mercoledì 17 ottobre 2018

Un cambiamento irreversibile - Guido Viale



Il cambiamento climatico in corso è il grande assente dalle politiche non solo italiane, ma anche europee e mondiali. Con poche eccezioni lo si nomina solo per non doverne più parlare. C’è un negazionismo esplicito che risorge periodicamente nonostante l’evidenza dei fatti (vedi Trump, ma anche, dietro a lui, l’esercito in marcia dei trumpiani); un negazionismo di fatto che consiste nel parlarne e farne parlare il meno possibile (“i problemi sono altri”… “il problema è la crescita”…); e c’è un negazionismo opportunista che dice tutto e il contrario di tutto (vedi Renzi che, a Parigi, vanta i progressi delle rinnovabili in Italia – che lui peraltro aveva fermato – e subito dopo si adopera per far fallire il referendum contro le trivellazioni). Ma in tutti e tre i casi i negazionisti hanno un denominatore comune, come spiega Naomi Klein in Una rivoluzione ci salveràtutti sanno che una catastrofe è alle porte, ma hanno anche capito che per fermarla bisognerebbe cambiare alle radici l’organizzazione sociale, e non sono disposti a farlo. Non possono farlo, ma non possono nemmeno pensarlo, cioè concepirne e accettarne le implicazioni. Ma attenzione, una pigrizia mentale come questa colpisce spesso anche noi…
Bisogna invece prender atto che il cambiamento climatico sta assumendo un andamento irreversibile. Ce lo dicono innanzitutto i glaciologi: i ghiacciai continuano ad arretrare e non torneranno più come prima; e così le calotte polari. In tutto l’emisfero boreale si sta sciogliendo il permafrost, liberando quantità sterminate di metano (un gas serra 20 volte più potente della Co2). E altro metano viene sprigionato dal riscaldamento dei fondali artici. Non si alzerà solo il livello del mare; cambieranno le correnti marine, a partire da quella del Golfo; e quelle aeree, come El Nino e i monsoni, alterando completamente l’assetto climatico del pianeta e moltiplicando, come già accade, gli eventi estremi destinati a trasformarsi in catastrofi. Mentre nelle aree tropicali e temperate avanza ovunque il deserto. È altamente improbabile che questo processo si arresti o addirittura si inverta per tempo: gli obiettivi fissati al vertice di Parigi sul clima sono insufficienti, ma nemmeno quelli vengono rispettati. Il tempo passa e tutti i cambiamenti in corso stanno subendo un’accelerazione imprevista.  Il mondo in cui vivranno i nostri nipoti, ma forse già i nostri figli, se non anche alcuni di noi, non sarà più quello che conosciamo; sarà molto più ostico e renderà a tutti la vita molto più difficile, e a molti impossibile. E sarà pieno di guerre e conflitti per spartirsi le risorse residue. Le rinunce necessarie a rallentare il disastro (che per molti potrebbero anche rivelarsi vantaggi), quelle che i governi non osano prospettare ai loro elettori, verranno imposte, moltiplicate per dieci, da una natura ormai stravolta.
Gli antidoti ai guasti dell’ambiente rientrano in due categorie generali: mitigazione e adattamento. Per i cambiamenti climatici, finora, si è parlato quasi solo di mitigazione, cioè di riduzione delle emissioni, e solo in campo energetico. Di agricoltura, allevamento e qualità dei suoli, fonti non meno rilevanti del problema, non si parla quasi mai. E si parla ben poco anche di adattamento.
Se ne parla poco, ma si fa molto. Lo aveva illustrato, già quattordici anni fa, un documento del Pentagono: i paesi dell’Occidente (la Cina non veniva ancora presa in considerazione) devono attrezzarsi per far fronte – con la guerra – all’ondata di profughi che i cambiamenti climatici spingeranno all’assalto delle cittadelle benestanti del pianeta. Allora poteva sembrare solo un delirio militarista; ma oggi, di fronte alla costruzione della “Fortezza Europa”, dobbiamo prendere atto del fatto che questo è il modo in cui – consapevole o meno – il negazionismo imperante sia a destra che al centro e a sinistra conta di far fronte alle conseguenze di ciò che non viene fatto in termini di mitigazione. È chiaro che per noi l’adattamento non può essere la guerra; e ciò chiama in causa innanzitutto la questione delle migrazioni: che per i paesi che ne sono la meta sono la manifestazione più vistosa, per ora, delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Senza un’alternativa vera e di ampio respiro alla guerra ai migranti, sferrata tanto da Trump – e prima di lui, e in silenzio, da Obama – che dall’Unione Europea, non c’è nessuna possibilità di sottrarsi alla deriva di una politica criminale di portata planetaria. Ma, anche, nessuna possibilità di affrontare sul serio la “sfida” che i cambiamenti climatici in corso imporranno a tutti: una sfida che ha bisogno di un coinvolgimento anche dei migranti, mentre far loro la guerra non fa che accelerare il disastro.
Occorre prospettare un’alternativa che permetta a tutti, migranti e nativi, di non precipitare insieme in un abisso senza ritorno. Alle lotte, alle rivendicazioni e alle buone pratiche per rallentare il deterioramento climatico sia del territorio in cui si vive che dell’intero pianeta, fin da ora vanno affiancate misure, ancora più complesse, per promuovere forme di adattamento diverse dalla guerra ai migranti; misure che in larga misura coincidono con quelle di un approccio più radicale alla mitigazione: non basta chiedere, o “esigere”, meno fossili e più rinnovabili, meno sprechi, meno consumi superflui e meno Grandi opere, affidando al mercato, magari incentivato, il compito di perseguire obiettivi “più avanzati” di quelli già fissati a Parigi e non rispettati. Occorre lavorare, insieme ai migranti, per creare le condizioni di una sopravvivenza comune e di una convivenza solidale in ambienti – climatici, ma non solo – molto più ostili di quelli che abbiamo conosciuto finora. In entrambi i casi – quello di una mitigazione più radicale e quello di un adattamento non competitivo, e non fondato sulla guerra ai migranti – il principale fattore che li accomuna è la resilienza: la capacità di costituire un ambiente che conti sempre meno su risorse attingibili solo su un mercato globale, e solo con il saccheggio del pianeta, e sempre più su risorse fisiche, economiche e sociali locali: cioè su una territorializzazione, ovviamente sempre parziale e in progress, delle attività su cui si regge la vita di una comunità. Tutto ciò non partirà mai dall’alto, dai governi; dovrà essere promosso e sviluppato, se mai lo sarà, dal basso: da movimenti di respiro e portata per lo meno europea, premendo e coinvolgendo innanzitutto le istituzioni a più diretto contatto con le comunità. Dunque, processi in gran parte locali. Ma con tre precisazioni: primo, non si tratta di un ripiegamento su se stessi, di una visione chiusa e regressiva della società: la circolazione dell’informazione offerta dal web a livello planetario e quella libera delle persone – oggi permessa solo a ricchi uomini di affari e ai turisti, ma vietata ai poveri e ai fuggiaschi – possono garantire un’apertura della vita sociale ben maggiore di quella promossa dalla globalizzazione odierna, peraltro già ora compartimentata. D’altronde ci sono beni, produzioni e mercati che non potranno essere territorializzati facilmente né in tempi brevi…
Secondo, la territorializzazione dovrà essere un modello replicabile ovunque. Le migrazioni di oggi, e quelle del futuro, grazie al web e ai mezzi di trasporto, non sono necessariamente per sempre: la partecipazione dei migranti come lavoratori regolari a processi di conversione economica fondati sulla resilienza nei territori del continente europeo può fornire know-how e stimoli per un loro impegno anche nella rigenerazione dei territori e delle loro comunità di origine, che loro conoscono bene. Quel che resta di quelle comunità è tenuto insieme in gran parte dalle donne che hanno lasciato là; il ritorno anche solo di una parte degli attuali migranti, armati di nuove esperienze e nuove competenze, potrebbe contribuire sia a rigenerare i suoli che a rinnovare le regole della convivenza anche nei loro paesi di origine. A condizione che ritorni la pace e che cessi la guerra per non farli entrare in Europa. Rinunciare a una prospettiva del genere significa optare per lo sterminio di miliardi di esseri umani.
Terzo, locale vuol dire “locale” e non “nazionale”. Le dimensioni di un territorio su cui costruire processi di resilienza sono date dalla qualità delle risorse fisiche e umane su cui si può contare; sono dimensioni diverse, che si sovrappongono in misura differente a seconda della risorsa impegnata; non sono date una volta per sempre e non sono ovviamente uguali ovunque; ma in nessun caso, o solo eccezionalmente, possono coincidere con quelle di uno Stato nazione. Perché sono dimensioni definite da processi partecipativi: sia quelli diretti, relativi alla gestione di un bene, di un servizio o di un’attività produttiva, sia quelli negoziali, fondati su accordi di lungo periodo che consentano di sottrarre una produzione o una fornitura alle turbolenze dei mercati globali; entrambi richiedono il coinvolgimento di un’istituzione o di un governo locale, come può esserlo un grande Comune o un’unione di Comuni, base di ogni autentico federalismo.
Questo vale soprattutto per i principali settori coinvolti dalla conversione ecologica: energia, agricoltura, alimentazione, edilizia, salvaguardia del territorio, mobilità e turismo: sono tutti settori in cui il grande, il concentrato, il centralizzato, sottratti a ogni controllo dal basso – l’economia globale di oggi – si contrappongono al piccolo, al decentrato, al distribuito e al partecipato (il processo che fa di una risorsa un bene comune), caratteri irrinunciabili di un approccio che abbia di mira la resilienza. Senza partecipazione, cioè senza il coinvolgimento, anche pratico e non solo a livello decisionale, di una popolazione, o di una sua parte consistente, non si dà conversione ecologica; e questo spiega perché essa è incompatibile con gli attuali assetti globali. La territorializzazione dovrà valere a maggior ragione per la circolazione monetaria: con la convivenza, per un lungo periodo, sia delle valute controllate dalla finanza mondiale, come l’euro, sia di diverse monete locali parallele, di ambito più o meno vasto e più o meno specializzato a seconda delle loro finalità; monete che possono affermarsi soltanto se sorrette da una convinta partecipazione di chi le istituisce e le usa. Non si tratta certo di tornare alle vecchie valute nazionali su cui la popolazione non ha mai avuto alcun controllo né avrebbe potuto o potrebbe più averlo (lo aveva lo Stato nazionale, fino a che esso era il principale strumento di governo in mano al capitale). Solo con una progressiva territorializzazione anche delle funzioni della moneta una comunità può cercare di resistere – certo non senza pesanti costi – alla morsa del debito e a quel controllo da parte della finanza internazionale che ha già strangolato la Grecia, l’Argentina e cento altri paesi. E solo così si può riconquistare una vera “sovranità monetaria” che le permetta di affrontare i compiti della resilienza in campo ambientale.

Tratto dal Granello di Sabbia n. 36 di Settembre – Ottobre 2018: “Crisi: 10 anni bastano

lunedì 15 ottobre 2018

La sindaca di Fonni sui bimbi esclusi dalla mensa: “Operazione meschina”




Dopo il sindaco di Samassi Enrico Pusceddu che ieri ha inviato una lettera alla sindaca di Lodi sul caso dei bimbi stranieri esclusi dalla mensa scolastica, ieri sulla vicenda è intervenuta anche la sindaca di Fonni Daniela Falconi, che ha definito ‘meschino’ il provvedimento che lascia fuori dalla mensa del comune lombardo 200 bambini.
“Chi gestisce l’appalto della mensa nel Comune di Fonni – ha scritto Falconi con un post sul suo profilo Facebook – da da mangiare a circa 400 bambini al giorno. Materne, elementari e medie. Quasi 25.000 pasti all’anno. Una spesa per la nostra comunità di circa 270 mila euro all’anno. Una spesa a cui partecipano, come succede ovunque, anche le famiglie. Se una famiglia non paga, per una dimenticanza o perché semplicemente ‘non può’ a nessuno tra funzionari e gestori della mensa verrebbe mai in testa di non dare da mangiare ad un bambino. E a nessuno degli amministratori verrebbe mai in testa di ordinare di non far mangiare un bambino perché non paga. Se una famiglia non può pagare, quella famiglia la prende in carico tutta la comunità. Funziona e funzionerà sempre così. Nei paesi funziona così. Quello che è successo a Lodi non è né di destra né di sinistra. È una cosa meschina.
È una cosa aberrante e squallida. Una cosa disumana e vigliacca che ha colpito la parte più debole e indifesa della società, quella parte che va a scuola per imparare che attraverso la conoscenza si abbattono tutte le differenze e i pregiudizi: i bambini”.

domenica 14 ottobre 2018

Ecco Tancas, il Monòpoli sardo anti smartphone sui versi di Murenu - Andrea Deidda




Il ‘Monòpoli’ sardo si chiama Tancas. Dall’incontro tra Simone Riggio, grafico di Santu Lussurgiu, e una cooperativa ligure nasce la versione isolana del più famoso dei giochi da tavolo. La presentazione in anteprima al Montiferru Play: “Per una mattina 150 bambini hanno dimenticato il cellulare”. Lo scopo è lo stesso del celebre ‘Monopoli’ a cui evidentemente questo gioco si ispira. Dominare il mercato acquistando proprietà terriere, investire e costruire, decretare il fallimento degli avversari e diventare i più ricchi. Il sogno capitalista, in salsa sarda. Se non fosse per un secondo fine, non troppo nascosto: ricordare che quei terreni da conquistare, un tempo erano le terre libere in cui i pastori pascolavano le greggi. Il riferimento è nel sottotitolo del gioco, Tancas, che riporta i versi con i quali il poeta Melchiorre Murenu, noto come ‘l’Omero dei poveri’, definì l’editto delle chiudende del 1820: “Tancas serradas a muru, fattas a s’afferra afferra, si su chelu fit in terra, che l’aian serradu puru”. Parole che mettevano in luce la spregiudicatezza della nascente proprietà privata nelle terre comuni: “Terreni chiusi dai muri, fatti all’arraffa arraffa, se il cielo fosse in terra avrebbero recintato pure quello”.
Per Luigi Cornaglia, presidente di Demoelà la società ligure editrice del gioco “giocare è sì divertirsi ma anche imparare, interagire, mettersi alla prova. Tancas stimola l’interazione e la capacità di contrattazione dei giocatori, raccontando in maniera leggera e moderna il sentire di una comunità, per celebrare la bellezza di un territorio unico al mondo”.
nsomma il giocatore di Tancas aspira a diventare un provetto capitalista ma illuminato: conosce e tutela la cultura. Perché con i suoi soldi, non c’è l’euro e la moneta è “su francu” che ancora oggi vige nel parlato sardo, finanzia i beni archeologici della Sardegna presenti tra le varie caselle del tabellone. Partendo da Su Nuraxi di Barumini ogni volta che passa per il sito di Tamuli di Macomer o per le Domus de Janas di Sorradile versa soldi nel pozzo sacro di Santa Cristina, una sorta di fondo a tutela dei beni archeologici. Lungo il percorso ci sono caselle denominate “Amistade” e “Chentu Concas e chentu berrittas” che raccontano storie, aneddoti, proverbi in sardo. Come nel più famoso dei giochi da tavolo anche in Tancas per andare avanti si utilizzano i dadi e nella versione sarda come nella realtà ci sono il trenino verde la strada statale 131 che consentono di accorciare il percorso tra le varie località della Sardegna: Alghero, Bosa, Santu Lussurgiu, Cagliari, Sant’Antioco, Pula, Arbatax, Fonni per citarne alcune.
“L’idea di realizzare un gioco per la Sardegna l’avevo da tanto tempo – spiega Simone Riggio – ma l’ho messa in pratica quando nel 2016 ho iniziato a collaborare con l’editore di giochi Demoelà che ha sede a Genova. Dopo mesi di duro lavoro siamo riusciti a definire tutti gli aspetti del progetto e arrivare quest’anno alla produzione. In Tancas ci si ritrova in quello che succede nelle varie zone della Sardegna, si ironizza su questa nostra appartenenza sullo sfondo di un amore che tutti i veri sardi provano sconfinato per la propria terra”.
Il gioco, le illustrazioni sono di Dino Sechi, è stato presentato sabato alla prima edizione del Montiferru Play che si è tenuta a Santu Lussurgiu sotto la spinta della consulta giovanile del paese. “La mattina – prosegue Riggio – oltre 150 bambini di diverse scuole della zona hanno partecipato ai tavoli da gioco, a laboratori vari e hanno potuto seguire alcune lezioni di scacchi. Il festival ha riscosso così tanto successo che l’amministrazione comunale e altri enti del territorio hanno già puntato sulla sua seconda edizione, molto vicina alle scuole soprattutto per creare un evento che ha la forza di far dimenticare cellulari nelle tasche o borsette e far recuperare alla gente la gioia di giocare insieme, divertendosi e confrontandosi come ormai capita di rado”.

sabato 13 ottobre 2018

Redbox puntata 5 - Natalino Balasso

Il Nobel di sabbia attribuito al Sahel - Mauro Armanino




Quello della letteratura è stato annullato per corruzione. Gli altri Nobel, invece, hanno premiato, come di consueto, coloro che hanno apportato ‘notabili benefici all’umanità nel suo insieme’. Dopo quello della chimica e quello della letteratura, sospeso a tempo indeterminato, è stata la volta del Nobel della pace. Beninteso, queste attribuzioni non sono da prendere troppo sul serio. Basti pensare alle scelte, dettate dalle geopolitiche, che confermano e rafforzano i poteri del momento. Esattamente come la Corte Penale Internazionale, strumento ideologico per eliminare personaggi scomodi sullo scacchiere politico regionale. Vero che a volte si fa del proprio meglio per riesumare valori che ancora si ritengono umani. È il caso del menzionato Nobel per la pace, che ha premiato chi lotta a suo modo contro la violenza fatta alle donne. Denis Mukwege, dottore che ‘ripara’ le donne che hanno sofferto violenza carnale, e l’attivista yazida Nadia Mourad, che ha sofferto in prima persona anni di schiavitù sessuale da parte dei membri di Daesh.
Il Nobel del Sahel è passato sotto silenzio perché è di sabbia. Un Nobel riconosciuto per i meriti accumulati sul campo dello sviluppo umano mancato. Questo Nobel il Sahel lo ritiene come acquisito anche senza una giuria che lo valuti. Va da sé, come un’evidenza. Il Sahel si conferma un reale paradiso che evidenzia la funzionalità delle crisi all’aiuto umanitario e dell’aiuto umanitario alle crisi. Siamo tra coloro che apportano ‘notabili benefici alla causa umanitaria nel suo insieme’. Produciamo sfollati, rifugiati, ostaggi, clandestini, frontiere e gruppi armati. Invitiamo al contempo ad operare coloro che, in questi differenti campi, apportano soluzioni e altri problemi. Il nostro Nobel è di sabbia, come si conviene allo spazio che abbiamo organizzato così perché chiunque lo voglia qui si trovi bene. Persino i droni armati, ultimi arrivati nella fiera armata di gruppi, sottogruppi e forze regolari, si trovano a casa loro e hanno un aeroporto a parte, circondato da fili spinati di sabbia. La guerra non avrà fine finché ci saranno loro ad operare.
Il Nobel ha cominciato ad essere funzionante nel 1901 ed è solo adesso, ad oltre un secolo di distanza, che ci si è accorti di noi. Nobel e Sahel hanno in comune la sabbia. Entrambi frutto di compromessi, interessi e cioè di commerci transfrontalieri. I Nobel premiano infatti le invenzioni, le scoperte e in genere quanto può arricchire le conoscenze umane in particolare per l’opera in favore della pace. Questo ed altro lo si trova nel Sahel. Inventiamo malattie altrove scomparse o mai esistite e, senza darlo a vedere, scopriamo quanto può arricchire le agenzie umanitarie e le organizzazioni non governative, nazionali e soprattutto internazionali.D’altra parte chi ha istituito e dato il nome al Nobel, lo stesso Alfred Nobel, ha prima inventato la dinamite e la balistite, polvere che non fa fumo per l’esplosione. Qui da noi, invece di fumo c’è polvere in quantità e gli esplosivi, di fattura artigianale, sono posti ai bordi delle strade nel caso passino convogli militari. Dunque il Nobel in questione è nato anch’esso come una forma di riparazione per i danni creati dagli esplosivi.
La Fondazione Nobel gestisce il progetto e fu voluta da Nobel attraverso quanto previsto dal suo testamento che data del 1895. A metà del Novecento la Banca di Svezia decise di istituire il riconoscimento per l’economia, cosa non prevista dal testamento citato. Il Nobel per la pace è consegnato ad Oslo, in Norvegia. Il Nobel di sabbia non trova un luogo fisso di consegna perché nel Sahel, a parte l’immutabilità del fiume Niger, delle miniere di oro, uranio, carbone, gas, petrolio, e dei politici, il resto va via col vento. Forse è anche per questo che diventa problematico attribuircelo. Cambiano i paesaggi e dove prima si trovavano città e imperi si trovano adesso operazioni militari che di loro portano i nomi. Le vie carovaniere di un tempo,  portatrici di ricchezza e novità, sono controllate da gendarmi in cerca di migranti definiti irregolari dalle agenzie di pesca. Il Sahel si propone per un Nobel di sabbia alla memoria di coloro che, dalla sabbia, sono stati incoronati per sempre.

martedì 9 ottobre 2018

Turismo: l'industria più pesante (e paradossale) del nostro tempo - Annamaria Testa



Viviamo (e chissà se ce ne siamo davvero accorti) nell’età del turismo. È la più importante industria del nostro tempo, ed è la più inquinante: produce CO2 e consuma territorio. Alimenta un indotto gigantesco: c’è la produzione di aerei, navi, treni e auto e pullman, che senza turismo subirebbe una forte flessione.
C’è la costruzione di strade e aeroporti. Di alberghi, villaggi e seconde case e campi da golf e piscine. C’è la fabbricazione di arredi e suppellettili e biancheria per alberghi e seconde case.  E c’è la produzione di souvenir e di skilift, di sci, scarponi e costumi da bagno, di ciabatte e zaini e valigie e cappellini e creme solari… poi, c’è tutta l’editoria dedicata, su carta e in rete. Ci sono Google Maps e Tripadvisor.
IL 10 PER CENTO DEL PIL MONDIALE. Senza calcolare l’incalcolabile indotto, il turismo internazionale vale 1522 miliardi di dollari (Wto – Organizzazione Mondiale del commercio, 2015). Il turismo locale vale molto di più: 7600 miliardi di dollari nel 2014, il 10 per cento del pil mondiale.
SPAGNA E ITALIA. In Spagna, prima meta turistica al mondo, il turismo vale oltre il 15 per cento del pil e dei posti di lavoro. In Italia vale il 10,2 per cento del pil e l’11,6 per cento dell’occupazione (dati 2015). In Costa Rica (ve ne ho parlato di recente) il turismo arriva a impiegare il 27 per cento della forza lavoro (e, grazie alla tutela del paesaggio, regala un futuro diverso all’intera nazione).
LA GIOSTRA CHE CI MUOVE. Insomma, il turismo è una giostra su cui buona parte della popolazione mondiale è salita (o salirà tra breve), nei ruoli più o meno intercambiabili di viaggiatore o turista, o spettatore, o lavoratore del turismo. È un fenomeno globale, pervasivo e relativamente recente.
C’è un’enorme letteratura sui luoghi del turismo, c’è un’ampia produzione di scritti sul marketing e la promozione turistica. Ma i ragionamenti sul turismo in sé, come nuovo stile di vita, sistema e comportamento condiviso, sono scarsi e frammentari.
VOLENTEROSE ILLUSIONI. Con Il selfie del mondo (Feltrinelli), Marco D’Eramo ci aiuta a capire come la giostra funziona, che cosa la muove e che cosa può romperla. Soprattutto, ci dice che la giostra è fatta di specchi, e che si fonda sul paradosso. Per questo, parlando di turismo, Il selfie del mondo ci parla di noi e dei nostri desideri, delle nostre illusioni e (infine) della nostra buona volontà.
UN NOBILE PIACERE. In passato la gente non si muoveva se non era obbligata a farlo. Nel Cinquecento, solo i figli dei nobili viaggiano per piacere e formazione. Nel Settecento, “aver visto il mondo” diventa obbligatorio per un gentiluomo, a cui si consiglia di andare in giro con un blocco da disegno. Nasce così la categoria del “pittoresco”: ciò che salta all’occhio, è esotico ed è facile da dipingere.

BRUTTI E TANTI. Il turismo si espande a metà Ottocento, con la sbalorditiva diffusione dei mezzi di trasporto, e suscita nei nobili turisti tradizionali enorme fastidio per i “nuovi” e “brutti” e “tanti” turisti borghesi. Questi hanno mete che oggi ci sembrano stravaganti. A Parigi visitano le fogne, le prigioni e (lo racconta Marc Twain) l’obitorio.
RIVOLUZIONE TURISTICA. Ma la rivoluzione turistica mondiale si verifica nel secondo dopoguerra: si passa da 25,3 milioni di viaggiatori internazionali nel 1950 al miliardo 186 milioni del 2015 (dato WTO). Il turismo non solo si globalizza grazie ai voli low cost, ma si specializza irreggimentando pubblici diversi (anziani, congressisti, studenti, fedeli in visita ai luoghii sacri…). E, scrive d’Eramo, si ingarbuglia (ingarbugliando anche noi) in una serie di paradossi disturbanti.
PRIMO PARADOSSO: IL TURISMO FUGGE DA SE STESSO. Ogni meta desiderabile perché “autentica” ed “esclusiva” smette gradualmente di esserlo man mano che si trasforma in meta turistica. E poi, più un luogo “va visto”, meno diventa possibile vederlo, perché… è pieno di turisti.
SECONDO PARADOSSO: L’AUTENTICA FINZIONE. I turisti ricercano l’autenticità, ma la individuano solo se è evidenziata, quindi “messa in scena”, quindi ostentata e inautentica. Questo fatto porta al terzo paradosso.
TERZO PARADOSSO: LA TRADIZIONE INVENTATA. Per esempio, il Palio di Siena viene medievalizzato nel 1904. E i mercati “tipici” come il Mercado de San Miguel a Madrid finiscono per vendere solo ciò che i turisti si aspettano di poter comprare.
QUARTO PARADOSSO: L’ENTROPIA TURISTICA.  il turismo alimenta l’economia delle città e dei territori, ma la omogeneizza distruggendo le basi economiche su cui si fonda l’identità di quelle città e di quei territori. Nel Chiantishire i casolari diventano ville, nel centro delle città le botteghe diventano negozi di souvenir. I piccoli centri come San Gimignano si trasformano in un parco a tema.

QUINTO PARADOSSO: IL TOCCO LETALE. Il tocco dell’Unesco è – scrive D’Eramo — letale. Preservando le pietre e gli edifici, l’etichetta di Patrimonio dell’Umanità, anche se attribuita in perfetta buona fede, museifica i luoghi, li sterilizza, costringe gli abitanti all’esodo svuotando i centri urbani.
SESTO PARADOSSO: IL FALSO È VERITÀ. L’inautentico turistico è un autentico (e dunque rimarchevole) segno del nostro tempo. Basti pensare al caso di Lijang, città turistica cinese interamente ricostruita, (oltre 20 milioni di turisti nel 2013). O al caso di Las Vegas. Due insediamenti che raccontano una verità proprio nel loro essere fenomeni del tutto artificiali
SETTIMO PARADOSSO: FARE IL TURISTA È UN LAVORO DURO. Le persone si assumono volontariamente il compito di eseguirlo mentre sono in ferie, cercando di sfruttare con la massima efficacia il poco tempo disponibile. Un dettaglio rivelatore: quelli che dicono “ho fatto il Brasile, l’anno prossimo farò l’Asia centrale”. Che fatica…
OTTAVO PARADOSSO: “LOCALE” È DAPPERTUTTO.  Parliamo di gastronomia. Si moltiplicano le sagre enogastronomiche: in Italia sono oltre 34.000, più di quattro a comune. Abbiamo 1515 sagre della polenta e 1040 sagre della salsiccia, 5790 sagre del tartufo, 156 sagre della lumaca e 171 della rana… e si moltiplicano anche i ristoranti etnici, perché i turisti amano gustare di nuovo i sapori incontrati in vacanza. Ma la “cucina etnica” è come la “musica etnica”: ingredienti tradizionali riarrangiati per un pubblico globale.
NONO PARADOSSO: NESSUN TURISTA VUOLE SENTIRSI TALE. Preferisce considerare se stesso un “viaggiatore”, e riversare il proprio disprezzo su qualcun altro che si comporta più “da turista”. La catena del disprezzo classista è forte: lo svago delle masse, che è recentissimo, ha ricevuto dagli intellettuali più critiche in dieci anni di quante il tempo libero degli aristocratici ne abbia ricevute in duemila anni.
UN VIAGGIO TRA FENOMENI. Il testo di Marco D’Eramo è a sua volta un viaggio. Cioè un percorso tra fenomeni, luoghi, idee, dati, idiosincrasie, intuizioni e contraddizioni, e mille storie sorprendenti. Ma, proprio come capita nei viaggi materiali, anche procedendo di pagina in pagina l’autore entra in contatto con prospettive inaspettate e ne esce cambiato. E con lui noi, che l’abbiamo seguito leggendo.

C’È DEL BUONO, TUTTAVIA. La chiave del cambiamento di prospettiva sta in una serie di domande semplicissime: …e se il turismo fosse animato dal movente positivo dell’essere curiosi del mondo? E se non si trattasse d’altro che di una pratica di automiglioramento (self improvement)corporeo, emotivo e intellettuale? Del resto, in quale altra occupazione che la renda più felice potrebbe una sterminata massa di esseri umani investire il suo tempo libero?
C’è qualcosa di commovente, scrive D’Eramo, nella fiducia che andare a visitare una città, un monumento, un paese possa aprirti la mente, renderti migliore.
NOSTALGIA, FORSE. Eppure, la bistrattata figura del turista forse non durerà per sempre. Potremmo perfino cominciare a coltivare, nei suoi confronti, una specie di nostalgia. Il cambiamento del lavoro, che diventa sempre meno stabile, può cambiare l’idea stessa di “vacanza”. E lo sguardo turistico che cerca il nuovo, l’autentico e l’inaspettato, forse si appannerà dopo aver già visto in rete tutto ciò che merita di essere visto.


martedì 2 ottobre 2018

Il numero chiamato non è disponibile - Mauro Armanino



Una voce di donna risponde esattamente così. Dopo aver composto il numero dell’amico ostaggio la voce di donna aggiunge che la chiamata sarà notificata. È dal passato lunedì 17 settembre alle 22 ora locale che  si ripete la stessa risposta automatica femminile. Si tratta della compagnia telefonica Moov, attiva, assieme ad altre nel Niger e dintorni. Come altre fa promozioni di vendita e promette abbuoni ogni martedì e venerdì. Solo che il cliente è stato preso come ostaggio un lunedì, nessun premio, abbuono o sconto. In questo Moov, nella sua pubblicità, aveva visto giusto. Moov No Limit, si erano definiti, senza limiti. Nel nostro Sahel, da tempo ormai, i limiti sono stati superati. Traffici, commerci, terrorismo, bande armate dal sapore ‘comunitario-etnico’e risposte ancora più armate. E, infine, la definizione di criminali attribuita ai migranti irregolari, illegali, clandestini e dunque da insabbiare da qualche parte nella storia odierna del Sahel. Il numero che avete chiamato non è disponibile. La vostra chiamata sarà notificata, conclude la voce di donna con la stessa convinzione. Il numero chiamato non è disponibile da quasi due settimane.
No limit, senza limiti. Eppure la penetrazione della telefonia mobile è passata al 45, 54 per cento nel 2017, contro il 38, 63 per cento del 2016. Moov, compagnia dell’’Arabia Saudita opera in vari Paesi dell’Africa Occidentale e Centrale.  Il Benin, Il Burkina, la Costa d’Avorio, il Gabon, La Repubblica Centrafricana, il Togo e il Niger. Non è bastato ciò per raggiungere l’ostaggio, malgrado un’antenna che la compagnia Moov aveva installato proprio nel villaggio di Bomoanga. Infatti è stato possibile comunicare, in tempo reale, il rapimento del missionario, ad amici e autorità. A volte, dunque riemergono i ‘limiti’, proprio quando non si vorrebbe ci fossero. Oggigiorno la comunicazione è necessaria e in particolare nelle zone lontane dalla città e poco servite da strade accettabili, specie nella stagione delle piogge. Il cellulare unisce, lega, permette cose impensabili fino a pochi anni fa. Tutto ciò non è bastato. Preso assieme al cellulare che per qualche momento ancora lo rendeva accessibile a vicini e lontano. Una bella invenzione il telefono, non c’è dubbio. La risposta automatica ha cominciato subito dopo e non si è ancora fermata. Il numero che avete chiamato non è disponibile.
Passano i giorni e la voce non cambia, reitera lo stesso principio e promette che la chiamata sarà notificata. C’è da supporre che la persona cercata sia opportunamente informata delle chiamate. Le quattro compagnie telefoniche operanti nel Niger, almeno in questo, fanno la stessa politica. Orange, Airtel, Niger Telecom e Moov coprono almeno una parte dell’immenso territorio desertico del Niger. Si sa che poi basta poco, per interrompere la comunicazione. Un guasto, la batteria scarica, un furto e, più semplice ancora, l’abbandono del cellulare. Questo, la donna della risposta automatica non lo sa e forse neppure le interessa. La chiamata sarà comunque notificata e questo dovrebbe bastare anche al cliente più esigente. Di colpo la voce di ritorno sparisce, non c’è risposta umana. Neppure lo squillo di chiamata esiste più. Il silenzio, doveroso e ancora più sincero, lascia il posto ad una voce registrata in francese e poi in inglese, lingua franca universale. La registrazione femminile continua insinuando che è del tutto possibile lasciare un messaggio vocale, solo dopo il segnale acustico. Difficile credere che, in queste condizioni di cattività, il cliente sia lasciato libero di ricevere messaggi vocali degni di questo nome. Di gran lunga meglio il silenzio.
Il numero non è disponibile perché il proprietario del numero, opportunamente registrato per motivi di sicurezza, è assente. Chiamate in assenza, lasciare un messaggio, le notificazioni cadono nel vuoto e così i messaggi vocali. Le tecnologie più sofisticate naufragano nell’inedito rapimento di colui a cui il numero era stato affidato per comunicarsi. Moov non ha limiti prevedibili ma si trova ad agire con le risposte automatiche, preconfezionate in tempi normali. Da due settimane ormai il numero ha cessato di funzionare e il telefono, con pazienza, si trasforma in una colomba.