“Mark ha deciso che la priorità assoluta per l’azienda nel 2017 sono gli adolescenti”. Mark è Mark Zuckerberg, la frase la si ritrova in una mail interna a Facebook che fissava gli obiettivi per il nuovo anno. In un documento interno del febbraio 2018, sempre relativo a Facebook, si riconosceva che tra gli effetti risultanti da un uso eccessivo del social, c’erano: “Mancanza di sonno; promozione di immagini del corpo poco salutari; cyberbullismo; ansia e depressione; un generale malessere”. Il 10 settembre 2020, due dipendenti di Instagram si scambiavano dei messaggi. “Oddio, ragazzi, Instagram è una droga!”, scriveva uno. “Ahahah… siamo praticamente degli spacciatori”, rispondeva l’altro.
Da
mesi testimonianze come queste vengono presentate nei tribunali
Usa contro Meta, Youtube, TikTok, Snap. Un primo processo si è concluso a Los
Angeles, dove una giuria ha deciso che Meta, proprietaria di Instagram e
Facebook, e Google, proprietaria di YouTube, hanno intenzionalmente creato
social che creano dipendenza e che hanno danneggiato la salute mentale di una
ventenne. Alla ragazza, nota come K.G.M, sono stati riconosciuti 6 milioni di
dollari in risarcimento danni. La battaglia legale è stata modellata su quelle
degli anni Ottanta e Novanta contro Big Tobacco, accusata di aver nascosto
informazioni sui danni causati dalle sigarette. Nel 1998 le aziende
patteggiarono per 206 miliardi di dollari. All’intesa fecero seguito norme più
severe sulla commercializzazione del tabacco e un calo nel consumo di
sigarette. Allo stesso modo, la sentenza di Los Angeles potrebbe avere una
sorta di effetto domino su centinaia di casi simili.
Le piattaforme
Meta non sono le uniche a subire il vaglio dei tribunali. È l’intero mondo
social in discussione. Risulta per esempio che a Youtube siano stati informati
che la funzione di riproduzione automatica “potrebbe potenzialmente disturbare
i ritmi del sonno”. L’azienda madre, Google, non sembra poi essersi fatta
troppi problemi quanto a tutela dei più piccoli. Un documento del novembre 2020
illustra un piano aziendale per “integrare i bambini nell’ecosistema Google”,
ciò che porterebbe “alla fiducia e alla fedeltà al marchio per tutta la vita”.
In una serie di mail del marzo 2017, all’amministratore delegato di Snap, Evan
Spiegel veniva sottoposto un dato: “nonostante le regole che vietino l’uso di
Snapchat ai minori di 13 anni, il nostro focus group ha
chiaramente dimostrato che gli studenti delle scuole medie sono utenti
accaniti, quasi esclusivi, di Snapchat”. In una chat tra dipendenti di TikTok
del febbraio 2020, ci si rallegrava che le troupe TV non si fossero presentate
a un evento pieno di ragazzini, dove un genitore aveva chiesto: “A quanti anni
avete iniziato a usare i social?” e quelli gli avevano risposto “tra gli 8 e i
12 anni”, ammettendo di aver facilmente infranto la regola dell’età minima
consentita: 13 anni.
Il verdetto di Los
Angeles arriva a poche ore dalla sentenza di un tribunale del New Mexico, che
ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali.
Facebook e Instagram sarebbero diventati mercati per il traffico di minori,
senza che i vertici dell’azienda abbiano preso le necessarie contromisure. Tina
Frundt, fondatrice del “Courtney’s House”, associazione che si occupa di
violenze, ha raccontato in questi mesi la storia di Maya, 12 anni. Contattata
da un adulto su Instagram, la bambina gli ha mandato foto nuda e, dopo averlo
incontrato, è stata avviata alla prostituzione. Il suo profilo Instagram è
stato utilizzato per farle pubblicità e per organizzare gli incontri. La
ragazza, che non sapeva come dire no a un uomo che era stato così gentile con
lei, è stata accolta da “Courtney’s House” dopo essere stata abbandonata
semi-incosciente in mezzo a una strada. Era stata violentata da diversi uomini
tutta la notte. Maya alla fine non ce l’ha fatta. È stata trovata morta dalla
madre una mattina, a letto, dopo un’altra notte di sesso e droga. Tina Frundt
ha detto di aver chiesto a Instagram di rimuovere il materiale usato per
“vendere” la ragazza. Dopo la sua morte, le foto non erano ancora state
rimosse.
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