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sabato 4 ottobre 2025

Jane Goodall avrebbe meritato il premio Nobel. L’ho incontrata e mi parlò in “scimpanzese” - Ferdinando Boero


Con una piccola variazione, il proverbio inglese: you are what you eat (tu sei quello che mangi), diventa: You are who you meet (tu sei quelli/e che incontri). In italiano l’assonanza non rende e quindi mi rassegno ad usare l’inglese. Tra le persone che ho incontrato, alcune fugacemente, altre con qualche profondità, non posso non pensare a Jane Goodall, una zoologa molto speciale, che ha studiato gli animali più simili a noi.

Con gli scimpanzé condividiamo gran parte del patrimonio genetico (il 98%) e discendiamo da un antenato comune relativamente recente: se discendessimo da loro, sarebbero i padri (e le madri) e noi i figli, mentre la discendenza comune ci dice che siamo fratelli: deriviamo dagli stessi “”genitori”. Capire gli scimpanzé, quindi, ci aiuta a capire noi stessi, riportandoci alle origini: Goodall più di ogni altro ci ha fatto conoscere gli scimpanzè.

Jane ci ha lasciato a 91 anni, ma non possiamo essere tristi per lei. Ha fatto la vita che ha desiderato fin da bambina, e l’ha vissuta in attività fino alla fine, sopraggiunta durante un ciclo di conferenze. Jane aveva la biofilia, la naturale propensione verso gli esseri viventi che hanno tutti i giovani umani. A scuola cercano, di solito riuscendoci, di estirparla, anche se ne restano tracce nell’amore che molti umani nutrono per gattini e cagnolini. Jane non si fermò a gattini e cagnolini: andò a Gombe, in Tanzania, e si innamorò degli scimpanzé.

Non era laureata, ma nel 1965 conseguì il dottorato in Etologia a Cambridge, dove fu ammessa in base alla sua esperienza sul campo, pur non avendo titoli formali accademici. Scrisse molti articoli su riviste di divulgazione e libri, ma in seguito pubblicò anche articoli scientifici su riviste prestigiose che le permisero di essere universalmente riconosciuta come l’esperta mondiale degli scimpanzé. Fondò il Jane Goodall Institute nel 1977, per proteggere gli scimpanzé e promuovere una convivenza sostenibile tra esseri umani e ambiente. Nel 1991 diede vita al programma Roots & Shoots, per coinvolgere giovani di tutto il mondo nel prendersi cura della Terra, non come spettatori, ma come protagonisti attivi.

Il suo contributo alla conoscenza dei nostri fratelli scimpanzé, mirò poi alla creazione di una consapevolezza della loro importanza biologica e storica, visto che condividiamo con loro, e con i bonobo, gli scimpanzé nani, gran parte della nostra storia evolutiva. Jane non si accontentò di conoscere, decise anche di agire, e puntò sui giovani per creare una “pace” tra la nostra specie e il resto della natura. Una volta cresciuti, a fronte del condizionamento dell’educazione corrente, gli umani diventano insensibili alla natura, la considerano al loro servizio e non si curano di tutelarla. La biofilia va coltivata.

Vista la rilevanza dei suoi contributi, secondo me avrebbe meritato il premio Nobel per la Medicina e Biologia, e anche quello per la Pace.

Il Jane Goodall Institute ha una branca anche in Italia, presieduta da Daniela De Donno, collaboratrice di Jane fin dagli anni Novanta, ed è stato grazie a Daniela che ho incontrato Jane. La prima cosa che mi stupì fu che poteva passare dal nostro linguaggio a quello degli scimpanzé, lo “scimpanzese”, per spiegarne il significato. Noi “scienziati” professionisti non approviamo legami emotivi con l’oggetto dei nostri studi. Per Jane, invece, gli scimpanzé sono persone come noi.

Non fece esperimenti, Jane: osservò. Nel 1960, scoprì che gli scimpanzé usano ramoscelli per estrarre termiti da un termitaio, utilizzando uno “strumento” per procurarsi cibo: l’uso di strumenti non è una nostra prerogativa. Questa scoperta fu pubblicata su Nature e fece scalpore, aprendo un dibattito duraturo nella comunità scientifica. Nel nostro immaginario, gli scimpanzé mangiano banane, come Cita, lo scimpanzé compagno di Tarzan. Tanto che Umberto Veronesi dichiarò di essere vegetariano perché “l’animale a noi più vicino, lo scimpanzé, è vegetariano”: era un luminare dell’Oncologia, ma non della biologia degli scimpanzè. Goodall, infatti, osservò che gli scimpanzé cacciano altre scimmie e altri piccoli animali: non sono esclusivamente vegetariani. Sono onnivori proprio come noi. E come noi, purtroppo, hanno un comportamento bellico.

Durante le sue osservazioni a Gombe, Goodall documentò conflitti prolungati tra comunità di scimpanzé, incluse incursioni, uccisioni e divisioni, mostrando che la guerra sociale non è esclusiva dell’uomo. In alcuni casi documentati, alcuni scimpanzé attaccarono orfani o infanti di altri gruppi, e in casi estremi osservò episodi cannibalistici. Proprio come noi, gli scimpanzé hanno personalità individuali e Goodall li trattò come individui: diede loro nomi, osservò differenze individuali nel carattere, temperamento e preferenze, con individui timidi e altri dominanti. Le sue osservazioni mostrarono che gli scimpanzé hanno strutture sociali complesse.

Jane Goodall ha perfezionato la scoperta di Darwin sulla nostra origine animale (e quindi non divina) e i suoi risultati ci insegnano una dote per noi rara: l’umiltà. Non siamo fatti a immagine e somiglianza di una divinità, siamo molto simili ai nostri fratelli scimpanzè, abbiamo sviluppato tecnologie più efficienti, soprattutto nella letalità, ma restiamo pur sempre animali. Come diceva Bracardi: l’uomo è una bestia! e nessuno più di Jane ci ha anche insegnato che non solo siamo bestie ma che ci sono altre bestie molto umane.

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lunedì 9 giugno 2025

Il problema non è fare meno figli ma mandare via i pochi che facciamo - Ferdinando Boero

 

Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori sottopagati

 

Ho già scritto sulla demografia del nostro paese, ma si continua a parlarne e quindi riprendo l’argomento. Il ragionamento dominante è: la bomba demografica esiste, ma da noi c’è l’inverno demografico. Dobbiamo fare come gli altri, oppure ci estingueremo.

La popolazione italiana è cresciuta costantemente dal 1951 fino al 2014, raggiungendo un picco di circa 60,3 milioni. A partire dal 2015 si è osservata una diminuzione della popolazione residente, dovuta a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) non completamente compensato dall’immigrazione. L’Italia rimane uno dei paesi più popolosi dell’Unione Europea, ma molti esprimono preoccupazione per l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità.

Quale è il numero ottimale di abitanti nel nostro paese? In ecologia esiste il concetto di capacità portante: il numero massimo di individui che un ecosistema è in grado di sostenere. Raggiunta la capacità portante, la popolazione smette di crescere. Le tecnologie ci permettono di innalzare l’asticella della capacità portante, ma non di rimuoverla. Nessuna specie può crescere all’infinito. Per ridurre il costante aumento numerico e raggiungere l’equilibrio tra il numero di individui e le risorse disponibili bisogna smettere di crescere e, per questo, ci sono vari modi: il primo è di fare meno figli, oppure questi possono morire prematuramente con carestie, malattie, e guerre.

 

Le tecnologie ci permettono di prolungare la vita alleviando carestie e malattie. Se si adotta il sistema di fare meno figli, e si vive più a lungo, ci sarà un periodo in cui gli anziani sono più dei giovani. Quando il surplus di anziani morirà, si riequilibreranno i rapporti tra classi d’età.

C’è un’altra variabile che viene tenuta separata dall’inverno demografico così drammaticamente denunciato: molti dei pochi giovani vanno via perché il paese non ha molto da offrire, soprattutto a chi ha istruzione elevata. Il problema si risolverebbe se facessimo più figli? O aumenterebbero quelli che se ne vanno? La cosa più preoccupante non è che facciamo meno figli ma che espelliamo i pochi che facciamo. La soluzione non è incentivare le nascite, ma valorizzare chi è nato, e l’investimento nella sua formazione. Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori precari e sottopagati, spesso con mansioni non corrispondenti al livello di formazione conseguito. Se gli altri paesi li prendono, significa che il valore esiste, e noi ce lo facciamo scappare: un’emorragia demografica e sapienziale.

Ho già scritto queste cose diverse volte, ma le ripeto perché continuo a sentire preoccupazione per la denatalità e la emigrazione giovanile, ma non sento proposte per affrontare questi due fenomeni assieme, quasi fossero scollegati. La denatalità è socialmente spiegabile con il costante miglioramento della formazione delle donne. Più sono istruite e si realizzano nel lavoro, e meno figli fanno. Vogliono che i loro figli si laureino e si realizzino professionalmente e socialmente. Se questo non avviene… se ne vanno, e fanno ancor meno figli.

L’aumento dell’efficienza delle tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, rende sempre meno necessaria la forza lavoro. Al posto nostro lavorano le macchine. Ma come la mettiamo in quanto a reddito? Chi non lavora non riceve stipendio e, ovviamente, non fa figli, se ha un minimo di senso di responsabilità. La povertà non è un buon anticoncezionale, se il livello di formazione della popolazione, soprattutto femminile, è basso. Ma da noi le cose stanno diversamente.

 

Che vogliamo fare? E poi sembra che il fatto che si viva più a lungo sia una cattiva notizia. Da una parte ci dicono che la sovrappopolazione è un problema ma poi, se rallentiamo la crescita e tendiamo verso un riequilibrio, ci dicono che non va bene.

La capacità portante non è solo questione di cibo, ma anche di vile denaro. Le tecnologie tolgono opportunità lavorative: non abbiamo bisogno di tutta questa manodopera. Nei campi in cui ne abbiamo bisogno (prima di tutto l’agricoltura) gli stipendi sono bassissimi e si usano gli extracomunitari come schiavi. Meglio se clandestini, così sono ricattabili. Forse si dovrebbero unire i puntini e mettere assieme le variabili, in modo da pianificare interventi che bilancino eventuali squilibri. Per me la prima priorità è il lavoro ai giovani, con un giusto riconoscimento per i livelli di istruzione conseguiti. Invece continuo a leggere interventi che ci dicono di fare più figli, imitando i paesi sottosviluppati.

Ripeto la domanda: ma davvero pensiamo che se facessimo più figli diminuirebbe il numero di giovani che fuggono all’estero? Non viene il dubbio che aumenterebbe? Per trovare soluzioni a un problema bisogna definirne bene i termini, e le interazioni che li collegano. Invece li stiamo trattando uno alla volta, come se fossero indipendenti gli uni dagli altri. Oppure la logica è un’altra: si confida nella guerra come mezzo di riequilibrio, e si incentivano le nascite per incrementare il numero di soldati che, tanto, non diventeranno vecchi. Così sarà risolta la questione delle pensioni. Chi non andrà soldato troverà impiego nell’industria delle armi. E nella produzione di zainetti per sopravvivere 72 ore. Per il cibo basteranno le razioni K.

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martedì 20 maggio 2025

La mia auto elettrica va… a benzina: mi sento un po’ preso in giro - Ferdinando Boero

Marchionne, quando era a capo della Fiat, disse: se un’auto elettrica prende energia da una centrale a carbone… va a carbone. Certo, diminuisce l’inquinamento in città, ma delocalizzare l’inquinamento è solo una finta. Il passaggio alle rinnovabili dovrebbe risolvere il problema.

Prima avevo un’auto a gasolio, ma oramai era vecchia e l’ho cambiata. Non volevo comprare un’auto da ricaricare alla colonnina, non c’è ancora garanzia di autonomia e di ricarica rapida. Ero soddisfattissimo dell’auto che avevo, così ho deciso di rinnovare la scelta e ho preso il nuovo modello. È elettrica, mi dice fiero il concessionario: le ruote girano solo grazie a un motore elettrico, sempre. E per la ricarica? No, non c’è bisogno di colonnine, c’è un motore a benzina che ricarica il motore elettrico. Quando finisce la benzina, si fa rifornimento. Semplice no?

Prima di comprarla mi sono informato, ma non ho trovato di meglio per rispondere alle mie esigenze. Se c’è non l’ho trovato e non ditemelo, che ci resto male.

Ora, tornando a Marchionne, la mia auto elettrica va… a benzina. La settimana scorsa ho fatto 1.200 km e, se avessi dovuto ricaricare da colonnine, ci avrei messo molto di più di 11 ore. Il bello è che con il diesel facevo mille km con un pieno, e ora ne faccio 750, se sto attentissimo. E ogni 15.000 km devo fare un tagliando che costa 350 euro. L’ho fatto oggi.

L’auto precedente aveva il cambio manuale, questa invece è automatica. Nessun problema, la prima auto che ho avuto, una Ford Ltd Sw del 1970, quattromila cc, comprata in California nel 1983, per mille dollari, aveva il cambio automatico: Drive, Rear, Park. Faceva 4 km con un litro di benzina ma allora, in Usa, la benzina costava quasi niente: con il prezzo di un litro in Italia, in California te ne davano un gallone. Prima della Ford Ltd Sw avevo avuto solo motociclette, e ho continuato con quelle fino al 1989. Guidarle non era solo andare da A a B, il bello era quello che c’era in mezzo. Le auto sono, per me, un mezzo di trasporto, le moto sono un fine. Solo che, dopo aver corso il rischio di fare una brutta fine, ho deciso di smettere e dalle due sono passato alle quattro ruote.

Le marce della moto sono un divertimento, in auto sono una rottura, visto che quando si guida di solito si marcia piano, nel traffico: prima, seconda, frizione, freno, prima, seconda. Col cambio automatico non me ne accorgo neppure, sembra di essere sugli autoscontri. Ci sono i sensori di parcheggio, telecamere dappertutto, e allarmi che suonano. Un pedone ha cercato di buttarsi sotto la macchina, e lei si è fermata prima che la fermassi io. Però per andare avanti la leva va spostata indietro, e per andare indietro va spostata avanti. L’ha progettata un utente di Windows, che se vuoi finire devi scegliere Start: comincia.

Il confort è ottimo, non mi sono neanche accorto di quei 1.200 km, niente rumore, niente vibrazioni, musica ben riprodotta, tutto bene. Certo, quando li facevo in moto erano uno spasso. Una volta li ho fatti in otto ore, ma non c’erano i tutor: tre fermate per fare il pieno e far pulire il casco dagli insetti, c’erano ancora i benzinai, e mettevo solo un piede per terra (chi va in moto capisce). Arrivato a Genova andavo a prendere quella che poi sarebbe diventata mia moglie e andavamo a fare una sgroppata sull’Aurelia: Genova-Recco e ritorno. Per fare un po’ di curve dopo tanta autostrada. Passato all’auto, il divertimento è finito. Con l’elettrica le cose sono cambiate, non sembra di guidare, ma viaggiare costa di più: consuma di più e la benzina è più cara del gasolio, per non parlare di quei 350 euro ogni 15.000 km. In compenso non pago il bollo, mi ha detto l’Aci: è elettrica… Penso anche di poter entrare nelle Ztl, in alcune città.

Ma, non ditelo all’Aci, la mia macchina non è elettrica, è a benzina. Il motore a combustione che ricarica il motore elettrico produce emissioni. Un pochino mi sento preso in giro. Un finto ambientalista, uno che mangia pesci di allevamento per non depauperare la fauna ittica selvatica, anche se i pesci di allevamento sono nutriti con farine di pesce che proviene da popolazioni naturali. E un chilo di pesce di allevamento significa dieci chili di pesci selvatici. Più gli antibiotici. Questo è un espediente retorico: non mangio pesci da acquacoltura e se devo mangiar pesce non prendo quello sotto taglia e mi oriento sul pesce azzurro. In California mangiavo salmoni, devo dire che sono mondiali! Ma erano pescati. Il colore della carne era dovuto alla dieta, non a coloranti artificiali aggiunti al mangime. E non trasudavano grasso.

Morale: la strada verso la sostenibilità è ancora lunga e tortuosa, come dicevano i Beatles. Ah, ho cambiato gli infissi. Uso l’auto il meno possibile (faccio una media di diecimila passi al giorno) e cerco di produrre quanti meno rifiuti possibile. E li riciclo diligentemente. Raccolgo la spazzatura da terra e la metto nei cestini. Ma non ho molta scelta, per il momento, se voglio avere uno stile di vita veramente sostenibile. Le soluzioni non possono essere che nell’offerta, e non possono essere un lusso. L’unica arma è di votare per partiti seriamente impegnati a perseguire serie politiche di sostenibilità.

Ce ne sono? Mah, speriamo che non siano come la mia nuova auto elettrica. Che va a benzina. Controlliamoli bene, prima di dar loro fiducia.

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lunedì 28 aprile 2025

Volevo rispondere a Fubini sul gas russo ma ho rinunciato: lo stile mellifluo non mi appartiene – Ferdinando Boero

 Tutte le mattine ascolto Prima Pagina, di Rai Radio Tre. Questa settimana c’è Federico Fubini, del Corriere della Sera. Specialista di economia. Parla con voce pacata, melliflua, e molti ascoltatori che telefonano si complimentano per come conduce la trasmissione. Il 17 aprile ha parlato del gas russo. Un tempo molto conveniente per noi, ci informa: i prezzi erano molto vantaggiosi. Ma, se dovessimo ricominciare a comprare da loro, i prezzi sarebbero senz’altro più alti, visti i prezzi degli altri fornitori. Fubini suggerisce, quindi, che se oggi compriamo gas da altri, a prezzi più alti, i russi alzerebbero anche loro i prezzi. Così, dico io, continueremmo a comprare dagli altri, visto che non ci sarebbe differenza.

Mi gratto la testa e, mentre sta distillando altre pillole di saggezza interpretativa di quel che legge dai giornali, scrivo un messaggio alla redazione. Gli ascoltatori possono scrivere messaggi oppure telefonare. Ecco il mio messaggio: “Se ci sono più fornitori di una merce ci avete sempre detto che i prezzi sono più bassi per la concorrenza, ora ci dite il contrario: prima compravamo solo dalla Russia, ma ora con più fornitori il prezzo del gas russo salirà ! Ma perché raccontate queste storie? Nando“. Gli ascoltatori devono firmare i messaggi con il nome, niente cognome, e specificare da dove li mandano. Niente messaggi anonimi. C’è differenza se un messaggio lo ha scritto Nando oppure Asdrubale. E se lo manda da Suzzi ha significato ben differente se, per caso, lo dovesse mandare da Pizzonero.

 

La redazione trova interessante il mio messaggio e risponde: Se vuole la richiamiamo per il filo diretto. Ho chiamato, in passato, ma è capitato che il giornalista mi interrompesse senza lasciarmi finire, distorcendo quel che gli stavo dicendo, senza lasciarmi possibilità di replica. Mentre penso se accettare o no, Fubini legge con entusiasmo un articolo di Fabrizio Cicchitto, un bruco che da craxiano ha metamorfosato in farfalla: berlusconiano. Il curriculum di Cicchitto è garanzia di qualità dei suoi giudizi e Fubini dice: è uno che la politica la conosce bene.

Rispondo all’offerta di intervento con un No grazie. Tempo di scrivere e Fubini ci delizia con altre perle di saggezza, tipo i conti che ha fatto su quanto ci metteremo ad estinguerci visto che muore più gente di quanta ne nasce. Riconosce, però, che troppi giovani se ne vanno, ma per lui 2 più 2 fa 22. Il tasso di fertilità attuale è basso (2) e i pochi giovani che facciamo se ne vanno (2). Non gli viene il dubbio che, con offerte di condizioni lavorative migliori i giovani si fermerebbero nel nostro paese e che i tassi di fertilità potrebbero aumentare (4)? Tiene separate le due variabili (22) e non gli viene il dubbio che l’alta mortalità attuale è dovuta al fatto che noi, i figli dei baby boom, siamo tantissimi e che siamo arrivati alla fine del nostro ciclo di vita?

Se i rappresentanti di una coorte (si chiama così il gruppo di individui di una data generazione) molto numerosa arrivano alla fine del ciclo di vita, ci sarà un boom delle morti, come c’è stato il boom delle nascite che ha portato a quella coorte. Morti noi, le condizioni si ristabilizzeranno se i giovani resteranno in Italia perché il paese ha qualcosa da offrire. E il tasso di fertilità aumenterà. Si risolleverà anche l’Inps, visto che i morti non prendono la pensione. A meno che il nonno, rimasto vedovo, sposi la badante ucraina di 22 anni e le lasci la pensione di reversibilità, una volta passato a miglior vita, con il sorriso sulle labbra. Non tutti i vecchietti si possono permettere le Olgettine ma, nel loro piccolo, possono cercarne almeno una.

 

Fubini mi ricorda molto Severgnini e Mieli. Gentilissimi, non perdono mai la calma, pacati. E distillano perle di saggezza dall’alto del più autorevole quotidiano italiano: è lo stile che piace tanto ai benpensanti, altrimenti detti moderati. Non dico che sia necessario affrontarli con lo stile di Sgarbi che, poveretto, è entrato in depressione forse perché si è reso conto di agire come un guitto, una macchietta, e non un fine intellettuale. Però anche persone pacate perdono la pazienza quando capiscono che le si sta prendendo in giro, tipo Prodi. Scherzo, Prodi è uno di quelli che ci prendono in giro.

Penso a Massimo Cacciari che scrive libri molto arzigogolati, infarciti di dotte citazioni in lingua originale, ma che, di fronte a gente così si inalbera e li manda a quel paese, usando un linguaggio da angiporto. Anche Franco Battiato, che di solito parlava di dervisci e di centri di gravità permanente, arrivato in certi ambienti usò terminologie poco rispondenti a quello che ci si sarebbe aspettato da lui. Così facendo si passa dalla parte del torto, e si viene espulsi per fallo di reazione.

Nessun problema a interagire con gente così, ad armi pari. Ma sul Corriere si scrive solo se si pratica quello stile, a quanto pare. Subdole banalità spacciate come perle di saggezza, addolcite dal miele. E da un sorrisino di compatimento, alla Mieli.

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