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venerdì 31 gennaio 2020

Scommettere sul petrolio - Comboniani brasiliani


Alla fine di un’accurata serie di esami clinici, gli fu diagnosticato un diabete molto forte. Ricevere il referto dai medici, in ospedale, lo lasciò in stato di shock. Nel cammino verso casa, un’altra notizia inattesa: aveva appena ereditato la gestione della pasticceria più rinomata della città. Può essere una delle metafore per il Brasile, oggi.
L’“eredità” è stata scoperta nel 2006; si è trattato del fatto più importante nella storia dell’industria del petrolio. Un immenso giacimento sottomarino di petrolio, per ottocento chilometri lungo la costa brasiliana, a circa ottomila metri di profondità, al di sotto di uno strato geologico di sale (da qui il nome “pré-sal”).
La quantità reale di oro nero è ancora sconosciuta, ma si calcola che potrà offrire profitti tra i 5 e i 30mila miliardi di dollari (tra 125 e 375 miliardi ogni anno). È una prospettiva che porterebbe il Brasile al livello dell’Arabia Saudita, tra i maggiori produttori del pianeta.
Senza nemmeno conoscerne l’effettiva dimensione, il governo sta già mettendo all’asta il giacimento, al buio, cedendo i diritti di sfruttamento dei prossimi trent’anni e privatizzando così almeno il 95 per cento di questo patrimonio.
Il primo tentativo, per fortuna, è andato a vuoto: un’adesione molto ridotta, probabilmente per il rischio dell’investimento in una prospettiva di forte diminuzione del prezzo del barile di petrolio. Ci può essere, dietro, anche la lobby dei paesi dell’Opec, che non vedono di buon occhio una iniezione massiccia di offerta sul mercato, il che farebbe cadere ancora di più il valore nominale.
Il pré-sal, agli occhi dei vari governi del Brasile, è un’opportunità unica di ricchezza, che potrebbe anche essere investita in sviluppo sociale e qualità di vita della gente. Eppure, sfruttare questo giacimento significherebbe retrocedere su questioni e impegni dibattuti e assunti durante decenni di ricerca e confronto politico per transizioni verso l’energia pulita e contro il riscaldamento globale.
Il sinodo dell’Amazzonia ha preso posizione chiara contro il modello economico estrattivista (leggi anche L’estrattivismo come cultura di Raúl Zibechi), che i vescovi d’America Latina definiscono «un’incontrollabile tendenza a convertire in capitale i beni della natura». Nella Laudato si’, papa Francesco ha dipinto bene il paradosso tra una visione di largo respiro per il bene dell’intera creazione e una politica di corte vedute: «Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. (…) La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi princìpi e pensando al bene comune a lungo termine» (Ls, 178).
L’ambiguità dello sviluppo sfida la politica: non sempre la soluzione più conveniente è il vero bene. Sempre meno il benessere di un popolo e l’inclusione dei più poveri saranno garantiti dall’economia estrattiva.
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Fonte: Nigrizia


martedì 25 giugno 2019

L’INFERNO DEI TALIBÉ - Marco Cochi



Sono passati circa tre anni da quando Nigrizia ha iniziato a occuparsi di una vicenda di povertà, sfruttamento e discriminazione, quella dei talibé senegalesi (che nella locale lingua wolof significa discepolo), bambini indifesi che frequentano le daraas, scuole coraniche gestite dai marabutti, che insegnano loro i precetti dell’islam sulla base dell’apprendimento mnemonico del Corano.
Gli stessi maestri che costringono questi bambini sporchi e malvestiti a mendicare nelle strade dei maggiori centri urbani del Senegal, dove ogni occasione è propizia per chiedere qualche spicciolo ad automobilisti e passanti.
A questa triste realtà, Human Rights Watch e una coalizione di ong senegalesi raggruppate nella Piattaforma per la promozione e la protezione dei diritti umani (Ppdh), hanno dedicato un lungo e dettagliato rapporto nel quale documentano i gravi abusi subiti tra il 2017 e il 2018 da questi fanciulli, ad opera dei marabutti.
Per realizzare lo studio congiunto, gli operatori delle ong hanno incontrato notevoli difficoltà perché non è facile entrare in contatto con questi minori, che vengono cresciuti come perfetti mendicanti dai loro precettori.
Ciò nonostante, nel corso di dieci settimane di ricerche sul campo effettuate tra giugno 2018 e gennaio 2019, Human Rights Watch e Ppdh hanno operato in quattro regioni del Senegal, dove hanno intervistato oltre 150 persone, tra cui 88 attuali ed ex bambini talibé, 23 marabutti e decine di assistenti sociali, esperti nel campo della protezione dei minori, attivisti e funzionari governativi.
I gruppi di ricerca hanno parlato con decine di bambini talibè, molti dei quali di età inferiore ai cinque anni, costretti a mendicare per le strade di Dakar, Saint-Louis, Diourbel, Touba e Louga in condizioni di estrema miseria e in evidente stato di malnutrizione.

Violenze, privazioni e morte
Dalle testimonianze raccolte, nel biennio esaminato è emersa la morte di 16 bambini talibé a causa di percosse da parte dei maestri coranici, per malattie o per essere stati esposti a situazioni di pericolo nelle strade in cui erano stati mandati a chiedere l’elemosina.
Il rapporto documenta gli abusi fisici contro i talibè in 8 delle 14 regioni del Senegal, dove si sono registrati 61 casi di percosse e maltrattamenti; 15 casi di stupro; 14 casi di bambini imprigionati, legati o incatenati nelle scuole; oltre alla diffusa pratica dell’accattonaggio forzato.
Gli abusi sono ovviamente continuati anche dopo che i ricercatori delle associazioni per la salvaguardia dei diritti umani avevano terminato le interviste. Per esempio, a febbraio, un talibé di 8 anni, che si era fermato di notte nella stazione degli autobus di Saint-Louis per il timore di tornare alla sua daara senza la quota fissa di accattonaggio richiesta dal marabutto, è stato violentato da un adolescente. Ad aprile, un maestro coranico è stato arrestato a Mbour per aver provocato la morte di un bambino, presumibilmente a causa di un pestaggio.
Il report stima che oltre 100mila bambini talibé in Senegal siano costretti dai loro insegnanti coranici a elemosinare quotidianamente denaro e cibo. Molti marabutti stabiliscono quote giornaliere di accattonaggio che i talibé devono incassare per non essere cacciati dalla scuola o, peggio, per non essere picchiati a sangue.
In totale, 63 degli 88 talibé intervistati per realizzare il rapporto hanno rivelato che il loro insegnante coranico li ha costretti a chiedere l’elemosina per una quota giornaliera compresa tra i 100 e 1.250 franchi CFA (20 centesimi di dollaro e 2,20 dollari), una somma notevole, se si considera che il 70% della popolazione del Senegal vive con meno di due dollari al giorno.

Nessuna pietà
Un talibé di circa 11 anni riuscito a fuggire da una daraa, ha raccontato di essere stato costretto a chiedere l’elemosina da un maestro coranico di Dakar che esigeva una quota di 550 franchi CFA ogni venerdì di preghiera. Se i bambini non fossero riusciti a procurarsi tale somma, il marabutto li avrebbe frustati con un cavo. Lo stesso bambino riporta che la fustigazione gli ha prodotto una profonda lacerazione allo stomaco.
Altri minori hanno riferito di essere stati puniti per settimane o anche mesi, legati o incatenati in stanze simili a celle all’interno delle daaras. Alcuni assistenti sociali hanno raccontato di aver aiutato bambini che fuggivano con le catene ancora ai piedi. La maggior parte di questi casi è avvenuta nelle regioni di Diourbel e Saint-Louis.
A conferma della veridicità di queste drammatiche testimonianze, i ricercatori di Human Rights Watch e Ppdh hanno riscontrato cicatrici o ferite su diversi bambini che hanno riferito di essere stati vittime di pesanti abusi.
Molti dei bambini intervistati nelle strade e nelle 22 daaras oggetto dell’indagine hanno contratto infezioni o malattie visibili, ma non hanno ricevuto cure mediche. In ben 13 delle 22 daraas, i bambini pativano quotidianamente i morsi della fame e gli edifici in cui erano ospitati erano quasi tutti decrepiti o abbandonati, spesso senza latrine, sapone o zanzariere funzionanti per proteggerli dalla malaria.
Il Senegal ha severe leggi che vietano l’abuso sui minori e la tratta di esseri umani, ma finora le misure adottate dal governo per proteggere i talibè e perseguire i loro carnefici sono state inefficaci.
Nell’imminenza della Giornata internazionale del bambino africano che si celebrerà il 16 giugno, il governo senegalese dovrebbe intraprendere azioni urgenti per proteggere i talibé dagli abusi e dall’accattonaggio forzato, ispezionare e regolamentare le daaras, ma soprattutto consegnare finalmente i responsabili dei maltrattamenti alla giustizia.

sabato 22 giugno 2019

LUI NON PUÒ VENIRE IN ITALIA NEMMENO PER TURISMO - Ilaria Tinelli


Mi chiamo Ilaria e ho ventisei anni, ovvero poco più di un quarto di secolo, abbastanza per esprimere tutto il disprezzo che provo a essere italiana. In questi ventisei anni non mi son mai vergognata così tanto di esserlo come ultimamente. E credetemi che non è un modo di dire, ma è proprio uno stato d’essere. Sono cresciuta in una famiglia che ha saputo e sa tutt’ora mostrarmi la bellezza dell’accogliere l’altro diverso da noi, qualsiasi sia il colore degli occhi, qualsiasi sia il profumo della pelle, la morbidezza delle mani, il tono della voce, il Dio in cui crede o le cose che mangia.
Eppure ultimamente, in televisione, un tale signore barbuto continua a ribadire che bisogna chiudere i porti perché le persone devono arrivare nel nostro paese regolarmente, con un permesso, distaccandosi così da quei valori cristiani con cui uno scout come lui avrebbe dovuto crescere, primo di tutti quello dell’accoglienza dell’altro, dello straniero, come lo era, ad esempio, Gesù. Peccato che uno straniero in Italia non ci possa venire nemmeno per turismo.
Ora vi racconto la mia storia, o meglio, la nostra storia. Io e Ahmadou ci siamo conosciuti in Camerun, durante il mio anno di servizio civile. Lui camerunese-musulmano-infermiere-ginecologo-chirurgo-responsabile tecnico del dispensario sanitario di Nkolonguet ed io italiana-cattolica-volontaria-educatrice della scuola “Villaggio Fraternité” a Sangmelima. Quanta diversità, vero? Eppure “a un tratto l’amore scoppiò dappertutto”, così dappertutto da partire assieme per Koutaba, il suo villaggio, la terra della tribù Bamoun, nella regione ovest del Camerun, per le presentazioni ufficiali alla famiglia.
Che meraviglia scoprire l’altro, così diverso e uguale a noi, con tutte quelle tradizioni e quei costumi che in Italia vediamo solo a “Le Falde del Kilimangiaro”. Che meraviglia sporcarsi le mani di terra per raccogliere le arachidi, portarle in un cesto intrecciato a mano dal cugino, e camminare con questo in testa sino al mercato, sedersi sul ciglio della strada a venderle con la mamma, improvvisare qualche parola nel dialetto locale.
Che meraviglia pregare tutti assieme, nonostante i modi diversi di farlo, affinché regni la pace nella zona anglofona del Camerun, quella dove gli spari dei terroristi sono all'ordine del giorno, quella dove il papà di Ahmadou, comandante dei “gendarme”, è minacciato di morte. Che meraviglia tutta questa diversità che ci rende fratelli perché abbiamo tutti lo stesso sangue.
Peccato che per Ahmadou conta il colore della pelle. Non quello del sangue.
Ahmadou per conoscere la mia famiglia, come ho potuto fare io con la sua, non può semplicemente fare otto o dieci ore di autobus. Ahmadou deve richiedere un visto. E per richiedere un visto turistico servono una quantità indescrivibile di documenti. E i soldi. Ma Ahmadou un lavoro a tempo indeterminato ce l’ha. Ahmadou ha uno stipendio e dei bollettini di paga che lo dimostrano. Ahmadou ha il permesso del suo datore di lavoro per le ferie richieste. Ahmadou ha una carta d’identità nazionale, un atto di nascita, un passaporto.
Ahmadou ha la mia famiglia che si prende la responsabilità di ospitarlo e sostenerlo economicamente. Ahmadou ha una polizza sanitaria italiana che lo assicura. Però Ahmadou ha la pelle nera…e il sangue rosso, come il mio! Che c'entra il sangue rosso? La sua pelle è nera e lui ha 32 anni, in Italia viene a rubare il lavoro! Chi ci crede che poi ci torna quello in Camerun. “Noi li conosciamo, fanno tutti così, ma poi una volta che sono in Italia scappano e ci va lei in prigione, signorina!”.
Ahmadou ha la pelle nera e il visto turistico per l’Italia non gli viene concesso. Una, due, tre e chissà ancora quante volte. Ahmadou non ha avuto il permesso e non ha potuto festeggiare con me, nel paese dove son nata e cresciuta, il mio compleanno. Ahmadou non ha avuto il permesso e non potrà festeggiare con noi la Pasqua, ma io invece ho potuto festeggiare con loro la "Id al-adha" (La festa del sacrificio). Ahmadou non ha avuto il permesso e non sapremo quando gli verrà concesso. E come lui tanti giovani si son trovati un timbro di rifiuto sul passaporto.
L'unica cosa che sappiamo è che sono tante le persone che scappano e si imbattono in un viaggio che dura anni alla ricerca di un posto migliore dove vivere, per poter sfuggire alle guerre, alla fame, alla povertà, alle ingiustizie! Sappiamo che l’unica certezza per Ahmadou per poter venire in Italia, sarebbe il matrimonio in terra africana e la richiesta di un visto per ricongiungimento familiare.
Ma per noi il matrimonio è troppo importante per “usarlo” come passaporto ed è per questo che abbiamo deciso di dar voce alla nostra storia, perché tutti coloro che vivono nell’ignoranza possano conoscere le tante difficoltà che si nascondono dietro quei volti che navigano nel mare alla ricerca di un porto in cui attraccare. Perché ogni persona, ogni essere umano, ha il colore della pelle diverso dal nostro, ma quello del sangue uguale a noi; eppure non conosceremo mai né sguardo, né volto, perché si perderanno e affonderanno silenziosamente negli abissi del Mediterraneo.
da qui

venerdì 14 giugno 2019

I PREGIUDIZI RAZZIALI DELL’ALGORITMO - Marco Aime




Ci sono razzisti che riescano a influenzare anche il comportamento delle applicazioni informatiche. Nel 2018 Joy Buolamwini, ricercatrice al Mit, pubblica uno studio in cui mette in luce come i sistemi di riconoscimento facciale, venduti da alcune grandi aziende, avessero un tasso di riconoscimento delle donne dalla pelle scura del 34% più basso di quello degli uomini di pelle chiara.
Altri articoli usciti nello stesso periodo hanno confermato questa tesi, individuando la causa di tale disparità nel fatto che l’algoritmo è alimentato con dati distorti. Infatti agli strumenti di identificazione vengono sottoposti molti più volti “bianchi” rispetto al numero di quelli dalla pelle scura. La qualità dei risultati ottenuti da un algoritmo dipende totalmente dalla bontà dei dati utilizzati per addestrarlo. E se questi dati sono viziati dai pregiudizi umani, ecco che la macchina li farà suoi, riportandoli nei risultati ottenuti.
Un altro esempio di questa tendenza ci viene da Tay, un software progettato da Microsoft, che impersonava un utente di Twitter e immagazzinava dati interagendo con gli utenti dei social network. In poco tempo, i troll* hanno dato in pasto a Tay una miriade di opinioni razziste, omofobe, ecc. Nel giro di 24 ore, Tay è diventata la prima intelligenza artificiale nazista della storia. Prima di venir chiusa da Microsoft, è riuscita infatti a twittare il suo supporto a Hitler.
Il problema è che tutti gli algoritmi di questo tipo sono allenati utilizzando testi reperiti in libri o in articoli, per cui non fanno che riproporre i pregiudizi contenuti nel materiale umano che viene usato per addestrarli. Secondo la ricercatrice Amanda Levendowski (New York University), una delle ragioni per cui spesso i testi analizzati dalle intelligenze artificiali sono viziati da pregiudizi è legata al diritto d’autore, che costringe i ricercatori a utilizzare vecchi testi di dominio pubblico: «La maggior parte delle opere oggi di dominio pubblico sono state pubblicate prima degli anni Venti. Un database che faccia affidamento solo su questi lavori non potrà che riflettere i pregiudizi del tempo».
Per fortuna gli algoritmi non hanno pregiudizi razziali, chi li formula, però a volte sì.

* Troll
Nel gergo di Internet, è un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso e/o del tutto errati, con il solo obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi.


lunedì 9 luglio 2018

DEFORESTAZIONE FUORI CONTROLLO - Marta Gatti



  
Strade nella foresta realizzate per far passare i camion di tronchi che lasciano la Repubblica democratica del Congo (RdC). E’ questa l’immagine che restituisce il recente rapporto pubblicato da Global Witness dal titolo “Fallimento totale del sistema”. L’organizzazione non governativa, dopo due anni di ricerche, punta il dito contro una compagnia europea del legname che opera illegalmente sul 90% delle sue concessioni in RdC.
Il rapporto evidenzia come la prassi politica congolese non punisca gli illeciti e come gli stati europei supportino le attività di taglio del legname, nonostante le continue violazioni normative. La compagnia in questione è la Norsudtimber, con base in un paradiso fiscale: il Liechtenstein. Opera in Congo attraverso tre controllate e ha ottenuto concessioni forestali su 40.000 chilometri quadrati. Nel 2017 gestiva da sola quasi il 60% del mercato del legname internazionale del paese africano.
Global Witness definisce “segreta” la compagnia in questione, vista la difficoltà riscontrata nel rintracciarne i veri proprietari e considerata la complessa struttura che la collega ad altre società registrate ad Hong Kong e Dubai.

Violazioni e illeciti
Nel rapporto vengono individuate numerose illegalità compiute dalla compagnia. Secondo l’analisi, molte concessioni non avrebbero presentato il piano venticinquennale di gestione delle attività entro i termini stabiliti per legge. Attraverso l’analisi satellitare, Global Witness è riuscita a documentare anche attività di taglio illegale, al di fuori dei perimetri annuali.
A queste violazioni si aggiunge anche il taglio di alberi considerati specie in pericolo o vulnerabili. Si tratta di violazioni che la legge congolese punisce con la cancellazione del contratto, ma nulla di tutto questo è avvenuto. Le accuse di attività illegali sono state definite infondate dalle sussidiarie di Norsudtimber, interpellate da Global Witness, che hanno annunciato l’imminente consegna dei documenti relativi alla correttezza delle loro operazioni.

Nessun controllo
Global Witness sottolinea il fallimento di tutti i soggetti deputati al controllo dell’operato della compagnia. In primo luogo lo stato congolese che non ha punito o sanzionato le illegalità commesse. Il governo punterebbe, inoltre, ad ampliare le concessioni per lo sfruttamento del legname e metterebbe in pericolo le foreste garantendo concessioni estrattive, declassando aree di parchi naturali come il Virunga. A questi elementi si aggiunge anche la limitata capacità di monitorare un territorio immenso avendo a disposizione poche risorse umane.
Al ruolo fallimentare dello stato si aggiunge quello svolto dai paesi donatori, in particolare Norvegia, Francia, Germania e Regno Unito che siedono nel “Central African Forest Initiative”, un partenariato cooperativo tra Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, RdC, Guinea Equatoriale e Gabon.
La coalizione supportata dall’Unione Europea si propone di preservare il valore della foresta, mitigare il cambiamento climatico e contribuire allo sviluppo sostenibile. Il rapporto mette in luce il mancato contrasto delle imprese del legname da parte dei paesi donatori, nonostante la continua denuncia di violazioni.

Ipocrisie politiche
L’ong sottolinea il generale fallimento delle politiche di sostenibilità forestale nel bacino del fiume Congo. L’Agenzia per lo sviluppo francese viene indicata come uno dei principali sostenitori dell’espansione del taglio industriale del legname in RdC. Nel marzo 2017 la Francia ha proposto un progetto da 18 milioni di dollari per una nuova policy sulle foreste che, secondo Global Witness, potrebbe portare all’espansione dell’area deputata al taglio, fino a tre volte quella attuale.
Dal report emerge anche il fallimento delle opere compensative destinate alle comunità locali. L’accesso alla salute e all’istruzione non sono migliorati e la ricaduta economica è stata minima.
I paesi importatori del legname di Norsudtimber hanno fallito nei meccanismi di controllo: per mancanza di leggi o per la loro applicazione poco efficace. Tra il 2013 e il 2017 i maggiori importatori del legname tagliato in RdC da Norsudtimber sono stati Cina e Vietnam. L’11% era diretto in Europa, in particolare in Portogallo e Francia.
Non dobbiamo, poi, dimenticare l’impatto del taglio degli alberi sulla fauna, sull’ambiente e sul clima. Secondo le stime riportate nel rapporto, tra il 2013 e il 2014, il degrado e la perdita di foresta nella Repubblica democratica del Congo avrebbero provocato l’emissione di carbonio pari a quella di 50 impianti a carbone funzionanti per un intero anno.

domenica 8 luglio 2018

SESSO E VACANZE: KENYA AL TOP PER GLI ITALIANI - Bruna Sironi




Tempo di vacanze. E, a quanto dicono le organizzazioni specializzate in materia, tempo di turismo sessuale, anche, anzi soprattutto, con minorenni. Secondo gli ultimi dati di Ecpat Italia Onlus (organizzazione contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) i maschi italiani sono al primo posto in questa squallida pratica, seguiti da tedeschi, giapponesi, francesi, americani, inglesi e cinesi.
Nel folto gruppo, i pedofili sarebbero ‘solo’ il 5%. Tutti gli altri sarebbero insospettabili padri di famiglia, vicini premurosi, professionisti affermati in cerca di trasgressione e di emozioni diverse, e probabilmente anche di occasioni di cui vantarsi con gli amici, com’è uso tra molti di noi.
Tra le mete preferite dai nostri connazionali, il Kenya si trova al primo posto. Località turistiche molto conosciute nel nostro paese, quali Malindi, Diani, Kilifi e perfino Mombasa, la seconda città del paese, sono frequentate per le spiagge infinite e bianchissime, per il mare limpido e turchese, e per la possibilità di pagare un dollaro o poco più per un rapporto sessuale con una ragazzina, molto spesso al di sotto dei 14 anni. La prostituzione minorile è una vera e propria piaga in tutta la zona costiera del Kenya, a causa della grande povertà delle comunità che vi risiedono e della richiesta dei turisti senza scrupoli che la frequentano.
Secondo gli ultimi dati disponibili - un rapporto dell’Unicef risalente al 2006 -, una ragazzina di età tra i 12 e i 18 anni su tre vive di sfruttamento sessuale nella contea di Kwale, quella in cui si trovano la maggior parte delle località turistiche della costa. E quella dove la gran parte della gente vive ben al di sotto della soglia di povertà e la disoccupazione giovanile è generalizzata. Si tratta di almeno 15.000 minorenni coinvolte nel traffico.
I dati, certamente vecchi, sono però confermati dalle autorità locali. Secondo, Athuman Jiti, un funzionario della contea di Kwale recentemente intervistato dal settimanale The East African, la situazione da allora, sarebbe addirittura peggiorata. “Nei nostri villaggi si può trovare almeno una minorenne vittima di sfruttamento sessuale in circa il 90% delle famiglie”.
Secondo le sue dichiarazioni, spesso sono i genitori stessi a spingere le ragazzine alla prostituzione, in modo che possano procurare il cibo per se stesse e anche per gli altri membri della famiglia. Il problema più grande, prosegue il funzionario, è che la situazione è ormai percepita come normale.
Lo sfruttamento sessuale delle minorenni, spessissimo poco più che bambine, è talmente diffuso e radicato da essere stato accettato socialmente. Anche perché le donne, in queste comunità, sono molto vulnerabili, stante le discriminazioni di cui sono giornalmente oggetto, la diffusa poligamia e la pratica dei matrimoni precoci.
Secondo Dorcas Wanjiru, dell’associazione Coalition on Violence Against Women, che opera nei villaggi costieri del Kenya, l’avvio alla prostituzione delle minorenni avviene in modi diversi. “Spesso gli amici o gli stessi familiari sono coinvolti nella loro iniziazione precoce; oppure sono avvicinate da un uomo che dà loro attenzione e poche centinaia di scellini (pochi dollari) dopo il sesso”.
Molte ragazzine sono coscienti dei rischi che corrono - violenze, gravidanze malattie come l’hiv/aids, estremamente diffuso nel paese - ma non hanno altra scelta se non quella di prostituirsi. “Alla fine, prosegue Dorcas Wanjiru, tutti traggono vantaggio dal loro sfruttamento: le famiglie qualche soldo; i night club e i bar, clienti; i taxisti corse per portare i turisti dalle ragazzine o viceversa” e dunque nessuno ha interesse a denunciare, o a lavorare per cambiare la situazione.
Certo i turisti di casa nostra trovano un contesto particolarmente favorevole, ma questo non diminuisce le loro responsabilità, anzi, le aggrava. Non si deve dimenticare, infatti, che il degrado è originato da un’economia turistica spregiudicata che si è ben guardata dall’essere il volano per lo sviluppo della zona ma ha anzi aggravato il suo sfruttamento, in tutti campi e in tutti i modi possibili.
La situazione è ora ad un punto tale che, spesso, in molte località turistiche keniane, ci si vergogna di essere riconosciuti come italiani e si cammina con gli occhi bassi per non vedere scene pubbliche che, a casa nostra, sarebbero inconcepibili.
da qui