Il Capitano inaugura la raffineria di Stato e lancia
la sfida all'Occidente: "Vogliamo l'intera filiera sul posto". Un
passo decisivo verso la sovranità economica sognata da Thomas Sankara
Ouagadougou,
29 settembre 2026. La data in cui la terra di Thomas Sankara ha smesso di
regalare il proprio futuro. Per decenni l’oro del Burkina Faso è partito sotto
forma di lingotti grezzi, lasciando dietro di sé solo polvere, miseria e
promesse mai mantenute. Il sottosuolo veniva svuotato, ma la ricchezza vera
finiva altrove. In un classico schema neocolonialista. Oggi, quel meccanismo di
spoliazione coloniale si è spezzato.
Il
Presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha tagliato il nastro di RAFFINOR-BF, la prima raffineria d’oro
del Paese. Non è un semplice impianto industriale. È una dichiarazione di guerra
economica al vecchio ordine mondiale, la materializzazione di quella sovranità
che Sankara sognava e che Traoré sta imponendo nonostante le manovre ostili
delle vecchie potrenze colonialiste, Francia in testa.
L’opera, voluta dallo Stato attraverso la Società nazionale delle sostanze
preziose (SONASP) e sostenuta da investimenti privati, è costata oltre 11
miliardi di franchi CFA. I numeri parlano di una capacità iniziale di 164
tonnellate l’anno, che salirà a 515 nella seconda fase. Ma i numeri, da soli,
non raccontano la rivoluzione. A contare sono le oltre cento assunzioni
dirette, i cinquemila posti di lavoro indiretti e, soprattutto, la purezza al
99,99% dell’oro in uscita, certificato con lo standard internazionale
"Good Delivery". L'oro prodotto in Burkina, d'ora in poi, viene
raffinato in Burkina. Quella che fino a pochi anni fa sembrava un'utopia, ieri
è diventata crealtà. Il ministro delle Miniere, Yacouba Zabré Gouba, leggendo
il pensiero del Capo dello Stato, ha usato parole che decisamente eloquenti:
«Per troppo tempo il sudore dei nostri lavoratori e le ricchezze del nostro
sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci dicevano
che non avevamo la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le
nostre ricchezze. Oggi spezziamo questo anello di dipendenza. Il nostro oro non
servirà più a costruire la fortuna degli altri mentre il nostro popolo resta
nel bisogno».
È la
quintessenza della Rivoluzione Popolare e Progressista. Ogni grammo estratto
deve servire a costruire scuole, ospedali, strade e competenze. Ma Traoré non
si limita a nazionalizzare le risorse, le mette al servizio di una visione
geopolitica chiara. La nuova raffineria permetterà di tracciare l'oro, chiudere
i rubinetti del contrabbando e del riciclaggio di capitali, togliendo il
controllo delle risorse dalle mani delle multinazionali e dei trafficanti.
Il Capitano,
durante la cerimonia, non ha usato giri di parole. Il suo discorso è un
manifesto di autodeterminazione africana: «L’inaugurazione di questa fabbrica è
un simbolo forte. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra
ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima
all'estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto».
E guardando
dritto negli occhi chi, in questi anni, ha cercato di ostacolare la sua marcia,
Traoré ha lanciato un messaggio che sa di sfida aperta: «Tutto ciò che è
industria estrattiva, vogliamo averne l'intera catena del valore qui. Iniziamo
con l'oro, ma c'è molto altro nel nostro sottosuolo. Vogliamo padroneggiare
tutto, fino all'ultimo dettaglio. È l'occasione per invitare anche la gioventù
a mettersi in gioco, a imparare, a padroneggiare l'intera filiera mineraria».
La strada
della sovranità è sempre costellata di detrattori e ostacoli. Ma il leader
burkinabè ha mostrato di non curarsi delle critiche provenienti da chi vorrebbe
il Paese ancora fermo al ruolo di cava a cielo aperto. Con il tono ruvido e
deciso che lo contraddistingue, ha liquidato gli scettici: «Non molto tempo fa
dicevo che ci sono persone che qualifico come scarti della società.
Continueranno a parlare. Lasciateli fare e continuiamo ad andare avanti. Questa
è la cosa più importante. Non ascoltateli, avanziamo! La fabbrica è concreto.
Questo è ciò che conta. Rimanete concentrati, rimanete focalizzati».
RAFFINOR-BF
non è solo un hub industriale per l'Africa occidentale. È la prova che un'altra
Africa è possibile. Un'Africa che non chiede il permesso per essere padrona a
casa propria. Thomas Sankara diceva che l'imperialismo si nutre delle nostre
materie prime. Ieri, a Ouagadougou, Ibrahim Traoré gli ha tolto il nutrimento.
L'oro ora resta in patria. E con esso, la dignità di un popolo che ha deciso di
non essere più la miniera di nessuno.
Dal 2021 le aziende che
importano oro nell’Ue devono verificare che non provenga da zone di
conflitto; l’Italia doveva vigilare tramite il ministero delle Imprese.
In cinque anni le ispezioni e
le sanzioni sono state zero, e la Eu Whitelist delle raffinerie
certificate non è mai stata istituita.
L’Italia è la prima porta
d’ingresso dell’oro extra-Ue (707 tonnellate, 41% del totale europeo),
spesso raffinato a Dubai e in Svizzera, dove la tracciabilità si
interrompe.
A partire
dal 2021 le aziende che importano oro, stagno, tantalio e tungsteno nell’Unione
europea devono accertarsi che questi metalli non provengano da zone di
conflitto o ad alto rischio. Lo dice a chiare lettere un regolamento europeo. Gli
Stati membri sono tenuti a vigilare, ma l’Italia non lo fa. In
questi cinque anni non c’è traccia di ispezioni e sanzioni.
È il duro
atto d’accusa lanciato dall’organizzazione ambientalista Greenpeaceattraverso un’inchiesta pubblicata
il 19 giugno 2026. La posta in gioco è alta, visto che la domanda
di oro è in crescita e proprio dall’Italia passa quasi la metà delle
importazioni dai Paesi extra-europei.
Il
regolamento europeo sulla tracciabilità dell’oro è rimasto sulla carta
Secondo il
regolamento, ogni azienda che importa almeno 100 kg di oro l’anno deve
individuare i rischi di violazioni dei diritti umani nella propria catena di
fornitura e intervenire per limitarli. Il che significa, per esempio,
interrompere gli acquisti da fornitori sospettati di trattare oro di
provenienza illegale. Agli Stati membri spetta il compito di vigilare.
L’Italia, come previsto, ha scelto l’autorità competente: si tratta del ministero
delle Imprese e del made in Italy. Ma lì si è fermata. A gennaio di
quest’anno Greenpeace Italia ha inviato una richiesta di accesso agli atti per
conoscere il numero di ispezioni e sanzioni in questi cinque anni. La
risposta? Zero. «A causa di impedimenti meramente amministrativi»,
ci tiene a chiarire il ministero.
A rendere
ancora più debole il regolamento c’è il fatto che anche la Commissione
europea è in ritardo. Il testo le chiede infatti di istituire
una Eu Whitelist, una lista degli impianti di fusione e
raffinazione in tutto il mondo che rispettano gli standard richiesti. Uno
strumento che per le imprese sarebbe prezioso, perché permetterebbe loro di
acquistare da operatori già verificati senza dover ricostruire ogni volta
l’intera filiera. Ma la Eu Whitelist, ha accertato Greenpace, ancora
non esiste. Eppure, dall’entrata in applicazione del regolamento sono
passati cinque anni.
Passa
dall’Italia quasi la metà delle importazioni di oro extra-europeo
Ci si
aspetterebbe maggiore attenzione da un Paese che è il principale punto d’accesso
per l’oro extra-europeo. L’Italia, infatti, tra il 2021 e il 2025 ha
importato quasi mille tonnellate d’oro, per un valore complessivo di 39
miliardi di euro. L’assoluta maggioranza, 707 tonnellate, proviene
da Paesi al di fuori dell’Unione europea: si tratta del 41% del totale europeo.
La Germania segue con 557 tonnellate, il 31% del totale. Nel 2025 addirittura
il 49% dell’oro entrato nei confini dell’Unione da Paesi terzi è transitato nel
nostro Paese, per un volume di 148 tonnellate.
Ma quali sono
questi Paesi terzi? Le importazioni dal Brasile sono crollate
a seguito delle inchieste internazionali sulla deforestazione e sulle
violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni. L’Italia ha comprato 14,3
tonnellate di oro brasiliano nel periodo considerato, passando però dalle 8,6
tonnellate del 2021 ai 194 kg del 2025. Nell’ultimo anno il principale partner
commerciale del nostro Paese sono gli Stati Uniti, da cui proviene
un terzo dell’oro extra-europeo (48 tonnellate). Sugli altri due gradini del podio
si trovano Svizzera (31 tonnellate) ed Emirati Arabi
Uniti (25 tonnellate).
I punti di
domanda sulla provenienza dell’oro raffinato a Dubai e in Svizzera
Non sono due
Paesi qualsiasi. Le raffinerie di Dubai – ha rivelato la fondazione umanitaria Swissaid –
lavorano quasi la metà dell’oro estratto dalle miniere africane.
Compreso quello di contrabbando. Nel solo 2022 gli Emirati Arabi Uniti hanno
importato 405 tonnellate di oro che non risultava dichiarato all’esportazione
nei Paesi africani di origine. Da lì viene esportato anche in Svizzera,
che ospita alcune delle maggiori raffinerie del mondo e rappresenta uno dei
principali hub del commercio aurifero. È in questi passaggi di fusione,
lavorazione e certificazione che la tracciabilità rischia di interrompersi.
Seguendo
questi passaggi, avverte Swissaid, anche oro estratto illegalmente o
proveniente da aree di conflitto finisce per essere commercializzato come “oro
riciclato“, un’etichetta che in teoria dovrebbe indicare il metallo
recuperato da gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici. E
l’Italia rischia di importarlo senza saperlo, perché non ha ancora messo in
campo gli strumenti di controllo che sarebbero obbligatori per legge.
Mentre nei
caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore.
Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con
precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto
illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste,
contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.
Dal 2018 al
2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre
indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha
lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio
2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra
indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei
territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area
deforestata è raddoppiata in un anno.
Il processo
è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per
separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il
garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi
pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano
il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove
villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il
2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.
Un sistema
perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità
L’oro
estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un
sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni
internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che
dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare
autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o
peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.
Il terminale
più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le
importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni
registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel
2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come
“riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi
persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio
di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.
Le autorità
elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una
legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa
“neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già
sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere
compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.
Quando la
finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena
Anche l’Europa ha
le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in
vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera
tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e
la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace
di fronte all’ecocidio in corso.
Il mercato
dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche
centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia.
Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante
rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato
resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.
Il vertice
mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore
dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente
la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero
luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.
Per ora, tra
le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una
sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli
investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.
C’è un posto dove si vive letteralmente sopra le nuvole, a 5100 metri sul
livello del mare. Descritto in questo modo potrebbe sembrare un luogo da sogno,
da visitare assolutamente, poiché caratteristico e senza eguali. Le
cose non stanno esattamente così (anche se, effettivamente, per essere
caratteristico lo è), quindi prima di prepararvi per cercare in rete un albergo
– che peraltro non esiste – e pensare a souvenir e calamite, mettetevi comodi e
continuate a leggere.
La località in questione è considerata la più vicina allo spazio.
Lì, terra e nuvole si fondono, l’atmosfera si assottiglia notevolmente, gli
abitanti vivono con il 50% di ossigeno rispetto alla norma e la città è 300
metri più alta del Monte Bianco. Chi è nato in questo posto – oppure chi ha
deciso di trasferirvisi – ha subìto delle vere e proprie modifiche a livello
corporeo e produce il doppio delle cellule del sangue rispetto a chi abita in
altri luoghi.
Questa città è nota come “la più pericolosa al mondo”, ha un
aspetto triste e cupo, molto roccioso, poiché nemmeno gli alberi riescono a
sopravvivere. Essendo così in disparte rispetto al resto del mondo, a farla da
padroni sono la criminalità e ogni tipo di pericolo. La città in questione
è La Rinconada, si trova sulle Ande peruviane, per la precisione
nella regione di Puno. Vi si è avventurato uno youtuber turco,
Ruhi Çenet, e ha fatto un piccolo reportage per mostrare, per sommi capi, qual
è la vita in questo posto dimenticato.
Per quale motivo una persona dovrebbe pensare di andare a vivere,
se non per uno smodato senso di autolesionismo, a La Rinconada? Il
trasferimento viene azzardato da chi desidera andare in cerca dell’oro, oppure
per fuggire alla legge. Sì, perché a La Rinconada vi sono delle miniere,
gestite ovviamente da gruppi criminali, e la gente vi si reca spontaneamente
pensando di poter fare fortuna. Quindi, a condurre le persone in questo
terribile luogo è uno dei sette peccati capitali: l’avidità.
Più selvaggia del selvaggio West
La Rinconada si trova a sei ore di distanza da Puno e a due ore da
Putina. In queste città si possono prendere dei combis (si tratta di minibus) per raggiungere la
cima del mondo. Anche arrivare non è semplice, poiché con il passare dei
chilometri le strade si fanno sempre più malandate e spesso, proprio
percorrendo il tragitto, si è vittima di incidenti stradali. Sono infatti
assenti le protezioni a bordo strada e i bus precipitano letteralmente giù
dalla montagna.
Questo assurdo e maledetto ‘pellegrinaggio’ ha avuto inizio quasi 40 anni
fa, quando gruppi criminali si sono spostati e hanno portato con sé dei
minatori disperati e speranzosi di poter fare fortuna. Voler visitare La
Rinconada può significare sparire nel nulla, non esiste infatti alcun registro
in cui viene segnalata la vostra presenza quando siete lì. L’accostamento con
la citazione di Dante – “Lasciate ogni speranza voi
ch’entrate” – è dunque quanto mai azzeccata. Il suo
soprannome, in fondo, è “il paradiso del Diavolo”.
Se quanto appena narrato non dovesse bastarvi, se doveste avere la mala
pensata di andare a visitare La Rinconada, forse attratti proprio da quest’aura
misteriosa e disgraziata al tempo stesso, tenete presente che dovreste
portare con voi una bombola di ossigeno per consentire al vostro corpo
di abituarsi gradualmente al severo cambio di altitudine.
In caso contrario, sarebbe molto rischioso raggiungere la vetta. Si
andrebbe incontro al mal di montagna, con sintomi come emicrania, nausea,
vertigini. Fondamentale, inoltre, è bere molto, poiché è importante
mantenersi idratati. Ma non acqua del luogo (anche lì c’è la
fregatura), quella è contaminata. Come antidoto, gli abitanti del
posto propongono ai turisti le foglie di coca per poter rilassare il corpo e
consentirgli di abituarsi alla differenza di altitudine e combattere quindi il
mal di montagna. Un classico rimedio della nonna, insomma.
La Rinconada, “il paradiso del Diavolo”
La Rinconada è una sorta di vecchio West, la gente viene qui per un’unica
ragione, come già detto, quella di trovare l’oro tramite le miniere. Del
resto, in America Latina la caccia al prezioso metallo è sempre stata molto
sentita, a partire dagli antichi Aztechi, passando per gli Inca, che per
questo motivo schiavizzavano intere popolazioni: l’avidità che percorre i
secoli. La montagna è controllata dalla Corporación Minera Ananea, che
subaffitta il territorio a dei gruppi illegali.
Le persone vivono in baracche di metallo senza finestre. Le temperature non
sono affatto miti, vista la sua altezza, infatti, fa piuttosto freddo. La notte
si arriva anche a dei cali fino a -10 gradi, le estati durano poco, gli inverni
anche, brevi e nevosi, ma si tratta di un luogo freddo e coperto per tutto
l’anno. All’interno della miniera le temperature scendono anche a -20. Nonostante
lo stile di vita sia proibitivo, la gente che vi abita ha dichiarato che chi
sopravvive non è chi è dotato di un fisico resistente, ma colui che è più forte
mentalmente, perché la pressione psicologica è molto più dannosa del resto,
che è tutto dire.
Prodotti chimici mortali come il cianuro e il mercurio, che servono per
lavorare l’oro, hanno avvelenato il suolo e l’acqua agricola. L’unica
fonte di acqua potabile della città proviene dai laghi e questi sono
contaminati a loro voltadal mercurio. I bambini giocano
fino a tardi per le strade, hanno a disposizione sia la scuola primaria che
secondaria. Per proseguire eventualmente il loro percorso di studi, poi,
l’unica possibilità è trasferirsi altrove, oppure rimanere lì e lavorare nelle
miniere.
A causa della corsa all’oro, al momento gli abitanti sono saliti a
50mila (numeri non ufficiali, non essendoci un censimento). Come se
non bastasse, tutte queste persone depositano in mezzo alla strada i loro
rifiuti creando un ambiente ulteriormente tossico, in quanto il governo
non offre loro alcun servizio di smaltimento dell’immondizia. Per le vie
della città sono presenti letteralmente delle montagne di pattume, una
discarica a cielo aperto. Non va meglio per quanto riguarda le fogne, che sono
a loro volta assenti, e le acque di scarico scorrono per le strade. Ovviamente
la vita media è molto bassa: 35 anni di età. In realtà, ci si stupisce di come
arrivino così lontano.
Chi vi rimane a vivere, muore a causa di malattie polmonari e
infezioni respiratorie che col tempo corrodono il sistema nervoso, portando
a deformazioni e a perdita di memoria, per poi far sopraggiungere paralisi e
morte. E se non sei abbastanza fortunato da morire di “vecchiaia”, gli abitanti
hanno dichiarato che ogni due settimane scompare qualcuno. Nel
nulla.
Tra superstizione e criminalità
A troneggiare in cima alla città mineraria vi è la bella addormentata (Bella Durmiente), una montagna così chiamata perché,
guardandola con attenzione, si può intuire il profilo di una donna che
riposa. Per questo motivo nelle miniere non vi possono lavorare le
donne, perché la leggenda dice che lei ne sarebbe gelosa e potrebbe arrabbiarsi
tanto da provocare dei terremoti. La popolazione femminile quindi si
arrangia cercando l’oro nelle rocce gettate fuori dalla miniera, sperando di
raccogliere qualcosa tramite gli scarti.
Si possono notare queste piccole figure vagare intorno alle miniere nel
tentativo di recuperare qualcosa in questo modo: con dei martelli
spaccano le pietre e cercano di racimolare dei minerali utili. Si
chiamano pallaqueras, che dal quechua significa pallay, “raccogliere da terra”.
Per rendere il tutto ancor più pittoresco, la superstizione la fa da
padrona: non solo alle donne è proibito lavorare per quanto dichiarato
poc’anzi, vi è anche il rischio di essere uccisi e sacrificati alla
terra. Questo viene definito il “pago“, o meglio “pago a la tierra”. Si viene letteralmente seppelliti
vivi dentro la miniera, una donazione alla montagna per poter trovare l’oro. Si
tratta di un rituale Inca per soddisfare la Pachamama, Madre
Natura, che deve essere nutrita.
I minatori non hanno naturalmente alcuna tutela e rischiano la vita molto
di frequente. E quando uno di questi muore, la famiglia viene risarcita con 600
dollari. Incidenti come esplosioni e avvelenamenti da gas avvengono 25
volte più di frequente rispetto ai Paesi avanzati, ovviamente, sembra anche
assurdo a questo punto specificarlo, non esiste alcun tipo di assicurazione e
di pensione. Il loro sistema di lavoro peraltro è obsoleto, si chiama “Cachorreo” e consiste nell’avere un giorno a
disposizione per cercare l’oro a fini personali, mentre il resto del mese
lavorano gratis per l’azienda proprietaria del giacimento. Indubbiamente un
affarone…
La Rinconada e i pericoli della notte
L’elettricità in città è disponibile solo in alcuni punti, nei luoghi dove
non vi è luce non è consigliabile avventurarsi. Le discoteche e i bar
notturni sono pericolosissimi, in città è molto diffuso il traffico di esseri umani
e naturalmente la prostituzione minorile. Vengono sfruttate circa 2500
ragazzine, che si fanno pagare due dollari per soddisfare i minatori. Non è
nemmeno presente una prigione, non avrebbe senso, la legge tradizionale non
esiste.
Come unico luogo di cura vi è una clinica molto piccola, di sole due
stanze. In modo del tutto inaspettato in questo luogo di perdizione vi sono
molti campi da calcetto, incredibilmente ben tenuti fra l’altro. Questa è la
loro unica distrazione sana e fa quasi sorridere pensare a come il calcio sia
arrivato anche fin là sopra.
A La Rinconada è molto frequente subire furti, poiché la gente porta con sé
l’oro. D’altronde non vi sono delle banche disponibili. In compenso,
logicamente, è pieno di negozi ‘Compro Oro’. In particolare, sono
pericolosi quei luoghi da loro definiti “cantinas”, dove si
ritrovano per bere e se si è ubriachi si corre il serio rischio che qualcuno si
approfitti della poca lucidità e che si venga quindi facilmente aggrediti.
Nelle zone più critiche, dove non vogliono che si avvicinino degli
estranei, sono presenti i ronderos, delle
guardie selezionate dallo stesso villaggio. Questa è la loro unica legge. Sono
persone molto rispettate, hanno l’autorità di poter fare quello che
vogliono: punirti, picchiarti e (perché no?) torturarti. Perfino
uccidere se si fanno prendere la mano.
Naturalmente, se non sei di lì rischi ancora di più. Molti turisti
inconsapevoli sono arrivati in zone vietate e non si è più saputo nulla di
loro. La loro scomparsa viene coperta con le scuse più banali, come
l’essere caduti in un dirupo o qualche aggressione animale. In realtà, la
gente del posto sa che sono intervenuti i ronderos con la
loro giustizia sommaria. In alcune zone dove sono presenti questi guardiani non
entra nemmeno la polizia, che secondo quanto descritto esiste a scopo puramente
decorativo e comunque, anche se volesse agire, sarebbe in netta minoranza
rispetto ai criminali e avrebbe sicuramente la peggio.
La Rinconada non è solo un ambiente malsano, dove accade di tutto e dove
qualsiasi tipo di nefandezza è la regola: rapine, stupri, torture, omicidi,
violenza di ogni tipo e sacrifici umani. La ricerca spasmodica dell’oro
ha anche portato a uccidere la stessa terra dove vivono, che cercano di
omaggiare, paradossalmente, tramite i loro antichi rituali.
Un posto maledetto, senza pace e consolazione alcuna, dove domina
incontrastata l’avidità che è in grado di portare solo morte e
distruzione. Un circolo senza fine di brutti vizi che si rincorrono, nonostante
tutti siano pienamente consapevoli di quello a cui vanno incontro, il luogo
continua a vedere un riciclo continuo di presenze, il desiderio di
ricchezza è più forte di qualunque altro. Forse, un giorno, la Bella
Addormentata deciderà davvero di svegliarsi e di scuotersi di dosso tutto
questo orrore.
Il
presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha lanciato un piano per espandere
l’estrazione dell’oro in Amazzonia, in linea con la sua politica di
sfruttamento economico dell’area tropicale più grande del mondo. Con questa
misura, il presidente dà ulteriore impulso all’attività mineraria nella
regione, che causa deforestazione, inquinamento e attacchi alle popolazioni
indigene circostanti.
Bolsonaro
ha firmato un decreto che crea un programma per sostenere l’estrazione
mineraria artigianale, un’attività controversa conosciuta come “garimpo”.
Estrazione illegale
L’estrazione
mineraria artigianale è legale in Brasile, a patto che i minatori abbiano le
licenze ambientali appropriate e l’autorizzazione a estrarre specifici pezzi di
terra. In pratica, però, molte operazioni non rispettano i regolamenti.
Almeno 220
miniere che hanno registrato la produzione di oro nel 2019 e 2020 semplicemente
non esistono. O meglio, esistono solo formalmente: sono autorizzati a operare e
a vendere il minerale, ma chiunque cerchi di visitarli troverà solo foresta
chiusa e nessun segno di intervento umano. Si tratta delle cosiddette “miniere
fantasma”, utilizzate per coprire l’origine del metallo estratto clandestinamente
e che si diffondono in tutto il paese beneficiando della mancanza d’ispezione
da parte dell’Agenzia Nazionale delle Miniere.
Quando un
minatore invade una terra indigena o un’unità di conservazione ambientale, può
mettere sul mercato l’oro estratto solo se ne camuffa l’origine. È in questo
schema che entrano le “miniere fantasma”, registrando il minerale delle miniere
illegali come produzione propria.
Uno studio
della ONG Instituto Escolhas, pubblicato la settimana scorsa, dice che: “I
garimpos sono una delle principali minacce per la foresta amazzonica e i suoi
popoli, e sono ben lungi dall’operare su scala artigianale o rudimentale,
poiché lo fanno come vere e proprie organizzazioni industriali”.
La
deforestazione in Amazzonia sale a nuovi massimi storici
Il coinvolgimento di
un’azienda italiana
Nel sud
della provincia amazzonica di Pará c’è una riserva indigena del popolo Kayapó.
Secondo un articolo pubblicato da Repórter
Brasil , ora si è scoperto che l’oro estratto illegalmente da
minatori che agiscono sotto la protezione, se non l’incentivo, del governo
nazionale avrebbe alimentato la produzione di uno dei principali produttori
europei di metalli preziosi, la società italiana Chimet S.p.a (Chimica
Metallurgica Toscana).
Il gruppo
italiano specializzato nella raffinazione del minerale per la fabbricazione di
gioielli, come le fedi nuziali, e per la formazione di lingotti d’oro che sono
conservati nei caveau delle banche svizzere, inglesi o americane.
La Chimet
nel 2020 ha avuto le maggiori entrate della sua storia: più di 3 miliardi di
euro con un aumento del 76% rispetto all’anno precedente.
È stato
provato che l’oro estratto è stato “legalizzato” grazie ai meccanismi di
controllo disattivati o indeboliti dall’attuale governo. L’istituzione
incaricata del controllo, l’Agenzia Nazionale delle Miniere (ANM), non ha mai
avuto così poche risorse e il numero di funzionari attivi è stato ridotto al
minimo.
L’indagine
condotta dalla polizia federale brasiliana, il cui controllo assoluto non è
riuscito a Bolsonaro, ha raggiunto i responsabili dell’acquisto dell’oro
illegale e della sua esportazione fraudolenta in Italia. In ottobre, dodici
persone coinvolte nella frode sono state arrestate. Dopo tre mesi, sono stati
tutti rilasciati grazie all’habeas corpus ottenuto presso i tribunali di prima
istanza.
L’azienda
italiana, a sua volta, sostiene che i suoi acquisti d’oro sono conformi al
requisito che la loro origine sia identificata. Forse dimentica di menzionare
un piccolo dettaglio: sotto Bolsonaro, il venditore dichiara l’origine senza
dover dimostrare nulla. Contattata da Repórter
Brasil, l’azienda ammette anche che comprare oro estratto in “zone
a rischio” porta come una delle conseguenze il pericolo di acquisire minerale
senza origine legale. E sottolinea che il Brasile è, in ogni caso, una “zona ad
alto rischio”. C’è stata solo una tonnellata di oro illegale, dicono gli
italiani, sottolineando che si tratta di una quantità minuscola rispetto al
totale acquistato in varie parti del mondo.
L’immagine dominante della criminalità organizzata latinoamericana è stata
per decenni quella del cartello della droga. Ma negli ultimi anni, per un
numero crescente di gruppi di narcotrafficanti, di milizie paramilitari di
destra e di ribelli di sinistra, la principale fonte di guadagno è
rappresentata dalle miniere d’oro illegali.
Fino all’inizio di questo decennio, il legame tra l’attività mineraria
illegale e i gruppi criminali non era considerato una questione di rilevanza
nazionale. Il problema è giunto all’attenzione dell’opinione pubblica nel 2011,
quando un rapporto del servizio di sicurezza colombiano ha segnalato al governo
che il 50 per cento delle miniere del paese era illegale e molte di esse erano
controllate da gruppi armati. Grazie alle indagini e alle denunce che ne sono
seguite, l’opinione pubblica ha cominciato a capire quanto fosse esteso il
business delle miniere illegali; oggi si ritiene che il suo valore sia
superiore a quello del traffico di droga.
Secondo il World drug
report pubblicato nel 2015 dall’Unodc (Ufficio delle Nazioni
Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), in Colombia i
ricavi all’ingrosso dei cartelli della droga, tra cocaina ed eroina, ammontano
a 1-1,5 miliardi di dollari l’anno, mentre quelli dei trafficanti di oro
estratto illegalmente si aggirano tra 1,9 e 2,6 miliardi di dollari l’anno. In
Perù la situazione è simile: il valore delle esportazioni di oro illegale,
circa 2,6 miliardi didollaril’anno,
ora supera ampiamente quello del traffico di cocaina (1-1,5 miliardi
l’anno).
Benché la produzione illegale sia difficile da quantificare, diverse stime,
tra cui un recente rapporto di Giatoc (Global
initiative against transnational organised crime, Iniziativa globale contro il
crimine organizzato transnazionale), concordano sul fatto che la percentuale
dell’attività mineraria illegale svolta in Sudamerica sia molto più alta di
quella dell’attività mineraria illegale in altre parti del mondo. Per esempio,
sia in Colombia che in Venezuela, due delle aree aurifere più ricche del mondo,
quasi il 90 per cento dell’oro viene estratto in modo illecito, mentre in
Ecuador questa percentuale è dell’80 per cento circa.
Secondo Livia Wagner, consulente di Giatoc per il settore privato e autrice
del rapporto, la portata del problema è sconcertante. “È spaventoso andare in
queste miniere illegali e vedere il loro impatto negativo sull’ambiente e sulle
persone,” afferma.
Questa moderna corsa all’oro è stata alimentata principalmente dalla
domanda crescente e dalla conseguente impennata dei prezzi negli ultimi 15
anni. In un’epoca segnata dallapolitica monetaria espansiva del mondo
sviluppato e dalla perdita di fiducia nelle monete a corso forzoso come il
dollaro statunitense, l’oro si è rivelato una delle opzioni migliori per creare
riserve di valore e persino per generare ritorni sugli investimenti. Il prezzo
dell’oro ha raggiunto il picco a ottobre del 2012, quando un chilo valeva
57mila dollari. Oggi, anche se i prezzi sono scesi notevolmente, un chilo d’oro
costa ancora 37mila dollari contro, per esempio, i mille o duemila dollari al
chilo della cocaina freebase all’ingrosso.
Il vero prezzo dell’oro
Benché sia stato estratto per secoli, l’oro è un bene estremamente
raro sulla terra. Si stima che, nel corso della storia, siano
state estratte dal suolo soltanto 161mila tonnellate d’oro – quanto basta per
riempire a malapena due piscine olimpioniche. Il grosso è stato estratto negli
ultimi cinquant’anni, e in questo periodo la produzione mondiale è raddoppiata,
passando da circa 1.500 a quasi tremila tonnellate l’anno. Secondoil World gold
council, quasi tre quarti dei giacimenti d’oro del pianeta sono
esauriti, e le nuove scoperte sono rare.
Alcuni dei più grandi giacimenti d’oro rimasti si trovano in America
Latina, dove perciò il minerale è un elemento cruciale di numerose economie
nazionali. In molte aree di questa regione è l’unica fonte di sostentamento per
gli abitanti privi di istruzione superiore.
Ma negli ultimi anni gran parte del suo valore è passato dalle mani dagli
stati a quelle dei gruppi criminali che operano nei loro confini. L’aumento del
prezzo dell’oro da una parte e, dall’altra, le sfide della “guerra alla droga”
portata avanti dagli Stati Uniti, hanno spinto molti gruppi armati e
terroristici verso la decisione più semplice: passare dal narcotraffico
all’attività mineraria illegale. Poiché i siti ricchi d’oro si trovano di
solito in zone isolate e di difficile accesso, per i cartelli è stato facile
infiltrarsi con la complicità dei militari locali.
C’è un altro fattore chiave che ha reso così facile per i gruppi criminali
latinoamericani appropriarsi dell’attività estrattiva: nella maggior parte dei
paesi ricchi di giacimenti auriferi (come gli Stati Uniti, la Cina, il
Sudafrica, l’Australia e il Canada) l’estrazione dell’oro è svolta da grandi
multinazionali che utilizzano tecnologie avanzate e operano in miniere a larga
scala. Ma in America Latina è un’attività
soprattutto artigianale, a scala ridotta. Alcune piccole miniere
sono esistite per decenni, echi delle frenesie risalenti al saccheggio
perpetrato secoli fa dai conquistadores spagnoli
in cerca di favolosi giacimenti d’oro.
Benché l’attività mineraria su scala ridotta e artigianale non sia di per sé
illegale, in America Latina il settore è in larga parte informale e privo di
regolamentazione, e perciò particolarmente esposto alle infiltrazioni
criminali. Quasi ogni settimana spunta una nuova miniera. Nel 2014 si stimava
che in Colombia fossero attive circa 17mila miniere (in cui lavoravano circa
50mila persone) prive di titoli e licenze ambientali, mentre in Brasile
(all’undicesimo posto tra i produttori mondiali d’oro) soltanto nel bacino
amazzonico operano illegalmente circa 75mila minatori. In Colombia le Farc (il
gruppo guerrigliero di sinistra che ha appena firmato uno storico accordo di
pace con il governo), hanno ottenuto più del 20 per
cento dei loro finanziamenti attraverso l’estrazione illegale
di oro, con il trentaquattresimo fronte del gruppo guerrigliero che guadagnava
oltre un milione di dollari al mese.
L’estrazione illegale dell’oro è anche uno dei modi più semplici e
redditizi per riciclare il denaro. La natura e le dimensioni del mercato, la
forte dipendenza di quest’ultimo dai pagamenti in contanti, la possibilità di
vendere e comprare l’oro in forma anonima, la difficoltà nel tracciare e
verificare le transazioni: tutto ciò rende questa attività particolarmente
attraente per i gruppi criminali organizzati, poiché fornisce un meccanismo per
convertire il denaro sporco in un bene da reinvestire caratterizzato da
stabilità, anonimato e facile commerciabilità.
Costi umani e ambientali
Oltre a finanziare le attività criminali, in America Latina l’estrazione
illegale dell’oro ha avuto un pesante impatto ambientale. La regione possiede
alcune delle zone più ricche di biodiversità del mondo, e molte di esse sono
messe a rischio dall’attività mineraria illegale su scala ridotta, molto più
distruttiva di quella delle grandi compagnie. Mentre queste ultime tendono a
concentrarsi su aree con ricche vene aurifere sotterranee, le piccole attività
illegali di solito si spostano rapidamente all’interno di vasti territori.
Aprono grandi varchi nella giungla e passano al setaccio tonnellate di terreno
per trovare qualche granello d’oro, lasciandosi alle spalle quello che sembra
un paesaggio lunare.
Tra il 2001 e il 2013, soltanto per l’estrazione dell’oro su scala ridotta sono stati
abbattuti circa 168mila ettari di foresta. Altre perdite
significative si sono verificate nell’ecoregione della foresta umida della
Guyana, nella foresta umida dell’Amazzonia sudoccidentale peruviana, nella
foresta umida brasiliana di Tapajós-Xingú e nelle regioni colombiane di Urabá e
della valle del fiume Magdalena. Secondo la Fao,
tra il 2000 e il 2015 la Colombia ha perso oltre il 5 per cento delle proprie
foreste.
L’anno scorso, un gruppo di ricerca della Carnegie institution for science
di Washington ha pubblicato una valutazione
sulla regione diMadre de Dios, nel bacino amazzonico del Perù
sudorientale, utilizzando satelliti, aerei e ricercatori sul campo. Lo studio
ha scoperto che l’estrazione illegale dell’oro distrugge ogni giorno dai cinque
ai dieci ettari di foresta pluviale protetta. “Per noi è stato uno shock,” dice
il coordinatore del progetto Greg Asner. “Siamo tutti abituati a considerare la
deforestazione un problema serio. Ma questa è una rimozione totale
dell’ecosistema oltre il livello del suolo.”
Inoltre, le attività estrattive in territori senza legge stanno inquinando
pericolosamente fiumi e bacini idrici, con conseguenti rischi sanitari per le
comunità vicine e lontane. Dopo che l’oro viene estratto, deve essere separato
dal materiale in cui è incorporato. Nelle attività informali e illegali, l’oro
grezzo polverizzato si unisce al mercurio per creare una miscela che viene poi
bruciata dai lavoratori: in questo modo il mercurio evapora e resta solamente
l’oro allo stato solido. Questo procedimento, spesso eseguito senza
attrezzature di sicurezza, sta portando i livelli di mercurio in molti laghi e
fiumi della regione a più di 34 volte il limite di sicurezza. Analizzando
campioni di capelli, un’altra ricerca
della Carnegie ha scoperto che il 78 per cento delle persone
nella regione di Madre de Dios ha nel corpo il triplo della concentrazione di
mercurio normale. In alcuni casi, più di 27 volte oltre il limite
internazionale stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità.
A livello globale, l’estrazione artigianale dell’oro su scala ridotta è la
prima causa di inquinamento da mercurio nei corsi d’acqua causato da attività
umane (almeno mille tonnellate l’anno secondo le stime
dell’Onu). Si ritiene che l’estrazione artigianale dell’oro su scala
ridotta rilasci ogni anno circa 800 tonnellate di mercurio nei corsi d’acqua e
nei terreni; soltanto nella regione di Madre de Dios, si stima che ogni anno
siano scaricate nell’ambiente da 30 a 40 tonnellate di mercurio. Questa pratica
avvelena il pesce e può causare problemi di salute permanenti agli esseri umani
che vivono fino a quattrocento chilometri a valle. Il recupero di queste aree,
spogliate di tutto lo strato superficiale del terreno e cariche di mercurio,
secondo gli esperti potrebbe richiedere decine di anni.
Circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle
miniere d’oro boliviane è costituito da bambini
La proliferazione di attività minerarie artigianali in tutta l’America Latina
sta comportando costi umani notevoli. Poiché le miniere si trovano generalmente
in zone prive di vere e proprie autorità governative, i lavoratori sono
estremamente esposti al lavoro forzato e alla servitù per debiti. Il lavoro in
sé è sporco, pericoloso e difficile, e perciò poco attraente per chiunque,
tranne che per i più disperati. Sfollati, minoranze e singoli individui privi
di documenti di identità spesso lavorano nelle miniere per mancanza di altre
opportunità.
Tutto ciò per quanto riguarda gli uomini. Le donne, a cui è vietato
lavorare nel sottosuolo, sono invece oggetto di tratta e di sfruttamento
sessuale. I responsabili delle attività minerarie criminali usano false offerte
di lavoro che promettono alti salari per attirare le ragazze nelle città
minerarie e costringerle a lavorare nei bordelli. Un esempio impressionante è
La Rinconada, un centro minerario peruviano vicino al confine con la Bolivia. La poliziastima che
oltre 4.500 ragazze siano state vittime di tratta finalizzata allo sfruttamento
sessuale nei bar frequentati dai minatori.
Va poi ricordato che circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle
miniere d’oro boliviane è costituito da bambini. Alcuni anni fa, il difensore
civico nazionale della Bolivia, Rolando Villena, ha affermato che nella regione
mineraria di Potosí i bambini
possono essere acquistatiper una cifra che va dai tre ai sette
dollari.
Lo sfruttamento da parte dei responsabili delle attività minerarie illegali
ha colpito anche le tribù locali. Nel 2012 ha fatto notizia il caso della tribù indigena
yanomami, dopo che alcuni suoi membri sono stati trovati con dei
numeri tatuati sulle spalle, come schiavi.
La debole risposta del governo
Negli ultimi due anni, i governi locali hanno aumentato moltissimo il numero
delle operazioni volte a sradicare le miniere illegali. Le forze armate
peruviane, colombiane e brasiliane hanno raso al suolo decine di campi
minerari, e le autorità hanno limitato la vendita di gasolio e benzina nelle
zone a rischio, nel tentativo di ostacolare le attività.
Tuttavia, la forza dei gruppi criminali e la loro determinazione nel
condizionare i funzionari locali attraverso la corruzione o l’intimidazione
rendono difficile questa battaglia. Inoltre, quando vengono ostacolate in un
determinato luogo, le attività di estrazione selvaggia si trasferiscono
rapidamente in altre aree difficilmente raggiungibili. Concretamente, finora la
maggior parte degli sforzi per stroncare l’attività mineraria illegale ha dato
risultati limitati.
L’estrazione dell’oro presenta un altro elemento chiave: i minatori
illegali possono guadagnare dei 30 ai 75 dollari al giorno. Non è abbastanza
per diventare ricchi, ma è molto più di quanto un adulto privo di istruzione
potrebbe guadagnare facendo il contadino sugli altopiani circostanti. Alcuni
politici locali hanno affermato che in realtà i governi non dovrebbero puntare
alla chiusura delle miniere illegali, perché creano posti di lavoro. In Perù,
per esempio, alcuni politici hanno dichiarato pubblicamente che si dovrebbe
permettere ai minatori di guadagnarsi da vivere, sostenendo che tutti hanno il
“diritto di sbarcare il lunario.”
“Questa battaglia non ha alcun senso”, dice Luis Pardo, direttore del think
tank Colombia punto medio. Ma Pardo ha una soluzione: il governo dovrebbe dare
la caccia a chi sta dietro alle attività estrattive, anziché ai minatori o ai
siti in cui avvengono le operazioni.
“Puoi bombardare una ruspa e mandare in galera il ragazzo che la faceva
funzionare, ma il vero proprietario dei macchinari vive in una grande città e
ha soldi a sufficienza per comprare un’altra ruspa nel giro di poche
settimane,” afferma Pardo. “Perciò, quando il governo deciderà davvero di
stroncare le attività minerarie illegali, dovrà dare la caccia a chi investe in
queste attività”.