Visualizzazione post con etichetta pressenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pressenza. Mostra tutti i post

lunedì 3 marzo 2025

Energia: il mercato libero che rende poveri - Giovanni Caprio

 

Le bollette italiane sono le più care d’Europa: il 30% più alte di quelle della Germania e il doppio di quelle della Spagna. “Da ormai tre anni, denuncia la CGILmentre le grandi aziende del settore energia registrano bilanci stellari, circa 2,2 milioni di famiglie italiane sperimentano il dramma della povertà energetica. Si tratta quasi dell’8% della popolazione del Paese. A essere specialmente colpiti sono gli anziani: il 47% di loro è a rischio o in povertà energetica. Per di più, complice anche la fine del mercato tutelato, la spesa media annuale di una famiglia tipo è destinata ad aumentare ulteriormente, sfiorando i 3mila euro l’anno.”

Sono circa 13.200 i possibili contratti del libero mercato di energia tra i quali una famiglia dovrebbe scegliere il più adeguato alle proprie esigenze. E in molti casi, oltre al costo di luce o gas, questi contratti obbligano ad acquistare servizi accessori: assicurazioni, canoni di manutenzione delle caldaie, servizi di telemedicina oltre costi occulti in caso di recesso anticipato e cambi tariffe. Costi e servizi accessori che spesso nulla hanno a che vedere con l’erogazione del gas o dell’elettricità. E’ l’amara constatazione che arriva dalla Caritas di Roma, che denuncia con forza le ipocrisie e i paradossi del “mercato libero” nei contratti, “le cui offerte economiche sono consultabili sul Portale ARERA, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, che risultano incomprensibili ai più e soprattutto quasi mai effettivamente convenienti.” Anche per gli anziani, i disabili e i percettori di redditi bassi, i clienti “vulnerabili” che sono rimasti gli unici ad aver diritto al mercato “tutelato”, la situazione appare critica: al momento, per il complesso meccanismo della formazione del prezzo, stanno pagando circa il 18% in più rispetto ai clienti non vulnerabili approdati al Servizio di Tutele Graduali (STG). I vulnerabili adesso hanno tempo fino al 30 giugno 2025 per accedere al STG cercando di risparmiare così qualche centinaio di euro su base annua. Al momento, il libero mercato si sta traducendo in grandi profitti per le imprese e in un crescente rischio di povertà per le famiglie. Un rischio più volte segnalato, che oggi è diventato realtà.

E come se non bastasse, denuncia la Caritas di Romail mercato si è arricchito di offerte con vendite abbinate: nella bolletta il cliente trova costi di assicurazioni improbabili o ancora servizi di telemedicina dal costo di 150 euro annui, più o meno l’equivalente su base annua del bonus sociale. Tutto questo non è tollerabile. Alle offerte del libero mercato poco convenienti si aggiungono i costi di servizi accessori non richiesti che erodono i tentativi di calmierare il costo della bolletta. Una situazione che, come spesso accade, sta mettendo in crisi soprattutto le famiglie più fragili e gli anziani, che sempre più si rivolgono ai centri di ascolto parrocchiali per chiedere un aiuto per il pagamento delle bollette.” La Caritas di Roma dal 2022 ad oggi si è attivata con iniziative come la “Bolletta sospesa” e “Fondo famiglia” in aiuto di oltre 200 mila euro per consentire il pagamento delle bollette ed evitare i distacchi per morosità e ha diffuso un Manuale operativo dei diritti per accompagnare le parrocchie (e non solo) nella tutela delle famiglie fragili.

La Caritas di Roma ha anche chiesto un intervento urgente su più fronti per: 1. Stabilizzare bonus sociali elevando le soglie ISEE a euro 15.000 e rivedendo la soglia di età dei beneficiari abbassandola dall’attuale 75 a 70 anni. A copertura della misura può contribuire anche quanto ricavato dalle truffe del 110% in considerazione del fatto che l’efficientamento energetico degli edifici doveva e poteva essere pensato come leva principale per contrastare la povertà energetica con una seria riqualificazione dell’edilizia popolare; 2. Ripulire da bolletta da costi impropri vietando la vendita abbinata di servizi estranei alla fornitura di energia elettrica e gas almeno per i clienti definiti vulnerabili, introducendo idonee sanzioni in caso di violazioni, da destinare al sostegno delle famiglie in difficoltà; 3. Introdurre una valutazione (Rating) di legalità obbligatoria e specifica per le aziende che operano nel settore della vendita di energia elettrica e gas per estirpare il fenomeno delle truffe telefoniche e delle diverse pratiche commerciali scorrette; 4. Rafforzare la campagna di comunicazione per avvertire i clienti vulnerabili della possibilità di accesso al Servizio a Tutele Graduali entro il 30 giugno 2025; 5. Semplificare e rafforzare gli strumenti di tutela rendendo maggiormente accessibile il servizio conciliazione energia predisposto da ARERA adottando anche strumenti di moral suasion e leve reputazionali per favorire la risoluzione delle controversie.

Non si può pensare, ha dichiarato dichiara Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Romadi gestire il “libero mercato” permettendo ingiustizie sociali e confidando nel sostegno del mondo del volontariato. Chiediamo invece, anzitutto al Governo e al Parlamento, di garantire la dignità delle persone a partire dal riconoscimento dei bisogni essenziali quali la fornitura di acqua, energia elettrica e gas in un contesto di fiducia reciproca e legalità”.

 

Qui il Manuale della Caritas

 

da qui

domenica 2 febbraio 2025

Come nel film Green Border, di Agnieszka Holland

Bulgaria: «Arrestati per avere salvato vite umane» - Collettivo Rotte Balcaniche

Migranti, tre insegnanti fermati in Bulgaria, «arrestati per avere salvato vite umane» Il comunicato di Collettivo Rotte Balcaniche

La Polizia di frontiera bulgara impedisce il soccorso di tre migranti minorenni in pericolo di vita. I corpi, abbandonati nei boschi tra la neve e in parte mangiati dagli animali, sono stati recuperati dal Collettivo Rotte Balcaniche e da No Name Kitchen diverso tempo dopo.

La Polizia di frontiera bulgara ha abbandonato nei boschi tre minorenni egiziani, Ali (15), Samir (16) e Yasser (17), di cui erano state ripetutamente segnalate le condizioni critiche: l’omissione di soccorso da parte delle forze dell’ordine e i continui ostacoli alle operazioni di salvataggio degli e delle attiviste hanno portato alla loro morte.

Nelle prime ore del mattino del 27 dicembre, le squadre di soccorso del Collettivo Rotte Balcaniche e di No Name Kitchen (NNK) hanno ricevuto le segnalazioni di tre minorenni soli e a rischio immediato di morte, probabilmente per ipotermia, vicino alla città di Burgas, nel sud-est della Bulgaria. I video che accompagnavano le segnalazioni mostravano due di loro sdraiati, privi di sensi, sulla neve. È stato chiamato il numero di emergenza 112 numerose volte, chiedendo assistenza immediata. Le squadre di soccorso hanno subito cercato di raggiungere a loro volta le persone al più presto, ben sapendo per esperienza che la Polizia di frontiera è solita omettere il soccorso delle persone in movimento o respingerle in Turchia (pratica definita pushback e dichiarata illegale da tutti i trattati internazionali, specie se nei confronti di minori non accompagnati). Gli e le attiviste sono state tuttavia bloccate più volte dalle pattuglie della Polizia di frontiera e per questo non sono riuscite a raggiungere i minori. Hanno quindi esortato la polizia a farlo ma sono state minacciate e brutalmente allontanate.

Il 28 dicembre, le squadre di soccorso sono riuscite finalmente a raggiungere i luoghi delle prime due segnalazioni, condivise il giorno prima con il 112, e hanno trovato due adolescenti morti. Uno era coperto di neve, l’altro era sdraiato con la testa in una pozzanghera. Il 29 dicembre, gli e le attiviste sono quindi andate nell’ultima posizione ricevuta. Non solo hanno trovato il terzo corpo, ma parti di esso erano lacerate: un piede e la testa erano stati mangiati dagli animali. Mentre il primo corpo è stato trovato a 20 metri dalla posizione segnalata alle autorità, gli ultimi due corpi sono stati trovati alle precise coordinate GPS fornite al 112 ed erano chiaramente visibili lungo il sentiero.

Sulle risposte delle autorità sembrano esserci due sole spiegazioni possibili: o hanno visto e abbandonato le persone moribonde dopo averle trovate, oppure non hanno mai raggiunto le loro posizioni, pur avendo chiare indicazioni. Distinte impronte di stivali militari sulla neve intorno a uno dei corpi – poi cancellate quando la Polizia di frontiera ha dovuto recuperare il corpo – suggeriscono che degli agenti erano presenti nelle ore precedenti, ma non hanno soccorso la persona, forse quando poteva ancora essere salvata.

Sebbene su scala minore, le autorità sono state violente anche verso gli e le attiviste: oltre a numerose intimidazioni, la Polizia di frontiera ha costretto una squadra a camminare al gelo di notte per ore, ha ordinato a un soccorritore di trasportare a mano uno dei corpi senza vita, e altri ad essere trasportati nel bagagliaio dell’auto della polizia. Pratiche in linea con quanto avviene da tempo e di cui il Collettivo Rotte Balcaniche è testimone dall’estate del 2023. Omissioni di soccorso nei confronti di persone che richiedono assistenza medica urgente, respingimenti in Turchia di persone in gravi condizioni mediche, morti e una repressione sempre più dura nei confronti di chi porta la propria solidarietà. Solo pochi giorni prima, dopo aver soccorso tre persone, quattro soccorritori del Collettivo Rotte Balcaniche erano stati messi in detenzione per l’intera notte in una stanza fatiscente e senza materassi in una caserma, e lo stesso è avvenuto il 29 dicembre ad alcuni componenti di NNK, la quinta volta a partire da settembre.

Le politiche migratorie europee stanno trasformando le frontiere di terra e di mare in veri e propri tritacarne autorizzati, che mettono le persone in pericolo e poi ne omettono il soccorso, rendendosi di fatto dirette responsabili della loro morte. Queste politiche hanno ucciso Ali, Samir e Yasser, così come decine di migliaia di individui alle frontiere europee negli ultimi vent’anni, e ne uccideranno molti altri se non verranno fermate. Non sono fallimenti delle politiche, ma le politiche stesse. Come premio per tutto ciò, alla Bulgaria è stato appena concesso l’accesso all’area Schengen.

Nicholas, attivista di No Name Kitchen, racconta a Radio Onda d’Urto la notte del 27 dicembre, durante quale la polizia ha impedito loro di soccorrere i tre ragazzini egiziani trovati morti. La notte sucessiva, il 28 dicembre, Nicholas è stato interrogato e fermato per ore dalla polizia bulgara. Ascolta o scarica

Della repressione lungo la frontiera bulgara-turca Radio Onda d’Urto ne aveva parlato  con attiviste e attiviste del Collettivo Rotte Balcaniche Alto VicentinoPotete riascoltare l’intervista cliccando qui.

da qui

 

 Rotta Balcanica: arrestati per aver salvato vite umane - Collettivo Rotte Balcaniche

 

Approfittiamo delle vacanze natalizie, interrompiamo lavori e studio per venire in Bulgaria. Dopo 40 ore di viaggio e 12 ore fermi in Croazia per via di un ingorgo epico, a poche ore dal nostro arrivo riceviamo una richiesta di soccorso. E’ il 24 dicembre pomeriggio. Tre ragazzi marocchini sono stremati nel bosco, uno è ormai semi-incosciente e in iniziale stato di ipotermia. Le temperature sono glaciali, si congela anche indossando vestiti tecnici e tute da sci. In 15 minuti prepariamo cibo, vestiti, acqua, tè caldo, mantelline termiche e borsa di primo soccorso. Usciamo da casa.

Facciamo lunghi giri in strade sconnesse e a tratti pericolose. L’intento è evitare di essere bloccati dalla polizia di confine, che nella migliore delle ipotesi ci fermerebbe per ore facendoci perdere tempo prezioso o ci impedirebbe di recarci sul posto (questo accadrà due giorni dopo, causando la morte di almeno tre adolescenti).

I tre ragazzi non comunicano più con il cellulare. La batteria deve essersi esaurita. Arriviamo sul posto senza essere fermati né seguiti. E’ già un successo.

Troviamo rapidamente i tre ragazzi: uno è in condizioni gravi, gli altri due sembrano stare meglio.  C’è il terrore nei loro occhi quando diciamo che per chiamare l’ambulanza e salvare il loro amico arriverà sicuramente la polizia bulgara. Ci vuole molto tempo per rassicurarli che, grazie alla nostra presenza, non verranno picchiati, ma condotti in un centro di detenzione per due settimane e poi in un campo aperto, dove sarà loro possibile chiedere asilo in Bulgaria.

A seguito del nostro intervento, il ragazzo in situazione critica si stabilizza lentamente e inizia ad essere cosciente. 20 minuti dopo la nostra chiamata al 112, arriva la polizia di confine.

Dopo aver urlato e intimidito i presenti, ci viene chiesto di andare verso la loro auto. Lì, aspettiamo per tre ore sotto pioggia e neve: i tre ragazzi sono esausti e assiderati, faticano a camminare, scarpe e giacche sono zuppi d’acqua. Ci chiedono insistentemente di non lasciarli da soli con la polizia. Sono ancora molto spaventati.

Chiediamo alla polizia di confine se almeno il ragazzo in condizioni più critiche possa ripararsi nella loro macchina. Non trema per il freddo, sembrano quasi convulsioni. Il poliziotto ci risponde sorridendo che non fa freddo e ci provoca dicendo che se ci teniamo possiamo dargli una delle giacche che stiamo indossando.

Un agente cerca di intimidirci chiedendo i passaporti, che come sappiamo non sono necessari. Le carte d’identità verranno richieste più volte durante le successive tre ore. Dopo una lunga attesa finalmente arriva un’ambulanza e fa un rapido controllo medico a tutti, ma se ne va presto vuota. Durante le tre ore di attesa, il ragazzo più in difficoltà si lamenta ad alta voce e ripetutamente; contrae il volto in espressioni di dolore intenso: ha i piedi piagati e congelati, quindi glieli puliamo, disinfettiamo e mettiamo delle bende prima di indossare calzini asciutti. Due di noi per ore gli stanno fisicamente attorno, abbracciandolo e cercando di non far scendere la sua temperatura. Le barrette energetiche vengono distribuite più volte. I telefoni dei tre ragazzi vengono presi dalla polizia di confine.

Dopo lunghe ore di attesa, tensione e gelo un ufficiale della polizia ci dice che saremo arrestati e che dobbiamo consegnare i telefoni. Diciamo che glieli daremo solo quando saremo ufficialmente arrestati e riceveremo i documenti relativi. Per il momento possiamo continuare ad usarli.

Per ultima arriva una terza auto della polizia di confine con un agente presentato come ‘il capo’. Ci comunica che saremo in stato di arresto per 24 ore. Perquisiscono a fondo la nostra auto senza trovare nulla di interessante. Due di noi vengono ammanettati. Condotti alla stazione di polizia di Malko Tarnovo veniamo reclusi in una stanza spoglia, molto sporca e con la finestra senza infissi e quindi impossibile da chiudere.

Due di noi vengono interrogati, ma non ci viene rilasciato nessun verbale. Vogliono sapere chi ci dà le informazioni, se siamo un’organizzazione e molte altre cose. Le condiscono con intimidazioni tipo: “Qui in Bulgaria sappiamo come far tornare la memoria”, minacce di arresti per traffico illegale di migranti e provocazioni becere tipo: “Voi aiutate? Bene, aiuta me, dammi cibo, dammi dell’acqua ora!” oppure: “Voglio una macchina, perché non mi regalate una macchina?”. Ci chiedono di lasciare le impronte digitali e la foto segnaletica, ma ci rifiutiamo. Il fatto che non ci abbiano obbligato e che usciremo da quella caserma senza averle date ci fa pensare che sia l’ennesimo abuso di un potere esecutivo sempre più indisciplinato alla legge (oltre che, neanche a dirlo, alla giustizia).

Cerchiamo di dormire per terra e su sedie puzzolenti. Quando chiediamo di andare in bagno ci portano in un sotterraneo. C’è un largo corridoio buio e spoglio con ai lati una decina di lastre di ferro chiuse con pesanti lucchetti. Capiamo solo dopo che, verosimilmente, sono i luoghi dove vengono reclusi i migranti. Le ‘porte’ ci colpiscono perché non hanno una maniglia, né uno spioncino, solo una lastra pesante di metallo leggermente convessa. Cerchiamo di allontanare il pensiero di quello che può accadere in quei luoghi quando non ci sono testimoni.

Arrivati al fondo del corridoio il poliziotto fa un sorriso e ci indica una porta. Aperta, troviamo uno sgabuzzino mefitico con piscio e merda ovunque. Un secchio a lato del WC rotto che tracima di carta e fazzoletti sporchi pieni di feci. Quell’espressione sul volto del poliziotto stona proprio, è la seconda volta che sorridono facendo qualcosa di crudele.

Tornando dal bagno siamo ‘felici’ di vedere i tre ragazzi marocchini spaventati, infreddoliti ma nella stessa stazione di polizia. Siamo ormai praticamente certi siano ‘salvi’, che ristabiliti potranno fare della loro vita quello che vorranno e quello che Stati-nazione e capitalismo gli permetteranno. Il sogno di uno di loro è arrivare a Torino a Porta Palazzo e lavorare con lo zio che fa il macellaio. Anche in uno stato di semi incoscienza, nella foresta, gli si illuminava il volto quando ci mimava le corna delle mucche e ne imitava il verso.

Al mattino veniamo liberati; ci chiedono di firmare dei fogli in bulgaro, ma ci rifiutiamo. Siamo abbastanza sicuri di aver salvato stanotte tre persone e di aver dovuto fare un po’ di galera per questo. Oggi, in Europa, va così. Siamo sereni.

Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino 

da qui


“Le autorità bulgare hanno contribuito all’assideramento di tre minori egiziani” - Alessio Giordano 

Il Collettivo rotte balcaniche e No name kitchen denunciano il ruolo delle autorità del Paese europeo nella terribile morte di tre adolescenti al confine con la Turchia a fine 2024. Non solo negando assistenza ai ragazzi ma anche bloccando le squadre di soccorso e sottoponendo i cooperanti a trattamenti degradanti e detenzioni arbitrarie. La punta di un iceberg di un sistema consolidato


“Ricostruendo nel dettaglio gli eventi occorsi tra il 27 e il 29 dicembre 2024 al confine tra Bulgaria e Turchia, abbiamo dimostrato come le negligenze e le violazioni delle autorità bulgare abbiano contribuito in maniera decisiva alla morte per assideramento di tre minori egiziani”.

Giovanni Marenda, attivista del Collettivo rotte balcaniche (Crb), commenta così i risultati del report “Frozen Lives”, pubblicato a metà gennaio dal collettivo di solidali italiano e No name kitchen (Nnk). In collaborazione con la Ong bulgara Mission Wings, da luglio 2023 i due gruppi gestiscono una safeline, un’operazione di ricerca e soccorso delle persone in movimento in difficoltà o in situazioni di grave rischio lungo il confine bulgaro-turco.

Un’attività che la polizia di frontiera ostacola attivamente: ostruzioni e omissioni di soccorso, trattenimenti arbitrari e repressione dei solidali, infatti, sono all’ordine del giorno. Si inseriscono in questo contesto i fatti presi in esame dall’indagine di Crb e Nnk, culminati con il recupero dei corpi senza vita di Ahmed Samra, Ahmed Elawdan e Seifalla Elbeltagy, rispettivamente 17, 16 e 15 anni.

“Nel corso delle prime ore del 27 dicembre 2024 la safeline riceve l’allerta per tre minori in pericolo di vita”, scrivono gli attivisti nelle prime pagine del documento. Secondo le coordinate indicate dal Gps i ragazzi si trovano a poca distanza l’uno dall’altro, esposti al gelo e impossibilitati a mettersi in salvo, in una zona boscosa nel Sud-Est della Bulgaria nei pressi dei villaggi di Gabar e Varshilo. Oltre all’esatta localizzazione, ai solidali vengono inoltrati due video in cui due adolescenti giacciono privi di sensi nella neve. Alle 1:35 la safeline contatta la linea di emergenza 112 riportando le gravi condizioni dei feriti, condividendo le loro coordinate Gps e richiedendo assistenza immediata. Lo farà altre due volte, alle 2:15 e alle 3:25. “Nonostante la gravità della situazione -sottolinea però il report-, le autorità bulgare non sono intervenute e hanno ostacolato i nostri sforzi per salvare la vita dei tre giovani”. Il Rescue team 1, infatti, intercettato dalla polizia di frontiera alle 2:02 -e successivamente alle 3:03-, viene costretto a fare marcia indietro

Non va meglio al Rescue team 2. In seguito a un guasto al mezzo sul quale sta viaggiando, prosegue a piedi ma viene bloccato dalla polizia di frontiera per due volte, alle 5:15 e alle 6:11. Nel secondo caso gli agenti obbligano gli attivisti a sedersi per terra, dove -rivela il report– “sono stati spogliati dei loro effetti personali e di alcuni capi d’abbigliamento”. La squadra di soccorso ha poi dovuto camminare per circa dieci chilometri affiancata da un Land Rover Defender 4×4 della polizia bulgara.

“Invece di utilizzare il loro mezzo per attraversare il fiume e fornire assistenza al ragazzo hanno preferito scortarci per tre ore”, ricorda un attivista in una delle testimonianze raccolte nel rapporto.

Il terzo tentativo di salvataggio avviene alle 17:30. Sono passate più di 12 ore dalla prima richiesta di soccorso, quando cinque membri della safeline ritornano a Varshilo e percorrono a piedi i cinque chilometri che li separano dal punto indicato dal Gps e alle 2:43 del 28 dicembre individuano il corpo senza vita del diciassettenne Ahmed Samra. Il report denuncia che “dopo aver chiamato il 112, i membri del team di soccorso sono stati interrogati dalla polizia e trattenuti all’aperto per sei ore”.

Il cadavere del secondo adolescente, Ahmed Elawdan, viene ritrovato alle 15:15 dello stesso giorno. Anche in questo caso la squadra contatta le autorità bulgare. Quando la polizia di frontiera arriva sul posto -evidenzia il rapporto di Crb e Nnk- “dopo aver ispezionato il corpo, costringe un membro della squadra di soccorso a trasportarlo due volte: una volta per allontanarlo dal sentiero dove giaceva, l’altra per metterlo nel bagagliaio del loro pick-up”. Il 29 dicembre, circa 57 ore dopo aver comunicato al 112 il punto da cui era provenuta la terza richiesta di soccorso, un’altra squadra recupera il cadavere di Seifalla Elbeltagy.

“In questo caso la polizia bulgara ha obbligato due dei nostri compagni a entrare nel bagagliaio della loro macchina, nonostante i sedili posteriori fossero liberi”, scrivono i solidali.

Mentre avveniva tutto questo, alle 2:45 del 28 dicembre, la safeline riceve un’altra richiesta di soccorso proveniente da una località nella provincia di Haskovo, un’area di confine a circa duecento chilometri a ovest di Varshilo. Qui il Rescue team soccorre altri due giovani migranti feriti e anche in questo caso -riporta l’indagine- “la polizia di frontiera ha trattenuto i nostri compagni in maniera del tutto arbitraria per 24 ore, requisendo loro telefoni e passaporti”. In questa circostanza, inoltre, un’attivista viene separata dal gruppo ed è costretta a spogliarsi davanti a due agenti. “Un’esperienza in cui mi sono sentita profondamente a disagio”, scrive la donna nel documento.

“Le negligenze e gli abusi delle autorità bulgare -precisano Crb e Nnk nella seconda parte di Frozen Lives- da un lato contraddicono i trattati fondanti dell’Unione europea e la legislazione sui diritti umani che stabilisce i criteri minimi di dignità e protezione individuale e dall’altro reprime con brutalità persone in movimento e attivisti”.

Va ricordato che la Bulgaria, entrata nell’area Schengen a metà dicembre, aderisce, tra gli altri, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) e alla Convenzione sui diritti del fanciullo (Crc). Peccato però che, come mostra il rapporto, tra il 27 e il 29 dicembre le autorità bulgare abbiano agito a più riprese in spregio dei diversi quadri legislativi dell’Unione europea a tutela dei diritti delle persone in movimento

“Innanzitutto è venuta meno la tutela del diritto alla vita dei tre minori, che, come stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, prevede l’obbligo positivo di ‛fornire servizi di emergenza e deve essere rispettato anche durante le operazioni di salvataggio dei migranti’”, riprende Marenda.

In materia di protezione dei minori, inoltre, le autorità bulgare hanno violato l’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che sancisce “diritto alla protezione per i bambini e alle cure necessarie per il loro benessere”. Stessa cosa per quanto riguarda l’obbligo di assistenza, misura prevista anche dalla legislazione nazionale. Come ricorda il report, infatti, “l’articolo 141 del Codice penale bulgaro stabilisce che ‛gli operatori sanitari, dopo essere stati invitati, hanno l’obbligo legale di prestare assistenza a una persona malata’”. Il documento sottolinea poi come data “l’incapacità di aiutare i minori e l’ostruzione delle missioni di salvataggio”, e violando gli articoli 3, 20, 22 e 24 della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, “polizia di frontiera e unità di emergenza si sono macchiate del reato di omissione e ostruzione di soccorso”. Di detenzione arbitraria e trattamento inumano e degradante sono stati invece vittime i membri della safeline.

“Quello che è accaduto a fine dicembre è solo la punta dell’iceberg di un sistema consolidato”, afferma Marenda. Da luglio 2024 a gennaio 2025, infatti, le richieste di soccorso pervenute alla safeline sono state 96 per un totale di 589 persone in pericolo. Dall’inizio dell’attività di ricerca e soccorso sono nove i corpi senza vita recuperati, “ma probabilmente sono solo una parte di quelli abbandonati al loro destino dalle autorità e mai ritrovati”, evidenzia l’attivista.

Come raccontato da Altreconomia, inoltre, da tempo persone in movimento, attivisti e organizzazioni umanitarie denunciano gli abusi e i respingimenti illegali da parte delle forze di frontiera bulgare. “Solo nel 2023 -ricorda il report– il ministero degli interni bulgaro sostiene di aver impedito 178.200 attraversamenti illegali del confine, un eufemismo per indicare i violenti respingimenti illegali”.

Con la collaborazione di alcuni parlamentari europei, Crb e Nnk intendono sottoporre il contenuto dell’indagine all’attenzione della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) e hanno presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiarire i fatti descritti dal rapporto. “Ci appelliamo alle istituzioni europee, anche se non ci facciamo troppe illusioni -conclude Marenda-. Basta guardare il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo per capire che purtroppo quanto avviene al confine tra Bulgaria e Turchia non rappresenta il fallimento delle politiche europee, ma la loro piena attuazione”.

pagina facebook del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino 

da qui

domenica 19 gennaio 2025

Vivisezione, 11 arresti all’Università di Catanzaro: “Animali maltratti, decapitati e uccisi negli stabulari in condizioni precarie” - Lorenzo Poli

 

Il caso

Animali torturati e decapitati nei laboratori dell’Ateneo di Catanzaro, nell’ambito di progetti finanziati dal ministero della Salute. Laboratori scientifici in precarie condizioni con la conseguenza della falsa attendibilità delle ricerche espletate. Ispezioni dell’Azienda sanitaria pilotate per coprire ogni possibile contestazione sulla gestione degli esperimenti, che venivano effettuati spesso senza alcuna precauzione in stabulari dove c’erano gabbie sporche e condizioni igieniche più che precarie. Erano stanze dell’orrore quelle dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che l’inchiesta della Procura – su indagini della Guardia di Finanza – ha portato al sequestro.

In totale sono 21 gli indagati tra docenti universitari, ricercatori e responsabili dell’Asp. I reati contestati sono di associazione per delinquere, corruzione, falso, truffa aggravata ai danni dello Stato, maltrattamento e uccisione di animali. Il blitz della Guardia di Finanza è scattato ieri mattina all’Università Magna Graecia e all’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura di Catanzaro: 11 indagati sono finiti agli arresti domiciliari mentre un altro soggetto è stato interdetto per 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni rivestite in seno all’Azienda sanitaria.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo di due stabulari dell’Università, adibiti alla sperimentazione sugli animali per finalità di ricerca. A due indagati sono stati sequestrati oltre 23mila euro, somma che gli inquirenti ritengono sia il provento di una truffa aggravata ai danni dello Stato.

La Guardia di Finanza ha notificato 21 avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta che, per la Procura di Catanzaro, ha accertato l’esistenza di un collaudato sistema illecito che consentiva agli indagati di “pilotare” le visite ispettive svolte dall’Asp presso i laboratori scientifici dell’ateneo universitario condizionandone i relativi esiti. In questo modo, l’università si sarebbe assicurata l’espletamento delle onerose attività progettuali autorizzate dal ministero della Salute.
L’indagine ha dimostrato un rapporto di compartecipazione e di reciproci favoritismi tra i due enti pubblici: l’Asp di Catanzaro quale controllore e l’università Magna Grecia quale ente controllato. Dagli atti dell’inchiesta è emerso che i vari responsabili di progetto facevano ricorso ad ingenti fonti di finanziamenti pubblici: circa 2 milioni di euro che sarebbero serviti alla copertura economica delle varie attività progettuali, costantemente garantite dall’ottenimento dell’attestazione di regolarità rilasciata “illecitamente” dai veterinari dell’Asp preposti alle ispezioni, nonostante le precarie condizioni in cui versavano i laboratori.

Criticità che, se i controlli fossero stati eseguiti correttamente, avrebbero comportato l’immediata chiusura, con la conseguente perdita dei fondi erogati per lo svolgimento della ricerca e l’irrogazione di pesanti sanzioni amministrative. Secondo la Procura di Catanzaro, alla base del sodalizio c’erano i rapporti corruttivi tra alcuni indagati. Reati che avrebbero riguardato anche la redazione delle graduatorie finali di un concorso presso l’università Magna Graecia. All’esito delle procedure concorsuali, infatti, veniva dichiarata vincitrice la figlia di uno degli indagati, dirigente dell’Asp di Catanzaro. Per gli investigatori, il prezzo della corruzione sarebbe da rintracciare nelle cospicue somme di denaro che un veterinario dell’Asp di Catanzaro ha ricevuto in virtù dei numerosi incarichi di docenza illecitamente ottenuti presso l’ateneo in cambio del sistematico esito positivo delle visite ispettive dallo stesso svolte presso i laboratori scientifici della Magna Graecia.

Infine, è emerso che in realtà le attività sperimentali con animali vivi sono state effettuate, in gran parte, attraverso la violazione delle basilari norme di igiene e benessere animale. Eppure, proprio l’attività di ricerca con sperimentazione “in vivo” costituisce, se ben espletata, un passaggio fondamentale per la validazione delle ipotesi scientifiche. L’inchiesta, invece, ha consentito di riscontrare l’esistenza di un allevamento abusivo di animali da laboratorio. Un allevamento che sarebbe stato costantemente utilizzato dagli indagati per alimentare le attività di ricerca. La Guardia di Finanza avrebbe riscontrato anche alcune ipotesi di maltrattamento degli animali coinvolti nei progetti finanziati con soldi pubblici: da un lato sarebbe stata cagionata l’uccisione immotivata di animali, non autorizzata dal ministero della Salute, dall’altro sarebbe stata falsata l’attendibilità delle ricerche espletate in quei laboratori.

L’ex rettore, i suoi collaboratori i veterinari e gli ispettori
Ai domiciliari sono finiti l’ex rettore Giovambattista de Sarro, coinvolto anche in qualità responsabile scientifico di progetti di ricerca; Domenico Britti, presidente dell’organismo interno preposto al benessere animale, presidente fino al 2023 della Scuola di Farmacia e Nutraceutica che ha la diretta gestione degli stabulari. E ancora, sempre agli arresti domiciliari, Giuseppe Caparello, presidente dell’Ordine dei medici veterinari, direttore della Struttura complessa del Servizio veterinario dell’Asp dal 2018 e direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Catanzaro dal 2020; Fabio Castagna, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia; Rita Citraro, sperimentatrice nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Università.

Nella lista dei destinatari del provvedimento ci sono anche Nicola Costa, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia sino al 2021; Antonio Leo, sperimentatore nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Ateneo; Giovanni Loprete, veterinario designato per lo stabulario di Germaneto;
Ernesto Palma, responsabile del benessere animale per lo stabulario di Roccelletta di Borgia e componente stabile dell’organismo preposto al benessere animale; Anselmo Poerio, veterinario convenzionato dell’Asp addetto alle ispezioni negli stabulari dell’Ateneo; Giuseppe Viscomi, veterinario dell’Asp, responsabile delle ispezioni negli stabulari Umg. Infine, misura sospensione di 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni nell’Asp per Luciano Conforto, veterinario addetti alle ispezioni negli stabulari. Tra i 21 indagati risulta anche Ciro Indolfi, presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, in qualità di responsabile di un progetto di ricerca su «Modello di danno vascolare nel ratto per lo studio della restenosi coronaria nell’ arteriopatia obliterante periferica cronica». Indolfi è indagato per maltrattamento di animali.

Animali uccisi senza anestesia
Scene orribili quelle che, per gli investigatori, si consumavano tra le mura dei laboratori. Animali vivi – cavie o ratti ma anche altri di piccola taglia – torturati, sbattuti violentemente contro il muro o decapitati senza alcuna anestesia. «Le gabbie erano costantemente sporche – ha testimoniato uno degli operatori dei laboratori – e dovevamo essere noi a pulirle nonostante fosse una responsabilità dello stabularista. In un’altra testimonianza raccolta dagli investigatori: «Non sempre le procedure di soppressione venivano rispettate. Io personalmente procedevo alla soppressione solo se potevo sedare l’animale e potevo ucciderlo secondo le procedure. Ho assistito, invece, ad alcuni casi di decapitazioni di animali senza anestesia. È capitato che, a causa di ciò, gli altri ratti abbiano sentito l’odore del sangue derivante dalla decapitazione e si siano agitati. Ciò può costituire un problema anche a fini scientifici, perché se gli altri animali si agitano, oltre a diventare ingestibili, producono il cortisolo che incide sui risultati delle analisi. Infine ricordo che quando ero arrivata da poco a lavorare presso lo stabulario, mi fu raccontato che, almeno in un’occasione, per sopprimere un animale, pare venne scagliato al muro». E infine, un ultimo testimone conferma che «la procedura di decapitazione era piuttosto cruenta e gli animali erano vivi».

Federica Nin: “Il maltrattamento è strutturale e non accidentale in tutti i laboratori”
“È triste dover pensare che lo scandalo è esploso per reati principalmente finanziari.
Li hanno arrestati in quanto sono accusati anche di associazione per delinquere, corruzione e truffa ai danni dello Stato, altrimenti, per il “solo” maltrattamento animale (che è comunque contestato anch’esso) non penso che la vicenda avrebbe avuto questa risonanza. Quante cause per maltrattamento – proprio degli animali d’uso scientifico – sono finite in un flop perché per quegli animali, di serie Z, non si è ottenuta giustizia! Detto ciò è importante far emergere che non sono “incidenti di percorso”, guai prodotti da “mele marce”, bensì la punta dell’iceberg di problemi sistemici di cui si sa ampiamente, solo che solitamente non viene fuori la pistola fumante. Ora invece questa pistola fumante si vede. Ma si deve dire chiaramente che è pieno di pistole ovunque, tenute nascoste, e che questa è la realtà del sistema che si basa sulla SA/vivisezione.” – ha dichiarato a Pressenza Italia Federica Nin, socia fondatrice dell’Associazione medico-scientifica O.S.A. – Oltre la Sperimentazione Animale e psicologa, che da anni si interessa anche di psicologia della relazione uomo-animale e di questioni di bioetica, epistemologia, filosofia morale e filosofia della scienza indirizzando le sue ricerche in particolare verso la questione del paradigma animale nella ricerca biomedica. “Un punto importante è che il maltrattamento – che comunque è strutturale in tutti i laboratori e non accidentale – fa implodere la scientificità di qualunque esperimento. Le testimonianze parlano infatti del cortisolo prodotto dagli animali (ma vale per tutti, anche quelli umani) come risposta ormonale, come reazione fisiologica allo stress e all’angoscia, sballando i risultati delle ricerche. E va aggiunto che anche lo stress da stabulazione – vera e propria prigionia -, la manipolazione da parte degli operatori e sperimentatori, le condizioni di luce, la gestione della temperatura, dell’umidità, e dell’intera situazione ambientale, alterano non solo i risultati ma anche la riproducibilità (la caratteristica fondamentale di un esperimento scientifico) delle procedure. La cattiva gestione degli orari di luce e buio è piuttosto normale in qualsiasi stabulario, soprattutto nei weekend e in tutti i festivi. E qui la scientificità va a ramengo.”
Conclude Nin: “È veramente cosa rara ed eccezionale che la verità di uno stabulario emerga all’attenzione di istituzioni e opinione pubblica. Di solito i controlli da parte delle ASP, così come emerso in questa occasione, sono concordati e pilotati, al fine di tenere tutto ben nascosto. Questa volta “il diavolo ha fatto le pentole senza i coperchi”. Spero che questo sposti significativamente il piano inclinato, da cui scivolerà giù la vivisezione.”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/15/ispezioni-pilotate-nei-laboratori-delluniversita-di-catanzaro-11-arresti-ce-anche-lex-rettore-de-sarro/7837515/
https://www.quotidianodelsud.it/calabria/catanzaro/cronache/criminalita/2025/01/15/catanzaro-blitz-anticorruzione-11-arresti-tra-i-vertici-dellumg-e-dellasp
https://video.sky.it/news/cronaca/video/arresti-catanzaro-animali-maltratti-e-uccisi-nei-laboratori-980325
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml
https://www.ilvibonese.it/cronaca/505986-cavie-uccise-sbattendole-al-muro-le-accuse-che-hanno-portato-a-11-arresti-tra-asp-e-universita-di-catanzaro/
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml?appunica=true&app_v2=true

da qui

mercoledì 10 luglio 2024

Guerra e crisi climatica. I governi sono fuori di testa - Guido Viale

 

I governi di quasi tutto il mondo (quelli grandi e importanti come quelli piccoli e insignificanti, compreso chi governa una grande o piccola banda armata) marciano come sonnambuli verso una guerra mondiale sempre meno “a pezzi”, sempre più prossima a una conflagrazione generale. Irresponsabili e criminali.

Ma marciano anche, doppiamente irresponsabili e doppiamente criminali, verso una catastrofe climatica e ambientale irreversibile… Il dilemma sembra ormai solo quello di vedere quale di quei due eventi si realizzerà per primo, rendendo superfluo l’avvento dell’altro.

E’ vero però anche il contrario: se nell’affrontare la crisi climatica e ambientale, il cui decorso è noto ai governi di tutto il mondo da almeno 30 anni (Vertice di Rio: 1992), fossero state impegnate tutte le risorse economiche, tecnologiche e “umane” spese per le armi – ormai oltre i 2.000 miliardi di dollari all’anno – quella marcia insensata verso la guerra si sarebbe arrestata: perché un processo non si può combatterlo e accelerarlo contemporaneamente. Così, entrambe le catastrofi sarebbero state messe in mora.

Si parla da tempo della necessità di una Costituzione della Terra, ma una costituzione non può essere solo un insieme di norme. Deve essere innanzitutto un progetto condiviso, che oggi non può essere che l’impegno di tutte le risorse disponibili, situazione per situazione, per arginare il decorso della crisi climatica e ambientale: una cosa che non può essere fatta solo da alcuni, perché richiede il concorso di tutti. Questa è l’unica vera urgenza del nostro tempo: quella da cui dipendono tutte le altre, a partire dalla lotta contro le gigantesche diseguaglianze economiche e sociali.

Tutti, tranne i cretini e i politici in malafede, danno ormai per certa la crisi ambientale in corso, ma nessuno, né al vertice né alla base della piramide sociale mondiale, ritiene di avere la possibilità, o che valga la pena, di impegnare veramente tutte le proprie risorse per affrontarla. Bisogna innanzitutto salvaguardare l’economia! Cioè questa economia: la crescita, lo sviluppo, l’accumulazione del capitale. E varare, per poi magari ritirarle subito dopo, solo le misure ritenute compatibili con l’economia, con la conseguenza di renderle inefficaci e inutili, di danneggiare alcuni e inimicarsi altri e di lasciare così campo libero alla guerra: è la vicenda, tra le altre, dell’European Green Deal. Così la corsa verso il baratro procede a ritmo sempre più accelerato.

Anche quando la crisi climatica e ambientale planetaria colpisce nel vivo, e sempre più spesso un territorio che abitiamo o una regione lontana, su cui comunque ci informano i telegiornali – con un uragano, un’alluvione, la siccità, l’erosione della costa, la scomparsa di un ghiacciaio, un’ondata di calore, un incendio incontrollabile, la scomparsa di una o di tante specie – nessuno fa lo sforzo di collegare questi fenomeni a una tendenza generale, per capire come cambierà la nostra vita mano a mano che questi eventi si faranno più frequenti e più gravi.

I nostri e gli altrui politici vivono nel presente come se mentre i territori franano, si allagano, si disseccano o bruciano, tutto potesse e dovesse continuare come sempre. Vivono dentro una bolla e ciascuno ha la sua: chi pensa a nuove autostrade, nuovi porti, nuovi ponti, nuove grandi opere, nuovi grandi eventi e chi a nuove auto, nuove barche, nuove crociere, nuove vacanze esotiche, nuove case ai monti o al mare. Senza tener conto delle persone – qui milioni; nel mondo già miliardi – che da tutte queste cose, e da altre ancora, a partire dalla possibilità di sopravvivere, vengono lasciate indietro…

E’ la bancarotta totale delle classi dirigenti di tutto il mondo, cresciute nel clima di un neoliberismo condiviso o imposto: una bancarotta che rende evidente la necessità di un radicale ricambio generazionale che lasci il passo a coloro che sanno di essere le vittime designate della loro inerzia o delle loro complicità.

Neanche ai pochi intellettuali con le cui opinioni spesso concordo capita mai di esprimersi sulla crisi climatica e ambientale: si limitano, a volte, a nominarla in una lunga lista di problemi. Vivono anche loro nella bolla che questa crisi non riesce a forare.

La deflagrazione delle guerre e la crisi climatica sembrano riflettersi sulla percezione che abbiamo delle nostre vite solo attraverso le migrazioni, con la pressione di un numero crescente di profughi cacciati da terre rese invivibili.

Non ci si rende conto che i “flussi” che investono oggi il mondo sviluppato sono solo l’anticipazione di uno tsunami destinato a mettere in moto verso l’emisfero settentrionale, nel giro dei prossimi decenni, miliardi di esseri umani. E che le difese che oggi vengono apprestate contro quello tsunami – dalle destre, in modo ostentato e da tutti gli altri in forme sopite, ma sostanzialmente con gli stessi mezzi e gli stessi obiettivi – sono votate a trasformare le mete di quei viaggi in “fortezze” occupate da popolazioni sempre più vecchie e incapaci di badare a se stesse. Ma anche sempre più isolate e odiate dal resto del mondo, sempre più impegnate a gestire un’impossibile difesa del proprio stile di vita “non negoziabile” con una guerra di sterminio praticata spostando sempre più in là le proprie frontiere. E con esse i confini di un mondo consegnato per questo a bande che lo rendono inabitabile per tutti, compresi coloro che oggi sono là solo per sfruttarlo meglio. Come sono già oggi la Libia, la Siria, il Sudan, il Congo, ecc.

Ma anche trasformando l’accoglienza resa ineludibile dalla nostra senescenza biologica e spirituale in un regime di apartheid si svilupperanno focolai di conflitti etnici e sociali che renderanno anche da noi la vita quotidiana di tutti sempre più sgradevole e feroce.

E’ inevitabile che tutte le manifestazioni della crisi climatica e ambientale già note siano destinate a crescere e ad approfondirsi, anche se i governi invertissero la rotta domani, cosa che non faranno. Ciò pone all’ordine del giorno, al di là degli ipocriti programmi di mitigazione varati e rimangiati dai governi, gli obiettivi dell’adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui si verranno a trovare gli abitanti di ogni territorio nei decenni a venire.

Le misure per l’adattamento sono il nesso che può collegare il globale (la crisi climatica e ambientale planetaria) e il locale (le condizioni della coesistenza in un ambiente manomesso), l’inerzia dei governi e l’attivismo di comunità grandi e piccole che si auto-organizzano, come già oggi succede nei territori colpiti da un disastro ambientale: per garantire comunque livelli essenziali di mobilità, di approvvigionamento, di produzione, di funzionamento delle reti – energia, telecomunicazioni, acque,  rifiuti – di gestione comune dell’ordine pubblico, ecc.

In questa prospettiva, una vera accoglienza dei profughi orientata alla piena valorizzazione della loro presenza, delle loro culture, del loro lavoro e dei loro collegamenti con le comunità e i territori di origine, può riprodursi e moltiplicarsi a livello regionale, nazionale e continentale. Oggi, come alternativa praticabile alla guerra ai migranti, costosa, inconcludente, ipocrita e criminale, quella che le destre sbandierano senza saperne né poterne venire a capo. Domani, per garantire la convivenza tra mondi destinati altrimenti a distruggersi reciprocamente.

da qui

venerdì 19 gennaio 2024

Antonio Mazzeo: come fa la Leonardo a dire che non è implicata nei teatri di guerra?

(intervista di Olivier Turquet)

 

L’ospedale Bambin Gesù ha rifiutato una donazione natalizia di Leonardo ritenendola “inopportuna”. La Società ha commentato dicendo “In tutti i teatri di guerra in corso non c’è nessun sistema offensivo di nostra produzione” (Repubblica, 12 Gennaio).

Abbiamo fatto su questo alcune domande a Antonio Mazzeo, giornalista pacifista specializzato in questioni militari ed editorialista di Pressenza.

 

Antonio, sulla base di cosa Leonardo può fare un’affermazione del genere? E con quale credibilità?

Beh, bisognerebbe chiedere ai manager di Leonardo perché si siano inventati una risposta che non trova alcun fondamento né tra i comunicati stampa emessi in tutti questi anni dalla holding armiera a capitale pubblico, né tra le relazioni ufficiali periodiche delle autorità governative sulle attività di esportazione delle aziende belliche italiane.

Israele è uno dei partner strategici di Leonardo Spa o delle società controllate interamente o parzialmente che hanno sede sociale in paesi terzi (in particolare negli Stati Uniti d’America). Sono stati realizzati negli stabilimenti di Alenia Aermacchi (Leonardo) di Venegono Inferiore (Varese), i caccia-addestratori M-346 “Master” dove si formano i top gun dell’Aeronautica militare israeliana, prima di operare nei cacciabombardieri di IV e V generazione (come i famigerati F-35 che sono stati predisposti per l’uso di armi nucleari tattiche) che stanno sterminando morte e distruzione a Gaza, Libano meridionale e Siria.

Negli stabilimenti AgustaWestland di Leonardo sono stati realizzati gli elicotteri d’addestramento che le forze armate israeliane hanno acquistato un paio di anni fa per “formare” i reparti elicotteristici destinati alle operazioni di guerra. E a bordo dei carri armati che hanno raso al suolo tanti quartieri di Gaza sono stati predisposti sofisticati sistemi di “autoprotezione” realizzati in joint venture dalla controllata USA di Leonardo (DRS) e aziende israeliane leader nel settore bellico.

Questo per quello che riguarda solo il caso di Israele. Ma possiamo dimenticare l’apporto di Leonardo al potenziamento bellico delle forze armate turche? Al regime di Erdogan è stato fornito il know how per realizzare in Turchia gli elicotteri d’attacco “Atak”, la versione nazionale degli Agusta Westland A129 “Mangusta” di Leonardo, costantemente impiegati dalle forze armate di Ankara per bombardare i villaggi kurdi in territorio turco, iracheno e siriano. Ed oltre a questi sistemi di morte, Leonardo SpA, attraverso la controllata Telespazio, ha fornito alla Turchia componenti vitali per la realizzazione del programma aerospaziale militare “Göktürk-1”, basato su un satellite di osservazione della Terra con un sensore ottico ad alta risoluzione, un centro per l’integrazione satellitare e i test (costruito ad Ankara) e un segmento terrestre responsabile del controllo missione, della gestione in orbita, dell’acquisizione e processamento dati. Il satellite “Göktürk-1” è stato lanciato in orbita il 5 dicembre 2016 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana francese, con un lanciatore italiano VEGA, sotto il controllo del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio.

E’ possibile sapere con una ragionevole approssimazione che parte delle attività di Leonardo è dedicata alla produzione di armamenti o di sistemi direttamente legati alla guerra?

Soprattutto il settore aerospaziale transnazionale si sta caratterizzando per la ricerca, sperimentazione e produzione di sistemi cosiddetti “dual”, che cioè possono operare in qualsiasi momenti in contesti di tipo “civile” o di tipo “militare” o in quell’area grigia rappresentata dalle operazioni di “soccorso” in caso di eventi bellici, pandemie, catastrofi, ecc.

Ciò rende davvero impossibile quantificare le percentuali di produzione a fini bellici di un’azienda che operi in questo settore. Tuttavia ci sono comparti produttivi di Leonardo che continuano a caratterizzarsi per l’esclusiva realizzazione di sistemi d’arma. Penso in particolare agli stabilimenti ex OTO Melara di La Spezia dove si costruiscono cannoni terrestri e navali, carri armati e blindati, spesso in joint venture con il gruppo privato IVECO Defense Systems con quartier generale a Bolzano. C’è poi il settore della cybersecurity i cui prodotti sono destinati alle forze armate e gli apparati sicuritari statali. Nelle guerre cibernetiche Leonardo e le aziende controllate hanno assunto un ruolo chiave in Italia e a livello internazionale.

Le produzioni della compartecipata (il 30% di Leonardo è capitale pubblico) che andamento hanno avuto negli ultimi anni?

Gli ordini di prodotti Leonardo sono cresciuti progressivamente negli ultimi anni (il loro valore era di 11.595.000,000 euro nel 2017, mentre sono stati per 17.226.000.000 euro nel 2022).

Anche in termini di ricavi i bilanci di Leonardo hanno evidenziato una forte crescita: 11.527.000.000 euro nel 2017, 14.713.000.000 euro cinque anni dopo. Nel 2023 fatturati e dividendi sono ulteriormente cresciuti per cui c’è da attendersi un ulteriore salto in avanti di quella che è ormai si è consolidata nella classifica “top ten” delle grandi aziende produttrici di sistemi di guerra.

Ma attenzione, non sono tutte “rose” quello che governi e partiti di maggioranza e opposizione ci fanno credere quando esaltano le capacità produttrici di Leonardo e i suoi benefici per la società e l’economia italiana. I bilanci del gruppo rivelano infatti anche il boom dell’indebitamento della holding, passato da 2.351.000.000 nel 2018 a 3.016.000.000 nel 2022. Come dire cioè, che i benefit vanno ai manager e agli azionisti, mentre il pagamento dei debiti a banche e gruppi finanziari internazionali spetta ai contribuenti italiani.

da qui


martedì 25 ottobre 2022

Auto elettriche? Non sono una buona idea

 

Il trasporto su strada di automobili e merci crea un’enorme quantità di problemi sociali: un gigantesco consumo di suolo e risorse, incidenti con morti e feriti, emissioni di particolato e CO2, rumore e minacce costanti per gli altri utenti della strada.

La modifica del tipo di motore dalla combustione di petrolio all’elettrico cambia solo una delle tante conseguenze negative del traffico automobilistico, e anche in questo caso ha un effetto discutibile. Le auto elettriche non rappresentano quindi un contributo alla transizione dei trasporti. È importante demistificare la pubblicità della “mobilità” elettrica (il termine si riferisce di solito solo alle automobili, sebbene anche i tram, i treni e le biciclette elettriche funzionino con motori elettrici e siano molto più ecologici!) Perché:

  1. la maggior parte dei problemi del traffico automobilistico rimangono.
  2. solo il bilancio delle emissioni di CO2 potrebbe essere migliorato – e anche questo è dubbio.
  3. alcuni effetti peggioreranno addirittura.
  4. il passaggio ad auto elettriche blocca la vera inversione di tendenza del traffico, che verrà spiegata in dettaglio più avanti. Dopo Tesla, anche VW vuole costruire una nuova enorme fabbrica di auto elettriche. Questo dimostra che verranno costruite più auto – per il profitto!

1. La maggior parte dei problemi del traffico automobilistico permangono

1.1 Incidenti, morti, feriti, pericoli costanti

Otto o nove morti al giorno, più 1.053 feriti: questo è il bilancio del traffico stradale nella sola Germania (dati del 2019). Nel mondo ci sono 3.700 morti al giorno! Per effetto dell’assuefazione, questa costante carneficina non solo viene accettata con indifferenza, ma invece di un “disarmo” della mobilità, le sue vittime vengono spinte fuori dallo spazio stradale. Genitori preoccupati o sopraffatti vietano ai loro figli di uscire di casa, amministrazioni e istituzioni recintano parchi giochi e asili. L’auto può circolare liberamente, l’essere umano viene rinchiuso. La sostituzione del motore non cambierà questa situazione disumana.

1.2 Rimane il problema delle polveri sottili

L’affermazione di una guida senza emissioni grazie ai motori elettrici è una favola. La maggior parte delle polveri sottili presente nell’aria deriva dall’usura di pneumatici e freni, che probabilmente sarà maggiore nelle auto elettriche a causa del loro peso elevato. Inoltre, funzionano con l’elettricità che deve essere prodotta e distribuita da qualche parte e in qualche modo (vedi punto 2.1).

1.3 Nessun vantaggio nella protezione dal rumore su strade trafficate

Nemmeno in termini di rumore ci saranno vantaggi significativi, perché al di sopra di una velocità di 30 km/h il rumore dei pneumatici annulla quello del motore. Le auto elettriche offrono vantaggi solo a velocità molto basse. Tuttavia, l’assenza di rumore aumenterebbe a sua volta il rischio di incidenti, motivo per cui il Regolamento UE 540 stabilisce che le auto elettriche devono emettere un rumore artificiale – e quindi non c’è alcun vantaggio in termini di rumore.

2. Effetti positivi? Piuttosto in dubbio …

2.1 Meno emissioni di CO2? Solo se ci fosse l’elettricità verde – e quella manca …

L’unico vantaggio dichiarato delle auto elettriche rispetto ai motori a combustione è la possibile riduzione delle emissioni di CO2. Ma al momento non ci si può aspettare nemmeno questo. La quantità di elettricità verde presente nella rete elettrica non è neanche lontanamente sufficiente a coprire la domanda di elettricità. I nuovi consumatori di energia elettrica ripiegherebbero quindi aritmeticamente sul nucleare, sul carbone e sul gas, ritardando la conversione al 100% di energia rinnovabile. Il fatto che tutti pretendano di consumare l’energia verde (e gli altri l’energia sporca) è ingiusto.

Inoltre, la maggior parte delle auto elettriche tende a essere guidata durante il giorno e ricaricata di notte, a casa o al lavoro. In questo caso, o sono necessarie batterie aggiuntive, il che significa un consumo ancora maggiore di materie prime, oppure le auto vengono caricate con elettricità sporca, anche se il fotovoltaico è disponibile sul tetto.

L’equilibrio viene ulteriormente peggiorato dal fatto che un motore elettrico non emette abbastanza calore di scarto per il riscaldamento. L’ulteriore produzione di calore consuma poi molta elettricità, che spesso viene nascosta nei calcoli di modello e riduce significativamente l’autonomia.

2.2 Ogni E-car comporta la produzione di diversi motori a combustione interna

Un effetto molto simile si produce a causa del controcalcolo consentito sul cosiddetto consumo della flotta di ogni azienda automobilistica, dove viene prescritto un livello medio di emissioni di tutte le auto vendute. Le auto elettriche sono valutate zero (contro ogni legge fisica), vale a dire che per ogni auto elettrica venduta, le case automobilistiche sono autorizzate a vendere più auto a combustione (anche se le auto elettriche vengono rapidamente trasferite all’estero, come sta accadendo attualmente). Le aziende di auto elettriche, come Tesla, si finanziano in parte vendendo questi diritti ad altre aziende automobilistiche, che a loro volta vendono auto a combustione con questi diritti. Ciò significa che ogni auto elettrica, comprese quelle prodotte da Tesla, comporta almeno un motore a combustione.

2.3 Effetto rimbalzo I: chi costruisce fabbriche di automobili raccoglie più automobili

È statisticamente provato che ogni espansione dell’infrastruttura stradale aumenta il volume del traffico. Questo vale anche per le auto elettriche. Il numero totale di auto e di chilometri percorsi aumenta grazie ai programmi di sovvenzione e di espansione su larga scala. I vantaggi speciali per le E-car, come l’uso condiviso delle corsie degli autobus, il parcheggio gratuito, l’ingresso in zone altrimenti chiuse alle auto e l’elettricità gratuita, rafforzano la tendenza a un numero ancora maggiore di viaggi.

2.4 Effetto rimbalzo II: il greenwashing porta a un maggior numero di viaggi.

C’è anche un effetto rimbalzo nell’uso privato. Significa che un miglioramento in un luogo porta a cambiamenti di comportamento in altri luoghi che annullano parzialmente o completamente gli effetti positivi. È già stato dimostrato che gli utenti delle auto elettriche le utilizzano più frequentemente, sostituendo così i viaggi con i mezzi pubblici, ma anche molti viaggi in bicicletta. La pubblicità induce a sentirsi a posto con la coscienza, cosa che porta ovviamente a un utilizzo più sfrenato del veicolo.

3. Alcune cose stanno addirittura peggiorando

3.1 Le auto elettriche sono spesso auto aggiuntive

Nel 2021, le immatricolazioni in Germania hanno raggiunto livelli record. Le auto elettriche hanno svolto un ruolo significativo in questo senso. Questo perché le grandi limousine vengono acquistate come status symbol aggiuntivo, le piccole E-car invece come seconda e terza auto. In entrambi i casi, gli acquirenti appartengono prevalentemente alle classi più abbienti. Le auto elettriche aumentano quindi il numero totale di vetture. Poiché vengono anche guidate più spesso (vedi punto 2.4), aumenta il consumo di energia e il rischio di incidenti e si incentiva la costruzione di più parcheggi e strade.

Heiko Barske, responsabile della ricerca del gruppo VW/Audi 1991: L’auto elettrica è un veicolo per i ricchi; i poveri devono usare i trasporti pubblici.

3.2 Aumenta anche il consumo di materie prime nella produzione

Le auto elettriche consumano più materie prime nella produzione rispetto alle auto a combustione interna e richiedono molti materiali speciali, soprattutto per le batterie, per le quali è già in corso una feroce battaglia per i diritti di estrazione in tutto il mondo in previsione dell’ondata di acquisti di auto elettriche. Ad esempio, l’estrazione del litio nelle pianure saline delle Ande sudamericane sta causando ormai una carenza di acqua potabile. Inoltre, l’offerta limitata di materie prime per le batterie porterà a una disparità globale nell’ambito dell’automobile, poiché solo i paesi ricchi e industrializzati saranno in grado di sfruttare e acquistare le riserve di litio.

3.3 Anche il consumo di suolo è destinato a peggiorare

Uno dei maggiori problemi del traffico di camion e auto è l’enorme quantità di spazio necessario per guidare e parcheggiare i veicoli. In grandi città come Berlino, c’è uno spazio di 0,6 metri quadrati di parco giochi per ogni bambino. Per contro, ogni posto auto ha una superficie di 12 metri quadrati. Le auto elettriche hanno bisogno di altrettanto spazio (strade, parcheggi, ecc.) delle auto esistenti, in alcuni casi anche un po’ di più, perché sono più grandi e più pesanti con il loro carico di batterie. Il traffico automobilistico richiede circa quattro volte più spazio rispetto a un sistema di trasporto basato su spostamenti a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici. Questa iniqua distribuzione dello spazio tra le auto, da un lato, e le persone e la natura, dall’altro, rimane in vigore anche con il passaggio ai motori elettrici.

3.4 Tenderanno a peggiorare gli incidenti

Anche i morti e i feriti non trarrebbero alcun vantaggio dal passaggio all’auto elettrica. L’elevato tributo di sangue di un milione di morti per incidenti stradali all’anno in tutto il mondo rimarrebbe, forse addirittura peggiorato dall’aumento del numero di auto e dall’accelerazione più rapida, che rende le auto elettriche armi pericolose ai semafori, nelle svolte e nelle partenze.

Se si verifica un incendio in un incidente, le auto elettriche sono molto difficili da spegnere a causa del flusso di elettricità.

4. La diffusione delle auto elettriche blocca la vera transizione del traffico

4.1 Giganteschi cantieri di ricarica elettrica bloccano lo sviluppo del trasporto pubblico

La costruzione di infrastrutture di ricarica rapida assorbirà enormi somme di denaro e creerà cantieri in città e in campagna. Con questi fondi sarebbe stato facilmente possibile modernizzare i tram nelle aree urbane, riattivare ed elettrificare le linee ferroviarie, creare dei collegamenti di autobus e costruire piste ciclabili. Difficilmente sarà possibile realizzare entrambe le cose contemporaneamente. Il passaggio alle auto elettriche non aiuterà quindi la transizione nei trasporti, ma la ostacolerà.

4.2 Le auto elettriche come fonte di denaro e focus di attenzione

In linea di principio, la propulsione elettrica al posto di quella a gas e petrolio è una buona idea, ma è completamente sbagliata se applicata alle autovetture, pericolose e ad alta intensità di materie prime e di suolo. Si dovrebbe invece promuovere la riattivazione e la completa elettrificazione delle linee ferroviarie (attualmente solo poco più del 61% della rete ferroviaria tedesca è elettrificata). Tutte le città con una popolazione di più di 30.000 abitanti dovrebbero essere dotate di moderni sistemi di tram, preferibilmente collegati direttamente alle linee ferroviarie regionali. L’attuale conversione forzata alle auto elettriche fa passare in secondo piano questo tipo di transizione più sensata nel settore dei trasporti, dal punto di vista finanziario, dell’attenzione e di tutte le risorse.

Da un’intervista con il presidente regionale di Pro Bahn, Malte Diehl, sul quotidiano taz del 20.9.2022:

Perché la Bassa Sassonia esita tanto a riattivare le linee ferroviarie signor Diehl? I vantaggi sono evidenti.

Malte Diehl: L’attuale governo regionale non ha mostrato grandi ambizioni in questo senso ed è stato più interessato a promuovere la mobilità elettrica per le autovetture private.

Conclusione

La promozione dell’elettrificazione di camion e automobili serve a mantenere lo status quo, ovvero la preferenza per il trasporto individuale motorizzato nel mix di sistemi di trasporto, e mira a incentivare l’acquisto di nuove automobili. Il trucco pubblicitario centrale consiste nel ridurre il dibattito alla questione delle emissioni di CO2 del veicolo stesso. Ciò oscura molti problemi che rimarrebbero o addirittura aumenterebbero. Tuttavia, la natura del dibattito dimostra anche che la transizione dei trasporti è spesso vista come una questione puramente tecnica. Si tratta di unità e limiti, cilindrate e decibel. I fan delle auto elettriche accettano come normale il fatto che enormi aree siano dedicate al solo traffico, soprattutto automobilistico, mentre la maggior parte delle persone, e ancor più gli animali e le piante, sono confinati in piccoli rifugi.

La mobilità, tuttavia, è prima di tutto una questione sociale che riguarda l’uguaglianza e la libertà di movimento, vale a dire questioni fondamentali relative al modo in cui modelliamo le nostre vite. È ora di dire addio a una forma di mobilità che uccide e ferisce, ruba tempo e denaro, costringe i bambini in gabbie, divora enormi aree di suolo, fa rumore e puzza. È ora di cercare invece una modalità che faccia risparmiare spazio e risorse, sia priva di barriere e possa essere facilmente combinata con le due forme di mobilità più importanti: gli spostamenti a piedi e in bicicletta. Si tratta principalmente di trasporti ferroviari e funivie, integrati da autobus che fanno da navetta tra la porta di casa e la fermata del treno.

Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid. Revisione di Filomena Santoro

da qui