Visualizzazione post con etichetta Francesco Martone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesco Martone. Mostra tutti i post

mercoledì 29 marzo 2023

Un treno devasta la terra dei Maya - Francesco Martone

 

Dal  9 al 12 marzo scorso una delegazione di giudici del  Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura ha visitato lo Yucatan ed il Quintana-Roo in Messico, per incontrare le comunità che subiscono l’impatto della costruzione del megaprogetto del Tren Maya e per svolgere una udienza pubblica che serve a valutare le violazioni sui diritti della Natura e quelli dei popoli indigeni.

Il progetto prevede la costruzione di 1500 kilometri di ferrovia attraverso foreste, territori ricchi di tesori archeologici, e comunità locali. Si prevede anche la costruzione di una ventina di nuovi insediamenti urbani (Polos de Desarrollo) come volano per lo “sviluppo” economico e produttivo di tutta la regione.

L’infrastruttura è connessa al Corridoio Trans-istmico che attraverserà la lingua di terra di Tehuantepec, e già oggetto di forti proteste locali, ed al Plan Puebla Panamà. Seppur venga promosso come progetto di valorizzazione turistica di tutto lo Yucatan le cifre svelano un’altra storia: sui convogli che saranno lunghi in media mezzo chilometro solo il 20% del carico sarà composto da turisti, il resto da materie prime o prodotti di esportazione, come la carne di maiale verso la Cina.

Da tempo gli impatti ambientali, culturali, sociali e sui diritti dei popoli indigeni sono denunciati pubblicamente ma invano, visto che il presidente AMLO punta su questo megaprogetto come il “segno” distintivo del suo mandato in scadenza, e non esita a militarizzare il territorio per imporne la costruzione.

Non a caso la costruzione di metà del tragitto della ferrovia – che dovrebbe essere ultimata entro fine anno – è in mano ai militari che controlleranno anche la società nella quale confluiranno le rendite del progetto, e che verranno poi redistribuite come pensioni ai militari in pensione.

A Piste’, nei pressi di Chichen Itza’ i giudici (Maristella Svampa, Padre Raul Vera, Francesco Martone, Yaku Perez, Alberto Saldamando) hanno raccolto le testimonianze di lavoratori ed artigiani del settore turistico, poi a Señor, dove hanno toccato di prima mano il clima di intimidazione da parte delle forze armate: poche ore prima i militari erano andati casa per casa a minacciare chi era stato invitato a partecipare ad una assemblea pubblica con i giudici.

 

All’appuntamento comunque si sono presentate una decina di persone che hanno raccontato della deforestazione e degli impatti ambientali del Treno e dei megaprogetti infrastrutturali connessi, allevamenti intensivi di suini, taglio di indiscriminato di alberi di specie preziose, risarcimenti mai concessi.

Eppoi a Tihosuco dove sono state raccolte testimonianze sull’impatto devastante di monoculture di mais transgenico, sistemi di asservimento dei piccoli produttori alla produzione forzata di cibo per le catene alberghiere e per l’esportazione in una sorta di “megamaquiladora” a cielo aperto, dell’impatto devastante sulla produzione tradizionale di miele o quello delle megacentrali eoliche e solari destinate a alimentare i resort turistici che verranno costruiti.

Il giorno seguente a Valladolid si è tenuta una udienza pubblica con interventi di leader di comunità maya, movimenti per la difesa del territorio, accademici e ricercatori che hanno fornito ulteriori prove di quello che si sta prefigurando come un vero e proprio etnocidio, ed ecocidio.

Un rischio ormai evidente come nel caso dei “cenote” (specchi d’acqua sotterranei che rappresentano la fonte principale di acqua potabile nonché importanti siti sacri per la cosmologia Maya) del tragitto 5 della ferrovia a Playa del Carmen, oggetto di un sopralluogo da parte del Tribunale.

I giurati hanno potuto constatare come la costruzione di piloni di cemento per le rotaie, conficcati nel terreno vanno ad impattare in maniera devastante sui “cenote” oltre a essere destinati a sprofondare nel terreno friabile che caratterizza tutta la regione.

 

Impatti ambientali irreversibili che si accompagnano alla distruzione di luoghi fondamentali per le culture ancestrali Maya, già sotto attacco dalla crescente industria del turismo di massa.  Non è infatti un caso che la “securitizzazione” dello spazio pubblico, attraverso la militarizzazione, la dichiarazione del Tren Maya come opera di sicurezza nazionale, la repressione o la delegittimazione delle proteste e delle legittime richieste delle comunità interessate dal Treno e dalle infrastrutture connesse, si accompagnino a una strategia di stigmatizzazione, disprezzo e delegittimazione della cultura, delle pratiche, delle misure di vita e delle conoscenze ancestrali del popolo Maya.

Si tratta di un’ulteriore forma di violenza che deriva dalla violazione dei diritti bioculturali dei popoli a conferma di come il neo-estrattivismo si nutre di morte e geneai morte, morte dei territori, degli ecosistemi, morte dei loro popoli, delle loro culture, delle loro cosmologie, in una parola una “necropolitica”.

Il Tren Maya nella sua accezione più ampia si alimenta e si impone grazie ad un clima di sospensione o violazione dei diritti o peggio ancora di privazione dei diritti, di vuoto giuridico e legale, di violenza istituzionale o statale e di violazione della dignità e dei diritti di un popolo che nel corso della storia ha subito due estinzioni, la seconda come conseguenza della conquista e del genocidio che ne è seguito.

Nonostante questo debito storico, il popolo Maya sia ancora in piedi, dignitoso, offrendoci un esempio di come recuperare un rapporto intrinseco con la nostra Madre Terra, soggetto di dignità e diritti. E mostra al mondo che non ci può essere territorio senza popoli e non ci possono essere popoli senza territori.

Il Treno Maya e gli altri megaprogetti ad esso connessi come il Corridoio Transistmico  e i piani di estrazione mineraria e petrolifera pertanto non solo sono estranei alla natura e al popolo Maya, ma rappresentano un modello criminogeno, nel senso che generano crimini sistemici contro i diritti esistenziali della Madre Terra e dei Popoli.

 

Di seguito il testo tradotto della sentenza, che chiede la sospensione immediata del Tren Maya e dei progetti connessi,  accusa lo stato messicano di violazioni dei diritti della Natura e dei popoli,  propone la creazione di una commissione indipendente d’indagine,  chiede il risarcimento dei danni ambientali e sociali,  esorta alla protezione e tutela dei difensori e difensore dell’ambiente sotto minaccia, e chiede la promulgazione di leggi che riconoscano i diritti della Natura come già fatto in alcuni stati messicani.

La sentenza preliminare è stata tradotta in Maya e verrà diffusa in tutte le comunità, per essere usata come strumento di rivendicazione e piattaforma di costruzione di alleanze e collaborazioni a livello nazionale ed internazionale.

Il Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura è un Tribunale di opinione fondato dalla GARN (Global Alliance on the Rights of Nature) nel 2014 con l’obiettivo di promuovere i diritti della Natura e offrire uno spazio di denuncia e rivendicazione sulle violazioni degli stessi e dei diritti di chi li difende.

Ha svolto varie sessioni ed udienze, prima di questa sul Tren Maya una sull’Amazzonia brasiliana nel giugno dello scorso anno in concomitanza con il Forum Sociale Panamazzonico di Belem, nello stato brasiliano del Parà. Nei prossimi giorni una delegazione del Tribunale si recherà in Patagonia Argentina, a Vaca Muerta (il secondo giacimento di gas e petrolio di scisto più grande del mondo) per indagare gli effetti del fracking sui diritti della natura e quelli del popolo Mapuche

Per maggiori informazioni:

www.rightsofnaturetribunal.org

www.garn.org

per materiali in italiano  sulla missione del Tribunale in Messico:

https://ecor.network/articoli/il-tribunale-locale-dei-diritti-della-natura-contro-il-tren-maya/

Intervista a Francesco Martone, membro della giuria del Tribunale per Radio Onda D’Urto:



giovedì 4 marzo 2021

Una linea rossa contro il capitalismo fossile - Francesco Martone

“Una linea rossa contro il capitalismo fossile”, questa la scritta lasciata su un pilone di una infrastruttura del terminal del carbone del porto di Amsterdam, immortalata in una opera dell’artista austriaco Oliver Resssler. Nei suoi lavori, in particolare quelli della rassegna “Everybody’s getting together before everyting’s falling apart” (“ognuno si riunisca prima che tutto crolli) Ressler documenta varie mobilitazioni per la giustizia climatica e contro l’estrattivismo, dal Climate Camp di Venezia, alla Code Rood di Amsterdam, alla ZAD in Francia ad Ende Gelaende in Germania. O i presidi permanenti costruiti sugli alberi secolari della foresta di Hambach per bloccarne la distruzione che deriverebbe dall’allargamento di una mega-miniera di carbone. O le mobilitazioni dei movimenti per a giustizia climatica e indigeni in occasione della Conferenza delle Parti ONU sui Cambiamenti Climatici di Parigi, che nel 2015 lanciarono una campagna globale per bloccare l’estrazione di combustibili fossili, tenerli sottoterra, e decolonizzare l’approccio alla crisi climatica. Proprio da Parigi è partita una linea rossa che attraversa il pianeta, una linea invalicabile tracciata da movimenti e comunità in resistenza. E’stata ribattezzata “Blockadia”, ovvero una miriade di presidi, iniziative, campi, azioni dirette che in ogni parte del mondo rappresentano la linea di trincea per la difesa della Madre Terra.  

Dall’Amazzonia ecuadoriana, a Standing Rock, dalle tundre scandinave alle miniere di carbone in Australia o Germania, alle foreste africane o del Borneo, agli uliveti del Salento. Di recente gli autori dell’Atlante dei Confitti Ambientali hanno prodotto uno studio su “Blockadia”, che fornisce un quadro di insieme delle iniziative che a livello globale provano a contrastare l’espansione dell’estrazione dei combustibili fossili e reagire alle conseguenze socio-ambientali di progetti di energia rinnovabile, che spesso, secondo i dati analizzati, presentano rischi eguali a quelli di estrazione dei combustibili fossili per quanto riguarda ambiente e diritti umani. Per non parlare dei biocombustibili quali olio di palma, che hanno un grave impatto non solo sull’ambiente ma sui diritti umani delle comunità locali e indigene e sono tra i settori maggiormente a “rischio” per gli attivisti e le attiviste.  Cifre che sono un monito a chi è convinto fideisticamente nelle virtù salvifiche di possibili Green New Deal.

Ad oggi sono stati registrati 649 casi di movimenti o attività di resistenza e protesta che, soprattutto nei casi di iniziative di resistenza comunitarie e collettive, hanno portato alla cancellazione di 1/4 dei progetti programmati. In generale l’estensione dei conflitti ambientali registrati va letta in parallelo con la capacità di resistenza e reazione di movimenti e comunità.  Il totale di conflitti ambientali al settembre dello scorso anno ammontava a 901 se si includono 272 casi relativi all’estrazione di petrolio, 252 all’estrazione di oro, 210 a quella di carbone, 155 di rame, 150 di gas naturale, 119 di legname, 115 di argento, 93 per la produzione di olio di palma, 45 di soia. La linea rossa è rossa del sangue di decine di attivisti e leader, uomini e donne, indigeni e rurali, uccisi per essersi schierati a difesa dei loro territori e della Madre Terra. Secondo l’ONG inglese Global Witness nel 2019 sono stati registrati 212 casi di omicidi di difensori dell’ambiente con una media di 4 difensori uccisi ogni settimana dal 2015. Oltre la metà degli omicidi sono avvenuti in Colombia (64) e nelle Filippine, (da 30 nel 2018 a 43 nel 2019) seguiti da Brasile, Messico, Honduras e Guatemala. 50 gli attivisti ed attiviste che hanno perso la vita nel 2019 per resistere alle attività minerarie. 34 omicidi erano connessi a iniziative di resistenza all’agribusiness con un aumento del 60% dal 2018.

E poi estrazione di legname, infrastrutture. I più recenti dati prodotti da FrontLine Defenders nella sua analisi globale della situazione dei difensori dei diritti umani nel mondo nel 2020 confermano questa tendenza, anzi registrano un aggravamento: del 331 difensori e difensore uccise nello scorso anno, il 69% erano attivi nella protezione dell’ambiente, la difesa della terra e dei diritti dei popoli indigeni.

Paradossalmente, sono proprio i popoli indigeni che con le loro conoscenze ancestrali e modelli di gestione delle risorse naturali e dei loro territori offrono un contributo fondamentale alla tutela degli ecosistemi, della biodiversità ed alla mitigazione o adattamento ai cambiamenti climatici. Si calcola ad esempio che popoli indigeni assicurano la tutela dell’80% della biodiversità nel pianeta. Tutelando il patrimonio forestale dei loro territori attraverso la resistenza alla loro distruzione e applicando i propri modelli tradizionali di gestione olistica delle risorse, i popoli indigeni e le comunità locali contribuiscono alla mitigazione dei cambiamenti climatici in maniera considerevole. Si calcola che nelle terre indigene o abitate da comunità locali nei Tropici sia immagazzinato un totale di circa 300 miliardi di tonnellate di carbonio pari a 33 volte le emissioni di carbonio nel settore energetico nel 2017. Ciononostante, oggi a soffrire principalmente dell’intreccio tra “ecofagia” e “necrocapitalismo” sono proprio loro.

Altri dati autoprodotti da organizzazioni indigene danno un quadro ancor più completo ed allarmante rispetto alle cifre prodotte dalle ONG. Secondo la “Global Initiative to Address and Prevent the Criminalisation and Impunity against indigenous peoples” nel periodo 2017-2019 sono stati uccisi 472 leader indigeni (uomini e donne), 423 soggetti a detenzione arbitraria, 237 a arresti illegali, e 1630 hanno sofferto minacce ed intimidazioni in 19 paesi.  Sono dati che confermano come la lettura delle crisi ambientale in chiave di “Antropocene” non regge all’evidenza dei fatti. Non è tutta l’umanità indistintamente a contribuire alla trasformazione predatoria degli ecosistemi, anzi una gran parte di essa ne soffre direttamente le conseguenze o proprio per provare a resistere proteggerli viene uccisa, perseguitata, criminalizzata. Ora come nel corso della storia. Ci troviamo forse allora nell’era del Capitalocene come descritta da Jason Moore? In gran parte i dati sui volumi di estrazione di materie prime attuali e futuri sembrano confermarlo: dal 1970 la velocità di estrazione di risorse naturali dal pianeta è triplicata. Oggi si estraggono 92 miliardi di tonnellate di materiali l’anno con una crescita del 3,2% annuo. Dal 1970 l’estrazione di combustibili fossili è passata da 6 a 15 miliardi di tonnellate, quella di altri minerali da 9 a 44 miliardi, la rimozione di biomassa da 9 a 24 miliardi di tonnellate. UN Environment stima che entro il 2050 il volume di risorse estratte sul pianeta potrebbe raddoppiare entro il 2050.    

E’ evidente che l’estrattivismo - o forse meglio la fase attuale di capitalismo estrattivo - è tra le cause principali della distruzione degli ecosistemi, ossia della “ecofagia”, ed anche di conseguenza della repressione e dell’attacco violento a chi li difende, ossia del “necrocapitalismo”. Allo stesso tempo però il concetto di Capitalocene, pur identificando la causa centrale della crisi ambientale, rischia di invisibilizzare le vittime del modello di sviluppo, e  chi ad esso resiste. Ed i crimini di “pace” (per dirla con Franco Basaglia) o di sistema ai quali essi sono sottoposti. Perché di crimini di sistema si tratta quando tale sistema da una parte è tale da proteggersi da ogni assunzione di responsabilità, e dall’altra implica la distruzione del vivente, sia esso umano o non umano, come condizione necessaria ed essenziale alla propria riproducibilità. Sono crimini di sistema quelli che permettono l’uso indiscriminato del diritto penale per reprimere dissenso e resistenza, o che avallano la delegittimazione di chi difende diritti umani e la terra, gli arresti arbitrari, le minacce, gli omicidi in un crescendo spesso inarrestabile.  Sono crimini di sistema quelli che permettono di ridisegnare geografie di sfruttamento ed esclusione, zone e vite di scarto, trasformando territori ricchi di risorse scarse e strategiche in nuove zone di sacrificio, dove i buchi neri dell’estrazione di materiali sono accompagnati alle zone rosse di sospensione o violazione dei diritti contro chi non è più disposto al sacrificio. Ad oggi sono decine e decine le iniziative ufficiali, governative, del settore privato e delle organizzazioni della società civile e dei movimenti volte a riconoscere – proteggendoli - il ruolo dei difensori dei diritti umani e della terra nella protezione dell’ambiente.

Prese di posizione, manifesti, linee guida, protocolli regionali quali il Protocollo di Escazù su accesso all’informazione, partecipazione accesso ala giustizia ambientale e protezione dei difensori dell’ambiente in America Latina. O iniziative quali quelle lanciate dal Consiglio ONU sui Diritti Umani o dall’Agenzia ONU per l’Ambiente, Il ruolo dei difensori dell’ambiente e della terra è ormai riconosciuto a livello formale, ma alle parole non seguono i fatti, ed i dati sono lì a dimostrarlo. Come sarà possibile confidare in governi che sono in prima linea nella repressione? O imprese che prosperano sullo sfruttamento a basso costo di materie prime? Come uscirne?  Certamente chiedere giustizia e riparazioni per le violenze subite da attivisti, leader comunitari, movimenti e comunità indigene è passo essenziale, come la richiesta pressante di obblighi verificabili per le attività delle imprese e delle multinazionali, quali il Trattato Vincolante per le Imprese e i Diritti Umani in discussione alle Nazioni Unite.  Assolutamente andranno sostenute le rivendicazioni per il diritto alla terra, ed all’autodeterminazione dei popoli indigeni che possano così finalmente avere il diritto loro riconosciuto dal diritto internazionale di consenso previo libero ed informato, decisamente andrà chiesto che i governi vincolino ogni attività d’ impresa nei settori impattanti su ambiente e diritti umani a norme stringenti volte a minimizzare o prevenire effetti negativi su ambiente, diritti umani e sui difensori dell’ambiente ed i conflitti che da essi possano derivare. Importante sarà aggredire le cause che sono alla radice del problema: relazioni commerciali e di investimento improntate sull’esportazione di materie prime e sull’accaparramento di acqua e terra, impunità, ineguaglianze nell’accesso ai diritti fondamentali, da quelli politici a quelli economici e sociali, collusione tra poteri pubblici e privati, la cosiddetta “cattura corporativa dello stato”.

Fondamentale sarà però rafforzare alleanze e patti tra comunità e movimenti in resistenza, le capacità di protezione collettiva e prevenzione degli attacchi e delle violazioni, di monitoraggio attivo dei territori, la capacità di denuncia (così fortemente pregiudicata dall’inizio dell’emergenza COVID). Ed accanto alla resistenza praticare e sostenere modalità radicalmente alternative di autogoverno e gestione delle risorse e dei territori da parte di chi li vive e li abita. Insomma, ampliando “Blockadia” e reti di zone da difendere (le ZAD - Zones à Defendre) dove la difesa è accompagnata a pratiche radicali di democrazia e gestione delle risorse e del territorio. Centrale sarà poi riconoscere il carattere intersezionale della sfida. Giacché spesso sono le donne ad essere in prima linea per proteggere il vivente ed a soffrire maggiormente le ricadute del modello estrattivista, già dovendo fare i conti con gli effetti nefasti del patriarcato. Andranno riconosciute e contrastate nuove forme di “colonialità del potere” che da tempo immemorabile considerano i popoli indigeni e le loro terre come vite e territori di scarto. E che se dapprima usavano manodopera schiava per estrarre risorse, da decenni usano e sfruttano non solo “combustibile umano”, ossia soggetti razzializzati come manodopera a basso costo, ma anche “combustibile fossile” per assicurare la sopravvivenza del modello capitalista dominante. Non a caso come ci ricorda Malcom Ferdinand nel suo splendido “Pour une ecologie decoloniale” gli schiavisti spesso associavano il colore della pelle degli schiavi al carbone.
Tuttavia, decriminalizzare e rendere possibili e praticabili dissenso e difesa della Madre Terra e di produzione di alternative, pur essendo elementi determinanti non potranno essere decisivi. Il vero elefante nella stanza riguarda il superamento del modello, la crisi civilizzatoria nella quale l’attacco ai difensori ed alle difensore della terra si verifica. Una crisi che è tutta nelle proiezioni relative all’aumento dell’estrazione di materie prime, nel peggioramento degli indicatori di salute del pianeta, nell’allargamento della forbice delle diseguaglianze, e nella restrizione progressiva degli spazi di agibilità civica e democratica a livello globale. Una sfida senza precedenti che richiede un radicale cambiamento di paradigma, e riconosca i diritti della natura accanto ai diritti delle comunità e dei difensori della terra. Che coltivi il “pluriverso” di zapatista memoria, ossia la miriade di alternative possibili, e che accanto alle violazioni dei diritti umani persegua anche le “co-violazioni” dei diritti della natura. Giacché in ultima istanza il primo difensore della terra è la terra stessa, con i suoi cicli naturali, di generazione e rigenerazione.  

Sarà necessario, nelle parole con le quali Achille Mbembe chiude il suo recente “Brutalisme”: …negoziare e risolvere i conflitti che suscitano modalità differenti ed antagoniste di abitare il mondo, verso una ristrutturazione ampia delle relazioni. La riparazione esige di rinunciare a forme di appropriazione esclusiva, di riconoscere l’esistenza dell’incalcolabile e dell’inappropriabile, e che di conseguenza non ci dovranno essere possesso o occupazione esclusiva della Terra. Istanza sovrana lei non appartiene se non a sé stessa, e la sua riserva di materia germinale non potrà essere oggetto di appropriazione né ora né per l’eternità” (T.d.A).  Riconoscere ed applicare i diritti della natura oggi rappresenta non solo una sfida culturale e politica ma anche una strategia di contrasto all’avanzata del modello estrattivista, che soprattutto in America Latina inizia a dare importanti risultati.

E’ da un nuovo patto con il vivente e tra forme del vivente, (“making kin” come lo descrive Donna Haraway) innervato nelle iniziative di resistenza locale e globale, ed in pratiche radicali di cura e riparazione dei danni arrecati alla Madre Terra, ed alle popolazioni vittime del modello estrattivo, che potrà essere possibile proteggerla e proteggerci creando le premesse per la fine della guerra sporca contro i suoi difensori. 

da qui

martedì 11 febbraio 2020

Vincono i Sami

Il popolo Sami ha vinto - Francesco Martone

Finalmente dopo anni e anni il popolo Sami ottiene giustizia: una sentenza di un tribunale riconosce loro il diritto ad usare le loro terre ancestrali. Già perché per chi non lo sapesse i popoli indigeni li ha anche l’Europa, l’Unione Europea (per inciso anche amazzonici se consideriamo la Guyana Francese, retaggio coloniale di territorio d’oltremare).
Questa sentenza è destinata a fare storia. Come l’altra che dopo decenni di dispute legali riconobbe che i Sami esistono, mentre prima venivano semplicemente assimilati agli svedesi. Ed ora dopo la vittoria, arrivano le minacce e gli attacchi, incluse minacce di morte. La situazione dei Sami venne descritta in un film Sami Blood ed è una storia di oppressione, di sottrazione di figli e figlie per educare loro alla cultura svedese, di una sorta di eugenetica etnico-culturale.

I Sami vivono di caccia e di allevamenti delle renne, e sono impattati oltre che da quella che è a tutti gli effetti “colonialità del potere”, dal circolo infernale dell’ingiustizia climatica. Il permafrost che accudisce i licheni, cibo per le renne, si scioglie a causa del climate change, mentre le soluzioni tecnologiche, come i megaprogetti eolici, sia in Svezia che Norvegia, avranno un impatto pesantissimo sulle renne, fonte principale di sussistenza per quel popolo. Oltre che elemento centrale della loro cultura ancestrale.
A questo si aggiunge l’impatto devastante dell’estrazione di ferro, attività in rapidissima espansione accanto alla costruzione di pale eoliche. Sembra una storia di quello che semplicemente chiamiamo “Sud del mondo” eh?



Popoli in ostaggio - Francesco Martone

C’è una lotta in corso della quale poco o nulla si sa da questa parte dell’Oceano, una lotta per il diritto all’autodeterminazione che va avanti da mesi ormai tra la First Nation Wet’Su’Weten, della Columbia Britannica ed il governo del premier canadese Justin Trudeau. In gioco l’integrità delle terre di questa First Nation, ed il diritto alla proprietà ancestrale alla quale non hanno mai rinunciato. Terre sacre ed antiche ora minacciate dalla costruzione di un gasdotto, il Coastal GasLink lungo 670 kilometri per un valore di 6,6 miliardi di dollari. Da dicembre quando la Corte Suprema della Columbia Britannica ha autorizzato i lavori di costruzione la protesta è cresciuta in maniera esponenziale.
Non solo sul sito, dove l’intervento violento della polizia, le Giubbe Rosse ora non più a cavallo con uniformi rosse, ma forze paramilitari armate in assetto da combattimento, ha portato all’arresto di 20 persone. Non si sono fatti scrupoli neanche ad andare contro le donne anziane della comunità. Le mobilitazioni si sono allargate a macchia d’olio in tutto il Canada. Blocchi stradali, cortei, sit-in, davanti al parlamento di Vancouver, il porto della città paralizzato da giorni, ed i Mohawk della cosa Est ora sul piede di guerra per solidarizzare con i loro fratelli e sorelle della Columbia Britannica.
Come quando a Montreal da Kahnawake presero il Mercier Bridge e paralizzarono per settimane il traffico della città in solidarietà con i loo fratelli Kanesatake, sul piede di guerra per proteggere le loro terre sacre dall’espansione di un campo da golf. Un conflitto che fece il giro del mondo, con le immagini dei carri armati dell’esercito canadese che fronteggiavano guerrieri mohawk armati.
Da tempo fin dal primo giorno dell’insediamento di Trudeau si era capito che il conflitto con le First Nations non si sarebbe sopito, anzi. I progetti di gasdotti e oleodotti che dovrebbero attraversare come una ragnatale tutto il paese devono far i conti con una capacità di mobilitazione rafforzata da parte delle First Nations, del movimento Idle No More e della solidarietà di associazioni ambientaliste, studenti, lavoratori.
La risposta del governo è la forza indiscriminata e gli arresti arbitrari, contro una mobilitazione il cui significato ormai va ben oltre al caso specifico, e riguarda le relazioni tra governo e First Nations in tutto il paese, ed un persistente rapporto coloniale che affonda le radici nel periodo nel quale gli agenti della Corona si presentavano nelle terre indigene in Columbia Britannica, per distruggere ogni forma di vita collettiva, accusando quelle comunità di essere parassite e nullafacenti. “

I nostri popoli e la nostra Madre Terra non possono più permettersi di essere ostaggi economici della corsa all’industrializzazione delle nostre terre ancestrali. E’ tempo di insorgere e riprenderci il nostro ruolo di custodi e guardiani della terra” nelle parole di Eriel Deranger, delle First Nations Athabasca Chipewyan.
da qui


“In Canada i nativi rappresentano il 5 per cento degli abitanti, ma compongono più del 30 per cento della popolazione carceraria”, scrive il Toronto Star riportando i risultati di uno studio governativo. In alcune province, come quelle di Manitoba, Saskatchewan e Alberta, costituiscono più della metà dei detenuti. Una serie di fattori - tra cui gli alti indici di povertà tra le comunità indigene e le pratiche razziste delle forze dell’ordine - fa in modo che il tasso di condanne tra i nativi sia più altro rispetto al resto della popolazione. Inoltre, una volta condannate queste persone hanno più probabilità di finire in prigioni di massima sicurezza, di subire violenze e di essere messe in isolamento.
da Internazionale n.1344

venerdì 15 marzo 2019

Un nuovo movimento globale - Francesco Martone



C’è voluta la mite determinazione che ha portato una ragazza svedese, Greta Thunberg, sa scioperare ogni venerdì per smuovere finalmente l’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici sui cambiamenti climatici?  Indubbiamente il climate strike sta diventando un movimento pulviscolare quasi globale. Sono le nuove generazioni che finalmente si riappropriano del futuro, per prendersi cura della Madre Terra consegnata loro in pessima salute dai loro genitori. Basta vedere la mappa delle iniziative previste in oltre 40 stati in ogni parte del mondo per il  15 marzo.
Il significato di queste mobilitazioni, tuttavia, va inquadrato in un contesto più ampio, che vede la proliferazione di iniziative a vario livello tutte centrate sull’urgenza di evitare la catastrofe climatica e sulla volontà di chiamare i decisori politici alle loro responsabilità. Non si parte da zero, non ci troviamo di fronte ad un’onda anomala.  Questo 15 marzo può assumere un significato davvero dirompente, a maggior ragione se – a casa nostra – viene letto in relazione alla mobilitazione del 23 marzo contro le grandi opere imposte e per la giustizia climatica. Per evitare che la sua forza si dissolva nelle solite promesse da mercante, o in risposte di comodo che non scalfiscono lo status quo, è necessario collocare il climate strike nel contesto politico e nel quadro più ampio di iniziative che da anni impegnano movimenti globali e comunità locali. Accanto a quest’inedita presa di parola delle giovani generazioni riprende ad esempio quota negli Stati uniti il dibattito sul Green New Deal grazie all’iniziativa di un’altra donna, neoeletta al Congresso, Alexandra Ocasio-Cortez, ispirata da  una forte matrice socialista con un approccio ecologista, che potremmo definire eco-laburista. Un Green New Deal che prevede la transizione giusta verso l’economia decarbonizzata, che i sindacati globali chiedono da anni ai paesi che s’incontrano alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. E che oggi torna con forza nelle agende politiche non solo di oltre oceano ma anche nel percorso verso le prossime elezioni europee.
Sul Green New Deal ci sarà molto da approfondire, come già evidenziato dall’interessante dibattito che si è sviluppato negli States e che ha messo d’accordo centinaia di organizzazioni ed associazioni che in questa proposta hanno trovato finalmente il grimaldello che potrebbe scardinare l’ostinata resistenza delle lobby petrolifere ora rappresentate dall’amministrazione Trump di avviarsi verso l’abbandono del fossile. E quindi di impegnarsi a tenere i combustibili fossili sotto terra, giacché in ultima analisi, come ricordano i movimenti dei nativi quali Indigenous Environmental Network, quella dev’essere la strada.
Così non è ancora, anzi le multinazionali statunitensi sembrano intenzionate a aumentare il volume di estrazione di combustibili fossili convenzionali e non. E poi la nascita di Extinction Rebellion, movimento di resistenza popolare ed azione diretta nonviolenta nato in Inghilterra e che si sta insediando anche in Italia e che il 15 aprile rilancerà in una giornata di azione globale le sue tre parole d’ordine semplici e chiare: che i governi dicano la verità sullo stato del pianeta, che si impegnino a ridurre le emissioni allo zero netto entro il 2025 e che venga convocata un’assemblea dei cittadini per decidere democraticamente il da farsi. 
Tre fatti relativamente recenti, lo sciopero climatico, il rilancio della giusta transizione e del Green New Deal ed Extinction Rebellion che – accompagnati da atti concreti – possono dare a questo appuntamento del 15 marzo il senso di un rilancio di un movimento globale, plurale che da varie prospettive va diffondendosi. Il contesto è quello dettato dalla scienza, dall’ultimo rapporto dell’Ipcc reso noto a ridosso della Conferenza delle parti (Cop) Onu di Katowice in Polonia. Un rapporto che riafferma l’urgenza di misure drastiche per il contenimento dell’aumento della temperatura a 1,5 gradi e che la Cop non ha avuto la capacità e la determinazione politica di far proprio come cornice di riferimento per l’attuazione degli impegni presi alla Cop di Parigi di cinque anni fa. Vista dall’alto, un ennesimo fallimento. Visto dal basso da un’altra prospettiva il quadro cambia. Sulla spinta della resistenza di comunità alle grandi infrastrutture, e delle mobilitazioni e della pressione internazionale cresce infatti il numero di compagnie di assicurazioni istituzioni finanziarie e governi che decidono di disinvestire dalle attività di esplorazione e sfruttamento di combustibili fossili.
Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Indubbiamente la parte del leone la gioca il settore delle assicurazioni, seguito però da paesi come l’Irlanda, o da città come New York, seguita da Londra. Come in un ricorso storico, la campagna per il disinvestimento partì dai campus statunitensi e oggi il Climate Strike parte dalle scuole e dagli studenti.  Aumentano anche i casi di ricorso alla giustizia per condannare stati ed imprese per crimini ambientali connessi ai cambiamenti climatici: oltre 100 in vari paesi del mondo lo scorso anno, una strategia di uso creativo del diritto per riaffermare i diritti dei popoli e della natura. Su tutto ciò Blockadia, la comunità globale che nei territori di mezzo mondo, dal Salento alla Val Di Susa, dall’Inghilterra, al Canada all’Amazzonia, resiste all’avanzare della frontiera estrattivista, ultima riconfigurazione del modello capitalista. È un fattore da tenere sempre a mente, poiché senza un cambio radicale di sistema o come di diceva in passato, di paradigma, non sarà possibile alcuna soluzione autentica, reale, e giusta ai mutamenti climatici.

giovedì 14 marzo 2019

Un’alleanza contro l’estrattivismo per Madre Terra - Francesco Martone


Decarbonizzare l’economia va di pari passo con decarbonizzare il pensiero. Per contrapporsi alla “necropolitica” si deve connettere la questione dei cambiamenti climatici alle vertenze contro le grandi opere, legare le mobilitazioni del 15, del 23 marzo e del 15 aprile a una visione improntata sulla giustizia.

La scienza parla chiaro, mai più chiaro di così. A meno che la comunità internazionale non imprima un netto cambio di passo e decida una volta per tutte ad accelerare l’uscita dal circolo vizioso del petrolio e dei combustibili fossili, l’obiettivo minimo di contenimento dell’aumento della temperatura a 1.5 gradi centigradi resterà un’illusione. E con esso l’obiettivo di arrivare a zero emissioni nette di carbonio entro il 2050. Con buona pace di chi alla recente conferenza delle parti ONU sui Cambiamenti Climatici (COP) di Katowice – Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait – ha impedito che la comunità internazionale facesse proprie le raccomandazioni del rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) pubblicato poco prima, e determinasse i propri impegni sulla base dei dati scientifici in esso contenuti. Ed a detrimento di milioni di persone, uomini, donne che ne soffriranno le conseguenze in ogni parte del Pianeta. Giacchè il climate change, con i suoi effetti diffusi, ha stravolto le geografie tradizionali del potere e della distribuzione delle risorse. O meglio ne ha sovrapposta una alternativa, fatta di siccità, inondazioni, migrazioni forzate, carenza di acqua e cibo, oltre i confini tradizionali che vedevano il mondo diviso tra un Nord sordo ed un Sud nudo o denudato.
C’è chi si cimenta nel definire i contorni e le caratteristiche di quella che viene considerata da molti l’era dell’Antropocene, ossia della trasformazione della Terra ad opera dell’uomo. Chi si affanna a fissare la data alla quale far risalire l’inizio dell’Antropocene, immaginando che se la mano dell’uomo ha alterato la Terra può anche contribuire a mitigarne gli effetti con la tecnologia, facendo di necessità virtù. E chi invece più giustamente ricostruisce le responsabilità storiche dell’alterazione dei cicli naturali e climatici all’avanzata inesorabile del capitalismo, fondato sul mito della crescita economica illimitata e sulla liberalizzazione estrema del mercato e degli scambi commerciali. “Capitalocene”, per molti, è oggi il termine indicato per definire questa fase storica, termine che aiuta ad identificare le cause politiche e strutturali della crisi climatica, ossia nel modello dominante di sviluppo e in quella che Mark Fischer nel suo visionario “Realismo Capitalista” definisce una vera e propria Weltanschauung che caratterizza ogni aspetto del vivente. Se la leggiamo in questa chiave, la crisi climatica offre importanti spunti di elaborazione e pratica politica. Anzitutto politica, o forse ancor prima culturale, giacché sarà urgente uscire dalla trappola mentale che legge la questione esclusivamente in termini di emissioni di carbonio o gas serra.
Qualora si decidesse di affrontarla solo da questo punto di vista, il rischio è di giustificare soluzioni-tampone, di ripiego che non scalfiscono il paradigma, ma cercano di accomodarlo alle urgenze future o per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica. Pompare carbonio sotto terra, dislocare le emissioni sostenendo la protezione di foreste, o la piantumazione massiccia di alberi in terre lontane immaginate deserte, continuare a circoscrivere la transizione energetica al sostegno a combustibili quali il gas naturale o non convenzionali come quelli prodotti con il fracking, sono soluzioni che servono solo a rinviare ad libitum il momento nel quale praticare finalmente un  cambio radicale di paradigma.
Decarbonizzare l’economia va quindi di pari passo con la decarbonizzazione del pensiero, delle dottrine, delle politiche pubbliche e di quelle ambientali, e con la scelta di tenere i combustibili fossili sotto terra, per saper cogliere appieno la molteplicità dei valori e dei significati della cura della Madre Terra, sistema complesso del vivente.
Se poi inseriamo anche una categoria di analisi fondata su spazio e tempo si dipana davanti agli occhi un’altra serie di piste di analisi e di proposta politica. Anzitutto il “climate change” ridisegna nello spazio le geografie del potere e dell’esclusione, opera come un demiurgo che plasma e ridefinisce le relazioni tra i popoli, e tra l’umano e la Natura. Altera ecosistemi e paesaggi, territori e comunità, né più e né meno come il suo motore principale, l’estrattivismo, caratteristica prima di questa fase del capitalismo descritta nell’ultima recentissima fatica di Sandro Mezzadra e Bret Neilson “The politics of operations. Excavating contemporary capitalism”.  
Unica possibilità di contrasto all’estrattivismo appare essere quella di impedire l’estrazione di giacimenti ancora inesplorati e chiudere progressivamente le infrastrutture esistenti da subito. Così esisterebbero secondo uno studio della rivista Nature il 64% di possibilità di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Rinviare al 2030 i programmi di mitigazione, che prevedono appunto l’uscita dal fossile ridurrebbe notevolmente questa possibilità. Ed allora, la soluzione sarà quella di “Keep them in the ground” tenere i combustibili fossili sottoterra, senza estrarli, per indurre uno “shock” al sistema produttivo capace di imprimere la svolta necessaria. E per tenerli sottoterra, le pratiche sono plurali, dalla riduzione della domanda attraverso l’incentivo alle rinnovabili ed alla decarbonizzazione del sistema produttivo o al Green New Deal, alla riduzione dell’offerta attraverso la resistenza all’espansione della frontiera estrattivista o il disinvestimento nell’esplorazione e estrazione di combustibili fossili. O l’uso “creativo” del diritto per rimettere al centro la primazia dei diritti umani e del diritto dei popoli rispetto a quello del mercato e dell’economia.
Per contrapporsi, insomma, ad una nuova declinazione della “necropolitica”. Una politica che causa morte di ecosistemi e di popoli, della loro speranza presente e futura, a causa dei disastri ambientali connessi alo sfruttamento ed alle infrastrutture dei combustibili fossili ed agli eventi estremi causati dal climate change (alliuvioni, uragani, siccità) . Per una tragica coincidenza o fatalità, ad esempio, il disastro dello sversamento di greggio nel Golfo del Messico con i sui effetti persistenti sull’ecosistema marino e sugli ecosistemi delle comunità umane, può essere letto anche in connessione con quello arrecato da Katrina, con tutte le caratteristiche del caso. C’è però un’altra modalità con la quale la “necropolitica” attraversa l’oggetto del contendere. La maggior parte delle fonti energetiche fossili convenzionali e non oggi si trovano infatti in terre delicatissime dal punto di vista ecologico o abitate da comunità indigene o contadine, che si trovano a dover scontare non solo il costo sociale ed ambientale del climate change, ma anche le ricadute devastanti dell’espansione della frontiera estrattiva. E non solo in termini ambientali.
Non a caso, la stragrande maggioranza dei difensori e difensore della Madre Terra uccisa o minacciata, è rappresentata da chi si oppone alle grandi infrastrutture o all’avanzata del agribusiness o dell’estrazione di petrolio e affini. Un dato che va letto in termini di capacità rinnovata dei movimenti che “dal basso” resistono all’espansione delle infrastrutture e delle attività di estrazione di combustibili fossili, quella che Naomi Klein ha definito Blockadia. Una sorta di entità globale i cui cittadini sono coloro che mettono i loro corpi a difesa del clima e della terra, dal Salento come in Amazzonia, a Standing Rock come nelle foreste canadesi, nella foresta di Hambach in Germania sede di un presidio contro l’espansione della miniera di carbone di Ende Gelaende, di recente teatro di una forte repressione da parte della polizia tedesca. Così il circolo vizioso tra estrattivismo e climate change crea anche nuove geografie di repressione e di diniego progressivo degli spazi di agibilità democratica, evidenziando ancora una volta il nesso indissolubile tra clima e diritti umani.
A Parigi la Conferenza delle Parti ONU aveva riconosciuto questa stretta correlazione, ricordando che i cambiamenti climatici generano effetti devastanti sul godimento dei diritti umani fondamentali, e che ogni politica climatica dovrà essere centrata su un approccio fondato sui diritti umani, sulla lotta alla povertà, i diritti dei popoli indigeni, la partecipazione pubblica, l’eguaglianza di genere, la giustizia climatica ed intergenerazionale. Parole che alla Conferenza di Katowice sono rimaste tali, mentre per un paradosso, proprio coloro che oggi rischiano la vita per proteggere le foreste o resistere all’avanzata della frontiera estrattivista vengono riconosciuti – grazie alla loro conoscenza tradizionale – come attori rilevanti per l’adattamento e la mitigazione ai cambiamenti climatici.
Secondo alcune analisi svolte dal Rights and Resources Institute, ad esempio, le comunità indigene e locali che oggi gestiscono foreste e territori contribuiscono a immagazzinare 300,000 milioni di tonnellate di CO2, che quindi non vengono immesse nell’atmosfera. Una cifra pari a ben 33 volte le emissioni del settore energetico globale dal 2017. Dati che indicano l’urgenza di un’inversione di prospettiva non solo in termini di spazio e tempo, ma anche di “alto” e “basso”, oltre che di abbandono progressivo di una visione antropocentrica del mondo. Spazi e territori che non solo subiscono gli effetti fisici, politici, culturali e sociali dei cambiamenti climatici o delle infrastrutture dell’estrattivismo, ma che sempre più sono luoghi di resistenza e di pratiche alternative. Spazi e territori i quali, proprio come le generazioni future, non hanno mai avuto udienza nei fori ufficiali, nei negoziati internazionali, se non come omaggio al politicamente corretto.
Per questo è essenziale connettere la questione generale dei cambiamenti climatici e dell’estrattivismo alle vertenze e mobilitazioni dei movimenti italiani contro le grandi opere imposte e per la giustizia climatica che si sono dati appuntamento a Roma il 23 marzo prossimo per una grande manifestazione nazionale. Ed ecco perché la mite determinazione di una ragazza svedese, Greta Thunberg, il suo grido di accusa verso la società degli “adulti” incapace di consegnare alla sua generazione una Terra vivibile, oggi assume un significato unico nel suo genere. Giacché lei, ed i suoi coetanei e coetanee che scioperano ogni venerdì e che il 15 marzo prossimo scenderanno nelle piazze di mezzo mondo per i “Fridays for the future”, sono i soggetti incarnati di quella che nei negoziati internazionali è stata accettata sulla carta come giustizia intergenerazionale. Greta e le migliaia di ragazzi e ragazze che gridano alla società degli adulti, che decidono di prendersi carico della Madre Terra, che quegli adulti stanno loro consegnando in stato catatonico, spostano i termini del dibattito dal qui ed ora, inteso come urgenza di fare subito qualcosa, al futuro, alla sopravvivenza della specie e del Pianeta.
Affinché quest’ inedita capacità di mobilitazione non inneschi risposte equivoche da parte di chi ha il potere, visto che legittimamente non è nelle sue corde la critica radicale al potere ed al modello dominante, sarà necessario contestualizzarla nel quadro più ampio di mobilitazioni dal basso che da anni attraversano ogni angolo del pianeta. Giacché spesso –  si veda ad esempio in passato il caso di Live Aid, e della figura di BonoVox come paladino della lotta alla povertà –  è la modalità di mobilitazione ed il messaggio che prefigurano la risposta che alla stessa verrà data. Nel caso di BonoVox e Live Aid il capitalismo compassionevole e filantropico di Bill Gates. Nel nostro caso una sorta di Green Economy compatibile con il modello capitalista. L’assenza di critica radicale a quel modello  è anche uno dei rilievi mossi “da sinistra”, o per lo meno da una parte,  all’altro importante fenomeno di mobilitazione popolare sul tema del climate change, quello di Extinction Rebellion, nato in Inghilterra ed ora in crescita in ogni parte del mondo, Italia inclusa, e che chiamerà alla mobilitazione globale il prossimo 15 aprile.  Anch’esso come i Fridays for the Future parla di un futuro a rischio, dell’urgenza di evitare ora e subito l’estinzione futura, facendo leva su messaggi non rassicuranti ma, anzi, quasi apocalittici. Attraverso le pratiche della disobbedienza civile e dell’azione diretta vengono articolate tre parole d’ordine semplici e chiare: che i governi dicano la verità sullo stato del pianeta, che si impegnino a ridurre le emissioni allo zero netto entro il 2025 e che si convochi un’assemblea dei cittadini per decidere democraticamente il da farsi. 
E’ interessante notare che anche in quello che pareva il monolite del modello capitalista si stanno aprendo crepe importanti. Da chi decide di decarbonizzare i propri cicli produttivi, a chi decide di disinvestire dal fossile. Questo è forse il dato più rilevante che illustra un cambiamento radicale di rotta nel settore finanziario, e soprattutto quello assicurativo.  Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Indubbiamente la parte del leone la gioca il settore delle assicurazioni, seguito però da paesi come l’Irlanda, o la Nuova Zelanda, o da città come New York, Londra. Di recente dal fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo con un valore di un trilione di dollari, alimentato dalle rendite petrolifere de giacimenti del Mar del Nord ha deciso di disinvestire dal fossile, escludendo però multinazionali quali la Shell o la BP, per sostenere la loro transizione verso le rinnovabili. Fatto sta che Shell e BP assieme ad altre imprese petrolifere si sono aggiudicate nuovi permessi di estrazione nel Mar Artico norvegese, mentre la Norvegia aumenta i suoi fondi per la protezione delle foreste tropicali per mitigare le sue emissioni. A suo tempo alcune associazioni ambientaliste provarono a portare in giudizio il governo norvegese per violazione dei diritti delle generazioni future a vivere in un ambiente sano, perdendo a causa. Centinaia di altri casi di “litigation” si sono però susseguiti nel corso degli anni con l’obiettivo di  condannare stati ed imprese per crimini ambientali connessi ai cambiamenti climatici.
Last, but not least,  il dibattito sul Green New Deal che sta prendendo quota negli Stati Uniti grazie all’iniziativa di un’altra donna, Alexandra Ocasio-Lopez che ha voluto così caratterizzare il suo mandato al Congresso, coniugando una forte matrice socialista con un approccio ecologista, che potremmo definire eco-laburista. Un Green New Deal che prevede la transizione giusta verso l’economia decarbonizzata, grosso modo quel che i sindacati globali chiedono da anni ormai ai governi che ritualmente si incontrano alla Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici per fare il punto sullo stato di salute del pianeta e mettere a punto strategie di azione. E che oggi torna con forza nelle agende politiche non solo di oltre oceano ma anche nel percorso verso le prossime elezioni europee. Sul Green New Deal ci sarà molto da approfondire, come già evidenziato dall’interessante dibattito che si è sviluppato negli States e che ha messo d’accordo centinaia di organizzazioni ed associazioni che in questa proposta hanno trovato finalmente il grimaldello che potrebbe scardinare l’ostinata resistenza delle lobby petrolifere ora rappresentate dall’amministrazione Trump di avviarsi verso l’abbandono del fossile.     
Non si parte quindi da zero. I “Fridays for the future” non nascono dal nulla, ma si innestano su uno scenario in continuo movimento, pieno di contraddizioni, ma anche di opportunità. E per saper cogliere quelle opportunità, per insinuarsi in quelle contraddizioni, sarà necessario connettere le mobilitazioni del 15 e del 23 marzo e quelle del 15 aprile ad una visione diversa della questione climatica, improntata sulla giustizia, sul superamento del modello capitalista estrattivista, sul ruolo centrale delle comunità e dei movimenti che resistono e creano alternativa, sulla decarbonizzazione dell’economia e delle menti, e sul superamento dell’antropocentrismo. Ce lo chiede la Madre Terra, e ce lo chiedono con forza le generazioni a venire.

sabato 29 luglio 2017

La guerra invisibile a chi difende la Terra - Francesco Martone

In un suo splendido editoriale sull’ultimo numero della rivista “liberal” statunitense Harper’s la scrittrice ed attivista Rebecca Solnit si cimenta con il tema dello spazio. Spazio fisico di agibilità, e spazio immateriale di compressione dei diritti. Tutto il potere, dice, “può essere inteso in termini di spazi. Spazi fisici, come anche le economie, le conversazioni, la politica – tutto può essere inteso come aree occupate inegualmente. Una mappa di questi territori costituirebbe una mappa del potere e dello status. Chi ha di più e chi ha di meno“, ed il “dominio dello spazio e del territorio da parte di chi ha potere può essere chiamato violenza strutturale”. La teoria basagliana definiva questa violenza strutturale come “crimine di pace”, altri la chiamano semplicemente, “necropolitica” termine coniato dal sociologo africano Achille Mbembe assieme a quello di “biopotere” .

Le cifre sono impressionanti: almeno 200 difensori (uomini e donne) sono stati uccisi lo scorso anno, in 24 paesi. Una scia di sangue che si allarga a macchia d’olio, i paesi dove Global Witness aveva registrato omicidi nel 2015 erano 16. Oggi in testa è il Brasile, seguito dall’Honduras, dal Nicaragua, dalle Filippine, la Colombia, l’India, e la Repubblica Democratica del Congo. Il Brasile del grande latifondo e dei mega-progetti di sviluppo del governo Temer, l’Honduras di Berta Caceres e del COPINH – la figlia Bertita di recente oggetto di minacce di morte mentre il governo annunciava la chiusura del contestatissimo progetto idroelettrico di Agua Zarca. Le Filippine di Duterte, o la Colombia dove dopo la firma dell’accordo di pace tra governo e FARC, e lo smantellamento della presenza delle FARC nei territori da loro controllati, si è scatenata una caccia agli attivisti e leader comunitari da parte di formazioni “neo-paramilitari”. Una maniera di “ripulire” il territorio per permettere poi alle imprese del settore estrattivo di fare i loro affari sporchi.
Il rapporto di Global Witness ci dice che il settore minerario è quello più macchiato del sangue degli attivisti uccisi lo scorso anno, 40% dei quali erano uomini e donne indigene. Il 60% dei 200 omicidi è stato registrato proprio in America Latina. E le responsabilità vanno attribuite direttamente o indirettamente agli apparati dello stato o della sicurezza, a formazioni non statali, pistoleros, o forze di sicurezza collegate alle imprese. Il numero però potrebbe essere assai maggiore, visto che secondo quanto registrato dall’Atlante per i Conflitti Ambientali (EJAtlas) almeno 2000 sono i conflitti sulla terra nel mondo. E poi molti di questi omicidi non sono stati denunciati o semplicemente derubricati a fatti di criminalità comune. Per non parlare poi della crescente criminalizzazione dei movimenti sociali e ambientali, non solo nel cosiddetto “Mondo di Maggioranza” ma anche in quello di “Minoranza” il ricco ed opulento “Nord”. Uno su tutti il caso della resistenza contro la Dakota Access Pipeline a Standing Rock. Allora risulta evidente che questo spazio che si restringe ha a che vedere con il modello di sviluppo, con i modelli di consumo e estrazione di valore dalla terra. È pertanto uno spazio “politico” di rivendicazione e di conflitto, dove chi ha il monopolio dell’uso della forza, armata o non, prevarica, comprime, marginalizza, uccide.

Questo nel cosiddetto “Sud”. E a parte il caso di Standing Rock che accade altrove, nel nostro “Nord” che si erge a paladino dei diritti umani e della democrazia? Turchia, Egitto ma anche Polonia, Ungheria per fare qualche esempio? Non ci si faccia illusioni: esiste a livello globale una guerra del potere contro la società civile, contro i cittadini e cittadine che si organizzano, si attivano, chiedono libertà e giustizia, rispetto dei diritti e protezione della terra.
Ad aprile di quest’anno CIVICUS ha reso noti i dati raccolti nel corso del 2016. La loro pubblicazione ha un titolo eloquente “People Power under Attack” (il potere del popolo sotto attacco).
Secondo CIVICUS, solo il tre percento della popolazione mondiale vive in paesi dove lo spazio di agibilità ed iniziativa “civica” può considerarsi “aperto”. Sono ben 106 i paesi dove chi si mobilita pacificamente rischia la galera, la morte o la repressione. Dei 195 paesi monitorati da CIVICUS in 20 lo spazio di agibilità è chiuso, represso in 35, ristretto in 63, ed “aperto” in solo 26. Oltre sei miliardi di persone vivono in paesi dove l’agibilità politica e civica è chiusa, repressa o ostruita.
I dati di CIVICUS rivelano con chiarezza la responsabilità degli apparati di stato nell’assalto sistematico a chi, individui o movimenti, critichi l’autorità, svolga attività di monitoraggio dei diritti umani, o rivendichi i proprio diritti sociali ed economici. Il più recente rapporto sullo stato della società civile nel mondo sempre a cura di CIVICUS, va oltre ed identifica nella crescita del populismo e dell’estremismo sciovinista una delle cause dell’aumento della sfiducia verso la società civile, pretesto per attacchi allo spazio di agibilità civica.
E l’Italia? Secondo il rapporto di CIVICUS lo spazio di agibilità ed iniziativa “civica” in Italia si è “ristretto” e tende verso il livello di “ostruzione”, ben lontano dagli standard di “spazio civico aperto” di altri paesi membri della Unione Europea. Altri paesi dove si registra una “restrizione” dello spazio di agibilità sono gli Stati Uniti, il Canada, Cile, Argentina, Spagna, Francia, Corea del Sud, Giappone, Sudafrica, Australia, Zimbabwe oltre ad altri paesi africani.
In realtà, la recente campagna di criminalizzazione delle organizzazioni non governative e della società civile che fanno soccorso in mare, o solidarietà con migranti e rifugiati sarebbe solo una manifestazione parossistica di un “trend” che si sta insinuando anche nel nostro paese. Dalla criminalizzazione delle proteste dei comitati per la protezione dell’ambiente, alle minacce a giornalisti o avvocati da parte della criminalità organizzata, anche nel nostro paese iniziano a palesarsi i sintomi di una dinamica preoccupante.

Sempre CIVICUS, che assieme a Civil Society Europe ubblicherà in autunno uno studio dettagliato paese per paese, Italia inclusa, nel nostro paese nella prima metà del 2016 le principali libertà civili di associazione, riunione ed espressioni sono generalmente rispettate, ma sussistono alcune problematiche. Dalla discrezionalità nelle operazioni di ordine pubblico, all’uso eccessivo della forza in occasione di proteste di piazza. Occasionalmente difensori e difensore dei diritti umani soffrono minacce e intimidazioni. Nella prima metà del 2016 inoltre sono state registrate ben 221 violazioni del diritto alla libertà di espressione, una situazione ulteriormente aggravata da casi di intimidazione verso giornalisti.
Per tutto questo oggi proteggere i difensori della terra, dell’ambiente, dei diritti umani è un compito urgente, una sfida essenziale anche per la politica e per il settore privato, oltre che per la società civile nel nostro paese, già impegnata nella rete In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende, e più di recente con la campagna “Coraggio” di Amnesty International. Il prossimo anno l’Italia presiederà l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea) che attribuisce grande rilevanza al tema dei difensori dei diritti umani nei suoi paesi membri, tra cui vanno annoverati seppur con modalità diverse, paesi come la Turchia, l’Egitto, la Polonia, o l’Ungheria. E non solo, il 2018 marcherà il 20esimo anniversario della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani occasione imperdibile per rilanciare con forza il tema della difesa dei difensori dei diritti umani e della tutela degli spazi di agibilità “civica” chiedendo al governo, al Parlamento ed agli enti locali uno sforzo collettivo per questa importante campagna di civiltà politica e sociale.
(Articolo pubblicato anche sull’ huffingtonpost.it - tratto da http://comune-info.net)