Un dipendente di un supermercato Tesco in una tranquilla cittadina costiera
dell’Irlanda del Nord ha innescato un dibattito europeo sulla responsabilità
individuale di fronte al genocidio. Nell’agosto 2025, mentre le immagini di
Gaza devastata – con oltre 60.000 palestinesi uccisi dall’offensiva israeliana
– lo perseguitavano fino alla cassa, ha iniziato ad avvertire i clienti sulla
provenienza israeliana di frutta e verdura, poi ha rifiutato di scannerizzare
quei prodotti. “Non posso averlo sulla coscienza”, ha dichiarato prima di
essere sospeso da Tesco a Newcastle, County Down, cittadina nota più per il
turismo estivo che per l’attivismo politico. La sua reintegrazione a gennaio
2026, dopo proteste di massa e pressioni sindacali da Unison e Unite, ha creato
un precedente cruciale: “Se abbastanza persone lo fanno, non potranno vendere
prodotti israeliani”, ha affermato, incoraggiando altri lavoratori a seguire il
suo esempio.
Il caso richiama lo storico boicottaggio irlandese del 1984 contro
l’apartheid sudafricano, quando dipendenti di Dunnes Stores rifiutarono per tre
anni di maneggiare merci dal Sudafrica, contribuendo al primo divieto
commerciale dell’Europa occidentale. Oggi il movimento BDS (Boycott,
Divestment, Sanctions), lanciato nel 2005 da società civile palestinese per
isolare economicamente Israele fino al rispetto del diritto internazionale, sta
trasformando proteste individuali in politiche statali. Sindacati in Irlanda,
Regno Unito e Norvegia hanno approvato mozioni per non obbligare lavoratori a
gestire merci israeliane; cooperative come Co-op UK e Coop Alleanza 3.0 in
Italia hanno rimosso prodotti in solidarietà con Gaza. Slovenia ha vietato
nell’agosto 2025 import da insediamenti illegali in Cisgiordania (30.000 euro
annui, principalmente avocado), Spagna ha seguito con decreto a inizio 2026;
Paesi Bassi e Irlanda discutono misure simili, quest’ultima con l’Occupied
Territories Bill bloccato dal 2018 nonostante consenso parlamentare, vittima di
“pressioni USA per conto israeliano” secondo il deputato Paul Murphy.
Ma l’avanzata BDS incontra resistenze orchestrate: B’nai B’rith
International ha avvertito nel 2025 il parlamento irlandese di conflitti con
leggi anti-boicottaggio USA; documenti leakati rivelano programmi israeliani da
130.000 euro per monitorare attivisti via studi legali, inclusa
l’ex-europarlamentare Sinn Féin Martina Anderson. In Germania, risoluzione 2019
equipara BDS ad antisemitismo, ritirando fondi pubblici; ELNET finanzia viaggi
a Israele per politici Labour britannici (3.000 sterline dichiarate da Bridget
Phillipson), mentre Luke Akehurst – ora MP Labour, ex-direttore We Believe in
Israel – ha promosso leggi per bloccare boicottaggi da enti locali UK. Nonostante
queste contro-offensive, la strategia dal basso sta funzionando: coscienza
etica individuale, pressione sindacale e mobilitazione popolare stanno erodendo
il consenso europeo verso l’occupazione israeliana, trasformando gesti di cassa
in sanzioni legislative.
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