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giovedì 10 ottobre 2024

Sconnessi? - Claudio Canal

 

Guardare avanti, si dice. Guardare fisso, invece, la propria mano che sostiene un apparecchietto nero con schermo, detto smartphone. Consultare, sbirciare, controllare, scrollare, ascoltare, pagare, scrivere, parlare, filmare… Al ristorante, per strada, in chiesa, nel passeggino, al cinema, in arrampicata, al supermercato, in auto, in classe, in ospedale, sul bus, sul water, a letto, in bici, al lavoro, ai mari e ai monti… in tasca, in mano. A testa bassa.

Paesaggio umano smisuratamente social. Ognuno di noi al guinzaglio del proprio smartphone. Ad ogni latitudine, più o meno. Ad ogni età, neonato e pensionato, per ogni sesso. Super intersezionale. La psichiatria, che ha il naso fino, ha inventato il problematic smartphone use (PSU) Ma quale problematicObvious smartphone use. Non è un gingillo, è una Lampada di Aladino dai mille favori. È un essere più che uno strumento tecnico. Non sono un filosofo e torno a incantarmi con questo congegno luccicante che ci ha catturati, dionisiacamente “sussunti” direbbero gli intenditori. Se fossi nato vent’anni fa non mi stupirebbe toccar quotidianamente con mano la nostra universale dedizione all’Angelo Custode che ogni giorno ci accompagna e ci nutre, mi sarebbe risuonato perfettamente naturale, oggettivo, da sempre. Una felice evoluzione dell’umanità.

Di chi è figlia questa alchimia universale? Del capitalismo digitale, di quello cognitivo, di quello zombi? Di un neo colonialismo psichico? Di una fantomatica tecnodittatura? Di un dio cattivo, o anche buonino, che escogita una nuova religione? Di quei cinque o sei giovanottoni diventati paperon de’ paperoni giocando con il web e inventando questo e quello? Di un presente a capitalismo morto, che sarebbe ancora peggio del capitalismo vivo? Di me boccalone e dei miei simili che ci facciamo accalappiare da questa sbalorditiva pietra filosofale rettangolare?

Se esiste un capitalismo sciamanico, ecco, è quello. Fascinans et tremendum, come diceva saggiamente qualcuno parlando del Sacro. Sull’affascinante non ci sono dubbi, si comincia a nutrire qualche timore sul tremendo. È un coitus un po’ interruptus e un po’ no il rapporto che abbiamo con lo smartphone. Ricevere di continuo stimoli e scariche di dopamina genera una gradevole eccitazione che alla lunga si esaurisce in una fiacca generalizzata quasi comatosa. Gli alti e bassi di odio amore per l’aggeggio in questione sono snervanti e paradossalmente corroboranti. Ci fanno sentire vivi per il contrasto che creano in noi. La voglia di liberarcene, almeno per un po’, e la ricerca inquieta della gratificazione che ci procura, scrollaggio forsennato e ostinato cliccaggio si accavallano e si accartocciano, sommergendoci. Un doping senza frontiere. Se me lo chiedessero risponderei spavaldo che “smetto quando voglio”, arrossendo per la fandonia appena formulata. Nel cellulare ci sto in comoda forma trinitaria: come lavoratore che addestra a sua insaputa algoritmi e produce valore per qualche santone camuffato da piattaforma, come merce perché miniera da cui estrarre dati, profili, tendenze, contatti, desideri, come consumatore vorace che si rimpinza del sublime e dell’orrido della rete in una delle infinite nicchie a me assegnate.

Alimenta questa fermentazione cosmica una Terra Santa, una Valle con le sue diramazioni planetarie tra Russia e Cina. Si chiama Silicon Valley e verrebbe da definirla Fasciston Valley e sarebbe non solo sbagliato, ma anche semplicistico. La Silicon, e aggregati, si è poco per volta tramutata in un Olimpo con divinità di vario calibro, un centro di pensiero nello stesso tempo avveniristico e reazionario, con teologie e mistiche adeguate, che qualcuno elegantemente definisce Lungotermismo Accelerazionismo, affiancati da una galassia che si autodefinisce, non arbitrariamente, Gramsciani di Destra. L’esponente più in vista è Elon Musk, tifoso di Trump, bannato in Brasilevenerato da Giorgia M. e criticato severamente dal Financial Times, che è tutto dire.

Se io sono un dato, se lo è il gatto che non ho, se lo è Mozart e il mio vicino di pianerottolo, se presente, passato e scaglie di futuro sono data, se le-parole-che-sto-scrivendo sono data, se Tutto è datificabile e datificato e me lo ritrovo nel gingillo cellulare alla maniera di travolgenti scritture e audio e video e relative notifiche da cui sono implacabilmente sedotto, ebbene qualche pensierino mi viene. Il più presentabile dice: è possibile modellare una ecologia mentale che renda lo smartphone e la sua seduzione meno totalitaria, il feticcio un po’ meno feticcio, la demenza meno demenza? Che la soggettivazione che ci impone sia meno pervasiva e meno guidata dal siliconvalleypensiero? “Non c’è problema”, dice lui in formato Google: c’è una vasta gamma di app che ti aiutano a disintossicarti. Che sarebbe, dico io, come rivolgersi al migliore spacciatore per farsi aiutare a smettere. Cioè la perfetta logica del neoliberismo (o come lo vogliamo chiamare) che si alimenta delle crisi che provoca. Vorrei sottrarmi in modi che non so ancora alle attrattive dello smartphone, l’Onnipotente, e dei mille mondi che contiene, giusto per scalfire l’intontimento che mi provoca e oppormi al flusso di incantesimi che mi rovescia addosso. Essere più lucido, meno eccitato dalla merda e dal miele che cola dalla rete. Non per ritrovarmi in armonia con l’universo, ma in conflitto con lui così come si è venuto conformando. In resistenza.

Vorrei una pedagogia dei connessi, per parafrasare Paulo Freire, una pedagogia liberatoria che trovi le strade per sconnettersi dalla colonizzazione in atto, da questo entanglement spurio, che elabori percorsi critici di riappropriazione digitale non consolatori, che preveda luoghi non da remoto e rigorosamente off line di confronto e di progetto. Una pedagogia politica non dedita alla palingenesi universale né al benessere del singolo. Che si dedichi all’equipaggiamento di salva.gente mentali per piccoli nuclei di persone composte da nativi digitali e mortivi digitali come me. Disposti a pagare il costo psichico che l’operazione di salvataggio comporta.

Un’utopia? Un sogno? Una baggianata?

Due riferimenti bibliografici

Juan Carlos, De Martin, Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica, add editore, Torino, 2023: Un’analisi esauriente ed acuta degli aspetti tecnici e culturali del nostro apparecchio, chiamiamolo così.

Tiziano Bonini, Emiliano Treré, Algorithms of resistance. The Everyday Fight Against Platform Power, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts, 2024: gli algoritmi come campo di battaglia hanno soggetti che li contestano dall’interno. Una ricerca innovativa che mi auguro di rileggere in italiano.

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sabato 20 gennaio 2024

Birmania al dunque - Claudio Canal

C’è chi lo sussurra e chi lo grida ai quattro venti. La giunta militare golpista in Birmania/Myanmar è sull’orlo del collasso. Non me l’ha detto mio cugino al bancone del bar FaceB. Lo annuncia Zin Mar Aung in un’intervista concessa al settimanale giapponese Nikkei lo scorso 29 novembre. La voce cioè della ministra degli esteri del governo ombra del NUG-National Unity Government che abita l’esilio ma che opera sul terreno birmano con l’ala militare People’s Defence Force-PDF. Sa quello che dice Zin Mar Aung o esprime solo un desiderio? Ha trascorso undici anni in carcere, di cui nove in isolamento. Una scuola montessoriana che tempra alla concretezza.

Sono in agitazione le alte sfere del Tatmadaw, il funesto esercito birmano? Alle prese come al solito con cabale numeriche, rituali di divinazione e di interrogazione dei nat per avvistare il futuro? Con “la politica degli Spiriti”, come l’ha chiamata qualcuno? Grande risorsa birmana che scandaglia negli antri oscuri della psiche singola e collettiva. Non dà certezze, eroga rassicurazioni e inquietudini e illude di dominare il tempo. Non è una società disincantata, quella birmana.

Prossimo febbraio sono tre anni dal golpe, neanche tanti in un paese che si era sorbito una dittatura dal 1962 al 2011. Troppi, se si sommano l’accumulo di sofferenza, di disgregazione e di morte che i Signori della Guerra hanno procurato, insediati nella nuova capitale luccicante di messianismo urbanistico, Naypyidaw. È dall’indipendenza dal Regno Unito (1948) che Birmania/Myanmar pratica il suo interminabile Nation Building, il suo Risorgimento senza fine, impiegando il collaudato dispositivo della sovrapposizione a incastro di guerre civili di ogni formato, dimensione e foggia. Da dove proviene la sicurezza di Zin Mar Aung?

I geografi militari del colonialismo britannico avevano disegnato una “Birmania vera e propria” [Burma proper] giù da basso e tutt’intorno, sulle alture più o meno alte, le avevano incollato Stati grandi e piccini, comunità indipendenti, regni transitori, micro federazioni, principati, città-stato, poco o per niente buddhisti, non birmanofoni, imparentati con l’oltre confine, miti di fondazione e sistemi economico-produttivi molto differenti. Elegantemente definiti “Zone di Frontiera” o “Aree Escluse”. I geografi coloniali aspiravano non solo alla gratitudine dei loro sovrintendenti politici, ma anche dei geografati, convinti che lo Stato nazione che stavano battezzando fosse un geniale e meritorio stratagemma politico e amministrativo. Questa cartografia corazzata ha imbalsamato genti e frontiere, riuscendo a rendere ontologica la diversità tra il centro e la periferia molteplice, la pianura e le colline-montagne, una lingua v/s lingue e via biforcando. Ogni Area Esclusa avendo poi la sua interna Area Esclusa. Un’architettura di gerarchie sociali e politiche sostenute da eserciti, milizie, formazioni combattenti spesso in contrasto tra di loro ma “unificate” idealmente dalla centralizzazione bellica condotta dal Tatmadaw, l’esercito del centro che è pure gigantesca impresa economica e comando politico.

Vaneggia dunque Zin Mar Aung? Non conosce la storia del proprio paese? No, non straparla, esprime un pronostico non campato per aria, che potrebbe anche essere suffragato dal cedimento strutturale del regime in tempi imprevedibili. A sostegno del suo annuncio ha una serie di eventi, così sintetizzabili:

– lo scorso 27 ottobre tre gruppi ribelli dislocati in regioni diverse hanno lanciato l’offensiva Operazione 1027. Si tratta di Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA), Ta’ang National Liberation Army (TNLA) e Arakan Army (AA) con aggregazione di altri gruppi più piccoli, alcuni nati dopo il colpo di Stato del ’21, altri con cinquant’anni di esperienza bellica. Per l’occasione hanno ripescato un marchio del 2016: The Three Brotherhood Alliance. La Triplice Fratellanza, non il Comando Supremo Unificato. È un buon segno, se le parole hanno un senso. Sta a dire: fiducia reciproca e coordinamento. Mai visti prima. Convinzione o convenienza? Si vedrà. Al momento il risultato militare è notevole: cattura di 300 basi militari, soprattutto di frontiera con la Cina, ad alto transito commerciale, e di una ventina di città. Il risultato strategico lo è ancora di più. Tatmadaw non è più l’esercito invincibile per definizione, il morale delle sue truppe è a terra (la morale è sempre stata sotto terra), aumentano le diserzioni anche di interi reparti. Cominciano ad andarsene gruppetti di dipendenti pubblici del settore militare. La giunta chiede alla Cina di fare da mediatrice per un cessate il fuoco con la Fratellanza, forse si è resa conto che controlla stabilmente solo il 17% del territorio;

– nella grande regione centrale di Sagaing è attiva una resistenza in parte guidata dall’ala militare del governo in esilio, il People’s Defence Force e da altre formazioni autonome. Hanno a che fare con l’artiglieria pesante, i droni e i bombardamenti aerei, che in questo momento sono l’ambient sonoro anche da altre parti del pianeta. Hanno una caratteristica del tutto inedita nella storia della guerra civile come forma birmana di vita: sono barmani, cioè la popolazione prevalente, birmanofona, per lo più buddhista, che ha sempre espresso la leadership di governo, partecipando, volente o nolente, ai piani di birmanizzazione/barmanizzazione da questa intrapresi. Dopo il colpo di Stato molti sono insorti armi alla mano contro sé stessi, si potrebbe dire. Contro il gruppo di appartenenza. Questo lo shock simbolico. Il Tatmadaw non deve solo combattere contro le disprezzate genti di frontiera, ma anche contro la propria ombra nel centro del paese.

Il postcolonialismo non è mai abbastanza post. Il colonialismo europeo (britannico) in India prima, in Burma/Birmania dopo, articolava il suo sguardo e le sue operazioni secondo un tracciato abbastanza netto: i colonizzati sono natura e materia, il femminile, che si sottopone alla potenza di spirito e ragione, il maschile colonizzatore, che ha il compito storico di fecondare e ammaestrare ai livelli superiori di civiltà. Congegno ripreso tale e quale dopo l’indipendenza: le popolazioni delle Aree Escluse sono popolazioni naturali, tribali, materiali, femminili. Birmanizzandole accedono a una più elevata razionalità e spiritualità. Diventano in fine maschili. Le diverse guerre civili sono il versante bellico di questa impiantistica completamente neocoloniale anche se in epoca post coloniale. Ci vorrebbe, e forse c’è, uno sguardo simultaneamente pre/post coloniale. Un angelo della storia strabico capace nello stesso tempo di considerare antiche governance e teologie politiche, come l’Artashastra e la teoria del Mandala, e approfittare delle più evolute forme di democrazia, là dove sono ancora in piedi.

L’implacabile brutalizzazione della popolazione praticata dalla giunta al potere ha forse esaurito la sua traiettoria e sta iniziando la fase calante. Se il resto del mondo coglierà questa nuova direzione di vettore anche i militari dovranno cambiare linguaggio. Distruggere, radere al suolo, ma anche proporre la fine delle distruzioni e avviare tregue. Troppa è la sproporzione tra le forze resistenti e la potenza di fuoco del regime per attendersi il famoso collasso. Nessuna faustiana cavalcata della Valchirie spazzerà i generali. Si è però aperta una nuova finestra di narrazione. Il David resta David con la sua fionda, ma il Golia non è più ciecamente convinto di essere Golia, l’imbattibile gigante. C’è da sperare.

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giovedì 16 settembre 2021

Terre rare e guerre abbondanti - Claudio Canal

 

Lo stato kachin è una regione settentrionale di Myanmar/BirmaniaDue volte la Svizzera, meno di 2 milioni di abitanti. Montagne himalaiane, fiumi solenni, distese vallate. Risorse naturali in eccesso: legname pregiato (teak), giada, oppio, oro. Una storia non placida: già retrovia dei nazionalisti cinesi di Chiang Kai-shek e del suo Kuomingtang, fin dall’indipendenza della Birmania (1948) conflitti armati delle forze locali indipendentiste contro il governo centrale, popolazioni con culture, lingue e religioni diverse, profughi interni, andirivieni continuo sul lungo confine con la Cina.

 

Un boccone prelibato

Un concentrato genuino di geopolitica.

Le terre rare sono appetitose sostanze che fanno gola ai dispositivi che deliziano la nostra vita tecnologica, microchip, laser, energia solare, industria aerospaziale, militare …Un boccone prelibato. Hanno però un difetto, si trovano solo confuse e avvinghiate ad altri metalli tanto da richiedere enormi sbancamenti e lavorazioni molto elaborate, come si è accennato in un precedente articolo intitolato Materia della rete – rete della materia.

Dopo il colpo di stato del primo febbraio il traffico di autocarri e tir al confine cinese del Kachin si è molto intensificato. La Cina, tra i massimi produttori di terre rare, ne sta riducendo l’esportazione, per porre un limite alle devastazioni ambientali delle sue miniere e, soprattutto, per mettere in crisi l’impiego che ne fanno gli Usa principalmente in campo militare [un F-35 ha bisogno di 417 chilogrammi di terre rare]. Ne deriva che la supply chain – catena di approvvigionamento mondiale di terre rare entra in affanno.

Per le sue necessità la Cina da diversi anni si rivolge a Myanmar che ne è un ottimo produttore.

Gli eserciti etnici contro Tatmadaw

Ma Myanmar è in turbolenza. La feroce repressione della giunta militare non ha messo a tacere le proteste, ha, in qualche modo, addirittura ravvicinato le posizioni tra la maggior parte delle formazioni militari e politiche indipendentiste. Il più importante esercito dello stato kachin [Kia] ha abbattuto il 4 maggio un elicottero del Tatmadaw, l’esercito birmano.

Uno dei risultati del caos militare e politico è che nello stato kachin aumentano le già fiorenti miniere illegali di terre  rare, in una regione sfigurata da giganteschi scavi di altre materie e dalla deforestazione per il legname prezioso.

 

Il “capitalismo del cessate il fuoco”

Per concludere: nello stato kachin si ha una inequivocabile realizzazione dell’accumulazione per spoliazione attraverso la manipolazione della crisi permanente di una regione di frontiera dotata di risorse, schiacciata da appetiti di potenti apparati di potere (Cina, Myanmar, Signori della guerra locali) e dalla storica disarticolazione sociale prodotta dal colonialismo inglese. La globalizzazione del mercato ha aggravato una condizione già segnata da quello che Kevin Woods definiva dieci anni fa come capitalismo del cessate il fuoco: accordi saltuari di tregua tra militari e leader ribelli per spartirsi risorse e aree di influenza garantendosi reciproca impunità. Le citate miniere illegali sono gestite o direttamente da emissari che fanno riferimento alle aziende di stato cinesi o da milizie di frontiera collaborazioniste con l’esercito birmano. La ripartizione dei profitti ne è l’instabile architrave. Tutti i boss ci guadagnano.

Non ci guadagnano le popolazioni che qualche volta al momento giusto riescono a reagire. È dal 2011 che la grande diga Myitsone, voluta dalla Cina famelica di energia elettrica, è stata bloccata dalle proteste popolari contro le evacuazioni di moltissimi villaggi, contro la distruzione radicale di un ampio sistema ecologico e, perché no?, contro la profanazione dell’anima idrica del paese, il fiume Irrawaddy.

La ricomposizione degli interessi e dei diritti è di là da venire.

 

Fonti:

The Irrawaddy”, “S&P Global-Market Intelligence”, “Tea Circle”, “The Rare Earth Observer”, “Asia Times Financial”, “Roskill”.

 

Approfondimenti:

D. Harvey, The ‘new’ imperialism: Accumulation by dispossession, Socialist Register, n. 40, 2004.

K. Woods, Ceasefire Capitalism: Military–Private Partnerships, Resource Concessions and Military – State Building in the Burma – China Borderlands, “The Journal of Peasant Studies”, vol. 38, n. 4.

K. Dean e M. Viirand, Multiple borders and bordering processes in Kachin State, in A. Horstmann, M. Saxer, A. Rippa, Routledge Handbook of Asian Borderlands, Routledge, 2018.

R. Einzenberger, Frontier capitalism and politics of dispossession in Myanmar: The case of the Mwetaung (Gullu Mual) nickel mine in Chin State, “Austrian Journal of South-East Asian Studies”, vol. 11, n. 1.

 

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