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venerdì 2 ottobre 2026

Burkina Faso: l’oro non parte più, Traoré spezza le catene coloniali


Il Capitano inaugura la raffineria di Stato e lancia la sfida all'Occidente: "Vogliamo l'intera filiera sul posto". Un passo decisivo verso la sovranità economica sognata da Thomas Sankara

Ouagadougou, 29 settembre 2026. La data in cui la terra di Thomas Sankara ha smesso di regalare il proprio futuro. Per decenni l’oro del Burkina Faso è partito sotto forma di lingotti grezzi, lasciando dietro di sé solo polvere, miseria e promesse mai mantenute. Il sottosuolo veniva svuotato, ma la ricchezza vera finiva altrove. In un classico schema neocolonialista. Oggi, quel meccanismo di spoliazione coloniale si è spezzato. 

Il Presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha tagliato il nastro di RAFFINOR-BF, la prima raffineria d’oro del Paese. Non è un semplice impianto industriale. È una dichiarazione di guerra economica al vecchio ordine mondiale, la materializzazione di quella sovranità che Sankara sognava e che Traoré sta imponendo nonostante le manovre ostili delle vecchie potrenze colonialiste, Francia in testa.
 
L’opera, voluta dallo Stato attraverso la Società nazionale delle sostanze preziose (SONASP) e sostenuta da investimenti privati, è costata oltre 11 miliardi di franchi CFA. I numeri parlano di una capacità iniziale di 164 tonnellate l’anno, che salirà a 515 nella seconda fase. Ma i numeri, da soli, non raccontano la rivoluzione. A contare sono le oltre cento assunzioni dirette, i cinquemila posti di lavoro indiretti e, soprattutto, la purezza al 99,99% dell’oro in uscita, certificato con lo standard internazionale "Good Delivery". L'oro prodotto in Burkina, d'ora in poi, viene raffinato in Burkina. Quella che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia, ieri è diventata crealtà. Il ministro delle Miniere, Yacouba Zabré Gouba, leggendo il pensiero del Capo dello Stato, ha usato parole che decisamente eloquenti: «Per troppo tempo il sudore dei nostri lavoratori e le ricchezze del nostro sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci dicevano che non avevamo la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le nostre ricchezze. Oggi spezziamo questo anello di dipendenza. Il nostro oro non servirà più a costruire la fortuna degli altri mentre il nostro popolo resta nel bisogno».

È la quintessenza della Rivoluzione Popolare e Progressista. Ogni grammo estratto deve servire a costruire scuole, ospedali, strade e competenze. Ma Traoré non si limita a nazionalizzare le risorse, le mette al servizio di una visione geopolitica chiara. La nuova raffineria permetterà di tracciare l'oro, chiudere i rubinetti del contrabbando e del riciclaggio di capitali, togliendo il controllo delle risorse dalle mani delle multinazionali e dei trafficanti.

Il Capitano, durante la cerimonia, non ha usato giri di parole. Il suo discorso è un manifesto di autodeterminazione africana: «L’inaugurazione di questa fabbrica è un simbolo forte. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima all'estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto». 

E guardando dritto negli occhi chi, in questi anni, ha cercato di ostacolare la sua marcia, Traoré ha lanciato un messaggio che sa di sfida aperta: «Tutto ciò che è industria estrattiva, vogliamo averne l'intera catena del valore qui. Iniziamo con l'oro, ma c'è molto altro nel nostro sottosuolo. Vogliamo padroneggiare tutto, fino all'ultimo dettaglio. È l'occasione per invitare anche la gioventù a mettersi in gioco, a imparare, a padroneggiare l'intera filiera mineraria».

La strada della sovranità è sempre costellata di detrattori e ostacoli. Ma il leader burkinabè ha mostrato di non curarsi delle critiche provenienti da chi vorrebbe il Paese ancora fermo al ruolo di cava a cielo aperto. Con il tono ruvido e deciso che lo contraddistingue, ha liquidato gli scettici: «Non molto tempo fa dicevo che ci sono persone che qualifico come scarti della società. Continueranno a parlare. Lasciateli fare e continuiamo ad andare avanti. Questa è la cosa più importante. Non ascoltateli, avanziamo! La fabbrica è concreto. Questo è ciò che conta. Rimanete concentrati, rimanete focalizzati».

RAFFINOR-BF non è solo un hub industriale per l'Africa occidentale. È la prova che un'altra Africa è possibile. Un'Africa che non chiede il permesso per essere padrona a casa propria. Thomas Sankara diceva che l'imperialismo si nutre delle nostre materie prime. Ieri, a Ouagadougou, Ibrahim Traoré gli ha tolto il nutrimento. L'oro ora resta in patria. E con esso, la dignità di un popolo che ha deciso di non essere più la miniera di nessuno.


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giovedì 3 settembre 2026

L’Italia è la porta d’ingresso dell’oro extra-europeo, ma sui controlli è ferma dal 2021 - Valentina Neri

In breve

  • Dal 2021 le aziende che importano oro nell’Ue devono verificare che non provenga da zone di conflitto; l’Italia doveva vigilare tramite il ministero delle Imprese.
  • In cinque anni le ispezioni e le sanzioni sono state zero, e la Eu Whitelist delle raffinerie certificate non è mai stata istituita.
  • L’Italia è la prima porta d’ingresso dell’oro extra-Ue (707 tonnellate, 41% del totale europeo), spesso raffinato a Dubai e in Svizzera, dove la tracciabilità si interrompe.

A partire dal 2021 le aziende che importano oro, stagno, tantalio e tungsteno nell’Unione europea devono accertarsi che questi metalli non provengano da zone di conflitto o ad alto rischio. Lo dice a chiare lettere un regolamento europeo. Gli Stati membri sono tenuti a vigilare, ma l’Italia non lo fa. In questi cinque anni non c’è traccia di ispezioni e sanzioni.

È il duro atto d’accusa lanciato dall’organizzazione ambientalista Greenpeace attraverso un’inchiesta pubblicata il 19 giugno 2026. La posta in gioco è alta, visto che la domanda di oro è in crescita e proprio dall’Italia passa quasi la metà delle importazioni dai Paesi extra-europei.

Il regolamento europeo sulla tracciabilità dell’oro è rimasto sulla carta

Secondo il regolamento, ogni azienda che importa almeno 100 kg di oro l’anno deve individuare i rischi di violazioni dei diritti umani nella propria catena di fornitura e intervenire per limitarli. Il che significa, per esempio, interrompere gli acquisti da fornitori sospettati di trattare oro di provenienza illegale. Agli Stati membri spetta il compito di vigilare. L’Italia, come previsto, ha scelto l’autorità competente: si tratta del ministero delle Imprese e del made in Italy. Ma lì si è fermata. A gennaio di quest’anno Greenpeace Italia ha inviato una richiesta di accesso agli atti per conoscere il numero di ispezioni e sanzioni in questi cinque anni. La risposta? Zero. «A causa di impedimenti meramente amministrativi», ci tiene a chiarire il ministero. 

A rendere ancora più debole il regolamento c’è il fatto che anche la Commissione europea è in ritardo. Il testo le chiede infatti di istituire una Eu Whitelist, una lista degli impianti di fusione e raffinazione in tutto il mondo che rispettano gli standard richiesti. Uno strumento che per le imprese sarebbe prezioso, perché permetterebbe loro di acquistare da operatori già verificati senza dover ricostruire ogni volta l’intera filiera. Ma la Eu Whitelist, ha accertato Greenpace, ancora non esiste. Eppure, dall’entrata in applicazione del regolamento sono passati cinque anni.

Passa dall’Italia quasi la metà delle importazioni di oro extra-europeo

Ci si aspetterebbe maggiore attenzione da un Paese che è il principale punto d’accesso per l’oro extra-europeo. L’Italia, infatti, tra il 2021 e il 2025 ha importato quasi mille tonnellate d’oro, per un valore complessivo di 39 miliardi di euro. L’assoluta maggioranza, 707 tonnellate, proviene da Paesi al di fuori dell’Unione europea: si tratta del 41% del totale europeo. La Germania segue con 557 tonnellate, il 31% del totale. Nel 2025 addirittura il 49% dell’oro entrato nei confini dell’Unione da Paesi terzi è transitato nel nostro Paese, per un volume di 148 tonnellate.

Ma quali sono questi Paesi terzi? Le importazioni dal Brasile sono crollate a seguito delle inchieste internazionali sulla deforestazione e sulle violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni. L’Italia ha comprato 14,3 tonnellate di oro brasiliano nel periodo considerato, passando però dalle 8,6 tonnellate del 2021 ai 194 kg del 2025. Nell’ultimo anno il principale partner commerciale del nostro Paese sono gli Stati Uniti, da cui proviene un terzo dell’oro extra-europeo (48 tonnellate). Sugli altri due gradini del podio si trovano Svizzera (31 tonnellate) ed Emirati Arabi Uniti (25 tonnellate).

I punti di domanda sulla provenienza dell’oro raffinato a Dubai e in Svizzera

Non sono due Paesi qualsiasi. Le raffinerie di Dubai – ha rivelato la fondazione umanitaria Swissaid – lavorano quasi la metà dell’oro estratto dalle miniere africane. Compreso quello di contrabbando. Nel solo 2022 gli Emirati Arabi Uniti hanno importato 405 tonnellate di oro che non risultava dichiarato all’esportazione nei Paesi africani di origine. Da lì viene esportato anche in Svizzera, che ospita alcune delle maggiori raffinerie del mondo e rappresenta uno dei principali hub del commercio aurifero. È in questi passaggi di fusione, lavorazione e certificazione che la tracciabilità rischia di interrompersi.

Seguendo questi passaggi, avverte Swissaid, anche oro estratto illegalmente o proveniente da aree di conflitto finisce per essere commercializzato come “oro riciclato“, un’etichetta che in teoria dovrebbe indicare il metallo recuperato da gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici. E l’Italia rischia di importarlo senza saperlo, perché non ha ancora messo in campo gli strumenti di controllo che sarebbero obbligatori per legge.

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sabato 12 aprile 2025

Riparte la corsa all’oro. Il business illegale devasta l’Amazzonia - Giulio Cavalli

  

Mentre nei caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore. Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste, contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.

Dal 2018 al 2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio 2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area deforestata è raddoppiata in un anno.

Il processo è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il 2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.

Un sistema perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità

L’oro estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.

Il terminale più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel 2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come “riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.

Le autorità elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa “neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.

Quando la finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena

Anche l’Europa ha le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace di fronte all’ecocidio in corso.

Il mercato dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia. Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.

Il vertice mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.

Per ora, tra le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.

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sabato 27 aprile 2024

La Rinconada, la città estrema oltre le nuvole – Marta Zelioli

 

C’è un posto dove si vive letteralmente sopra le nuvole, a 5100 metri sul livello del mare. Descritto in questo modo potrebbe sembrare un luogo da sogno, da visitare assolutamente, poiché caratteristico e senza eguali. Le cose non stanno esattamente così (anche se, effettivamente, per essere caratteristico lo è), quindi prima di prepararvi per cercare in rete un albergo – che peraltro non esiste – e pensare a souvenir e calamite, mettetevi comodi e continuate a leggere.

 

La località in questione è considerata la più vicina allo spazio. Lì, terra e nuvole si fondono, l’atmosfera si assottiglia notevolmente, gli abitanti vivono con il 50% di ossigeno rispetto alla norma e la città è 300 metri più alta del Monte Bianco. Chi è nato in questo posto – oppure chi ha deciso di trasferirvisi – ha subìto delle vere e proprie modifiche a livello corporeo e produce il doppio delle cellule del sangue rispetto a chi abita in altri luoghi.

Questa città è nota come “la più pericolosa al mondo”, ha un aspetto triste e cupo, molto roccioso, poiché nemmeno gli alberi riescono a sopravvivere. Essendo così in disparte rispetto al resto del mondo, a farla da padroni sono la criminalità e ogni tipo di pericolo. La città in questione è La Rinconada, si trova sulle Ande peruviane, per la precisione nella regione di Puno. Vi si è avventurato uno youtuber turco, Ruhi Çenet, e ha fatto un piccolo reportage per mostrare, per sommi capi, qual è la vita in questo posto dimenticato.

Per quale motivo una persona dovrebbe pensare di andare a vivere, se non per uno smodato senso di autolesionismo, a La Rinconada? Il trasferimento viene azzardato da chi desidera andare in cerca dell’oro, oppure per fuggire alla legge. Sì, perché a La Rinconada vi sono delle miniere, gestite ovviamente da gruppi criminali, e la gente vi si reca spontaneamente pensando di poter fare fortuna. Quindi, a condurre le persone in questo terribile luogo è uno dei sette peccati capitali: l’avidità.

Più selvaggia del selvaggio West

La Rinconada si trova a sei ore di distanza da Puno e a due ore da Putina. In queste città si possono prendere dei combis (si tratta di minibus) per raggiungere la cima del mondo. Anche arrivare non è semplice, poiché con il passare dei chilometri le strade si fanno sempre più malandate e spesso, proprio percorrendo il tragitto, si è vittima di incidenti stradali. Sono infatti assenti le protezioni a bordo strada e i bus precipitano letteralmente giù dalla montagna.

 

Questo assurdo e maledetto ‘pellegrinaggio’ ha avuto inizio quasi 40 anni fa, quando gruppi criminali si sono spostati e hanno portato con sé dei minatori disperati e speranzosi di poter fare fortuna. Voler visitare La Rinconada può significare sparire nel nulla, non esiste infatti alcun registro in cui viene segnalata la vostra presenza quando siete lì. L’accostamento con la citazione di Dante – “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” – è dunque quanto mai azzeccata. Il suo soprannome, in fondo, è “il paradiso del Diavolo”.

Se quanto appena narrato non dovesse bastarvi, se doveste avere la mala pensata di andare a visitare La Rinconada, forse attratti proprio da quest’aura misteriosa e disgraziata al tempo stesso, tenete presente che dovreste portare con voi una bombola di ossigeno per consentire al vostro corpo di abituarsi gradualmente al severo cambio di altitudine. 

In caso contrario, sarebbe molto rischioso raggiungere la vetta. Si andrebbe incontro al mal di montagna, con sintomi come emicrania, nausea, vertigini. Fondamentale, inoltre, è bere molto, poiché è importante mantenersi idratati. Ma non acqua del luogo (anche lì c’è la fregatura), quella è contaminata. Come antidoto, gli abitanti del posto propongono ai turisti le foglie di coca per poter rilassare il corpo e consentirgli di abituarsi alla differenza di altitudine e combattere quindi il mal di montagna. Un classico rimedio della nonna, insomma.

La Rinconada, “il paradiso del Diavolo”

La Rinconada è una sorta di vecchio West, la gente viene qui per un’unica ragione, come già detto, quella di trovare l’oro tramite le miniere. Del resto, in America Latina la caccia al prezioso metallo è sempre stata molto sentita, a partire dagli antichi Aztechi, passando per gli Inca, che per questo motivo schiavizzavano intere popolazioni: l’avidità che percorre i secoli. La montagna è controllata dalla Corporación Minera Ananea, che subaffitta il territorio a dei gruppi illegali.

 

Le persone vivono in baracche di metallo senza finestre. Le temperature non sono affatto miti, vista la sua altezza, infatti, fa piuttosto freddo. La notte si arriva anche a dei cali fino a -10 gradi, le estati durano poco, gli inverni anche, brevi e nevosi, ma si tratta di un luogo freddo e coperto per tutto l’anno. All’interno della miniera le temperature scendono anche a -20. Nonostante lo stile di vita sia proibitivo, la gente che vi abita ha dichiarato che chi sopravvive non è chi è dotato di un fisico resistente, ma colui che è più forte mentalmente, perché la pressione psicologica è molto più dannosa del resto, che è tutto dire.

Prodotti chimici mortali come il cianuro e il mercurio, che servono per lavorare l’oro, hanno avvelenato il suolo e l’acqua agricola. L’unica fonte di acqua potabile della città proviene dai laghi e questi sono contaminati a loro volta dal mercurio. I bambini giocano fino a tardi per le strade, hanno a disposizione sia la scuola primaria che secondaria. Per proseguire eventualmente il loro percorso di studi, poi, l’unica possibilità è trasferirsi altrove, oppure rimanere lì e lavorare nelle miniere.

A causa della corsa all’oro, al momento gli abitanti sono saliti a 50mila (numeri non ufficiali, non essendoci un censimento). Come se non bastasse, tutte queste persone depositano in mezzo alla strada i loro rifiuti creando un ambiente ulteriormente tossico, in quanto il governo non offre loro alcun servizio di smaltimento dell’immondizia. Per le vie della città sono presenti letteralmente delle montagne di pattume, una discarica a cielo aperto. Non va meglio per quanto riguarda le fogne, che sono a loro volta assenti, e le acque di scarico scorrono per le strade. Ovviamente la vita media è molto bassa: 35 anni di età. In realtà, ci si stupisce di come arrivino così lontano.

Chi vi rimane a vivere, muore a causa di malattie polmonari e infezioni respiratorie che col tempo corrodono il sistema nervoso, portando a deformazioni e a perdita di memoria, per poi far sopraggiungere paralisi e morte. E se non sei abbastanza fortunato da morire di “vecchiaia”, gli abitanti hanno dichiarato che ogni due settimane scompare qualcuno. Nel nulla.

Tra superstizione e criminalità

A troneggiare in cima alla città mineraria vi è la bella addormentata (Bella Durmiente), una montagna così chiamata perché, guardandola con attenzione, si può intuire il profilo di una donna che riposa. Per questo motivo nelle miniere non vi possono lavorare le donne, perché la leggenda dice che lei ne sarebbe gelosa e potrebbe arrabbiarsi tanto da provocare dei terremoti. La popolazione femminile quindi si arrangia cercando l’oro nelle rocce gettate fuori dalla miniera, sperando di raccogliere qualcosa tramite gli scarti.

 

Si possono notare queste piccole figure vagare intorno alle miniere nel tentativo di recuperare qualcosa in questo modo: con dei martelli spaccano le pietre e cercano di racimolare dei minerali utili. Si chiamano pallaqueras, che dal quechua significa pallay, “raccogliere da terra”.

Per rendere il tutto ancor più pittoresco, la superstizione la fa da padrona: non solo alle donne è proibito lavorare per quanto dichiarato poc’anzi, vi è anche il rischio di essere uccisi e sacrificati alla terra. Questo viene definito il “pago“, o meglio “pago a la tierra”. Si viene letteralmente seppelliti vivi dentro la miniera, una donazione alla montagna per poter trovare l’oro. Si tratta di un rituale Inca per soddisfare la Pachamama, Madre Natura, che deve essere nutrita.

I minatori non hanno naturalmente alcuna tutela e rischiano la vita molto di frequente. E quando uno di questi muore, la famiglia viene risarcita con 600 dollari. Incidenti come esplosioni e avvelenamenti da gas avvengono 25 volte più di frequente rispetto ai Paesi avanzati, ovviamente, sembra anche assurdo a questo punto specificarlo, non esiste alcun tipo di assicurazione e di pensione. Il loro sistema di lavoro peraltro è obsoleto, si chiama “Cachorreo” e consiste nell’avere un giorno a disposizione per cercare l’oro a fini personali, mentre il resto del mese lavorano gratis per l’azienda proprietaria del giacimento. Indubbiamente un affarone…

La Rinconada e i pericoli della notte

L’elettricità in città è disponibile solo in alcuni punti, nei luoghi dove non vi è luce non è consigliabile avventurarsi. Le discoteche e i bar notturni sono pericolosissimi, in città è molto diffuso il traffico di esseri umani e naturalmente la prostituzione minorile. Vengono sfruttate circa 2500 ragazzine, che si fanno pagare due dollari per soddisfare i minatori. Non è nemmeno presente una prigione, non avrebbe senso, la legge tradizionale non esiste.

 

Come unico luogo di cura vi è una clinica molto piccola, di sole due stanze. In modo del tutto inaspettato in questo luogo di perdizione vi sono molti campi da calcetto, incredibilmente ben tenuti fra l’altro. Questa è la loro unica distrazione sana e fa quasi sorridere pensare a come il calcio sia arrivato anche fin là sopra.

A La Rinconada è molto frequente subire furti, poiché la gente porta con sé l’oro. D’altronde non vi sono delle banche disponibili. In compenso, logicamente, è pieno di negozi ‘Compro Oro’. In particolare, sono pericolosi quei luoghi da loro definiti “cantinas”, dove si ritrovano per bere e se si è ubriachi si corre il serio rischio che qualcuno si approfitti della poca lucidità e che si venga quindi facilmente aggrediti.

Nelle zone più critiche, dove non vogliono che si avvicinino degli estranei, sono presenti i ronderos, delle guardie selezionate dallo stesso villaggio. Questa è la loro unica legge. Sono persone molto rispettate, hanno l’autorità di poter fare quello che vogliono: punirti, picchiarti e (perché no?) torturarti. Perfino uccidere se si fanno prendere la mano.

Naturalmente, se non sei di lì rischi ancora di più. Molti turisti inconsapevoli sono arrivati in zone vietate e non si è più saputo nulla di loro. La loro scomparsa viene coperta con le scuse più banali, come l’essere caduti in un dirupo o qualche aggressione animale. In realtà, la gente del posto sa che sono intervenuti i ronderos con la loro giustizia sommaria. In alcune zone dove sono presenti questi guardiani non entra nemmeno la polizia, che secondo quanto descritto esiste a scopo puramente decorativo e comunque, anche se volesse agire, sarebbe in netta minoranza rispetto ai criminali e avrebbe sicuramente la peggio.

La Rinconada non è solo un ambiente malsano, dove accade di tutto e dove qualsiasi tipo di nefandezza è la regola: rapine, stupri, torture, omicidi, violenza di ogni tipo e sacrifici umani. La ricerca spasmodica dell’oro ha anche portato a uccidere la stessa terra dove vivono, che cercano di omaggiare, paradossalmente, tramite i loro antichi rituali.

Un posto maledetto, senza pace e consolazione alcuna, dove domina incontrastata l’avidità che è in grado di portare solo morte e distruzione. Un circolo senza fine di brutti vizi che si rincorrono, nonostante tutti siano pienamente consapevoli di quello a cui vanno incontro, il luogo continua a vedere un riciclo continuo di presenze, il desiderio di ricchezza è più forte di qualunque altro. Forse, un giorno, la Bella Addormentata deciderà davvero di svegliarsi e di scuotersi di dosso tutto questo orrore.

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martedì 22 febbraio 2022

Amazzonia, l’oro estratto illegalmente: “Venduto a un’azienda italiana” - Umberto Verdat

 

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha lanciato un piano per espandere l’estrazione dell’oro in Amazzonia, in linea con la sua politica di sfruttamento economico dell’area tropicale più grande del mondo. Con questa misura, il presidente dà ulteriore impulso all’attività mineraria nella regione, che causa deforestazione, inquinamento e attacchi alle popolazioni indigene circostanti.

Bolsonaro ha firmato un decreto che crea un programma per sostenere l’estrazione mineraria artigianale, un’attività controversa conosciuta come “garimpo”.

Estrazione illegale

L’estrazione mineraria artigianale è legale in Brasile, a patto che i minatori abbiano le licenze ambientali appropriate e l’autorizzazione a estrarre specifici pezzi di terra. In pratica, però, molte operazioni non rispettano i regolamenti.

Almeno 220 miniere che hanno registrato la produzione di oro nel 2019 e 2020 semplicemente non esistono. O meglio, esistono solo formalmente: sono autorizzati a operare e a vendere il minerale, ma chiunque cerchi di visitarli troverà solo foresta chiusa e nessun segno di intervento umano. Si tratta delle cosiddette “miniere fantasma”, utilizzate per coprire l’origine del metallo estratto clandestinamente e che si diffondono in tutto il paese beneficiando della mancanza d’ispezione da parte dell’Agenzia Nazionale delle Miniere.

Quando un minatore invade una terra indigena o un’unità di conservazione ambientale, può mettere sul mercato l’oro estratto solo se ne camuffa l’origine. È in questo schema che entrano le “miniere fantasma”, registrando il minerale delle miniere illegali come produzione propria.

Uno studio della ONG Instituto Escolhas, pubblicato la settimana scorsa, dice che: “I garimpos sono una delle principali minacce per la foresta amazzonica e i suoi popoli, e sono ben lungi dall’operare su scala artigianale o rudimentale, poiché lo fanno come vere e proprie organizzazioni industriali”.

La deforestazione in Amazzonia sale a nuovi massimi storici

Il  coinvolgimento di un’azienda italiana

Nel sud della provincia amazzonica di Pará c’è una riserva indigena del popolo Kayapó. Secondo un articolo pubblicato da Repórter Brasil , ora si è scoperto che l’oro estratto illegalmente da minatori che agiscono sotto la protezione, se non l’incentivo, del governo nazionale avrebbe alimentato la produzione di uno dei principali produttori europei di metalli preziosi, la società italiana Chimet S.p.a (Chimica Metallurgica Toscana).

Il gruppo italiano specializzato nella raffinazione del minerale per la fabbricazione di gioielli, come le fedi nuziali, e per la formazione di lingotti d’oro che sono conservati nei caveau delle banche svizzere, inglesi o americane.

La Chimet nel 2020 ha avuto le maggiori entrate della sua storia: più di 3 miliardi di euro con un aumento del 76% rispetto all’anno precedente.

È stato provato che l’oro estratto è stato “legalizzato” grazie ai meccanismi di controllo disattivati o indeboliti dall’attuale governo. L’istituzione incaricata del controllo, l’Agenzia Nazionale delle Miniere (ANM), non ha mai avuto così poche risorse e il numero di funzionari attivi è stato ridotto al minimo.

L’indagine condotta dalla polizia federale brasiliana, il cui controllo assoluto non è riuscito a Bolsonaro, ha raggiunto i responsabili dell’acquisto dell’oro illegale e della sua esportazione fraudolenta in Italia. In ottobre, dodici persone coinvolte nella frode sono state arrestate. Dopo tre mesi, sono stati tutti rilasciati grazie all’habeas corpus ottenuto presso i tribunali di prima istanza.

L’azienda italiana, a sua volta, sostiene che i suoi acquisti d’oro sono conformi al requisito che la loro origine sia identificata. Forse dimentica di menzionare un piccolo dettaglio: sotto Bolsonaro, il venditore dichiara l’origine senza dover dimostrare nulla. Contattata da Repórter Brasil, l’azienda ammette anche che comprare oro estratto in “zone a rischio” porta come una delle conseguenze il pericolo di acquisire minerale senza origine legale. E sottolinea che il Brasile è, in ogni caso, una “zona ad alto rischio”. C’è stata solo una tonnellata di oro illegale, dicono gli italiani, sottolineando che si tratta di una quantità minuscola rispetto al totale acquistato in varie parti del mondo.

 

https://www.strisciarossa.it/amazzonia-oro-estratto-illegalmente-venduto-a-azienda-italiana

sabato 21 gennaio 2017

In America Latina l’estrazione illegale dell’oro rende più del narcotraffico – Marcello Rossi



L’immagine dominante della criminalità organizzata latinoamericana è stata per decenni quella del cartello della droga. Ma negli ultimi anni, per un numero crescente di gruppi di narcotrafficanti, di milizie paramilitari di destra e di ribelli di sinistra, la principale fonte di guadagno è rappresentata dalle miniere d’oro illegali.
Fino all’inizio di questo decennio, il legame tra l’attività mineraria illegale e i gruppi criminali non era considerato una questione di rilevanza nazionale. Il problema è giunto all’attenzione dell’opinione pubblica nel 2011, quando un rapporto del servizio di sicurezza colombiano ha segnalato al governo che il 50 per cento delle miniere del paese era illegale e molte di esse erano controllate da gruppi armati. Grazie alle indagini e alle denunce che ne sono seguite, l’opinione pubblica ha cominciato a capire quanto fosse esteso il business delle miniere illegali; oggi si ritiene che il suo valore sia superiore a quello del traffico di droga.
Secondo il World drug report pubblicato nel 2015 dall’Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), in Colombia i ricavi all’ingrosso dei cartelli della droga, tra cocaina ed eroina, ammontano a 1-1,5 miliardi di dollari l’anno, mentre quelli dei trafficanti di oro estratto illegalmente si aggirano tra 1,9 e 2,6 miliardi di dollari l’anno. In Perù la situazione è simile: il valore delle esportazioni di oro illegale, circa 2,6 miliardi di dollari l’anno, ora supera ampiamente quello del traffico di cocaina (1-1,5 miliardi l’anno).
Benché la produzione illegale sia difficile da quantificare, diverse stime, tra cui un recente rapporto di Giatoc (Global initiative against transnational organised crime, Iniziativa globale contro il crimine organizzato transnazionale), concordano sul fatto che la percentuale dell’attività mineraria illegale svolta in Sudamerica sia molto più alta di quella dell’attività mineraria illegale in altre parti del mondo. Per esempio, sia in Colombia che in Venezuela, due delle aree aurifere più ricche del mondo, quasi il 90 per cento dell’oro viene estratto in modo illecito, mentre in Ecuador questa percentuale è dell’80 per cento circa.
Secondo Livia Wagner, consulente di Giatoc per il settore privato e autrice del rapporto, la portata del problema è sconcertante. “È spaventoso andare in queste miniere illegali e vedere il loro impatto negativo sull’ambiente e sulle persone,” afferma.
Questa moderna corsa all’oro è stata alimentata principalmente dalla domanda crescente e dalla conseguente impennata dei prezzi negli ultimi 15 anni. In un’epoca segnata dallapolitica monetaria espansiva del mondo sviluppato e dalla perdita di fiducia nelle monete a corso forzoso come il dollaro statunitense, l’oro si è rivelato una delle opzioni migliori per creare riserve di valore e persino per generare ritorni sugli investimenti. Il prezzo dell’oro ha raggiunto il picco a ottobre del 2012, quando un chilo valeva 57mila dollari. Oggi, anche se i prezzi sono scesi notevolmente, un chilo d’oro costa ancora 37mila dollari contro, per esempio, i mille o duemila dollari al chilo della cocaina freebase all’ingrosso.
Il vero prezzo dell’oro
Benché sia stato estratto per secoli, l’oro è un bene estremamente raro sulla terra. Si stima che, nel corso della storia, siano state estratte dal suolo soltanto 161mila tonnellate d’oro – quanto basta per riempire a malapena due piscine olimpioniche. Il grosso è stato estratto negli ultimi cinquant’anni, e in questo periodo la produzione mondiale è raddoppiata, passando da circa 1.500 a quasi tremila tonnellate l’anno. Secondo il World gold council, quasi tre quarti dei giacimenti d’oro del pianeta sono esauriti, e le nuove scoperte sono rare.
Alcuni dei più grandi giacimenti d’oro rimasti si trovano in America Latina, dove perciò il minerale è un elemento cruciale di numerose economie nazionali. In molte aree di questa regione è l’unica fonte di sostentamento per gli abitanti privi di istruzione superiore.
Ma negli ultimi anni gran parte del suo valore è passato dalle mani dagli stati a quelle dei gruppi criminali che operano nei loro confini. L’aumento del prezzo dell’oro da una parte e, dall’altra, le sfide della “guerra alla droga” portata avanti dagli Stati Uniti, hanno spinto molti gruppi armati e terroristici verso la decisione più semplice: passare dal narcotraffico all’attività mineraria illegale. Poiché i siti ricchi d’oro si trovano di solito in zone isolate e di difficile accesso, per i cartelli è stato facile infiltrarsi con la complicità dei militari locali.
C’è un altro fattore chiave che ha reso così facile per i gruppi criminali latinoamericani appropriarsi dell’attività estrattiva: nella maggior parte dei paesi ricchi di giacimenti auriferi (come gli Stati Uniti, la Cina, il Sudafrica, l’Australia e il Canada) l’estrazione dell’oro è svolta da grandi multinazionali che utilizzano tecnologie avanzate e operano in miniere a larga scala. Ma in America Latina è un’attività soprattutto artigianale, a scala ridotta. Alcune piccole miniere sono esistite per decenni, echi delle frenesie risalenti al saccheggio perpetrato secoli fa dai conquistadores spagnoli in cerca di favolosi giacimenti d’oro.
Benché l’attività mineraria su scala ridotta e artigianale non sia di per sé illegale, in America Latina il settore è in larga parte informale e privo di regolamentazione, e perciò particolarmente esposto alle infiltrazioni criminali. Quasi ogni settimana spunta una nuova miniera. Nel 2014 si stimava che in Colombia fossero attive circa 17mila miniere (in cui lavoravano circa 50mila persone) prive di titoli e licenze ambientali, mentre in Brasile (all’undicesimo posto tra i produttori mondiali d’oro) soltanto nel bacino amazzonico operano illegalmente circa 75mila minatori. In Colombia le Farc (il gruppo guerrigliero di sinistra che ha appena firmato uno storico accordo di pace con il governo), hanno ottenuto più del 20 per cento dei loro finanziamenti attraverso l’estrazione illegale di oro, con il trentaquattresimo fronte del gruppo guerrigliero che guadagnava oltre un milione di dollari al mese.
L’estrazione illegale dell’oro è anche uno dei modi più semplici e redditizi per riciclare il denaro. La natura e le dimensioni del mercato, la forte dipendenza di quest’ultimo dai pagamenti in contanti, la possibilità di vendere e comprare l’oro in forma anonima, la difficoltà nel tracciare e verificare le transazioni: tutto ciò rende questa attività particolarmente attraente per i gruppi criminali organizzati, poiché fornisce un meccanismo per convertire il denaro sporco in un bene da reinvestire caratterizzato da stabilità, anonimato e facile commerciabilità.
Costi umani e ambientali
Oltre a finanziare le attività criminali, in America Latina l’estrazione illegale dell’oro ha avuto un pesante impatto ambientale. La regione possiede alcune delle zone più ricche di biodiversità del mondo, e molte di esse sono messe a rischio dall’attività mineraria illegale su scala ridotta, molto più distruttiva di quella delle grandi compagnie. Mentre queste ultime tendono a concentrarsi su aree con ricche vene aurifere sotterranee, le piccole attività illegali di solito si spostano rapidamente all’interno di vasti territori. Aprono grandi varchi nella giungla e passano al setaccio tonnellate di terreno per trovare qualche granello d’oro, lasciandosi alle spalle quello che sembra un paesaggio lunare.
Tra il 2001 e il 2013, soltanto per l’estrazione dell’oro su scala ridotta sono stati abbattuti circa 168mila ettari di foresta. Altre perdite significative si sono verificate nell’ecoregione della foresta umida della Guyana, nella foresta umida dell’Amazzonia sudoccidentale peruviana, nella foresta umida brasiliana di Tapajós-Xingú e nelle regioni colombiane di Urabá e della valle del fiume Magdalena. Secondo la Fao, tra il 2000 e il 2015 la Colombia ha perso oltre il 5 per cento delle proprie foreste.
L’anno scorso, un gruppo di ricerca della Carnegie institution for science di Washington ha pubblicato una valutazione sulla regione diMadre de Dios, nel bacino amazzonico del Perù sudorientale, utilizzando satelliti, aerei e ricercatori sul campo. Lo studio ha scoperto che l’estrazione illegale dell’oro distrugge ogni giorno dai cinque ai dieci ettari di foresta pluviale protetta. “Per noi è stato uno shock,” dice il coordinatore del progetto Greg Asner. “Siamo tutti abituati a considerare la deforestazione un problema serio. Ma questa è una rimozione totale dell’ecosistema oltre il livello del suolo.”
Inoltre, le attività estrattive in territori senza legge stanno inquinando pericolosamente fiumi e bacini idrici, con conseguenti rischi sanitari per le comunità vicine e lontane. Dopo che l’oro viene estratto, deve essere separato dal materiale in cui è incorporato. Nelle attività informali e illegali, l’oro grezzo polverizzato si unisce al mercurio per creare una miscela che viene poi bruciata dai lavoratori: in questo modo il mercurio evapora e resta solamente l’oro allo stato solido. Questo procedimento, spesso eseguito senza attrezzature di sicurezza, sta portando i livelli di mercurio in molti laghi e fiumi della regione a più di 34 volte il limite di sicurezza. Analizzando campioni di capelli, un’altra ricerca della Carnegie ha scoperto che il 78 per cento delle persone nella regione di Madre de Dios ha nel corpo il triplo della concentrazione di mercurio normale. In alcuni casi, più di 27 volte oltre il limite internazionale stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità.
A livello globale, l’estrazione artigianale dell’oro su scala ridotta è la prima causa di inquinamento da mercurio nei corsi d’acqua causato da attività umane (almeno mille tonnellate l’anno secondo le stime dell’Onu). Si ritiene che l’estrazione artigianale dell’oro su scala ridotta rilasci ogni anno circa 800 tonnellate di mercurio nei corsi d’acqua e nei terreni; soltanto nella regione di Madre de Dios, si stima che ogni anno siano scaricate nell’ambiente da 30 a 40 tonnellate di mercurio. Questa pratica avvelena il pesce e può causare problemi di salute permanenti agli esseri umani che vivono fino a quattrocento chilometri a valle. Il recupero di queste aree, spogliate di tutto lo strato superficiale del terreno e cariche di mercurio, secondo gli esperti potrebbe richiedere decine di anni.
Circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle miniere d’oro boliviane è costituito da bambini
La proliferazione di attività minerarie artigianali in tutta l’America Latina sta comportando costi umani notevoli. Poiché le miniere si trovano generalmente in zone prive di vere e proprie autorità governative, i lavoratori sono estremamente esposti al lavoro forzato e alla servitù per debiti. Il lavoro in sé è sporco, pericoloso e difficile, e perciò poco attraente per chiunque, tranne che per i più disperati. Sfollati, minoranze e singoli individui privi di documenti di identità spesso lavorano nelle miniere per mancanza di altre opportunità.
Tutto ciò per quanto riguarda gli uomini. Le donne, a cui è vietato lavorare nel sottosuolo, sono invece oggetto di tratta e di sfruttamento sessuale. I responsabili delle attività minerarie criminali usano false offerte di lavoro che promettono alti salari per attirare le ragazze nelle città minerarie e costringerle a lavorare nei bordelli. Un esempio impressionante è La Rinconada, un centro minerario peruviano vicino al confine con la Bolivia. La polizia stima che oltre 4.500 ragazze siano state vittime di tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale nei bar frequentati dai minatori.
Va poi ricordato che circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle miniere d’oro boliviane è costituito da bambini. Alcuni anni fa, il difensore civico nazionale della Bolivia, Rolando Villena, ha affermato che nella regione mineraria di Potosí i bambini possono essere acquistatiper una cifra che va dai tre ai sette dollari.
Lo sfruttamento da parte dei responsabili delle attività minerarie illegali ha colpito anche le tribù locali. Nel 2012 ha fatto notizia il caso della tribù indigena yanomami, dopo che alcuni suoi membri sono stati trovati con dei numeri tatuati sulle spalle, come schiavi.
La debole risposta del governo
Negli ultimi due anni, i governi locali hanno aumentato moltissimo il numero delle operazioni volte a sradicare le miniere illegali. Le forze armate peruviane, colombiane e brasiliane hanno raso al suolo decine di campi minerari, e le autorità hanno limitato la vendita di gasolio e benzina nelle zone a rischio, nel tentativo di ostacolare le attività.
Tuttavia, la forza dei gruppi criminali e la loro determinazione nel condizionare i funzionari locali attraverso la corruzione o l’intimidazione rendono difficile questa battaglia. Inoltre, quando vengono ostacolate in un determinato luogo, le attività di estrazione selvaggia si trasferiscono rapidamente in altre aree difficilmente raggiungibili. Concretamente, finora la maggior parte degli sforzi per stroncare l’attività mineraria illegale ha dato risultati limitati.
L’estrazione dell’oro presenta un altro elemento chiave: i minatori illegali possono guadagnare dei 30 ai 75 dollari al giorno. Non è abbastanza per diventare ricchi, ma è molto più di quanto un adulto privo di istruzione potrebbe guadagnare facendo il contadino sugli altopiani circostanti. Alcuni politici locali hanno affermato che in realtà i governi non dovrebbero puntare alla chiusura delle miniere illegali, perché creano posti di lavoro. In Perù, per esempio, alcuni politici hanno dichiarato pubblicamente che si dovrebbe permettere ai minatori di guadagnarsi da vivere, sostenendo che tutti hanno il “diritto di sbarcare il lunario.”
“Questa battaglia non ha alcun senso”, dice Luis Pardo, direttore del think tank Colombia punto medio. Ma Pardo ha una soluzione: il governo dovrebbe dare la caccia a chi sta dietro alle attività estrattive, anziché ai minatori o ai siti in cui avvengono le operazioni.
“Puoi bombardare una ruspa e mandare in galera il ragazzo che la faceva funzionare, ma il vero proprietario dei macchinari vive in una grande città e ha soldi a sufficienza per comprare un’altra ruspa nel giro di poche settimane,” afferma Pardo. “Perciò, quando il governo deciderà davvero di stroncare le attività minerarie illegali, dovrà dare la caccia a chi investe in queste attività”.
(Traduzione di Cristina Biasini)