e del modo di vita indigeno come pratiche capaci di invertire la perdita di biodiversità, garantirne la vera conservazione dinamica e l’evoluzione.

 

L’importanza della biodiversità agricola

La biodiversità agricola sta scomparendo rapidamente, a causa del supporto incondizionato da parte della governance globale all’agricoltura intensiva: l’agricoltura e l’acquacoltura ormai ridotte a industrie appiattiscono la biodiversità agricola, creando un mondo di sementi, alberi, razze e specie acquatiche omogenei e spesso modificati geneticamente per includere tratti limitati, che sono utili al mercato ma non all’equilibrio degli ecosistemi. Si vengono a creare così agroecosistemi semplificati e pesantemente contaminati con biocidi e altri prodotti agrochimici.

Mentre la pandemia di COVID continua, dobbiamo ricordarci che i rischi di zoonosi sono sempre maggiori in ambienti con poca biodiversità e con presenza massiccia di allevamenti intensivi. L’espansione dell’agricoltura industriale in aree remote crea lo spazio perché patogeni rari possano accedere a ospiti vulnerabili, dando origine a nuovi e più virulenti ceppi di influenza e coronavirus come il COVID-19.

Dall’ascesa dell’agricoltura industriale, avvenuta con la rivoluzione verde, la biodiversità è stata considerata incompatibile con l’agricoltura. Purtroppo, la direzione non sembra cambiare.

Le Nazioni Unite, tramite la Convenzione per la Diversità Biologica (CBD), si sono poste nel 2010 ad Aichi, in Giappone, obiettivi sfidanti per porre fine entro il 2020 alla perdita di biodiversità nel mondo. Tuttavia, un decennio dopo, nessuno dei target che la comunità internazionale si era prefissata è stato raggiunto. Intanto continua da ormai 3 anni la discussione sul prossimo quadro di regole e obiettivi da darsi di qui al 2030.

I negoziati, in grave ritardo anche per causa della pandemia, dovrebbero portare ad approvare un nuovo piano ambizioso per la conservazione della biodiversità.

 

Un approccio sbagliato

Ma rimangono forti dubbi che questo nuovo tentativo riuscirà a raggiungere lo scopo: l’attuale lavoro verso il cosiddetto Global Biodiversity Framework post-2020, infatti, ha un approccio produttivista nella sua limitata attenzione all’agroecologia, e un approccio coloniale alla conservazione, proponendo di preservare più terra possibile dall’uso umano sostenibile, e violando così il diritto alla terra dei Popoli Indigeni, oltre a negare migliaia di anni di cura e co-produzione con la Natura.

La CBD non ha una forte storia di considerazione della biodiversità agricola. Nonostante sia ritenuta la “carta madre” di tanti altri accordi sull’uso sostenibile di risorse genetiche (come il Trattato per le Risorse Fitogenetiche – ITPGRFA), non riconosce nemmeno come gruppo di interesse nelle negoziazioni i produttori di cibo su piccola scala o i contadini, che sono titolari di tale riconoscimento secondo la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e di altre persone che lavorano nelle aree rurali (UNDROP). Forse perché la CBD è stata storicamente costituita dalla “comunità ambientalista”, sembra che abbia trascurato il ruolo storico e continuo dei piccoli proprietari terrieri nel mantenere la biodiversità sul 30% dei suoli mondiali, da cui proviene il 70% del nostro cibo.

Per cambiare radicalmente strada e cominciare a farlo con il nuovo quadro di regole, la CBD dovrebbe considerare la biodiversità agricola a livello genetico, di specie e di ecosistema, sopra e sottoterra e in tutte le acque del mondo.

E’ così infatti che viene intesa nella pratica dai sistemi ecologici in cui vivono e lavorano i produttori su piccola scala. Grazie al loro “lavoro nella natura” possono trovarvi nutrimento, indumenti  riparo e medicine per le famiglie e le comunità. La terra è coltivata per i suoi valori culturali e spirituali e fornisce resilienza ecologica ed economica.

 

Dalla parte giusta

Siamo ben lontani da questa prospettiva: la considerazione estrattivista della natura come bene infinito e gratuito, generatore di valore economico per le classi dirigenti è oggi dominante.

Occorre che i movimenti sociali, i piccoli produttori e le organizzazioni della società civile impegnate a fornire una diversa visione del mondo e della biodiversità lavorino insieme per cambiare una narrazione che sta distruggendo le basi stesse della nostra vita. Crocevia da oltre sessant’anni opera al fianco di contadini, pescatori, Popoli Indigeni e movimenti sociali per costruire questa trasformazione. Lo fa entrando nei negoziati internazionali, fornendo supporto e monitoraggio, mediazione ed expertise.

L’abbiamo fatto anche negli ultimi giorni, quando si è conclusa la prima parte della COP15 (la conferenza delle parti firmatarie della Convenzione sulla Biodiversità). Continueremo a farlo nel prossimo futuro, con molte sfide che ci attendono: il processo per l’adozione del quadro normativo per la biodiversità si concluderà infatti nel 2022, quando durante la seconda parte della COP15 le Parti negozieranno il testo finale, per poi adottarlo.

Saremo presenti anche a quell’appuntamento, perché è fondamentale che tutti riconoscano il ruolo unico dei piccoli produttori di cibo nella conservazione, gestione e uso sostenibile degli ecosistemi biodiversi. Non possiamo perdere altri dieci anni rincorrendo false soluzioni.


*Coordinatore delle attività del Centro Internazionale Crocevia


da qui