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domenica 19 gennaio 2025

Vivisezione, 11 arresti all’Università di Catanzaro: “Animali maltratti, decapitati e uccisi negli stabulari in condizioni precarie” - Lorenzo Poli

 

Il caso

Animali torturati e decapitati nei laboratori dell’Ateneo di Catanzaro, nell’ambito di progetti finanziati dal ministero della Salute. Laboratori scientifici in precarie condizioni con la conseguenza della falsa attendibilità delle ricerche espletate. Ispezioni dell’Azienda sanitaria pilotate per coprire ogni possibile contestazione sulla gestione degli esperimenti, che venivano effettuati spesso senza alcuna precauzione in stabulari dove c’erano gabbie sporche e condizioni igieniche più che precarie. Erano stanze dell’orrore quelle dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che l’inchiesta della Procura – su indagini della Guardia di Finanza – ha portato al sequestro.

In totale sono 21 gli indagati tra docenti universitari, ricercatori e responsabili dell’Asp. I reati contestati sono di associazione per delinquere, corruzione, falso, truffa aggravata ai danni dello Stato, maltrattamento e uccisione di animali. Il blitz della Guardia di Finanza è scattato ieri mattina all’Università Magna Graecia e all’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura di Catanzaro: 11 indagati sono finiti agli arresti domiciliari mentre un altro soggetto è stato interdetto per 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni rivestite in seno all’Azienda sanitaria.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo di due stabulari dell’Università, adibiti alla sperimentazione sugli animali per finalità di ricerca. A due indagati sono stati sequestrati oltre 23mila euro, somma che gli inquirenti ritengono sia il provento di una truffa aggravata ai danni dello Stato.

La Guardia di Finanza ha notificato 21 avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta che, per la Procura di Catanzaro, ha accertato l’esistenza di un collaudato sistema illecito che consentiva agli indagati di “pilotare” le visite ispettive svolte dall’Asp presso i laboratori scientifici dell’ateneo universitario condizionandone i relativi esiti. In questo modo, l’università si sarebbe assicurata l’espletamento delle onerose attività progettuali autorizzate dal ministero della Salute.
L’indagine ha dimostrato un rapporto di compartecipazione e di reciproci favoritismi tra i due enti pubblici: l’Asp di Catanzaro quale controllore e l’università Magna Grecia quale ente controllato. Dagli atti dell’inchiesta è emerso che i vari responsabili di progetto facevano ricorso ad ingenti fonti di finanziamenti pubblici: circa 2 milioni di euro che sarebbero serviti alla copertura economica delle varie attività progettuali, costantemente garantite dall’ottenimento dell’attestazione di regolarità rilasciata “illecitamente” dai veterinari dell’Asp preposti alle ispezioni, nonostante le precarie condizioni in cui versavano i laboratori.

Criticità che, se i controlli fossero stati eseguiti correttamente, avrebbero comportato l’immediata chiusura, con la conseguente perdita dei fondi erogati per lo svolgimento della ricerca e l’irrogazione di pesanti sanzioni amministrative. Secondo la Procura di Catanzaro, alla base del sodalizio c’erano i rapporti corruttivi tra alcuni indagati. Reati che avrebbero riguardato anche la redazione delle graduatorie finali di un concorso presso l’università Magna Graecia. All’esito delle procedure concorsuali, infatti, veniva dichiarata vincitrice la figlia di uno degli indagati, dirigente dell’Asp di Catanzaro. Per gli investigatori, il prezzo della corruzione sarebbe da rintracciare nelle cospicue somme di denaro che un veterinario dell’Asp di Catanzaro ha ricevuto in virtù dei numerosi incarichi di docenza illecitamente ottenuti presso l’ateneo in cambio del sistematico esito positivo delle visite ispettive dallo stesso svolte presso i laboratori scientifici della Magna Graecia.

Infine, è emerso che in realtà le attività sperimentali con animali vivi sono state effettuate, in gran parte, attraverso la violazione delle basilari norme di igiene e benessere animale. Eppure, proprio l’attività di ricerca con sperimentazione “in vivo” costituisce, se ben espletata, un passaggio fondamentale per la validazione delle ipotesi scientifiche. L’inchiesta, invece, ha consentito di riscontrare l’esistenza di un allevamento abusivo di animali da laboratorio. Un allevamento che sarebbe stato costantemente utilizzato dagli indagati per alimentare le attività di ricerca. La Guardia di Finanza avrebbe riscontrato anche alcune ipotesi di maltrattamento degli animali coinvolti nei progetti finanziati con soldi pubblici: da un lato sarebbe stata cagionata l’uccisione immotivata di animali, non autorizzata dal ministero della Salute, dall’altro sarebbe stata falsata l’attendibilità delle ricerche espletate in quei laboratori.

L’ex rettore, i suoi collaboratori i veterinari e gli ispettori
Ai domiciliari sono finiti l’ex rettore Giovambattista de Sarro, coinvolto anche in qualità responsabile scientifico di progetti di ricerca; Domenico Britti, presidente dell’organismo interno preposto al benessere animale, presidente fino al 2023 della Scuola di Farmacia e Nutraceutica che ha la diretta gestione degli stabulari. E ancora, sempre agli arresti domiciliari, Giuseppe Caparello, presidente dell’Ordine dei medici veterinari, direttore della Struttura complessa del Servizio veterinario dell’Asp dal 2018 e direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Catanzaro dal 2020; Fabio Castagna, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia; Rita Citraro, sperimentatrice nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Università.

Nella lista dei destinatari del provvedimento ci sono anche Nicola Costa, veterinario designato per lo stabulario di Roccelletta di Borgia sino al 2021; Antonio Leo, sperimentatore nei progetti di cui è responsabile scientifico De Sarro e docente del dipartimento di Scienze della salute dell’Ateneo; Giovanni Loprete, veterinario designato per lo stabulario di Germaneto;
Ernesto Palma, responsabile del benessere animale per lo stabulario di Roccelletta di Borgia e componente stabile dell’organismo preposto al benessere animale; Anselmo Poerio, veterinario convenzionato dell’Asp addetto alle ispezioni negli stabulari dell’Ateneo; Giuseppe Viscomi, veterinario dell’Asp, responsabile delle ispezioni negli stabulari Umg. Infine, misura sospensione di 12 mesi dall’esercizio delle pubbliche funzioni nell’Asp per Luciano Conforto, veterinario addetti alle ispezioni negli stabulari. Tra i 21 indagati risulta anche Ciro Indolfi, presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, in qualità di responsabile di un progetto di ricerca su «Modello di danno vascolare nel ratto per lo studio della restenosi coronaria nell’ arteriopatia obliterante periferica cronica». Indolfi è indagato per maltrattamento di animali.

Animali uccisi senza anestesia
Scene orribili quelle che, per gli investigatori, si consumavano tra le mura dei laboratori. Animali vivi – cavie o ratti ma anche altri di piccola taglia – torturati, sbattuti violentemente contro il muro o decapitati senza alcuna anestesia. «Le gabbie erano costantemente sporche – ha testimoniato uno degli operatori dei laboratori – e dovevamo essere noi a pulirle nonostante fosse una responsabilità dello stabularista. In un’altra testimonianza raccolta dagli investigatori: «Non sempre le procedure di soppressione venivano rispettate. Io personalmente procedevo alla soppressione solo se potevo sedare l’animale e potevo ucciderlo secondo le procedure. Ho assistito, invece, ad alcuni casi di decapitazioni di animali senza anestesia. È capitato che, a causa di ciò, gli altri ratti abbiano sentito l’odore del sangue derivante dalla decapitazione e si siano agitati. Ciò può costituire un problema anche a fini scientifici, perché se gli altri animali si agitano, oltre a diventare ingestibili, producono il cortisolo che incide sui risultati delle analisi. Infine ricordo che quando ero arrivata da poco a lavorare presso lo stabulario, mi fu raccontato che, almeno in un’occasione, per sopprimere un animale, pare venne scagliato al muro». E infine, un ultimo testimone conferma che «la procedura di decapitazione era piuttosto cruenta e gli animali erano vivi».

Federica Nin: “Il maltrattamento è strutturale e non accidentale in tutti i laboratori”
“È triste dover pensare che lo scandalo è esploso per reati principalmente finanziari.
Li hanno arrestati in quanto sono accusati anche di associazione per delinquere, corruzione e truffa ai danni dello Stato, altrimenti, per il “solo” maltrattamento animale (che è comunque contestato anch’esso) non penso che la vicenda avrebbe avuto questa risonanza. Quante cause per maltrattamento – proprio degli animali d’uso scientifico – sono finite in un flop perché per quegli animali, di serie Z, non si è ottenuta giustizia! Detto ciò è importante far emergere che non sono “incidenti di percorso”, guai prodotti da “mele marce”, bensì la punta dell’iceberg di problemi sistemici di cui si sa ampiamente, solo che solitamente non viene fuori la pistola fumante. Ora invece questa pistola fumante si vede. Ma si deve dire chiaramente che è pieno di pistole ovunque, tenute nascoste, e che questa è la realtà del sistema che si basa sulla SA/vivisezione.” – ha dichiarato a Pressenza Italia Federica Nin, socia fondatrice dell’Associazione medico-scientifica O.S.A. – Oltre la Sperimentazione Animale e psicologa, che da anni si interessa anche di psicologia della relazione uomo-animale e di questioni di bioetica, epistemologia, filosofia morale e filosofia della scienza indirizzando le sue ricerche in particolare verso la questione del paradigma animale nella ricerca biomedica. “Un punto importante è che il maltrattamento – che comunque è strutturale in tutti i laboratori e non accidentale – fa implodere la scientificità di qualunque esperimento. Le testimonianze parlano infatti del cortisolo prodotto dagli animali (ma vale per tutti, anche quelli umani) come risposta ormonale, come reazione fisiologica allo stress e all’angoscia, sballando i risultati delle ricerche. E va aggiunto che anche lo stress da stabulazione – vera e propria prigionia -, la manipolazione da parte degli operatori e sperimentatori, le condizioni di luce, la gestione della temperatura, dell’umidità, e dell’intera situazione ambientale, alterano non solo i risultati ma anche la riproducibilità (la caratteristica fondamentale di un esperimento scientifico) delle procedure. La cattiva gestione degli orari di luce e buio è piuttosto normale in qualsiasi stabulario, soprattutto nei weekend e in tutti i festivi. E qui la scientificità va a ramengo.”
Conclude Nin: “È veramente cosa rara ed eccezionale che la verità di uno stabulario emerga all’attenzione di istituzioni e opinione pubblica. Di solito i controlli da parte delle ASP, così come emerso in questa occasione, sono concordati e pilotati, al fine di tenere tutto ben nascosto. Questa volta “il diavolo ha fatto le pentole senza i coperchi”. Spero che questo sposti significativamente il piano inclinato, da cui scivolerà giù la vivisezione.”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/15/ispezioni-pilotate-nei-laboratori-delluniversita-di-catanzaro-11-arresti-ce-anche-lex-rettore-de-sarro/7837515/
https://www.quotidianodelsud.it/calabria/catanzaro/cronache/criminalita/2025/01/15/catanzaro-blitz-anticorruzione-11-arresti-tra-i-vertici-dellumg-e-dellasp
https://video.sky.it/news/cronaca/video/arresti-catanzaro-animali-maltratti-e-uccisi-nei-laboratori-980325
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml
https://www.ilvibonese.it/cronaca/505986-cavie-uccise-sbattendole-al-muro-le-accuse-che-hanno-portato-a-11-arresti-tra-asp-e-universita-di-catanzaro/
https://salerno.corriere.it/notizie/cronaca/25_gennaio_15/inchiesta-catanzaro-animali-torturati-e-decapitati-nei-laboratori-dell-universita-arrestati-docenti-e-ricercatori-1bf46e3f-aac7-48c2-9bcc-ec22b1e97xlk.shtml?appunica=true&app_v2=true

da qui

sabato 9 dicembre 2023

La paura del lupo tra antropocentrismo e populismo venatorio

 

Intervista a Mario Ferraguti (di Lorenzo Poli)

 

Gli ultimi avvistamenti di lupi sulle prealpi e alpi lombarde stanno innescando l’ennesimo allarmismo sul “pericolo lupo”, spesso innescato dai media locali e dalla lobby venatoria giocando sulla paura ancestrale della gente. In realtà il lupo è un animale completamente diverso da come viene raccontato. Sul tema ne parliamo con Mario Ferraguti, scrittore, libero pensatore, ricercatore indipendente e grande osservatore del mondo arcaico e della nostra cultura popolare tra retaggi pagani e la cristianizzazione. Laureato in lettere moderne, collabora con università, centri di studio e ricerca, settimanali e riviste. Tra le esperienze più particolari ha realizzato numerosi reportage per Panorama, cura una rubrica sulle case abbandonate per Casantica, ha tenuto corsi di etno-medicina ai medici tirocinanti sulla figura delle “guaritrici” ed è tra gli organizzatori del Piccolo Festival di Antropologia della Montagna (PFAM) di Berceto. Ha pubblicato i romanzi La voce delle case abbandonate (Ediciclo), La ballata del vento (Ediciclo), e con Giacomo Agnetti, dedicato ai ragazzi, I mostri d’aria (Ediciclo). Nel 2022 ha pubblicato L’ autunno in cui tornarono i lupi (Bottega Errante Edizioni) sul ritorno del lupo sull’Appennino; nel 2023 ha pubblicato La lepre e la luna. Sulle tracce delle guaritrici d’Appennino (Exòrma) sulla figura delle guaritrici, mentre la sua ultima fatica è L’alfabeto delle anime. Piccola incursione nell’aldilà (Ediciclo) sul tema della morte.

Saltuariamente i quotidiani locali, spesso finanziati dalla lobby venatoria, rilanciano notizie allarmistiche sulla presenza e sul bisogno del contenimento del lupo. Quanti sono i lupi in Italia? Quale è la reale situazione in Italia? 

C’è questo allarmismo che periodicamente ritorna parlando appunto di contenimento del lupo. In realtà la popolazione del lupo in Italia non è così allarmante. Dalle ultime stime si parla di circa 4.000 esemplari in tutta Italia, anche se ascoltando gli esperti la forbice è molto amplia. Ma questo non è importante: il lupo è un animale che si auto-contiene, autoregola laddove ci sono disponibilità alimentari e territori disponibili, la sua popolazione si espande. Laddove non ci sono territori disponibili, sono gli stessi lupi che fan parte di un territorio ad aggredire e scacciare ed uccidere altri individui che tentassero di entrare nel loro territorio. Il leit motiv del “ci sono troppi lupi” è un concetto anomalo ed arbitrario che noi umani tendiamo ad applicare alle prede, ma che non vale per i predatori, che si autocontrollano. Ciò che spaventa nei quotidiani locali non è tanto il ricorso all’abbattimento dei lupi. Il 7 dicembre 2023 farò un intervento in Svizzera dove lo stesso WWF si è espresso a favore di un contenimento di quattro branchi di lupi senza conoscere la situazione. Evidentemente  una posizione assurda ed inutile che viene portata avanti per attenuare polemiche e problemi sociali scaturiti dai mezzi di comunicazione che ogni tanto ritornano con l’ “allarme lupo”. Il problema allarmistico è sempre un problema forte legato al populismo e alla sua cultura che cerca di aggredire allo stomaco le persone senza farle riflettere, giocando con le paure primordiali per poi presentarsi come risolutori e gestori di quella paura stessa. Un gioco che vien comodo ad alcune forze politiche che non riescono a parlare di altro e che trovano nella gestione della paura un’arma fondamentale per raccogliere voti. Spesso purtroppo i quotidiani li seguono, un po’ perché sono legati a queste forze politiche, un po’ anche per vocazione di alcuni tipi di giornali che seguono linee politiche conservatrici se non puramente di destra.

Oltre agli allarmi mediatici, ciò che fa da cassa di risonanza, nell’inconscio collettivo, è tutto il retaggio culturale e simbolico negativo legato al lupo. Cosa significava il lupo nei racconti dei nostri nonni? 

Il lupo nel racconto dei nostri nonni – lo “zio grigio” – era una figura di cui aver paura ma che, in qualche modo, rientrava in un assetto naturale ben preciso e faceva parte di una realtà che non era anomala, che non era straordinaria e particolare. Con la perdita del “lupo fisico”, quello scientifico e reale, si è perso anche il racconto del “lupo metafisico”, quello surreale e fantastico. Se la tradizione orale faceva paura e il suo scopo era quello di spaventare è anche vero che aveva scopo di educare. Sull’Appennino – dove ho condotto i miei studi sul lupo – esistono due tipi di paure: una cattiva, che è equiparata ad una malattia, ad una situazione ingestibile che ci blocca, che non ci fa procedere e che le guaritrici “lavavano” al fine di scorporare il male che ci ha aggrediti; ed una buona e necessaria che aveva una grande funzione educativa. Tutti i racconti della tradizione orale mirano ad un estro pedagogico, occorrendo insegnare come vivere, come sopravvivere nei territori montani spesso difficili e quindi anche una “buona dose di paura” faceva parte del bagaglio culturale necessario di un individuo che apparteneva a quella società. Era giusto essere spaventati, perché la paura buona induce al rispetto, alla percezione della propria fragilità ed una cultura del senso del limite, abbandonando la tracotanza tipica di chi ha tutto sotto controllo. È un po’ la paura di Ulisse nell’Odissea che è consapevole che ci sono creature più grandi e potenti di lui, pur continuando il viaggio, trovando risposte nella sua cultura, nella sua consapevolezza, scaltrezza e conoscenza. Con un bagaglio di conoscenze adeguate la società tradizionale ti dice: “Tu devi avere paura, ma devi anche saperti difendere, devi saper gestire la tua paura in situazioni di pericolo reale”. Ora, la paura che oggi viene inculcata nel mondo contemporaneo dai giornali e dalla televisione e dagli apparati mediatici, è una paura cattiva che blocca e non insegna e non dà soluzioni. È una paura cavalcata dalle forze populiste senza renderti partecipe e protagonista della soluzione, ma piuttosto si propongono come risolutori della nostra paura e calano la loro proposta dall’alto, tenendoci in balia degli eventi. Il discorso sul lupo, e sui grandi carnivori in generale, è tipico: si sparge paura come contaminazione, come una malattia a scopi specifici con il fine di terrorizzare le persone. Questa retorica populista, messa in atto dal mondo venatorio, sostiene che il lupo è ovunque, che il lupo è un animale terribile, che il lupo non è legittimato a stare dove si trova ma piuttosto che è stato introdotto, che il lupo attuale è uno “straniero” o “extracomunitario”, un “lupo ibrido”: una visione in cui il “lupo nero” si sovrappone alla figura dell’ “uomo nero”. Di fronte a questa narrazione alcune forze politiche, come la Lega Nord in passato e la Lega attualmente, ti garantisce una soluzione affinchè l’elettore possa votare per sentirsi al sicuro. Questo è l’atteggiamento tipico che non viene messo in atto solo con i lupi ma anche con tutto ciò che mina o contamina la nostra cultura e la nostra sicurezza, la nostra arroganza e la nostra convinzione di essere gli unici autorizzati a stare in alcuni posti, a vivere in alcuni posti e a gestire ciò che abbiamo attorno. Il ritorno del lupo mette in crisi tutto questo perché è un animale ingestibile e nello stesso tempo, la paura del lupo è una paura atavica che riporta l’essere umano ad essere animale tra gli animali ed ha a che fare con il nostro senso di vulnerabilità. Questo ci insegna tantissimo e per la società tradizionale era un elemento prezioso che faceva parte del bagaglio culturale di ogni individuo, mentre la paura cattiva induce alla paralisi e alla rabbia. La gestione della rabbia e della paura suggerita da altri, esattamente come il combustibile e il comburente, porta ad un incendio che genera violenza. Se ci si spaventa a morte e ci viene detto che nessuno, nemmeno chi di dovere, si sta muovendo per aiutarci, ciò alimenta la rabbia e genera violenza. Ciò è preoccupante non solo in relazione ai lupi ma anche a tutto ciò che ci circonda e che minimamente ci mette in difficoltà.

La lobby venatoria da decenni impone la narrazione tossica del lupo come “specie invasiva” che distrugge la biodiversità. Quali sono le falsità a riguardo? Può darsi che la lobby venatoria lo utilizzi come capro espiatorio, essendo un possibile competitore naturale dei cacciatori? 

La lobby venatoria racconta un animale che non è reale, ma costruisce un animale fantastico per indurre a sentimenti che sono lontani dalla conoscenza reale. Chi cavalca il populismo venatorio ha tutto l’interesse che non si entri mai nella discussione concreta dialogica, molto probabilmente perché non riuscirebbe a reggere il confronto e non riuscirebbe a controbattere con temi adeguati. Se si confrontano un ricercatore con un politico che cerca di condizionare la paura delle persone, il ricercatore avrebbe la meglio perché risponde con profonda cognizione di causa. Le parole che utilizzano i giornali per raccontare il lupo non hanno fondamenta e non hanno uno spessore scientifico e di “buonsenso”. La lobby venatoria sta cercando di presentarci il lupo con aspetti deteriori come il “lupo ibrido”, come un lupo che non è legittimato a stare dove si trova, come una specie alloctona senza alcuna appartenenza ad un territorio, facendo passare l’idea che, esattamente come è stato introdotto, si può sradicare abbattendolo. Questo è uno dei temi cardini del populismo venatorio che spesso invade la politica. Naturalmente il lupo fa parte del nostro territorio e la sua è stata una riconquista assolutamente naturale, anche se dà molto fastidio. Il lupo è un sele-controllore che agisce in modo molto più efficace di qualsiasi cacciatore e quindi è un competitore fortissimo per la lobby venatoria. Un competitore talmente bravo che il tentativo di eliminarlo e di ucciderlo è anche dato dal fatto che non sarebbero più utili i cacciatori: il controllo che esercita il lupo è più naturale, efficacie ed importante di qualsiasi altro animale umano che presume di esercitare lo stesso controllo sull’ecosistema, sparpagliando errori.

Anche i pastori e i contadini delle zone montane e pedemontane gettano fuoco su queste narrazioni. Il problema è il lupo o è la gestione antropocentrica del territorio?

Gli allevatori e i contadini rispondono a quelle che sono le dinamiche venatorie. Io ho ricevuto lettere anonime in cui si accusa il lupo di distruggere i campi di patate. Ora, è talmente assurda questa accusa che chi distrugge i campi di patate sono i cinghiali. La lobby venatoria è riuscita ad inculcare talmente bene agli agricoltori la storia che i cacciatori sono nel giusto, a tal punto da spostare il problema su altri soggetti. Sappiamo benissimo che chi oggi si propone di liberare i nostri boschi dalla “piaga” dei cinghiali, sono gli stessi cacciatori che li hanno introdotti. Sarebbe logico che gli agricoltori se la prendessero con i cacciatori, mentre quest’ultimi sono stati talmente bravi a deviare il problema da non figurare come responsabili. Paradossalmente gli stessi agricoltori se la prendono con il lupo, quando sarebbe il loro miglior alleato perché uccide cinghiali e caprioli dannosi per le colture. Si tratta di una situazione assurda e anomala. È anche vero che il lupo non garantisce il business delle munizioni e delle armi e non inquina nemmeno con il piombo. È evidente che il problema è la gestione antropocentrica del territorio.

Ci siamo abituati ad essere l’unica specie animale a vivere il territorio. Il problema è il lupo o l’allevamento e l’addomesticazione innaturali degli animali ad uso e consumo umano?

È chiaro che si tratta di interessi. Quando non c’erano i lupi gli allevatori erano soliti a condurre i loro allevamenti senza alcun tipo di controllo. In Lunigiana le pecore erano lasciate allo stato brado dalla mattina alla sera sul Monte Gottero, fino a quando naturalmente non è arrivato il lupo che ha fatto una piccola carneficina. I lupi si sono trovati le pecore libere a totale disposizione senza nessuna protezione. Non c’erano più cani da difesa, ma solo cani da conduzione; non c’erano più le reti anti-lupo, ma solo reti che non permettevano alle pecore di uscire. I pastori avevano completamente dimenticato l’esistenza del lupo, soprattutto a livello culturale. Il lupo si era perso come soggetto, come entità e come figura abitante la Natura, a tal punto che nel dialetto dei pastori, il gaì – una sorta di esperanto antichissimo parlato solo dai pastori con termini criptici e misteriosi – la parola “lupo” era già scomparsa negli anni Sessanta, per dire quanto i pastori avessero abbandonato la prospettiva di dover ritornare in contatto con il lupo. Il lupo è scomodo, per i pastori e per gli allevatori di oggi, perché sono costretti a tornare a controllare i loro animali. Il problema è che, con l’addomesticazione, abbiamo completamente modificato molti animali, li abbiamo “portati nella domus” ed accasati. Abbiamo creato pecore che producono più lana e vacche che producono più latte; abbiamo contagiato e destrutturato razze a nostro uso e consumo con una visione antropocentrica; ma ancora peggio abbiamo annullato ed annientato in loro l’istinto di fuga. Oggi se lasciamo vacche, pecore ed animali domestici liberi in un bosco, non sarebbero in grado di riadattarsi alla vita selvatica e non avrebbero la capacità di scappare dai predatori proprio perché li abbiamo addomesticati per i nostri fini. In questo modo ne siamo diventati i custodi, ovvero coloro che si devono prendere cura di questi animali. A me sembra sempre strano sentire i pastori che, rispondendo a chi si oppone ad una eventuale mattanza di lupi, afferma: “Ma come, devo prendermi cura delle mie pecore? Ma come, devo rinchiuderle?”. La risposta dovrebbe essere: “Sì, se vuoi fare il pastore”. Esattamente come qualsiasi massaia sa bene che deve rinchiudere le sue galline la sera, altrimenti volpi e faine se le mangiano, un pastore dovrebbe fare altrettanto. I pastori oggi devono recuperare, attingendo dalla loro cultura, tutte quelle attenzioni che una volta mettevano in pratica in presenza del lupo. Se ritornano i lupi non bisogna dichiarargli guerra, non bisogna pensare come ammazzarli, ma piuttosto partire dai presupposti che in quel territorio ci sono anche loro. Ci sono esperienze contemporanee di pastori che intendono convivere con il lupo e possono benissimo farlo, con i dovuti stratagemmi. Con il ritorno del lupo si sono creati nuovi problemi, che sono problemi solo per chi gestisce un’attività economica: ogni imprenditore sa che, nella valutazione dei rischi che ogni pastore e allevatore deve mettere in atto, ci deve essere anche la voce “lupo”. Ovviamente questo ci deve far pensare che non siamo più i padroni, gli unici controllori e gestori di una parte del sistema ecologico. Dobbiamo pensare ad una convivenza pacifica con i lupi, ritornare ad una visione eco-centrica, tornando consapevoli che non siamo l’unica specie vivente delle montagne.

Oltre ai falsi miti sul lupo, in moltissime zone è stato riscontrato il contrario: laddove è ritornato, il territorio si è ripopolato di flora e fauna locali…

Nei territori in cui è tornato, il lupo è stato preziosissimo. C’è il bellissimo documentario “Come i lupi possono cambiare il corso dei fiumi” sul Parco di Yellowstone[1] – unico parco al mondo dove è stato davvero prevista ed attuata l’introduzione del lupo – dove si è documentato[2] come il suo ritorno abbia favorito il ripristino delle cascate trofiche[3] in un ecosistema che era ormai degenerato per l’insistenza e il sovrannumero di ungulati che, non avendo nessun nemico naturale, si erano riprodotti in modo sconsiderato. Ciò portò alla perdita a lungo termine della vegetazione ripariale[4], favorendo l’erosione delle rive, la formazione di meandri e l’allargamento dei letti dei fiumi, soprattutto nelle zone di pianura. Con il tempo tutto questo portò inevitabilmente alla modifica della geografia dei corsi d’acqua. Quando nel 1995 il lupo grigio venne introdotto, portò a piccoli miracoli naturali. In breve tempo i lupi tornarono a cacciare i cervi. Questi ultimi, abituati a pascolare senza timore cominciarono ad allontanarsi per trovare rifugi migliori tra gli alberi nel bosco. Dall’impoverimento della fauna e della flora fluviale, la vegetazione ripariale ricominciò a crescere e, con essa, aumentò il numero di castori, lontre, alcuni uccelli di fiume passeriformi e animali che vivono lungo le sponde dei corsi d’acqua. La morfologia dei corsi d’acqua cambiò nuovamente: fiumi e ruscelli ripresero gradualmente a scorrere meno, le loro rive si stabilizzarono e i canali, non più soggetti a erosione continua, si strinsero. Uno stravolgimento completo in termini assolutamente positivi grazie al ritorno del lupo[5].

Nel tuo libro “L’autunno in cui tornarono i lupi”, racconti anche esperienze italiane. Ci puoi raccontare degli esempi di rinascita ecosistemica, grazie al ritorno del lupo, che hai documentato sull’Appennino?

Sul nostro territorio ho riscontrato degli atteggiamenti positivi di piccoli e grandi ecosistemi laddove la presenza del cinghiale e del capriolo era ormai fuori da qualsiasi tipo di tolleranza da parte dell’ambiente. In molte zone collinari, dove c’era un’insistenza notevole di queste specie che mettevano a rischio una buona parte di agricoltura e, anche dal punto di vista di percezione, erano diventati animali quasi fin troppo confidenti, il ritorno del lupo ha completamente cambiato il loro comportamento. I lupi, oltre ad aver ridotto il numero degli ungulati, hanno instillato la paura di un predatore, portandoli a frequentare i loro ambienti originari, ambienti più riparati, con una conseguente diversificazione, il ritorno di altre specie e molti miglioramenti ecologici.

Ad oggi è possibile una convivenza tra essere umano e lupo? Quale può essere una soluzione per superare stereotipi e luoghicomuni insediati nella stratificazione socio-culturale? Un’educazione ambientale eco-centrica?

È assolutamente possibile una convivenza uomo-lupo, ma dobbiamo capire se siamo in grado di attuarla e metterla in atto concretamente. Noi, come umani, siamo di fronte ad un bivio: davvero vogliamo eliminare tutto ciò che minimamente ci mette in crisi o in difficoltà? Davvero vogliamo distruggere tutto ciò che minimamente va a contaminare la nostra cultura e la nostra sicurezza? Se ragioniamo così il lupo potrebbe essere uno dei tanti capitoli che si potrebbero aprire. Paradossalmente potremmo trovare una minoranza di pescatori che, infastidita dalle onde del mare, richiede di appiattire il mare; o addirittura una piccola minoranza di aviatori che richiede di eliminare le nuvole del cielo. In sostanza se dovessimo da retta a chi porta avanti i suoi esclusivi interessi privati, mossi da economie di loro pertinenza che sono assolutamente secondarie rispetto alla visione della comunità intera, dovremmo stare molto attenti. Se dovessimo piegarci a queste volontà, non riusciremmo a prendere decisioni serie in difesa degli ecosistemi e della nostra sopravvivenza. Affidarsi a chi gestisce la paura per imbastire campagne elettorali dei politici locali, sarebbe molto pericoloso. La convivenza con il lupo è possibile e sono molteplici le testimonianze dei pastori veri e seri che, dopo le prime difficoltà, hanno preso in mano la situazione, hanno iniziato a mettere in atto una vigilanza attiva con l’aiuto delle istituzioni e dei Parchi con risultati ottimi, azzerando attacchi dei lupi suoi loro greggi. Occorre, come suggerisci, un’educazione eco-centrica che parte da lontano e che non riguarda solo il lupo, ma anche gli orsi o addirittura, su un piano umano, e tutto ciò che non riguarda la nostra cultura. Nella tradizione orale dell’Appennino, chi vuole andare nei boschi deve portarsi appresso un pezzo di specchio per proteggersi dal regle, il leggendario biscione ipnotizzatore, perché l’unico modo per difendersi da lui è riflettergli lo sguardo. Il pezzo di specchio è il simbolo della conoscenza che di fronte alla difficoltà sa come comportarsi e non ha la presunzione di eliminare, distruggere, annientare. Convivere con ciò che è altro da noi e ci mette in difficoltà è uno stimolo, una sfida importantissima che si deve portare avanti a livello culturale.

Il video che conferma la presenza dei lupi in Val Seriana, a Gandellino                      https://primabergamo.it/cronaca/il-video-che-conferma-la-presenza-dei-lupi-in-val-seriana-a-gandellino/

[1] Beschta R.L. e Ripple W.J., “River channel dynamics following extirpation of wolves in northwestern Yellowstone National Park, USA”

[2] Musiani M. e Paquet P.C., “The Practices of Wolf Persecution, Protection, and Restoration in Canada and the United States”

[3] Una cascata trofica è un processo ecologico che avvia un cambiamento all’apice della catena alimentare che genere un “effetto domino” su tutti i livelli sottostanti. Questo, per esempio, è quanto accaduto nel Parco Nazionale di Yellowstone (USA), dopo la reintroduzione del lupo nel 1995. Studi a riguardo:

·         Beschta R.L. e Ripple W.J., “Wolves, trophic cascades, and rivers in the Olympic National Park, USA”

·         Ripple W.J., Beschta R.L. et al., “Trophic cascades from wolves to grizzly bears in Yellowstone”

[4] La vegetazione ripariale è molto importante per la struttura del territorio, perché influenza la stabilità delle sponde di fiumi e ruscelli, modera i microclimi e la temperatura dell’acqua e, di conseguenza, il ciclo dei nutrienti e la correlata rete alimentare per molti animali terrestri e acquatici.

[5] Come i lupi cambiano i fiumi https://www.youtube.com/watch?v=bnN8f3Hcp9k

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venerdì 29 settembre 2023

Educazione dell’India tra ecocentrismo, decrescita e nonviolenza.

 

Intervista a Gloria Germani, di Lorenzo Poli

Oltre ad essere punto di riferimento per la spiritualità orientale, l’India è conosciuta per le sue medicine tradizionali e il suo sistema d’educazione, chiamato gurukulam. La colonizzazione inglese fece “tabula rasa” delle antiche pedagogie indiane e impose il modello educativo occidentale. Dal XVIII secolo e nei successivi 200 anni di dominazione britannica dell’India, avvenne la soppressione dello studio e della pratica dei suoi sistemi educativi, ritenuti antiquati, superati e ridicoli. Solo nel XX secolo grazie all’avvento del movimento rivoluzionario nonviolento per l’indipendenza guidato dal Mahatma Gandhi, l’educazione indiana venne nuovamente portata alla ribalta e il suo sapere riconosciuto fondamentale all’interno del Paese. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa, attivista nonviolenta nei movimenti deep ecology, grande studiosa di Gandhi e tra gli eredi intellettuali del pensiero di Tiziano Terzani. Praticante della scuola induista dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), per sette anni è stata attivista nelle scuole steineriane e dal 2017 al 2021 è stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica su cui ha scritto il libro “A scuola di felicità e decrescita: Alice project”[1] edito da Terra Nuova con prefazione di Sua Santità XIV Dalai Lama.

 

Come nascono e si diffondono i sistemi di educazione dell’India?

Innanzitutto grazie per  questa intervista su un tema che ritengo veramente fondamentale perché oggi  si dà  per scontata una sola ed unica educazione, mentre non è affatto così.  Credo infatti che  per guardare al nostro futuro sulla Terra sia assolutamente necessaria una pedagogia ecologica, come abbiamo forse avuto in passato e in altre civiltà. Sebbene gli inglesi l’avevano definita hinduism, come è noto la cultura dell’India definisce se stessa come Sanathana Dharma, la “legge, la via eterna”. In questo ambito, anche interrogarsi riguardo alla sua origine, significa – come diceva Raimond Pannikar- rimanere prigionieri di una visione lineare del tempo  che oggi anche la fisica quantistica sconfessa, come anche i famosi libri di Carlo Rovelli.

La “Legge eterna” si fonda su ciò che i Rishi, gli antichi saggi, i veggenti, avevano visto ed udito riflettendo  sull’essenza della realtà. Queste verità si ritrovano condensate e trasmesse nei  quattro  Veda e  nelle Upanishad, testi trasmessi oralmente  che costituiscono  continue interpretazioni e reinterpretazioni. Il nome stesso Upanishad  significa  “sedersi vicino o ai piedi” del maestro, il cosiddetto guru: “Colui che dissolve le tenebre”. Gli ossessionati dalla storia collocano le più antiche delle oltre 108  Upanishad intorno al IX secolo a.C ( i.e. prima di Cristo, ma perché  questi riferimenti cosi autoreferenziali?)  ma probabilmente la loro storia è molto più antica se si pensa  che nella civiltà di Mohenjo- Daro ( metà del IV millennio a.C.) c’era già raffigurato  un  uomo in posizione yogica che medita. I giovani andavo a vivere nella casa del guru per un periodo di tempo considerevolmente lungo ( dai 10 ai 25 anni di età circa) . Imparavano da lui le verità delle Upanishad,  recitate  a memoria, il sanscrito, la grammatica, oltre a praticare tutta una serie di mansioni pratiche tipiche della vita in comunità.

Il fine non era quello di dare informazioni o nozioni, ma piuttosto far si che il discepolo (shisha) sperimentasse accanto al maestro un processo di trasformazione interiore. Conoscere il proprio vero Sé, attraverso i  testi e  attraverso la meditazione era infatti la condizione necessaria per capire anche  l’essenza  non-duale del  Mondo. Essa è chiamata Brahman, Tat, Ishvara, il sacro potere che tiene in vita l’universo che è ritenuto identico al Sé (atman) che sta all’interno di ogni uomo o donna o bambino. “Tu sei Brahman”, “Tu sei quello”, dicono le grandi verità dell’India.  Il sistema educativo indiano (gurukulam) implicava un rapporto gratuito di devozione e di affetto nei confronti del maestro e di fatto  la relazione tra maestro-discepolo era considerata sacra e  fondamentale  per la trasmissione  della cultura indiana.   Si pensi che ancor oggi esistono lignaggi millenari, cioè catene ininterrotte di maestro- discepolo che tengono vive specifiche  tradizioni spirituali. Gli Shankaracharya, a partire dal massimo filosofo indù, arrivano alla 94ma /97ma  successione ininterrotta, chiamata  jagadguru, cioè “maestro del mondo”  e tengono viva la tradizione del Non dualismo ( advaita) .

 

Cosa avviene con la colonizzazione inglese? Quale è stato l’impatto sulla popolazione e sulla cultura indiana? 

La colonizzazione inglese impose  alla grande cultura dell’India il  sistema moderno educativo che si basa sulla trasmissione  razionale  delle varie  nozioni relative alle varie materie –  ragioneria, matematica, geografia, storia, chimica, inglese – con il fine di formare dei bravi  funzionari e burocrati  prima  della Compagnia  delle Indie e poi  dal  1858 del Governo britannico.

Dovrebbe essere conosciuto meglio  il celebre discorso che l’Onorevole Macauly  che tenne nel 1835 riuscendo ad imporre  i finanziamenti per  l’educazione  occidentale in India.  Diceva: “Non conosco né il sanscrito né l’arabo, Ma non n è possibile negare che   un solo scaffale di una buona biblioteca europea valga  l’intera letteratura indigena dell’India e dell’Arabia. La superiorità intrinseca della letteratura occidentale è del resto pienamente ammessa”.

Quanto arroganza razzista e coloniale! Oggi al contrario, assistiamo al grande  diffondersi delle  dottrine orientali  proprio in occidente dove buddhismo,  induismo, yoga  hanno sempre più entusiastici seguaci. Durante il colonialismo, la potenza militare ed economica degli occidentali  impressionò  moltissimo  gli animi candidi  e formati  alla nonviolenza degli  indiani e creò una folta  classe subalterna. L’educazione occidentale fini per sgretolare le profonde conoscenze della “Legge Eterna”.  Magnifici esempi di questo processo di disgregazione sono forniti dal massimo scrittore indiano attuale Amitav Gosh, nei sui romanzi storici in cui sottolinea i retaggi del colonialismo in India.

 

In cosa divergevano le epistemologie della pedagogia indiana da quelli occidentali? 

Questo è davvero il punto focale della questione. Dopo anni di studi e ricerche, sono pervenuta alla conclusione che le due epistemologie o teorie della conoscenza sono completamente diverse, e questo incide profondamente anche nella nostra realtà quotidiana.  La tradizione occidentale – fin dalla cultura giudaica e dalla Bibbia – si è sempre basata sul dualismo io- mondo, Dio-creazione. E’ una cultura molto antropocentrica con una innata fiducia nella capacità umana della parola e nel linguaggio logico-razionale. Da Aristotele -che fonda il principio di non contraddizione – fino a Hegel, tutto quello che è reale è razionale e questi principi pervadono anche la religione cristiana  che ha combattuto  guerre feroci  per stabile i suoi dogmi,  cioè le verità canoniche espresse in  parole. Tutto diverso in Oriente, dove non ci sono mai stati scismi oppure roghi dell’Inquisizione per stabilire  le verità. In generale in Oriente la parola ha un valore limitato. L’apparato logico linguistico non è preso per fondamentale, serve tra gli uomini come strumento, simbolo, allusione (vedi gli studi di H.Zimmer ) In generale tutto “l’ambito  dei  nomi e delle forme” ( nama-rupa e) è considerato come  realtà molto parziale, per non dire illusione. Si perviene alla realtà ultima, andando oltre la mente, oltre l’io psicologico, oltre le parole. Acquietare la mente è il fine di tutte le tradizioni sia indù, che buddhiste o zen. Pensiamo al principio dello Yoga che dice “Lo Yoga è il volontario acquietamento delle agitazioni mentali”. Andare oltre la mente è l’obiettivo dell’Oriente, senza il quale non si capiscono  davvero civiltà fondate e finalizzate alla meditazione e allo yoga.  Il fine ultimo è l’illuminazione ( uno stato di perfetta libertà e gioia) a cui perviene il samnyasin, il sadhu, che la cultura indiana pone al vertice della società, sopra ai re e agli governanti – come ha sottolineato il sociologo L. Dumont. Anche i grandi  autori della  fisica quantistica quando scoprirono la realtà come impermanenza e interconnessione, trovarono  che le parole non riuscivano più ad esprimere  tale visione sistemica e complessa.  Al contrario l’epopea della modernità è dominata dalla razionalità logico-linguistica che ha creato il collasso climatico e  l’attuale ubriacatura per il digitale non è che la sua massima e pericolosissima espressione.

 

Con il movimento rivoluzionario nonviolento, Gandhi ridà importanza ai suoi ancestrali sistemi di educazione. Cosa avvenne?

Certamente Gandhi è il più grande sostenitore delle verità della tradizione indiana. Il suo movimento “La forza della verità” allude proprio a questo recupero del Sanathana Dharma, che è d’altra parte molto inclusivo e riconosce le medesime realizzazioni da parte di tante e diverse tradizioni culturali ma non dalla civiltà moderna, che Gandhi  riteneva una falsa  forma di civiltà che ha fatto del materialismo l’unico Dio. In antitesi con l’educazione astratta tipica del sistema scolastico inglese, il Mahatma auspicava l’armonia tra lavoro  e conoscenza e promosse il Nai Talim, l’educazione alle attività manuali come la filatura e la tessitura o la falegnameria che formano un carattere sano e rendevano possibile l’autosufficienza delle piccole comunità.  Egli era contro la scuola moderna, e credeva che i bambini imparassero di più dai genitori e dalla società.

 

“La maestosa bellezza di un albero, la scuola la riduce ad un palo” – è una citazione a memoria del filosofo Silvano Agosti. L’educazione dell’India è fondata sull’ecocentrismo, parte dal presupposto della Terra, della lentezza, del senso ecologico e del vivere la vita come un’esperienza poetica, diremmo noi. In cosa stride questa impostazione, per esempio, con la nostra scuola in cui fatica ad entrare l’educazione ambientale? La Terra e il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita?

Certamente si. Il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita. Al contrario  la scuola  occidentale moderna è fondata sul paradigma della scienza cartesiano-newtoniana che è basato sul dualismo  io- mondo e sulla frammentazione della realtà in discipline  sempre più frammentarie e separate. La scienza inoltre è tale  perché  è “oggettiva” ovvero non ha al suo interno considerazioni etiche o di significato. E’ proprio  questo tratto  costitutivo che  la rende di per se antiecologica.

 

Come viene vista l’educazione occidentale oggi in India?

Purtroppo ho visto con i miei occhi in India il  grande proliferare di scuole con il titolo Science and Technology e ovunque è presente la rincorsa alle nuove professioni industriali. Dobbiamo capire la visione d’insieme (Big Picture, come la chiama Norberg Hodge). L’apparente trionfo della Modernità Occidentale  che si traduce nella Globalizzazione è indisgiungibile dal binomio Scienza e Tecnologia che Gandhi criticava radicalmente ( vedi il suo Vi spiego i limiti della civiltà moderna)e con lui anche Schumacher o Terzani.

 

Dal 2017 al 2021 sei stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School[2] per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica. Su cosa si basa e da cosa sei rimasta affascinata?

Il Progetto Alice è una pedagogia rivoluzionaria ideata da Valentino Giacomin ( maestro elementare  e giornalista di Treviso) che in sintesi ha messo al centro i risultati della fisica quantistica, cioè che non esiste una realtà oggettiva indipendente dalla mente. Questo era anche l’approdo del non-dualismo, una visione che sta alla base dell’induismo, del buddhismo, del taoismo, del giainismo e della maggior parte delle molte  tradizioni indigene, che sono sempre profondamente ecologiche, intesa come “deep ecology” citando l’ecofilosofo Arn Naess.  Giacomin ha spostato l’esperienza pedagogica in India dove attualmente ha tre scuole che ogni anno accolgono almeno 2.000 studenti dall’asilo al liceo. Combinano lo studio della materie curriculari, al Programma speciale si focalizza su meditazione, attenzione della mente, riproposta di  racconti tradizionali che sottolineano la  maya, o il potere negativo della mente che crea una realtà illusoria. L’armonia e la felicità sono all’interno, nella chiara mente.

 

Per sette anni sei stata attivista nelle scuole steineriane e, da esperta in pedagogia Waldorf[3] messa a punto da Rudolf Steiner, quali sono le differenze e le similitudini tra educazione indiana, educazione steineriana e l’educazione non-dualistica di Alice Project School?

Rudolf Steiner  parte dalle teorie teosofiche inaugurate  alla fine dell’Ottocento da Madame Blavatsky che   riconoscevano  una forma  unificata di spiritualità che comprendeva tutte le religioni. La Società Teosofica aveva sede a Madras e ovviamente traeva molti insegnamenti dall’India.   Steiner si stacca dalla Teosofia e fonda l’Antroposofia, che riprende gli stessi temi ma li centra di più sulla superiorità del Cristo, sulla libertà, sull’evoluzione storica, con tratti  molto più antropocentrici. La pedagogia steineriana è bellissima, nessun nozionismo  ma ricerca dello sviluppo dei talenti innati nel bambino. Parte dalla concezione dei 3 settenni della crescita che vanno seguiti e stimolati  a scuola:nel 1° settennio (1-7 anni): il concetto centrale è IL BUONO ( la mamma è buona, tutto il mondo è buono). A ragione secondo me, i bambini non vanno all’asilo fino al compimento di almeno tre anni.  2° settennio (7-14 anni):  il concetto  centrale è IL BELLO. La scuola  deve accompagnare il bambino nella scoperta del bello nel mondo, nella natura, nella musica, nei gesti eroici,  nella varie materie ( ma la storia non è insegnata fino  alla Sesta classe. 3° settennio (14-21 anni): Il concetto centrale è IL VERO.  Inizia qui l’avventura della conoscenza con entusiasmo e coinvolgimento. Inoltre nelle scuole Waldorf sempre contemplata l’attività pratica : dal giardinaggio e orticoltura, alla falegnameria,  ai ferri ed uncinetto. Inoltre importantissima è per tutti praticare uno strumento musicale e  le attività  teatrali che sono l’apice dell’attività scolastica.  Quindi i concetti di base sono molto  mutuati dall’educazione indiana, dove  ciascun bambino è considerato un manifestazione del principio divino ( un avatar in potenza)  e quindi amato e curato con estrema attenzione. Anche la parte pratica e manuale  è molto presente in India e fu ripresa da Gandhi. Il Progetto Alice  forse è più carente  rispetto alla parte poetica della pedagogia steineriana, ma  a mio avviso è  molto più  rigorosa rispetto alle vere  radici della conoscenza e più in sintonia con i presupposti del pensiero orientale. Giacomin ha infatti  ottenuto moltissimi ed importanti  riconoscimenti sia in ambito induista che buddhista, oltre che alla benedizione stessa del Dalai Lama.

 

[1]  Il libro è il risultato di numerose visite che l’autrice ha compiuto a Sarnath nel corso degli anni, colpita dalla serenità degli studenti e dall’educazione all’ecologia e alla pace. Nel libro le parole e l’esempio di Giacomin si intrecciano con le voci dei molti pensatori (Terzani, Illich, Latouche) che in questi anni stanno smascherando i limiti e le contraddizioni dei modelli di conoscenza e di sviluppo dell’Occidente industrializzato. Nel volume, capitolo dopo capitolo, si delinea la forza di un progetto che pone l’educazione alla consapevolezza, la nonviolenza, la ricerca di una felicità slegata dai beni materiali e dal consumo, al centro, per cercare di costruire tutti insieme un mondo migliore.

[2] Alice Project è una scuola interculturale e interreligiosa che pone al centro del proprio programma la conoscenza di se stessi e l’amore nei confronti del mondo e di ogni creatura vivente. È stata fondata nel 1994 a Sarnath, in India, da Valentino Giacomin che, dopo aver lavorato come maestro in Italia ha deciso, insieme con Luigina De Biasi, di continuare la propria ricerca educativa e spirituale nel subcontinente indiano. Da allora, molte scuole sono nate dalle iniziative di studenti e “seguaci”, in Italia, Germania, Francia e Taiwan, e il progetto ha ricevuto in più occasioni l’apprezzamento del Dalai Lama, che gli ha conferito il suo patrocinio dal 2006.

[3] La pedagogia Waldorf basa il suo approccio educativo sull’antroposofia (chiamata anche dai suoi seguaci “scienza dello spirito”), una disciplina esoterica sviluppata da Rudolf Steiner, per indagare e riconciliare quelli che ritiene i nessi sussistenti fra mondo fisico e mondo spirituale, concependoli come «un’unica manifestazione divina in continua evoluzione». La prima scuola steineriana fu fondata a Stoccarda il 7 settembre 1919 a seguito della richiesta di Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria, di creare un’istituzione scolastica per i figli degli operai della fabbrica. Il movimento pedagogico deve il proprio nome alla fabbrica di sigarette. Rudolf Steiner assunse l’incarico relativo alla formazione del collegio degli insegnanti nonché di consulta dello stesso e fu sino alla morte, nel 1925, spiritus rector della scuola.

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martedì 10 gennaio 2023

Ecologia induista, Amitav Ghosh: “Il colonialismo iniziò a violentare la Terra” - Lorenzo Poli

 

L’induismo non ha un sistema unificato di credenze ed idee, è un fenomeno socio-culturale e presenta un ampio spettro di convinzioni e pratiche che da un lato possono essere considerate affini al panteismo, e dall’altro sono approfondite speculazioni metafisiche. Intrinsecamente e naturalmente, l’induismo ha un’anima ecologica e, come nel caso del buddhismo e del giainismo (riforme dell’induismo), ha senso parlare di ecologia induista. Per l’induismo tutti gli esseri viventi sono sacri perché sono parte di Brahman (Dio supremo), e dovrebbero essere trattati con rispetto e compassione. Questo perché l’anima può essere reincarnata in qualsiasi forma di vita. L’Induismo è pieno di storie che trattano di animali come divinità, come la scimmia Hanuman era un servitore fedele del Rama. Gli indù associano animali a divinità diverse e li considerano sacri, tra cui la scimmia (Hanuman), l’elefante (Ganesh), la tigre (Durga) e persino il topo (l’animale che cavalca Ganesh). Per molti indù, che costituiscono quasi l’80% della popolazione indiana di 1,3 miliardi di persone, la mucca è un animale sacro e, nella mitologia indù, viene raffigurata come l’accompagnamento di diversi dei, come Shiva, che cavalca il toro Nandi, o Krishna, il dio pastore che raggruppava le vacche. Negli antichi testi la mucca appare come ‘Kamdhenu’ o mucca divina, che soddisfa tutti i desideri. Le sue corna simboleggiano gli dei, le sue quattro zampe, le antiche scritture indù o i Veda, e le sue mammelle i quattro obiettivi della vita, tra cui la ricchezza materiale, il desiderio, la giustizia e la salvezza. Gli indù vedono nella mucca un simbolo sacro della vita che va protetto e riverito. La mucca secondo gli indù produce 5 elementi essenziali: latte, formaggio, burro (o ghee), urina e sterco. I primi tre sono alimenti e usati nel culto degli dei indù, mentre le deiezioni possono essere utilizzate nelle cerimonie religiose o bruciate per ottenere carburante1. Nonostante l’importanza delle vacche e il ruolo simbolico che rivestono, purtroppo sono spesso vittima di violenza e fin dal 1870 movimenti ambientalisti indù e sikh hanno organizzato i primi movimenti di protezione delle mucche.

La maggior parte degli indù è vegetariana per questa credenza nella santità della vita. Si crede anche che gli alberi, i fiumi e le montagne abbiano l’anima, e bisognerebbe prendersene cura e onorarli. Nella visione indù vi è anche la concezione che “vivere semplicemente” sia una virtù: i maestri (bramini) sono consigliati di vivere grazie alla carità degli altri e di non accumulare troppa ricchezza. La persona estremamente rispettata nella società indù è il sadhu, o saggio, che vive fuori dalla società normale, in foreste o caverne o viaggia a piedi da una città a un’altra. Il sadhu è orgoglioso di vivere semplicemente e consumare il meno possibile. Ecco quindi che l’ecologia induista dà, epistemologicamente, una sferzata al consumismo e alla società industriale di massa. Secondo l’ecologia induista la felicità è necessariamente anticonsumista in quanto non proviene da beni esteriori: questo vuole dire che, per dominare la vita, la ricerca dei beni materiali, con il conseguente consumo di beni e di energia, non dovrebbe essere consentita. Tutti gli sforzi per sfruttare le cose di questo mondo sono considerati, dai maestri indù, una distrazione da questo scopo centrale della vita. Lo scopo principale della vita è scoprire la natura spirituale, la pace e la realizzazione interiore che ciò porta.

Uno dei più importanti esponenti dell’ecologia induista è sicuramente l’eco-giornalista Amitav Ghosh, definito “il più grande scrittore indiano di lingua inglese” che lavora come antropologo. Nei suoi libri ha scritto spesso della devastazione della Terra. Nei suoi romanzi, pubblicati in Italia da Neri Pozza, tra cui la “Trilogia dell’oppio”, ha raccontato l’origine del sacco dell’Occidente nei confronti delle ex colonie fra Asia e Africa; mentre il suo nuovo libro, La maledizione della noce moscata, parla del colonialismo come furia devastatrice alla base delle conseguenze irreversibili che vediamo oggi sul pianeta rispetto agli equilibri ecosistemici. È stato proprio Ghosh a sottolinea come la sindemia da Covid-19 «Ci ha mostrato che gli impatti sul cambiamento climatico, i loro effetti sulla società, saranno assai diversi da ciò che ci è stato detto. La narrazione consolidata, in Occidente, è che la crisi sarà terribile per i più poveri, “non-bianchi”. Invece sarà sì molto negativo per la povera gente, ma colpirà anche i Paesi ricchi, in modi diversi, con effetti altrettanto devastanti. E penso che se c’è una lezione che dobbiamo imparare da questa esperienza è che le mega crisi richiedono una risposta collettiva. Che non si è manifestata ovunque. L’Italia resta una nazione con una cultura comune, una lingua comune: quando è stato chiesto di fare sacrifici, la gente ha risposto. Non così negli Stati Uniti, che hanno avuto pessimi risultati. E tuttora vivono fra disagio sociale, sfiducia e polarizzazione politica. Idem il Regno Unito. In America la società ha una fede enorme nella tecnologia come fonte di salvezza. Pensavano che il vaccino li avrebbe salvati. Ma dopo che il vaccino è diventato disponibile, la diffidenza sociale ha preso il sopravvento, e ancora oggi la sfiducia è il vettore principale» – ha dichiarato il saggista indiano in una recente intervista al Corriere2. Il nesso causale tra crisi climatica ed ecologica e la sindemia da Covid-19 è la conseguenza centrale del comportamento degli esseri umani, esattamente come i conquistadores diffusero malattie mai apparse prima e sterminarono le civiltà native americane: «Credo sia chiaro come il global warming segua questi modelli. Una delle caratteristiche più marcate del colonialismo è ciò che si potrebbe chiamare “violenza per omissione”. Permettere alle malattie di fare strage. O agli interventi sull’ambiente di provocare disastri contro i popoli nativi».

Amitav Ghosh crede che la violenza distruttiva contro la Terra, derivanti dalla mentalità estrattiva e separatista, sia non solo derivante dal capitalismo e dalla sua globalizzazione, ma bensì dal colonialismo, nato in epoche pre-capitalistiche, con l’idea che l’imperialismo venga prima del capitalismo come causa della devastazione del pianeta. Come ha dichiarato Ghosh al Corriere, il momento scatenante è stato quando l’Europa ha conquistato le Americhe: «Un evento che ha comportato una violenza su una scala mai vista prima, con la soppressione di 80-90 milioni di persone. Quella violenza ha creato una nuova società. Con l’eliminazione di decine di milioni di persone, ma anche con l’idea di sostituirli con africani schiavi. Un intervento demografico su quella scala non era mai avvenuto, mai. (…) Negli ultimi anni, l’intero discorso sul cambiamento climatico è stato focalizzato sul capitalismo come il principale motore del disastro che stiamo attraversando. Certo, c’è molta verità in questo. Ma allo stesso tempo il nostro capitalismo non è nato da sé, è venuto fuori dal colonialismo che lo ha reso possibile. Le disuguaglianze, specie quelle geopolitiche, sono simili a ciò che esisteva nel XVII secolo. Il dominio globale dell’Europa d’allora corrisponde a quello odierno dell’Occidente».

Secondo Ghosh il suprematismo bianco occidentale non è solo un retaggio nazista e fascista e di qualche nostalgico, ma bensì un fenomeno che attraversa tutti gli occidentali contemporanei, anche i più progrediti. Il suprematismo bianco è stato la base giustificatrice del genocidio dei nativi americani e degli schiavi in quanto non considerati “completamente umani”, esattamente come è alla base dell’utilitarismo (l’uomo bianco poteva fare di loro ciò che voleva), dell’antropocentrismo (che è una costruzione occidentale) e della violenza nei confronti della Natura. L’uomo bianco si è sempre sentito superiore e padrone sostituendo l’etica ancestrale fondata sul senso del limite con l’etica centrata sull’azione ipertrofica dell’individuo. Come ha sostenuto Ghosh: «Se oggi queste idee vivono è grazie all’esperienza coloniale delle Americhe. Poche centinaia di bianchi violentissimi dell’Estremadura3 scoprirono di poter sterminare centinaia di migliaia di nativi. Così è entrata in testa l’idea di esser simili a Dio, padroni del mondo. Che tutto esista per servirli».

L’idea stessa delle fonti d’energia fossile ha origini coloniali e nascono da un problema di potere e di controllo. Come spiega Ghosh: «L’energia diventa il perno della geopolitica globale alla fine del XVIII secolo, quando i combustibili fossili che gli inglesi cominciano a usare diventano centrali nelle loro strategie imperiali. E i combustibili fossili sono divenuti importanti perché – a differenza dell’energia dei mulini – potevano essere portati ovunque, quindi controllati».

Dove poggia sul piano culturale e filosofico? Secondo il saggista indiano «L’Illuminismo è di sicuro legato a questa esperienza. L’idea che gli esseri umani siano al di sopra di tutto. Penso, quindi sono4. È da qui che discende quell’incredibile violenza. E infatti diversi pensatori chiave del tempo erano connessi strettamente al colonialismo. Cartesio ha trascorso gran parte della sua vita in Olanda quando questa era il perno del dominio globale. Il filosofo inglese Locke investiva nelle piantagioni e comprava schiavi. Anche Hegel ripeteva che gli africani erano inferiori, senza storia. Mentre parlava di libertà dello spirito». La violenza coloniale nei confronti della Natura si è concretizzata nell’idea scientifica e riduzionista di classificare, di dare nome alle cose: gli scienziati settecenteschi usavano la classificazione come modo per separare, dividere e infine dominare. «Il sistema con cui Linneo battezzò animali, piante e minerali deriva interamente dal colonialismo. L’idea era avere un sistema che potesse oggettivare le risorse che il mondo offriva. E il sistema linneano ha trionfato non perché fosse il migliore ma perché l’impero spagnolo l’adottò».

Amitav Ghosh punta il dito contro il net-zero washing, che tanto piace all’Occidente per lavarsi la coscienza di politiche tossiche, anti-ecologiche e estrattiviste; e contro il soluzionismo tecnocratico alla crisi climatica. Nei Paesi ricchi si pensa che la crisi climatica sia una preoccupazione tecnica con effetti economici, mentre in quelli poveri è un problema di disuguaglianza e giustizia: «Se chiede a chiunque in Occidente qual è la posta in gioco con il clima tutti risponderanno che si tratta di ridurre l’impronta di carbonio. Di soluzioni tecniche. Nel Sud globale, se dite a qualcuno cosa pensa di fare al riguardo? La risposta sarà sempre: “Perché dovrei far qualcosa? La nostra impronta pro-capite è ancora piccola rispetto a quella dell’Occidente! Tocca a loro agire. Sono diventati ricchi quando eravamo poveri, a nostre spese. La percezione è di profonda ingiustizia». Per arrivare alla decarbonizzazione necessaria al pianeta c’è solo un modo: «che l’Occidente riduca le emissioni cambiando stile di vita. Fino a quando ciò non accadrà qui, non accadrà da nessun’altra parte. È la cruda realtà». Questo in parte è già realtà in Cina, per esempio, con l’enorme calo della domanda dei consumatori, esattamente come in India perché la gente ancora ricorda come si può vivere in modo frugale. Come ci ricorda Ghosh: «Toccherà agli occidentali imparare a farlo».

 

1 https://www.focus.it/ambiente/animali/8-cose-che-forse-non-sai-sulle-vacche-sacre-in-india#:~:text=Negli%20antichi%20testi%20la%20mucca,la%20giustizia%20e%20la%20salvezza.

2 https://www.corriere.it/pianeta2030/22_novembre_30/amitav-ghosh-tutto-cominciato-il-colonialismo-quando-iniziammo-far-violenza-terra-12422acc-6efc-11ed-9e97-468f31203204.shtml

3 Regione spagnola di frontiera della cristianità durante la Reconquista, all’estremità segnata dal fiume Duero (“Extrema Duris”) da cui partirono le grandi spedizioni coloniali spagnole e portoghesi.

4 Cogito ergo sum alla base del riduzionismo cartesiano

da qui