Visualizzazione post con etichetta governo Meloni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta governo Meloni. Mostra tutti i post

venerdì 26 dicembre 2025

Il governo Meloni blocca il gemellaggio Riace-Gaza. “Pregiudizio per politica estera”. Lucano: “Senza parole” - Lucio Musolino

 

Il governo Meloni si oppone al gemellaggio tra il Comune di Riace e la Città di Gaza, in Palestina. A comunicarlo al sindaco Mimmo Lucano è stato il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli che, martedì, ha scritto una lettera al primo cittadino (ed eurodeputato di Verdi-Sinistra) in risposta allo schema del gemellaggio trasmesso a fine novembre al ministero e sottoscritto, lo scorso agosto, dallo stesso Lucano in collegamento video con il sindaco di Gaza City Yahya Sarraj.

Nella lettera ricevuta da Lucano, su carta intestata della Presidenza del Consiglio, l’esponente del governo scrive che “a conclusione dell’istruttoria esperita presso le amministrazioni interessate, si rappresenta che il Mministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha espresso parere negativo alla sottoscrizione del gemellaggio”.

Calderoli riporta anche il parere del ministero guidato da Antonio Tajani, secondo cui “sussistono rilevanti motivi ostativi, connessi al legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas, sottoposta a sanzioni da parte dell’Unione europea. Pertanto, ove effettivamente concluso, il gemellaggio in questione sarebbe suscettibile di arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana. L’Italia, infatti, sostiene senza ambiguità la necessità di escludere Hamas da qualsivoglia futuro politico e securitario nella Striscia”. “Ciò posto, – conclude il ministro per gli Affari regionali e le autonomie – tenuto conto delle considerazioni sopra riportate, non si ravvisano le condizioni necessarie al rilascio del prescritto assenso finalizzato alla sottoscrizione delgemellaggio in questione”.

Lucano dal canto suo ribatte: “Rimango senza parole alla Vigilia di queste festività. Anche se il periodo storico che il mondo sta vivendo ci porta a trascorrere il Natale 2025 come uno dei più drammatici della storia dell’umanità, normalmente un sindaco, in questi giorni, si aspetta gli auguri dalle altre istituzioni. A Riace, invece, arriva una lettera con la quale il governo Meloni, per bocca del ministro leghista Calderoli, ci dice che non abbiamo il suo assenso al gemellaggio del mio Comune con la città di Gaza, per oltre due anni assediata da un vero e proprio genocidio messo in atto da Israele”.

Per il primo cittadino di Riace, “è una lettera gravissima perché senza alcuna spiegazione nel merito, il ministero degli Esteri accusa il sindaco di Gaza di essere legato ad Hamas. Come la nostra iniziativa possa arrecare danno alla politica estera italiana dovrebbe chiarirlo il ministro Antonio Tajani che, assieme a tutto il governo, sembra più interessato a capire cosa accade a Riace, piuttosto che impegnarsi in un reale percorso di pace in Palestina. Aver voluto a tutti i costi fare il gemellaggio tra Riace e Gaza è stato un atto di fraternità umana con il quale abbiamo, nel nostro piccolo, voluto riconoscere un popolo martoriato dalla guerra. Volevamo trasformare il dolore in speranza e unirci al messaggio di un mondo che nei palestinesi vede esseri umani e non terroristi, come fa invece il nostro ministero degli Esteri”. Lucano si dice, in sostanza, “esterrefatto perché quello che ho letto non è altro che un tentativo di azzerare una decisione di un Comune che non si occupa solo di buche nelle strade e che, a differenza del governo Meloni, non si gira dall’altra parte davanti ai bambini uccisi a Gaza”.

da qui

domenica 7 dicembre 2025

Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza” immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché - Franz Baraggino


Altro che sanare il Protocollo Italia-Albania: la proposta della Commissione Ue – sostenuta da popolari ed estrema destra – ha ben altri piani. Cambiando la definizione di “Paese terzo sicuro”, punta a rendere inammissibili le domande d’asilo e a trasferire i richiedenti, mettendo a rischio i diritti fondamentali e la stessa convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Una deriva “palesemente illegittima”, secondo l’esperto di migrazioni internazionali Gianfranco Schiavone, che mira a liberare l’Unione dai suoi obblighi giuridici violando le norme sul funzionamento dell’Ue, e destinata quindi a un inevitabile scontro nelle aule di tribunale e fino alla Corte di giustizia.

L’esperimento italiano in Albania ha già mostrato i suoi limiti ai partner europei. Con la giurisdizione italiana resta in vigore il diritto Ue, ma il patto con Tirana non consente di garantire le tutele che, almeno sulla carta, si possono rivendicare in Italia. Nemmeno l’atteso Patto europeo sull’asilo, operativo da giugno, supera l’ostacolo. Per questo la proposta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen vuole affidare i richiedenti direttamente a Paesi terzi. Basterà che, nel viaggio verso l’Europa, siano passati da un Paese considerato sicuro per dichiarare inammissibili le loro domande di asilo e trasferirli altrove, anche senza un reale legame con quello Stato. E se il transito non è dimostrabile, basterà un accordo – anche informale – con un Paese terzo. Al voto mercoledì 3 dicembre in Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE), la proposta ha i voti del Partito popolare europeo, dei conservatori di ECR, ma anche dei Patrioti e dei sovranisti dell’ESN. Difficile che le cose cambino in plenaria a Strasburgo.

Lo scontro, prevedibilmente, si sposterà nei tribunali. Ma su quali basi? La convenzione del 1951 prevede la possibilità di collaborazione tra Stati quando si tratta di alleggerire un Paese da un onere che non può ragionevolmente sostenere in modo adeguato. Ma se lo scopo è liberarsi degli obblighi di protezione, si tratta di esternalizzazione ed è illecito. Col 73% dei rifugiati in Paesi a medio o basso reddito, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ricorda che gli Stati europei sono spesso tra i Paesi col più alto Pil pro capite, hanno sistemi di asilo più solidi e un numero relativamente basso di rifugiati e richiedenti: “Difficile capire come il trasferimento dagli Stati europei in altri Paesi – soprattutto se questi non hanno le capacità di accoglienza e i mezzi di protezione necessari – non equivalga a un trasferimento di responsabilità”.

Certo, i Paesi terzi riceveranno ingenti finanziamenti. Ma pagare non basta, come ha dimostrato la Corte Suprema britannica bocciando il memorandum tra Regno Unito e Ruanda. “Anche con investimenti pesanti nel sistema di asilo del Paese terzo, si tratterebbe di un’impresa complessa che richiederebbe molto tempo per produrre risultati sufficienti”, avverte il Commissario O’Flaherty. Anche l’Unhcr, l’Agenzia Onu custode della convenzione di Ginevra, ammette che, in condizioni specifiche, un trasferimento può essere legale, ma ribadisce che servono garanzie concrete e standard elevati. Senza tali garanzie – ha sempre precisato – “l’Unhcr rimane fermamente contrario agli accordi che mirano a trasferire rifugiati e richiedenti asilo”. Peggio ancora se si tratta di accordi informali: “Gli accordi di trasferimento dovrebbero essere accessibili al pubblico e incorporati nell’ordinamento giuridico degli Stati partecipanti”, ha scritto l’Unhcr ad agosto nella guida ‘Accordi internazionali per il trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo’.

Quanto a garanzie, il nuovo regolamento Ue sembra adottare una nozione piuttosto debole di “protezione effettiva“, considerandola valida anche in Stati che non hanno ratificato la convenzione o che non garantiscono uno status giuridico di protezione e l’accesso ai diritti, “ma solo la possibilità di essere temporaneamente tollerati”, spiega Schiavone. “Senza la garanzia di uno status giuridico le persone rischiano di finire in un limbo senza limiti di tempo”. Pericolo tanto più concreto se gli accordi non sono giuridicamente vincolanti e le persone vengono trasferite in Paesi coi quali non hanno alcun legame. Nel commentare la proposta della Commissione, l’Unhcr ha chiesto accordi vincolanti, procedure rigorose, tutele legali come la sospensione automatica del trasferimento in caso di ricorso giuridico e protezioni specifiche per i soggetti vulnerabili, tutte condizioni oggi assenti. Ma le destre non hanno sentito ragioni e il testo è rimasto praticamente invariato.

Inascoltata in Parlamento, che ruolo potrà avere l’Agenzia quando si tratterà di controllare? Se Donald Trump le ha tagliato i fondi, l’Ue finanzia l’Unhcr solo per progetti coerenti con le proprie politiche migratorie, per lo più in Nord Africa. E mentre la capacità dell’Agenzia di vigilare si riduce, i governi la usano spesso come una foglia di fico. Così non resta che il controllo giurisdizionale. Senza modifiche, avverte Schiavone, “le nuove norme non potranno non essere impugnate davanti ai tribunali nazionali”. I possibili rilievi vanno dalla violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che garantisce, tra gli altri, il diritto d’asilo “nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra”, al contrasto col Trattato sul funzionamento dell’Unione, che impone piena conformità alla convenzione. Toccherà ai giudici, ancora una volta, decidere se fermare i trasferimenti e rinviare tutto alla Corte di giustizia europea.

da qui



Paesi sicuri, Strada: “Disastro del Ppe, è la fine del diritto d’asilo. Ma la sanatoria sull’Albania non c’è” , intervista di Franz Baraggino 

L’europarlamentare del Pd Cecilia Strada, relatrice ombra per i Socialisti e Democratici sui dossier “paesi terzi sicuri” e “paesi sicuri d’origine” in esame alla Commissione LIBE del Parlamento Ue, esprime profonda preoccupazione in vista del voto di mercoledì 3 dicembre. Definisce la situazione un “disastro politico” in cui i parlamentari del Partito popolare europeo (Ppe) si allineano all’estrema destra su testi che rappresentano “la fine del diritto d’asilo in Europa”. Un approccio che sta portando l’Unione Europea a “violare lo spirito della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”.

Strada, qual è il punto politico sui dossier al voto alla Commissione LIBE?
Il punto in cui siamo è un disastro. Il Ppe sta lavorando totalmente insieme all’estrema destra su questi temi. Gli stessi popolari che teoricamente dovrebbero stare con il campo progressista e invece, sulla questione migratoria, guardano solo ed esclusivamente da quella parte.

La negoziazione com’è andata?
Nessuno dei tentativi di negoziare da parte del campo progressista è stato accettato. I relatori hanno ripreso sostanzialmente invariata la proposta della Commissione e hanno rifiutato qualunque tentativo di mediare con noi per cambiare il testo e renderlo vagamente più umano. Andiamo a votare testi che sono tremendi.

La vera novità sta nel nuovo concetto di “paese terzo sicuro”.
Mentre il concetto di Paese d’origine sicuro ha a che fare con l’esame della richiesta di protezione, col concetto di Paese terzo sicuro l’Ue non entra nemmeno nel merito della tua domanda d’asilo. Ti dice che potresti anche aver diritto alla protezione, essere un rifugiato, ma non qui. E se l’Europa decide che avresti potuto fare domanda altrove, anche dove sei semplicemente transitato, o che potresti presentarla in un Paese col quale ha preso accordi, verrai trasferito, punto. E’ la rinuncia al nostro obbligo di protezione, delegato a paesi terzi coi quali ci si mette d’accordo. E’ di fatto la fine del diritto d’asilo in Europa, e ci prendiamo anche dei rischi.

Quali?
Perché Paesi che hanno più problemi di noi dovrebbero accettare i richiedenti asilo che noi non vogliamo gestire, se non per soldi o altri vantaggi? Sicuramente non per spirito di fratellanza.

Dunque?
Dunque l‘Europa diventa ricattabile, tra l’altro senza prevedere alcuna specifica sul tipo di accordi, che possono essere i soliti memorandum informali e non vincolanti. Cosa succederà quando questi paesi terzi vorranno di più, vorranno rinegoziare, vorranno più soldi o più vantaggi? Situazioni già viste in Turchia ma anche in Tunisia. Oltre al fatto che in sostanza ci apprestiamo a spostare persone attraverso i confini in cambio di soldi, come sul confine tra la stessa Tunisia e la Libia, dove le persone vengono vendute e spostate. Non è ciò che che condanniamo come traffico di esseri umani?

Le nuove norme risolveranno i problemi del Protocollo Italia-Albania come dice il governo?
Né il testo sui Paesi d’origine, né quello sui Paesi terzi sicuri sanerà quell’accordo. Il governo è arrivato a considerare quelli in Albania come trasferimenti da un Cpr all’altro, come fossimo in Italia. Ma nonostante la giurisdizione italiana, l’extraterritorialità non ha permesso di garantire le tutele previste dalla normativa dell’Unione: le alternative al trattenimento, ma anche l’eccesso effettivo a diritti come quello alla salute, all’unità familiare, a una difesa effettiva.

In Europa i flussi migratori non stanno aumentando, come mai resiste l’urgenza normativa?
Non c’è nessuna urgenza, è la stessa agenzia europea Frontex che ci fa vedere come i flussi stanno diminuendo. Ma da almeno dieci anni le persone migranti sono lo strumento sul quale si è fatto propaganda per vincere le elezioni a qualunque costo, e distrarre le persone dalle garanzie sui propri diritti, da una sanità degna di questo nome al fatto che stiamo indebitando i nostri figli e i nostri nipoti per comprare armi.

Le opposizioni sono pronte per proporre soluzioni alternative sui migranti?
Secondo me siamo abbastanza pronti se smettiamo di aver paura di perdere le elezioni su questo tema e quindi se smettiamo di inseguire la destra. Non è mai una buona idea inseguire la destra sulla propria agenda: tra la copia e l’originale la gente vota l’originale o se ne sta a casa.

da qui




martedì 14 ottobre 2025

“Limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”. Il disastro di Meloni nei dati Caritas, che bocciano Adi e Sfl - Franz Baraggino

 

Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana sulle politiche di contrasto alla povertà in Italia boccia gli strumenti messi in campo dal governo di Giorgia Meloni, accusando le nuove misure di raggiungere meno persone e di aver accentuato le disuguaglianze sociali. Il titolo del rapporto è “Assegno di Inclusione: Un Primo Bilancio” e presenta analisi firmate da Nunzia De Capite, Giulio Bertoluzza, Massimo Aprea, Pietro Galeone, Michele Raitano, Massimo Baldini, Andrea Barigazz, Cristiano Gori e Lucia Mazzuca. Il risultato lascia ben poco spazio all’interpretazione. Col suo rapporto, l’organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) per la promozione della carità parla di “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”. Denuncia le “gravi disuguaglianze” dovute all’introduzione dell’Assegno di Inclusione (Adi), la misura che ha sostituito il Reddito di cittadinanza, e la “debolezza strutturale” del Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), l’indennità temporanea legata ai corsi di formazione per coloro che il governo ha dichiarato “occupabili”.

Al centro della critica della Caritas è l’abbandono del principio di universalismo selettivo a favore di una logica categoriale fondata sulla composizione familiare, un unicum nel panorama europeo, dove generalmente i requisiti categoriali sono applicati per prevedere maggiorazioni e non per escludere. Con l’introduzione dell’Adi, invece, l’Italia è di fatto tornata a essere l’unico Paese europeo a non disporre di una misura di reddito minimo rivolta a tutti gli individui poveri in quanto tali, ma solo ad alcune categorie. “Assicurare a tutti i poveri una vita decente non è più considerato compito dello Stato”, denuncia il rapporto, secondo cui “le politiche contro la povertà diventano un sottoinsieme di quelle per la natalità”. L’approccio ha portato a una distorsione dove l’obiettivo primario non è più “assicurare a chiunque cada in povertà il diritto a una vita decente, bensì quello di proteggere le famiglie con figli”. L’analisi lamenta la scelta politica per cui, “di fronte alla riduzione delle risorse, si sarebbe potuto escludere dal sostegno chi povero non è. Si è scelto invece di escludere chi non ha figli minori”. Criterio che “ha introdotto gravi disuguaglianze orizzontali – ovvero trattamenti differenziati di nuclei nelle stesse condizioni di bisogno – generando un unicum nel panorama europeo”.

Le accuse di ridotta copertura ed efficacia sono supportate dai dati. Dal picco di circa 1,4 milioni di nuclei raggiunti dal RdC tra il 2021 e il 2022, si è scesi a circa 650 mila nuclei nel 2024, con una riduzione sostanziale dei beneficiari. Quanto all’efficacia, cioè la capacità di ridurre il numero complessivo di persone o famiglie che vivono in povertà assoluta, basandosi su stime della Banca d’Italia il rapporto spiega che mentre il RdC riduceva l’incidenza dall’8,9% al 7,5% della popolazione, l’Adi riesce a portarla solo all’8,3%. La restrizione della platea ha infatti escluso una quota significativa di poveri assoluti, con il 40,6% dei poveri che beneficiavano del RdC che ha perso il diritto con l’Adi. Le categorie più penalizzate includono gli adulti soli in età lavorativa, i lavoratori poveri (working poor) e gli stranieri. Nonostante la riduzione da 10 a 5 anni del requisito di residenza, la diminuzione percentuale nel numero di nuclei beneficiari è stata maggiore per gli stranieri (-40%) rispetto agli italiani (-35%). Inoltre, gli stranieri costituiscono il 31% delle famiglie in povertà assoluta, ma solo il 9% dei percettori Adi. Il Rapporto evidenzia anche un forte disallineamento territoriale dovuto a criteri uniformi di calcolo: al Sud risiede il 68% dei beneficiari di Adi, a fronte del 45% dei nuclei in povertà assoluta sul totale nazionale, mentre al Nord, dove si concentra il 41% dei poveri assoluti, i beneficiari si fermano al 15%. Questo penalizza le famiglie residenti nelle regioni settentrionali e nelle grandi città, dove il costo della vita è più alto, creando “falsi negativi”, cioè poveri esclusi.

C’è poi il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL), tanto decantato dalla ministra del lavoro Marina Elvira Calderone e trasformatosi, secondo Caritas, in un disastro. “Doveva essere la grande novità – non più assistenza fine a se stessa, ma politica attiva – e invece quasi tutti concordano nel definirlo, al momento, una “scatola vuota”. Le criticità del SFL possono essere riassunte su due fronti: pochissimi hanno potuto usufruirne, e per quei pochi l’efficacia in termini di inserimento lavorativo è stata praticamente nulla”. Anche l’attuazione risulta problematica: a luglio 2025, solo 181.000 persone ne hanno usufruito. Gli operatori rilevano che i percorsi formativi sono “del tutto scollegati dalla realtà locale”, e che molti lo vedono come un mezzo per ricevere l’indennità da 500 euro al mese (fino al 2024 erano 350 euro), senza prospettive concrete di inserimento lavorativo. Peggio: il Sfl è ridotto a una misura che “rischia di creare un esercito di ‘nuovi poveri’ inattivi e disillusi”. La conseguenza della riduzione del sostegno pubblico? Le Caritas diocesane hanno registrato un aumento “consistente, e inatteso” delle richieste di aiuto. L’organizzazione si trova costretta a riassumere un ruolo di “presidio di prima linea” e di “paracadute”, concentrandosi sulla fornitura di beni di prima necessità (pacchi alimentari, contributi per affitto e bollette).

Così l’Italia di Meloni e soci ne esce malissimo anche sul piano europeo. Mentre la Raccomandazione UE del 2023 spinge verso standard di adeguatezza e universalità, l’Italia ha scelto di muoversi nella direzione opposta, rendendo il sistema di protezione sociale meno inclusivo. La Spagna, ad esempio, ha rivalutato il proprio reddito minimo vitale del 42,8% tra il 2020 e il 2025 per mantenerlo in linea con il costo della vita, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld per rendere il sistema più generoso e meno stigmatizzante. In Italia, al contrario, l’adeguamento delle soglie Adi nel 2025 si è limitato a un +8,3%, cifra che non copre nemmeno l’inflazione accumulata dal 2019. Di fronte a tale scenario, la Caritas italiana suggerisce, come prima cosa, di ripristinare tempestivamente l’universalismo selettivo, affinché le misure di reddito minimo siano “accessibili e coprano in modo completo tutti gli individui in condizioni di bisogno economico”. A livello europeo, si chiede di andare oltre le misure “morbide” e di introdurre “una Direttiva quadro sull’adeguatezza del reddito minimo” che stabilisca standard vincolanti per tutti gli Stati membri. Il rapporto propone inoltre di rivedere radicalmente il Sfl con percorsi formativi realmente legati al mercato del lavoro e di favorire la cumulabilità e la transizione al lavoro per incentivare l’accettazione di impieghi, evitando che la perdita immediata dell’Adi funga da disincentivo. Infine, si auspica una maggiore integrazione delle politiche (lavoro, casa, servizi sociali e sanitari) attraverso l’istituzione di équipe multidisciplinari.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/limitato-interesse-del-governo-per-la-lotta-alla-poverta-il-disastro-di-meloni-nei-dati-caritas-che-bocciano-adi-e-sfl/8153378/

mercoledì 10 settembre 2025

L’estate in cui scivolammo verso il fascismo - Graziano Pintori

 

Come tutte le estati la Sardegna viene trascinata al centro dell’attenzione della cronaca locale e nazionale, in quanto palestra del chiacchiericcio patinato proveniente dalla Costa Smeralda.

Vip televisive che bisticciano con addetti alle pompe di benzina, oppure con “affittaombrelloni” da spiaggia. Inoltre, non mancano le solite dichiarazioni dei personaggi dell’avanspettacolo nazional popolare sul forte legame affettivo con la terra sarda, mentre altri si definiscono, addirittura, sardi, pur essendo circoscritta la conoscenza della nostra isola al perimetro dell’ombrellone dove stanno a meriggiare.

Al di la delle sciocchezzuole che escono da alberghi pentastellati e resort extra lusso, le cronache si sono occupate anche dell’evento riguardante lo spettacolo della star mondiale Jennifer Lopez, che si è esibita a ridosso della mega-fantastica piscina del Cala di Volpe, di proprietà del fondo sovrano del Qatar. Un evento milionario che ha esercitato la selezione di classe dei partecipanti, i quali non devono badare a spese per una serata roboante, e, tanto meno, sentire scrupoli di coscienza verso le povertà, i genocidi in atto, carestie e quant’altro di male provoca l’uomo.  

Intendo non l’uomo in modo generico, ma l’uomo del capitalismo brutale, potente, tycoon tracotante e con la schiena sempre dritta. Ovviamente alla cantante – attrice statunitense nessuna autorità italiana ha chiesto se fosse sostenitrice del tycoon Donald Trump, essendo fornitore di armi a Israele e azionista politico di maggioranza del genocidio che si sta consumando a Gaza. Non solo, è quello che ordina e deporta, a calci nel sedere, gli stranieri poveri residenti negli Stati Uniti verso le frontiere messicane o di altri luoghi provenienza.

Mentre invece nella reggia di Caserta veniva negato al maestro d’orchestra Valery Gergyev, dalle autorità del governo italiano, di esibire il suo talento musicale, perché considerato fiancheggiatore del dittatore Putin, nemico dell’Italia. A parte il fatto che la dichiarazione di inimicizia dell’Italia con la Russia è unilaterale, perché Putin non ha mai dichiarato l’Italia nemica dello stato russo, quando mai Putin ha ordinato ai suoi sgherri di censurare i concerti di Pupo, Albano, Iva Zanicchi e altri cantanti nostrani per non essersi schierati contro la Meloni, sodale con l’Ucraina e fiera esponente della Nato.

Se il Cala di Volpe non è zona franca politica del Qatar, possiamo parlare dell’uso strumentale del governo italiano di pesi e misure diversificate nei confronti delle due star mondiali, Lopez e Gergyev. Tale è la discrepanza di trattamento che diventa impossibile non notare lo scadimento della diplomazia italiana, un atteggiamento cieco, o finto cieco, in quanto al concerto di Jennifer Lopez la presenza numerosa, stando alla cronaca giornalistica, era costituita anche da milionari e potenti personaggi della russia putiniana.

Personaggi, che, evidentemente, possedevano la capacità di obnubilare il senso della vista dei vari ministri dell’interno, degli esteri, della cultura, compresa l’esponente Pd Picierno, favorevole alla censura nei confronti del maestro Gergyev. Questa vicenda estiva non appartiene ai soliti lazzi e sollazzi smeraldini, ma è frutto di un’Italia che ambisce ad imporre una nuova egemonia culturale, quella della destra rispetto a quella della sinistra.

Cioè quell’egemonia che porta con se l’acre odore fascista che si nutre di propaganda con i rumori delle grancasse. Infatti, il governo non si è risparmiato nel promuovere la propaganda su tutti i media a proposito della censura esercitata nei confronti del maestro Gergyev, il quale è stato descritto come se fosse arrivato alla reggia di Caserta non per dirigere un’orchestra, ma per tenere un comizio di esaltazione di Putin, nemico della “nostra nazione”, come dice la Meloni.

Sulla stessa linea della propaganda c’è il caso dello sgombero del Leoncavallo, avvenuto secondo i canoni di una ripresa cinematografica, utile per evidenziare la forza e il decisionismo del governo meloniano. Il tracotante decisionismo, infatti, se ne è fregato degli accordi già in atto tra il sindaco di Milano e gli occupanti del Leoncavallo, che prevedevano lo sgombero dello stabile il prossimo settembre, per essere restituito al legittimo proprietario. Un accordo che denota un atteggiamento pacifico, collaborativo e democratico fra le parti.

Silente, invece, l’atteggiamento degli esponenti del governo nei confronti degli occupanti di un palazzo romano da parte di militanti di Casa Pound, quelli che praticano apertamente il razzismo fascista, organizzano ronde e pestaggi contro gli immigrati. Gli stessi hanno minacciato in caso di sgombero, da parte delle forze dell’ordine, che difenderanno fino in fondo il palazzo occupato. C’è solo da sperare che la loro opposizione non sia quella paventata alcuni anni fa quando preannunziarono “un bagno di sangue”, se si fosse proceduto allo sgombero del manufatto.

Intanto il poliziotto Piantedosi e il basettone della cultura Giuli e tutta la destra governativa continuano a tenere mani e piedi nelle torbide acque dei criminali internazionali  Netanyahu e Almasri, le cui mani grondano di sangue innocente. Tutto questo alla luce della nuova egemonia culturale della destra parafascista.

da qui

lunedì 1 settembre 2025

Credere. obbedire e combattere: quando il silenzio attorno agli interessi economici e militari ha bisogno della nostra passività - Federico Giusti

Partiamo dalla Gazzetta ufficiale del 21 dicembre 2023 ove è pubblicato il decreto-legge n. 200 del 2023 (A.S. 974) che proroga al 31 dicembre 2024, l’autorizzazione all'invio di armi all’Ucraina,

«È prorogata, fino al 31 dicembre 2024, previo atto di indirizzo delle Camere, l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina».

Una sorta di proroga automatica senza alcun passaggio Parlamentare, del resto oggi un deputato o un senatore della Repubblica non può accedere alle basi militari per accertarsi della eventuale presenza di armi nucleari al suo interno, siamo davanti a luoghi sui quali anche la cosiddetta sovranità nazionale è di fatto sospesa. 

Dopo anni di mancate discussione e di proroghe automatiche siamo arrivati al punto che numerose decisioni in materia militare sono ormai sottratte al dibattito parlamentare bypassando anche gli enti locali nel caso in cui si parli di basi militari e di utilizzo del territorio per il trasporto di sistemi d'arma. 

Del resto molti capitoli di bilancio concorrono alla spesa militare complessiva e non sono afferenti al solo Ministero della Difesa, quando viene calcolata la spesa bellica  si continua a sostenere che l'obiettivo da raggiungere è il 2% del PIL  come la Nato invoca dal 2014. Ma guardando a tutti i capitoli di bilancio si capisce che la spesa militare reale è assai superiore a quella dichiarata e vale non solo per l'Italia ma per altri paesi ad esempio gli Usa come si apprende da un articolo, disponibile anche in lingua italiana, pubblicato su una importante rivista della sinistra statunitense 

https://monthlyreview.org/2023/11/01/actual-u-s-military-spending-reached-1-53-trillion-in-2022-more-than-twice-acknowledged-level-new-estimates-based-on-u-s-national-accounts/

Il rinnovo automatico del rifornimento di armi è ormai una prassi consolidata come del resto la conferma annuale delle missioni militari all'estero (per le quali la spesa è stabile o in lieve incremento), quando poi ci si imbatte in un dibattito parlamentare non sono mai presi in esame i mutevoli scenari politici ed internazionali, la presenza nelle aree interessate di conflitti  armati non solo dalla vendita di armi ma anche dalla volontà delle multinazionali di accaparrarsi il controllo dei prodotti energetici e del sottosuolo, specie quelli vitali per la riconversione green. 

A guidare l'operato dei vari Governi occidentali restano accordi commerciali e interessi economici e militari con il settore bellico divenuto strategico proprio l'alta reddittività e le tecnologie dual use. 

Il rapporto tra approvigionamento energetico e ricorso alla guerra è divenuto dirimente e lo sarà in misura crescente nei prossimi mesi o anni. 

La Commissione europea si prefigge l'ambizioso obiettivo di  coordinare e potenziare la filiera della produzione energetica comunitaria sotto una unica regia per  sviluppare il potenziale economico latente. A questo discorso però va ricollegata anche l’idea di avere un esercito europeo (da qui nasceva il documento strategico denominato la Bussola Europea) per intervenire ovunque siano minacciati gli interessi economici delle multinazionali occidentali, nazionali e comunitarie: un interventismo bellico indispensabile per depredare terre e popoli delle loro risorse del sottosuolo e per attenuare eventuali rischi e pericoli per le catene di approvvigionamento (energetiche e commerciali). 

Non è un caso se, tra gli investimenti che garantiscono un ritorno maggiore, oltre a quelli nei settori a più alto tasso tecnologico in generale vi siano quelli nelle tecnologie dual use ( prodotti a uso civile che possano essere utilizzati anche in ambito militare.) e nel settore militare. L'intervento del Governo italiano per semplificare le procedure (o meglio ridurre i controlli ) di importazione, esportazione e transito sul territorio nazionale di armi non è stato un fulmine a ciel sereno, parliamo della modifica della L. 185/1990:che consentirà all'Italia la vendita di armi anche a  paesi in guerra e colpevoli di violare i diritti umani come in buona parte accade già da tempo. Ma la novità dirimente arriva dal ridimensionamento dell' Uama ossia l’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento  se i sistemi di arma saranno in parte o in toto finanziati con fondi europei. 

Proprio in questi giorni il ministro della Difesa Crosetto ha chiesto alle commissioni Difesa del Parlamento alcuni programmi di riamo per l’acquisto di droni armati di produzione italiana e di batterie lanciamissili ATACMS di produzione americana invocando la difesa del territorio nazionale. 

Il sistematico ricorso alla guerra e alla militarizzazione avviene in una fase storica nella quale l'opinione pubblica risulta sempre più contraria all'invio delle armi, stando ai sondaggi meno del 30% dei cittadini italiani si dichiara favorevole al sostegno dell'Ucraina e ancora meno sono schierati a favore di Israele. 

Poco prima di Natale è arrivato l' “Ottavo pacchetto” di invio di materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina senza alcun dibattito in Parlamento ma solo con una semplice comunicazione del ministro Crosetto alle Camere. 

Sulle armi all'Ucraina ci sono numerosi dubbi provenienti anche da settori politici non certo vicini a noi, ad esempio il portale Analisi Difesa in un articolo di cui riportiamo il seguente passaggio:

Secondo il rapporto dell’Ufficio dell’ispettore generale del dipartimento della Difesa, è stato perso il controllo del 59% degli 1,7 miliardi di dollari in equipaggiamenti militari di cui gli Stati Uniti dovevano monitorare la consegna e l’impiego. Sono mancate “misure appropriate per monitorare la consegna delle forniture”, che includono missili, droni e visori notturni per le armi in dotazione ai militari ucraini.(da qui

La prassi del Governo Meloni non è nuova nel panorama politico italiano tanto che i governi precedenti si sono mossi in maniera analoga accampando motivazioni di interesse nazionale ed internazionale. 

La sospensione della democrazia, della partecipazione attiva dei cittadini e dei loro rappresentanti alle decisioni più importanti è ormai una prassi consolidata destinata a diventare regola e non eccezione. Ecco spiegata la ragione per la quale ogni decisione in materia militare deve diventare un interesse strategico da salvaguardare ad ogni costo anche a discapito del mero diritto alla informazione, alla critica e al controllo democratico. 

Per favorire questi processi neo autoritari la militarizzazione delle scuole e dell'università diventa dirimente e non solo per ragioni economiche ma per costruire un modello sociale nel quale il ricorso alla guerra e alla militarizzazione sia costante, condiviso e ovviamente avvolto nel silenzio con una cittadinanza passiva, disattenta e sostanzialmente ignara dei fatti reali, ovviamente in linea con il fatidico, si fa per dire, motto Mussoliniano: credere, obbedire e combattere.

giovedì 28 agosto 2025

Il Ponte sullo Stretto è solo un imbroglio propagandistico-finanziario - Alberto Ziparo

 


Non è cambiato molto anche con l’approvazione da parte del Cipess: il Ponte sullo Stretto è una partita che si gioca soprattutto, anzi quasi esclusivamente, sul piano propagandistico-finanziario, più di diverse altre grandi opere che pure presentano la medesima propensione. Questa però ha sempre posseduto una caratteristica in più: quella di rappresentare la figurina (o figurona) da agitare per ingannare e sottrarre risorse al Sud, e soprattutto alle due regioni interessate. Indirizzando ad arte attenzione e dibattito, rigonfiato dal fanfaronismo mediatico alimentato dal più grande gruppo editoriale della Calabria e della provincia di Messina, primo beneficiario di gran parte dei fondi spesi nei 55 anni di sopravvivenza della procedura, nonché da diversi ministri dei Lavori Pubblici prima e delle Infrastrutture più di recente. Spesso politici lontanissimi dai reali bisogni e interessi di Sicilia e Calabria, che credevano di risolvere tutto, almeno in termini di consensi, urlando le tre parole di Cetto la Qualunque (”Facciamo il Ponte”). Salvo poi scoprire di aver riaperto una nuova puntata di una telenovela che non fa più nemmeno ridere (se non si fa parte della ristretta consorteria dei grand commis di Stato che la gestisce); che anzi, nel tempo, ha trasformato l’ovvio scetticismo dei territori interessati in opposizione vasta e crescente, di chi ormai sa bene che, quando si agita di nuovo la figurina ponte, in realtà si preparano fregature.

Lo stesso partito dell’attuale ministro delle Infrastrutture ne era ben consapevole se un giorno del 2011, allorché Berlusconi, dopo aver confermato il “prosieguo della procedura”, dovette annunciare le dimissioni del suo dicastero per i problemi economici della fase, l’organo della Lega, titolò beffardamente “Il ponte porta sfiga!”. Qualche tempo dopo, allorché fu Renzi a rilanciare il progetto (salvo prodursi presto in una brusca ritirata, consigliatagli dai suoi luogotenenti calabri e siculi, ben consci del dissenso diffuso sull’operazione, dovuto, tra l’altro, alla consapevolezza degli inganni di un progetto irrealizzabile), fu proprio Salvini a farsi intervistare dal giornale leghista che titolava a tutta pagina: “Renzi vuole finanziare un progetto che gli stessi progettisti dichiarano irrealizzabile!”. Oggi, da sponsor del Ponte, Matteo Salvini dichiara di aver cambiato idea. Ma qui c’è una forte contraddizione. Si può cambiare idea, per scarsa conoscenza o disinformazione, su temi i cui elementi certi sono di difficile comprensione: i problemi economici e finanziari, l’impatto ambientale e paesaggistico, le ricadute e i dissesti urbanistici e territoriali indotti, le questioni socioculturali. Ma come si fa a cambiare idea sulla fattibilità – problema eminentemente tecnico –, se gli stessi super esperti di allora, massimi conoscitori del progetto in quanto coordinatori del Comitato tecnico scientifico di progettazione, confermano ancor oggi, ripetutamente, il giudizio di non costruibilità dell’opera?! Anche in questi giorni, tecnici delle costruzioni di fama internazionale, consulenti del nostro come di altri governi e grandi imprese, già coordinatori – e per periodi non brevi – del gruppo di progettazione del ponte (in primis Remo Calzona), hanno spiegato perché questo progetto è irrealizzabile: troppi parametri critici, e non solo sulla sismologia ma anche sulla fattibilità della struttura del manufatto principale. Ciò in quanto ancora non esistono i materiali che servirebbero per molte delle prestazioni ad esso richieste, almeno nelle condizioni dimensionali e ambientali di fattispecie, come confermato da molti altri esperti ed ex progettisti del ponte, tra cui Emanuele Codacci Pisanelli.

Il ministro e la società mentono quando sostengono che il nuovo Comitato tecnico scientifico avrebbe superato tali problemi. Negli stessi documenti progettuali è registrato che l’apposita Commissione tecnica ha solo rinviato la dimostrazione di fattibilità alla futura progettazione esecutiva (mai effettuata perché, secondo i citati esperti, avrebbe dimostrato l’esatto contrario del necessario, ovvero la non costruibilità dell’opera). I tecnici della stessa Commissione, con questo comportamento tanto singolare quanto anomalo, hanno invero assunto una posizione assai discutibile, non solo perché hanno contraddetto colleghi di grandissimi spessore tecnico-scientifico ed esperienza anche sul ponte, ma perché hanno evaso una regola da manualistica d’ingegneria: si procede con la progettazione esecutiva, che tra l’altro copre una quota assai rilevante del totale (nel caso il 14%, circa due miliardi di euro), solo allorché con il progetto definitivo si è dimostrata la fattibilità certa del progetto, di cui l’esecutivo esplicita per l’impresa che opera solo le migliori modalità di realizzazione. Nel caso in questione tale dimostrazione non c’è mai stata: anzi l’elaborazione tecnica prevalente indicava l’esatto contrario!

Potrebbe bastare questo a spiegare perché siamo ai limiti della truffa, certamente ai danni dei cittadini italiani, anzitutto siciliani e calabresi, ma anche dello Stato. Ma ci sono altri elementi che confermano il colossale eterno imbroglio.

In primis si annuncia l’avvio dei lavori nei prossimi mesi, ma ad oggi non esiste ancora giuridicamente il General Contractor, cioè il raggruppamento di imprese che dovrebbe effettuare i lavori. E manca proprio per effetto del decreto del maggio 2023 che “resuscita il programma di attraversamento stabile con relativa procedura” (pur con molti passaggi dubbi, oggetto di indagini dalla magistratura amministrativa, civile e penale anche per la pioggia di esposti e ricorsi che è caduta su questo e molti altri atti relativi al progetto). Il decreto, infatti, stabiliva che il General Contractor Eurolink (mandataria l’impresa Impregilo, poi Salini/Impregilo, adesso WeBuild, e già il cambio di natura giuridica del mandatario obbligherebbe a nuova gara, ennesima irregolarità della procedura; mandanti due imprese italiane fallite e rivendute a pezzi e due straniere oggi rappresentate solo dai legali) non poteva giuridicamente ricostituirsi se e finché le imprese non avessero rinunziato al contenzioso legale aperto con lo Stato al momento della cancellazione di progetto e procedura, della caducazione dei contratti e della messa in liquidazione della società concessionaria (SDM), operate dal Governo Monti nel marzo 2013: contenzioso che si è ulteriormente complicato con la bocciatura in primo grado delle imprese ricorrenti (“Sapevano dai loro tecnici dell’irrealizzabilità del progetto, ma hanno seguitato con l’azione giudiziaria”) e il relativo appello, corredato da reciproche denunce di inadempienza tra ministeri e imprese. Nonostante il passaggio al Cipess, ad oggi tale rinuncia non è avvenuta. Il prossimo appuntamento è fissato al Tribunale di Roma ad ottobre, ma non è detto che allora la controversia sarà risolta. Quel che è certo è che le imprese hanno chiesto alla concessionaria (che avrebbe accolto la richiesta: Il Fatto Quotidiano, 20 maggio 2025), una cifra pari al 10% del costo totale dell’opera (circa 1,4 miliardi di euro) in caso di recesso, ovvero di interruzione della procedura, more solito inevitabile per quanto detto. Anche se oggi la società smentisce, sostenendo che in questi giorni avrebbe fatto firmare i contratti alle imprese per una penale pari a poco più della metà della cifra indicata: il mistero è costituito da contratti firmati da imprese che ancora non esistono… Forse si dovrebbe stare più attenti e non auto smentire le proprie balle già mentre le si dicono. In ogni caso la penale scatterebbe all’atto di interruzione della procedura “qualsiasi siano i motivi e gli attori che hanno determinato la stessa”. Della serie: “qualche mese di ammuina e ci spartiamo un bel bottino!”. Si rischia di andare ben oltre la truffa ai danni della collettività e dello Stato.

La Corte dei Conti dovrà vagliare tra i molti elementi incerti un altro aspetto critico fondamentale, sollevato da più parti tra cui la stessa Anac: il decreto del maggio 2023 ha resuscitato l’affidamento di un appalto a privati (rappresentati da un contraente generale che non esisteva giuridicamente al momento dell’approvazione del decreto stesso e non esiste tuttora) aggiudicato nel 2005 per un valore di 4,5 miliardi di euro oggi triplicato (13,5 miliardi di euro). A parte le bizzarre singolarità della vicenda, ciò è vietato da diverse norme. Tra l’altro da una precisa direttiva comunitaria che stabilisce che non si possono riaffidare direttamente appalti senza nuovi bando e gara, nel caso di aumenti del valore del contratto superiori al 50%, qui ampiamente superato. Il Governo si giustifica con il progressivo aumento dei prezzi, che peraltro resta lontano dal valore del nuovo contratto.

I decreti di “rappezzamento” di questo e delle molte altre falle programmatico-normative e dei molti buchi procedurali sono assai sciatti e anche per questo spesso inattuabili, tra emendamenti e cancellazioni. Certamente però servono per l’obiettivo principale dell’operazione: l’annuncio propagandistico al momento dell’emanazione.

Il progetto del Ponte fa acqua da tutte le parti. A cominciare dal fatto che costituisce la riproposizione con qualche aggiornamento di elaborati redatti nel 2011, o ancora prima nel 2003 e in qualche caso addirittura nel 1993! Nell’aprile 2024 la Commissione Via del Mase l’aveva sostanzialmente bocciato, con oltre 260 prescrizioni e richieste di modifiche. Per superare tale scoglio il Governo ha pensato bene di…. cambiare la Commissione: sostituendo la gran parte di tecnici esperti con yes man di partito. Nonostante questo, il Via/Mase non ha potuto dare un’approvazione piena, ma altre raccomandazioni e il rinvio all’UE per alcuni problemi. Per proseguire nella procedura, aggirando il giudizio UE, il Governo ha allora dichiarato il Ponte “infrastruttura di emergenza senza alternative”: una altra solenne balla. E, per sovrammercato, l’ha dichiarata “necessaria a fini bellici”: ancora un falso subito contestato.

Si agitano gli espropri; ma delle opere complementari da realizzare prioritariamente in aree soggette ad esproprio non esistono nemmeno progetti di massima, solo schemi.

Si procede soprattutto per annunci. Che devono coprire non solo magagne e strafalcioni del progetto, nonché sottrazione di risorse a siciliani e calabresi, ma anche ciò che in realtà è successo finora. Per le diverse puntate della telenovela, compresa quella in corso, sono stati spesi ad oggi circa 650 milioni di euro (così si legge negli atti della società), dovuti soprattutto a spese di gestione societaria e presentazioni con pubbliche relazioni del progetto. Con straordinari emolumenti dei componenti del CdA della stessa concessionaria. Ad ogni puntata il ministro di turno, allorché capisce che non può fare molto altro, si concentra sulla pubblicità e nell’inserire almeno qualche suo cliente e sodale nel Cda societario.

Anche in questo, come in quasi tutti i casi di grandi opere, le spese reali superano di gran lunga quelle ufficiali. A fine 2024 L’Ufficio Studi della Camera, in un rapporto sulla programmazione infrastrutturale, ha dichiarato che negli ultimi 25 anni, dalla legge Obiettivo in avanti, sono stati stanziati per grandi opere “di emergenza e somma urgenza” 483 miliardi di euro, di cui oltre 390 effettivamente spesi. Si è però tradotto in lavori, anche solo iniziati o interrotti e solo in qualche caso completati, solo il 44%di tale somma! Quindi oltre 250 miliardi di euro sono stati trasferiti dalle risorse pubbliche soprattutto al mercato finanziario e finalizzati ad altro, alle spalle della società italiana.

Alla denuncia e alla critica di questa e di altre simili contraddizioni e distorsioni nel comparto grandi infrastrutture, non solo sui disastri ambientali e sociali, sarà dedicato un convegno nazionale organizzato ad Avigliana (in Val Susa) nel prossimo ottobre dal Coordinamento contro le Grandi Opere Inutili e Imposte.

da qui


venerdì 20 giugno 2025

Il sequestro illegale, il concorso truccato, il bando su misura: storie (vere) di abusi che con Nordio non sono più reato. E i processi vanno in fumo - Paolo Frosina


Uno studio della Statale di Milano passa in rassegna le vicende oggetto dei ricorsi alla Consulta, che ha legittimato l'abrogazione dell'abuso d'ufficio. E sottolinea "i gravi vuoti di tutela" lasciati dalla riforma del ministro

La pm che sequestra illegalmente le quote di una società per favorire un imprenditore amico. Il dirigente della Asl che nega il permesso di aprire nuovi ambulatori per evitare concorrenza a quello di suo figlio. I “baroni” universitari che aggiustano i bandi per assumere i loro protetti. Il commissario del concorso in magistratura che cerca di truccare la prova per aiutare un candidato amico. Sono tutti esempi (veri) di soggetti indagati e imputati per abuso d’ufficio e ora scagionati grazie alla legge Nordio, che ha abrogato il reato a partire dall’agosto 2024. A raccoglierli è stata un’assegnista di ricerca dell’Università Statale di Milano, Cecilia Pagella: in un articolo sulla rivista online Sistema penale – diretta dal professor Gian Luigi Gatta – la studiosa passa in rassegna i casi concreti sollevati alla Corte costituzionale dai 14 giudici (inclusa la Cassazione) che hanno sostenuto l’illegittimità della cancellazione della fattispecie per violazione della Convenzione Onu di Merida contro la corruzione. Una tesi rigettata dalla Consulta lo scorso 8 maggio, con il risultato che i procedimenti sospesi in attesa del verdetto – nonostante i (presunti) gravi soprusi commessi – finiranno o sono già finiti in fumo “perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. Le motivazioni della sentenza saranno depositate a breve, ma lo studio della Statale prende spunto dalle vicende oggetto dei ricorsi per “sottolineare ancora una volta i gravi vuoti di tutela” aperti dalla riforma del ministro della Giustizia, che lascia “sfornite di tutela penale” condotte dal “peso politico-criminale non trascurabile“.

Il colpo di spugna più clamoroso riguarda i casi in cui l’abuso d’ufficio consiste(va) in una prevaricazione. In un piccolo comune in provincia di Avellino, ad esempio, un capogruppo di opposizione era stato dichiarato decaduto dal segretario comunale che lui stesso aveva denunciato per abusi edilizi: un atto secondo l’accusa illegittimo, perché basato su dimissioni in realtà mai rassegnate dal consigliere, e comunque emesso in violazione dell’obbligo di astensione. In primo e in secondo grado il segretario era stato condannato per abuso d’ufficio: dopo la cancellazione del reato, però, aveva impugnato la sentenza chiedendo l’assoluzione piena. E lo scorso febbraio la Sesta Sezione della Suprema Corte ha deciso di portare la questione alla Consulta, ultima a farlo in ordine di tempo. Il primo, invece, era stato a settembre il Tribunale di Firenze nel processo sul cosiddetto “caso Duchini”: Antonella Duchini, ex procuratrice aggiunta di Perugia, era accusata di aver sequestrato illegittimamente le quote di una società, in modo da consentire di comprarle “a un altro imprenditore con cui intratteneva una duratura relazione personale“. Infine c’è il caso sollevato dal gup di Locri, il cui protagonista è “il direttore dell’area dei servizi veterinari di un’azienda sanitaria, il quale serialmente negava ai richiedenti l’autorizzazione all’apertura o alla prosecuzione dell’attività di nuovi ambulatori al fine di assicurare che lo studio di cui era titolare il figlio non ne subisse la concorrenza”.

 

Secondo la ricercatrice, le condotte di questo tipo sono ormai “penalmente irrilevanti“: l’unico reato astrattamente ipotizzabile, infatti, sarebbe la violenza privata, che però non è quasi mai applicabile in quanto presuppone l’uso di “violenza o minaccia” per “costringere” qualcuno a fare o subire qualcosa. Diversi invece i casi di abusi a vantaggio del privato, il cui esempio classico sono i concorsi truccati: l’articolo cita i processi sulle “concorsopoli” universitarie di Catania e Firenze, in cui rettori e professori sono accusati di aver cucito bandi su misura per i candidati prescelti. Ma tra le vicende rimesse alla Consulta ce n’era una particolarmente clamorosa, a giudizio di fronte al Tribunale di Roma: un tentativo di truccare il concorso per l’accesso in magistratura da parte di un membro della commissione. Secondo i pm l’imputato, professore universitario, non aveva dichiarato “un consolidato rapporto personale con uno dei candidati, che era anche suo dottorando e col quale aveva instaurato una relazione amicale che andava oltre i normali rapporti professionali”. E aveva concordato con lui una serie di “segni di riconoscimento” del suo tema, salvati sul proprio pc. La furbata non era andata in porto solo perché era stata scoperta da un altro commissario, che l’aveva prontamente denunciata.

Anche queste ultime condotte, sostiene l’articolo, rimangono “sostanzialmente scoperte dal punto di vista penalistico”: il reato di turbativa d’asta, infatti, è stato reso inservibile da un recente cambio di orientamento della Cassazione, che consente di applicarlo solo alle a gare per l’acquisto di beni e servizi e non alle procedure per la selezione di personale. Anche il nuovo reato di “peculato per distrazione“, introdotto dal governo contemporaneamente all’abolizione dell’abuso d’ufficio (per evitare procedure di infrazione da parte dell’Ue) “presenta margini talmente angusti da risultare sostanzialmente inutile”: il delitto infatti si configura solo quando i fondi pubblici sono destinati “a un uso diverso” da quello individuato dalla legge. E nel caso dei concorsi truccati questo requisito apparentemente non sussiste: le risorse, infatti, sono stanziate per assumere un tot (ad esempio) di ricercatori o magistrati, senza precisare che tipo di caratteristiche debbano avere. Insomma, conclude la studiosa, “c’è materiale in abbondanza per toccare con mano i vuoti di tutela che restano dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio. Vuoti che sta al legislatore, di oggi o di domani, colmare”.

da qui

venerdì 9 maggio 2025

Boicottare l'industria bellica israeliana

 

L'Italia sta per acquistare altra tecnologia militare da Israele con il programma Gulfstream G-550

Siamo in tempo per mobilitarci. Infatti la Commissione Difesa del Senato non ha ancora espresso il parere sullo schema di decreto del Ministro della Difesa relativo alla prosecuzione dei programmi di ammodernamento e rinnovamento SMD 03/2020 e SMD 37/2021, con scadenza fissata al 26 maggio 2025.


Condividi questa pagina web e scrivi queste due lettere

·         una alla senatrice Stefania Pucciarelli (stefania.pucciarelli@senato.it) relatrice del programma militare;

·         una alla presidente della Commissione Difesa del Senato, Stefania Craxi (stefania.craxi@senato.it).

Nelle lettere occorre chiedere che la commissione voti contro il programma pluriennale di A/R n. SMD 19/2024, relativo alla prosecuzione dei già avviati ed approvati programmi di A/R n. SMD 03/2020 e SMD 37/2021, finalizzati alla progressiva implementazione di suite operative "Multi-Missione Multi-Sensore" (MMMS) su piattaforma condivisa Gulfstream G550 "Green" base JAMMS (n. 264).

Proposta di email alla sottosegretaria alla Difesa Stefania Pucciarelli

Indirizzo: stefania.pucciarelli@senato.it
Oggetto: No all’acquisto di tecnologia militare israeliana – Appello per un voto contrario

Gentile Sottosegretaria Pucciarelli,

Le scrivo per esprimere la mia forte contrarietà all'acquisto da parte del Governo italiano di velivoli CAEW, prodotti da Elta Systems/Israel Aerospace Industries, destinati a potenziare le capacità di spionaggio e guerra elettronica del nostro Paese.

Mi riferisco all'implementazione di suite operative "Multi-Missione Multi-Sensore" (MMMS) su piattaforma condivisa Gulfstream G550 "Green" base JAMMS, attualmente in esame al Senato nella Commissione Difesa.

In qualità di relatrice di questo programma militare e membro della Commissione Difesa del Senato, ha oggi una responsabilità particolare. Questo non è un semplice programma tecnico: è una scelta politica, che rinsalda rapporti militari con un governo, quello israeliano, attualmente responsabile di orrende stragi sui civili a Gaza per cui è sotto accusa a livello internazionale.

L'Italia deve rompere ogni accordo militare con Israele. Acquistare tecnologie militari da Israele significa oggi finanziare un particolare settore del complesso industriale di un governo che opera con grave disprezzo per il diritto umanitario internazionale.

Le chiedo quindi per ragioni di coscienza e di coerenza con la Costituzione Italiana di opporsi a questo programma.

L’Italia deve uscire da ogni rapporto di affari con l'industria militare di Israele ed essere invece promotrice di pace, dialogo e tutela dei diritti umani.

In attesa di un Suo riscontro, Le porgo cordiali saluti.

[Nome e Cognome]
[Città / Provincia di residenza]
[Eventuale organizzazione o rete]


Proposta di email alla senatrice Stefania Craxi, presidente della Commissione Difesa

Indirizzo: stefania.craxi@senato.it
Oggetto: Voto contrario al programma militare Italia-Israele – Appello in difesa dei diritti umani

Gentile Senatrice Craxi,

Le scrivo in qualità di cittadino/a profondamente preoccupato/a per il programma di acquisto da parte del Governo italiano di velivoli militari CAEW (Conformal Airborne Early Warning), strumenti altamente sofisticati per la sorveglianza aerea e la guerra elettronica, prodotti dalla Israel Aerospace Industries.

Mi riferisco all'implementazione di suite operative "Multi-Missione Multi-Sensore" (MMMS) su piattaforma condivisa Gulfstream G550 "Green" base JAMMS, attualmente in esame al Senato nella Commissione Difesa.

Questa operazione, oltre a rappresentare un’ulteriore spesa militare in un momento di grave crisi sociale ed economica, lega il nostro Paese a rapporti commerciali nel settore bellico con uno Stato – Israele – oggetto di ripetute denunce per gravi violazioni dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania.

Mi rivolgo a Lei non solo come Presidente della Commissione Difesa del Senato, ma anche in quanto membro della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. È proprio in virtù di questo doppio ruolo che Le chiedo un gesto di coerenza istituzionale e morale: votare contro questo programma militare.

Promuovere i diritti umani significa anche non rafforzare economicamente e tecnologicamente governi che violano il diritto internazionale umanitario.

Le chiedo di dare ascolto alla coscienza civile di tanti cittadini e cittadine che non approvano rapporti di complicità con il complesso industriale-militare israeliano.

La ringrazio per l’attenzione e confido in un suo impegno coraggioso.

Cordialmente,
[Nome e Cognome]
[Città / Provincia di residenza]
[Eventuale organizzazione o rete]


Scheda informativa sul programma militare da fermare

Vi sono collaborazioni con Israele nel programma pluriennale in discussione presso la Commissione Difesa del Senato, finalizzato all’implementazione di modifiche strutturali e integrazione del sistema di missione CAEW/EA su velivoli G-550.

Il programma, noto come ammodernamento e rinnovamento A/R n. SMD 37/2021 (seconda tranche del programma “Piattaforma Aerea Multi-Missione, Multi-Sensore”), prevede la progressiva implementazione di modifiche strutturali e l’integrazione del sistema di missione CAEW (Conformal Airborne Early Warning) sui Gulfstream G-550 acquistati in versione “green”, per raggiungere la piena capacità operativa nei segmenti di sorveglianza, comando e controllo multi-dominio, e protezione elettronica24.

Questa collaborazione si inserisce in un quadro di cooperazione militare tra Italia e Israele avviato formalmente nel 2003, che ha incluso scambi di forniture militari come la cessione di velivoli addestratori Leonardo M-346 all’aeronautica israeliana in cambio di velivoli G-550 CAEW e di un satellite OPSAT 3000 per l’Italia25. I sistemi di missione CAEW installati sui G-550 sono sviluppati e integrati dalla società israeliana Elta Systems Ltd, parte della Israel Aerospace Industries (IAI)35.

Nel 2022, è stato firmato un ulteriore contratto tra Italia e IAI per la fornitura di altri due velivoli CAEW e servizi di supporto, per un valore di circa 550 milioni di dollari, confermando la continuità della collaborazione tecnologica e industriale tra i due Paesi nell’ambito di questo programma5. Le modifiche e l’integrazione dei sistemi di missione CAEW, quindi, avvengono con il diretto coinvolgimento di aziende israeliane, in particolare per quanto riguarda i sistemi radar, sensori avanzati e infrastrutture di supporto 35.

In sintesi, la collaborazione con Israele è parte integrante e strutturale del programma pluriennale in discussione per l’aggiornamento e l’integrazione dei sistemi CAEW/EA sui velivoli G-550 dell’Aeronautica Militare italiana.

Fonti:

1.      https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01321101.pdf

2.      https://www.startmag.it/innovazione/f-35-leonardo-e-non-solo-tutte-le-sinergie-italia-israele/

3.      https://www.fromtheskies.it/aeronautica-militare-riceve-il-gulfstream-g550-caew/

4.      https://www.difesa.it/assets/allegati/2569/afa8e465-b3c6-46dc-8f6e-3d145a8a493a.pdf

5.      https://bdsitalia.org/index.php/notizie-embargo/2740-aerei-splia-caew

6.      https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01453222.pdf

7.      https://www.rid.it/shownews/2119/operativo-il-secondo-caew-italiano

8.      https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/349286.pdf

9.      https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/tutto-sullaereo-spia-g550-caew-comprato-dallitalia/

10.  https://www.aeronautica.difesa.it/2024/06/19/g-550-caew/

11.  https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/285992.pdf

12.  https://documenti.camera.it/leg18/dossier/testi/DI0421.htm?_1727608346331

13.  https://aresdifesa.it/il-nuovo-velivolo-israeliano-oron-di-controllo-ed-intelligence/

14.  https://www.camera.it/temiap/leg16/leg17.temi16.area-12.pdf

15.  https://documenti.camera.it/leg18/dossier/Testi/DI0309.htm

16.  https://www.bdsitalia.org/index.php/notizie-embargo/2740-aerei-splia-caew

17.  https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/439666.pdf

18.  https://www.camera.it/leg19/410?idSeduta=0318&tipo=documenti_seduta

19.  https://www.difesa.it/assets/allegati/2569/c6e3980d-61df-4a64-94db-bcce426affd1.pdf

20.  https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/429122.pdf


 

Stato del parere della Commissione Difesa del Senato

Al 30 aprile 2025, la Commissione Difesa del Senato non aveva ancora espresso il parere sullo schema di decreto del Ministro della Difesa relativo alla prosecuzione dei programmi di ammodernamento e rinnovamento SMD 03/2020 e SMD 37/2021, con scadenza fissata al 26 maggio 2025 18. Quindi, il parere doveva ancora essere formulato dopo quella data.

Spiegazione del testo e significato tecnico

·         SMD 37/2021 è un programma pluriennale di ammodernamento e rinnovamento, che rappresenta la seconda tranche del più ampio programma SMD 03/2020, denominato "Piattaforma Aerea Multi-Missione, Multi-Sensore" (MMMS).

·         Il programma è finalizzato alla progressiva implementazione di suite operative "Multi-Missione Multi-Sensore" (MMMS) su una piattaforma condivisa, ovvero i velivoli Gulfstream G550 "Green" base JAMMS.

·         La versione "Green" del Gulfstream G550 indica velivoli in configurazione sostanzialmente civile, privi di modifiche militari iniziali, che vengono adattati con modifiche strutturali e integrazione di sistemi di missione avanzati, come il sistema CAEW (Conformal Airborne Early Warning), per trasformarli in piattaforme militari multi-missione.

·         Il programma prevede quindi modifiche strutturali e integrazione di sistemi di sorveglianza, comando e controllo, e guerra elettronica, al fine di dotare l’Aeronautica Militare di capacità avanzate multi-sensore e multi-missione su una piattaforma comune.

·         L’iter parlamentare prevede che il Governo sottoponga al Parlamento, ai sensi dell’articolo 536 del Codice dell’ordinamento militare, lo schema di decreto per l’approvazione del programma; la Commissione Difesa deve esprimere un parere entro un termine prefissato (in questo caso il 26 maggio 2025), che è consultivo ma vincolante per la prosecuzione del programma.

Sintesi

Il documento indica che la Commissione Difesa del Senato deve esprimere, entro il 26 maggio 2025, un parere sul decreto ministeriale che autorizza la prosecuzione del programma SMD 37/2021 (seconda tranche del programma SMD 03/2020), finalizzato a implementare su velivoli Gulfstream G550 "Green" la suite operativa multi-missione multi-sensore (MMMS), trasformandoli in piattaforme militari multiuso con capacità di sorveglianza e guerra elettronica18.Al 30 aprile 2025 il parere non era ancora stato espresso.

Fonti

1.      https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/docnonleg/51052.htm

2.      https://www.camera.it/leg19/142

3.      https://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/ProcANL/ProcANLscheda46919.htm

4.      https://documenti.camera.it/apps/commonServices/getDocumento.ashx?idLegislatura=19&sezione=lavori&tipoDoc=attoGoverno&tipoAtto=atto&atto=264

5.      https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01321101.pdf

6.      https://www.senato.it/leg/19/BGT/Testi/SommComm/01453527.akn

7.      https://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/docnonleg/43665.htm

8.      https://www.senato.it/leg/19/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/59095.pdf

 

da qui