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martedì 17 giugno 2025

La decolonizzazione parte dai nostri sguardi - Alessandra Mecozzi

Contro gli orrori di Israele e l’ipocrisia dei governi delle grandi potenze possiamo, in basso, imparare ad ascoltare le voci femministe palestinesi. Hanno qualcosa da dirci.

 

Parlare di  guerra e femminismo, dopo oltre un anno di orrori del genocidio ancora in corso di Israele contro la popolazione palestinese, non è facile. La stessa parola guerra è inadeguata, non si tratta infatti di un conflitto tra Stati, tra eserciti, ma di uno degli eserciti più potenti del mondo, quello di Israele, che stermina una popolazione, animato da una furia fanatica e razzista, che si espande in tutta l’area, di prendere una terra che non gli appartiene e cacciare la popolazione autoctona, sostituendola con quella ebraica.

Quando l’esercito di uno Stato occupante uccide oltre 50.000 persone, di cui 17.000 bambini con bombe, malattie fame; ammazza più di 200 giornalisti; distrugge un patrimonio culturale, scuole e università; quando bombarda scientemente un’ambulanza, ammazzando e seppellendo in una fossa comune l’equipaggio di soccorritori, non bastano le (poche) parole di denuncia e di condanna. Servono misure per colpire l’impunità di Israele, come del resto hanno indicato la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale,

Unione Europea e governo italiano, come sappiamo, hanno steso su quanto avviene a Gaza e in tutta la Palestina un sudario di indifferenza e immobilità. Oggi la UE chiede «armi all’Ucraina fino alla vittoria» (!), di riarmare l’Europa, di riempire gli arsenali e di manipolare le coscienze fin nelle scuole. È una politica insostenibile, un patriarcato con facce di donne. In questo quadro di silenzio e doppi standard, di disinformazione e informazione disonesta, ascoltiamo le voci femministe palestinesi, hanno qualcosa da dirci, una strada da suggerirci grazie alla loro lunga storia di lotte di liberazione, dal colonialismo britannico nei primi anni del ‘900, fino a quello sionista: la storica Unione dei comitati delle donne palestinesi nel 2021 venne dichiarata terrorista da Israele e, insieme ad altre 5 Ong messa fuori legge (per i movimenti femministi e femminili in Palestina, vedi C. Dalla Negra, Questa terra è donna, Astarte 2024).

Nello stesso anno nasceva negli Stati Uniti, il Palestinian Feminist Collective con la dichiarazione: «Il sionismo, come tutti i sistemi coloniali, è complice della violenza di genere» invitava a porre fine alla violenza dall’interno, come dall’esterno.  Le donne palestinesi sono sempre state parte attiva della fondamentale resistenza alle aspirazioni imperialiste sulla loro patria, convinte che la liberazione nazionale è incompleta senza giustizia di genere. Lo sosteneva anche il giovane movimento di Tal’at, contro misoginia e patriarcato. E il PFC (Nada Elia su Middle East Eye, marzo 2021. N. Elia, La Palestina è una questione femminista, Alegre 2023).

Dopo il 7 ottobre e la vergognosa esaltazione di tutti i governi – dagli Stati Uniti all’Italia – del diritto all’autodifesa dello stato occupante di Israele dagli occupati, l’appello delle femministe palestinesi è stato: «Porre fine al genocidio di Gaza è una questione femminista», forse anche una reazione a quella parte di femminismo che, come in Francia, che insorgeva contro stupri palestinesi sulle donne israeliane (petizione ripresa anche in Italia da Micromega): la stessa procuratrice di Israele Gez, dichiarava due mesi dopo in un intervista a Ynet: «Sfortunatamente sarà molto difficile provare questi crimini» in assenza di denunce e di prove.

Decine di prove e testimonianze hanno invece purtroppo permesso di ricostruire violenze e torture sulle donne palestinesi. Ultima in ordine di tempo l’indagine della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite (13 marzo) che nel suo rapporto scrive: Israele ha «intenzionalmente attaccato e distrutto» il principale centro di fertilità del territorio palestinese e ha simultaneamente imposto un assedio e bloccato gli aiuti, compresi i farmaci per garantire gravidanze, parti e cure neonatali sicure,  «deliberatamente infliggendo al gruppo condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica» e «imponendo misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo».

Ce lo ha ricordato anche Rania Hammad intervenendo il 18 febbraio scorso alla Scuola politica della Casa Internazionale delle Donne «Non perdiamo più la bussola»:

Sappiate che la violenza di genere e sessuale è indispensabile al colonialismo nel suo intento di eliminare noi, il popolo nativo della Palestina e rubare le nostre terre nonché reprimere la nostra resistenza. Il Sionismo, Israele non ha mai fatto segreto dei suoi piani, né della soluzione di avere tutta la terra senza palestinesi, non è nulla di nuovo […] Mentre venivano ammazzate in massa le donne palestinesi, mentre venivano sterminate intere famiglie e le donne rapite, imprigionate, torturate, abusate sessualmente e stuprate, ci siamo trovate, noi donne palestinesi in Occidente, in una situazione surreale di fronte al massacro e ai nostri traumi.  Ci siamo trovate di fronte al femminismo coloniale, ci è stato chiesto di mettere da parte le cause del conflitto stesso, le radici del problema, la verità storica, cioè quelle del colonialismo di insediamento e dell’occupazione; ed è stato preteso da noi che ci dimenticassimo di tutti i nostri antenati massacrati prima di noi, migliaia di vittime, di corpi palestinesi, per soffermarci e condannare un giorno di ottobre del 2023.

Ho ripensato al tempo della pandemia, quando sembrava che «nulla sarebbe stato più come prima» e opponevamo la rivoluzione della cura contro la guerra, sempre di stampo patriarcale, che distrugge le società in nome della «esportazione» della democrazia e della «libertà delle donne» – ricordiamoci  l’Afghanistan e l’Iraq – arricchendo l’industria delle armi e i poteri militari, scatenando guerre civili e sostenendo le occupazioni: violenza come massimo gesto di incuria verso l’umanità e la natura. Esprimersi contro armi, violenza e guerre, oggi, deve mettere al centro le pratiche, i pensieri e le parole contro gli orrori compiuti da Israele in solidarietà con le femministe palestinesi anche se sostenere queste posizioni può configgere con il cosidetto «femminismo coloniale».

Cominciamo dalle nostre menti a sostenere la decolonizzazione.

da qui


venerdì 10 marzo 2023

Sui vostri diritti e il vostro potere - Maria Galindo

 


Vi propongo uno scambio: diritto di voto con diritto a una ridefinizione radicale di cosa si intende per politica.

Baratto quello che chiamano “matrimonio egualitario” con l’abolizione del matrimonio.

Scambio il diritto all’iscrizione del reato di femminicidio nel codice penale con il diritto a non essere assassinate.

E suggerisco che se vi preoccupa il traffico di esseri umani, mi rivolgo in particolare alle donne spagnole ed europee qui presenti, lottate per l’abolizione della Ley de Extranjeria. Questa lotta non si dà nel contesto politico nazionale perché questo non si decide qui.

Questo preambolo non è retorico, ma un invito sedizioso a chiederci: che vogliamo fare? Cosa possiamo fare? Non cosa fare con i diritti, ma cosa fare con la politica.

Non posso negare che l’invito venuto da un Ministero mi ha sorpreso.

Vi ringrazio, sono qui perché non posso concedermi assolutamente il lusso di prescindere da alcuno spazio di parola, perché vengo da un Paese che non esiste sulla mappa del mondo, dove sono considerata una paria e il mio lavoro è soggetto a continue denunce e persecuzioni.

A questo Tavolo dei Diritti Umani mi sento fuori posto.

Il mio lavoro non è inquadrato all’interno di quelli che chiamano Diritti Umani.

E mentre lo dico mi chiedo: cosa diavolo intendono per Diritti Umani?

Chiamano spesso Diritti Umani quell’insieme di lotte pericolose e sovversive, che per la loro forza non possono essere cancellate, ma che anche per la loro pericolosità per l’ordine sociale costituito preferiscono classificare come lotte per i diritti umani.

Preferiscono premiarle e addomesticarle. Con l’etichetta di Diritti Umani cercano di depoliticizzarle, ammorbidirle ed espellerle dal campo a cui appartengono realmente, che è il campo dell’invenzione di nuove forme e radici della politica.

Il mio impegno non è la lotta per i diritti umani, ma l’invenzione di pratiche politiche femministe di massa, dal basso e dall’esterno dello Stato, pratiche che hanno la forza di costruire una gigantesca empatia sociale femminista e antifascista. È a questo che mi dedico, è questo ciò che mi infanga dalla testa ai piedi, ma è questo anche ciò che mi permette di lasciare una traccia storica nel mio Paese.

Ho la capacità di farmi capire da una società intera e di aggiungere speranza lottando per cose molto concrete e piccole che lo Stato e i partiti politici disprezzano considerandole sciocchezze e che io chiamo invece politica concreta. Sono una seminatrice di speranza e sto raccogliendo speranza.

Ritengo che la comprensione dei femminismi come lotta per i diritti sia una trappola consumata in cui non dobbiamo cadere.

Non si tratta del fatto che ai Diritti Umani manchino i diritti delle donne per essere completi.

E nemmeno che, in chiave intersezionale, ai diritti delle donne manchino i diritti delle donne espulse dall’universo eterosessuale bianco.

Il problema non sono i diritti per le lavoratrici del sesso, per le lavoratrici domestiche o per quelle che vengono malamente definitite migranti. E poi perché parlano di migranti? Le migranti non sono altro che donne esiliate da economie neoliberiste in cui non c’è lavoro. Le migranti non sono altro che donne espulse da territori di saccheggio ecocida da cui si può solo fuggire.

Il problema non è aggiungere diritti ai Diritti Umani per renderli più umani. Non venite a offrirmi diritti.

Mettere in agenda diritti, settore per settore e universo per universo, in una sorta di racconto epico di ricerca di ripartizione o espansione dei diritti da parte degli Stati è perdere un tempo storico, energia vitale, creatività politica e capacità che è invece urgente spendere per un altro progetto e da un’altra parte.

E poi, come se non bastasse, continuare a parlare di diritti significa annoiare la gente ed essere complici nel provocare l’apatia sociale generalizzata dovuta all’assenza di illusioni mobilitanti.

Non c’è politica, oggi, c’è la privatizzazione della politica.

Non c’è democrazia, c’è machocrazia.

Non c’è democrazia, c’è una democrazia-spazzatura dove non c’è nulla che si decida con il voto.

Non ci sono elezioni, ci sono scenari di marketing elettorale .

Non ci sono stati nazionali sovrani, c’è un progetto sovrastatale coloniale capitalista al quale gli stati sono subordinati. Un progetto in cui i governi sono semplici amministratori.

Per questo dobbiamo parlare di politica e non di diritti.

Ma se proprio volete parlare di diritti, bisogna dire che essi sono retorici, perché enunciarli non è affatto la stessa cosa che esercitarli.

Se volete proprio parlare di diritti, bisogna dire che questo è un argomento sottoposto al ricatto: te li do, te li tolgo, oppure li taglio e mutilo.

Se ti danno dei diritti, non puoi mettere in discussione la struttura sistemica che te li concede. Perché i diritti ti mettono al posto di un cliente del sistema e non di un soggetto.

Se volete parlare di diritti, c’è da dire che sono segmentati per ordine di priorità e importanza, e che noi che siamo in fila ad aspettare i nostri siamo già stanchi di tanto rimando storico.

Se si vuole parlare di diritti, bisogna dire che il capitalismo ci ha tolto la sovranità sui nostri corpi, quindi dovremmo parlare di recuperare ciò che è stato perduto e non di ottenere il nuovo.

Il problema non sono i diritti che mancano ma la loro stessa definizione, la loro pretesa di universalità in un mondo pluriversale.

Non vi bevete la storia secondo cui “universale” significa per tutti, tuttə e tutte.

Universale vuol dire europeo, bianco, imperiale, coloniale e di un’unica matrice civilizzatoria intesa come unico modello di società e di democrazia che dobbiamo rispettare e copiare.

Abbiamo visto che anche i Diritti Umani servono come strumento di misura coloniale.

Ecco perché si possono criticare Maduro e Ortega, – ed è molto giusto, naturalmente, denunciarli e criticarli -, ma non si può denunciare ciò che fanno Israele o gli Stati Uniti.

Le violazioni dei diritti umani commesse in Europa o da Stati europei non contano come barbarie, non contano come stupro. Non possono essere denunciati come dittatura razzista, capitalista o come una dittatura ecocida ed estrattivista.

Qui il problema sono i padroni e le padrone dei Diritti Umani. Il problema è ciò che dichiarano “umano” rispetto a ciò che dichiarano “animale”, ciò che dichiarano legittimo e degno di vita rispetto a ciò che dichiarano “danno collaterale”.

Siamo in Europa. C’è un Mar Mediterraneo trasformato in una fossa comune dove, come accadeva nel XVI secolo, masse di persone vengono spogliate della loro condizione umana senza che nessuno, o comunque pochissimi, osino dire qualcosa, con il rischio di essere criminalizzati come Helena Maleno, accusata di tratta di esseri umani per aver tentato di salvare vite in mare.

Le organizzazioni per i Diritti Umani fanno un discorso perverso, che è una maschera per coprire la morte, che è un’ipocrisia necessaria affinché nessuno osi prendere coscienza di ciò che si sta realmente facendo.

In Perù si sta uccidendo, ma non si tratta di un problema nazionale di ingovernabilità. Accade perché l’ordine coloniale mondiale possa continuare il suo corso e quelle morti servano perché in tutta la regione andina si possa continuare a controllare l’estrazione di materie prime nelle condizioni che impongono gli Stati tedesco, cinese, russo o nordamericano. Sono imposizioni in cui lo Stato spagnolo svolge il ruolo di una guardia giurata alla porta della discoteca.

Il problema non sono i diritti, sono i mondi e i progetti politici.

Qui io sono fuori luogo.

Odoro di ají picante (il nome dei peperoncini in Sudamerica, ndt).

Il mio passaporto puzza di coca; sostanza resa illegale cosìcché in Colombia, Messico o Bolivia ci costi una sanguinosa guerra alla droga la cui unica soluzione possibile è la legalizzazione delle droghe e la depenalizzazione della foglia di coca di cui però ci si rifiuta di discutere. Sapete perché lo si fa? Perché le nostre morti non valgono nella contabilità delle violazioni ai Diritti Umani.

Odoro di litio.

Odoro di Amazzonia in fiamme.

L’odore dell’oro e dell’argento del XVI secolo non è ancora stato rimosso dal mio corpo.

Qui io sono fuori luogo.

Non voglio fare lobby a Ginevra per i diritti X, J o P.

Non voglio cercare un’udienza con i padroni dei Diritti Umani per dire che siamo umane e umani anche se veniamo dalla Bolivia, da Haiti o da qualsiasi altra destinazione cancellata dalla mappa dell’umanità.

Non voglio che si possano vantare con il mio lesbismo terzomondista e mi diano un sostegno internazionale che consiste in pacche sulle spalle in cambio del fatto che si possano sentire più civilizzati.

Mi dedico a pensare e costruire un progetto depatriarcalizzato, anticapitalista e anticoloniale, che travalica ogni discorso sui diritti; che si tratti di diritti di donne, animali, trans o froci.

Potrete accusarmi di aver perso la prospettiva del possibile.

Io vi accuso di annoiarmi.

Mi scuso per avervi mancato di rispetto tematico in questo modo.

Sebbene dicano che parliamo la stessa lingua, non sembra che ci capiamo.

Nei pochi minuti che mi avete concesso, questo è tutto quello che posso dirvi.

Concludo con una richiesta: mi piacerebbe che si cambiasse nome alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Vorrei che fosse chiamata così: Dichiarazione Arbitraria dei Diritti di Coloro che gli Europei Considerano Umani.

Il progetto non è prendere il potere.

Di fronte al potere non ti fai potente.

Di fronte al potere ti ribelli.

Il progetto è fare la rivoluzione.

Molte grazie.


Maria Galindo, co-fondatrice del collettivo Mujeres Creando e co-direttrice di Radio Deseo in Bolivia, è stata invitata al Tavolo sui Diritti Umani dell’ Encuentro Internacional Feminista tenuto a Madrid tra il 24 e il 25 febbraio, organizzato dal Ministerio de Igualdad della Spagna. Questo è il testo che ha scritto per il suo intervento, tradotto da marco calabria per Comune-info. Il video realizzato da El Salto Tv lo mostra integralmente. Maria è salita sul tavolo della presidenza e ha parlato a braccio, ovviamente con piccole modifiche su quel che aveva preparato.

da qui



mercoledì 17 marzo 2021

Femminismi e altre liberazioni - Annamaria Manzoni


Era il 1792 quando il filosofo Thomas Taylor, in risposta a Una rivendicazione dei diritti delle donne di Mary Wollstonecraft, rispondeva provocatoriamente che, se si riconoscevano diritti alle donne, allora si sarebbe dovuto riconoscerli anche agli animali. Pensava ovviamente di risultare provocatorio, di suscitare sconcerto o ilarità, proprio come divertito e sconcertato era evidentemente lui davanti all’ipotesi che le donne potessero aspirare ad essere portatrici di diritti. Ma, suo malgrado, la sua tesi, ripulita dalle connotazioni connesse alla sua preoccupante visione a tunnel sulle cose, risulta quanto mai azzeccata: comporta un link, che è politico, psicologico, esistenziale tra questione femminile e questione animale, benché lui fosse lontano mille miglia dall’intuirla e riuscisse a risolverla solo come battuta.

Prescindendo dalla ricostruzione del cammino faticosissimo delle donne in direzione della parità di genere e di quello solo agli albori degli altri animali, portato avanti per interposta persona, in difesa almeno della loro sopravvivenza, è importante riflettere sui modi in cui si estrinseca questa particolare alleanza interspecifica donne-animali.

Di certo nessun discorso al proposito può essere univoco ed esaustivo, data l’enorme articolazione dello stato delle cose dovuto all’infinito numero degli individui implicati. È un dato di fatto, comunque, che spesso sono state le donne a prendere atto di come le loro battaglie per uscire da una condizione di sottomissione e dipendenza dal genere maschile andassero di pari passo con la rivendicazione ante litteram della liberazione animale.

 

Già dagli anni Trenta del 1800, le attiviste che lottavano contro la schiavitù negli stati americani diedero vita al primo movimento per i diritti delle donne, rendendosi conto1 della discriminazione femminile all’interno delle loro stesse organizzazioni (un pensiero reverente alle ragazze deputate, secoli dopo, a fare fotocopie per i compagni sessantottini). Non è casuale che molte di quelle donne fossero vegetariane: semplicemente capivano che la lotta contro le ingiustizie razziali, di genere, di specie avevano un unico denominatore, il rifiuto dei rapporti di potere, e in difesa dei nonumani mettevano in atto l’unica azione immediatamente praticabile, vale a dire la decisione di non mangiarli. Lo capì Harriett Beecher Stowe, autrice del libro cult La capanna dello zio Tom (1852), che dopo avere denunciato con una potenza descrittiva fuori dal comune le ingiustizie razziali, si dedicò a scrivere per un pubblico femminile, parlando anche di diritti animali.

La scia lunga di queste lotte unitarie dalla parte dei deboli contro i dominatori, è andata poi organizzandosi in modo più esplicito arrivando con l’ecofemminismo ad attiviste che fanno della difesa del mondo animale un tassello imprescindibile delle loro rivendicazioni. Nel loro pensiero le forme di oppressione su donne, bambini, animali e ambiente sono connesse, e di conseguenza la lotta contro le discriminazioni, portata avanti dai movimenti progressisti, deve contemplarle tutte. Consequenziale, secondo Carol Adams, una delle rappresentanti più prestigiose di questi movimenti, che le femministe debbano essere vegetariane.

Non si può ignorare Angela Davis, a partire dagli anni Settanta attivista dei diritti civili degli afroamericani e delle donne: anche lei, con la sua scelta vegana, si situa nel filone di chi, dedicando la propria vita alla lotta contro il razzismo, si è contestualmente mostrato sensibile alla questione animale, in quanto intimamente collegata alla discriminazione ai danni delle minoranze umane.

Insomma, non dovrebbe essere possibile parlare di giustizia, equità, liberazione declinata in tutte le sue forme umane senza includere nel cerchio delle vittime in cerca di liberazione anche i nonumani, il chè richiede ovviamente come primo imprescindibile passo l’adesione al veganismo, come forma di necessaria coerenza. Quindi, come altre delle donne già citate, la Davis considera parte di un atteggiamento rivoluzionario cogliere il link tra tutte le forme di oppressione: a stupire non dovrebbe essere questa tesi, ma piuttosto il suo rifiuto. È singolare che la Davis solo in tempi recenti abbia reso pubblica la sua scelta vegana, che pure è di antica data: il silenzio sulla questione, protrattosi per tanti anni, parla forse della sua consapevolezza che quella che era una evidenza per lei e forse per altre avanguardie culturali aveva bisogno di tempo per una adeguata elaborazione da parte della grande massa delle sue seguaci: troppi i luoghi comuni e troppo impreparato il contesto, tanto da rendere plausibile la possibilità di inficiare il consenso per le altre fondamentali battaglie in corso, che evidentemente anche per lei erano prioritarie. A fronte di ciò, l’outing odierno testimonia la sua percezione che i tempi siano davvero cambiati tanto da rendere l’accoglimento di posizioni di giustizia inclusive degli altri animali uno step ineludibile, parte imprescindibile di una diversa visione del mondo.

E non può che stupire che agenzie di pace, come lo è chiesa, partiti autodefinentisi di sinistra e quindi strutturati su ideali di giustizia, associazioni ambientaliste tenute a includere gli animali nella natura che vogliono difendere, e si può continuare con gli psicologi che di benessere si occupano siano così spesso e tanto colpevolmente estranei a questa consapevolezza.
La particolare vicinanza delle donne ai nonumani si struttura da sempre anche su ragioni diverse da quelle fino a qui esaminate.

Insegna molto il fatto che a studiare i primati nella seconda metà del 1900 furono tre donne, attive in periodi in cui il lavoro scientifico femminile era fortemente svantaggiato rispetto a quello maschile: Dian Fossey, che si dedicò allo studio dei gorilla nell’Africa centrale, Jane Goodall, che studiò gli scimpanzé, e Birkute Galdikas, interessata agli oranghi del Borneo, furono scelte dall’archeologo e naturalista Louis Leakey proprio in quanto donne, e come tali portatrici di un diverso approccio alla conoscenza degli animali, caratterizzato da passione e capacità di empatia. Tutte loro segnarono una distanza abissale rispetto ai colleghi maschi, che gli animali li osservavano negli zoo e nei laboratori. Nessuna di loro, in netta contrapposizione con lo spirito dei tempi, si arrogò il diritto di sottomettere gli animali alle proprie pretese di studio, imprigionandoli in ambienti estranei alle loro necessità etologiche: furono loro stesse, invece, a trasferirsi nell’ambiente di vita degli animali che volevano conoscere, e lo fecero con una dedizione totale, mettendo in gioco la propria stessa vita (Dian Fossey fu uccisa in Africa nel 1986 proprio a causa del suo coinvolgimento nella difesa dei gorilla), trattandoli non come oggetti di studio da manipolare a piacere, ma considerandoli nella complessità delle loro relazioni. Insomma un approccio assolutamente empatico a fronte dell’atteggiamento appropriativo maschile.

Ed è proprio di empatia che bisogna parlare nell’esaminare la relazione donne-altri animali, ricordando in primo luogo quanto prioritaria sia la presenza femminile in una serie di situazioni “animaliste”: sono soprattutto donne le volontarie dei canili, quelle che telefonano ai centralini per denunciare violenze contro gli animali; sono soprattutto donne le gattare e le persone vegane.

Alla base di questa predominanza di genere a giocare un ruolo fondamentale è appunto la capacità di immedesimarsi nell’altro in una sorta di identificazione che permette di percepire, di vivere sulla propria pelle le sue emozioni. E identificarsi con l’altro significa anche soffrire la sua sofferenza e, anche se non sempre, mobilitarsi per andare in suo soccorso. È fuori discussione, non solo in base all’osservazione, ma anche ai risultati di ricerche fatte, che l’empatia è non soltanto, ma soprattutto femminile: le ragioni sono complesse e probabilmente, a livello evolutivo, connesse alla necessità empatica nel rapporto con i bambini/e nelle prime fasi della vita, quando è indispensabile capire le loro necessità in assenza di una comunicazione verbale. Ora, l’empatia, quando riesce ad aggirare la presenza di tanti meccanismi di difesa che remano in direzione contraria, va oltre i confini di specie e guida anche la relazione con gli altri animali.

Ne è chiaro il ruolo nel mondo delle gattare (il termine “gattari” non è ad oggi divenuto di uso comune!), di quelle persone cioè che si occupano di gatti randagi, procurando loro cibo e acqua e cercando di metterli al sicuro dai frequenti maltrattamenti a cui sono esposti. Tradizionalmente lo fanno a prezzo di un sacrificio personale tutt’altro che trascurabile, trasformando il proprio coinvolgimento emotivo in dovere quotidiano, indifferenti alle condizioni del tempo o al proprio stato di salute. Lo fanno in assenza di aspettative di riconoscenza e di intenti appropriativi, attente come sono a rispettare e salvaguardare le abitudini e la libertà di questi animali, (proprio come fecero le primatologhe sopra ricordate): si limitano a percepire il bisogno di aiuto che proviene da esseri indifesi e a darvi risposta. La loro rappresentazione non ha mai goduto neppure di quella considerazione sociale che sarebbe doverosa risposta a tanto impegno. Al contrario l’immagine della gattara è sempre stata stigmatizzata e svalutata da parte degli uomini, che ne hanno messo in risalto difetti e presunte manchevolezze, ne hanno ridicolizzato l’aspetto inevitabilmente trasandato visto il loro darsi da fare con i gatti. Ne viene oscurata l’ottemperanza alla legge non scritta della pietà, che induce a doveri ben più alti di quelli sanciti dagli uomini.

Nella tensione ad occuparsi di animali in stato di bisogno si estrinseca la cultura del prendersi cura senza aspettative di ricompense: e oggetti di questa cura possono essere tutti i deboli, bambini, malati, anziani o appunto altri animali in quanto fragili, vulnerabili, spesso del tutto indifesi. È sufficiente un’occhiata a quello che succede nelle nostre case (con grande amplificazione in tempi di covid) per verificare come si tratti di attività che vedono percentuali bulgare nella predominanza femminile. E quello del prendersi cura non è un comportamento che semplicemente si affianca ad altri: facilmente diventa esclusivo in quanto in grado di mangiare le risorse, di toglierle a molte altre attività, che sono invece tese all’autoaffermazione, e che vedono rimaterializzarsi la presenza maschile, tanto amante di quel potere che per affermarsi necessita di aggressività e assertività.

La più scarsa adesione degli uomini rispetto alle donne al vegetarismo e al veganismo è ovvia conseguenza al disinteresse per la questione animale, ma trova anche ampia giustificazione nel luogo comune secondo cui i cibi vegetariani sarebbero “da donna”, nel senso di anemici, non vigorosi, inadatti alla loro virilità. Esiste e sopravvive, infatti, la profonda convinzione, in gran parte inconscia, che gli alimenti abbiano una forte connotazione sessista: ci sono quelli da uomini e ci sono quelli da donna. La carne, soprattutto quella rossa, resta alimento icona dell’uomo macho, metafora di virilità, nella misura in cui, con il suo stesso aspetto, richiama immagini da uomo primitivo, da cavernicolo che se la andava a procurare di persona, clava in mano. L’uomo moderno, anche se la carne la conquista al massimo dagli scaffali del supermercato per metterla nel carrello della spesa, resta ostinatamente affezionato al valore simbolico della faccenda, sostenuto anche dalla diffusa convinzione che si è ciò che si mangia, quindi chissà mai che miracolosamente riaffiori quel machismo che un po’ traballa sotto i colpi di dopobarba profumati, gel per capelli e creme per il corpo dall’attrazione fatale. Tant’è: gli uomini spesso tendono a mantenere distanze di sicurezza dal mondo dei cibi leggeri, delle donne, quelle che, secondo la svilente rappresentazione maschile, nutrendosi di verdure e alghe, rafforzano un’identità di genere fondata sulla debolezza.

Is meat male? È maschile la carne? È il titolo di una ricerca pubblicata nel 2012 sul Journal of Consumer Research, autore Paul Rozin, professore di psicologia della Università di Pennsylvania. Risposta positiva, a quanto pare: oltre alla ricerca, lo conferma una statistica molto più casereccia sulle abitudini osservabili in giro. Inutilmente ci si interroga come sia possibile che non lasci tracce di pensiero l’informazione che vegani sono i maggiori campioni sportivi di ogni disciplina: a cominciare da quel Carl Lewis, “figlio del vento”, indiscussa leggenda con le sue dieci medaglie olimpiche oltre alle altre, che nel 1990 diventa vegano, per motivi etici e religiosi, nel bel mezzo della sua attività sportiva e dichiara “Ho scoperto che un atleta non ha bisogno di proteine animali per essere un atleta di successo. Infatti il mio migliore anno nelle competizioni di atletica leggera è stato quando mi sono convertito al veganismo”. Per continuare con le sorelle Williams, Venus e Serena, l’una vegana su indicazione del medico, l’altra per condivisione solidale, secondo quanto riportato dai media: di loro, sulla cui potenza fisica avrebbero molto da dire le tenniste che hanno avuto la (mala)sorte di doverle fronteggiare, tutto si può dire tranne che richiamino, nell’aspetto e nella forza dirompente, sofferte privazioni alimentari. Un grande testimonial è Mirco Bergamasco, statuario e imponente, il quale di mestiere gioca a rugby, che notoriamente, per dirla con Nanni Moretti, non è uno sport per signorine: appunto, lui è vegano. È poi, o anzi prima di tutti, c’è il grandissimo Luis Hamilton, 7 titoli mondiali al suo attivo e, giova ricordarlo, grande testimonial dell’opposizione a tante delle odierne ingiustizie, a partire da quelle razziali. Solo per citare. E per concludere con la dichiarazione di Dave Scott, considerato il più grande triatleta del mondo, che definisce “un errore ridicolo” pensare che gli atleti abbiano bisogno di proteine animali.

Niente da fare: i bias di conferma, vale a dire gli errori cognitivi che portano a filtrare solo quegli aspetti della realtà in sintonia con le nostre convinzioni ignorando quelle che le smentiscono, sono sempre all’opera.

Un’altra ricerca illuminante (Mente&Cervello, n. 104) dice che il veganismo è sostenuto soprattutto da 1) donne, 2) che vivono in contesti urbani e 3) che hanno un grado di cultura medio alto. Facile capirne le ragioni. Si è immersi in una cultura che fa della sudditanza dei nonumani la cifra della nostra esistenza e del mangiarli la normalità. Per sottoporre a un’analisi critica il pensiero dominante è necessario poter disporre di mezzi culturali adeguati, e la vita nelle città è certamente più attiva e stimolante, più facile brodo di cultura di movimenti innovativi. Si aggiunge il fatto che, a quanto pare, è molto meglio essere donne: vale a dire disporre di una forma di intelligenza sintetica, intuitiva, induttiva, a fronte di quella più analitica, logica, deduttiva degli uomini; soprattutto di un’intelligenza arricchita e vivificata dalla presenza delle emozioni.

La breve analisi condotta è indirizzata alla necessità di prendere atto dello stato delle cose, di individuarne la genesi complessa peri mettere a fuoco le strade da seguire. Prescindendo dalla situazione che vede sempre più sfumarsi la dicotomia sessuale, il riferimento non è mai ad una frattura netta al mondo maschile da quello femminile, ma sempre a maggiori disposizioni, a dei “soprattutto”, che contengono in sé la possibilità di cambiamenti da governare: esistono uomini il cui impegno è forte in favore di tutti i deboli e gli svantaggiati e vi sono, purtroppo, donne che pur senza esporsi in prima persona ad atti violenti, mantengono un ruolo non meno colpevole di sostenitrici o fiancheggiatrici di tante brutture. E non sempre i cambiamenti in atto sono rassicuranti perché vedono le donne a volte inseguire i non invidiabili primati dei loro compagni nelle cronache di omicidi o crudeli attacchi fisici contro persone deboli, le vedono sgomitare per svolgere il servizio militare, mentre qualcuna è già entrata nell’arena a massacrare con entusiasmo tori braccati e indifesi, e altre esibiscono orgogliosa soddisfazione nelle foto che le ritraggono in tenuta da cacciatrici con il piede sopra l’ultima vittima uccisa.
Il cammino dell’emancipazione femminile deve governare il rischio dell’uniformazione a quello maschile magari per compensare atavici sensi di inferiorità: non è certo questa la strada da percorrere, perché invece le trasformazioni si impongono. Da millenni la divisione di genere è stata il criterio principale per determinare l’esistenza delle persone, con gli uomini al potere e le donne in posizione di sudditanza, esattamente come lo specismo è stato il criterio per definire il posto di umani e nonumani nel mondo. La strada verso il superamento del sessismo deve coincidere con la lotta a tutte le forme di sudditanza e prevaricazione e non può non essere condotta contestualmente alla lotta per la liberazione animale: la consapevolezza conta su contributi di altissimo livello, ma di certo ancora assolutamente insufficienti. Il giorno in cui i festeggiamenti per un nuovo diritto riconosciuto non contemplassero che a pagarne l’ingiusto prezzo fossero vittime animali sulle tavole festose il segnale che questo principio sarà entrato in una consapevolezza più diffusa sarà più tangibile.

Il tempo giusto è oggi: per ogni animale, “dopo” sarebbe troppo tardi.

da qui    

martedì 11 giugno 2019

Il fascismo come ideologia dello stupro - Sara R. Farris



Hanno ragione le femministe a sottolineare che lo stupro di Viterbo, com’è stato ormai denominato dai media – non andrebbe spiegato invocando il colore politico dei due stupratori accusati, Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci . «Uno stupro è uno stupro, abbiamo detto ogni volta che, da destra, si legava una violenza sessuale al colore della pelle o alla cultura dell’uomo che l’aveva commessa» scrive Ida Dominijanni a commento dei fatti di Viterbo. Lo stupro non è appannaggio di nessuna classe sociale, appartenenza politica o etnia/nazionalità. È «l’ossessione del possesso» e della proprietà del corpo della donna, che muove gli uomini, a tutte le latitudini, a stuprare e uccidere le donne. E come le statistiche mostrano da tempo, gli stupratori nella maggior parte dei casi sono amici, parenti, fidanzati, mariti, ex, in sostanza uomini con cui le donne si sentivano al sicuro.
Tuttavia, il fatto che i due stupratori fossero due noti fascisti locali va sottolineato con forza. Non per dimenticare la realtà di fatto per cui nessuna ideologia politica o comunità di uomini è esente dalla possibilità della violenza sessuale (sappiamo bene che anche gli uomini di altri orientamenti politici stuprano le donne), ma per comprendere in che misura il fascismo nello specifico sia anche una pericolosa ideologia dello stupro.
Ci sono due ragioni fondamentali per cui ritengo che il fascismo come ideologia giustifichi lo stupro: 1) Il mito fascista del maschio straniero predatore sessuale è una forma di razzializzazione del sessismo e di «falsa proiezione». 2) L’odio fascista nei confronti della donna non-conforme (variamente etichettata come puttana, troia, e così via) è, alla fine dei conti, apologia dello stupro.

Fascismo e razzializzazione del sessismo
Il fascismo ricorre sempre al binomio straniero stupratore/donna vittima per alimentare il razzismo nella società. Si tratta di quello che alcune studiose femministe in Francia (Christelle Hamel, De la racialization du sexisme au sexisme identitaire, “Migrations Société: Femmes dans la migration” 17, 2005) e negli Usa (Angela Davis, Donne, Razza e Classe, Alegre, 2018) hanno chiamato razzializzazione del sessimo, ossia l’idea che il sessismo sia appannaggio degli immigrati, degli uomini non-occidentali, musulmani, in una parola: degli uomini razzializzati. Non a caso la bacheca Facebook di Francesco Chiricozzi mostrava un vecchio manifesto coloniale del Ventennio in cui un uomo africano abusava sessualmente di una donna bianca. Ai tempi del colonialismo italiano così come oggi, il messaggio rimane lo stesso: «Maschio italico, sveglia! Lo straniero, l’immigrato, il musulmano, sono tutti una minaccia per le tue donne. Tienilo lontano!».
La pubblicazione del manifesto fascista su Facebook, infatti, era corredata da frasi del tipo «La prossima Pamela, la prossima Desirée potrebbe essere tua figlia, tua moglie o tua sorella» a rammentare casi ormai noti di cronaca nera in cui donne italiane sono state violentate da immigrati. Nell’enfatizzare la nazionalità dello stupratore, ogni volta che si è trattato di uno straniero piuttosto che di un italiano, i media non hanno fatto altro che portare acqua al mulino della propaganda di destra che propone l’equazione tra maschio straniero e minaccia sessuale. E si tratta di un’equazione politicamente potente in tempi di femonazionalismo e neo-fascismo rampanti, perché fa leva su un mito che è fortemente radicato nell’inconscio collettivo e che invita le donne, e la nazione tutta, a guardarsi le spalle dall’uomo non-nativo. Proprio sul mito dello straniero predatore sessuale le varie destre, negli ultimi anni, hanno costruito un’immagine di sé come difensori dei diritti delle donne – non solo le donne italiane ma, in una certa misura, anche le donne straniere e musulmane, tutte assurte al ruolo di vittime inerti di fronte alla voracità sessuale del maschio straniero.
Quando un fascista stupra, allora, non si può solo dire che stupra perché è un uomo impregnato di mascolinità tossica (per quanto questo sia naturalmente vero). Si deve anche sottolineare la menzogna fondamentale su cui il fascismo si fonda, ossia l’idea che le donne sarebbero più sicure con i fasci al potere a difenderle dall’invasore (leggi stupratore) straniero. Si tratta di una menzogna politica fondamentale perché la «supposta» protezione della donna rappresenta la mistificazione ultima del fascismo.
È per questa ragione che l’attribuzione da parte fascista del sessismo alle minoranze razzializzate, non è altro che una «falsa proiezione», per dirla con Adorno e Horkheimer (Dialettica dell’illuminismo, Einaudi 2010). Una «falsa proiezione» è quel meccanismo che fa in modo che una comunità (di solito quella maggioritaria) proietti su una minoranza razzializzata alcuni aspetti della propria «cultura» che la comunità cerca di occultare anche a se stessa. In altre parole, se il fascismo attribuisce sessismo e misoginia alla comunità maschile straniera, lo fa anche per proiettare su quest’ultima il proprio odio per le donne.
Ma perché le donne sono così importanti per il fascismo?

Il fascismo odia le donne
Per comprendere perché il fascismo si proponga come regime di difesa delle donne e perché queste sono così importanti, bisogna andare al cuore dell’ideologia fascista che è fondamentalmente imperniata sulla fedeltà alla «comunità immaginaria» chiamata nazione. Il fascismo è esaltazione della nazione, delle fantasmagorie tribali, dei legami di sangue e di stirpe.
Le donne sono centrali per il progetto nazional-fascista perché sono le riproduttrici biologiche della nazione. Non a caso tutte le ideologie fasciste insistono non solo sull’importanza della purezza della «razza», intimando contro le unioni multi-etniche, ma anche sulla fertilità, chiedendo alle donne «native» di fare più figli. Il fascismo perciò non è interessato alle donne in quanto soggetti individuali, quanto ai corpi delle donne come incubatori della «razza» pura che garantiscono continuità alla tribù-nazione. Come ben scriveva Tamar Pitch «la nazione ha molto a che fare con le donne, ma niente con la loro libertà»
Perciò tutti i fascismi promuovono campagne contro l’aborto e ambiscono a dominare il corpo delle donne, negando loro l’autodeterminazione che «si fonda precisamente sulla possibilità e capacità di disporre [del proprio corpo], della propria sessualità e fertilità». A spiegarlo è ancora Ida Dominijanni nello stesso articolo succitato: «L’ossessione del possesso della ‘propria’ donna, unitamente alla visione della donna come sentinella della ‘propria’ stirpe, è organica all’ideologia sovranista delle ‘nuove’ destre montanti». In altre parole, per il fascista la donna (il suo corpo) è proprietà dell’uomo che ne dispone a suo piacimento per il «bene» della nazione. È per questa ragione che il fascismo non può tollerare la sessualità libera che concepisce come promiscuità pericolosa e le donne che la esprimono come puttane. I testi delle canzoni degli Hate for Breakfast – la banda musicale di riferimento di Casa Pound– esprimono in modo cristallino l’odio fascista per le donne. «Donna cesso! Feticcio sessuale! Prendi più cazzi!». Recita il testo di Donna cesso.
«Sono sessista e ne vado fiero, E tu per me resterai sempre una puttana da due lire!», insiste un’altra canzone.
Non è goliardia da quattro soldi, è il distillato puro e onesto dell’ideologia fascista come misoginia all’ennesima potenza. Ed è proprio questa misoginia profonda che, in ultima analisi, giustifica lo stupro. Il caso del simpatizzante di CasaPound che urla alla donna Rom con in braccio il suo bambino «Ti stupro, troia!» è la conseguenza logica della misoginia fascista, così come lo è il tentativo dei camerati di CasaPound di difendere i due stupratori di Viterbo, piuttosto che la donna vittima della loro brutalità.
Bisogna chiarire un aspetto centrale. Come ho scritto in precedenza non si può mai condannare un’intera comunità etnica/«razziale» quando uno dei suoi membri commette uno stupro. Quest’ultima infatti è composta di individui che appartengono a classi sociali opposte, che posseggono livelli di educazione, convinzioni, aspirazioni, orientamenti sessuali troppo diversi tra loro per consentire generalizzazioni di ogni sorta. Perciò le azioni di uno dei suoi membri non possono essere attribuite alla collettività nel suo complesso proprio perché quest’ultima è troppo disomogenea. La nozione stessa di comunità etnica/«razziale» è, infatti, problematica nella misura in cui gli individui che la compongono non scelgono di appartenervi.
Per contro, quando è il membro attivo di una comunità politico-ideologica a commettere uno stupro ci dobbiamo domandare se quella stessa comunità politico-ideologica – necessariamente più omogenea della comunità etnica/«razziale», non foss’altro che in ragione delle convinzioni comuni che ne spingono le componenti individuali all’affiliazione volontaria – non contenga i germi della misoginia nel suo Dna, se essa semini o meno l’odio per le donne e se, perciò, possieda o meno gli strumenti teorico-ideologici per contrastare la misoginia quando questa si presenta tra i suoi ranghi. È qui che la possibilità di fare di tutta l’erba un fascio nel caso dello stupro fascista diventa una generalizzazione legittima. Il fascismo non possiede gli strumenti teorico-ideologici per criticare lo stupro perché incita all’odio per gli uomini stranieri che concepisce come avversari sul campo del possesso esclusivo del corpo delle donne; incita all’odio per le donne che considera fondamentalmente come puttane; e incita all’odio per la loro sessualità libera e consapevole, che considera una minaccia contro la riproduzione della nazione.

(Sara R. Farris, Senior Lecturer in Sociologia presso la Goldsmiths-University of London, è autrice tra l’altro di In the name of women right (Duke University press).)

sabato 16 marzo 2019

Il riscatto femminista della storia - Francesca Coin



Partiamo dai fatti. Era il 1972 e una giovane Elvira Banotti, nota femminista di origine eritrea, nella trasmissione di Gianni Bisiach l’Ora della Verità, interroga Indro Montanelli in relazione al suo matrimonio con Destà, bimba etiope che all’epoca aveva 12, forse 14 anni.
«In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di 12 anni, quali differenze crede che esistano di tipo biologico o psicologico in una bambina africana?».
«In Abissinia funziona così», risponde lui. «Aveva 12 anni, ma non mi prendere per un bruto: a 12 anni quelle lì sono già donne. […] Avevo bisogno di una donna a quell’età. Me la comprò il mio sottufficiale insieme a un cavallo e un fucile, in tutto 500 lire. […]. Lei era un animalino docile; ogni 15 giorni mi raggiungeva ovunque fossi insieme alle mogli degli altri». 
Il tema è sempre stato infuocato. Come spiega questo articolo del 2015, all’epoca della guerra italo-etiopica «quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro Montanelli», il quale, «non può essere certamente accusato di violenza o di razzismo», perché questo avvenimento rientrava perfettamente nel costume di guerra. Lo stesso Montanelli il 12 febbraio 2000 ricorda che:
«l’avventura etiopica, un po’ perché era un’avventura, e un po’ perché, come tutti i giovani di allora, avevo nel sangue la Patria, l’Onore e il lavaggio della cosiddetta onta di Adua, mi arruolai volontario e venni assegnato ai reparti indigeni formati dagli Ascari eritrei». 
Il racconto continua con il ricordo delle contrattazioni: ci vollero tre giorni per decidere con il padre a quale prezzo comprare la piccola, che fu acquistata infine per 350 lire, un prezzo stabilito al ribasso rispetto alle 500 lire richieste dal padre di lei, mentre altri 180 Montanelli li dovette spendere per una capanna di fango e paglia. Il racconto illumina anche il ricordo dell’intimità con la giovane Destà. «Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor più a stabilire con lei un rapporto consensuale perché era fin dalla nascita infibulata; il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile».
Gli ingredienti per una critica feroce ci sono tutti. Ecco il giovane volontario fascista, ardente nel cuore di patriottismo e avventura, così Montanelli definiva la violenza coloniale, comprare una moglie, prenderla «in leasing», dice lui, come si trattasse del noleggio di un’automobile, e adattarsi alle sue limitazioni, l’infibulazione, che gli impedisce di usarla liberamente per sfiatare i suoi ardori di guerrigliero, e l’odore della sua pelle, per lui respingente. Va detto a rigor del vero che in quell’intervista del 1972 l’assertiva Banotti per un istante riesce a far vacillare l’uomo tutto d’un pezzo che era Montanelli, incapace di convincere la femminista dell’innocenza di tutto questo. La storia d’altro canto ha a lungo ricordato la condotta predatoria dei militari in guerra. Come ci hanno raccontato in seguito scrittrici come Igiaba Scego, Gabriella Ghermandi e Francesca Melandri oppure storiche come Gabriella Campassi, il matrimonio con giovani donne, o se vogliamo lo stupro, era una specie di «bottino di guerra», dice Igiaba Scego, una ricompensa, se così vogliamo dire, per lo sforzo di quei militari che si prendevano il disturbo di andare a combattere lontano da casa, in nome dell’impero. Chiara Volpato, nel suo excursus sulla violenza italiana nelle colonie ricorda per esempio Tertulliano Gandolfi (1910), un operaio che nelle sue memorie d’Africa, ricorda di aver visto tanti soldati approfittare di «fanciulli e fanciulle […] Una volta vidi in pieno giorno un sotto-ufficiale trombettiere curvo, come una bestia in calore, sopra un bimbo di circa otto anni, malaticcio, che non aveva altro che la pelle e ossa, che lo stuprava». Nel periodo successivo, quando le leggi razziali impediscono di accoppiarsi con le indigene, stupri e molestie aumentano ancor più, scrive, tanto che Ladislav Sava, un medico ungherese che si trovava ad Addis Abeba racconta di aver personalmente assistito alla «deportazione di donne etiopi in case convertite con la forza dai militari italiani in postriboli». Esiste una lunga storia di violenza nella storia del colonialismo italiano e Montanelli non fa eccezione, è normale, come ci ricordano i giornalisti che si sono lanciati in una agguerrita difesa del Principe del giornalismo italiano. Dentro un contesto patriarcale e coloniale, tale matrimonio era ed è non problematico, e come tale va trattato, come un non problema, perché mettere in discussione la fruibilità sessuale di una bimba di 12 anni è un attentato alla legittimità di uno dei padri della cultura italiana.
Sono passati 47 anni da quel dibattito del 1972 e ancora oggi tutto questo non è pacifico né pacificato. Lo dimostra il fatto che è bastata un po’ di vernice rosa per incendiare una discussione che non accenna a scemare. Nella stampa degli ultimi giorni, vi è stata una levata di scudi a favore di Montanelli. Marco Travaglio ha criticato Non Una Di Meno dicendo, «avete oltraggiato un morto che non può rispondervi». Luca Telese, facendosi scudo del suo posizionamento (dichiarato) di sinistra e di essere stato cresciuto da una mamma femminista si è detto costretto a «difendere Montanelli dai suoi rabbiosi detrattori» vista «l’alluvione di commenti isterici, violenti e privi di qualsiasi prospettiva e senso della storia che si sono abbattuti su di lui». Il perno delle difese sta tutto in una cosa semplice, l’impossibilità, scrive Telese, di accusare qualcuno di aver fatto ciò che all’epoca era normale.
È un’opinione legittima, ma non è questo il punto fondamentale. Il portato storico in tutto questo è tanto importante quanto la sua attualità, perché solo in un contesto ancora intriso di cultura patriarcale, coloniale e proto-fascista, l’emergere di un’interpretazione femminista e anti-coloniale della legittimità di quel bottino di guerra può essere definita un oltraggio. È questo il dato più importante della discussione di questi giorni, perché in tutti questi anni vi è stata non solo una continuità di condotta in relazione alla libertà predatrice della sessualità maschile, ma anche una continuità interpretativa. L’alzata di scudi a difesa dell’ordine del discorso dominante nella cultura italiana, ci ricorda che, per chi fa cultura oggi in Italia, esiste e può esistere una sola vittima in quanto accaduto e non è Destà, ma Montanelli.
Lo spiegava Volpato, docente ordinaria di Psicologia Sociale all’Università Bicocca di Milano, nell’articolo sopra menzionato, che la cosa più stupefacente nella storia italiana non è l’assoluta continuità nella pratica della violenza, nell’epoca coloniale, ma l’assoluta continuità dell’assordante silenzio che l’accompagna, perché da allora a oggi il registro linguistico utilizzato per occuparsi di violenza ha insistito sempre sull’empatia nei confronti del carnefice e sulla colpevolezza della vittima. Riferendosi all’epoca coloniale, Volpato si interroga sulle cause del disimpegno morale che scandisce il discorso pubblico sul colonialismo italiano, e ne conclude che questo si serve sempre di un linguaggio eufemisticoper impedire «la percezione dell’immoralità delle azioni commesse», si serve della «minimizzazione del ruolo dell’agente nel compimento delle violenze», per coprire stragi e massacri, o della «rappresentazione delle vittime come esseri inferiori che meritano ciò che viene loro inflitto»: ed ecco nuovamente comparire quei demoni, quei diavoletti, quell’«animalino docile», per tornare a Montanelli, che tenta di corrompere poveri uomini innocenti e illibati.
Rimando al testo di Volpato per una trattazione più attenta di ciascuna di queste voci. Il punto, infatti, non è solo il portato storico di quanto accaduto ma la continuità interpretativa con cui ancora guardiamo alla violenza patriarcale e coloniale. Kate Manne aveva un nome per tutto questo, himpathy – quel registro retorico che si fonda sull’empatia per gli autori maschili di violenza sessuale. Lo abbiamo visto in tutto il periodo del #metoo, in cui ogni accusa per stupro ci vedeva testimoni di un discorso pubblico interamente teso a denigrare le vittime. Ecco ancora una volta la tentatrice, la peccatrice, l’iper-sessuata, quell’animale sessualmente predatore che tutto farebbe per corrompere un uomo innocente e illibato.
Questa narrazione, pensiamo solo ai titoli di certa stampa, ci porta diretti a oggi, ricordandoci che l’opportunità di interpretare il mondo non è mai stata nelle nostre mani. La parola subalterna, la parola delle donne non bianche, delle persone trans, la parola delle persone con abilità altre, non è mai diventata dominante, in Italia. Quando Telese inveisce contro la versione rosa-pink della statua di Montanelli, ricorda sostanzialmente che l’interpretazione della storia ancora oggi non spetta a noi. Esiste nell’Italia contemporanea un presidio maschile e bianco in tutti i luoghi della cultura dominante, dai giornali all’editoria, dalle televisioni alle università. Sembra quasi una situazione di apartheid epistemico che si serve di censure, distorsioni e trasfigurazioni per impedire di ripudiare le strutture partiarcali e coloniali che presiedono la cultura dominante.
È dentro questo contesto culturale che giornalisti come Telese ci ricordano che la parola subalterna non può scalfire l’ordine del discorso né delegittimarlo. Ed è qui che si colloca la questione importante, perché se il discorso pubblico italiano che non ha mai fatto i conti con le radici coloniali della nostra storia, come è avvenuto, per esempio, negli Stati Uniti ai tempi del civil rights, l’azione di Non Una di Meno Milano ha reso manifesta in un sol gesto la violenza costitutiva della cultura italiana e ha alzato quella cappa di omertà che regna sovrana da almeno quarant’anni. Ci sta, a qualcuno non è piaciuto; temo dovranno farsene una ragione ugualmente.

giovedì 13 dicembre 2018

L’unico movimento mondiale - Guido Viale



La discesa in campo di un movimento mondiale di donne che riempie la scena politica e sociale degli ultimi anni – di cui il corteo di sabato scorso  24 novembre a Roma era solo un’articolazione – induce a ritenere che quel movimento sia destinato ad essere uno dei protagonisti principali di ogni possibile processo di trasformazione dei rapporti sociali nei decenni a venire.
L’irruzione di tematiche, pur legate alla “questione sociale” e agli obiettivi della lotta di classe dei due secoli scorsi, ma sostanzialmente estranee ai modi tradizionali di fare e vivere la politica, spiazza fino all’irrilevanza le forze delle diverse sinistre, ma anche, più in generale, l’arena dove si è svolta gran parte del conflitto politico a cui siamo stati abituati. Questo impone a noi maschi il compito di mettere in discussione e rivedere – continuamente, e non una tantum – il modo in cui ci rapportiamo all’altra “metà del cielo” e, in particolare, a quella parte di essa che frequentiamo personalmente per i più svariati motivi; ma anche quello di capire come mettere a frutto gli strumenti teorici e pratici che il femminismo ci fornisce – o ciò che riusciamo a coglierne – in una rivisitazione generale di tutti i nostri riferimenti. Non si tratta di fare i “femministi”, di scimmiottarne le pratiche: sarebbe ridicolo. Ci mancherà sempre l’esperienza dell’essere donna e di tutto ciò che ogni donna può ricavare dalla conoscenza del proprio corpo e dal proprio vissuto. Ma ciò che il femminismo ci mette a disposizione può aprirci uno spiraglio sulle strutture del potere di cui bene o male siamo parte. Quello spiraglio, destinato a farsi voragine, è il patriarcato; il suo indissolubile nesso con realtà pervasive come la proprietà, il dominio, lo sfruttamento, la sovranità; il suo essere fondamento e cornice di tutte le forme che quelle realtà hanno assunto nelle diverse fasi della storia, compreso, ovviamente, il capitalismo finanziario, estrattivo e predatorio(non uso il temine neoliberismo, che considero del tutto inappropriato) attuale.
La radice del patriarcato è la “proprietà” dell’uomo sulla donna, la sua pretesa di considerarla e il potere di farne una cosa “sua”. Su di essa si sono modellate tutte le altre forme di proprietà che hanno accompagnato il succedersi delle civiltà: sugli animali addomesticati, sui campi, sui pascoli e le foreste, sugli schiavi, sui palazzi, sul denaro, sui mezzi di produzione, sulla conoscenza, sul genoma: tutte forme di accaparramento di ciò che è fecondo o ritenuto tale, di ciò che “produce” o promette di produrre. Il modello è la fecondità della donna, la produzione della propria prole, ritenuta da sempre la forma fondamentale della ricchezza: la perpetuazione, in altre vite, della propria esistenza. Non solo. La proprietà di una, diverse o tante donne è forse la ragione ultima dell’appropriazione di tutte quante le altre cose considerate degne di accaparramento. Tutta la ricchezza del mondo, le proprietà accumulate nel corso dei secoli, non servivano e non servono che a questo: in forma diretta o simbolica. E la sovranità, non di una comunità, piccola o estesa, che si autogoverna condividendo oneri e benefici della convivenza, ma di una “patria” (la cui assonanza con patriarcato è stata più volte rilevata), cioè di uno Stato, i cui membri sono tenuti insieme dal dominio di un Leviatano (un tiranno) o da una “volontà generale” che ha bisogno di qualcuno che la interpreti per estrinsecarsi – i “gestori” della sovranità – non è che un’estensione a livello sociale di quella forma elementare di dominio che è la proprietà: una delle tante condizioni per garantire quella degli uomini sulle donne. Sopra quei sovrani c’è solo un dio, anch’esso Padre. Un papa che aveva ipotizzato che dio fosse anche madre morì subito…
Persino la rivolta delle classi oppresse contro i loro dominatori ha assunto spesso i connotati di una lotta per mantenere, senza dover ricorrere a una proprietà di cui non disponevano, un potere sulle “proprie” donne che la ricchezza altrui metteva a repentaglio. Oggi la guerra del fondamentalismo islamico contro l’Occidente evidenzia che la posta in gioco di quello “scontro di civiltà” è la conquista o riconquista di un potere sulle donne che il femminismo o l’emancipazione della donna nel mondo occidentale mettono in forse. Senza vedere che molta di quella emancipazione, in particolare in campo sessuale, ma soprattutto l’uso e l’esibizione del corpo della donna per motivi commerciali, non sono che l’altra faccia di un dominio sulla donna che ha cambiato forma, ma viene riaffermato in nuove modalità.
Il dibattito sul rapporto tra capitalismo e patriarcato ha messo in luce che l’accettazione o la legittimazione dei rapporti di dominio e sfruttamento nelle società in cui viviamo hanno radici, come già aveva colto Marx nei Manoscritti economico filosofici, nel rapporto tra uomini e donne. La permanenza a ogni latitudine, e nelle forme più diverse, di varie forme di violenza – aperta o mascherata, e persino inconsapevole – nei confronti delle donne, fino al femminicidio, rivela la profondità di queste radici ed è ciò che impedisce di prospettare o praticare una vera alternativa a una società il cui fine ultimo è l’acquisizione di reddito, ricchezza o potere come condizioni irrinunciabili per conservare in qualche forma una proprietà degli uomini sulle donne.

domenica 17 giugno 2018

Ancora di donne e animali - Rita



Questa cosa di giudicare e imputare responsabilità alle vittime anziché agli oppressori deve finire. 
Ripetete con me: se una donna viene uccisa, non è colpa sua. Se una donna viene stuprata, non è colpa sua. Se viviamo in una società patriarcale non è colpa delle donne. Se un animale viene portato al macello, non è colpa sua. Se un animale vive dentro un allevamento lurido non è colpa sua, non è perché gli piace così.

Femminismo e maschilismo non sono la stessa cosa: il primo è movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria, e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo. 
Antispecismo e specismo non sono la stessa cosa: il primo è un movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo.

Pensare che un animale schiavizzato stia bene come sta perché non metterebbe in gioco abbastanza risorse per liberarsi è stupido; pensare che alle donne piaccia essere oppresse perché spesso sono le prime ad essere accondiscendenti è altrettanto stupido: significa non tener conto dei danni psicologici che provocano migliaia di anni di oppressione e dei condizionamenti radicati a livello sociale e interiorizzati a livello psicologico che spesso rendono difficile che una vittima sappia di esser tale. Ma, per fortuna, il femminismo e l'antispecismo è questo che fanno, cioè mettono a nudo e rendono comprensibili queste dinamiche di potere e oppressione millenaria: negarli, ostracizzarli, significa essere parte del problema, significa voler mantenere intatte queste strutture e dinamiche di potere.

Siate dalla parte delle donne, siate dalla parte degli altri animali. Abbiate il coraggio di rompere le catene e smettere di essere parte degli anelli che le compongono.