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mercoledì 23 settembre 2026

Turismo e autogoverno: quanto potere vuole la Sardegna sui propri interessi fondamentali? - Alessandro Cuccu


Alla fine di ogni estate, in Sardegna, torna la stessa discussione. Le spiagge si svuotano, i dati sui flussi turistici finiscono sui giornali, e con puntualità riparte il dibattito su quanto spazio il turismo debba occupare nell’economia dell’isola.

Da una parte, chi ritiene che il settore abbia assunto un peso eccessivo nella programmazione regionale, sottraendo risorse e attenzione allo sviluppo degli altri comparti. Dall’altra, chi ribalta l’argomento e legge ogni critica come un attacco al settore che, più di ogni altro, produce reddito, occupazione e domanda dall’estero. Non si sputa, si dice, nel piatto in cui si mangia.

Entrambe le posizioni guardano il turismo dalla parte sbagliata. Che generi valore è un fatto verificabile: il punto è quanto di quel valore diventi effettivamente reddito e attività economica per la Sardegna, quanta parte remuneri invece soggetti e servizi esterni al territorio, e quali costi la sua presenza concentri sull’isola.

Misurare questo, trattenere valore e governare i costi, è già un esercizio utile. Ma sotto c’è una posta più grande, ed è quella che conta davvero: quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali. A questa posta si risponde in un solo modo: comprendendo la questione nella sua interezza (numeri, meccanismi, filiere, vincoli giuridici) e proponendo soluzioni concrete, verificabili, che qualcuno possa davvero attuare.

Le due domande, però, non si dimostrano allo stesso modo. Quanto valore un territorio trattiene si misura con i dati disponibili, come farà questo articolo. Quanto potere una comunità sa esercitare si costruisce piuttosto nel tempo, attraverso l’uso concreto degli spazi di autogoverno già disponibili, molti dei quali, nel caso del turismo, sono già nelle mani della Regione e dei Comuni.

Il turismo è il terreno più concreto su cui applicare questo metodo, perché attraversa per intero il ciclo che una comunità responsabile del proprio destino economico dovrebbe saper governare da sola: attrarre valore, produrlo, trattenerlo, investirlo, gestirne i costi, senza delegare nessuno di questi passaggi a un centro decisionale esterno.

Quanto pesa il turismo nella programmazione

Prima di discutere se il turismo occupi troppo spazio nella programmazione regionale, vale la pena guardare i numeri.

Il principale programma di investimento europeo, il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) 2021-2027, mette a disposizione della Sardegna 1,581 miliardi di euro su diverse priorità: competitività intelligente, transizione digitale e verde, mobilità urbana sostenibile, inclusione sociale, sviluppo urbano e assistenza tecnica.

Le quote maggiori vanno alla transizione verde (522,5 milioni) e alla competitività intelligente (340,1 milioni), seguite da inclusione sociale e sviluppo urbano (225,3 milioni ciascuna). Il turismo è presente, ma dentro una programmazione che finanzia in parallelo ricerca, digitalizzazione, PMI, competenze, energia ed economia circolare. La strategia regionale di specializzazione intelligente individua sei aree prioritarie: ICT, agroalimentare, aerospazio, biomedicina, energia e reti intelligenti, turismo e cultura.

Questo dimostra che il quadro della programmazione regionale non è costruito attorno a una sola filiera.

La questione più interessante, quindi, è un’altra: che cosa produce il turismo, quanto di questo valore resta in Sardegna e quali costi aggiuntivi determina?

Il turismo genera valore

Il turismo pesa già per una quota del valore aggiunto regionale superiore alla media europea. A differenza di altri settori concentrati in pochi grandi impianti, poggia su una rete diffusa di piccole imprese locali e attiva domanda lungo un’intera filiera: ricettività, ristorazione, trasporti, commercio, servizi, cultura, agricoltura, produzioni alimentari.

Il solo comparto alberghiero impiega quasi 10.000 addetti diretti; per l’estate 2026 sono state programmate oltre 16.000 assunzioni nei servizi di alloggio, ristorazione e turismo, mentre una quota rilevante delle imprese segnala difficoltà a reperire personale.

Ma è nei flussi che la dimensione del fenomeno emerge con più chiarezza.

Nel 2025 la Sardegna ha superato per la prima volta i 5 milioni di arrivi, con circa 22 milioni di presenze. Secondo l’Osservatorio regionale le presenze sono state 21.922.765: +15,9% sul 2024, +34,2% sul 2023. Nel primo semestre 2026 il quadro ha continuato a mostrare una crescita (+8,24%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La crescita è sempre più internazionale. Nel 2025 gli stranieri hanno rappresentato circa il 56% delle presenze, oltre 12 milioni di pernottamenti. La Germania ha superato per la prima volta i tre milioni di presenze, la Francia 1,6 milioni, la Svizzera un milione. Gli Stati Uniti, con quasi 400.000 presenze e una crescita molto significativa negli ultimi due anni, sono diventati il primo mercato extraeuropeo.

Questi numeri descrivono una delle principali porte attraverso cui la Sardegna intercetta domanda estera. Il turismo rende profittevoli, agli occhi delle compagnie aeree, molte delle rotte da e per l’isola e permette a piccole imprese agroalimentari, culturali e di servizi di entrare in contatto con consumatori esteri senza dover sostenere da sole i costi necessari a costruire una presenza commerciale internazionale.

Su questo il punto dovrebbe essere pacifico: il turismo è un vantaggio comparato reale della Sardegna e va riconosciuto come tale. Ma riconoscerlo significa usarlo per alimentare le altre filiere, non per sostituirle. Senza farne, per questo, il motore esclusivo dell’economia regionale.

Non tutto il valore resta in Sardegna

È qui che occorre introdurre una distinzione che nel dibattito pubblico viene spesso trascurata.

La spesa di un turista non coincide con il valore aggiunto prodotto in Sardegna. Se un visitatore spende 100 euro in un ristorante, quei 100 euro comprendono anche il costo degli alimenti, dell’energia, dei servizi acquistati dall’impresa, degli affitti e di altri input. Solo una parte diventa valore aggiunto dell’attività locale. E anche una parte del valore aggiunto può poi tradursi in redditi o remunerazioni che non rimangono interamente sul territorio.

Per questo il problema non è semplicemente stabilire quanti euro spende un turista in Sardegna. Bisogna capire quanti euro di valore aggiunto territoriale quella spesa contribuisce a generare e quale parte della catena economica viene remunerata fuori dall’isola.

La letteratura internazionale mostra che la distribuzione dei benefici del turismo dipende anche dalla struttura proprietaria attraverso cui il settore è organizzato. Dove imprese esterne o multinazionali controllano una parte rilevante della filiera, una quota maggiore dei redditi può essere catturata fuori dal territorio. Questo non significa che la presenza di capitale esterno sia necessariamente negativa: può portare investimenti, competenze, tecnologia, marketing e accesso ai mercati. Il punto è capire se questi benefici compensino la quota di reddito che viene trasferita fuori dall’economia locale.

In Sardegna il problema passa per almeno tre canali.

Il primo è la posizione nella filiera. Il valore aggiunto per addetto nel comparto alloggio-ristorazione è nettamente inferiore a quello del complesso di commercio e servizi, e lo stesso vale per gli investimenti per addetto. Una stima SRM indicava 63,8 euro di valore aggiunto attivato nell’indotto sardo per ogni presenza turistica aggiuntiva, contro 103,4 euro nella media italiana: un divario che segnala quanto sia ancora debole la capacità del turismo sardo di attivare valore aggiunto lungo la filiera locale.

Il secondo è l’intermediazione digitale. Le commissioni delle principali piattaforme di prenotazione possono collocarsi indicativamente tra il 15 e il 25%, a seconda della piattaforma, della struttura e delle condizioni contrattuali. È una quota della spesa che remunera un servizio reale e non può essere semplicemente definita “valore perso”. Il punto è un altro: quanto della spesa turistica remunera imprese e fattori produttivi presenti in Sardegna e quanto viene destinato a soggetti esterni per intercettare, distribuire o organizzare quella domanda.

Il terzo è fiscale. Lo Statuto Speciale attribuisce alla Sardegna una quota significativa del gettito delle imposte sul reddito. Il punto è verificare quanto i criteri oggi utilizzati per attribuire territorialmente questo gettito riescano a riflettere l’effettiva attività economica generata nell’Isola, soprattutto quando essa coinvolge società con sedi e attività distribuite su più territori, gruppi societari, intermediari e piattaforme digitali.

Struttura della filiera, intermediazione, attribuzione fiscale sono fenomeni diversi ma con un punto in comune: una parte del valore economico associato alla presenza turistica può essere prodotta o catturata fuori dall’economia regionale.

Il valore netto territoriale si può cominciare a misurare

È qui che il tema diventa interessante.

Un indicatore complessivo del valore netto territoriale di una presenza turistica non esiste oggi come misura statistica consolidata. Ma costruirlo non significherebbe partire da zero.

La Sardegna dispone già di una parte significativa dell’infrastruttura informativa necessaria: dati sui flussi, capacità ricettiva, distribuzione territoriale e temporale delle presenze e, più recentemente, informazioni sulla spesa effettuata attraverso i sistemi di pagamento elettronici.

I dati consentono di osservare quantità e tipologia della spesa, mercato di provenienza e importo medio delle transazioni. La ristorazione, gli alimentari e gli alberghi rappresentano alcune delle principali categorie di spesa, anche se i dati relativi agli hotel devono essere letti con cautela perché una parte consistente delle camere viene pagata anticipatamente online tramite OTA o agenzie situate fuori dall’isola.

Questo è un passaggio importante perché sposta l’attenzione dal volume del turismo alla sua capacità di generare attività economica sul territorio. Sapere quanti turisti arrivano non basta. Bisogna sapere quanto spendono, dove spendono, quali settori beneficiano di quella spesa, quali beni e servizi acquistano le imprese turistiche dai fornitori locali e quali quote della catena del valore vengono remunerate fuori dall’isola.

Il passo successivo dovrebbe essere la costruzione di un vero Indicatore del Valore Netto Territoriale del Turismo, che misuri almeno quattro componenti: il valore aggiunto prodotto direttamente sul territorio; quello attivato lungo la filiera locale; la quota di redditi e remunerazioni trasferita a soggetti esterni alla regione; i costi marginali che la presenza turistica genera per infrastrutture e servizi pubblici.

A quel punto il confronto fra destinazioni non sarebbe più soltanto arrivi, presenze, spesa. Diventerebbe valore netto prodotto per presenza, quota di valore trattenuta localmente, costi marginali generati e capacità di distribuirli nel tempo. Sarebbe un cambiamento sostanziale nel modo di governare il turismo.

Il turismo concentra alcuni costi sul territorio

Gli stessi flussi che generano valore concentrano, negli stessi mesi e nelle stesse zone, costi precisi.

Nel 2025, circa 14,7 milioni di presenze si sono concentrate nei tre mesi di alta stagione, altri 7,2 milioni tra aprile, maggio, settembre e ottobre: la media stagione rappresenta ormai circa un terzo delle presenze annuali. La bassa stagione, da novembre a marzo, resta invece marginale.

Il dato non è statico: nel 2025 la media stagione è cresciuta del 39,2% rispetto al 2023, la bassa stagione del 32,1%.

È un segnale positivo, ma non ancora sufficiente. La questione non è soltanto aumentare la domanda nei mesi meno affollati: è trasformare quella crescita in domanda stabile e in valore economico durevole.

Più è ristretta la finestra turistica, infatti, più si concentrano alcuni effetti negativi: pressione sul mercato immobiliare, dove le locazioni brevi possono ridurre l’offerta disponibile per il mercato residenziale e contribuire, nelle aree più esposte, alla crescita dei canoni; difficoltà nel reperire alloggi per chi lavora nella ricettività; un mercato del lavoro che fatica a offrire percorsi continuativi; infrastrutture dimensionate per una popolazione molto più piccola di quella che l’isola ospita d’estate.

La pressione riguarda anche acqua, energia, mobilità, rifiuti, sanità e altri servizi pubblici, con il picco turistico che si sovrappone, in particolare, ai mesi di maggiore scarsità idrica.

C’è infine un costo culturale, più difficile da misurare ma non per questo meno rilevante. Un modello turistico può valorizzare la specificità di un territorio, oppure sostituirla progressivamente con un’immagine standardizzata, costruita sulle aspettative della domanda. Nel primo caso il turismo aumenta il valore percepito e prodotto localmente; nel secondo rischia di consumare proprio ciò che rende il territorio attrattivo. Anche questa dovrebbe diventare una variabile della valutazione complessiva del modello turistico sardo.

Quindi non è una questione di quantità

La domanda “più o meno turismo” perde senso. Ridurre i flussi può abbattere alcuni costi, ma non corregge da solo la struttura che determina quanto valore resta sul territorio. Allo stesso modo, aumentare indefinitamente gli arrivi non significa necessariamente aumentare nella stessa proporzione il benessere dei residenti.

La domanda che conta è come aumentare il valore netto prodotto da ogni presenza e come distribuire nel tempo e nello spazio sia i benefici sia i costi.

Le politiche dovrebbero quindi muoversi lungo quattro direttrici: distribuire meglio la domanda nel tempo, trattenere più valore nella filiera locale, alzare la produttività di ciò che già esiste, governare i costi che si concentrano nei periodi di picco.

Distribuire meglio la domanda

Spostare parte dei flussi su primavera e autunno non serve solo a ridurre la pressione sui mesi di punta: crea una domanda più continuativa, capace di rendere sostenibili collegamenti aerei e servizi che oggi dipendono soprattutto dalla stagione estiva.

Gli incentivi pubblici possono sostenere l’avvio di nuove rotte entro condizioni precise, ma la sostenibilità della domanda va costruita nel tempo. L’obiettivo non dovrebbe essere finanziare indefinitamente collegamenti che il mercato non riesce a sostenere, ma utilizzare l’intervento pubblico per superare una fase iniziale e generare condizioni affinché la domanda fuori dalla stagione estiva renda progressivamente le rotte economicamente sostenibili.

In questo senso è interessante anche l’esperienza del “Patto Destinazione Sardegna Nord Ovest”, costruito da un gruppo di amministrazioni comunali e camere di commercio del Nord Ovest sardo, che sta provando a utilizzare il gettito dell’imposta di soggiorno per facilitare e attirare collegamenti fuori stagione.

Una domanda distribuita su più mesi ha anche un effetto indiretto sulla ritenzione del valore: aumenta l’utilizzo di infrastrutture, competenze e imprese durante l’anno invece che concentrarlo in una finestra ristretta.

Qualcosa sta già cambiando: nel 2025 la media stagione ha raggiunto oltre 7,2 milioni di presenze, +39,2% sul 2023; anche la bassa stagione è cresciuta, +32,1%, pur restando marginale in termini assoluti.

Trattenere più valore nella filiera

La seconda leva è rafforzare le imprese sarde competitive nella fornitura di beni e servizi al turismo, dall’agroalimentare alla tecnologia, dalla manutenzione ai servizi professionali.

Non significa creare una filiera artificialmente chiusa. Un’economia aperta ha bisogno di acquistare beni, capitali, tecnologia e servizi dall’esterno. Il problema non è eliminare gli operatori esterni, ma fare in modo che le imprese locali siano abbastanza forti da occupare una quota crescente delle fasi economicamente interessanti della filiera.

Questo significa sostenere aggregazioni fra micro-imprese, reti di fornitura, capacità logistica, certificazioni, digitalizzazione, innovazione e accesso ai mercati.

Significa anche utilizzare meglio i dati già raccolti: se sappiamo quali mercati spendono di più, quali categorie di consumo crescono, quali territori catturano maggiore valore e quali mesi producono domanda aggiuntiva, possiamo orientare le politiche verso i flussi economicamente più interessanti.

La Regione dispone già di buona parte di questa infrastruttura informativa. Il passo successivo è trasformarla in uno strumento di decisione. Un obiettivo misurabile potrebbe essere proprio l’aumento progressivo del valore netto territoriale per presenza.

Produttività, non soltanto occupazione

Il turismo sardo crea molta occupazione, ma una parte del problema strutturale è che una quota significativa degli impianti e delle competenze viene utilizzata intensamente per pochi mesi e molto meno nel resto dell’anno. Questo incide sulla produttività e sulla qualità del lavoro; e alzarla non significa finanziare nuovi investimenti isolati, ma allargare la finestra temporale: la leva più diretta per far lavorare di più, e meglio, gli stessi impianti e le stesse persone.

Banalmente, un albergo che riesce a operare sette-otto mesi anziché quattro non aumenta soltanto il numero delle camere vendute: distribuisce i costi fissi su un periodo più lungo, stabilizza il lavoro, rende più conveniente investire in competenze.

Governare i costi

Sul fronte abitativo, il problema richiede una politica fondata sui dati più che su un divieto generalizzato.

Per questo il primo obiettivo dovrebbe essere conoscere con precisione la distribuzione territoriale delle locazioni brevi, la loro intensità e la relazione con l’offerta abitativa disponibile.

In Sardegna esiste già un sistema regionale di identificazione delle attività ricettive e delle locazioni. Questa infrastruttura può diventare una base per politiche più selettive: non necessariamente limitare ovunque, ma intervenire dove gli indicatori mostrano una pressione abitativa incompatibile con le esigenze della popolazione residente.

La logica dovrebbe essere quella della regolazione territoriale selettiva. Dove la pressione è bassa, non c’è necessariamente motivo di introdurre vincoli. Dove la quota di abitazioni destinate agli affitti turistici raggiunge livelli tali da ridurre sensibilmente l’offerta residenziale, si possono invece valutare strumenti più incisivi; un quadro che la Commissione europea sta ridisegnando proprio in questi mesi con l’Affordable Housing Act, pensato per dare agli enti locali basi giuridiche più solide per intervenire sulle locazioni brevi nelle aree sotto pressione abitativa.

La stessa logica può essere applicata alla capacità dei luoghi più fragili. Si pensi per esempio alle forme di accesso contingentato introdotte in diverse spiagge. Il punto è riconoscere che esiste una capacità fisica, ambientale e infrastrutturale oltre la quale un ulteriore visitatore può produrre meno valore di quanto costi al territorio. In altre parole, anche la capacità di carico deve diventare una variabile economica.

Quanto potere vuole esercitare la Sardegna sui propri interessi fondamentali

Il turismo rende evidente un principio più generale: una comunità costruisce potere sviluppando, su ciò che già ha in mano, le idee e gli strumenti per esercitarlo davvero.

Una comunità che si considera responsabile del proprio ciclo economico dovrebbe saper rispondere a domande concrete: quanto valore genera il turismo, quanto ne resta sul territorio, quali costi produce per abitazioni, infrastrutture, acqua, mobilità e servizi pubblici, e quali politiche migliorano questo rapporto. Le leve descritte in questo articolo (distribuire la domanda, rafforzare la filiera, alzare la produttività, regolare le locazioni turistiche, gestire la capacità di carico) sono già nelle mani della Regione e dei Comuni. In questo senso l’autogoverno è un esercizio che si può e si deve cominciare oggi, con gli strumenti che già ci sono. 

Sapere usarli bene non garantisce automaticamente competenze ulteriori, ma è la condizione per trattare ogni questione come la tratterebbe una comunità già pienamente responsabile di sé: non aspettando il permesso di decidere, ma esercitando fino in fondo, da subito, gli spazi disponibili.

Ed è qui che le dimensioni del problema si tengono insieme.

C’è una questione di giustizia sociale, perché a pagare i costi della stagionalità (affitti più alti, case sottratte al mercato residenziale, lavoro discontinuo, servizi pubblici sotto pressione) sono soprattutto i residenti e chi lavora nel settore, mentre parte dei benefici economici può essere catturata fuori dal territorio.

C’è una questione di innovazione e impresa, perché trattenere più valore significa rafforzare le filiere locali, digitalizzare le imprese ricettive, aumentare la produttività, allungare la finestra temporale e utilizzare meglio i dati disponibili.

E c’è una questione di potere, perché ogni volta che un territorio dimostra di saper misurare, distribuire e governare questi processi da solo, restringe lo spazio di chi sostiene che certe decisioni debbano essere necessariamente prese altrove.

Questo vale anche per il turismo nel suo complesso. Non sarebbe razionale chiedere alla Sardegna di rinunciare al proprio principale vantaggio comparato internazionale. Ma non è razionale nemmeno accettare che il successo del settore venga misurato esclusivamente attraverso arrivi e presenze. Il turismo è tanto più utile alla Sardegna quanto più riesce a trasformare domanda esterna in valore aggiunto locale, in redditi e imprese solide, e queste risorse in capacità produttiva per il resto dell’economia.

È questa la differenza fra una comunità che subisce un modello economico e una comunità che lo governa. E non c’è scorciatoia che tenga: la comprensione approfondita della materia e la proposta di soluzioni concrete restano l’unica strada per rispondere seriamente alla domanda sul potere, qualunque sia la risposta politica di fondo a cui si crede. Perché trattenere valore e governare i costi significa anche questo: poter fare turismo restando sé stessi, senza piegarsi a un’immagine costruita per compiacere chi guarda da fuori, senza scimmiottamenti né forzature sui propri luoghi e sulla propria identità.

Ecco perché la vera posta in gioco della questione turistica non è quanto turismo vogliamo, ma quanto potere vogliamo esercitare su di esso, e quanto siamo disposti a lavorare su giustizia sociale, capacità d’impresa e conoscenza, per dimostrare ai sardi e alle sarde di saperlo esercitare.

da qui

mercoledì 16 settembre 2026

Nuoro, città “fu-turistica” - Francesco Mariani


Qualche giorno fa, davanti all’ex sede della Banca d’Italia, dinanzi al Municipio, sono stato fermato da un turista. Aveva l’aria un po’ smarrita di chi cerca e non trova. Mi ha chiesto come raggiungere Esit Ortobene. Per un attimo ho pensato a uno scherzo. Poi ho alzato gli occhi e ho visto il vecchio cartello che ancora indica, con ammirevole fedeltà al passato, la strada verso lo storico albergo, chiuso ormai da innumerevoli anni. Il turista cercava una struttura che non esiste più. Nuoro, invece, continua a indicargliela.

E’ una perfetta metafora della politica turistica nostrana: segnaliamo ciò che non c’è e non riusciamo a valorizzare adeguatamente ciò che abbiamo.

Da qui la domanda: Nuoro è una città turistica oppure è stata, per qualche fugace momento, una città “fu-turistica”? Perché, a essere sinceri, di veramente turistico in città si vede ancora poco. Non perché manchino le cose da raccontare, ma perché manca il modo di raccontarle, un sistema.

Nuoro possiede musei importanti, luoghi della cultura, case storiche, tradizioni, identità, paesaggi, quartieri e personaggi che potrebbero sostenere un’offerta turistica credibile durante tutto l’anno. Abbiamo persino una gastronomia di livello: a Nuoro si mangia bene quasi ovunque, grazie alla professionalità, alla passione e alla qualità dei nostri ristoratori. Eppure tutto questo non basta per prendere per mano il visitatore, spiegargli dove si trova, cosa può vedere, dove può mangiare, quali eventi sono in programma, come può muoversi e fermarsi una notte in più. A Nuoro, il turista è spesso lasciato solo con il proprio telefonino, qualche cartello inaffidabile e il prezioso aiuto dei passanti. Non sappiamo ancora accogliere pienamente chi arriva. Manca soprattutto un’idea condivisa di cosa Nuoro voglia essere agli occhi di chi viene da fuori. La città deve essere meta scelta non soluzione di ripiego. 

Il momento culminante dell’anno continua a essere la Festa del Redentore, una manifestazione straordinaria per valore religioso, culturale, identitario e popolare. Per qualche giorno arrivano visitatori, gruppi folk, fotografi, studiosi e appassionati. Poi, finita la festa, si torna al “travaglio usato”. 

Il Redentore dovrebbe essere il vertice di una programmazione annuale, non l’unico grande momento capace di rendere visibile la città. Intorno dovrebbero esserci eventi culturali, musicali, enogastronomici, sportivi, letterari e tradizionali, organizzati secondo un calendario unico e promosso con largo anticipo.

Gli eventi, in realtà, si fanno. Anche tanti. Il problema è che spesso non si sa che si fanno. Ogni ente, associazione o istituzione comunica per conto proprio, con tempi e modalità differenti. Le iniziative si accavallano, si ignorano reciprocamente o vengono annunciate pochi giorni prima, come se il turista decidesse di organizzare il proprio viaggio consultando casualmente una locandina affissa il giovedì per il sabato successivo.

Un calendario unico degli eventi non sarebbe un’opera faraonica. Sarebbe uno strumento normale. Un calendario annuale, continuamente aggiornato, promosso negli alberghi, nei ristoranti, nei musei, sui siti istituzionali, sui social e nei territori costieri. Per fare un esempio: di Alghero o Olbia sappiamo già date e luoghi degli eventi dell’anno venturo.

Servirebbe una regia. Una destinazione non nasce per generazione spontanea e neppure sommando iniziative scollegate. Occorre qualcuno che organizzi, coordini, programmi e misuri i risultati.

da qui

martedì 1 settembre 2026

Una risposta a Il Post: davvero i sardi si sono stancati del turismo per ricchi? - Alessandra Saiu e Federica Marrocu

 

Un articolo pubblicato su Il Post qualche giorno fa, intitolato: “I sardi si sono stancati del turismo per ricchi”, è stato accolto sui social da commenti di continentali preoccupati dal fatto che “i sardi dicono di no a tutto, di cosa vogliono campare?” e che non capiscono le lamentele visto che il turismo “porta ricchezza e posti di lavoro”.

Chi parla e con chi? 

Un giornale italiano che partecipa all’organizzazione del sapere con una prospettiva focalizzata su un pubblico che si vorrebbe ampio, ma non si interroga prima di trattare quella che non si percepisce neanche come una realtà subalterna. Questa è la prima deviazione di uno sguardo portatore di privilegio e di potere. Parla della Sardegna al lettore italiano senza in realtà dare chiavi di lettura e reiterando dinamiche di oppressione. 

Il Post è un giornale ritenuto progressista, che adotta uno stile neutrale (apparentemente) nel suo essere analitico e quasi didascalico. In realtà qui si capisce bene che non basta lavorare sul linguaggio se il punto di vista non viene sottoposto a una doverosa verifica della presenza di eventuali bias. Questo articolo sembra (e magari negli intenti è così) voler dare spazio alla protesta sarda ma rivela una prospettiva distorta e superficiale sulla Sardegna data dalla scarsa conoscenza e dalla (molto grave visto che si posizionano come neutrali) inconsapevolezza di stare parlando di un contesto subalterno e marginalizzato.

La protesta sul resort viene ricondotta a una più ampia protesta senza definirla. Il soggetto implicito è un osservatore esterno che arriva in Sardegna e interpreta ciò che sta accadendo per spiegarlo ai continentali senza dare loro strumenti reali di comprensione del contesto. Da quando semplificare e banalizzare sono sinonimi?

L’articolo porta come esempio di questa presunta crociata sarda contro i ricchi la protesta a Lu Fenosu. Nell’articolo si legge: ”Cala Finanza, o Lu Fenosu, come viene chiamata in sardo, si trova nel comune di Loiri Porto San Paolo, in provincia di Gallura Nord-Est.” Sembra una frase neutra ma non lo è: le lingue e i nomi dei luoghi sono dispositivi di sguardo e di potere. Siamo di fronte al meccanismo dell’occupazione simbolica esercitata a danno della cultura sarda. Il toponimo italiano è presentato come “IL nome del luogo”, mentre quello locale viene presentato come una denominazione alternativa. Inoltre si cancella la specificità della lingua che si parla nell’area della Sardegna interessata, ovvero il gallurese.

Si parla poi della presenza di attivisti ambientalisti, ignorando il tessuto molteplice dei comitati sardi che non sono “semplicemente” dediti alla difesa ambientale, ma che da decenni si mobilitano per proteggere la Sardegna da investimenti esterni di dubbio valore economico e sociale, oltre che ambientale. Questi comitati, inoltre, non si riducono a Surra, che ha una sua linea ben distinta da quelle di altre associazioni. La realtà sarda è complessa e meriterebbe più attenzione nella sua descrizione. 

Dopo aver riassunto brevemente (e forse un po’ superficialmente) quanto accaduto a Lu Fenosu, l’articolo prosegue: “Le proteste contro il resort si sono sommate a rivendicazioni molto più radicate ed estreme: quelle per la tutela di tutto il territorio sardo dall’eccesso di turisti, yacht e alberghi di lusso […]”

In questa descrizione le lotte per l’emancipazione sono svuotate delle cause storiche e strutturali alla base delle rivendicazioni di una parte della società sarda. Nel definirle “estreme”, il discorso egemonico definisce ciò che è “ragionevole” (protestare contro l’iperturismo) e confina le istanze indipendentiste nell’alveo del radicalismo e dell’irrazionale. 

Nell’articolo, inoltre, le frasi in lingua sarda, slogan politicamente connotati come l’espressione “a foras”, che si lega ad esempio alla lotta antimilitarista e che farebbe emergere l’intersezione tra le rivendicazioni sarde, vengono virgolettati e isolati, atteggiamento rivelatorio del condizionamento orientalista della creazione dell’altro da sé. Barbaro, incivile nella misura in cui non si integra, si autoafferma secondo il principio della diversità linguistica, legittimata solo quando intrattiene.

Cosa scatena “l’estremismo e la radicalizzazione” di questi attivisti?

L’impatto antropico sull’isola si concretizza in consumo di suolo e trasformazione delle coste: hotel, seconde case, villaggi turistici, porti, strade e parcheggi aumentano l’urbanizzazione delle zone costiere. Questo frammenta e modifica habitat naturali e paesaggi; 

consumo di acqua: in una delle regioni a maggior rischio di desertificazione in Europa il problema è rilevante. La pressione turistica si concentra in estate, quando l’acqua già scarseggia. Piscine e strutture ricettive aumentano lo stress idrico; 

produzione di rifiuti e acque reflue: nei comuni turistici la popolazione può aumentare enormemente durante l’estate (ad Alghero nel 2023 si sono registrati 373.767 arrivi turistici e 1.594.558 presenze, a fronte di una popolazione di circa 40 mila abitanti). Questo contribuisce a produrre ingenti quantità di rifiuti e mette sotto pressione depuratori, reti fognarie e sistemi di raccolta pensati per una popolazione residente molto più piccola. Quest’estate circa venti comuni hanno interrotto la raccolta della plastica perché i centri sono saturi e la stagione particolarmente calda, col conseguente consumo di bottigliette d’acqua, probabilmente non ha aiutato. Senza contare l’attuale sistema di raccolta porta a porta dei rifiuti che può favorire l’abbandono degli stessi lungo le strade; 

emissioni di CO₂: una parte significativa dell’impronta climatica deriva dagli spostamenti. Per raggiungere un’isola sono normalmente necessari aereo o traghetto, ai quali si aggiunge spesso l’utilizzo dell’automobile durante il soggiorno. Cara RAS come va con i voli interni? 

pressione sugli ecosistemi marini e costieri: l’elevata presenza sulle spiagge, il calpestio delle dune, gli ancoraggi e le attività ricreative possono danneggiare habitat sensibili come le praterie di Posidonia oceanica, le “schifosissime alghe” che sono in realtà una pianta fondamentale per la biodiversità e per la protezione delle coste dall’erosione: sono utili anche da secche, perché è la loro stratificazione con la sabbia che ci permette di avere delle spiagge, nonostante ogni anno si ripresenti la questione del “sono un cattivo biglietto da visita per i turisti, vanno ripulite”. La natura ha un suo equilibrio che non necessita alcuna pulizia, semmai di manutenzione, come accade(va) per la legna nei boschi o l’erba secca nei campi per ragioni di sicurezza. La questione Posidonia è meramente estetica.

perdita di biodiversità e disturbo della fauna: la presenza di grandi quantità di persone, imbarcazioni, traffico e rumore in aree naturali disturba specie terrestri e marine e contribuisce a degradare habitat vulnerabili. Quest’anno abbiamo visto parecchi video social di cinghiali e volpi che si avvicinavano alle spiagge e ai bagnanti, alcuni persino nutriti come animali domestici.

Infine, c’è  il problema dell’impatto concentrato maggiormente negli stessi luoghi e negli stessi periodi.

L’accanimento contro gli yacht è causato dall’invidia per i ricchi?

Nel periodo giugno-settembre 2025, il sistema Pelagus della Guardia Costiera ha rilevato 3.114 yacht unici, per un totale di 93.450 rilevazioni di navigazione nella sola Gallura, nell’area che comprende Costa Smeralda, Arcipelago di La Maddalena, Santa Teresa Gallura e San Teodoro. Rispetto all’estate del 2024 l’aumento è stato del 15,8%. Fra quelli sono stati identificati 347 superyacht, cioè yacht di almeno 24 metri. L’inquinamento acustico subacqueo prodotto da yacht e superyacht è una pressione ambientale importante: il suono sott’acqua si propaga molto efficacemente, perciò una barca non deve necessariamente passare a pochi metri da un animale per interferire con il suo ambiente acustico. 

Nel 2020, nell’Area Marina Protetta Capo Caccia–Isola Piana, dei ricercatori hanno installato registratori subacquei scoprendo che i livelli sonori erano significativamente superiori durante il giorno proprio a causa dell’elevato numero di imbarcazioni. Il rumore antropico arrivava a dominare il paesaggio sonoro subacqueo; il picco fu rilevato persino nella zona a protezione integrale. L’Unione Europea considera esplicitamente il rumore subacqueo una pressione sull’ambiente marino nel Descriptor 11 della Marine Strategy Framework Directive, riconoscendo possibili danni alla biodiversità, disturbi comportamentali e compromissione dell’udito della fauna. In parole povere, gli animali marini potrebbero non riuscire a comunicare con il proprio gruppo né a percepire i predatori; potrebbero inoltre abbandonare ripetutamente i loro habitat, avere problemi a nutrirsi, riposarsi e orientarsi. Con buona pace di chi sostiene che gli yacht “portano valore perché l’IVA è pagata in Italia”: l’IVA è un’imposta statale e il fatto che venga versata in Italia non significa che il corrispondente gettito rimanga sul territorio sardo, mentre una parte rilevante dei costi ambientali della presenza di queste imbarcazioni è necessariamente locale. Inoltre, non tutte le imbarcazioni che transitano nelle acque sarde sono italiane, né tutte le operazioni che le riguardano sono necessariamente soggette all’IVA italiana. Non dimentichiamo poi il rilascio di CO₂, NOx e particolato, lo scarico di reflui, acque grigie, acque di sentina e il rischio di sversamenti accidentali (come già avvenuto in passato) e l’attrito sui fondali delle catene e loro ancore che danneggia la Posidonia.

Vi immaginate migliaia di SUV fare avanti e indietro per i boschi e organizzare feste dove si pompa la musica nelle casse e si canta a squarciagola fra gli alberi? 

Siamo stati abituati a vedere il mare come divertimento e a pretendere di consumarlo come pare e piace a noi, ricchi e poveri. Chiaramente poi ognuno impatta proporzionalmente e mi dispiace dissentire rispetto alle parole dell’Assessore Cuccureddu che, come riporta l’articolo de Il Post, dichiara che l’obiettivo della Regione sarebbe attirare un certo tipo di turista con grandi capacità di spesa e rispettoso dell’ambiente. Dubito che questa accoppiata di virtù sia facilmente ottenibile, ma d’altronde “non tutti possono permettersi la Sardegna”, dice sempre Cuccureddu. Infatti ha ragione: gli stessi sardi residenti in Sardegna non se la possono più permettere, perché grazie a questa aspirazione sarda alla mono-economia, è sempre più difficile affittare o comprare casa: gli immobili sono per i turisti, per i nomadi digitali e per chi ha le tasche piene. Per non parlare degli aumenti dei prezzi di generi alimentari e dei ristoranti a fronte di stipendi mediamente normali o in zone depresse economicamente e con gravi problemi di disoccupazione. 

Ma non importa, perché abbiamo delle bellissime notizie! Intanto l’insularità ci protegge naturalmente dal sovraffollamento turistico, perché, come ci ricorda l’Assessore nell’articolo, essendo la Sardegna un’isola, gli arrivi sono “naturalmente contingentati”. Allo stesso tempo, per fortuna, l’insularità non ha impedito l’aumento del numero degli ospiti: nel 2025 la Sardegna ha registrato oltre 5 milioni di arrivi. In percentuale, l’aumento di presenze rispetto al 2024 è stato del 15,9% e rispetto al 2023 di ben il 34,2%. Inoltre la Sardegna è sempre più meta del turismo internazionale. Se l’aumento delle presenze degli italiani è stato di circa il 10% sul 2024 e del 19% sul 2023, quello degli stranieri è stato del 21,5% rispetto all’anno precedente e di circa il 50% rispetto al 2023 .

 La Regione Sardegna, il 23 luglio 2026, ha comunicato che tra gennaio e giugno 2026 le presenze turistiche sono aumentate dell’8,24% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita è trainata soprattutto dagli stranieri: +11,44%, contro +4,04% degli italiani. Dice bene Cuccureddu: i nostri competitors ora sono la Polinesia francese, la Thailandia, le Maldive e Mykonos. Tutti posti nei quali, si sa, gli indigeni si sono arricchiti grazie ai turisti. La Sardegna, essendo una terra magica, vive in un limbo nel quale è allo stesso tempo periferica rispetto alla continuità territoriale italiana e collegata a New York con volo diretto: ciò le permette sia la naturale contenzione che il prezioso incremento di peso antropico.

Di cosa vogliono vivere i sardi e perché sono ingrati verso chi porta loro denaro e lavoro?

Nel 2024, la filiera turistica ha generato circa 6,8 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto, pari, secondo la ricerca, a circa il 19% del valore aggiunto complessivo della Sardegna. Per avere un termine di paragone, questi 6,8 miliardi equivalgono numericamente a circa il 16% dei 43,4 miliardi di euro del PIL regionale nello stesso anno. Il turismo è attualmente un settore importante, ma non costituisce affatto la maggioranza dell’economia sarda.

Il fatto che il turismo generi una quota rilevante del valore aggiunto regionale non dice come tale ricchezza venga distribuita, né consente di ignorarne i costi sociali, ambientali e infrastrutturali. Il punto non è negare che il turismo produca ricchezza, ma chiedersi chi ne giovi e a fronte di quali costi per il territorio. Sono pochi gli economisti importanti che sostengono che un territorio debba basarsi quasi esclusivamente sul turismo. Più comune è la tesi secondo cui una forte specializzazione turistica può essere una strategia razionale di crescita, soprattutto per piccole economie ricche di risorse naturali. Anche la letteratura favorevole alla tourism-led growth dimostra essenzialmente che il turismo può trainare la crescita, non che massimizzare indefinitamente la quota di turismo nell’economia sia ottimale. E alcuni risultati successivi indicano esattamente il contrario: oltre un certo grado di specializzazione i benefici marginali diminuiscono e aumenta l’importanza della diversificazione.

In parole semplici: il turismo sardo specializzato nel patrimonio marittimo, costiero, paesaggistico e naturalistico è stato trainante per un periodo, ma arriverà (o è già arrivato) un momento in cui i benefici non saranno maggiori dei costi che si concretizzano in nuovi parcheggi, strade, depuratori, maggiore raccolta dei rifiuti, cementificazione delle coste, case più costose, maggiore costo della vita, più traffico, più consumo d’acqua, più inquinamento. 

Resta poi da sfatare il mito dei sardi arricchiti dal turismo. Una parte rilevante delle proprietà e dei capitali è esterna all’isola; ai sardi resta spesso invece il ruolo di forza lavoro stagionale, in un settore caratterizzato da precarietà, bassi salari e limitate prospettive di carriera. Il punto non è quindi soltanto quanta ricchezza produce il turismo, ma chi possieda gli strumenti che la producono e quale parte di quella ricchezza rimanga effettivamente sul territorio. Inoltre, non tutte le persone sarde aspirano a lavorare nel settore turistico, ma se il turismo continua a espandersi, diventando sempre più importante, aumenta la domanda di camerieri, cuochi, receptionist, personale delle pulizie, manutentori, addetti agli stabilimenti, autisti ecc. Perciò per i giovani diventa facile trovare lavoro (povero) nel turismo, mentre gli altri settori crescerebbero sempre meno e quelli che aspirano a un altro tipo di carriera dovrebbero andare via, come già fanno.

Il territorio mette a disposizione paesaggio, coste, acqua, infrastrutture e lavoro, mentre le rendite finiscono nelle tasche altrui: questo permette di capire perché PIL e benessere della popolazione residente non siano la stessa cosa. Il turismo è un’azienda che obbliga tutto un territorio a sobbarcarsi dei costi sociali ed economici, senza dare quasi nulla in cambio. Abitare in un posto di vacanze significa rinunciare a vivere il centro storico, rinunciare ad accedere a posti naturali del proprio territorio, essere ospiti a casa propria, dover adeguarsi alle tasche dei viaggiatori, gestire (o subire) inquinamento di cui non si è responsabili, non trovare casa, accettare la progressiva folklorizzazione delle proprie identità e cultura. Non è vero che la filiera del turismo si basi esclusivamente su stabilimenti, alberghi, parcheggi, bar, ristoranti, artigianato: principalmente si basa su persone che, pur non lavorando nell’ambito, vengono vendute assieme alla terra.

Di cosa vogliono vivere, quindi, i sardi che “ultimamente dicono no a tutto” come afferma un commentatore de Il Post su Facebook? Forse della possibilità di investire in prima persona nelle proprie risorse, non solo paesaggistiche, ma anche umane, in modo sostenibile, senza essere sfruttati. Potendo scegliere tra diverse opzioni e curando una propria agenda di interessi. Questo può essere concretizzato solo col coinvolgimento della popolazione dal basso, tramite i comitati locali e con politiche mirate a investire in una seria e variegata formazione per i giovani sardi.

Fonti:

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-l-istat-certifica-che-la-sardegna

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-con-un-15-assessore-cuccureddu-crescita-esponenziale-mai-riscontrata-prima-che-conferma-la-validita-delle-politiche-messe-in-campo-dalla-regione

https://osservatorio.sardegnaturismo.it/it/report

https://www.cipnes.eu/news/nautica-/studio-arrivi-superyacht-in-gallura-2025

https://pressmare.it/it/comunicazione/press-mare/2025-12-13/superyacht-gallura-2025-3114-unita-tracciate-16-su-2024-87466

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35003918

https://group.bper.it/documents/d/bper-istituzionale/economia_del_turismo_indagine_campionaria_bper_completa

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2026/2026-0020/2620-sardegna.pdf?language_id=1

NDR: nel documento BPER il dato 6,8 miliardi / 18,6%, arrotondato al 19% nell’articolo, si trova a pagina 14; nel rapporto Banca d’Italia il dato PIL 2024 = 43,438 miliardi di euro è nella tabella a pagina 57 del PDF.

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lunedì 31 agosto 2026

Sardegna 2026: come il turismo cafone ruba (definitivamente) l'anima ai nostri luoghi più belli - Angela Fais

 

Appena trascorso Ferragosto, possiamo tirare le somme della stagione turistica che ormai volge al termine. Nell’estate 2026, secondo i dati del Ministero del Turismo, si registra un 4,4% di presenze in più rispetto al luglio dello scorso anno e ad agosto e ferragosto un tasso di occupazione superiore a Spagna e Francia. Dunque grande entusiasmo, che porta il Ministro Gianmarco Mazzi a definire quella del 2026 “ un'estate da record”. «Questi risultati -dichiara- ci rendono orgogliosi e sono frutto del lavoro di squadra del Governo Meloni con Regioni, operatori e associazioni. Abbiamo puntato su digitalizzazione, destagionalizzazione, accessibilità e promozione. Oggi l’Italia è percepita dai turisti come la destinazione europea più sicura e questo ci rende ancora più competitivi».

Ma va tutto così bene? Davvero il turismo è questa manna dal cielo?

In questi giorni girano sui social diversi filmati del mare della Sardegna che, da La Maddalena a Cala Luna, è invasa da motoscafi, gommoni e megayatch. Meravigliose baie colonizzate da cafoni, spesso ormeggiati senza neppure rispettare i limiti prudenziali previsti dalle ordinanze emanate dalle Capitanerie di Porto, costituendo un pericolo non solo per la sicurezza dei bagnanti ma anche per il delicato ecosistema del Parco. Il presidente del Parco Nazionale della Maddalena, Rosanna Giudice, dichiara allarmata che il Parco è stato preso d’assalto dai turisti ma “il carico antropico che il Parco può sopportare è stimato in circa 2500 presenze al giorno. Attraverso un controllo aereo invece ne abbiamo rilevato 6500”.

Purtroppo la situazione non riguarda solo la Costa Smeralda né la sola Sardegna. Estremamente significativo, tuttavia, quanto accade proprio a Ussassai, piccolissimo paese di 430 anime nella Barbagia di Seulo, all’interno del Parco naturale del Gennargentu; quasi a dimostrare che, come già detto,  l’undertourism non fornisce nessuna soluzione. Qui infatti frotte di escursionisti hanno preso d’assalto quella che è oramai divenuta l’attrattiva del luogo, a causa delle “liste dei desideri di viaggio”, opera dei troppi autori digitali ciarlanti sui social. Stiamo parlando delle piscine naturali scavate nella roccia da torrenti e sorgenti boschive. Spazi molto piccoli e raccolti, un ecosistema dal delicato equilibrio che potrebbe subire un danno rilevante ad accogliere un numero di visitatori spropositato. Oltre al rischio ambientale si pone anche un problema di sicurezza dato che le auto dei turisti creano anche una pericolosa congestione stradale. Questa situazione ha costretto il sindaco Francesco Usai a emettere un’ordinanza che, coraggiosa e necessaria, introduce il divieto assoluto di balneazione ed escursionismo.

A ragion veduta il sindaco mette anche in rilievo le criticità di un sistema che a oggi non avrebbe portato affatto i soldi promessi alla comunità, ma soltanto disagi. “Questo tipo di turismo non porta soldi a Ussassai, anzi ha portato 0,0 centesimi! In paese non li si vede neppure di striscio questi personaggi, neppure ci passano dal paese e stanno solo distruggendo il nostro territorio”.

Dunque non possiamo più considerare ancora il turismo come la principale leva dell’economia nazionale. Iniziamo invece a valutare gli enormi problemi che un turismo del genere, dato in pasto alla speculazione di un mercato senza regole, porta a cittadini e territori. Impossibile, infatti, reggere pressioni antropiche della portata di quelle che il turismo di massa sta generando negli ultimi anni e che portano i luoghi a una vera e propria erosione dal punto di vista materiale, ma non solo. L’erosione è anche simbolica, relativa alla dimensione semantica. Un luogo che subisce un processo di mercificazione e di omologazione infatti, si riduce a scenografia da visitare a migliaia e in fila, scattando selfie. Così, scatto dopo scatto, si costruisce una nuova dimensione, privata di qualsiasi autenticità. Al luogo si strappa l’anima. La ricchezza simbolica di un territorio, infatti, rimanda a una stratificazione culturale e antropologica, storica e sociale di cui la comunità normalmente è consapevole. Molto difficile, invece, che questi elementi possano essere colti dal turista che, sempre più spesso, di un luogo si limita a cogliere il paesaggio, nella sua dimensione di carattere meramente estetico. Tuttavia, per cogliere una dimensione ulteriore, di ordine simbolico, è necessario vivere in quel luogo, o quantomeno rimanerci a lungo. Con visite ‘mordi e fuggi’ il turista resta avulso da questo universo semantico.

Allora quando nel “Ramo d’oro” di J. G. Frazer si discute di come molte popolazioni tradizionali considerassero la fotografia, il ritratto in generale, non come semplice copia, ma una sorta di doppio che trattiene una quota dell’energia vitale del soggetto e sottrae una parte dell’anima, dobbiamo ammettere come in effetti in quella credenza risuoni legittimo un fondo di verità incontestabile.

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venerdì 14 agosto 2026

Meno turismo più vita. Una manifestazione a Maiorca - Marc Morell e Xesc Alemany

 

Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone, con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.


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Marc Morell. Avevo deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di un ateneu popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di Maiorca, uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La Fionderia: la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di recente è diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un autobus tre quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza. Il corteo partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto nome” – che è come in certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre aspettavo l’autobus mi ha sorpreso la quantità di furgoni della polizia nazionale che circolavano su e giù per i viali intorno al centro. L’ho messo in relazione con le tensioni crescenti degli ultimi giorni: la settimana scorsa c’era stata una catena umana per proteggere Es Trenc, la più grande spiaggia libera dell’isola, e la segretaria del Partito popolare locale aveva provato a prendere in giro e a provocare i partecipanti (ci sonno immagini veramente da ridere). Poi c’erano stati gli arresti di alcune compagne a Santa Maria, perché avevano fatto delle scritte sulla parete di un’agenzia immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal Pp e da Vox, aveva proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto, che già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça del Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per età che come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a camminare sotto il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi amici man mano che il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona di Dalt Murada, il sentiero che corre lungo ciò che resta delle antiche mura della città, fino a Ses Voltes, un recinto di fronte alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura che si affacciano sul mare. Ho pensato che era un po’ strano che la manifestazione terminasse lì; mi sembrava che fossimo circa 50 mila persone, e che lì non c’era abbastanza spazio per tutta questa gente. Per cui sono avanzato ancora dentro la piazza, per lasciare spazio a chi veniva dopo, allontanandomi dalla folla sotto la Seu.

A quel punto mi ha sorpreso la presenza di circa sette poliziotti antisommossa, con un atteggiamento molto aggressivo, proprio accanto alla folla: faceva paura solo a guardarli. Non è passato molto tempo che qualche manifestante iniziasse a gridare contro di loro, ma niente di più. Però già si cominciava a percepire una certa tensione nell’aria. Da sopra le mura potevo vedere le migliaia di persone che non riuscivano a entrare nel recinto, e che quindi si dirigevano verso l’altra sponda del lago artificiale di fronte alla Seu e al Palau de l’Almudaina, il palazzo gotico della famiglia reale. Due persone si sono buttate nelle acque torbide del lago per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi minuti dopo, da fuori ho visto che la polizia antisommossa aveva iniziato a caricare un gruppo di persone che volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma erano così lontani che non sono riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non ricordo se questo è successo prima o dopo i discorsi e le performance, di cui non sono riuscito a sentire niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non avevano potuto usare le prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune aveva tagliato la corrente.

Solo quando sono arrivato a casa e ho visto il telegiornale sulla IB3, la rete della regione autonoma delle Baleari, ho visto le violenze. Era successo proprio dall’altra parte rispetto a dove mi trovavo io, sotto le mura e vicino a una zona molto turistica: s’Hort del Rei e le aree circostanti. È il primo spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine degli anni Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre andavo verso casa, ma in coda al corteo, mentre io ero in testa.

La polizia dice che eravamo 25 mila, l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto della mia prima impressione di 50 mila manifestanti. Le autorità dicono che l’organizzazione non ha voluto seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli organizzatori dicono che gli avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto tempo di avvisare i potenziali manifestanti, o qualcosa del genere.

Martedì sono andato anche alla protesta davanti alla delegazione provinciale, per chiedere le dimissioni del delegato del governo centrale, anche a capo della polizia nazionale, naturalmente del partito socialista. Eravamo circa cinquecento. Sono andato via quando metà dei partecipanti aveva lasciato la manifestazione, e non ho sentito che fosse successo nulla di simile a quanto accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il delegato provinciale, la presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al governo con Vox), nonché i sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto programmato. Si dice che le violenze erano state pianificate in modo da boicottare il successo della manifestazione, per me però l’obiettivo delle violenze non erano tanto i manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo. Criminalizzando la manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia grossa, nella grande battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la linea del governo di Pedro Sánchez).

Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa prospettiva, da sopra le mura. Rispetto alla tua idea che le cariche fossero pianificate – nel senso di quella “provocazione controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un libro che abbiamo recensito su Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento che ho visto dalla mia prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno caricato. Non mi hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani, addirittura un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno spaccato la testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo, l’hanno dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il giornalista avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa volesse dire.

In breve: la polizia ha bloccato a sorpresa il passaggio tra le mura e il lago artificiale, da dove doveva passare ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra chi voleva arrivare al recinto dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti bloccati una decina di poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso perché leggessero il manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era rimasta fuori e che non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro sono arrivati almeno altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno cominciato a spingere per attraversare la passerella e raggiungere i loro compagni, con la scusa che questi erano rimasti bloccati nella folla.

Non tutti li hanno visti. Hanno iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la gente ha iniziato a cadere dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago. Poteva essere un disastro. Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento la gente era nervosa per il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non c’era intenzione di alzare la tensione. Le spinte e le manganellate per passare, sono state il detonatore. Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e male organizzata; invece si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono arrivati più di dodici blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato tutta la zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di poliziotti; c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti indietro. Poi però sono iniziati ad arrivare gli altri; c’è stata qualche carica, con cui hanno preso tempo per raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e hanno aspettato che la folla gli si scagliasse contro; ma siccome la gente non reagiva, e siccome è una zona molto turistica, sono arrivati gruppi di turisti che provocavano i manifestanti; la gente rispondeva con fischi e grida, e la polizia ne ha approfittato per caricare, come se stessero difendendo i turisti. Le dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno mostrato quale fosse la loro strategia: usare la categoria del “turista” per far emergere tutti gli stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che uscisse l’idea che c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere invece le accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria del turismo, gli speculatori, i politici, la stessa polizia per gli arresti dei giorni precedenti, e così via. Hanno esasperato, hanno provocato, per presentare la situazione come se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le cariche “in difesa del turista”.

Un altro studioso della polizia, Paul Rocher, afferma una cosa che stiamo vedendo in atto: oltre al razzismo, che fomenta la guerra tra gli ultimi e i penultimi, c’è un secondo grande fattore di fascistizzazione sociale, cioè l’autonomia “selettiva” della polizia. La polizia ha sempre una certa autonomia quando si tratta di perseguitare i settori più impoveriti della classe lavoratrice, oppure quelli più organizzati in termini antagonisti, siano i loro contenuti politicamente espliciti, oppure no. È una cosa che non dobbiamo dimenticare.

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martedì 11 agosto 2026

Il turismo di massa e i "risvegli" del Corriere della sera - Angela Fais

 

Siamo in estate e le mete turistiche sono letteralmente prese d’assalto. Molto spesso si tratta di visitatori che lasciano la località a fine giornata, appena il tempo di mangiare qualcosa, fare un selfie e ripartire, come ad esempio accade per le Tre cime di Lavaredo dove sono state registrate medie di 13mila presenze al giorno.

Tuttavia, non bisogna stupirsi dal momento che questi sono gli esiti di precise politiche che hanno deciso di concepire i luoghi unicamente come spazi attrattivi da consumare attraverso un turismo mordi e fuggi che alla comunità - è arrivato il momento di ammetterlo - lascia solo disagi, non di certo ricchezza.

A questo punto le soluzioni che solitamente vengono proposte si riducono fondamentalmente a due ed entrambe ricadono nell’alveo di quelle stesse politiche che hanno generato il problema: destagionalizzazione e introduzione di un ticket turistico. Entrambe non sono risolutive per chi la città la abita, ma  forniscono dei vantaggi a chi la città la “gestisce”, limitandosi ad amministrarla al di fuori di una visione politica dove i cittadini potrebbero avere ancora dei diritti da reclamare.

La destagionalizzazione è un grande mito. Difficilissima da perseguire giacché dipendente da troppe variabili, essendo le vacanze legate a periodi dell’anno fissi. A meno che non si voglia emulare Fantozzi a Capri a Natale, la maggior parte dei turisti vuole fare le vacanze col caldo, nel periodo estivo. Inoltre, tenere aperte le strutture in bassa stagione consentirebbe guadagni limitati, comportando dei costi di gestione molto alti. Oltre al fatto che per certe mete, come alcune isole e località costiere, le presenze turistiche sono talmente elevate che la destagionalizzazione non risolverebbe alcunché. E’ il caso delle Isole Eolie o delle Egadi. Le prime, con una popolazione di 15mila abitanti fissi, registrano oltre 452mila presenze. Le Egadi si attestano invece intorno a 231.000 presenze ufficiali, escludendo una grande fetta di escursionisti giornalieri, a fronte di una popolazione di sole 4300 persone (dati ISTAT). Quindi con flussi turistici così intensi, se pure si destagionalizzasse, includendo qualche settimana in più a cavallo tra alta e bassa stagione, non cambierebbe assolutamente nulla.

Quanto al ticket turistico, di fatto, esso sancisce il fallimento della politica.

A Venezia ha determinato appena una lieve flessione del numero dei visitatori, che si attesta tra 40mila e 90mila presenze giornaliere.

Dunque la misura si conferma non risolutiva se la consideriamo dal punto di vista dei residenti, che vivono il disagio dell’invasione turistica. Chi si mette in viaggio, dal canto suo, è disposto a pagare qualcosa in più per raggiungere la meta. E laddove si propone di fissare un costo considerevole, quindi operare in base a una selettività basata sul reddito, lì allora si trasforma la città, i luoghi in generale, in una sorta di zoo, dove i residenti vengono ignorati, considerati delle sgradevoli comparse, quando non percepiti come un intralcio all’estrazione della rendita. Ma sopratutto si converte in denaro il diritto alla città e si sdogana l’assunto per cui chi può pagare e può comprare ‘experience’, compra persino l’experience di una città. Non si tratta soltanto di “ rischiare di svilire il senso di libertà del cittadino in vacanza”, come scrive Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera.

Qui accade qualcosa di molto più grave. Si avalla la trasformazione della città, e tutto ciò che essa contiene, in merce. Lesione molto più grave, quest’ultima rispetto ai diritti dei vacanzieri. E non si può giustificare tutto, dichiarando semplicemente che “l’era della gratuità è in crisi”, perché ripetete da decenni che il turismo è il nuovo petrolio e che avrebbe portato tanti bei soldi. E invece? Adesso si scopre che i soldi dobbiamo tirarli fuori noi e che dobbiamo “fare i conti con problemi di sostenibilità economica” al punto da dover tassare il bello. Scordatevi di accedere alla cultura o di poter godere delle bellezze del nostro paese se siete poveri. Pagherete ogni tramonto.

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