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martedì 28 aprile 2026

Utenti profilati e algoritmi: così Meta ha interferito nelle elezioni del 2022 - Thomas Mackinson

 

[…] Quanto sono americane le “ombre russe” sul voto in Italia, quelle che agitavano timori per la “tenuta democratica” in Europa. Nell’agosto 2022, a poche settimane dalle elezioni, mentre l’attenzione era tutta su Mosca, sugli smartphone di milioni di italiani si stava apparecchiando una silenziosa profilazione di massa. Non da parte di hacker del Cremlino, ma del colosso americano Meta. È il punto più clamoroso della nuova inchiesta di Report sul Garante della Privacy che andrà in onda stasera. La trasmissione ricostruisce come, alla vigilia del voto, la multinazionale di Mark Zuckerberg stesse raccogliendo e trattando dati degli utenti italiani legati alle interazioni con contenuti elettorali. E come, una volta venuta a galla, membri del Garante si adoperarono per sventare una mega-multa che avrebbe anche portato alla luce un sistema surrettizio di influenza sul voto. Peraltro a senso unico, grazie alla successiva rimozione selettiva e asimmetrica di un algoritmo che limitava la visibilità dei contenuti politici, che avrebbe favorito la destra.

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Nel 2022, in vista delle elezioni politiche Meta lancia su Facebook la funzione EDI (Election Day Information) e su Instagram dei colorati sticker a tema. L’iniziativa si presenta come un comodo servizio civico per reindirizzare gli elettori al sito del ministero dell’Interno, che ne era a conoscenza. L’inchiesta di Report svela che dietro l’apparenza informativa si attiva un trattamento più ampio: età, genere, posizione geografica, dispositivo e interazioni vengono raccolti, conservati e aggregati. La stessa Meta ammette la possibilità di condividere dati aggregati con terze parti, inclusi “partner governativi o comitati elettorali”. Oltre 6 milioni e mezzo di utenti vengono coinvolti. La partecipazione al voto si trasforma in un’opinione politica monetizzabile, in quello che una fonte evoca come un secondo “caso Cambridge Analytica”. […]

Di fronte a questa attività, il dipartimento tecnico del Garante guidato da Riccardo Acciai chiede un blocco urgente. È qui che si consuma uno scontro ai vertici documentato dai verbali ufficiali: i membri del collegio Guido Scorza e Agostino Ghiglia frenano, chiedendo di attendere le autorità europee. I due peraltro sono indagati per corruzione anche per la vicenda degli occhiali Meta Smart glasses. La resistenza culmina in una mail svelata da Report, in cui Scorza il 24 settembre 2022 blocca i tecnici sostenendo che non ci fosse il necessario fumus. Nelle stesse ore, Mattei ordina ad Acciai di soprassedere.

A metà 2023 si ripropone il problema con le elezioni regionali e i tecnici riescono a far emanare un provvedimento d’urgenza che impedisce a Meta di condividere i dati con terzi. E propongono una multa da 75 milioni. L’anomalia più clamorosa avviene qui. Dai documenti raccolti da Report emerge l’irritazione di Agostino Ghiglia, che il 29 febbraio 2024 definisce la sanzione “ridicola”, aggiungendo che andava “smontata”. Alla fine, la multa viene drasticamente abbassata a 25 milioni, un importo pari ad appena lo 0,02% del fatturato mondiale annuo della società. Eppure, nonostante lo sconto, del 70% sia Scorza che Ghiglia votano contro il provvedimento. Report svela che la Procura ha acquisito i documenti relativi alla vicenda.

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Poi l’inchiesta si spinge oltre, toccando il tema dell’influenza algoritmica. Nel 2021 Meta aveva introdotto un filtro per limitare la visibilità dei contenuti politici, dichiarando di averlo rimosso per tutti nel 2025. Un’analisi condotta da un gruppo interno di tecnici del Pd smentisce però questa versione: il filtro sembrerebbe essere stato disattivato in gran segreto già nel novembre 2024, in coincidenza con la vittoria di Donald Trump negli Usa. I grafici mostrati a Report evidenziano che la rimozione ha favorito esclusivamente le posizioni della destra antieuropeista, mentre i contenuti del centrosinistra sono rimasti, per usare le parole del dem Sandro Ruotolo, “sottoterra”. Meta nega formalmente ogni accusa, sostenendo di non raccogliere dati politici e di non aver operato rimozioni asimmetriche. Ma Ruotolo sintetizza: “Sono i signori delle piattaforme che decidono il carattere politico che deve avere un Paese”.

da qui

lunedì 30 marzo 2026

Meta: “Noi spacciatori abbiamo reso i minori dipendenti dai social” - Roberto Festa

 “Mark ha deciso che la priorità assoluta per l’azienda nel 2017 sono gli adolescenti”. Mark è Mark Zuckerberg, la frase la si ritrova in una mail interna a Facebook che fissava gli obiettivi per il nuovo anno. In un documento interno del febbraio 2018, sempre relativo a Facebook, si riconosceva che tra gli effetti risultanti da un uso eccessivo del social, c’erano: “Mancanza di sonno; promozione di immagini del corpo poco salutari; cyberbullismo; ansia e depressione; un generale malessere”. Il 10 settembre 2020, due dipendenti di Instagram si scambiavano dei messaggi. “Oddio, ragazzi, Instagram è una droga!”, scriveva uno. “Ahahah… siamo praticamente degli spacciatori”, rispondeva l’altro.

Da mesi testimonianze come queste vengono presentate nei tribunali Usa contro Meta, Youtube, TikTok, Snap. Un primo processo si è concluso a Los Angeles, dove una giuria ha deciso che Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, e Google, proprietaria di YouTube, hanno intenzionalmente creato social che creano dipendenza e che hanno danneggiato la salute mentale di una ventenne. Alla ragazza, nota come K.G.M, sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari in risarcimento danni. La battaglia legale è stata modellata su quelle degli anni Ottanta e Novanta contro Big Tobacco, accusata di aver nascosto informazioni sui danni causati dalle sigarette. Nel 1998 le aziende patteggiarono per 206 miliardi di dollari. All’intesa fecero seguito norme più severe sulla commercializzazione del tabacco e un calo nel consumo di sigarette. Allo stesso modo, la sentenza di Los Angeles potrebbe avere una sorta di effetto domino su centinaia di casi simili.

Le piattaforme Meta non sono le uniche a subire il vaglio dei tribunali. È l’intero mondo social in discussione. Risulta per esempio che a Youtube siano stati informati che la funzione di riproduzione automatica “potrebbe potenzialmente disturbare i ritmi del sonno”. L’azienda madre, Google, non sembra poi essersi fatta troppi problemi quanto a tutela dei più piccoli. Un documento del novembre 2020 illustra un piano aziendale per “integrare i bambini nell’ecosistema Google”, ciò che porterebbe “alla fiducia e alla fedeltà al marchio per tutta la vita”. In una serie di mail del marzo 2017, all’amministratore delegato di Snap, Evan Spiegel veniva sottoposto un dato: “nonostante le regole che vietino l’uso di Snapchat ai minori di 13 anni, il nostro focus group ha chiaramente dimostrato che gli studenti delle scuole medie sono utenti accaniti, quasi esclusivi, di Snapchat”. In una chat tra dipendenti di TikTok del febbraio 2020, ci si rallegrava che le troupe TV non si fossero presentate a un evento pieno di ragazzini, dove un genitore aveva chiesto: “A quanti anni avete iniziato a usare i social?” e quelli gli avevano risposto “tra gli 8 e i 12 anni”, ammettendo di aver facilmente infranto la regola dell’età minima consentita: 13 anni.

Il verdetto di Los Angeles arriva a poche ore dalla sentenza di un tribunale del New Mexico, che ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali. Facebook e Instagram sarebbero diventati mercati per il traffico di minori, senza che i vertici dell’azienda abbiano preso le necessarie contromisure. Tina Frundt, fondatrice del “Courtney’s House”, associazione che si occupa di violenze, ha raccontato in questi mesi la storia di Maya, 12 anni. Contattata da un adulto su Instagram, la bambina gli ha mandato foto nuda e, dopo averlo incontrato, è stata avviata alla prostituzione. Il suo profilo Instagram è stato utilizzato per farle pubblicità e per organizzare gli incontri. La ragazza, che non sapeva come dire no a un uomo che era stato così gentile con lei, è stata accolta da “Courtney’s House” dopo essere stata abbandonata semi-incosciente in mezzo a una strada. Era stata violentata da diversi uomini tutta la notte. Maya alla fine non ce l’ha fatta. È stata trovata morta dalla madre una mattina, a letto, dopo un’altra notte di sesso e droga. Tina Frundt ha detto di aver chiesto a Instagram di rimuovere il materiale usato per “vendere” la ragazza. Dopo la sua morte, le foto non erano ancora state rimosse.

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