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martedì 7 dicembre 2021

PERCHÉ SE IL VEGETARIANISMO È OGGI PURGATORIO, LA CARNE È DUE VOLTE INFERNO - Guido Ceronetti

 

Non sembra facile, oggi, una difesa del vegetarianismo. Non solo tutti idolatrano il vitello carneo: il nutrimento alternativo, da contrapporgli, è scadente, povero e pericoloso. Nei catechismi vegetariani tradizionali si agita un mondo d’ombre. La polpa matura dei frutti, la potenza degli alimenti crudi, la virtù risuscitativa del miele, la perfezione del latte, lo splendore del burro, l’incanto dei formaggi, l’inesauribile bellezza del pane, l’eccellenza curativa del vino, la regalità dell’olio d’oliva, le profondità energetiche dell’uovo di gallina. Guai a sbucciare un frutto; lavare poco; seguire sempre i ritmi stagionali. In autunno, fra i tralci, a sguazzare nell’uva nera; noci umide di mallo, pannocchie di granturco dorate nel burro. Inverno: agrumi e castagne. Primavera: grandi vasi di fragole di bosco, condite con pòllini. Estate: tutto il giallo, tutto il rosso. E tutto piamente masticato cento volte, benedicendo la Natura datrice, fuggendo il sale, il fumo, il caffè. A Jasnaia Poliana era un regime possibile: ma qui, ora? Quei buoni manuali insegnano il ballo a una corsia di amputati. Nelle illustrazioni, donne sanissime aprivano le stanze ai raggi del Maturatore appena levato per il suo giro nei frutteti, mentre una bambina in fiore correva addentando mele non proibite, perché non sbucciate. C’era, a Praga, ai primi del secolo, una Pomologische Schule, una scuola di frugivorismo, che ebbe tra i suoi frequentatori Franz Kafka, vegetariano tra i più ascetici – crauti senza salsicce – finché la tubercolosi non lo costrinse a mangiarli con salsicce. Ma, a Zurigo, nella clinica Bircher-Brenner c’erano, per tubercolotici, speciali diete vegetariane. Un vegetarianismo di moltitudini, nel mondo occidentale, è impensabile, e quello di élite vive con difficoltà. Per essere vegetariani bisogna credere anzitutto in certi principia filosofici piuttosto estranei a questa cultura, e adeguarvi una disciplina igienica, uno stile personale di vita. Sembrano sogni: tutta l’Intelligenza europea studiosa e creatrice è un Mammut carbonizzato per quanto riguarda i problemi morali con proiezione e dipendenze metafisiche. Non parlo dei Russi: in loro qualcosa vive, da loro qualcosa di eterno ogni tanto arriva a confonderci e a ferirci; ma in Occidente sulle vivendi causas non si piega quasi più nessuno e la parola scritta, anche la migliore, porta con faccia suicida questa sua barbarie muta. Tra muraglie di libri, i letterati vivono come un presentatore televisivo o il più ottuso dei dirigenti industriali. Allora carne carne carne carne; finché ci sono bestie da ammazzare carne; quando saranno finite, provvederanno Burke e Hare: l’importante è che il piatto sia pieno. Inoltre la guerra feroce della medicina contro il vegetarianismo ha scoraggiato molti onesti principianti, ai quali è mancato il cuore di sfidarla. «Se non mangi la carne muori!». La medicina vede il vegetariano come un suicida, che abbia scelto la zuppa d’avena invece della pistola a tamburo per finirla con ogni tipo di cena. E poi siamo immersi in un’esaltazione continua e rabbiosa della sopraffazione, dell’uomo sulla bestia e di chiunque sopra chiunque, e il nutrimento carneo è visto come il fondamento necessario di tutta la gerarchia della paura, è l’olio benedetto che consacra i re della vita. Perciò scrivo queste piccole note per incoraggiamento dei vegetariani timidi e per approvazione dei clandestini, punti di refrigerio nelle fornaci del carnivorismo. Da molti anni sono vegetariano e posso dire di averci guadagnato in salute fisica e mentale. Non ho perduto che le macabre catene del conformismo onnivorista. Dati i prezzi del mercato delle carni, una famiglia volontariamente vegetariana galleggia meglio, può spendere in raffinatezze quel che risparmia in pezzi di cadavere, ha un bilancio meno pesante e lo stomaco meno guasto. Meglio sia un’intera famiglia a nutrirsi vegetarianamente, e non un solo componente, perché così non c’è separazione a tavola, tutti unisce in un magico circolo l’ideale comune. Siate diversi, sostanzialmente diversi da come vi vogliono, da come vi fanno essere! E per esserlo infallibilmente, bisogna cominciare dal nutrimento, tutto è lì. Il vegetarianismo familiare è un’incrinatura sensibile dell’uniformità sociale, una piccola porta chiusa al male, in questa universale condanna a essere tutti uguali a servirlo. I bambini non sono un problema: quasi tutti sono, spontaneamente, vegetariani, e un vegetariano avveduto non li priva certo di proteina. La carne gli viene imposta dall’idiozia camivorista degli adulti. I padri permettono ai bambini anche d’impiccarli, ma guai se respingono il piatto di carne! E dall’implacabilità dell’affetto deluso, le vendette più atroci! E quando una gaia coppia vegetariana scoprisse, in un figlio delle sue viscere, funeree inclinazioni carnivore dovrà reprimerle? C’è un destino, anche qui, e si può contrastarlo solo entro limiti di buon senso. Ma un’educazione vegetariana fondata sulla pietà e sulla bhakti, dovrebbe resistere bene alle violenze dell’istinto. Un vero vegetarianismo esclude qualsiasi tipo di carni, e anche i brodi carnei, tanto meno consumabili quanto più consommés. È un modesto Verboten nell’immensità del mangiabile… La dieta vegetariana è di solito amatissima da chi la pratica, rare le riconversioni non forzate. Il vegetarianismo, idea liberatrice, è da riproporre, ma i suoi vecchi testi sono da riscrivere tutti. Una separazione certa tra alimenti vitali e alimenti assassini non è più possibile, perché tutto quel che ci nutre riceve un permesso di nuocere dai demoni dell’inquinamento. Provati a cercare i frutti maturi! a mangiarli da sbucciare! E a fare la cura dell’uva non lavata! Sui vigneti, un teschio gentile ti avverte che i grappoli sono avvelenati. E riempiono ormai un grande cimitero, le ossa dei bambini assassinati da una mela, da una pesca prese nei campi! Frutti enormi, senza una macchia: immangiabili. Crescono sotto i calci del chimico, sovente al buio, i famosi alimenti solari dei vegetarianisti! Che cosa potrebbe fare la Scuola Pomologica? Contemplare rovine… Che cosa sono nei negozi ortofrutticoli quei bubboni lucidi, deformi e rossi come nasi di ubriachi, esposti in piccoli bidè di plastica? Dai letterati ritenuti Fragole, sono in realtà ormoni capponati, fatti ingrassare tra due striscioline luttuose di plastica nera, truccati da fragole per compratori che tanto non ne vedranno mai una. Gli agrumi, le patate… Non si creda che soltanto le bucce siano pericolose. Il vegetariano è colpito nei punti del suo antico giubilo, bisogna ammetterlo. Impegna allora un combattimento strano: mentre arricchisce la sua dieta di rinunce, esplora l’ignoto in cerca dell’incontaminato. Batte le campagne per trovare un vero uovo, nei misteri della città scopre un formaggio lunare. Vita di monaco vagabondo, non priva di attimi radiosi. I funesti prodotti del terricidio li schiva con ribrezzo. «Se il vegetarianismo è così difficile, perché non la carne?». Perché se il vegetarianismo è oggi purgatorio, la carne è due volte inferno. Una tabellina del grado di sconsigliabilità degli alimenti, così come sono oggi in natura e in commercio, non avrà ai primi posti quelli del vegetariano, ma dell’onnivoro. Si sa che cosa sono le carni in genere: quel che c’è di più devitalizzato, di più sporcato dai medicinali (antibiotici, estrogeni, tranquillanti, antitiroidei) tra i prodotti alimentari. L’allevamento del bestiame non ha scrupoli per raggiungere i pesi e i profitti desiderati. Ripulitelo, lucidatelo quanto volete, il mattatoio, chiamatelo Paradiso dei Millefiori: sarà come versare i profumi d’Arabia sulle mani di Lady Macbeth. Meglio che abbia odore di morte, che non mentisca, che si possa vederla, toccarla e mangiarla, la sua misteriosa somiglianza con l’uomo. Il mattatoio è la nostra ombra; qualsiasi città, Stato, società civile proietta quest’ombra che impoverisce la luce dell’astro. Fatelo periferico, chiudetelo sottoterra: sarà sempre dietro ogni porta, e la sua presenza ci maledice tutti. E tuttavia il mattatoio non è che il beato punto finale di un transito nell’esistenza tra i più tormentosi. L’allevamento industriale, col suo commercio mondiale, è una planetaria camera di tortura: i lunghi viaggi strazianti per mare e ferrovia, le isterectomie per mettere i feti nelle incubatrici, le continue iniezioni, le fecondazioni artificiali, le nutrizioni intensive, impregnate di orrore chimico, nel buio e nella semiparalisi, per fare lombi più grassi e carni più anemiche, i terrori, le catene, le mutilazioni, ne sono i principali strumenti. L’allevamento all’aria aperta è quasi scomparso, e l’animale nasce e muore in una prigione perpetua. Vedere l’eccellente lavoro inglese edito da Bompiani, Il dominio dell’uomo di Hutchings-Caver (naturalmente, se n’è parlato pochissimo), capitoli 7 e 8, che tuttavia non contengono che un panorama di orrori limitato (gli autori non sono vegetarianisti) e, per una idea di un grande mattatoio, quel che scrive Mailer degli stock yards nella sua cronaca della Convenzione di Chicago del ’68. Sugli alimenti contaminati, carni e no, c’è l’importante saggio di Maurice Pasquelot, La terre chauve, edito dalla Table Ronde. Argomentando della tossicità delle carni, non va trascurato quel che l’analisi non può rivelare: l’energia negativa di cui è imbevuta ogni molecola di un essere sensibile trattato come una quantità inanimata, il concentrarsi in chi se ne ciba dei residui psichici del suo terrore e della sua disperazione. Lamenti di macchine da allevamento, miserabili lamenti di bruti subumani che cosa contano? Siamo una civiltà cartesiana: l’animale è come un orologio, puro movimento automatico, niente anima… Trattiamo anche noi stessi come quantità inanimate. In questo c’è giustizia.

 

Tratto da Guido Ceronetti, La carta è stanca

da qui

mercoledì 6 gennaio 2021

ALBERI

 

Alberi senza dei - Guido Ceronetti

Un albero senza Dei, senza fate, senza significati trascendenti, è già un albero morto. Contro la passione distruttiva dell’uomo dissacrato non ha difesa.

Se c’è, in un cortile, un cedro del Libano più vecchio delle Piramidi che impaccia la sosta delle vetture di undici avvocati, nove commercianti, tre dentisti, un fotografo, una pediatra, lo si taglia subito. Ma se al cedro del Libano è legata la credenza che, tagliandolo, tutto il casamento crolla, perché morrebbe con l’albero il genio protettore del luogo, un rispettoso terrore impedirà il taglio; sbarrato da Psiche, il cortile resterebbe vuoto. Ai piedi dell’albero, velata, una prostituta sacra raccoglie monete dai balconi.

L’uomo tolto alle manette del sacro può fare soltanto quello che sta facendo; non chiedetegli di rispettare quel che non gli si presenta come una realtà oscura, funesta e imprevedibile. Si pensi al padre, al facile parricidio se padre significa una cosa qualunque, un atto, un’abitudine. L’opinione di Haudricourt e Hédin che tutte le piante attualmente coltivate sono state in origine sacre, e solo per questo sono sopravvissute, è da ritenere. Al culmine della secolarizzazione, c’è soltanto la distruzione.

E la ragione può così poco, nei fatti umani, che la distruzione degli alberi procede anche se la ragione, uscita dal suo sonno, si è messa a gridare che bisogna impedirla. Il razionalismo ecologico sostiene che bisogna salvare il verde (che cos’è il verde?) perché altrimenti l’aria diventa irrespirabile, e il suo stupore è grande, vedendo che un consiglio per sopravvivere non ha nessun effetto. La sopravvivenza non interessa concretamente l’anima umana; la risposta del cuore è glaciale. Quel che cerchiamo non è la sopravvivenza della specie (che cos’è la specie?), è un senso alla vita.

Gli alberi non sono il verde, sono «i nostri grandi fratelli immobili», una gente pelosa, umida e cornuta la cui caratteristica, inconcepibile per l’uomo, è una bontà infinita. Gli è impossibile vivere senza devozione disinteressata; li abbiamo lordati di sufficienza e di terrori. E l’ecologia fallirà, perché il suo orizzonte mentale non è diverso, in profondo, da quello del distruttore.

 

 Di più dirò: ch’a gli alberi dà vita

spirito uman che sente e che ragiona.

Per prova sollo: io n’ho la voce udita

che nel cor flebilmente anco mi suona.

(Tasso, Ger. Lib., 13, 49)

 

Virgilio, incominciando a parlare della peste del Norico, dice: Nec via mortis erat simplex, cioè la morte non arrivava per una sola strada. La morte degli alberi arriva per molte strade.

Una calvizie inesorabile, per la quale non ci saranno parrucche, va denudando dappertutto il cranio del pianeta. L’eccesso di popolazione umana divoratrice di mondi è un terribile contagio; tutti questi respiranti sono nemici del respiro; l’aria è consumata da loro. Le cliniche da cui i piccoli roditori umani escono in processione senza fine, sono grandi disboscatrici, dissimulate tra i pini e gli eucalipti. I gas tossici procreati senza misura da una città o da un impianto industriale partecipano, anche da grandi distanze, a tutte le stragi vegetali. Anidride solforosa, acido fluoridrico, organoclorati, viaggiano senza bisogno di passaporti falsi. La civiltà uccide gli alberi col fiato, come l’odore della tarasca, il drago di santa Marta, uccideva i tarasconesi.

Sotto il miasma, l’uomo (forse perché miasma lui stesso) resiste meglio: vive e delira anche dove la pianta, orfana di umidità sacrale, muore. L’uomo può scendere nel sottosuolo; la pianta può solo salire. Attraverso la nostra agricoltura avvelenata dalla peste chimica, la via mortis assume i frastagli, i meandri e le illusioni lugubri di un labirinto. «Il mondo, vaso spirituale, non può essere modellato. Chi lo modella lo distrugge» (Tao tê ching, 29).

Dappertutto immagini dell’epidemia: giungle asiatiche spiantate dai defolianti; macchia mediterranea e pinete fra i tentacoli di morte del miasma marino, untuosa garza in cui si combinano le schiume detergenti portate dai fiumi infetti e colatura di petroliera; l’Amazzonia brasiliana, di cui piani forsennati di sfruttamento imprenditoriale e governativo hanno decretato la distruzione; fondi marini senza vita. Ho sovente l’impressione, passando per certe nostre campagne, di trovarmi in un quartiere storico in demolizione, non ancora tutto abbandonato, ma istupidito, ubriacato dai crolli, dove i superstiti fissano il vuoto che cammina.

Non si creda che la perdita del Mato amazzonico sia inoffensiva per i bambini di Pinerolo o per gli studenti di Urbino. Non lo sarà che per quelli che non ne vedranno la fine. Senza conseguenze per tutti è soltanto la morte sicura di quelle poche migliaia di Indios che sopravvivono, nudità tristi, ombre piumate, coi latrati d’infinito della nostra rabbia intorno alle loro capanne, laggiù, nelle foreste amazzoniche. Tutti li hanno, tacitamente, condannati a morte. I superstiti dentro, forse, ai sarcofaghi ministeriali delle riserve. Ma prima, almeno, tirate tutte le vostre frecce avvelenate, ci sia per ogni punta una gola bianca! Anche per loro, come per gli alberi l’Ecologo, c’è l’Etnologo protettore, che li vuole vivi per portare in visita nella foresta i suoi schiamazzanti scolari: ecco il Popolo Primitivo! Date l’Etnologo ai coccodrilli, buona gente, non lasciate che scrivano libri, non lasciatevi capire da loro…

Ma una terroristica rete di autostrade calata sopra l’Inferno Verde demolito, enorme altare nero dell’ingegneria sadica e della Megera pioniera, non darà più soddisfazioni di quell’ottusa foresta piena di mostri e di preistoria? Il safari all’anaconda, senza neanche il modesto rischio di una freccia negli occhiali! Dov’è il freno capace di frenare? Perché un qualche terribile prodigio non paralizza le nostre mani? Perché non colano sangue i tronchi abbattuti?

L’untore, in questa pestilenza, uno dei gomiti della via mortis, esiste veramente. Ogni velenoso che al cinema catapulta tra le file di sedie vuote la sua cicca accesa, cova in sé la bragia di molti incendi. La stessa mano ignobile, in una collina asciutta, farà di un grande bosco carboni spenti.

Ogni nostra estate, per i boschi delle coste e delle colline, è una lunga corsa tra le fiamme. Cicca buttata, latta di petrolio, abulia della legge, sono tre facce e una testa sola: la miseria di un popolo che ignora, in alto e in basso, il rispetto della bellezza e della vita. È possibile avvicinarsi al distruttore e dirgli: «Quel che distruggi è il simbolo della Vita cosmica, e col simbolo avrai bruciato anche la vita» senza avere in risposta una coltellata?

Leopardi (Alla Primavera) usa, parlando di boschi, una parola che oggi si può intendere in due sensi: vissero. Voleva dire che i boschi vissero perché il dio Pan e le ninfe li abitavano, ma non è sbagliato intendere, insieme a questo, che vissero, come forma vivente, finché gli Dei e le ninfe li abitarono. Rimando il lettore a questo testo leopardiano e anche alla chiusa e all’abbozzo in prosa dell’Inno ai Patriarchi (da applicare agli ultimi Indios) come esempi non di scrittura poetica, ma di autentico vaticinio. Vissero è una piccola chiave per capire l’attuale peste della vegetazione, nella sua fatalità e nella sua sconcertante dipendenza umana. Un albero diventato semplice cosa, utilità, ornamento, dopo che fu abitazione vivente di esseri divini, sede di una forza soprannaturale, traccia visibile di una divinità, non è più salvabile. Vissero. Il petrolio dell’incendiario, la nube tossica, il dente del dozer non trovano ostacoli.

Nelle campagne meridionali, uno dei più orrendi e sfrontati delitti di mafia è la distruzione di uliveti: li segano di notte, per rappresaglia e per avvertimento. È un delitto che, se si avesse un’idea giusta del rapporto uomo-terra-ulivo-cielo, dovrebbe essere spietatamente punito con la morte. Sappi, uomo vile, che per un ulivo tagliato cadrà la tua testa. Divina legge, la legge che parlasse questo linguaggio forte.

Nell’Attica l’ulivo era sacro ad Atena, era Atena. Niente di più degno, nel momento grave in cui gli alberi prendono congedo dalla terra, di quel coro dell’Edipo a Colono, congedo del vecchio Sofocle dalla vecchiaia e dall’Attica, dove si canta la vegetazione che fiorisce alle porte di Atene. È l’incantato inno all’ulivo di Sofocle, all’ulivo che protegge la città dalla distruzione: «… una pianta di cui non so se mai ne sia nato l’uguale, in terra d’Asia o nella grande isola dorica di Pelope, una pianta indomabile, che si rifà da sola … l’ulivo dalle foglie cerulee, che nutre i nostri figli, l’albero che nessuno, né giovane né vecchio, può brutalmente distruggere o saccheggiare». Custodi dell’ulivo, dice Sofocle, sono Zeus e Atena, i cui sguardi mai l’abbandonano.

Da molto tempo lo hanno abbandonato, e i nostri ulivi non rinascono il giorno dopo, come quello dell’Eretteion bruciato dai Persiani. Li avvolge la via mortis nei suoi lenti giri. L’ulivo, finché vivrà, nutrirà, ma senza interdetto sacro, senza quegli occhi nascosti, è nelle mani del distruttore. 

Tratto da Guido Ceronetti, La carta è stanca

da qui





QUI un intervento di Laura Conti (del 1997)




domenica 3 gennaio 2021

Le piume morte – Guido Ceronetti

Il mondo d’oggi è già un mondo privo di uccelli, anche se ancora se ne vedono, o se ne immaginano, fuori dalle gabbie e dalle voliere, perché abbiamo rotto con loro quei rapporti che il mito, l’analogia e il simbolo rendevano possibili. Il deicidio dei deicidii è l’uccisione di Cibele; c’è dappertutto il suo sangue. Se agli uccelli occorreva per sopravvivere al fiato umano una piramide di occhi divini dove nidificare, non più trovarla li ha uccisi. Ora il piccolo allarme suona in un cielo svaligiato, le leghe internazionali per proteggere gli uccelli non risusciteranno il linguaggio perduto che li teneva su.

Da molto tempo il cielo si spopola di gente alata: la coincidenza con quel che chiamiamo Progresso della Ragione è interessante. Il pensiero è più forte dei veleni e degli spari, e nel pensiero che si accanisce a distruggere le verità oscure e paradossali, le sapienze rivelate e le realtà immaginate, privando la conoscenza delle cose che non possono esser conosciute (la sua bevanda dell’immortalità) tutti gli abitanti del cielo, visibili e invisibili, sono tacitamente condannati a una morte piena. Il cielo umano si svuota di vita e si riempie di morte: metalli di Seth, motori distruttori, fumi d’inferno, concerti spaventosi, funghi di Abaddon, offese a tutto, senza fine, finché non sarà chiusa questa officina di morte, uomo.
Si direbbe che uno spazio dove hanno cessato di muoversi i piedi dei morti, di risiedere gli archetipi, i grandi Adami e Purusha, le parole e le anime sacre prima d’incarnarsi, ai nidi, ai voli, ai piumaggi, alle ali, ai migratori, ai rapaci ripugni. Come abbia fatto la fionda umana a raggiungere questi enti strani, che parevano fuori di qualunque tiro, resta misterioso; certo la cosa è cominciata molto tempo fa, forse ne rimane traccia soltanto in qualche mito, come in quello della torre che cerca disperatamente di essere bab-ili, porta di Dio. Ogni tentativo di costruire una torre di Babele riceve dall’alto una risposta violenta. Siamo noi a colpire gli uccelli a morte per costruire l’ultima torre, o la loro morte è già una risposta ai lavori in corso per costruirla?
Se un cacciatore tira a un’ombra che vola e il cane gli porta, vergognoso, l’aureola di un cherubino bruciacchiata o un sandalo alato sforacchiato dai suoi colpi, forse getterà il fucile. Ma succede qualcosa di molto più strano: ai nostri piedi di cacciatori di metafisiche, di miticidi feroci, di spremitori dell’Universo, di lordatori del Sacro, di costruttori di torri maledette, il cielo sta buttando, straziati da varie agonie, tutti i portatori di ali classificati nei repertori ornitologici. «Volevamo colpire a morte l’Irrazionale, non loro!». Eppure, invece di fantasmi, cadono piumaggi autentici, a una morte indiretta data con la mente corrisponde una strage vera. Esistono, in cielo e in terra, più simpatie, da cui dipendono la vita e la morte, di quante ne possiamo immaginare. Dovrebbe essere la mente miticida, la mente che non comprende le simpatie cosmiche, a gettare spaventata il fucile.
Libri, stile di scrittura e di vita, conversazioni, viaggi, politica, sono già mondi completamente privi di uccelli. E così l’arte, il lavoro, le città, le religioni… Anche nei sogni si sono fatti rari. Scomparso l’ultimo uccello non impagliato, non ingabbiato, non impaginato, avremo il mondo illimitatamente razionale verso il quale ci spinge la nostra impazienza di vivere privi di qualsiasi ragione di vivere.
Un mondo clinicamente morto. Ma in questo insuperabile deserto un superstite occhio invisibile – ai nostri cacciatori potrebbe esserne sfuggito qualcuno – si divertirebbe a ripescare, tra le esalazioni delle pattumiere razionaliste, i giornali dove i trionfi della vita sulla morte e della luce sulle tenebre erano dedotti dalle percentuali della Produzione e del Reddito, e la felicità pubblica, il bene privato e il Bene assoluto fatti dipendere dallo sviluppo del sistema industriale e dall’aumento di potenza tecnologica.
«Dobbiamo proteggere gli uccelli perché ci sono utili». Li perderete, perché il riconoscimento della loro utilità non è che uno dei raggi del terribile sole mentale che li stermina. Anche il candido ornitofilo utilitario ha un alito che li fa cascare giù morti. L’utilità è Medusa o Megera. Giustamente i mostri ridono delle dimostrazioni scientifiche di utilità.
Bisognerebbe saper vedere, ancora, nell’usignolo Filomela, nella rondine Procne, nel pettirosso Iti, nell’upupa Tereo, e le falangi angeliche dai vetri degli squallori urbani; sentire le potenze inferiori che brucano, come i morti i loro lenzuoli, i tappeti di luce sopra le notti di spavento delle città. Avremmo bisogno ancora di un cuore arcaico, di un cuore comunicante, di un cuore analfabeta; ce l’hanno agghiacciato.
Le campagne si fanno silenziose; ma il loro silenzio, che comincia ad angosciare anche i meno sensibili, non è che la fulminea risposta, il riflesso drammatico del silenzio che si è fatto nella mente, non più portatrice e rinnovatrice dei miti che ci scampavano da una vita simile alla morte. Forse gli uccelli sanno che il filosofo ormai incapace di trovare la verità negli enigmi e nelle figure, il letterato privo dei quattro elementi, il tecnocrate e il politico che non dovrebbero essere mai nati, sono la faccia profonda della distruzione che li ha raggiunti. Eccoli tutti neri di scuola, nessuno più capace di capire. Vale infinite tonnellate di veleni sparsi, questa prigione mentale dove sono persi come verità viventi i grandi apologhi degli animali parlanti, la storia del falco e della colomba del Mahabharata, e perfino il chiaro e sottile, veramente razionale, discorso anticartesiano di La Fontaine a Madame de la Sablière.

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