Visualizzazione post con etichetta economia politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia politica. Mostra tutti i post

mercoledì 21 ottobre 2026

In 5 anni chiuse 500 botteghe, in 38 Comuni non c’è neanche un negozio di alimentari: tutti i dati - Francesco Zizi

Quasi cinquecento le piccole botteghe chiuse negli ultimi cinque anni nei comuni già colpiti dallo spopolamento. Trentotto, sono invece i paesi della Sardegna in cui non esiste più un negozio specializzato in alimentari. In otto piccoli non c’è nemmeno più un minimarket. I rapporti della Camera di Commercio di Sassari, letti in successione, restituiscono la foto di un’isola che - dopo scuole, chiese, ambulatori e pronto soccorso -, perde anche un altro pilastro economico e sociale fondamentale. Un ritirata silenziosa che in alcuni borghi ha già lasciato un vuoto difficilmente colmabile.

Il dato più preoccupante è l’ultimo, quello che riguarda il rapporto “Sardegna imprese” del 2026, che riporta i dati del 2025. Lo scorso anno in 38 comuni dell’isola, non risulta alcuna impresa attiva di commercio al dettaglio, specializzato in alimentari e bevande. Niente macellaio, niente pescheria, niente panettiere e niente frutta e verdura. In ben otto comuni invece, il deserto è totale: Cheremule, Baradili, Bidonì, Boroneddu, Curcuris, Tadasuni, Villa Sant’Antonio e Tinnura non hanno neppure un minimarket. In alcuni di questi non c’è un solo negozio, di nessun genere. Per comprare il pane bisogna prendere l’auto e andare altrove, spesso macinando chilometri e chi l’auto non ce l’ha resta a casa.

Sono invece 53 i comuni con al massimo due imprese alimentari, quasi uno su sette. In ventidue piccoli borghi invece, si regge tutto su un’unica attività: Aidomaggiore, Allai, Asuni, Neoneli, Osidda, Sagama, Turri. Basta una pensione, una malattia, un bilancio che non torna, e anche lì la saracinesca rimane giù. Intanto la rete si sbilancia verso le grandi città: delle 9.236 imprese alimentari dell’isola, il 43,5% si concentra nei dieci comuni più grandi. In 134 comuni, più di uno su tre, sono cinque o meno. E il saldo, in tutti questi piccoli paesi, riporta sempre un numero negativo.

In 88 piccoli comuni dell’isola, tra il 2020 e il 2025, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 3.925 a 3.426, quasi cinquecento in meno: il -12,7%. In 69 degli 88 comuni, il saldo è negativo e solo in nove positivo.

Nel Nord Sardegna, solo Alghero perde 98 attività, ma è nei piccoli borghi che il peso di una chiusura si avverte molto di più. Monti passa da 37 a 23, Pattada da 30 a 22, Luras da 26 a 19, Siligo da 13 a 9. Dove le botteghe si contano sulle dita di una mano, perderne anche solo due significa dimezzare l’offerta.

Dietro il bancone il quadro non migliora. A fine 2020 le industrie alimentari e delle bevande attive in Sardegna erano 2.126, a fine 2025 sono 2.032, 94 in meno. Ma a pagare il prezzo più caro è sempre la filiera del cibo, che è anche quella che rifornisce i territori più periferici. Piccoli panifici o caseifici, salumifici in cinque anni scendono da 1.987 a 1.875, mentre sono in leggera crescita cantine e birrifici. Fino al 2024, ultimo anno confrontabile, gli addetti erano però cresciuti da 12.258 a 12.833. Sintomo di un fenomeno che riguarda tutti quasi tutti i settori dell’economia: si rafforzano e si espandono le grandi imprese, muoiono le piccole realtà.

La mappa della desertificazione commerciale ha un baricentro negativo che pende verso le province di Cagliari e Oristano. Trenta dei 53 comuni più a rischio di chiusura totale dei piccoli presidi alimentari sono borghi dell’Oristanese interno, tra Barigadu e Marmilla: paesi di poche centinaia di abitanti, dove l’età media sale e i giovani partono per l’assenza di servizi essenziali. Dodici sono nel Nuorese, undici tra Sassarese e Gallura. Nessun territorio, insomma, può dire di essere al riparo. Lo stesso Sud perde anche i piccoli laboratori, parte fondamentale della filiera, che molto spesso è unica. Tra Cagliari e Oristano le industrie alimentari passano da 1.008 a 925, ottantatré in meno. Nel Nord Sardegna scendono da 549 a 526. Controcorrente il Nuorese, unico territorio in crescita, da 569 a 581: lì la trasformazione dei prodotti della terra e del pascolo resta ben ancorata alle radici.

La tendenza nazionale

Quello che sta succedendo nell’isola è il tassello locale di una desertificazione commerciale che attraversa tutta Italia. A livello nazionale sono 1.064 i comuni che non hanno più un negozio di alimentari in sede fissa. Oltre un milione e mezzo di persone vive senza un minimarket o un piccolo esercizio alimentare nel proprio comune, 265mila senza nemmeno un bar. Dal 2019 sono sparite 111mila imprese del commercio al dettaglio e 24mila bar, e circa 72mila erano attività di prossimità di base: forni, fruttivendoli, macellerie, pescherie, tabaccherie, edicole. Sul fronte della produzione, invece, il confronto nazionale restituisce un'immagine meno cupa.

Tra il 2020 e il 2024, ultimo periodo misurato con la stessa classificazione, le industrie alimentari e delle bevande sarde sono scese da 2.126 a 2.050, il 3,6% in meno. In Italia il calo è stato del 5,1%. Solo Campania e Piemonte hanno fatto meglio dell'isola, mentre Toscana, Lazio e Marche hanno perso tra il 7 e il 9%. Gli addetti crescono del 4,7%, in linea con la media nazionale. Il vero problema però, è che le imprese sarde restano piccolissime, molto spesso a conduzione familiare. In media, in un’azienda dell’isola lavorano 6,3 addetti contro i 10,7 del resto del Paese. Più piccole vuol dire anche più fragili.

da qui

martedì 20 ottobre 2026

Una nuova vita per le colline e le montagne: il tesoro che i giovani vogliono riscoprire - Barbara Nappini

 

In collina e in montagna permangono le basi biologiche necessarie alla vita: biodiversità, suolo, acqua pulita, aria, piante e animali. In collina e in montagna hanno origine i prodotti italiani più iconici, frutto di sapere millenario custodito dagli artigiani. Basti dire che il 92% dei prodotti Dop proviene da aree montane o interne. In collina e in montagna, per secoli, la produzione di materie prime e la loro trasformazione hanno generato quell’agrobiodiversità e quella varietà gastronomica che oggi riassumiamo fin troppo facilmente nell’espressione “made in Italy”. In collina e in montagna sono presenti il 46% delle imprese agroalimentari, si concentra oltre il 50% della superficie agricola utilizzata del Paese, si evidenzia la maggiore vocazione al biologico e la più rilevante presenza di imprese a conduzione femminile per il 25% e giovanile per il 9,2%.

La trave nel piatto è che le “terre alte” vengono definite “marginali”. Ma queste terre marginali sono tutto fuorché marginali. Sono circa il 70% del territorio nazionale, ospitano quasi 4.000 comuni, custodiscono la maggior parte della biodiversità italiana, regolano il ciclo idrologico, catturano carbonio, prevengono dissesti, conservano paesaggi culturali patrimonio dell’umanità. Le aree interne sono in sofferenza perché da decenni depauperate di opportunità: servizi essenziali, accesso al lavoro, infrastrutture, isolamento geografico, tutto spinge dolorosamente i giovani a trasferirsi. Secondo ISTAT, negli ultimi 20 anni molti piccoli comuni hanno perso fino al 20% della popolazione. Eppure, le grandi città di pianura hanno bisogno delle terre alte: è necessario dismettere la relazione di servizio che la campagna depauperata ha avuto con la città, per trasformarla in un dialogo paritetico tra aree di pari dignità in cui il benessere dell’una e dell’altra sono correlati. Un rapporto che deve essere basato sulla reciprocità e la cooperazione, che riconosce soggettività alle terre alte e che restituisce alla collina e alla montagna la coscienza del luogo e alle comunità dei paesi “il fare”.

I giovani questo lo hanno capito prima e meglio della politica: molti sono quelli che individuano in quelle aree delle prospettive “altre” di lavoro, di relazione e anche di vita. Alcuni sono nati lì e vogliono restare, altri provengono dalla città ma vogliono trasferirvisi, entrambi leggono quei territori come spazi dove sperimentare forme di lavoro agricolo o forestale cooperativo, partecipare alla vita delle comunità, custodire gli ecosistemi abbracciando saperi antichi e innovazione, immaginare e costruire forme di governo dal basso dei luoghi. Lì, nelle aree collinari e montane, servono le scuole migliori, i trasporti più efficienti, i servizi di assistenza e sanitari più innovativi per sostenere un ripensamento del futuro dell’Italia tutta. E nel Terra Madre Salone del Gusto appena conclusosi a Torino, i giovani c’erano ed erano tanti. Hanno affollato in maniera più evidente proprio lo spazio “Terre Alte”: non soltanto partecipavano alle conferenze tra il pubblico, molti erano dietro i microfoni! Erano loro i protagonisti: hanno portato idee, istanze, proposte, esperienze, energica volontà e ferma determinazione per far vivere quei luoghi e per vivere loro stessi, lì, un’esistenza dignitosa, culturalmente sensata e politicamente giusta. Dentro questa trama di connessioni tra comunità e territori, tra idee e azioni, non c’è spazio per l’inganno dei confini: nei sistemi locali del cibo buoni, puliti e giusti che ne possono scaturire, nutrirsi non è gesto compiuto a danno di qualcuno, ma è atto capace a sua volta di nutrire. Queste ragazze e questi ragazzi non chiedono che qualcuno faccia al posto loro: loro sono già dentro un cambiamento che niente e nessuno può fermare.

da qui

giovedì 15 ottobre 2026

Molise, in vendita il reparto di radioterapia: il privato fa affari d’oro e la sanità pubblica sparisce. Ai pazienti resta un’assistenza tra le peggiori d’Italia - Ferruccio Sansa


Il Responsible Research Hospital di Campobasso, alle prese con 72 milioni di debiti, vuole cedere un ramo d'azienda a un altro soggetto privato, separandone la gestione da quella dell’oncologia. A rischio la continuità delle cure. Intanto neurochirurgia e cardiochirurgia sono già in mano ai privati. E 31mila molisani rinunciano a curarsi


Il reparto di oncologia affidato a un privato. Quello di radioterapia a un altro. Insomma, la diagnosi e la cura divise. È l’ultimo capitolo della parabola della sanità in Molise: le classifiche dell’assistenza agli ultimi posti in Italia, reparti essenziali ormai completamente in mano ai privati, la politica che si intreccia con la sanità in un modo inestricabile. “Il Molise esiste davvero?”, chiedeva a mo’ di battuta anni fa un comico. Certo che esiste, è una regione stupenda, con una storia antica che risale ai sanniti e ai romani. Ma l’Italia spesso si dimentica di questa terra, di quello che vi succede. La vicenda del Responsible Research Hospital racchiude in sé tutto questo. Come racconta il consigliere regionale Massimo Romano (Costruire Democrazia): “Eravamo negli anni Novanta quando a Campobasso – in città già esiste lo storico e fatiscente Cardarelli – venne costruita una nuova struttura ospedaliera. Un progetto realizzato con soldi pubblici”. E non pochi, parliamo di circa cento miliardi di lire dell’epoca, l’equivalente di altrettanti milioni di euro di oggi. Doveva essere l’inizio di una rinascita. È stato esattamente il contrario. La struttura è affidata ai privati: venne chiamato Cattolica e Gemelli Molise. Con un nodo da sciogliere di fondo, come Romano domanda da tanti anni: la proprietà dell’immobile adesso di chi è? E, se fosse passata ai privati, che fine avrebbero fatto i denari pubblici utilizzati per realizzarla?

“È della Cattolica”, è la risposta dei gestori che si succedono. La gestione oggi è affidata al Responsible Research Hospital. E qui il filo un poco si perde, perché la società a sua volta fa capo al fondo svizzero Responsible Capital che ha visto alla sua guida il finanziere Stefano Petracca, quello che già era stato protagonista della travagliata parabola calcistica del Rimini. Ma restiamo al Molise. Il nuovo ospedale di Campobasso affidato alla Responsible aveva mosso i primi passi con grandi promesse: investimenti, ricerca e compagnia bella. Come stia andando è su siti e tv – Informamolise e al Tgr – che riportano anche le denunce di due consiglieri regionali M5S, Roberto Gravina e Angelo Primiani: la società che gestisce la struttura ha accumulato 72 milioni di debiti soprattutto per i fornitori e le attrezzature mediche. Ed ecco, appunto, l’ultima pagina di cui si discute in queste ore: il gruppo in mano al fondo svizzero ha lasciato trapelare la possibilità, per tappare le falle, di cedere un ramo d’azienda. La radioterapia, appunto. Parliamo di un’attività redditizia che in diverse città d’Italia – vedi Genova – è nel mirino dei privati che hanno lanciato l’abbordaggio al settore.

Da privato a privato, dirà qualcuno, poco dovrebbe cambiare. Romano, però, non è per niente convinto: “Così si divide in due la struttura. E si rischia di lasciare nel disagio persone che sono malate e hanno bisogno di serenità, oltre che di cure di prim’ordine. Dividendo proprio oncologia da radioterapia e affidandole a due gestori diversi, è a rischio la continuità clinica di una struttura punto di riferimento per tutti i pazienti del Molise e anche delle regioni vicine. Per non dire – aggiunge il consigliere – della situazione lavorativa dei 400 dipendenti”. Ma qui la questione si aggancia a un’altra: il monopolio del privato nella sanità molisana con interi settori essenziali dove il pubblico ormai è praticamente assente. “Non c’è soltanto la radioterapia, per cui ci si può rivolgere solo al privato, ma ci sono anche la neurochirurgia e la cardiochirurgia”, spiega Romano. La cardiochirurgia pubblica di fatto non è mai esistita in Molise. Intorno al Duemila nasce il reparto che viene, però, affidato immediatamente proprio alla Cattolica e quindi al Gemelli e infine a Responsible. Ancora più sorprendente la vicenda di neurochirurgia che invece esisteva all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Ma nel 2017 il servizio passa – non senza polemiche – a Neuromed, colosso della sanità privata locale per decisione dell’allora presidente della Regione Paolo di Laura Frattura (un passato nel centrodestra, ma poi passato al centrosinistra).

E qui la vicenda della sanità molisana incrocia quella della politica locale. Fino quasi a diventare la stessa cosa. L’Istituto Neurologico Mediterraneo è infatti centro di eccellenza della sanità molisana e non solo. Si tratta, come dice il sito della società, “di un Irccs, cioè Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico. È un centro di rilevanza nazionale e di altissima specializzazione per patologie afferenti alla Neurochirurgia, Neurologia, Neuroriabilitazione e tutte le applicazioni relative alle Neuroscienze in cui sono utilizzabili la Neuroradiologia, l’Angiocardioneurologia e la Chirurgia Vascolare”. Dell’Istituto Neurologico Mediterraneo, tuttavia, non si è parlato soltanto per i suoi meriti scientifici, ma anche per la sua vicinanza con la politica. L’Irccs è stato ed è ancora controllato da Neuromed, che fa capo alla famiglia Patriciello, quella dell’europarlamentare Aldo. In Molise non c’è una persona che non lo conosca: un politico che nel suo lungo percorso ha cambiato, così dicono le cronache, quasi dieci bandiere. L’ultima, l’attuale, è quella della Lega Nord: l’inossidabile Aldo Patriciello è risultato secondo alle elezioni europee del 2024, proprio dietro al generale Roberto Vannacci. Ma è tornato ancora una volta a Bruxelles, dove siede da vent’anni in Parlamento, grazie alla rinuncia del generale al seggio ottenuto in questa circoscrizione. Ma è nel passato che Patriciello ha costruito la sua fortuna, dove politica, mattone, sanità, editoria vanno a braccetto. Aldo infatti negli anni Novanta è stato assessore di Michele Iorio, l’uomo che ha guidato il Molise per lustri. Iorio che fu scalzato infine proprio da Paolo di Laura Frattura. Una vera dinastia quella dei Patriciello con due cognati che hanno guidato il Consiglio regionale. E magari erano anche amministratori di Neuromed. Pubblico e privato nella stessa persona.

Intanto per 17 anni la sanità molisana è stata commissariata dal 2007, un record nazionale. Si registra un disavanzo sanitario di 160 milioni, mentre gli operatori privati fatturano circa 50 milioni oltre il limite previsto dalla Regione. I risultati della gestione sanitaria in Molise si vedono dai dati. La fondazione Gimbe in un suo studio ha segnalato un paradosso: nonostante il Molise con 2.319 euro per abitante sia al primo posto in Italia nel riparto del Fondo sanitario indistinto, il livello di assistenza è spesso agli ultimi posti in Italia. Questo avviene anche perché circa un terzo della spesa pubblica regionale viene assorbito dal privato convenzionato, svuotando le strutture pubbliche. Indicativi sono anche i numeri relativi ai Lea (Livelli essenziali di assistenza), dove la regione si pone al penultimo posto in Italia con 192 punti, davanti soltanto alla Calabria (189). Non basta. Il Molise vanta, si fa per dire, il più basso numero in Italia di medici dipendenti per persona: appena 1,35 ogni mille abitanti. Un fenomeno descritto dal dottor Massimo Peccianti, segretario Anaao Assomed Molise, in una recente intervista proprio al Fatto: “La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono ancora in servizio, e poi ci sono i ‘gettonisti’ che coprono i turni in Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia”. Intanto i medici molisani attendono ancora parte della retribuzione del 2022.

Con un risultato drammatico: secondo le statistiche, in Molise circa 31mila persone – su 284mila abitanti, quindi il 10,9% – hanno ormai rinunciato a curarsi. L’ultimo episodio che testimonia lo sfascio è la storia del Ferdinando Veneziale di Isernia. Un ospedale che offre assistenza a un bacino di oltre 80mila abitanti, soprattutto provenienti dai piccoli paesi di montagna. Eppure su una pianta organica che richiedeva 13/14 medici strutturati al pronto soccorso, ne sono rimasti in servizio 4/5. Non solo: i reparti di emodinamica (essenziale per curare gli infarti) e il punto nascita rischiano da anni la chiusura. Così a dicembre del 2025 il sindaco Pietro Castrataro ha cominciato una lotta che è finita su tutti i giornali d’Italia: per 167 notti ha dormito in tenda davanti all’ospedale per difendere il presidio sanitario. A gennaio 7mila persone hanno sfilato per una fiaccolata. Ma non è bastato nemmeno questo. La sorte dell’ospedale di Isernia è ancora incerta, così come quella della radioterapia di Campobasso.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/11/sanita-pubblica-molise-radioterapia-oncologia-privati-notizie/8534482/

mercoledì 14 ottobre 2026

Il PIL mondiale cresce del 3%. Avvisate i poveri! - Gianluca Cicinelli


È sera. Una famiglia italiana è seduta a tavola. Padre, madre e due figli. La cena è quasi finita. La televisione è accesa, come ogni sera, sul telegiornale.

Il padre ha un lavoro precario. Quando lavora tutto il mese riesce a portare a casa mille euro. Ma non lavora tutti i mesi. La madre fa qualche ora di pulizie nelle case, qualche lavoretto saltuario. Quattrocento, cinquecento euro quando va bene.

Hanno imparato a fare i conti. Non quelli dell’economia nazionale, quelli di casa. La bolletta della luce, 250 euro ogni due mesi. Il gas, altri 120 euro al mese, quando non fa troppo freddo. La spesa al supermercato, la benzina per la macchina che comincia ad avere troppi anni, le scarpe dei ragazzi, la scuola, il dentista che si rimanda.

Non vanno in vacanza da tempo. Non perché non amino il mare, ma perché non possono permetterselo. In inverno tengono basso il riscaldamento. Al supermercato controllano il prezzo al chilo, non soltanto quello scritto in grande sull’etichetta.

Ma quella sera succede qualcosa di straordinario.

Il giornalista del telegiornale assume un’espressione soddisfatta. Alle sue spalle compare un grafico con una freccia che sale.

«Buone notizie per l’economia italiana. Il prodotto interno lordo è cresciuto del 3%. Superate le previsioni. L’economia nazionale mostra segnali di grande vitalità».

Il padre posa la forchetta.

«Avete sentito?».

La madre si gira verso la televisione.

«Tre per cento!».

Si guardano. Sorridono. Finalmente una buona notizia. Finalmente qualcosa che va bene.

Lui si alza, apre la credenza e prende una bottiglia di vino che conservano da mesi per un’occasione speciale. Non è un vino costoso, ma per loro è una festa.

«Questa bisogna festeggiarla! L’economia italiana è cresciuta del 3%!».

La madre è quasi commossa. I sacrifici, le rinunce, tutte quelle notizie sulle difficoltà del Paese. E adesso, finalmente, la crescita.

Chiamano i ragazzi.

«Venite qui! Avete sentito? L’Italia sta crescendo! Del tre per cento!».

I figli si guardano con una certa diffidenza. Conoscono i genitori, sanno che qualche volta si entusiasmano per cose che loro non capiscono. Ma vedendoli così felici cominciano a sorridere.

Il più grande fa una domanda.

«Allora quest’estate possiamo andare al mare?».

Il padre smette di versare il vino.

«Be’, veramente no. Quest’anno dobbiamo ancora stare attenti. La macchina ha bisogno di una riparazione e non sappiamo quanto lavoro ci sarà nei prossimi mesi».

Il più piccolo interviene.

«Però adesso possiamo tenere il riscaldamento acceso anche la sera?».

«No, amore. Il gas costa sempre tanto».

«E possiamo comprare la bicicletta nuova?».

«Non adesso».

«Ma almeno possiamo andare qualche volta in pizzeria?».

La madre abbassa gli occhi.

«Vedremo. Magari per un compleanno».

Cala il silenzio.

Il maggiore guarda la bottiglia aperta sul tavolo, poi il padre.

«Scusa, papà. Ma se non possiamo andare in vacanza, dobbiamo ancora risparmiare sulla luce, sul gas, sulla spesa, e tu non sai nemmeno se lavorerai il mese prossimo…».

Si ferma un momento.

«Ma allora che ce ne frega a noi che l’economia è cresciuta del 3%?»

Il padre non sa cosa rispondere.

La bottiglia resta aperta. In televisione stanno già parlando di un altro argomento.

E forse quella del ragazzo è la domanda economica più importante della serata.

Il 3% di chi?

Proviamo a ragionare senza essere economisti, senza conoscere le formule del prodotto interno lordo, senza sapere come funziona la Borsa. Proviamo a fare quello che ha fatto quel ragazzo: porre una domanda semplice.

Se l’economia è cresciuta del 3%, chi è diventato più ricco?

Perché qualcosa deve essere successo. Se un anno fa il Paese produceva beni e servizi per un valore di 100 e quest’anno, al netto dell’inflazione, ne produce per 103, vuol dire che l’attività economica è aumentata.

Quel 3% non è una bugia. Il PIL misura effettivamente il valore dei beni e dei servizi prodotti. Ma non misura come il reddito generato venga distribuito tra le persone. Lo riconosce anche l’OCSE, che distingue espressamente la crescita economica dal benessere della popolazione.

Immaginiamo che una parte importante di quella crescita sia arrivata dalle grandi imprese. Hanno prodotto di più, venduto di più, magari esportato più merci. Alcune hanno realizzato profitti superiori all’anno precedente.

Quei profitti possono essere reinvestiti, accantonati oppure distribuiti, in tutto o in parte, agli azionisti sotto forma di dividendi.

Chi possiede azioni di quelle società può ricevere un reddito aggiuntivo. Chi possiede un’impresa può vedere aumentare i propri guadagni. Chi ha investito il proprio patrimonio può beneficiare dei risultati economici.

Naturalmente, una crescita del PIL del 3% non significa automaticamente che profitti e dividendi aumentino della stessa percentuale: sono grandezze diverse. Ma è perfettamente possibile che una parte consistente dei benefici della crescita si concentri tra chi già dispone di redditi e patrimoni elevati.

Torniamo alla nostra famiglia.

Il padre non possiede azioni. La madre neppure. Non hanno investimenti finanziari, non possiedono quote di aziende. Non hanno risparmi da investire, perché spesso arrivano alla fine del mese senza essere riusciti a mettere da parte nulla.

Il loro reddito dipende esclusivamente dal lavoro, ed è un lavoro discontinuo e poco pagato.

Se aumentano i dividendi delle grandi società, a loro non arriva niente direttamente. Se crescono i profitti delle imprese, il loro stipendio non aumenta per questo. Se migliora il fatturato delle aziende che esportano, non necessariamente il padre ottiene un contratto stabile.

L’economia può crescere e la loro vita restare esattamente com’era.

Può persino peggiorare, se i prezzi dei beni indispensabili aumentano più dei loro redditi.

Facciamo i conti con la stessa precisione del PIL

Nei mesi favorevoli la famiglia dispone di 1.450 euro provenienti dal lavoro.

La luce costa mediamente 125 euro al mese. Il gas altri 120.

Restano 1.205 euro.

Da questa somma devono uscire l’eventuale affitto, il cibo per quattro persone, i trasporti, l’abbigliamento, le spese scolastiche e quelle sanitarie.

Naturalmente possono esserci anche l’Assegno unico e altri sostegni pubblici, qui non quantificati. Ma resta il problema di fondo: quando il lavoro è precario, il bilancio familiare è costretto ad adattarsi continuamente a entrate incerte.

Facciamo adesso un’ipotesi persino più favorevole di quella raccontata.

Immaginiamo che il 3% di crescita economica si trasformi, per un caso fortunato, in un aumento del 3% del loro reddito mensile da lavoro.

Quanto guadagnerebbero?

43 euro e 50 centesimi in più al mese.

Passerebbero da 1.450 a 1.493,50 euro.

Non sarebbe una cifra inutile. Per chi conta ogni euro, anche 43 euro possono fare la differenza. Ma difficilmente consentirebbero una vacanza a quattro persone o metterebbero la famiglia al riparo da un mese senza lavoro.

E soprattutto questa è soltanto un’ipotesi.

Nessuna legge economica stabilisce che, se il PIL aumenta del 3%, anche il reddito di ciascuna famiglia debba aumentare del 3%.

Il 3% annunciato dal telegiornale riguarda l’intera economia. Non contiene alcuna garanzia sullo stipendio di quell’uomo, sulle ore di lavoro di quella donna o sulle possibilità di vacanza dei loro figli.

La produzione cresce. Ma non cresce necessariamente la disponibilità economica di tutti.

Il Paese cresce, la povertà può restare

Non stiamo parlando di una contraddizione puramente teorica.

Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia vivevano in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone.

E secondo i dati sulle condizioni di vita riferiti al 2025, il 22,6% della popolazione italiana, circa 13,3 milioni di persone, era a rischio di povertà o esclusione sociale.

Tra le persone che vivono in coppie con due figli, questa percentuale raggiungeva il 20,6%, in aumento rispetto al 19,1% del 2024.

Sono indicatori differenti: essere a rischio di povertà o esclusione sociale non equivale necessariamente a vivere in povertà assoluta. Ma entrambi documentano quanto estesa sia la vulnerabilità economica.

Milioni di persone, dunque, vivono in un Paese nel quale vengono prodotti beni, realizzati investimenti, distribuiti utili e accumulati patrimoni, senza disporre delle risorse necessarie per una vita economicamente sicura.

Questo non significa che la crescita sia inutile.

Una maggiore produzione può creare occupazione. Le imprese possono investire in nuovi stabilimenti e assumere personale. Gli aumenti della produttività possono consentire salari migliori. Un’economia più grande può generare maggiori entrate fiscali con cui finanziare scuola, sanità, trasporti e protezione sociale.

Sono possibilità concrete e importanti.

Ma sono, appunto, possibilità.

Tra l’aumento della ricchezza prodotta e il miglioramento della vita delle famiglie esiste un passaggio decisivo: la distribuzione dei benefici della crescita.

Non è sufficiente sapere quanto si produce in più. Bisogna anche sapere chi ne trae vantaggio, attraverso quali meccanismi e in quali tempi.

Ed è questo il passaggio che spesso scompare dai titoli dei telegiornali.

La buona notizia per chi?

Se cresce il PIL, il giornalista annuncia che l’economia va bene.

Ma potremmo immaginare un modo diverso di raccontare la stessa notizia.

«L’economia italiana è cresciuta del 3%. Vediamo ora quanto di questa crescita si è trasformato in salari, quanti nuovi posti di lavoro stabili sono stati creati, come sono cambiati i redditi delle famiglie più povere e quanta parte della maggiore ricchezza prodotta è andata ai profitti delle imprese».

Sarebbe sempre informazione economica.

Anzi, sarebbe un’informazione più completa, perché consentirebbe di capire non soltanto quanto è cresciuto il Paese, ma anche come quella crescita ha cambiato, o non ha cambiato, le condizioni di vita dei suoi abitanti.

Non si tratterebbe di nascondere il dato del PIL o di negarne l’importanza.

Si tratterebbe di smettere di presentarlo, da solo, come una misura del benessere collettivo.

Del resto, questa esigenza è riconosciuta anche dalla ricerca economica internazionale. Le raccomandazioni della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, richiamate dall’OCSE, invitano a considerare redditi, consumi e patrimoni delle famiglie, prestando particolare attenzione alla loro distribuzione, invece di utilizzare soltanto la produzione nazionale per valutare il benessere materiale.

Perché c’è una differenza enorme tra un Paese che diventa complessivamente più ricco e un Paese nel quale migliorano le condizioni di vita della maggioranza delle persone.

Le due cose possono coincidere, ma non sono sinonimi.

E certamente non sono sinonimi per chi continua a vivere con uno stipendio insufficiente.

E allora, a noi che ce ne frega?

Torniamo per un momento a quella cucina.

La televisione è ancora accesa. Il padre ha rimesso il tappo alla bottiglia. La madre sta sparecchiando. I ragazzi sono tornati alle loro cose.

Domani mattina lui si alzerà presto, sperando che lo chiamino per lavorare.

Lei andrà a pulire un appartamento in una zona della città dove le case costano quanto loro non riuscirebbero a guadagnare in molti anni.

I figli torneranno a scuola. Continueranno a chiedere una vacanza, una bicicletta, una serata in pizzeria. Continueranno a sentirsi rispondere che bisogna aspettare.

E intanto, da qualche parte, ci saranno aziende che hanno venduto di più, investitori che hanno incassato dividendi, persone che hanno visto crescere i propri redditi.

Non c’è niente di sbagliato, in sé, nel fatto che un’impresa prosperi o che un investimento produca un guadagno.

Il problema nasce quando il successo dell’economia viene raccontato come se fosse automaticamente il successo di tutti.

Quando una percentuale nazionale cancella le differenze tra chi può permettersi tutto e chi deve scegliere se cambiare le scarpe al figlio o riparare la macchina.

Quando la parola crescita viene pronunciata senza chiedersi chi stia effettivamente crescendo.

Forse quel ragazzo, senza aver mai studiato economia, ha posto una domanda che meriterebbe di accompagnare ogni notizia sul prodotto interno lordo.

«Va bene, l’economia è cresciuta del 3%. Ma noi siamo diventati meno poveri?»

Se la risposta è no, il 3% resta un dato economico importante. Può rappresentare opportunità, investimenti e nuove risorse.

Ma non è ancora una buona notizia per quella famiglia.

E forse il compito del giornalismo dovrebbe essere proprio questo: raccontare non soltanto quanto cresce la ricchezza di un Paese, ma quante persone continuano a esserne escluse, anche quando il Paese cresce.

Perché un’economia che cresce non è necessariamente un’economia nella quale tutti vivono meglio.

E la differenza, per milioni di famiglie, non è una questione di statistiche.

È la differenza tra poter andare in vacanza con i propri figli, potersi addormentare sapendo che domani si può vivere senza affanni e senza dover spiegare, ancora una volta, perché quest’anno non sarà possibile godersi qualche momento di pace.

In ogni caso, per completezza d’informazione, l’economia italiana non crescerà del 3% il prossimo anno, a differenza di quella mondiale. Propio oggi Fmi fa sapere che il Pil italiano, forse, toccherà lo 0,8% in più. La crescita economica nell’area dell’euro rallenterà all’1,1% quest’anno, per poi registrare una lieve accelerazione nel 2027. Escludendo sempre la nostra famiglia ottimista.

da qui

lunedì 12 ottobre 2026

Sanità, il rapporto Gimbe: “Tagli invisibili” per 18,8 miliardi. E nei prossimi 3 anni può arrivare la “bomba” - Alessandro Mantovani


Il dossier della Fondazione: “Nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”

L’aumento nominale della spesa sanitaria pubblica, sbandierato dal governo, non può bastare a fronte dell’invecchiamento del Paese e dell’aumento dei costi dell’energia. Il diritto alla salute è “sempre più condizionato da reddito e residenza”, scrive la Fondazione Gimbe annunciando il suo 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, che viene presentato oggi (7 ottobre) alla Sala della Regina della Camera dei deputati. Gimbe, che ebbe un ruolo determinante nel documentare al grande pubblico i tagli alla sanità dell’epoca pre-Covid, calcola oggi “tagli invisibili” per 18,8 miliardi di euro nel triennio post-pandemia, dal 2023 al 2026. Sono le risorse di cui la sanità pubblica avrebbe potuto disporre se il rapporto tra il Fondo sanitario nazionale e il Pil fosse rimasto costante al 6,27% del 2022, dato comunque significativamente inferiore alle medie dei Paesi dell’Unione e dell’Ocse (7,1%). Invece è sceso verso il 6%, salvo risalire solo quest’anno. L’Italia, ricorda Gimbe, rimane ultima nel G7 per la spesa sanitaria pubblica pro capite, mentre la spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie (out of pocket) supera la media Ocse del 12,3%. Calcolato a prezzi costanti, il Fondo sanitario nazionale è ai livelli del 2010, ma ovviamente da allora la nacessità di cure è aumentata perché l’età media è cresciuta (da 43,2 a 47,1 anni) e anche i costi salgono.

Nel Rapporto c’è soprattutto un allarme per il triennio a venire (2027-2029), una vera e propria bomba a orologeria che Gimbe fa emergere analizzando i dati della legge di bilancio 2026 e del Documento di programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026, approvato il 2 ottobre dal governo Meloni, che prevede una diminuzione della rapporto Fondo sanitario nazionale/Pil dal 6,4% al 6,3%: “Nel triennio 2027-2029 – scrive la Fondazione – si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”. Secondo Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, “il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario. In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.

Il rapporto di Gimbe fotografa le condizioni della nostra sanità pubblica. “Il Ssn – sitetizza Cartabellotta – continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo. Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità. Queste criticità non cancellano il diritto alla tutela della salute, ma ne compromettono l’effettiva esigibilità, sempre più condizionata dal Cap di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami”.

Spesa pro capite: la Campania penalizzata

Nel Paese dei 21 sistemi sanitari regionali, la quota indistinta del Fsn asegna in media, ricorda Gimbe, 2.218 euro in media per abitante, con valori compresi tra i 2.319 euro del Molise e i 2.143 euro della Provincia autonoma di Bolzano. Gimbe segnala che la Campania, con 2.173 euro, riceve la quota pro-capite più bassa tra le Regioni a statuto ordinario. “Il caso della Campania – rileva Cartabellotta – è emblematico dei limiti dell’attuale sistema: la Regione più giovane d’Italia riceve meno risorse pro-capite della media nazionale, nonostante condizioni socio-economiche sfavorevoli e una speranza di vita alla nascita quasi tre anni inferiore a quella della Provincia autonoma di Trento. Le correzioni introdotte a partire dal 2023 restano marginali: mortalità precoce e deprivazione socio-economica pesano appena lo 0,75% ciascuna”.

Meno spesa privata diretta, più assicurazioni

Un dato che fa riflettere è la leggera diminuzione, nel 2025, della spesa sanitaria privata out-of-pocket – sostenuta cioè direttamente dalle famiglie – che in precedenza era cresciuta vertiginosamente dai 28 miliardi di euro del 2010 ai 41,3 del 2024. L’anno scorso è scesa del’1% (meno 434 milioni) a 40,6 miliardi di euro, mentre quella intermediata da fondi, mutue e assicurazioni – che resta nel complesso inferiore alle medie Ocse e Ue – è aumentata del 10,1% (+ 642 milioni di euro). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi di euro. “Se il servizio pubblico arretra – puntualizza Cartabellotta – fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura. Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del SSN, senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze”. Probabilmente è aumentato il fenomeno della rinuncia alle cure, ma il dato Istat per il 2025 non è ancora disponibile e quindi Gimbe ripubblica quello del 2024. Due anni fa oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare entrambe le cause. “Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”. Gimbe sottolinea comunque che “la spesa out-of-pocket non è un indicatore affidabile delle mancate tutele pubbliche. Da un lato, non intercetta le prestazioni a cui le persone rinunciano per indisponibilità economica; dall’altro, include spese per prestazioni extra-Lea (livelli essenziali di assistenza, ndr) e per beni e servizi a basso valore”.

Regioni: le pagelle dei Lea non bastano

Secondo i dati del ministero della Salute per il 2024, 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai Lea, contro le 13 del 2023. Tuttavia, rileva Gimbe, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69 e, nello stesso anno, aumenta la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. “La pagella ministeriale migliora – sottolinea Cartabellotta – ma non misura l’effettiva esigibilità dei Lea. Una Regione può così risultare formalmente adempiente, mentre una parte dei cittadini incontra difficoltà nell’accesso alle cure. Per questo bisogna misurare anche chi resta fuori, riceve risposte tardive o incomplete oppure rinuncia alle prestazioni”. Le diseguaglianze territoriali sono confermate anche dalla mobilità sanitaria interregionale, che nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più elevato dal 2010. “Finalmente – ricorda Cartabellotta – dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni”, per quanto poi “inserire una nuova prestazione nei Lea – precisa – non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme”.

Medici e infermieri in fuga dal Ssn

Il rapporto Gimbe rileva anche che la spesa per il personale assorbe una quota sempre minore della spesa sanitaria pubblica: “Nel 2025 ammonta a € 52,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. Se questa quota negli anni fosse rimasta invariata, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più, di cui 23,9 miliardi nel periodo 2020-2025. “Il capitale umano è indispensabile per trasformare le risorse in assistenza – spiega Cartabellotta – ma il SSN ha perso attrattività: i professionisti non si trattengono con gli appelli. Servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro compatibili con la vita privata e prospettive di carriera”. Secondo l’Ocse, l’Italia dispone di 5,8 medici per 1.000 abitanti, più della media dei Paesi aderenti all’organizzazione (4,0) e si colloca al 2° posto tra i 34 Paesi che forniscono il dato. Tuttavia, dei 339.256 medici censiti dall’Ocse, almeno 88.258 (26,1%) non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi post-laurea. «Se oltre 1 medico su 4 – afferma Cartabellotta – non lavora nel SSN né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici al SSN, in particolare nelle specialità e nei territori dove servono

Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato (RGS), nel 2024 i medici dipendenti del SSN sono 108.243, pari a 1,84 medici per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 1,35 del Molise e 2,56 della Sardegna. Le carenze si concentrano in alcune specializzazioni e nell’assistenza primaria: al 1° gennaio 2025 la Fondazione GIMBE stima un deficit di 5.716 medici di medicina generale (MMG), assumendo come riferimento il rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti, e di 497 pediatri di libera scelta (PLS), il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto. E’ appena uscita la ricerca dell’Anaao, il principale sindacato dei medici, che per la prima volta nella storia ha rilevato che le dimissioni volontarie dei medici superano le uscite per pensionamento. La mancanza di infermieri è notoriamente drammatica. L’Italia, ricorda Gimbe, ne conta 6,9 ogni 1.000 abitanti contro 9,7 della media Ocse, una dotazione inferiore del 29%. Ma anche qui, dei 407.750 infermieri censiti dall’Ocse, almeno 79.926 (19,6%) non lavorano nel SSN. ”Alla grave carenza di personale infermieristico – spiega Cartabellotta – si aggiunge il fatto che un infermiere su 5 non lavora nel SSN: un ulteriore segnale delle difficoltà del servizio pubblico ad attrarre e trattenere questi professionisti». Secondo i dati della RGS, nel 2024 gli infermieri dipendenti del SSN sono 279.990, pari a 4,75 per 1.000 abitanti, con valori compresi tra 3,75 della Lombardia e 6,78 della Liguria. Anche formazione e retribuzioni restano indietro: 19,5 laureati in infermieristica ogni 100 mila abitanti contro 43,6 della media Ocse e retribuzioni degli infermieri ospedalieri inferiori del 27% a parità di potere d’acquisto. Il risultato è uno squilibrio strutturale tra le due professioni: 1,2 infermieri per medico, la metà della media Ocse (2,4), con l’Italia al 30° posto su 33 Paesi.

Nel 2025 i “gettonisti” aumentano

I medici cosiddetti “gettonisti” sarebbero dovuti sparire, secondo gli annunci del governo, ma almeno nel 2025 il loro costo è aumentato. Nel biennio 2024-2025, rileva Gimbe, il valore dei contratti per servizi di fornitura di personale ha raggiunto quota 1,06 miliardi di euro; nel 2025 la spesa è cresciuta del 15% e il valore dei contratti specificamente riferiti al personale medico è aumentato del 62% rispetto al 2024. Insomma, “lo stop normativo ai ‘gettonisti’ – osserva Cartabellotta – non riporta automaticamente medici e infermieri nei reparti: deve essere accompagnato da misure capaci di reclutare e trattenere i professionisti nel SSN, altrimenti si rischia di lasciare scoperti servizi essenziali”.

Il doppio binario del privato

Gimbe invita anche a distinguere gli operatori sanitari privati accreditati, cioè convenzionati con il Ssn, dal “privato puro”. Nel 2023, delle 29.386 strutture sanitarie censite dal ministero della Salute, il 58% (n. 17.042) sono private accreditate e il 42% pubbliche (n. 12.344). Il peso del privato accreditato, scrive Gimbe, è particolarmente rilevante nell’assistenza residenziale (85,1%), riabilitativa (78,4%), semi-residenziale (72,8%) e specialistica ambulatoriale (59,7%). Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica destinata al privato convenzionato ha raggiunto i 29,4 miliardi di euro, con un aumento del 25,9% rispetto al 2012. Tuttavia, nel 2025 la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa al 20,8%, il valore più basso del periodo 2012-2025. “Il privato convenzionato – spiega Cartabellotta – è parte integrante del Ssn, ma bisogna rafforzare la governance pubblica per allineare accreditamento, volumi e remunerazione ai bisogni di salute e alla qualità dell’assistenza». Diversa è la dinamica del “privato puro”: la spesa out-of-pocket tracciata dal Sistema Tessera Sanitaria presso le strutture non accreditate è aumentata del 169%, passando da 3,05 miliardi di euro nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024. Nello stesso periodo quella presso le strutture accreditate ha raggiunto anch’essa 8,2 miliardi di euro. “Numeri che documentano la progressiva espansione di un “secondo binario” dell’offerta sanitaria – precisa Cartabellotta – riservato a chi può pagare o dispone di un fondo sanitario o di una polizza assicurativa”.

Pnrr: obiettivi reali non verificabili

Un capitolo del Rapporto è dedicato alla realizzazione del degli obiettivi del Pnrr. Il 29 settembre 2026, ricorda Gimbe, il governo ha trasmesso alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento del Pnrr, che per la Missione 6 Salute include nove target e una milestone, ora in attesa della validazione europea. Il monitoraggio indipendente Gimbe sulle evidenze pubblicamente disponibili, scrive la Fondazione, mostra che il raggiungimento degli obiettivi non è integralmente verificabile: per tre di essi è verificabile il rispetto dei requisiti previsti, mentre per gli altri sette mancano evidenze pubbliche sufficientemente dettagliate. Ciò non implica, precisa Gimbe, il mancato raggiungimento dei target, ma non consente di verificarne integralmente il conseguimento. “In ogni caso – afferma Cartabellotta – la validazione europea di tutti i target non potrà dimostrare, da sola, che il Pnrr abbia migliorato l’assistenza sanitaria. Dal 2027 bisognerà verificare se i servizi sono realmente operativi, se dispongono di personale adeguato e quale impatto producono su accesso, esperienza dei pazienti, esiti di salute ed efficienza del SSN». Conclusa la rendicontazione amministrativa, la Fondazione Gimbe invita le Istituzioni a garantire un monitoraggio pubblico continuo dell’impatto della Missione 6 Salute, con pubblicazione almeno semestrale di dati in formato aperto.

Il Piano di Gimbe

Infine, il Rapporto aggiorna il Piano di Rilancio del Ssn della Fondazione Gimbe: 16 linee di intervento per orientare e monitorare le politiche di Governo e Regioni. Serve, sostiene Gimbe una strategia organica che integri un finanziamento pubblico adeguato ai bisogni di salute, una governance Stato-Regioni capace di ridurre i divari, l’aggiornamento continuo e l’uniforme esigibilità dei Lea, il rilancio delle politiche sul personale sanitario, il potenziamento del territorio e l’integrazione con ospedale e servizi sociali, la riduzione di sprechi e inefficienze, la governance del rapporto pubblico-privato, il riordino della sanità integrativa e gli investimenti in prevenzione, ricerca e digitalizzazione. Il Piano rafforza inoltre l’attenzione alla sicurezza e alla manutenzione del patrimonio edilizio e tecnologico, ai dati aperti e alla partecipazione dei cittadini. “La crisi del Ssn – ha detto Cartabellotta – non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese. La politica deve quindi chiarire quale modello di sanità intende lasciare alle future generazioni e con quali risorse e riforme renderlo concreto. È attraverso il Ssne che la Repubblica rende concreto il principio di uguaglianza tra le persone: la salute non è un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che deve essere garantito a tutti”.

Versione integrale del 9° Rapporto GIMBE: www.salviamo-ssn.it/9-rapporto

Piano di Rilancio del SSN: www.salviamo-ssn.it/salviamo-ssn/piano-di-rilancio


da qui

mercoledì 7 ottobre 2026

La storia della Keller: sanzioni a Teheran, licenziamenti a Villacidro - Marco Piras

Ormai da mesi viviamo in modo diretto, sulla nostra pelle, la conseguenza dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz e la crescita del prezzo del carburante che, a cascata, si ripercuote sui prezzi di numerosi beni di consumo e di prima necessità.

Non è la prima volta che in Sardegna tocchiamo con mano le conseguenze della guerra al paese dell’Asia Occidentale che, seppur precedentemente portata avanti principalmente in forma di guerra economica, va avanti da decenni.

È interessante, esplicativo e forse non abbastanza conosciuto, il caso della Keller di Villacidro, azienda al cui fallimento, e alla perdita di centinaia di posti di lavoro nel paese del Medio Campidano, contribuirono in modo decisivo le sanzioni economiche comminate all’Iran nel 2007.

La Keller di Villacidro e la commessa Iraniana

La Keller Meccanica viene fondata nei primi anni ’80. Si tratta di una azienda specializzata nella produzione e manuntenziuone di qualcosa che in Sardegna sarebbe di grande aiuto per la tanto agognata infrastrutturazione dell’isola: vagoni e carrozze ferroviarie. Vive un primo periodo di grande crescita, che la portano ad ottenere importanti commesse dalle Ferrovie dello Stato, con un numero di occupati variabile che oscilla seguendo le fortune dell’azienda, ma sempre comunque superiore alle duecento unità.

Negli anni novanta vive un primo periodo turbolento, con cambi di proprietà, e il rischio di un fallimento che viene scongiurato dal commissariamento dell’azienda che porta a un successivo periodo di maggiore stabilità.

I fantasmi del passato e l’andamento altalenante dell’azienda sembrano svanire definitivamente quando, nel 2007, l’azienda riceve una commessa dal valore di ben 120 milioni di euro dell’Iran per la fornitura di materiale ferroviario. L’ordine avrebbe garantito lavoro per anni, e il futuro dell’azienda sembrava finalmente al sicuro.

Le sanzioni e la cassa integrazione

L’orizzonte roseo che si prospettava per l’azienda, si fa grigio tuttavia molto rapidamente. A alcune migliaia di chilometri di distanza, stava accadendo infatti qualcosa di estremamente pericoloso per il mondo: l’Iran era in procinto di sviluppare l’arma atomica. Tuttoggi, a distanta di alcuni decenni, la possibilità che l’Iran si possa dotare a breve di una arma atomica, nonostante più volte smentita, rimane una delle principali ragioni che vengono portate dai presidenti statunitense e israeliano per dare una giustificazione alle aggressioni militari. Un mantra, insomma, che va avanti da tempo.

Per mettere un freno al pericolo imminente, la soluzione era quella che viene spesso riproposta, in un mondo fino ad oggi dominato dal dollaro, come pressione politica nei confronti dei paesi non allineati ai voleri statunitensi: le sanzioni economiche.

Dopo un grande lavoro di persuasione da parte degli Stati Uniti sui membri del consiglio di sicurezza dell’ONU che erano riluttanti rispetto alla possibilità di votare una tale misura, una serie di risoluzioni emanate tra il 2006 e il 2007 impongono e successivamente inaspriscono sanzioni econimiche all’Iran. I paesi europei recepiscono le sanzioni.

Le sanzioni non impedivano di commerciare materiale ferroviario con il paese sanzionato. Almeno non direttamente. Tuttavia, la realizzazione del contratto presupponeva numerose transazioni finanziarie che, nel momento in cui il paese asiatico-occidentale venne escluso dai canari bancari internazionali, non potevano essere eseguite. Dopo alcuni anni durante i quali si cercò di trovare una via d’uscita da questa situazione, nel 2010 in contratto viene cancellato per l’impossibilità della sua attuazione. La Keller entra così in una gravissima crisi e quello stesso anno oltre 280 lavoratori vengono posti in cassa integrazione.

Il colpo di grazia

L’azienda già morente, che soppravvive con la cassa integrazione, riceve il colpo di grazia pochi anni dopo, nel 2014. Dopo essere stata rilevata da un gruppo di imprenditori indiani, firma un contratto con una società egiziana per la costruzione di carrozze, ma il contratto viene cancellato pochi mesi dopo, così come viene cancellata unilateralmente – per presunti ritardi nelle consegne – una consistente commessa da parte di Trenitalia per la costruzione di elettrotreni e la ristrutturazione di carrozze.

Nell’agosto dello stesso anno, gli oltre 280 lavoratori in cassa integrazone ricevono lettere di licenziamento di massa, e a novembre il Tribunale di Cagliari dichiara il fallimento della Keller Elettromeccanica, sancendo la fine definitiva della parabola di una azienda che – al di là dei benefici in termini di posti di lavoro in se – avrebbe potuto dare un contributo, endogeno, allo sviluppo infrastrutturale dell’isola.

Autonomia economica e strategica

Le vicende della Keller, qua riportate in modo sintetico, darebbero spazio a numerose riflessioni sul piano economico e politico. Ci mostrano, sicuramente, che le conseguenze dell’essere inseriti in un sistema mondo a dominio statunitense possono arrivare dove meno ce lo aspettiamo.

Seppur in esorabile decadenza, il paese a stelle e strisce può ancora, prepotentemente, stabilire in tutto il mondo chi, con chi e cosa si possa commerciare o meno. E può chiudere i rubinetti a chi non sottostà alla sua agenda politica.

Al giorno d’oggi, in una isola che pare un deserto dal punto di vista industriale, l’ampliamento di una fabbrica che produce le bombe con cui viene portato avanti lo sterminio del popolo palestinese, è considerata da alcuni una manna dal cielo, da difendere.

Ma l’isola potrebbe – e dovrebbe – avere uno sviluppo industriale differente, uno sviluppo industriale pacifico. La Keller – è di settembre la notzia della sua riapertura, ma è ancora presto per capire se non sia solo un annuncio propagandistico – ne è stata, per alcuni anni, una dimostrazione.

Affinché questo possa accadere, però, sono necessari due presupposti: in primis averlo, un piano di sviluppo industriale, avere un’idea di ciò che e come l’isola dovrebbe produrre e gettare a mare l’idea naif e pericolosa, che crea ulteriore dipendenza – che la Sardegna possa vivere – e vivere bene – di turismo o di solo settore primario.

In secondo luogo è imprescindibile avere una autonomia politca, economica e strategica, in cui la Sardegna possa decidere autonomamente – tanto dall’Italia di cui è periferia e terra di sfruttamento, quanto da attori più importanti ai quali è assoggettata la stessa Italia – cosa produrre, come e con chi commerciare: la sua condizione geografica al quale viene spesso attribuita il suo sottosviluppo non è altro che uno specchietto per le alloddole per mascherare responsabilità e scelte politiche.

In quest’ottica non possiamo che augurarci che il declino statunitense prosegua, e che sia superato da un mondo multipolare in cui gli stati, e tra loro una Sardegna indipendente, abbiamo la facoltà di stabilire autonomamente le proprie strategie geopolitiche e commerciali. Fino a che questo non avverrà, possiamo quanto meno immaginarlo, questo futuro, e lavorare affinché i cambiamenti che ci si prospettano davanti non ci trovino impreparati.

https://www.sindipendente.com/2026/10/01/la-storia-della-keller-sanzioni-a-teheran-licenziamenti-a-villacidro/

sabato 3 ottobre 2026

Ma niente è come stare nella macchina - Paolo Pileri

 

Da mesi e mesi il governo, e pure l’opposizione, ci parlano di arginare il costo del carburante facendo leva sulla riduzione delle accise. È un tormentone che ha finito per far atterrare un tema enormemente importante solo e soltanto sulla pista delle accise, del price cap della benzina e del bollo auto. Solo accise, benzina e bollo auto, null’altro. Sembra che per entrambi queste siano le uniche cose da fare: continuare a tenere gli italiani nelle auto. Ed è proprio questo retro-messaggio che mi preoccupa. Siete così sicuri che dobbiamo continuare a usare l’auto così tanto e ovunque? Oppure avete solo paura di affrontare l’argomento? Pensate ai vostri consensi? È la loro perdita che vi spaventa? I voti come i soldi: sporchi, maledetti e subito? Siete così sicuri che non esistano alternative? Beh, sappiate che ne esistono. E potreste almeno provarci.

Ci sono precedenti politici illustri che magari vi sono sfuggiti: ricordiamoli. Nel 1973, in una situazione similmente drammatica tra guerre e gravi rincari del petrolio, l’allora primo ministro olandese, Joop den Uyl tenne un famoso discorso, sofferto, ai suoi cittadini dove spiegò la grave situazione per l’economia, la dignità, le libertà dei cittadini olandesi per via della contrazione della disponibilità delle fonti fossili. Anche sollecitato da parlamentari (tra tutti, Maartje van Putten) propose loro una ricetta visionaria per ridurre i consumi energetici che conteneva le premesse per un intenso programma di ridisegno della mobilità privata potenziando in modo vigorosissimo la ciclabilità e la pedonalità.

Ne fece una questione di orgoglio nazionale, di innovazione, di sostenibilità ante litteram. Con tempismo e astuzia politica, colse al balzo le varie manifestazioni popolari che in quegli anni avevano portato all’attenzione l’aggravamento della vivibilità urbana a causa della crescita incontrollata del traffico urbano, con tanto di aumento della incidentalità e riduzione degli spazi urbani usati liberamente da adulti e soprattutto bambini. Non si sognò di parlare di accise o di incentivi o di bonus per il bollo auto ma propose un coraggioso cambio di abitudini urbane. Una scelta difficile, certamente avversata da una parte ampia di quegli olandesi che nel frattempo si erano velocemente abituati all’auto e quelle imprese commerciali che avevano subito investito nella mobilità su gomma per i loro affari.

Eppure ebbe il coraggio di cogliere nella crisi la lungimiranza di imprimere un programma politico, sociale e urbanistico epocale per portare i cittadini a vivere la propria mobilità quotidiana in bici e a piedi, associandolo a un profondo progetto urbano per far cambiare pelle alle città, con un programma di lungo termine. In un decennio i Paesi Bassi cambiarono faccia e si trasformarono in quel Paese pieno di biciclette che noi oggi invidiamo.

Ecco cosa vuol dire essere politici: imprimere veri cambiamenti, verso la sostenibilità ambientale, aiutando i cittadini a collaborare nonostante il pericolo di non essere capiti. Non so, e francamente non mi interessa sapere, se Joop den Uyl o il suo partito abbia poi vinto le successive elezioni. Potrebbe anche averle perse, ma quel che ha vinto è sicuramente l’idea che la politica è visione e non gretta contabilità, è offrire crescite culturali e non appiattimenti sterili crogiolandosi nei vizi insostenibili di sempre, è il coraggio di un progetto di lungo periodo e non la misura del tutto-subito.

Noi invece scontiamo il bollo auto e togliamo accise che è un modo per dire ai nostri cittadini di continuare a essere viziosamente accaniti consumatori di benzina e gasolio, saldamente seduti sui sedili delle loro auto. Ma è normale tutto questo? È normale che nessuna e nessuno politico abbia detto una sola parola? Che non ci sia quella minima dose di buon senso per parlare di risparmio energetico? Nessuno e nessuna che prova a dire che in molti casi si può andare a piedi o in bicicletta per tanti spostamenti quotidiani.

Certamente non tutti possono rinunciare all’auto. Non sempre. Non ovunque. Ma per una enormità di casi, si può ed è inaccettabile e perfino colpevole non stimolare i cittadini a lasciare l’auto e andare a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. Nessuna e nessuno che a reti unificate dica questa cosa. Neppure il nostro presidente della Repubblica. Per favore: qualcuno, che non siano le compagnie dell’energia, ci spieghi perché non rispondere a questa terribile crisi investendo massicciamente anche in ciclovie e in un programma di realizzazione di marciapiedi delle nostre città (perché spesso non esistono nemmeno)? Andare in bici e a piedi aiuterebbe anche a stoppare le guerre. Perché non avviare programmi scolastici per incentivare la mobilità a piedi e in bici dei nostri studenti? Approfittare delle crisi per avviare cambiamenti radicali nelle pratiche quotidiane della mobilità è un’opzione difficile ma possibile e in grado di scatenare correzioni di abitudini che diversamente non riusciamo ad avviare.

Continuiamo a perdere occasioni per innescare cambiamenti culturali. Gli eletti nei ruoli politici continuano ad abdicare a ogni funzione culturale. È sempre più freddo calcolo di ragioneria elettorale, gara, slogan, rincorsa al consenso di pancia e non di testa, selfie e video per i social. Se non siete buoni a fare un mezzo discorso visionario che tenta di cambiare in meglio gli stili di vita responsabili delle crisi climatiche ed ecologiche, lasciate perdere. E per favore risparmiateci le ipocrite cartoline dove vi vedremo in bicicletta per le prossime elezioni. Almeno questo, per quel che rimane del rispetto, evitatelo.

da qui