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sabato 31 maggio 2025

L’Occidente e una pretesa superiorità che non esiste - Sergio Labate

 

Io sono un uomo semplice e, ahimè, di mestiere mi occupo di filosofia. Le due cose messe insieme mi giustificano rispetto al fatto che quando devo pensare all’Occidente, mi torna in mente banalmente Socrate. Potrei citarne mille altri ovviamente. Ma Socrate reca con sé un privilegio, che è quello di una ragione che si occupa di pensare se stessa e, proprio per questo, riconosce i propri limiti. “Io so di non sapere” è la formula perfetta che ha permesso alla storia dell’Occidente di non identificarsi con l’infinita sequela di guerre, dominazioni, stragi, genocidi, sopraffazioni nei confronti dell’altro da sé che essa contiene. Che ci ha salvato da noi stessi in fondo, permettendoci di riconoscere le nostre debolezze e persino di riformarle – in epoche passate – o di denunciarle o contestarle pubblicamente, in epoche recente.

Non sto dicendo nulla di particolarmente intelligente, anzi più propriamente sto solo introducendo un argomento scontato. Ma è proprio questo il punto più inquietante. Non tanto il contenuto di ciò che sta accadendo, quanto il fatto stesso che stia accadendo: come è infatti possibile che cose che abbiamo per decenni date per scontate sono adesso non solo ignorate ma anche derise e se possibile contraffatte persino sui maggiori quotidiani del Paese? È questa la domanda che mi è sovvenuta quando, nei giorni scorsi, ho letto un editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Ritornerò su quell’articolo, in cui si difende addirittura “la supremazia dell’Occidente” contro l’utopismo di quelli che lo criticano. Ma intanto vale la pena aggiungere una piccola nota di metodo storico. Quell’editoriale è del 3 maggio. Due settimane prima Meloni aveva omaggiato Trump e l’impianto teorico del suo intervento mi aveva da subito insospettito. La sua insistenza proprio su questo comune denominatore che andava difeso: l’Occidente, appunto. Non è difficile supporre che quell’uso pubblico della categoria di Occidente da parte della nostra Presidente del Consiglio abbia per così dire “chiamato alle armi” tutti gli intellettuali di regime. L’Occidente – categoria recente, eppure ormai vetusta e probabilmente inservibile – è diventato il nuovo “significante vuoto” dell’ideologia dei dominanti.

Qualcuno potrebbe obiettarmi da subito: la categoria di Occidente ha sempre avuto questa funzione, è stata sempre al servizio dell’ideologia dei dominanti. Io credo che sia vero in parte, proprio perché nell’Occidente convivono più o meno pacificamente Galli della Loggia e SocrateL’Occidente è la storia delle sue infinite ombre – le abbiamo velocemente ricordate prima – ed è anche la storia di chi ha riconosciuto tali ombre come “ombre”. C’è stato un istante, uno spazio di rottura, in cui la storia delle crociate non è stata più raccontata con orgoglio, ma con vergogna. La stessa cosa è accaduta con l’inquisizione, con l’imperialismo, con il colonialismo, con i fascismi e i totalitarismi che hanno attecchito nel seno dell’Occidente e hanno portato in dote le guerre mondiali. Ma anche col patriarcato e con lo schiavismo. Basterebbe questo per riconoscere che se ancora quella categoria può servire, può servire per il disincanto che rivolge a se stessa, non certo per la trionfante rivendicazione della sua supremazia. Ma ripeto, tutto questo è banalissimo e sono davvero perplesso a dover ricordare cose che per la mia generazione erano ormai date per scontate. Nessuno si sarebbe sognato di rivendicare la supremazia dell’Occidente alzando con orgoglio il vessillo delle sue ombre e delle infinite sofferenze inflitte. Certo, c’era l’ultima Oriana Fallaci e il tracotante Giuliano Ferrara. Ma insomma, non riuscivano a scalfire delle verità che la storia sembrava aver accertato e messo in sicurezza.

Perché dunque Galli della Loggia e Meloni e Trump e tanti altri decidono di tornare indietro e riarmare l’Occidente contro gli altri proprio adesso? Il riferimento puntuale all’oggi è determinante, perché nel suo articolo Galli della Loggia rivendica un’idea di superiorità dell’Occidente che è legata fondamentalmente alla sua capacità di riconoscere e ascoltare il diverso in quanto tale. A supporto di questa tesi, si cita un celebre passo di Erodoto: «Ogni anno mandiamo le nostre navi, rischiando le nostre vite e spendendo molto denaro, fin sulle coste dell’Africa per chiedere: Chi siete? Quali sono le vostre leggi? Qual è la vostra lingua? Loro non hanno mai mandato una nave per chiedercelo». Una frase piuttosto datata, ancora legata a un’opposizione tra noi e loro che oggi ha poco motivo di esistere, se non altro perché la storia è diventata globale e non solo parziale: non esistono più popoli ricchi di storia e popoli senza storia che identifichiamo come barbari. Una banale evidenza della storia, che è stata pacatamente ricordata da Marco Aime – un amico e collaboratore di Volere la Luna – sulle pagine del Domani e che ha fatto irritare non poco Galli della Loggia. Ma il punto è sempre lo stesso: sono certo che Marco Aime converrà con me nel riconoscere che persino il suo articolo – come il mio del resto – in un mondo normale non sarebbe stato scritto: sarebbe stato una perdita di tempo ricordare cose che tutti davano per scontate.

Invece la supremazia dell’Occidente che viene rivendicata contro ogni evidenza della storia e contro ogni pazienza socratica suona proprio in questi giorni come una beffa. Le punte di diamante del “pianeta Occidente” non mi pare affatto che stiano chiedendo chi sono a quelli che stanno perseguitando e genocidando. Non ricordo foto di membri del governo Trump in ascolto dei messicani arrestati. Invece ho memoria delle foto di messicani ammassati come delle bestie in gabbie e che vengono esibiti come trofei dal governo americano. Non ricordo di procedure d’accoglienza da parte della civile Italia che siano rispettose della lingua degli altri. Ho memoria invece di deportazioni in luoghi di detenzione di persone che non hanno commesso nessun reato, in barba a ogni garanzia di diritti che dovrebbero essere il cuore della supremazia occidentale. Procedure che non solo non vengono sanzionate, ma vengono rivendicate dall’Europa come buone pratiche da estendere ulteriormente. Soprattutto, non mi pare che il governo israeliano stia facendo domande di questo genere ai palestinesi di Gaza che si accinge a deportare; almeno quelli che sono ancora vivi e non sono stati sterminati senza pietà. Non volendo, la frase citata dimostra ciò che si vuole negare contro ogni evidenza: se la supposta superiorità dell’Occidente è data dalla sua capacità di dare la parola all’altro, a Gaza si assiste al suo fallimento, non certo al suo trionfo. Mi pare che la vera questione da porsi non è dunque la questione della supposta superiorità dell’Occidente, ma della sua evidente dissoluzione. L’Occidente, questa invenzione recente che ha preteso di eternarsi e che invece sta velocemente suicidandosi. Concludo suggerendo due linee di riflessione ulteriore.

La prima è che forse bisogna concedere a Galli della Loggia di avere un po’ di ragione. Se cose che davamo per scontato non lo sono più, è perché stiamo assistendo a una rinascita dell’Occidente. Non quello di Socrate, ma quello che ha condannato a morte Socrate. Quell’Occidente la cui storia è stata per millenni la storia del dominio della forza, non la storia della capacità di provare vergogna. L’Occidente che ha provato a sostituire al primato della forza quello dei diritti è durato molto poco, in effetti. In questo poco tempo ha dimostrato di esser capace di auto-emendarsi, di sospendere il vanto sulla propria supposta superiorità, di riconoscersi responsabile della barbarie del colonialismo e dell’imperialismo, d’immaginare la guerra fuori dalla politica, di relativizzare se stesso aprendosi alla pluralità delle storie, di costruire progetti di democrazie che salvaguardassero l’uguaglianza e la dignità di tutti gli esseri umani. Ma l’Occidente dei diritti è stata una brevissima parentesi della sua storia, niente di più. La sua utopia concreta non è più il cosmopolitismo kantiano, ma la riviera di Gaza che l’IA ha bellamente immaginato per Trump e Netanyahu. Un’immagine falsa costruita facendo violenza al mondo vero, riducendolo in macerie, cimiteri, deportazioni. L’occidente che sta rinascendo è quello della pura forza, del puro dominio brutale su quelli che considera “altri”.

La seconda mi è venuta in mente osservando la disinvoltura con cui Trump intreccia affari e accoglie senza pudore regali letteralmente mastodontici con il Qatar e con tutte le dittature baciate dalla grazia del petrolio. Quasi quasi mi tocca rimpiangere Renzi e chi mi conosce sa quanto questa considerazione possa scatenare in me un’inguaribile fase di depressione: davvero il mondo è impazzito. Se dovessi in un’immagine sintetizzare quanto sta accadendo, direi che la storia dell’Occidente sta identificandosi sempre più con la storia dei ricchi. Qualcuno tra i lettori dirà che non c’è nulla di nuovo in tale identificazione. In realtà basterebbe – per fare solo un esempio – leggere il bel libro di Guido Alfani (Come dèi tra uomini. Storia dei ricchi in occidente, Laterza, 2025) per capire che le cose sono state molto più complesse. I ricchi hanno sempre recitato parti importanti sulla scena dell’Occidente, ma non vi è mai stata una totale identificazione. La storia dell’Occidente è la storia dei potenti, ma tra potenti e ricchi c’è stata anche diffidenza (pensiamo al medioevo, periodo in cui l’ostentazione della ricchezza era sacrilega). La stessa cosa, ovviamente, si può dire della storia del capitalismo. che è un capitolo della storia dell’Occidente, ma non è l’intero suo libro. Il tentativo cui stiamo assistendo non è solo la rinascita di una supremazia, ma anche il tentativo di strappare alcune pagine per ridurre la storia dell’Occidente ad alcune sue parti. La storia dell’Occidente è diventata niente di diverso dalla storia dei ricchi. È questo il suo futuro? È quasi certo – a questo punto – che sia il futuro dell’Occidente. Ma in alcune pagine strappate della sua storia qualcuno avrebbe ammonito: l’Occidente si pensa come mondo ma non è il mondo. E se il futuro dell’Occidente è la supremazia dei ricchi senza regole né leggi, non è affatto detto che questo sia il futuro del mondo.

da qui

martedì 21 gennaio 2025

Del caffè e delle carte di credito - Sergio Labate

 

Non è necessario essere degli storici di professione per sapere che uno dei grandi salti paradigmatici che dobbiamo alla scuola degli Annales è il riscatto epistemologico della vita quotidiana. Lungi dall’essere un orpello inutile, è grazie all’immersione nella vita di tutti i giorni che possiamo comprendere davvero un fatto storico, piuttosto che limitarci alla superficie di ciò che definiamo comunemente storia politica. A volte mi pare che proprio questa conquista sia un grande rimosso del nostro tempo. Uno degli imperativi delle analisi politiche contemporanee è infatti surfare, restare sulla superficie per discutere di argomenti e temi che hanno la stessa volatilità delle onde in giornate di vento.

Così, mentre i nostri analisti politici pettinano il proprio ego come i surfisti curano i propri muscoli e tutti cediamo alla tentazione della spettacolarizzazione della politica, la vita quotidiana cambia senza che noi ce ne accorgiamo. Qualcosa o qualcuno esercita un potere diretto su di noi. La biopolitica spiegata ai non addetti ai lavori: segui la vita quotidiana e capirai dove sta davvero la sovranità, mentre in tv e sui giornali continuiamo a occuparci di quel simulacro della sovranità che ci ostiniamo a chiamare politica. Coltivare quest’attenzione ostinata e controvento rispetto ai cambiamenti della nostra vita quotidiana mi pare così un vero e proprio atto di resistenza politica e di rigenerazione del pensiero critico. Prestare più attenzione alle cose che ci accadono senza che ce ne accorgiamo e meno attenzione alle parole di Meloni o ai colori dei vestiti di Schlein. Per distinguere meglio le evidenze della politica.

Per esempio – senza alcuna preventiva discussione pubblica e senza che nessuno ci abbia per così dire avvertito prima – a me pare che nell’ultimo anno sia avvenuto un cambiamento dei nostri comportamenti che ha delle conseguenze politiche durevoli, profonde e capaci di modificare strutturalmente il nostro rapporto col mondo. Come a molti di noi, anche io uso ormai in modo quasi marginale il contante e l’ho sostituito con le transazioni digitali. Non è ovviamente una semplice percezione personale, quanto una rappresentazione sociale. Che gli scienziati sociali stanno già valutando per comprenderne l’intenzionalità e le coordinate. Intanto alcune cose si possono dire.

Per cominciare, questo cambiamento ha delle sue regole di tempo e di spazio. È un cambiamento intergenerazionale ma non universale: mi pare coinvolga trasversalmente i giovani e le persone di mezza età, mentre tenda a essere meno rilevante per gli anziani. Soprattutto non coinvolge tutti gli spazi del mercato, ma solo alcuni. Può apparire paradossale, ma si sta verificando uno scenario rovesciato rispetto all’eterno dibattito sul limite superiore dell’uso del contante, su cui destra e sinistra per decenni hanno battibeccato. Per quanto i dati dicano che vi è stato un significativo aumento delle entrate fiscali, la situazione paradossale è quella per cui ormai ci fa comodo utilizzare le transazioni digitali per le piccole spese più che per le grandi. Per fare un esempio scorretto ma sincero: l’idraulico continuiamo a pagarlo preferibilmente in nero e in contanti, ma il caffè al bar ci fa comodo ormai pagarlo con la carta di credito o, ancor meglio, con il suo sembiante contenuto nel cellulare. La conseguenza è dunque che non abbiamo abolito l’evasione fiscale, ma rischiamo di abolire l’elemosina. Per pagare i grandi professionisti in nero ci attrezziamo, ma se qualcuno viene a chiederci un euro nel parcheggio di un supermercato, allora ci accorgiamo che le nostre tasche sono vuote: pure il mendicante deve dotarsi del Pos (ma poi dovrebbe anche pagare la commissione).

Già da queste prime considerazioni si capisce quali siano le conseguenze politiche della diffusione su larga scala di questo modello di scambio.

La prima conseguenza è precisamente di rendere per l’ennesima volta evidente il salto di specie della sovranità. Quello che la politica ha tentato vanamente di fare per anni – limitare l’uso del contante per rendere i nostri pagamenti il più possibile tracciabili – il capitalismo lo ha fatto in brevissimo tempo. Così mentre noi continuiamo a guardare il dito non ci accorgiamo che è la luna che trasforma il mondo. E che la sovranità appartiene al capitale che decide se rallentare o accelerare in base a parametri che non sono in alcun modo condizionati dalle libere decisioni politiche espresse nelle sedi democraticamente legittimate. In questo caso, non possiamo certo dire che l’orientamento dato al fenomeno sia del tutto fortuito. È evidente infatti, come del resto ho già ricordato, che la scelta di puntare all’incremento di transazioni digitali avvenga scaricando i costi sui piccoli commercianti e andando a favore degli interessi delle grandi aziende e dei grandi monopoli.

Del resto la finanziarizzazione dei processi produttivi comporta questo tipo di passaggio ed è sempre più centrale. Forse tutti abbiamo notato che negli spot delle automobili non si legge più il prezzo complessivo, ma il dettaglio delle rate mensili. Se un tempo comprare l’automobile in contanti era una manna dal cielo per il commerciante, oggi è lo stesso mercato che di fatto lo vieta o lo rende difficile. Perché il vero plusvalore non è tanto sulla vendita del prodotto, ma sulla vendita del pacchetto finanziario. Il finanziamento non serve più a comprare la macchina, ma comprare la macchina è il pretesto buono per costringerci ad accendere un ulteriore finanziamento. Tutti processi di progressiva abolizione del contante attraverso cui il capitalismo si finanziarizza sempre di più; i dispositivi di controllo e tracciamento della nostra vita diventano più invasivi fino al punto che persino il numero dei caffè che prendiamo quotidianamente è ormai affidato ad archivi digitali su cui non esercitiamo alcun tipo di controllo (comprando il caffè al bar con la carta, sto di fatto vendendo anche l’ennesima fetta del controllo sulla mia vita quotidiana); infine, la nostra vita diventa sempre più orientata dal meccanismo economico e simbolico del debito.

Questo indebitamento diventa paradossale, nostro malgrado. Tutti ricordiamo che una delle cause della grande crisi del 2008 negli States fu proprio l’esplosione della bolla del credito. Ma l’indebitamento era in quel caso dovuto a una mancanza di controllo rispetto a grandi spese, in fedeltà alla megalomania dell’american dream. Nel nostro caso, le cose sono un po’ diverse e, per certi versi, anche più inquietanti. Non solo siamo disposti – anzi, costretti – a indebitarci per comprare una casa o una macchina, ma non ci pone alcun problema indebitarci per un caffè. Perché il risultato concreto del pagare la colazione al bar con la carta di credito (che per fortuna ha una parte rilevante ma non ancora egemonica delle transazioni digitali) è che quello scambio non si conclude immediatamente, ma qualche settimana dopo, quando il conto della carta di credito maturerà. Invece che diffidare delle vite indebitate – imparando le lezioni della storia recente – stiamo accettando di indebitarci per cose di scarso valore: accettando dunque che il mercato si faccia garante per noi. E tutti noi sappiamo che l’apparente liberalità con cui il mercato ci concede di pagare il caffè è solo la maschera della sua spietatezza da usuraio con cui saremo costretti a fare i conti se i nostri conti non torneranno.

Infine, un’ultima considerazione. Qual è stato il meccanismo che ha permesso al capitale di agire così rapidamente, stravolgendo i nostri costumi quotidiani? A me pare evidente: ciò è accaduto nel momento in cui si è diffusa la tecnologia che ha permesso di smaterializzare le carte di pagamento tramite l’utilizzo dei nostri smartphone. Troppo comodo in effetti poter uscire senza più portamonete e persino senza portadocumenti, da quando abbiamo anche la possibilità di digitalizzare la patente. Apparentemente, possiamo uscire senza più nulla a parte noi stessi. Siamo sempre più vicini alla promessa del capitalismo di rendere naturale l’artificiale, dandoci la possibilità di comprare con la stessa facilità con cui possiamo bere, mangiare, riprodurci, dormire. Non abbiamo bisogno di nulla oltre a ciò che siamo. Eppure in questo ragionamento c’è una fallacia che somiglia a una maledizione. L’idea diffusa – anche in certi circoli della sinistra postumana – che la tecnologia sia una protesi evolutiva: nient’altro che un’estensione della mano che, nel tempo, non si distinguerà più dalla mano stessa. Profezia che sta avvenendo, a guardare gli usi e i costumi degli adolescenti. Con, tra le tante, una differenza – e anche una diffidenza – fondamentale rispetto al sacro Verbo dell’ottimismo tecnologico: quell’estensione della mano è una coscienza esterna, un hardware che non appartiene a me ma a coloro che lo hanno prodotto, ne gestiscono i servizi e senza che io me ne accorga stanno ridefinendo la forma stessa dei nostri rapporti economici e materiali. Certo, sono sempre e solo io che scelgo di pagare il mio caffè col cellulare, ma senza pensarci sto vendendo con quel gesto una serie rilevante di informazioni sensibili a qualcuno che può controllarle e in questo modo controllarmi e, soprattutto, sto accettando che lo standard dello scambio economico non solo non abbia più nulla di informale, ma non abbia nemmeno più la forma consueta dello scambio capitalistico classico (Merce-denaro-Merce, avrebbe detto il buon Marx). Una rimessa in forma dello scambio, che passa tramite la sostituzione capitalistica della sovranità politica, la finanziarizzazione dei processi produttivi e del consumo, l’indebitamento come dispositivo biopolitico quotidiano e non estemporaneo.

Non c’è nulla di più inquietante di questa comoda complicità col capitalismo da cui ci facciamo tentare tutti. Paghiamo il caffè al bar senza l’ingombro delle monete e in cambio vendiamo noi stessi e le nostre vite. Affidiamo le nostre «magnifiche sorti e progressive» ai dispositivi tecnologici, ma in cambio ne diventiamo schiavi e ostaggi. È così che va la vita: continuiamo a discutere tra noi di politica, mentre la nostra vita quotidiana è assediata da una sovranità senza alcun controllo e senza alcun limite, che approfitta persino della nostra pigrizia. Buon caffè a tutti, dunque.

da qui