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sabato 16 maggio 2026

Polli che mangiano polli negli allevamenti da riproduzione - Luisiana Gaita

Polli lasciati accanto a carcasse di altri polli in decomposizione, galline ovaiole mangiate vive da altre galline, prese per il collo, lanciate con violenza e colpite ripetutamente con una pala. Per la prima volta in Italia (e la seconda in Europa) si mostrano le immagini di cosa accade all’interno di un allevamento di polli riproduttori, ovvero gli animali che danno vita ai polli da carne venduti nei supermercati. Sono le immagini esclusive ottenute da Essere Animali, che saranno trasmesse nella video inchiesta della giornalista Giulia Innocenzi, nel corso della prossima puntata di Report, in onda il 12 aprile su Rai 3. Raccolte nel giro di un mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 e consegnate all’associazione animalista da un ex dipendente mostrano scene di galline ovaiole con veri e propri buchi nel corpo. ilfattoquotidiano.it pubblica in anteprima una clip tratta dal servizio e che riguarda un allevamento di polli all’ingrasso. Mostrano la crudeltà di un sistema basato su razze selezionate per una crescita rapida di petto e cosce, più richieste dal mercato. Quindi polli broiler (razza a cui appartiene oltre il 90% dei polli allevati in Italia) già condannati geneticamente a soffrire (Leggi l’approfondimento) e pronti ad essere macellati dopo appena 40 giorni di vita. Con conseguenze enormi sulla loro salute e anche sulla qualità della carne, come mostrato dall’inchiesta di Essere Animali – i cui contenuti sono stati anticipati da ilfattoquotidiano.it – sull’incidenza di casi gravi di white striping nei polli venduti nei supermercati italiani (Leggi l’approfondimento).

Dagli allevamenti ai supermercati

Gli allevamenti in questione si trovano in provincia di Verona. “Fanno parte della filiera di Aia (hanno contratti di fornitura, ndr), parte del Gruppo Veronesi – spiega Esseri Animali – che è il principale produttore italiano di pollo con un fatturato annuale di 4 miliardi (2023) e rifornisce praticamente tutti i principali supermercati italiani per i loro prodotti di pollo a marchio, come Coop, Conad ed Esselunga”. Quello di polli riproduttori alleva circa 40mila animali. In questa fase del ciclo gli animali vengono fatti accoppiare per produrre quelle uova da cui nasceranno i polli destinati alla macellazione per il consumo umano. Quella dei polli a rapida crescita è una genetica che porta una serie di gravissime problematiche di benessere, anche nella fase dei riproduttori. Diversi polli non riescono neppure a reggersi sulle proprie zampe e, quindi, a mangiare e bere, altri sono malati. Ma in un allevamento di polli riproduttori, gli animali possono rimanere anche diversi mesi, portando all’estremo malattie e problemi vari. Per Simone Montuschi, presidente di Essere Animali “è inaccettabile che in una filiera con un grande volume d’affari e importante come quella dei polli da carne vi sia questa trascuratezza, con rischi sanitari gravissimi, animali malati abbandonati ad agonizzare senza cure e con chiari disturbi tra cui il cosiddetto wry neck (torcicollo), che provocano seria difficoltà agli animali nel soddisfare bisogni primari come mangiare e bere”.

Le violenze e le carenze negli allevamenti

Ma non ci sono solo i problemi legati alla selezione genetica di queste razze. I video mostrano violenze da parte degli operatori nei confronti dei polli, ma anche problemi dovuti alla cattiva gestione dell’allevamento, a iniziare da quelli di igiene e alla carenza di cure nei casi degli animali malati. Gli animali vengono scaraventati contro le strutture, afferrati per un’ala, presi per il collo e fatti roteare durante gli abbattimenti che, invece, richiederebbero una morte rapida, mentre alcuni polli maschi hanno le zampe mutilate, in violazione delle linee guida dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Aia replica che il gruppo Veronesi effettua circa 40mila visite all’anno e che ogni comportamento non in linea con gli standard del gruppo è da ritenere contrario agli accordi presi tra l’azienda e i fornitori. Nel frattempo, negli allevamenti le immagini sono esplicite. Nella clip che pubblica il Fatto, si vedono animali incastrati tra i divisori delle varie aree e lasciati morire, ma anche polli con segni sul corpo, perché sono stati cannibalizzati da altri polli. Per legge, gli operatori dovrebbero passare due volte al giorno per rimuovere eventuali carcasse. Quello del cannibalismo è un aspetto legato a un altro problema riscontrato nell’allevamento del Veronese, ossia la fame cronica.

La restrizione alimentare e le linee guida dell’Efsa

L’inchiesta affronterà anche il tema della restrizione alimentare a cui sono stati sottoposti alcuni polli. Perché se negli allevamenti all’ingrasso i polli a rapido accrescimento sono pronti per essere macellati nel giro di 40 giorni, nelle strutture di questo tipo, quelle dove si riproducono, queste stesse razze a rapido accrescimento possono rimanere diversi mesi, anche un anno. E rischiano di arrivare a casi di obesità estrema. Da qui, le restrizioni alimentari. “Un recente parere scientifico dell’Efsa sul benessere dei broiler – spiega Esseri Animali – afferma che la restrizione dei polli riproduttori nella fase di accrescimento può raggiungere addirittura il 20-25% della quantità di cibo che assumerebbero se potessero nutrirsi a volontà”. Questo causa uno stato di fame cronica e prolungata che porta i polli a becchettare ripetutamente qualsiasi cosa abbia un aspetto riconducibile al cibo, incluse penne e parti arrossate o ferite sul corpo di altri animali. Sol pochi mesi fa, Esseri Animali ha pubblicato un report proprio sui problemi legati alla qualità dei prodotti a base di carne di pollo venduti nei supermercati più amati dagli italiani secondo Altroconsumo, analizzando l’incidenza di casi gravi di white striping, una malattia che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale, sui petti di pollo e che è indice di scarsa qualità della carne e condizioni di allevamento assolutamente inadeguate.

da qui

giovedì 26 marzo 2026

Contro l’allevamento in gabbia in Italia

 

Perché è importante firmare la proposta di legge di iniziativa popolare contro l’allevamento in gabbia in Italia

di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

Mancano pochi giorni alla Pasqua e per molti italiani e italiane il pranzo terminerà con uno dei dolci simbolo di questa festività: la colomba. Nel nostro Paese però è difficile sapere se le uova utilizzate in questi prodotti provengano o meno da allevamenti in cui le galline sono allevate in gabbia: a differenza delle uova fresche infatti, per i prodotti trasformati non è obbligatoria l’indicazione in etichetta. Per far fronte a questo vuoto informativo, Essere Animali ha deciso di analizzare le comunicazioni dei maggiori produttori di colombe disponibili pubblicamente e di fornire una panoramica su chi ha già smesso di impiegare uova in gabbia, chi si è posto questo obiettivo per il futuro e chi invece non ha ancora assunto nessun impegno pubblico.

Da quanto emerge dal report che prende in analisi otto grandi aziende italiane, ad aver implementato politiche pubbliche che prevedono l’impiego di uova di galline allevate a terra sono: Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani. Maina ha pubblicato un impegno a eliminare le uova di galline in gabbia entro Pasqua 2026, mentre Bauli e Melegatti sono le sole a non essersi ancora impegnate pubblicamente per tutti i loro prodotti contenenti uova, fatta eccezione per i croissant a marchio, le uniche referenze per cui fanno uso di uova da galline allevate a terra.

In Italia, secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, più di 9 italiani su 10 sono favorevoli al divieto dell’allevamento di animali in gabbia. Eppure il nostro Paese non ha ancora introdotto – come invece hanno fatto altre nazioni europee – un divieto all’utilizzo di ogni tipo di gabbia per le galline ovaiole.

Quelle singole sono già state vietate in tutta l’Unione europea nel 2012, ma altri paesi hanno fatto di più, mettendo al bando anche quelle arricchite. È il caso di Austria e Lussemburgo, mentre in Germania è prevista un’eliminazione completa entro il 2026-2029. La Francia ha vietato la costruzione di nuovi allevamenti in gabbia a partire dal 2018, mentre in Repubblica Ceca e Slovenia entrerà in vigore il divieto rispettivamente nel 2027 e nel 2029. In Svezia infine, pur non essendoci ancora un divieto formale, la transizione al cage-free è già avvenuta per iniziativa del settore produttivo.

E in Italia? Proprio per rispondere alla richieste di cittadini e aziende già impegnate in questa transizione, Essere Animali ha deciso di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare l’allevamento in gabbia in Italia per tutte le specie. Per chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema sarà necessario raggiungere 50.000 firme entro settembre.

La stragrande maggioranza degli italiani si è già dichiarata contraria alla sofferenza degli animali in gabbia e a favore di un divieto su scala nazionale, per questo – oltre all’azione virtuosa che possono mettere in atto gli operatori del settore e alle scelte che possono fare i consumatori – è fondamentale che ci sia anche un’azione istituzionale e politica.

Firmare la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato è più importante che mai, affinché la politica si faccia carico delle istanze dei cittadini anche quando le aziende le ignorano o i processi sono troppo lenti rispetto alle esigenze e alle richieste dei cittadini e delle cittadine italiane ed europee.

da qui


Uccisioni choc, carcasse nelle gabbie e rischi sanitari: la videoinchiesta in un allevamento intensivo di conigli in Veneto

Animali deboli o malati presi e sbattuti contro le gabbie, o per terra, per ucciderli. Centinaia di esemplari rinchiusi in spazi angusti, sottoposti a stress e che devono convivere con le carcasse. E ancora: le stesse carcasse che, se gettate via, vengono buttate insieme alle deiezioni, provocando rischi sanitariEssere Animali si è infiltrata con una telecamera nascosta in un allevamento intensivo di conigli in provincia di Treviso e ne ha mostrato gli orrori. La struttura alleva circa 30mila animali, tutti destinati alla produzione di carne.

“A essere allevati in gabbia ogni anno in Italia – fa sapere Essere Animali – sono oltre il 90% dei 12 milioni di conigli macellati in totale nel nostro Paese (dati BDN Anagrafe Zootecnica). Il Veneto è la regione dove si concentra la maggior parte dei conigli allevati (28,8%), seguito da Piemonte (21,8%) e Friuli-Venezia Giulia (16,2%). In Europa l’Italia è tra i primi tre paesi per produzione con Spagna e Francia, che insieme rappresentano oltre l’80% dell’attività di produzione di carne di coniglio nell’Ue”.

Nell’allevamento vivono in gabbia anche “le fattrici dei conigli, costantemente sottoposte a inseminazione artificiale. Dopo 15 giorni, le coniglie vengono spostate in gabbie dotate di un vassoio di plastica che funge da nido. Alla nascita, i coniglietti vengono suddivisi in base alla taglia, in modo tale che ogni coniglia allatti animali di dimensioni simili, ma non necessariamente i propri. Già 11 giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate per mantenere alta la produttività dell’allevamento. Dopo due cicli di fecondazione consecutivi che falliscono, una coniglia viene considerata improduttiva quindi scartata e mandata al macello“.

Il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre a livello nazionale il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate, per chiedere al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo come è già avvenuto in altri paesi membri dell’Ue.

“I consumi di carne di coniglio sono in calo – continua la nota di Essere Animali – anche per il cambiamento di prospettiva nei confronti di questo animale, sempre più considerato un vero e proprio pet. Pur posizionandosi al secondo posto in UE per consumo di carne di coniglio dopo la Francia, in Italia questo fenomeno riguarda prevalentemente over 60 (70%) e il numero di capi macellati è in declino. Secondo i dati ISMEA, negli ultimi dieci anni la produzione nazionale ha registrato una contrazione del 37%, passando da 33,8 mila tonnellate a 23,1 mila tonnellate. Aumenta invece il numero di conigli d’affezione presenti nelle case gli italiani, con i piccoli mammiferi che superano i 3 milioni (dati Assalco) e l’istituzione di un’Anagrafe ufficiale dedicata proprio ai conigli domestici promossa in collaborazione con il Ministero della Salute”.

da qui