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sabato 16 settembre 2023

Attivisti schedati a Mantova. Se Eni sponsorizza l’evento non si può protestare - Ferdinando Cotugno

 

Al Festivaletteratura un esponente di Fridays for Future è stata fermata e identificata. Voleva mostrare due cartelli durante un incontro organizzato dalla società petrolifera

Non capita tutti i giorni di essere protagonisti di un episodio che porterà a un’interrogazione parlamentare. È una piccola storia senza conseguenze, però utile per capire il rapporto complesso, e non sempre limpido, tra alcuni dei principali eventi culturali italiani ed Eni, che finanzia e presidia molte di queste manifestazioni, dal festival di Sanremo in giù.

Non è un dibattito solo italiano, nel Regno Unito istituzioni come British Museum, Tate, Royal Opera House, dopo anni di pressioni dei movimenti per il clima, hanno deciso di rinunciare alle sponsorizzazioni di BP (ex British Petroleum). L’episodio è accaduto al Festivaletteratura di Mantova. Come contesto, da tempo in città e anche negli ambienti interni del festival c’è un dibattito sull’opportunità di mantenere la sponsorizzazione di Eni.

Intanto però l’azienda rimane il primo finanziatore e ottiene in cambio il palco principale (quello dei premi Nobel) tutto per sé per un evento, durante il quale domenica è stato impedito dalla polizia a un’attivista di Fridays for Future, Sofia Pasotto, di mostrare due cartelli.

A Sofia Pasotto, attivista dei Fridays for future, è stato impedito di mostrare i cartelli di protesta

La ragazza era da sola, era anche ospite e speaker del festival. Sui cartelli c’era scritto «Ma non sentite il caldo» e «People over profit», non esattamente l'immagine della sovversione, eppure è stata bloccata e identificata dalla Digos, circondata da sei poliziotti, cartelli requisiti.

Io ero presente. Non esattamente rassicurato dall’immagine di sei poliziotti intorno a una ragazza mi sono avvicinato. Risultato: identificato anche io, senza un motivo apparente che non fosse la mia vicinanza ai cartelli rivoluzionari. L’identificazione è stata brusca e non esattamente piacevole, corredata da una frase sessista nei confronti di Pasotto, la cosa si è risolta in poco tempo, quello di permettere all’evento di finire, e ognuno per la sua strada.

Pasotto ha raccontato la storia sui suoi canali social e due giorni dopo la deputata di Alleanza verdi sinistra, Eleonora Evi, ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Matteo Piantedosi, dicendosi «incredula di fronte alla vicenda che ha coinvolto la giovane attivista di Fridays For Future, fermata, identificata e trattenuta dalla questura di Mantova per aver portato con sé dei cartelli critici nei confronti di Eni, sponsor dell’evento, e del greenwashing che sistematicamente mette in atto».

LA RISPOSTA DEL FESTIVAL

«Siamo stupiti dal clamore che sta prendendo questa cosa, ci rendiamo conto che è stato spiacevole, ma con Sofia abbiamo costruito una serie di eventi, durante i quali ha potuto esporre i suoi cartelli e le sue idee senza limitazioni», ha risposto Alessandro Della Casa, vicepresidente del direttivo del festival.

Una presa di posizione non esattamente forte, per un evento che coltiva l’immagine di spazio di libertà, invitando autrici e autori dissidenti nei loro paesi per le cause più varie. Purtroppo c’è sempre un livello in cui il dissenso va bene, finché non rovina la festa dello sponsor.

C’è da chiedersi cosa ne penseranno gli ospiti di Eni, Brunori Sas, Paola Maugeri, Neri Marcorè che, ignari di tutto quello che succedeva in fondo alla sala, parlavano (non sono riuscito a seguire benissimo, causa Digos) di musica e filastrocche.

Ed è questo il punto chiave della contraddizione. Il festival di Mantova è uno spazio generalmente libero, sia io che Sofia abbiamo potuto esprimere senza censura il nostro punto di vista negli altri luoghi e palchi, anzi, il Festivaletteratura da tempo ha puntato sul tema dei cambiamenti climatici, invitando divulgatori ed esperti. E quindi io immagino un frequentatore del festival che di incontro in incontro raccoglie informazioni su un quadro sempre più allarmante.

Poi va all’evento di una delle principali aziende di combustibili fossili al mondo e in quell’evento si parla di filastrocche. Letteralmente: il mondo brucia ed Eni fischietta. Chiunque dica il contrario: polizia. «Eni ci teneva a mostrare il suo lato culturale», dicono dal festival, ma Eni non è Warner Music. E forse sarebbe stato più interessante per il pubblico ascoltare l’altro lato di questa storia, anche nei termini dell’azienda, con le sue metriche e le sue difficoltà a fare una transizione necessaria ma non facile.

NON SOLO MANTOVA

Non succede solo a Mantova, è una contraddizione in cui si trova buona parte dell’industria degli eventi culturali alla prese con uno sponsor così importante, ricco e non facile da gestire (per non parlare dei giornali, ovviamente, ma questa è un’altra storia).

Al festival della Comunicazione di Camogli, altra manifestazione di cui Eni è sponsor, una ricercatrice in psicologia del clima all’Università di Trento è intervenuta durante un incontro con Erika Mandraffino, responsabile comunicazione esterna di Eni, per chiedere conto di argomenti non trattati nell’intervista (la multa per greenwashing). È un caso un po’ diverso da quello di Mantova, non è intervenuta la polizia, l’interruzione della contestatrice è stata pacata ma poco ortodossa, visto che non erano previsti interventi dal pubblico. Comunque, dopo una breve risposta di circostanza di Mandraffino, la donna è stata fatta uscire.

La società, interrogata su quanto accaduto a Mantova, ha risposto che «Eni sostiene totalmente la libertà di espressione e di critica, che sono valori fondanti della cultura aziendale. Non siamo nella posizione di commentare le ragioni dell’intervento delle forze di polizia, che sono basate su fattori di ordine pubblico che certamente non dipendono da Eni che tuttavia ribadisce fermamente il proprio impegno per la transizione energetica e il rispetto degli obiettivi annunciati al mercato e agli stakeholder».

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venerdì 7 luglio 2023

Serve più spazio per gli orsi - Ferdinando Cotugno

Troppo cibo incustodito, poca preparazione alla condivisione del territorio, spazi limitati: nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise si provano a creare le basi per una convivenza pacifica tra esseri umani e animali

Juan Carrito è un giovane orso bruno marsicano, il più famoso tra i circa cinquanta esemplari della specie che si aggirano tra il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e le zone limitrofe. La sua storia è perfetta per raccontare le difficoltà della convivenza tra animali ed esseri umani in una regione dove il selvatico deve negoziare ogni giorno i suoi spazi con le infrastrutture, l’economia e il turismo.

Tecnicamente, Juan Carrito è un “orso confidente”: la sua educazione animale gli ha insegnato a non avere paura degli umani. Che gli orsi non si sentano più in pericolo è una buona notizia, ma è anche una nuova complessità per un territorio così piccolo. Juan Carrito era uno dei cuccioli di Amarena, che nell’estate del 2020 avevano imperversato nella zona di Scanno: sono stati avvistati di continuo, rincorsi dalle auto, fotografati e nutriti.

Una volta diventato adulto, ha applicato quella lezione e lo scorso inverno ha trascorso il risveglio dall’ibernazione per le vie di Roccaraso, la più affollata destinazione sciistica della regione. Le sue avventure sono un’antologia di video buffi con titoli come “l’orso che gioca col pastore tedesco” o “l’orso che aspetta il treno in stazione”.

“Gli orsi diventano confidenti quando perdono la naturale diffidenza, sono attratti dalle aree abitate perché trovano cibo di facile accesso, alveari, pollai o rifiuti non gestiti”, spiega Marco Antonelli, zoologo del Wwf.

“Sono animali pacifici, non ci sono mai stati attacchi, ma un orso di 150 chili che gira senza paura in un paese pieno di gente è un problema per se stesso e per le persone. Non può stare lì e la colpa è della cattiva gestione umana”. Troppo cibo incustodito, poca preparazione alla condivisione del territorio, spazi limitati.

Cent’anni di parco

L’unica risposta possibile per l’esuberanza di Juan Carrito è stata di catturarlo e rinchiuderlo per qualche settimana in un’area faunistica nel Parco nazionale della Maiella. Ora è tornato libero e la speranza di animalisti, scienziati e amministratori è che si tenga lontano dai centri abitati .

Ma non sarà facile: gli orsi, soprattutto i maschi, sono dei viaggiatori e hanno bisogno di spazio, ma è difficile vivere in un habitat continuamente spezzato da autostrade e impianti sciistici. A volte gli animali entrano nei paesi perché non sanno dove altro andare. Quella del marsicano è la più densa popolazione di orsi al mondo, ma per non rischiare l’estinzione deve allargare il suo areale, cioè il territorio in cui vive.

Il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, insieme al Parco nazionale Gran Paradiso, è il più antico d’Italia e quest’anno compie un secolo di vita. “Ormai ha raggiunto la capacità massima per la sostenibilità degli orsi”, spiega Roberta Latini, zoologa del parco. Per avere un futuro stabile, il suo ospite più illustre deve colonizzare spazi più ampi di quelli in cui vive attualmente.

I segnali che la popolazione si sta espandendo ci sono: le femmine, di solito più sedentarie, hanno cominciato a partorire fuori dal parco, mentre i maschi sono stati avvistati in un’area che va dal Molise settentrionale ai Monti Sibillini nelle Marche.

Secondo uno studio dell’università La Sapienza, l’intero Appennino centrale avrebbe spazio per ospitare circa duecento esemplari. Se si sfruttasse tutto questo territorio si potrebbe creare una popolazione resiliente, in grado di reggere annate negative per le poche nascite, le malattie o le morti improvvise.

Pur essendo una specie protetta, spiega Latini, nel 90 per cento dei casi la vita di un orso da queste parti finisce per cause umane, dirette o indirette. “Se a morire è una femmina è un problema enorme per il futuro della specie, ci vorranno dodici anni a rimpiazzarla”.

L’ultimo caso di bracconaggio risale al 2014, un orso fu ucciso per vendetta a Pettorano sul Gizio, dopo l’assalto a un pollaio. Gli investimenti stradali, invece, sono una costante. Come quello dell’ottobre del 2021 sull’A25, tra Avezzano e Celano.

Mettere in protezione le strade è tra le battaglie di Salviamo l’orso, una delle ong attive sul territorio. Servono ottanta chilometri di barriere lungo le due autostrade che tagliano la regione e corridoi ecologici per aiutare gli animali ad attraversare.

“È un intervento necessario per la sicurezza degli animali e degli automobilisti”, dice Stefano Orlandini, presidente di Salviamo l’orso, che in questi anni ha piazzato sulle strade che attraversano il parco dei cartelli per avvertire gli automobilisti e delle barriere luminose e sonore per fermare gli orsi.

 

Non basta mettere in sicurezza le strade per garantire un futuro stabile all’orso marsicano: serve la partecipazione di tutta la comunità. Il modello proposto da Salviamo l’orso si chiama bear smart community, una strategia importata dalla provincia della Columbia Britannica, in Canada. Il primo luogo in cui è stata sperimentata è proprio Pettorano sul Gizio. L’obiettivo è creare le basi per una convivenza pacifica tra gli animali e le attività economiche che li potrebbero attirare.

A Pettorano sul Gizio oggi ci sono recinti elettrificati per le stalle, porte blindate per i pollai e una gestione consapevole della spazzatura, per far sì che gli orsi non cerchino il cibo nelle aree agricole. A questo scopo si è deciso di curare dei frutteti abbandonati – meli, peri e ciliegi – senza valore commerciale, ma ottimi per sfamare gli orsi avventurosi. La sperimentazione è andata bene e il modello sarà applicato a un’altra decina di comuni: “Vorremmo che tutto l’Abruzzo diventasse una bear smart community”, conclude Orlandini.

C’è un altro ostacolo alla convivenza tra umani e orsi: l’industria sciistica è in espansione, nonostante la neve sia irregolare e imprevedibile a quote basse come quelle appenniniche. Dal Terminillo alla Maiella, è un fiorire di ampliamenti delle infrastrutture per gli sport invernali, che frammentano ancora di più l’habitat dell’orso.

Turismo senza limiti

Luciano Sammarone, direttore del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è consapevole che la conservazione dell’orso va oltre i limiti geografici e operativi del parco.

“La tutela la dovrebbero fare tutti, non solo gli agenti forestali e i guardiaparco, ma anche i residenti e i turisti. È stato più facile spingere i nostri nonni boscaioli e allevatori a fare un passo indietro nell’interesse della biodiversità che convincere i turisti ad affrontare la natura con rispetto. È difficile insegnare al turismo il senso del limite, che ci sono luoghi dove non andare, che in foresta non si può fare tutto”.

Negli ultimi anni il numero dei turisti è cresciuto e anche la pressione sugli animali. “Tutti i pacchetti turistici oggi sono finalizzati all’avvistamento dell’orso o sulle tracce del lupi o nel regno del camoscio. La stagione dell’amore e dei bramiti dei cervi è diventata un assedio. Il turismo sta diventando uno dei disturbi principali agli equilibri del parco”, spiega Roberta Latini.

La ricerca della giusta distanza tra territori antropizzati e spazi selvatici riguarda tanti grandi mammiferi italiani. La popolazione dell’orso marsicano è rimasta stabile nell’ultimo secolo, ma quella degli ungulati (cervi, cinghiali, daini) è esplosa insieme alla conquista di territorio del bosco.

I lupi sono tornati a partire dagli anni settanta, quando si è passati dal cacciarli alla protezione integrale: oggi ce ne sono circa duemila, ben distribuiti in tutto il paese.

Sulle Alpi l’orso bruno era praticamente scomparso negli anni novanta, prima del ripopolamento iniziato con il programma Life Ursus nel 1996. Erano tre, oggi sono un centinaio, sparsi tra Trentino e Friuli, spesso accompagnati, anche più che in Abruzzo, da tensioni sociali.

Per l’orso bruno marsicano, l’obiettivo è raddoppiare la popolazione entro il 2050. Servono spazio, strade sicure, modelli di convivenza e turismo consapevole.

Da sapere

L’orso bruno marsicano

L’Ursus arctos marsicanus è una sottospecie dell’orso bruno e vive solo nell’Italia centrale. Ha un udito molto sviluppato e un olfatto acutissimo che lo aiuta nella ricerca del cibo. La vista è invece mediocre.

Classe Mammiferi (mammalia)
Ordine Carnivori (carnivora)
Famiglia Ursidi (ursidae)
Verso Ruglio
Dimensioni In media un maschio adulto pesa tra i 140 e i 210 chili e può essere lungo fino a 1,80 metri
Quanto vive 35-40 anni
Habitat Vive principalmente nei boschi, ma frequenta anche le praterie in alta quota o i terreni coltivabili a fondovalle
Cosa mangia È onnivoro, ma la sua dieta è costituita per l’80 per cento da vegetali

Fonte: parcoabruzzo.it


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