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mercoledì 5 agosto 2026

Ancora un record per l’azzardo - Giovanni Caprio

 

L’affare dell’azzardo nel nostro Paese sembra non avere limiti di crescita: nel primo trimestre del 2026 la raccolta ha raggiunto i 45 miliardi e 440 milioni, con un incremento di più del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando aveva già toccato un record con 38 miliardi e 755 milioni. Stiamo parlando di una cifra incredibile certificata dal Bollettino statistico trimestrale dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che lascia supporre che alla fine di quest’anno si infrangerà un altro record e la raccolta dello scorso anno di 165 miliardi e 345 milioni, stante la crescita del primo trimestre, potrebbe essere polverizzata e arrivare a sfiorare i 200 miliardi. E’ soprattutto l’azzardo online a crescere, arrivando a 23 miliardi e 172 milioni (nel 2025 si era fermato a 20 miliardi e 253 milioni). Anche slot machine e videolottery aumentano, passando da 5 miliardi e 291 milioni a 7 miliardi e 870 milioni. Per lo Stato, invece, più o meno sempre gli stessi introiti: 2 miliardi e 682 euro a fronte dei 2 miliardi e 483 milioni dello scorso anno. Le perdite per i “giocatori”, invece, crescono, arrivando a 5 miliardi e 713 milioni, rispetto ai 4 miliardi e 484 milioni del primo trimestre dello scorso anno.

Sulla base dei dati dello scorso anno, tra le Regioni in cui si gioca di più, troviamo il Lazio che si posiziona al terzo posto assoluto con 17 miliardi e 449 milioni di euro, preceduto solo da Lombardia (26 miliardi) e Campania (21 miliardi e 562 milioni). E all’interno del contesto regionale, il territorio di Roma e provincia si conferma tristemente in testa alla classifica delle aree metropolitane italiane per volume complessivo di gioco, staccando nettamente Napoli (11,4 miliardi) e Milano (9,4 miliardi). Nella provincia capitolina, come ha sottolineato la Caritas,  la raccolta è arrivata a 12 miliardi e 858 milioni di euro con una crescita di oltre mezzo miliardo rispetto ai 12 miliardi e 356 milioni del 2024. Una cifra spaventosa che equivale a più di 3.000 euro spesi pro capite, calcolando nel totale anche i bambini e i neonati. Nella sola Roma Capitale, sono stati giocati 8 miliardi e 527 milioni: al primo posto si piazzano i cosiddetti giochi di abilità o skill games (4 miliardi); seguono le scommesse sportive (1,2 miliardi), le Videolottery (887 milioni), i “Gratta&vinci” (704 milioni) e le slot machine Awp (501 milioni).

La Caritas ha aperto da marzo scorso presso il centro d’ascolto diocesano, in via di Porta San Lorenzo 7, nei pressi della Stazione Termini, uno sportello per giocatori d’azzardo e familiari. In appena quattro mesi sono state ascoltate una trentina di persone e una decina hanno accettato di iniziare un percorso. Più uomini, solo due donne, soprattutto dai 50 anni in su, pochi i giovani. A operare all’interno del centro di ascolto diocesano attualmente sono quattro persone: uno psicologo coordinatore del servizio, un assistente sociale, un educatore e un altro psicologo. Ma non si occupano solo di azzardo: sono infatti aperti all’ascolto dei senza dimora e delle persone che chiedono l’accesso alle mense e all’accoglienza. Lo sportello per l’azzardo dopo i primi colloqui indirizza ai Serd (i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale) o ai servizi privati convenzionati, come varie associazioni che svolgono questo tipo di attività. Finora la maggior parte delle persone sono state accompagnate e orientate ai Serd. Successivamente si prende un appuntamento con un avvocato del servizio legale gratuito della Caritas, che incontra il giocatore patologico, insieme a un operatore sociale, per approfondire tutti gli aspetti amministrativi, economici e legali prodotti dalla dipendenza da azzardo. Successivamente, se la situazione è particolarmente grave, insieme all’avvocato si propone alla persona di iniziare un percorso di amministrazione di sostegno. La Fondazione antiusura Salus populi romani è parte integrante del progetto. Alla persona viene detto che nel momento in cui accetta di fare tutto questo percorso si può anche sottoporre la sua situazione alla Fondazione per un percorso di sdebitamento, di ristrutturazione del debito e di gestione di tutta la parte economica.

“L’azzardo, denuncia Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, è l’esaltazione ipocrita del potere del denaro e della sorte che sfrutta un’intelligenza davvero diabolica per apparire un gioco. A questo si aggiungono il letargo e la miopia della politica e delle istituzioni pubbliche; ridotta se non complice è l’attenzione dei media, a causa dell’ingente investimento pubblicitario che produce l’industria dell’azzardo. Nonostante l’enorme somma di denaro sottratta all’economia reale, la disgregazione sociale e la disperazione che c’è dietro di essa, con tantissimi giovani, anziani e famiglie travolti dai debiti causati dal “gioco” che producono distruzione di patrimoni e a volte di vite, tutti continuano come se niente fosse. Nonostante esistano divieti a qualsiasi forma di pubblicità, il mondo dello sport, in modo particolare i club di calcio della Serie A e i grandi colossi del betting mantengono intatti i propri legami economici attraverso la strategia dell’infotainment. Di fronte a un forte dibattito politico volto ad ammorbidire o abolire tali restrizioni, la Conferenza Episcopale Italiana, insieme a Caritas e alla Consulta nazionale antiusura, è intervenuta per chiedere, al contrario, un’applicazione rigida e l’inasprimento dei divieti”.

il Bollettino Statistico del primo trimestre 2026 dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: QUI

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lunedì 3 marzo 2025

Energia: il mercato libero che rende poveri - Giovanni Caprio

 

Le bollette italiane sono le più care d’Europa: il 30% più alte di quelle della Germania e il doppio di quelle della Spagna. “Da ormai tre anni, denuncia la CGIL, mentre le grandi aziende del settore energia registrano bilanci stellari, circa 2,2 milioni di famiglie italiane sperimentano il dramma della povertà energetica. Si tratta quasi dell’8% della popolazione del Paese. A essere specialmente colpiti sono gli anziani: il 47% di loro è a rischio o in povertà energetica. Per di più, complice anche la fine del mercato tutelato, la spesa media annuale di una famiglia tipo è destinata ad aumentare ulteriormente, sfiorando i 3mila euro l’anno.”

Sono circa 13.200 i possibili contratti del libero mercato di energia tra i quali una famiglia dovrebbe scegliere il più adeguato alle proprie esigenze. E in molti casi, oltre al costo di luce o gas, questi contratti obbligano ad acquistare servizi accessori: assicurazioni, canoni di manutenzione delle caldaie, servizi di telemedicina oltre costi occulti in caso di recesso anticipato e cambi tariffe. Costi e servizi accessori che spesso nulla hanno a che vedere con l’erogazione del gas o dell’elettricità. E’ l’amara constatazione che arriva dalla Caritas di Roma, che denuncia con forza le ipocrisie e i paradossi del “mercato libero” nei contratti, “le cui offerte economiche sono consultabili sul Portale ARERA, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, che risultano incomprensibili ai più e soprattutto quasi mai effettivamente convenienti.” Anche per gli anziani, i disabili e i percettori di redditi bassi, i clienti “vulnerabili” che sono rimasti gli unici ad aver diritto al mercato “tutelato”, la situazione appare critica: al momento, per il complesso meccanismo della formazione del prezzo, stanno pagando circa il 18% in più rispetto ai clienti non vulnerabili approdati al Servizio di Tutele Graduali (STG). I vulnerabili adesso hanno tempo fino al 30 giugno 2025 per accedere al STG cercando di risparmiare così qualche centinaio di euro su base annua. Al momento, il libero mercato si sta traducendo in grandi profitti per le imprese e in un crescente rischio di povertà per le famiglie. Un rischio più volte segnalato, che oggi è diventato realtà.

“E come se non bastasse, denuncia la Caritas di Roma, il mercato si è arricchito di offerte con vendite abbinate: nella bolletta il cliente trova costi di assicurazioni improbabili o ancora servizi di telemedicina dal costo di 150 euro annui, più o meno l’equivalente su base annua del bonus sociale. Tutto questo non è tollerabile. Alle offerte del libero mercato poco convenienti si aggiungono i costi di servizi accessori non richiesti che erodono i tentativi di calmierare il costo della bolletta. Una situazione che, come spesso accade, sta mettendo in crisi soprattutto le famiglie più fragili e gli anziani, che sempre più si rivolgono ai centri di ascolto parrocchiali per chiedere un aiuto per il pagamento delle bollette.” La Caritas di Roma dal 2022 ad oggi si è attivata con iniziative come la “Bolletta sospesa” e “Fondo famiglia” in aiuto di oltre 200 mila euro per consentire il pagamento delle bollette ed evitare i distacchi per morosità e ha diffuso un Manuale operativo dei diritti per accompagnare le parrocchie (e non solo) nella tutela delle famiglie fragili.

La Caritas di Roma ha anche chiesto un intervento urgente su più fronti per: 1. Stabilizzare bonus sociali elevando le soglie ISEE a euro 15.000 e rivedendo la soglia di età dei beneficiari abbassandola dall’attuale 75 a 70 anni. A copertura della misura può contribuire anche quanto ricavato dalle truffe del 110% in considerazione del fatto che l’efficientamento energetico degli edifici doveva e poteva essere pensato come leva principale per contrastare la povertà energetica con una seria riqualificazione dell’edilizia popolare; 2. Ripulire da bolletta da costi impropri vietando la vendita abbinata di servizi estranei alla fornitura di energia elettrica e gas almeno per i clienti definiti vulnerabili, introducendo idonee sanzioni in caso di violazioni, da destinare al sostegno delle famiglie in difficoltà; 3. Introdurre una valutazione (Rating) di legalità obbligatoria e specifica per le aziende che operano nel settore della vendita di energia elettrica e gas per estirpare il fenomeno delle truffe telefoniche e delle diverse pratiche commerciali scorrette; 4. Rafforzare la campagna di comunicazione per avvertire i clienti vulnerabili della possibilità di accesso al Servizio a Tutele Graduali entro il 30 giugno 2025; 5. Semplificare e rafforzare gli strumenti di tutela rendendo maggiormente accessibile il servizio conciliazione energia predisposto da ARERA adottando anche strumenti di moral suasion e leve reputazionali per favorire la risoluzione delle controversie.

“Non si può pensare, ha dichiarato dichiara Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana di Roma, di gestire il “libero mercato” permettendo ingiustizie sociali e confidando nel sostegno del mondo del volontariato. Chiediamo invece, anzitutto al Governo e al Parlamento, di garantire la dignità delle persone a partire dal riconoscimento dei bisogni essenziali quali la fornitura di acqua, energia elettrica e gas in un contesto di fiducia reciproca e legalità”.

 

Qui il Manuale della Caritas

 

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domenica 28 luglio 2024

Verso un paese di persone sole, mentre sempre più italiani se ne vanno all’estero - Giovanni Caprio

 

Le nuove previsioni ISTAT sul futuro demografico del paese, aggiornate al 2023, evidenziano tendenze la cui direzione parrebbe irreversibile, pur se in un contesto nel quale non mancano elementi di incertezza. La popolazione residente è in decrescita: da circa 59 milioni al 1° gennaio 2023 a 58,6 mln nel 2030, a 54,8 mln nel 2050 fino a 46,1 mln nel 2080. Il rapporto tra individui in età lavorativa (15-64 anni) e non (0-14 e 65 anni e più) passerà da circa tre a due nel 2023 a circa uno a uno nel 2050. Con un’età media di 51,5 anni entro il 2050 (50,8 per l’Italia), nel Mezzogiorno ci sarà un processo di invecchiamento più rapido. Tra 20 anni ci sarà circa un milione di famiglie in più, ma saranno più frammentate. Meno coppie con figli, più coppie senza: entro il 2043 meno di una famiglia su quattro sarà composta da una coppia con figli, più di una su cinque non ne avrà. “L’aumento della speranza di vita e dell’instabilità coniugale, si legge nel Report dell’ISTAT, fanno sì che il numero di persone che vivono da sole, vere e proprie “micro-famiglie”, cresceranno nel complesso del 15%, facendo aumentare il loro ammontare da 9,3 milioni nel 2023 a 10,7 nel 2043. Tra l’altro, tale aumento, tanto assoluto quanto relativo, è quello che spiega in più larga misura la crescita globale del numero totale di famiglie.”

Fino a 64 anni di età la condizione di vita in solitudine, volontaria o meno che sia, coinvolge già oggi 4,9 milioni di individui, il 60,5% dei quali uomini. “Nei prossimi 10 anni, evidenzia l’ISTAT, questo segmento della popolazione è destinato a rimanere piuttosto stabile (4,8 milioni nel 2033). Nel decennio successivo, invece, in linea con il declino complessivo che caratterizzerà la popolazione in età adulta, anche le persone sole entro i 64 anni di età si avvieranno a subire una flessione che li porterà a 4,5 milioni entro il 2043.”

Qui il Report dell’ISTAT: https://www.ripartelitalia.it/wp-content/uploads/2024/07/Previsioni-popolazione-e-famiglie_Base-1_2023.pdf.  

Un paese che si rimpicciolisce anche a causa della partenza di tanti italiani: al 31 dicembre 2022 i cittadini italiani abitualmente dimoranti all’estero sono 5 milioni e 940mila. Circa 3 milioni e 246mila risiedono in Europa e 2 milioni e 384mila in America. Solo il 31,6% degli italiani residenti all’estero è nato in Italia (1 milione e 900mila), ma in Europa questa quota è pari al 41,8% mentre in America centro-meridionale è di gran lunga inferiore al 10%. Nel 2022 a Londra risiedono quasi 375mila connazionali. Al secondo posto Buenos Aires, con poco più di 322mila italiani e al terzo San Paolo con oltre 239mila italiani. Nel 2022 i nati degli italiani residenti all’estero sono 25mila (tasso complessivo pari a 4,3 nati per 1.000 residenti). I decessi, invece, ammontano a poco più di 8mila (1,4 per 1.000 italiani residenti all’estero). Nel corso del 2022 sono 100mila gli espatri e 75mila i rimpatri dei connazionali dall’estero, con un saldo migratorio pari a +25mila per la popolazione italiana all’estero. Ammontano a oltre 85mila le acquisizioni di cittadinanza italiana all’estero, nell’America centro-meridionale soprattutto per effetto dei riconoscimenti iure sanguinis.

Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/07/Italiani-residenti-allestero.pdf.

Dovrebbe iniziare a destare qualche preoccupazione questa fuga degli italiani dall’Italia, soprattutto se a voler girare i tacchi per andar via sono i più giovani, anche stranieri. Il 34% dei giovanissimi immagina infatti un futuro all’estero. Giovanissimi che rappresentano un capitale umano tendenzialmente in calo, quindi ancora più prezioso per il futuro del paese. Da questo punto di vista il loro trattenimento in Italia richiede l’offerta di adeguate opportunità di vita. Molti ragazzi che oggi vivono in Italia, vedono il proprio futuro all’estero. Oltre il 34% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni da grande vorrebbe vivere in un altro Paese. La percentuale è ancora più alta per gli stranieri (38,4%). Da sottolineare che l’8% circa dei ragazzi stranieri da grande desidera vivere nel paese di origine (suo o dei genitori), mentre oltre il 30% si vede in un paese diverso dall’Italia e da quello di origine. Anche la quota di indecisi è leggermente più elevata per gli stranieri (23,7%) che per gli italiani (20,7%). La maggiore propensione alla mobilità dei ragazzi non italiani si spiega con il minore radicamento familiare e sociale in Italia; inoltre, chi ha vissuto una prima esperienza migratoria è più incline a intraprenderne altre. Come per altre intenzioni, è possibile evidenziare importanti differenze di genere. Tra le ragazze, sia italiane sia straniere, la quota di coloro che vogliono vivere all’estero da grandi è più elevata di quella riscontrata per i loro coetanei maschi: rispettivamente il 37,9% per le italiane (contro il 30,7% dei maschi) e il 42,7% per le straniere (contro il 34,6% dei ragazzi). La collettività che più di tutte vuole vivere in Italia è quella marocchina con una percentuale (45,1%) simile a quella degli italiani (45,6%) e al contempo superiore a quella del totale degli stranieri (37,9%). Pur nel quadro di un’ampia fetta di indecisi (47,5% a fronte di una media del 23,7%), i ragazzi cinesi mettono in evidenza una quota più contenuta di persone che da grandi desidera vivere in Italia (29%) e nel contempo un maggiore orientamento al voler vivere da grandi nel Paese di origine dei genitori (11,8%). Tra chi ha paura del futuro, la quota di chi vuole restare in Italia è più bassa rispetto al valore rilevato tra chi sente il fascino del futuro: 39,9% rispetto a 47,0%. Istat che ci dice che I ragazzi nel 2023 sognano ancora l’America: il 32% di coloro che da grandi si vedono all’estero vorrebbe vivere negli Stati Uniti, seguiti, ma a lunga distanza, dalla Spagna (12,4%) e dalla Gran Bretagna (11,5%): https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Bambini-e-ragazzi-2023.pdf. 

Già il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta aveva posto l’accento sulla fuga dei giovani dal nostro paese, evidenziando come dal 2008 al 2022 circa 525 mila giovani italiani avessero lasciato l’Italia e solo un terzo di essi sia tornato in Italia. Un esodo, aveva sottolineato Panetta, che “indebolisce la dotazione di capitale umano del nostro paese.” Ma cosa spinge tanti giovani ad abbandonare l’Italia?

Nel rapporto sulla condizione giovanile in Italia “Giovani 2024: Bilancio di una Generazione” del Consiglio Nazionale dei Giovani e dell’Agenzia Italiana per la Gioventù redatto con il supporto di EURES (https://www.pressenza.com/it/2024/04/giovani-2024-il-bilancio-di-una-generazione/) si legge che: “la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ovvero la scelta di molti giovani qualificati di lasciare l’Italia, non è dovuta alla ricerca di maggiori benefici personali e professionali (4,6%), quanto piuttosto alla scarsa attrattività e alla mancanza di prospettive in Italia (35,5%), alla scarsa attenzione delle istituzioni italiane al futuro dei giovani (34,3%), e alla scarsa valorizzazione di questi da parte delle imprese italiane (25,6%). Sono principalmente i giovani del Nord (37,4%) e del Centro (39,2%) a spiegare la “fuga di cervelli” come conseguenza della scarsa attrattività e della mancanza di prospettive dell’Italia, mentre i giovani del Sud enfatizzano maggiormente il riferimento alla scarsa attenzione delle Istituzioni (38,2%). Si segnala infine come il campione femminile attribuisca la responsabilità del fenomeno alla scarsa valorizzazione dei giovani da parte delle imprese italiane (27,6%) in misura maggiore dei coetanei maschi (23,1%) che, invece, leggono maggiormente la “fuga dei cervelli” come ricerca di valorizzazione delle competenze di un giovane (7,1% contro il 2,4% tra le ragazze).” 

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martedì 20 febbraio 2024

Nelle città italiane negli ultimi dieci anni sono “spariti” 111.000 negozi - Giovanni Caprio

 

C’era una volta il commercio nelle nostre città. Non è l’inizio di una favola, ma la sintesi di un fenomeno che di anno in anno assume contorni sempre più rilevanti: https://www.pressenza.com/it/2023/03/cera-unavolta-il-negozio-sotto-casa/. Una desertificazione commerciale, soprattutto dei centri storici dove la riduzione dei livelli di servizio è acuita anche dalla perdita di commercio ambulante, che compromette servizi, vivibilità, sicurezza e attrattività delle nostre città. Una desertificazione confermata dall’Ufficio Studi di Confcommercio che ha presentato nei giorni scorsi la nona edizione dell’indagine “Città e demografia d’impresa: come è cambiato il volto delle città, dai centri storici alle periferie, negli ultimi dieci anni” (qui il link alle slide in pdf), effettuata in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne.

Così, se l’anno scorso quasi 100.000 attività di commercio al dettaglio e oltre 15.000 imprese di commercio ambulante erano “sparite” nei dieci anni precedenti, stavolta – nel conteggio 2024 – il totale sale rispettivamente a più di 110mila e a oltre 24mila. Crescono invece in maniera esponenziale i bed and breakfast: +168% nei centri storici del Sud e +87% in quelli del Centro-Nord.  E crescono anche le vendite online,  passate da 17,9 miliardi di € nel 2019 a 35 miliardi di € nel 2023 (+95,5% i beni e +42,2% i servizi), con l’online che nel 2023 vale ormai il 17% degli acquisti di abbigliamento e il 12% del beauty. La crescita dell’e-commerce è la maggiore responsabile della riduzione del numero di negozi, anche se resta comunque un’opportunità per il commercio “fisico” tradizionale.

Concentrando l’analisi sulle 120 città medio-grandi, la riduzione di attività commerciali è più accentuata nei centri storici rispetto alle periferie, un fenomeno che interessa tanto il Centro-Nord che il Mezzogiorno, fino allo scorso anno caratterizzato – quest’ultimo – da una maggiore vivacità commerciale. Nei centri storici sono sempre meno le attività tradizionali (carburanti -40,7%, libri e giocattoli -35,8%, mobili e ferramenta -33,9%, abbigliamento -25,5%) e sempre più quelle che offrono servizi e tecnologia (farmacie +12,4%, computer e telefonia +11,8%), oltre alle attività di alloggio (+42%) e ristorazione (+2,3%). Appare evidente quindi come nelle nostre città sia diventato sempre più accentuato il fenomeno della desertificazione commerciale: negli ultimi dieci anni sono scomparse dai 120 Comuni oggetto di analisi oltre 30.000 unità locali di commercio al dettaglio e ambulanti (-17%), tanto che la densità commerciale è passata da 12,9 a 10,9 negozi per mille abitanti, pari a un calo del 15,3%. Un fenomeno che non dipende se non in minima parte dal calo della popolazione, scesa solo del 2%.

Che fare per cercare di fermare questa “desertificazione”? Occorre che il commercio di prossimità – come sottolineato da Confcommercio – continui a perseguire sempre più la strada dell’efficienza e della produttività, anche attraverso una maggiore innovazione e una ridefinizione dell’offerta. E resta la necessità di puntare su progetti di riqualificazione urbana, come – per esempio – il progetto Cities di Confcommercio. Un progetto che si prefigge l’obiettivo di fornire alcuni strumenti strategici per contrastare la desertificazione commerciale, mettendo a disposizione una piattaforma, con accesso riservato al Sistema Confcommercio, per favorire lo scambio e l’apprendimento collettivo sui temi delle città e delle economie urbane. Uno strumento interattivo e in continua espansione attraverso cui è possibile conoscere i risultati delle sperimentazioni Cities, consultare i progetti promossi dalle Associazioni, discutere nei forum tematici, rafforzare le competenze attraverso corsi di formazione multidisciplinari.

L’indagine di Confcommercio presenta anche un’analisi, regione per regione, con i dati dei 120 Comuni medio-grandi italiani, di cui 110 capoluoghi di provincia e 10 Comuni non capoluoghi di media dimensione (escluse le città di Milano, Napoli e Roma perché multicentriche, dove non è possibile, cioè, la distinzione tra centro storico e non centro storico). I file excel delle Regioni contengono singoli fogli con i dati relativi a ogni città osservata.

Qui per scaricare tutti i dati: https://www.confcommercio.it/-/demografia-impresa-citta-italiane.

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mercoledì 13 dicembre 2023

Contro l’autonomia differenziata per salvaguardare il servizio sanitario nazionale - Giovanni Caprio

 


Ettore è nato il 3 ottobre all’ospedale di Santorso (VI) ed è morto poco più di un mese dopo all’hospice pediatrico di Padova. Una morte forse evitabile. Una brutta storia che potrebbe purtroppo ripetersi non solo in Veneto ma anche nelle altre Regioni che ancora oggi non offrono lo screening neonatale per la SMA, l’atrofia muscolare spinale, una malattia rara devastante, ma diagnosticabile alla nascita e quindi affrontabile con un trattamento salvavita, anche a soli due giorni di vita in casi eccezionali. Sarebbero bastate poche gocce di sangue prelevate dal tallone del neonato per diagnosticare la malattia ed Ettore probabilmente non solo sarebbe ancora vivo, ma avrebbe già beneficiato di una terapia che – se assunta precocissimamente, prima della comparsa dei sintomi – gli avrebbe garantito uno sviluppo motorio analogo a quello dei bambini della sua età: pur avendo la Sma, avrebbe imparato a stare seduto e avrebbe camminato.

Ad oggi in Italia sono solo 10 le regioni (Abruzzo, Campania, Lazio, Lombardia, Liguria, Puglia, Piemonte, Valle d’Aosta, Toscana e Trentino – Alto Adige) che effettuano lo screening per la SMA su base stabile e su tutto il territorio regionale. E lo fanno in autonomia poiché la legge n. 167 del 2016 ha stabilito l’inserimento dello screening neonatale esteso (SNE) nei LEA, ma manca tuttora il decreto di aggiornamento del panel nazionale e le regioni sono andate avanti, quindi, in maniera autonoma, con il risultato che, anche in questo caso, siamo costretti a registrare differenze regionali enormi. E tutto ciò per un ingiustificabile ritardo del Governo. Ci si attiva ad horas per convocare in via straordinaria il Consiglio dei Ministri per offrire la cittadinanza a una bambina inglese inguaribile, ma ci si dimentica di rendere lo screening per la SMA effettivamente obbligatorio su tutto il territorio nazionale. La vicenda è puntualmente ricostruita da VITA: https://www.vita.it/ettore-morto-per-colpa-di-un-decreto-che-tutti-vogliono-e-nessuno-firma/.

In questa triste storia ancora una volta colpisce, tra le altre cose, il “disordine sanitario” che si è venuto a creare in questo Paese e la sempre più insopportabile disparità territoriale nell’accesso alle cure, fortemente diseguale tra nord e sud, da regione a regione. La frattura strutturale che attraversa il Paese costringe già da tempo le cittadine e i cittadini a spostarsi da una regione all’altra per essere curati. Una frattura destinata a diventare una voragine con l’Autonomia differenziata apparecchiata dal disegno di legge Calderoli. Nel valutare gli adempimenti regionali, al 2021, dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta ha sottolineato che:

«Il monitoraggio del Ministero della Salute 2021 conferma il gap strutturale tra Nord e Sud proprio nel momento in cui il Comitato LEP ritiene che in materia di salute non sia necessario definire i LEP, vista la presenza dei LEA. Questa proposta suggerisce per le maggiori autonomie in sanità una scorciatoia pericolosa, visto che il disegno di legge Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei LEP secondo quanto previsto dalla Carta Costituzionale. Considerato che le nostre analisi sull’esigibilità dei LEA confermano anche per l’anno 2021 un enorme gap Nord-Sud, è evidente che senza definire, finanziare e garantire i LEP, le maggiori autonomie in sanità legittimeranno normativamente questa frattura, compromettendo l’uguaglianza dei cittadini di fronte al diritto costituzionale alla tutela della salute e assestando il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale».

Ma il disegno di legge del Governo sull’Autonomia regionale differenziata, testo presentato dal solo ministro Calderoli, viaggia come un treno impazzito e fra poco sarà pronto per l’aula del Senato. A nulla sono valse le considerazioni e i rilievi formulati dalla Corte dei conti e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Né hanno scalfito più di tanto il ministro leghista le dimissioni di Giuliano Amato, Franco Bassanini, Franco Gallo e Alessandro Pajno dal Comitato presieduto da Sabino Cassese per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, con le quali avanzavano critiche sulla definizione dei parametri per assicurare i diritti civili e sociali a tutto il Paese, sul ruolo del Parlamento e sulle materie da sottrarre alla devoluzione. E non è riuscito a installare qualche dubbio nella testa del senatore Calderoli neppure il Governatore della Banca d’Italia, il quale con una puntuale lettera ha ricordato che per garantire i diritti a tutti occorre avere tutto il quadro finanziario per gli interventi, altrimenti si corre il rischio di vedere aumentate le differenze tra le Regioni. Così come a nulla fino ad ora sono servite le oltre 100mila firme raccolte sulla proposta di legge costituzionale per la riscrittura dell’art. 116, comma 3, la rivisitazione dell’art. 117 (con lo spostamento di alcune materie dalla potestà concorrente a quella esclusiva dello Stato, a partire proprio dalla tutela della salute) e l’introduzione di una supremacy clause della legge statale. Niente. Nonostante l’aumento del dissenso motivato sull’Autonomia differenziata – dissenso espresso sia sul metodo che nel merito – le destre-destre vanno avanti a testa bassa verso la distruzione dell’unità del Paese e la “secessione dei ricchi”.

Destre-destre capaci di tutto e che hanno i numeri in Parlamento per approvare il disegno di legge Calderoli, soprattutto se questo è “merce di scambio” con l’altro pericoloso pasticcio chiamato premierato. Con buona pace delle parole pronunciate dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno 2022:

«Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne – creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza. Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione».

Aggiungendo, proprio a proposito del Servizio Sanitario Nazionale che: «Occorre operare affinché quel presidio insostituibile di unità del Paese rappresentato dal Servizio Sanitario Nazionale si rafforzi, ponendo sempre più al centro la persona e i suoi bisogni concreti, nel territorio in cui vive».

Anche per l’Autonomia differenziata dovranno essere le cittadine e i cittadini a fare da argine per fermare l’attacco alla Costituzione, all’Unità del Paese e al Servizio Sanitario Nazionale, mobilitandosi, per via referendaria, affinché si possa una volta per tutte farla finita con la stagione della secessione leghista, che sotto varie vesti va avanti già da troppo tempo e che – anche grazie alla cedevolezza di una certa sinistra – ha già prodotto numerosi guasti in questo Paese.

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lunedì 11 dicembre 2023

Crescono i lettori, ma più della metà legge meno di due ore a settimana - Giovanni Caprio

 

Crescono i lettori al 74%, ma più della metà legge meno di due ore a settimana

Crescono gli italiani che leggono: secondo l’indagine di Pepe Research per l’Associazione Italiana Editori (AIE), nel 2023 sono il 74% le persone tra i 15 e i 74 anni che hanno letto almeno un libro a stampa (anche solo in parte), un e-book o ascoltato un audiolibro nei 12 mesi precedenti. Si tratta in valori assoluti di 32,8 milioni di persone.
Nel 2022 l’indice di lettura era del 71%, del 68% nel 2019 prepandemia.
Ma mentre cresce il numero assoluto di lettori, cala la percentuale di chi legge con frequenza almeno settimanale.
I dati sono stati presentati durante “Più libri Più liberi”, la Fiera nazionale della piccola e media editoria, che a Roma ha chiuso i battenti in queste ore.

“Più che il numero di lettori stanno diventando rilevanti altri elementi che qualificano l’atto del leggere, ha spiegato Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi di AIE.

Rispetto al 2022, ed è una tendenza che già si era vista negli anni precedenti, cala la percentuale di lettori che legge almeno una volta a settimana (erano il 72% dei lettori, adesso sono il 67%), mentre parallelamente aumenta la percentuale di chi legge solo qualche volta all’anno, dall’8% al 13%”.

Il tempo medio di lettura durante la settimana è di 4 ore e 18 minuti, ma un quarto degli intervistati (24%) dichiara di non avere letto nulla nella settimana precedente l’indagine e un altro 30% lo ha fatto per meno di due ore.

In sintesi, più della metà degli italiani che si dichiarano lettori, legge per meno di due ore a settimana. Se invece guardiamo ai nuovi modi della lettura, vediamo che un quarto degli utenti delle piattaforme social ha fruito di contenuti narrativi presenti sulle stesse piattaforme social o su piattaforme di condivisione di storie, ovvero 10,2 milioni di italiani. Tra questi, una percentuale del 15% non legge libri, e-book o ascolta audiolibri: equivale a dire che un 3% della popolazione si approccia alla narrazione fuori dalla forma libro, a stampa o digitale.

Per quanto riguarda specificamente i lettori di fumetti, questi sono il 21% degli italiani e rappresentano un insieme mediamente con consumi culturali più articolati dell’insieme dei lettori italiani. In particolare, i lettori di fumetti leggono più frequentemente (il 35% lo fa tutti i giorni contro il 31% dell’universo complessivo dei lettori), utilizzano di più i social network (il 95% lo fa tutti giorni contro il 90% dell’universo dei lettori), in un numero maggiore di casi possiedono e usano un e-reader (40% contro 24%), in un numero maggiore di casi ascoltano audiolibri (29% contro 16%).

Il tasso di lettura degli italiani rilevato da AIE differisce però profondamente da quello rilevato dall’ ISTAT a causa del tipo di domanda diversa che è stato posta ai due campioni intervistati, a loro volta espressione di fasce di popolazione differenti. Di fatto, le due indagini rilevano fenomeni diversi.
L’indagine ISTAT, che stima i lettori italiani al 39,3% nel 2022, popolazione di sei anni e più, chiede al campione “Negli ultimi 12 mesi ha letto libri (cartacei, ebook, libri online o audiolibri)? Consideri solo i libri letti per motivi non strettamente scolastici o professionali”. La domanda dell’indagine AIE rivolta alla popolazione tra i 15 e i 74 anni – dopo aver premesso all’intervistato che l’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionale – invece, è “Pensando agli ultimi 12 mesi le è capitato di leggere, anche solo in parte, un libro di qualsiasi genere, non solo di narrativa (come un romanzo, un giallo, un fumetto, un fantasy…) ma anche un saggio, un manuale, una guida di viaggio o di cucina, ecc. su carta o in formato digitale come un e-book, o di ascoltare un audiolibro?”.
“La formulazione della domanda – spiega Giovanni Peresson – vuole eliminare nel rispondente ogni ambiguità su cosa si deve intendere con lettura di un libro, considerando i comportamenti di lettura nel modo più ampio possibile e indicando nella domanda all’intervistato generi che potrebbero non venir immediatamente considerati come «libri» o come letture”.
Interessanti anche i dati e i numeri della piccola e media editoria in Italia, che nel 2022 ha pubblicato 47.850 novità, in lieve calo rispetto all’anno precedente (-0,6%) e pari al 59,3% dell’offerta editoriale complessiva. Le case editrici attive, micro, piccole e medie, sono 5.022, -0,9% rispetto al 2021. La quota di mercato nei canali trade (librerie fisiche e online e supermercati) nel 2022 è stata pari al 49,2%.

L’Osservatorio AIE sulla lettura e i consumi culturali a cura di Pepe Research viene realizzato continuativamente a partire dal 2017 e viene condotto attraverso due rilevazioni annue di circa 2 mila casi ciascuna, per attenuare fenomeni di stagionalità nei comportamenti, con una numerosità campionaria di 4 mila casi complessivi. Si compone anche di una rilevazione annua di mille casi su lettura e consumi culturali nel comune di Milano e di una rilevazione biennale Kids (+ 0-14 anni, con altre 1.000 interviste).

L’indagine esclude tutte le forme di lettura obbligatorie: scolastiche, di studio e professionali. La raccomandazione all’intervistato viene espressa all’avvio dell’intervista. La formulazione della domanda vuole eliminare nel rispondente ogni ambiguità su cosa si deve intendere con “lettura di un libro” considerando i comportamenti di lettura nel modo più ampio possibile e indicando nella domanda all’intervistato generi che potrebbero non venir immediatamente considerati come “libri” o come “letture” (ad es. per un editore di manualistica sapere che una parte delle forme tradizionali di lettura si spostano sui tutorial e su YouTube, riveste un’importanza fondamentale nella sua progettazione editoriale).

Qui la ricerca dell’Osservatorio AIE: https://www.aie.it/Portals/_default/Skede/Allegati/Skeda105-9484-2023.12.8/11_30_PLPL_(7)_Lettura.pdf?IDUNI=etr1kfbd1n2gw1ccfrkzrzm44310.

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lunedì 27 novembre 2023

C’è sempre più Italia fuori dall’Italia - Giovanni Caprio

 

In 18 anni gli italiani nel mondo sono raddoppiati: da poco più di 3 milioni a poco meno di 6 milioni. A partire sono soprattutto i giovani tra i 28 e i 34 anni che non lavorano e non studiano, i lavoratori precari, i disoccupati, le giovani donne e 1 su 4 aono laureati e ricercatori. Si tratta di un’emigrazione che fotografa il disagio giovanile, una nuova generazione di poveri, ma che vede anche le donne andar via per ritrovare in un altro Paese pari opportunità e più tutele nella maternità. Infatti, a differenza di quanto è avvenuto nelle precedenti ondate migratorie, in cui la tradizionale figura di donna migrante era spinta al trasferimento per riunire la famiglia e ricongiungersi agli uomini che l’avevano preceduta in cerca di fortuna, negli ultimi anni essa è stata sostituita da quella di una donna moderna e dinamica, motivata anche dalla prospettiva di una vita indipendente, di un maggior benessere economico e di una carriera professionale più gratificante. L’unica Italia che cresce è solo quella all’estero: i bambini italiani nati all’estero sono 91mila: oltre il 20% rispetto ai poco meno di 400.000 nati in Italia, di cui 57 mila neonati figli di immigrati. E’ il 18° Rapporto italiani nel mondo 2023 della Fondazione Migrantes a fotografare questa Italia “fuori dall’Italia”.

“Al 1° gennaio 2023 -si legge nel Rapporto- i connazionali iscritti all’AIRE sono 5.933.418, il 10,1% dei 58,8 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia continua inesorabilmente a perdere residenti (in un anno -132.405 persone, lo -0,2%), l’Italia fuori dell’Italia continua a crescere anche se in maniera meno sostenuta rispetto agli anni precedenti. Il 46,5% dei quasi 6 milioni di italiani residenti all’estero è di origine meridionale (il 15,9% delle sole Isole), il 37,8% del Settentrione (il 19,1% del Nord Ovest) e il 15,8% del Centro. Negli ultimi 20 anni, quindi, e poi ancora di più nell’ultimo decennio, abbiamo assistito non solo a un revival del fenomeno, ma a un drastico cambiamento dello stesso. Rispetto alle caratteristiche tradizionali – origine meridionale, protagonismo dell’oltreoceano, emigrazione familiare – la mobilità degli italiani più recente, caratterizzata da partenze dalle regioni del Centro-Nord dopo, nella maggior parte dei casi, un periodo più o meno lungo di mobilità interna Sud-Nord, sta riscrivendo la storia dell’Italia legata ai flussi migratori dei suoi residenti.”

E’ la Sicilia la regione d’origine della comunità più numerosa (oltre 815 mila). Seguono – restando al di sopra delle 500 mila unità – la Lombardia (quasi 611 mila), la Campania (+548 mila), il Veneto (+526 mila) e il Lazio (quasi 502 mila).

L’attuale presenza italiana all’estero è europea. “L’Europa -sottolinea il Rapporto della Fondazione Migrantes- accoglie oltre 3,2 milioni di connazionali (il 54,7% del totale) mentre il continente americano segue con oltre 2,3 milioni (40,1%). Oggi le comunità italiane più numerose si trovano in Argentina (oltre 921 mila iscritti, il 15,5% del totale), in Germania (oltre 822 mila, il 13,9%), in Svizzera (oltre 639 mila, il 10,8%). Seguono Brasile, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Nelle prime dieci posizioni si registrano ben tre continenti – America del Nord e Latina, Europa e Oceania – ma non occorre superare la 27° posizione perché tutti i continenti siano rappresentati.”

C’è anche una “mobilità previdenziale” che ha motivazioni più diverse, dalla ricerca di luoghi esotici più amati dal punto di vista culturale o climatico alla necessità di paesi con politiche di defiscalizzazione, dal desiderio di posti diffusamente sponsorizzati anche dalle agenzie nate proprio per accompagnare la Terza Età nel processo migratorio, all’esigenza di ricongiungersi con i propri familiari. “Quella che, dall’incrocio dei dati, appare come la ragione più battuta, si legge nel rapporto, è che gli anziani vanno negli stessi luoghi dove si sono trasferiti figli e nipoti. Il desiderio che spinge un uomo o una donna avanti nell’età, molte volte vedovo/a, a vivere un percorso migratorio oggi, mettersi in discussione e affrontare l’ignoto è, quindi, una sorta di processo di ricongiungimento familiare moderno spesso portato avanti in modo non ufficiale.”

Sconcerta registrare che il 44% di coloro che hanno lasciato l’Italia nel 2022 era un giovane tra i 18 e i 34 anni. Stiamo perdendo il futuro. Si tratta di due punti percentuali in più rispetto agli anni precedenti. E il motivo è innanzitutto l’assensa di lavoro dignitoso. Molti giovani rinunciano a cercare lavoro nel nostro Paese perché si imbattano quasi esclusivamente in contratti con scarsi diritti, con salari da fame, con orari che non vengono rispettati e con scarse opportunità di crescita. Si imbattono cioè in quei settori in cui –come certifica l’INPS– oltre il 50% dei lavoratori è povero: un dato che da solo ridicolizza tutta le retorica del merito dall’attuale governo. E non dimentichiamo che i lavoratori italiani guadagnano circa 3.700 euro in meno della media dei colleghi europei.

Tuttavia, c’è chi a dispetto di difficoltà e problemi ha deciso di non andar via oppure di ritornare. “Negli ultimi anni, di legge nel Rapporto, si registrano fenomeni di restanza (…). La restanza si riferisce alla decisione di individui o famiglie di rimanere o tornare nelle loro comunità d’origine: una scelta personale motivata da un forte legame con il territorio che si muove anche su un piano comunitario in quanto può tradursi in iniziative imprenditoriali, progetti culturali e sociali (…). Come scrive l’antropologo Vito Teti, la restanza non è un elogio del restare come forma di nostalgia regressiva, ma è un invito a pensare il restare come nucleo fondativo di nuovi progetti, aspirazioni e rivendicazioni. Si tratta, quindi, di una scelta di responsabilità che porta a investire il territorio di intenzioni, azioni e pratiche di cura.”

Qui la sintesi

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martedì 17 ottobre 2023

Come si nasce in Italia - Giovanni Caprio

 

Nel 2022 è proseguito il calo delle nascite, in tutte le aree del Paese. Un fenomeno  dipendente dall’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile e dalla diminuzione della propensione ad avere figli, ma anche dalle tante difficoltà connesse con il lavoro (povero, precario, intermittente, inesistente), la casa (sempre più proibitiva anche in affitto), il costo della vita in generale e la carenza di servizi di welfare. Difficoltà che mal si coinciliano con la maternità e la paternità. Le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale, tuttavia negli ultimi anni si nota una diminuzione della fecondità delle donne straniere. La fecondità si mantiene pressoché costante rispetto agli anni precedenti: nel 2022 il numero medio di figli per donna è pari a 1,24 (rispetto a 1,42 del 2012). I dati per il 2022 danno livelli più elevati di fecondità al Nord nelle Province Autonome di Trento e Bolzano e nel Mezzogiorno in Campania e Sicilia. Le regioni in assoluto meno prolifiche sono invece Sardegna e Molise.

Sono alcuni dei dati del Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia, a cura dell’Ufficio di Statistica del Ministero della Salute, che illustra le analisi dei dati rilevati per l’anno 2022 dal flusso informativo del Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP), evidenziando innanzitutto come l’ 89,0% dei parti sia avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 10,8% nelle case di cura e solo lo 0,15% altrove (altra struttura di assistenza, domicilio, etc.). Naturalmente nelle Regioni in cui è rilevante la presenza di strutture private accreditate rispetto alle pubbliche, le percentuali sono sostanzialmente diverse. Il 62,2% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno 1.000 parti annui. Tali strutture, in numero di 137, rappresentano il 34,7% dei punti nascita totali, che sono 359. Il 7,5% dei parti ha luogo invece in strutture che accolgono meno di 500 parti annui.

Nel 2022, circa il 20,0% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana. Tale fenomeno è più diffuso nelle aree del Paese con maggiore presenza straniera, ovvero al Centro-Nord, dove più del 26% dei parti avviene da madri non italiane; in particolare, in Emilia-Romagna, Liguria e Marche oltre il 30% delle nascite è riferito a madri straniere. Le aree geografiche di provenienza più rappresentate, sono quella dell’Africa (28,7%) e dell’Unione Europea (19,6%). Le madri di origine Asiatica e Sud Americana costituiscono rispettivamente il 19,3% e il 7,9% delle madri straniere.

L’età media della madre è di 33,1 anni per le italiane mentre scende a 31,1 anni per le cittadine straniere.  L’età media al primo figlio è per le donne italiane, quasi in tutte le Regioni, superiore a 31 anni, con variazioni sensibili tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Le donne straniere partoriscono il primo figlio in media a 29,2 anni. Delle donne che hanno partorito nell’anno 2022,  il 42,5% ha una scolarità medio alta, il 22,7% medio bassa ed il 34,8% ha conseguito la laurea. Fra le straniere prevale invece una scolarità medio bassa (41,3%). Il 58,6% delle madri ha inoltre un’occupazione lavorativa, il 24,7% sono casalinghe ed il 14,5% sono disoccupate o in cerca di prima occupazione. La condizione professionale delle straniere che hanno partorito nel 2022 è per il 50,4% quella di casalinga a fronte del 66,1% delle donne italiane che hanno invece un’occupazione lavorativa.

Si conferma il ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica: in media  il 31,0% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con notevoli differenze regionali che comunque evidenziano che in Italia vi è un ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. I dati denotano comunque una tendenza alla diminuzione in linea con le indicazioni delle “Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo”. Rispetto al luogo del parto si registra un’elevata propensione all’uso del taglio cesareo nelle case di cura accreditate, in cui si registra tale procedura in circa il 44,5% dei parti contro il 29,3% negli ospedali pubblici. Il parto cesareo è più frequente nelle donne con cittadinanza italiana rispetto alle donne straniere: si ricorre al taglio cesareo nel 27,4% dei parti di madri straniere e nel 31,8% dei parti di madri italiane.

Lo 0,9% dei nati ha un peso inferiore a 1.500 grammi ed il 6,2% tra 1.500 e 2.500 grammi. Nei test di valutazione della vitalità del neonato (tramite indice Apgar che valuta al 1°, al 5° minuto dalla nascita e ogni 5 minuti se ritenuto necessario. In base al punteggio è possibile suddividere i neonati in 3 gruppi.
Il punteggio da 7 a 10 individua un neonato normale, vitale e sano. Da 0 a 6 identifica una condizione neonatale grave o gravissima)
, il 98,5% dei nati ha riportato un punteggio a 5 minuti dalla nascita compreso tra 7 e 10. Sono stati rilevati 994 nati morti corrispondenti ad un tasso di natimortalità, pari a 2,40 nati morti ogni 1.000 nati, e registrati 4.332 casi di malformazioni diagnosticate alla nascita. L’indicazione della diagnosi è presente rispettivamente solo nel 34,1% dei casi di natimortalità e nell’ 85,3% di nati con malformazioni.

Il ricorso ad una tecnica di procreazione medicalmente assistita (PMA) risulta effettuato in media in 3,7 gravidanze ogni 100. La tecnica più utilizzata è stata la fecondazione in vitro con successivo trasferimento di embrioni nell’utero (FIVET), seguita dal metodo di fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma (ICSI).

Il numero di parti plurimi nel 2022 è pari a 6.096 che rappresenta l’1,6% del totale dei parti. Non si registrano differenze regionali significative: il range di variazione va dallo 0,1% del Molise al 2,7% della Sardegna. L’incidenza di parti plurimi è considerevolmente maggiore nelle gravidanze con procreazione medicalmente assistita, con un valore nazionale pari all’8,9%. La frequenza dei parti plurimi risulta più elevata fra le madri con più di 40 anni.

La donna ha accanto a sé al momento del parto (esclusi i cesarei) nel 94,9% dei casi il padre del bambino, nel 4,1% un familiare e nell’1,0% un’altra persona di fiducia. La presenza di una persona di fiducia piuttosto che di un’altra risulta essere influenzata dall’area geografica.

Qui per scaricare il Rapporto: https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3346_allegato.pdf.

https://www.pressenza.com/it/2023/10/come-si-nasce-in-italia/

mercoledì 11 ottobre 2023

Lo smartphone riduce l’apprendimento degli studenti - Giovanni Caprio

 


Una ricerca dell’Università Milano-Bicocca e SUPSI sui dati INVALSI conferma l’uso intensivo e precoce degli smartphone nei ragazzini non favorisce l’apprendimento ma riduce le performance scolastiche di una parte consistente della popolazione studentesca.

Lo smartphone precoce riduce l’apprendimento degli studenti più esposti agli schermi da bambini


Da tempo è in corso un grande dibattito sull’impatto dell’uso dei media digitali sulla crescita dei minori. La letteratura ha già individuato una relazione negativa tra precocità e quantità d’uso dello smartphone e risultati scolastici, ma spesso si lamenta l’assenza di evidenze scientifiche più solide delle semplici correlazioni.

Ora a sostenere che l’uso intensivo e precoce degli smartphone nei ragazzini non favorisce l’apprendimento ma riduce le performance scolastiche di una parte consistente della popolazione studentesca è una ricerca dell’Università Milano-Bicocca e SUPSI sui dati INVALSI.

Dal titolo “L’acquisizione anticipata di smartphone ha un impatto negativo sulla competenza linguistica, ma solo per gli utenti che utilizzano molto i media. Risultati di uno studio longitudinale quasi sperimentale”, la ricerca è condotta da Tiziano Gerosa, ricercatore della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) e Marco Gui, direttore del Centro Benessere Digitale di Milano-Bicocca (dipartimento di Siciologia e Ricerca sociale).

Un’indagine che ha testato le principali ipotesi teoriche sul ruolo dello smartphone nei processi di apprendimento, sia quelle che ipotizzano benefici sia quelle che si attendono impatti negativi.

“Attualmente, si legge nell’introduzione della Rapporto, i dati in Europa e negli Stati Uniti identificano l’età media in cui i primi adolescenti ricevono il primo smartphone tra i 10 e gli 11 anni, quando in genere entrano nella scuola secondaria inferiore. Questa fase di transizione rappresenta un momento impegnativo nella vita dei bambini, in cui le capacità di autoregolamentazione degli individui aumentano la loro rilevanza come fattore chiave per il successo accademico.”

La ricerca ha preso in considerazione il range di età 10-14 anni, confrontando chi riceve il dispositivo prima dei 12 anni, ovvero a 10 e 11 anni e quindi nel passaggio tra primaria e secondaria di I grado  e chi lo riceve negli anni successivi, cioè a 12, 13 e 14 anni. Il campione totale era composto da 1.672 studenti delle scuole secondarie di primo grado e le informazioni amministrative sono state recuperate sugli stessi studenti nel tempo dall’Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema Istruzione (INVALSI).

I risultati non mostrano benefici al termine della secondaria di primo grado per coloro che sono entrati in possesso precocemente dello smartphone, neppure per gli studenti più motivati allo studio. Tuttavia, i partecipanti che avevano abitudini intense di utilizzo dei media prima di possedere uno smartphone (più di due ore al giorno tra Tv e videogiochi) sperimentano un impatto negativo e significativo sull’apprendimento in italiano. Al momento della rilevazione dei dati, gli studenti con uso intensivo degli schermi – e quindi soggetti al possibile effetto negativo dello smartphone – erano il 23,5 per cento della popolazione studentesca italiana.

Marco Gui del Centro Benessere Digitale e coautore della ricerca ha sottolineato come “questo risultato confermi un’ipotesi che sta emergendo nella letteratura internazionale” e cioè che “l’uso autonomo dei media mobili durante l’infanzia può nuocere in particolare a coloro che presentano fragilità preesistenti, in questo caso una ridotta capacità di limitare l’uso degli schermi legata al contesto familiare o a specifiche caratteristiche psicologiche”.

Mentre l’altro autore dello studio, il ricercatore Tiziano Gerosa, ha aggiunto: “Questo studio è il primo in Italia che va alla ricerca dell’impatto dello smartphone sui livelli di apprendimento con metodologie più sofisticate. Si tratta infatti di uno studio quasi-sperimentale che utilizza dati longitudinali INVALSI su bambini e preadolescenti nel passaggio dalla primaria alla secondaria di I grado. Questa metodologia permette di avvicinarsi – pur con alcuni assunti – a una interpretazione causale dei risultati.”

Nelle conclusioni i ricercatori affermano: “I decisori politici dovrebbero informare le famiglie dei rischi potenziali dell’uso intensivo dei media durante la scuola primaria e del possesso precoce di smartphone personali per quei bambini che, per ragioni individuali o contestuali, sono già forti utilizzatori di schermi multimediali. Le politiche dovrebbero concentrarsi su quelle famiglie in cui i genitori non sono in grado di limitare il tempo trascorso davanti allo schermo durante la scuola primaria. Le istituzioni educative e le famiglie potrebbero invece agire in due modi diversi: dovrebbero 1) fornire ai giovani le competenze per evitare l’effetto distraente degli schermi multimediali fin dalla scuola elementare; 2) fornire ai giovani uno smartphone solo quando dimostrano di saper gestire il proprio tempo con gli altri supporti video senza spostamenti.”

Altre ricerche sono in corso su questo tema da parte del Centro “Benessere Digitale” di Milano-Bicocca. In particolare, il progetto EYES UP, finanziato da Fondazione Cariplo, analizzerà l’impatto di un insieme di dispositivi ed esperienze online precoci sui livelli di apprendimento nel corso della carriera scolastica degli studenti dalla primaria alla secondaria di II grado.

Qui per scaricare la ricerca di Milano-Bicocca e SUPSI.

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domenica 28 maggio 2023

Grandissimi divari territoriali tra Nord e Sud nei servizi socio-assistenziali - Giovanni Caprio

 

 

A causa dell’emergenza sanitaria la spesa sociale dei Comuni, come certifica l’ISTAT, è cambiata e a fare “la parte del leone” sono stati gli interventi per il contrasto alla povertà. Nel 2020, i Comuni hanno dovuto affrontare un anomalo incremento dei bisogni assistenziali, a causa dell’emergenza sanitaria e della conseguente crisi sociale ed economica e per questo è aumentata del 72,9% (da 555 a 959 milioni di euro) la spesa per l’area povertà, disagio adulti e persone senza dimora (dal 7,4% al 12,2% della spesa complessiva). In forte crescita i contributi a sostegno del reddito: 377.000 beneficiari nel 2020, mentre 743mila sono stati i beneficiari dei buoni spesa per emergenza alimentare (21.500 nel 2019).

Ma anche il Report dell’ISTAT relativo alla spesa dei comuni per i servizi sociali (anno 2020) certifica inoppugnabilmente il divario territoriale tra il Nord e il Sud del Paese. A partire dalle risorse economiche che i Comuni hanno utilizzato nell’anno per i servizi sociali in rapporto alla popolazione residente: mediamente la spesa sociale dei Comuni del Sud, pari a 66 euro pro-capite, è la metà rispetto alla media nazionale e poco più di un terzo rispetto al Nord-est (184 euro). Il Nord-ovest e il Centro, invece, si attestano su 145 e 141 euro rispettivamente, al di sopra della media italiana (132 euro), su cui converge la ripartizione delle Isole, ma con due situazioni molto differenti: da un lato la Sardegna, che ha una spesa pro-capite fra le più alte in Italia (283 euro pro-capite) e dall’altro la Sicilia, con un valore decisamente inferiore (82 euro).

“La spesa pro-capite media al Sud– si legge nel Report dell’Istat– è al di sotto del dato nazionale per tutte le tipologie di utenza, a eccezione dell’area <Immigrati, Rom, Sinti e Caminanti>. Questo si traduce in 155 euro in meno in media per ciascun minore residente, 917 euro in meno per una persona con disabilità (bambino o adulto fino a 64 anni), 49 euro in meno per l’assistenza agli anziani, 14 euro in meno per le persone in età lavorativa, utilizzati nei casi di povertà ed esclusione sociale. Solo in relazione agli stranieri residenti i Comuni del Sud destinano mediamente più risorse ai servizi per gli immigrati (15 euro l’anno) rispetto alla media nazionale”.

Entrando nel dettaglio dei servizi, il Rapporto ISTAT certifica, ad esempio, che quasi il 30% dei Comuni del Mezzogiorno non offre il servizio di assistenza domiciliare agli anziani in condizioni di fragilità, che prevede un supporto per la cura della persona e dell’abitazione. Al Centro i Comuni che non offrono questo tipo di assistenza sono invece meno del 15% e sono meno del 10% al Nord, dove per altro vengono erogati voucher, assegni di cura e buoni socio-sanitari agli anziani non autosufficienti da più del 70% dei Comuni, contro il 33% dei Comuni al Centro, il 12% al Sud e il 13% nelle Isole.

Qui il Report integrale dell’ISTAT: https://www.istat.it/it/files//2023/04/report-spesa-sociale-comuni-2020.pdf.

E qualche giorno fa era stato il Rapporto “I servizi sociali territoriali: Analisi delle variazioni 2015-2019 e confronti fra i singoli comuni” realizzato dall’Osservatorio Nazionale sui Servizi Sociali Territoriali del CNEL (ONSST) in cooperazione con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Aziendali a certificare che tra le regioni esistono differenze a livello pro-capite di oltre venti volte fra il territorio che spende meno, la Calabria (45 milioni), e quello che spende di più, la Lombardia (1.336 mln). I livelli di spesa pro-capite più elevati si registrano nei territori delle regioni autonome di Trentino-Alto Adige (€ 416) con una punta massima di € 583 per la provincia autonoma di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia (€ 275), Sardegna (€ 253) e Valle d’Aosta (€ 217). Solo dal quinto posto in avanti si collocano i territori delle regioni a statuto ordinario, a partire dall’Emilia-Romagna (€ 177), Liguria (€ 144) e Lombardia (€ 141). A livello pro-capite il Sud spende meno della metà del Nord-est, con soli 59 euro: Calabria (€ 24), Basilicata (€ 55) e Campania (€ 56) sono agli ultimi posti. Documenti da scaricare: CNEL_Rapporto SERVIZI SOCIALI2023_30marzo2023.

Cinquant’anni fa il meridionalista Pasquale Saraceno pronosticava che il divario tra Nord e Sud sarebbe stato colmato nel 2020. Purtroppo non è andata affatto così. E l’Autonomia differenziata, come si denuncia da più parti, a partire dal Movimento 24 AGOSTO per l’Equità Territoriale, è un grande pericolo perché non solo non affronta la sostanza del divario tra Nord e Sud, ma si adopera per aggravarlo pesantemente, avviando di fatto la distruzione dell’Italia nella sua unità perché scava un solco profondo tra Nord e Sud sui grandi servizi come sanità pubblica e scuola pubblica statale: https://movimentoequitaterritoriale.it/.

Per bloccare questo progetto di Autonomia differenziata bisogna cambiare buona parte del Titolo V della Costituzione sciaguratamente riformato nel 2001, in particolare gli articoli 116 e 117. E’ quanto si propone di fare una proposta di legge di iniziativa popolare di revisione costituzionale.

Si può firmare anche per via digitale, con lo Spid. Per conoscere e firmare la proposta di legge: www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it

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venerdì 7 aprile 2023

La piaga del lavoro minorile in Italia. Il Rapporto di Save the Children - Giovanni Caprio

 

Il lavoro minorile è un fenomeno globale che non risparmia l’Italia. Un fenomeno diffuso ma ancora in larga parte sommerso e invisibile. Il Rapporto di Save The Children presentato stamani a Roma stima che in Italia 336mila minorenni tra i 7 e i 15 anni abbiano avuto esperienze di lavoro, quasi 1 minore su 15. Tra i 14-15enni che dichiarano di svolgere o aver svolto un’attività, il 27,8% ha svolto lavori particolarmente dannosi per i percorsi educativi e per il benessere psicofisico, perché percepiti dagli stessi intervistati come pericolosi, perché svolti in orari notturni o perché svolti in maniera continuativa durante il periodo scolastico. Stiamo parlando di alcuni tra i dati raccolti da “Non è un gioco”, la nuova indagine sul lavoro minorile in Italia che, dalle stime, riguarderebbe circa 58mila adolescenti. La ricerca evince anche una relazione positiva tra lavoro minorile e dispersione scolastica: un circolo vizioso di povertà ed esclusione.

In Italia per legge è possibile per gli adolescenti iniziare a lavorare a 16 anni, avendo assolto l’obbligo scolastico, ma dall’indagine emerge che quasi un 14-15enne su cinque svolge o ha svolto un’attività lavorativa prima dei 16 anni, rischiando così di compromettere i percorsi educativi e di crescita. L’assenza nel nostro Paese di una rilevazione statistica sistematica sul lavoro minorile non consente di definire i contorni di questo fenomeno e di intraprendere azioni efficaci di contrasto.

I settori prevalentemente interessati dal fenomeno del lavoro minorile sono: la ristorazione (25,9%); la vendita al dettaglio nei negozi e attività commerciali (16,2%); le attività in campagna (9,1%) e in cantiere (7,8%); le attività di cura con continuità di fratelli, sorelle o parenti (7,3%). Non mancano neppure nuove forme di lavoro online (5,7%), come la realizzazione di contenuti per social o videogiochi, il reselling di sneakers, smartphone e pods per sigarette elettroniche. Nel periodo in cui lavora, più della metà degli intervistati lo fa tutti i giorni o qualche volta a settimana e circa 1 su 2 lavora più di 4 ore al giorno.

Cosa spinge ragazzi e ragazze ad intraprendere percorsi di lavoro?

Soprattutto l’avere soldi per sé (56,3) e la necessità o volontà di offrire un aiuto materiale ai genitori (32,6%). Il 38,5% afferma di lavorare per il piacere di farlo, un dato non trascurabile. Il livello di istruzione dei genitori, in particolare della madre, è significativamente associato al lavoro minorile. L’indagine evidenzia anche come la percentuale di genitori senza alcun titolo di studio o con la licenza elementare o media sia significativamente più alta tra gli adolescenti che hanno avuto esperienze di lavoro, un dato che deve far riflettere sulla trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione. Inoltre, dai dati della ricerca emerge che la maggioranza dei minori (53,8%) che dichiara di aver lavorato durante l’ultimo anno o in passato, ha iniziato dopo i 13 anni, mentre il 6,6% prima degli 11 anni e che circa due terzi dei minorenni che hanno sperimentato forme di lavoro sono di genere maschile (65,4%) e il 5,7% ha un background migratorio.

Dall’indagine “Non è un gioco” è emerso poi che tra i 14-15enni intervistati che lavorano, quasi 1 su 3 (29,9%) lo fa durante i giorni di scuola e tra questi il 4,9% salta le lezioni per lavorare. Dai dati si evince che la percentuale di minori bocciata durante la scuola secondaria di I o di II grado è quasi doppia tra chi ha lavorato prima dei 16 anni rispetto a chi non ha mai lavorato. Il lavoro minorile può anche influenzare la condizione futura di giovani NEET (Not in Education, Employment, or Training), alimentando la trasmissione intergenerazionale della povertà e dell’esclusione sociale. I ragazzi e le ragazze di età compresa tra 15 e 29 anni in questa situazione in Italia sono più di 1 milione e 500mila nel 2022, il 19 % della popolazione di riferimento, con un valore in Europa secondo solo a quello osservato in Romania.

La ricerca dedica attenzione anche ai minori coinvolti nel circuito di giustizia minorile, evidenziando che tra questi emerge tra l’altro un altissimo tasso di dispersione scolastica: sono frequenti i casi di abbandono precoce della scuola, così come percorsi di insuccesso scolastico che si traducono in elevate assenze e bocciature.

Di fronte a tali dati Save the Children chiede la ricostituzione immediata della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, l’avvio di un’indagine conoscitiva sul lavoro minorile e la dispersione scolastica e interventi diretti a partire dai territori più deprivati per rafforzare le reti di monitoraggio, per sostenere i percorsi educativi e formativi e per contrastare la povertà economica ed educativa con un’azione sinergica delle istituzioni e di tutti gli attori sociali ed economici.

Ad accompagnare il lavoro di analisi vi sarà il podcast “Non è un gioco”, realizzato da Save the Children in partnership con Will Media. Per quattro settimane si potranno ascoltare approfondimenti sul tema del lavoro minorile in Italia, partendo da una visione generale e dai dati del fenomeno, concentrandosi sugli aspetti di correlazione con la dispersione scolastica, sulle forme più dannose di lavoro minorile e sul mondo della giustizia minorile.

Per approfondimenti: https://datahub.savethechildren.it/ .

Per scaricare il Rapporto completo: https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/non-e-un-gioco_1.pdf

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