Visualizzazione post con etichetta Libano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libano. Mostra tutti i post

martedì 21 aprile 2026

Il cibo come arma di guerra: anche in Libano i danni ecologici e agricoli sono crimini contro l’umanità - Barbara Nappini*

Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve

Il cibo e la nutrizione dei popoli come arma di guerra. Quando un paese attraversa una crisi bellica, tra lo stratificarsi di tragedie che questo implica, ci sono anche enormi danni ecologici e agricoli. Accade in Ucraina, succede da decenni e sta succedendo in Palestina, avviene in Libano. Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna il ministero dell’Agricoltura del Libano ha definito preoccupante la situazione per la sicurezza alimentare del Paese, rivelando che circa il 22% della superficie agricola nazionale è stato danneggiato e il patrimonio zootecnico ha subito gravi perdite (72% per gli equini e quasi la metà dei bovini) dagli attacchi di questi giorni da parte di Israele.

Secondo Human Rights Watch, l’esercito israeliano ha usato anche munizioni al fosforo bianco, che hanno effetti devastanti sia sugli ecosistemi che sulla popolazione. Oltre i tre quarti dei produttori locali (86% delle aziende) sono stati costretti a lasciare le proprie terre. Le regioni maggiormente martoriate sono al Sud del Libano e sono quelle che hanno un ruolo strategico nel panorama agricolo (olio, cereali, frutta, ortaggi, erbe aromatiche, legumi): il loro abbandono provoca un crollo della produzione alimentare, perdite economiche e di posti di lavoro molto rilevanti. Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve termine, anche per via degli impatti ambientali prima menzionati. In generale, si stima che la ricostruzione del paese potrebbe ammontare a 3 miliardi di dollari. Ma quanto vale la perdita irrimediabile di biodiversità? Quanto vale la contaminazione del suolo con metalli pesanti? Quanto vale la distruzione di boschi secolari?

Si tratta di danni incommensurabili. Danni che colpiscono direttamente obiettivi civili, che violano i diritti dei contadini e interrompono la catena di produzione e approvvigionamento alimentare di tutti. Ancora una volta la guerra, che dovrebbe riguardare gli eserciti ed essere estremamente “precisa”, in funzione dell’ampia disponibilità della più avanzata tecnologia; invece si fa contro le popolazioni inermi: la retorica di una guerra moderna, pulita, di precisione, crolla di fronte alla voragine di sangue, dolore, morte inflitta ai civili e a Madre Terra. Anche l’idea di una guerra lontana e localizzata è artificiosa: le guerre, nel mondo globalizzato, hanno costi “globali” che riguardano tutte e tutti, basti pensare alle spaventose emissioni in atmosfera di gas climalteranti e alle colossali diaspore di questi e dei prossimi anni. Ancora una volta il cibo – la sua mancanza – è l’arma strategica deliberatamente causata per colpire il diritto a nutrirsi dei popoli: senza natura il cibo non si produce, per questo dobbiamo iniziare a considerare i crimini contro l’umanità e contro l’ambiente come un tutt’uno.

*Presidente Slow Food Italia

da qui

domenica 15 febbraio 2026

Sorpresa: il glifosato fa venire il cancro

Glifosato, licenziato lo scienziato italiano che ha provato il legame con il cancro - Enrico Cinotti


Daniele Mandrioli, direttore del Centro di ricerca dell’Istituto Ramazzini, è stato cacciato dalla stessa cooperativa che gestisce l’ente. Gli scienziati: “LegaCoop deve spiegare le ragioni del licenziamento”. E i big dei pesticidi brindano


Il glifosato miete un’altra vittima. Daniele Mandrioli, direttore del Centro di Ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, lo scienziato che ha coordinato il Global Glyphosate Study fino a provare un legame tra l’aumento di tumori nei ratti e l’esposizione al famigerato erbicida, è stato licenziato dalla cooperativa che gestisce l’ente.

La decisione improvvisa e brusca è arrivata  in un momento delicato, quando, invece di cacciarlo, sarebbe servito proteggerlo: a giugno 2025 l’Istituto Ramazzini ha pubblicato i dati sulla cancerogenesi del glifosato e le due autorità europee, l’Efsa e l’Echa,  hanno acquisito i risultati con l’intento di rivedere la classificazione di rischio dell’erbicida. Il 10 dicembre scorso poi c’è stato un meeting tecnico tra il team di Mandrioli e gli esperti delle due authority in cui i ricercatori bolognesi hanno fornito ulteriori dettagli per valutare appieno il proprio studio.

In altre parole: se nel dicembre 2023 la Commissione europea ha ri-autorizzato, tra le proteste, l’uso del glifosato fino al 2033, in presenza di una nuova classificazione da parte di Efsa e Echa, l’erbicida più usato al mondo, il cui formulato commerciale RoundUp della Bayer-Monsanto fattura da solo circa 2 miliardi di dollari all’anno, finirebbe al bando.

Tanto è bastato per scatenare le lobby dell’agrofarma contro il Ramazzini e in particolare a finire nel mirino è stato il dottor Daniele Mandrioli: se testate importanti come Le Monde hanno parlato di “fabbrica del dubbio” costruita ad arte dal giugno scorso per screditare la ricerca indipendente del team bolognese, non è mancato chi ha brindato alla cacciata dello scienziato italiano, come David Zaruk autore del blog notoriamente vicino all’industria Risk-Monger, molto attivo nei corridoi di Bruxelles.

Prima della pubblicazione dello studio sulla cancerogenesi e fino al licenziamento, le pressioni attorno al Ramazzini di Bologna si sono fatte molto pesanti ed esplicite: ma lo studio non è stato bloccato. Il suo coordinatore invece sì. Perché proprio adesso?

Licenziare Mandrioli ora contribuisce a gettare cattiva luce sull’Istituto e sul Global Glyphosate Study e magari a rendere meno lineare il pronunciamento delle due authority sulla nuova classificazione del glifosato.

A questo punto è lecito domandarsi da chi e perché sia stato sollevato dal suo incarico il direttore del Centro di ricerca del Ramazzini. Secondo l’Istituto non c’è nessuna longa manus dell’industria dei pesticidi dietro la cacciata di Mandrioli: non è stata apparentemente la Bayer insomma, ma la cooperativa sociale Onlus a licenziare lo scienziato per motivi che non attengono alla “scienza”, come ha precisato la presidente Loretta Masotti, ma per una non meglio specificata “riorganizzazione aziendale“. Tanto che la Fp Cgil di Bologna, che parla apertamente di una situazione preoccupante legata alle recenti evoluzioni dell’assetto gestionale dell’ente, ha criticato la decisione del Cda dell’Istituto e chiede garanzie sul futuro occupazionale dell’ente di ricerca.

Ma in una lettera pubblica del 21 Gennaio, l’autorevole professor Philip Landrigan, direttore del Programma globale di salute pubblica del prestigioso Boston College, e presidente del Comitato scientifico internazionale dell’Istituto Ramazzini ha descritto Mandrioli come uno “scienziato eccellente” e si è lamentato con la presidente Masotti che il comitato non fosse stato consultato sul licenziamento, esprimendo la preoccupazione che la decisione fosse stata influenzata da pressioni dell’industria.

Senza ulteriori dettagli è lecito cercare nel perimetro della “proprietà” dell’Istituto Ramazzini le ragioni della cacciata di Mandrioli, licenziato non già per demeriti lavorativi, ma per una non meglio chiarita riorganizzazione aziendale.

La cooperativa non riceve finanziamenti pubblici e finanzia l’attività di ricerca con il contributo dei soci (circa 40mila) e partecipando ai bandi nazionali e internazionali, ed è associata a LegaCoop, associazione di categoria che in Emilia-Romagna associa colossi dell’agroalimentare come Granarolo e il Consorzio GranTerre, proprietario dei marchi ParmareggioParmacotto, Casa Modena.

A dover rispondere e fornire una versione più esaustiva dell’immotivata decisione di cacciare Mandrioli devono essere l’Istituto Ramazzini e LegaCoop, come chiede il Collegium Ramazzini, un’accademia indipendente all’Istituto fondato da Cesare Maltoni composta da 180 medici e scienziati provenienti da 45 paesi che studiano il rapporto tra ambiente e salute: “Chiediamo – scrive il presidente Landrigan – che l’Istituto Ramazzini e la Lega delle Cooperative di Bologna rendano pubbliche le motivazioni della loro decisione, affinché eventuali carenze nella gestione del Dott. Mandrioli possano essere corrette. Nel frattempo, Le chiediamo di reintegrare il dott. Daniele Mandrioli come direttore del Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni. Pur riconoscendo chiaramente l’autorità della Lega nel prendere questa decisione, ci auguriamo che riconosca che la mancata spiegazione di questa decisione e la mancata reintegrazione del dott. Mandrioli rischiano di danneggiare irreparabilmente la reputazione dell’Istituto Ramazzini, minacciare l’indipendenza della ricerca dell’Istituto”.

Francesco Forastiereepidemiologo di fama internazionale, professore all‘Imperial College di Londra, è membro anche del International advisory board del Ramazzini, un organo indipendente che valuta il lavoro di ricerca dell’Istituto e commenta con il Salvagente il licenziamento di Mandrioli: “Tutto è avvenuto al buio, improvvisamente e in modo brusco: questo ha generato molta preoccupazione per la mancata trasparenza. Come scienziati siamo portati naturalmente a non credere alle coincidenze, tuttavia in questa decisione ci sono tante cose che non tornano e che devono essere chiarite“.

I dubbi comuni a tanti si concentrano in una domanda: cosa farà ora il Ramazzini? Quali filoni di ricerca continuerà a coltivare?

Nel frattempo il Centro di ricerca del Ramazzini non ha un direttore e al posto di Mandrioli non è stato nominato un sostituto. Il Cda ha invece optato per la nomina del dottor Alessandro Nanni Costa come direttore della Strategia e della direzione Sscientifica dell’Istituto Ramazzini, già direttore del Centro nazionale trapianti e membro della Commissione nazionale di bioetica: un profilo autorevole, ma con un curriculum non proprio pertinente per i progetti di ricerca portati avanti storicamente dell’Istituto Ramazzini.  

da qui

 

 

Israele sparge glifosato nel Sud del Libano per “bruciare” le coltivazioni - Ettore Cera

Il caso sollevato dall’Unifil, la forza di pace dell’Onu presente nel Libano meridionale: oltre ai danni ambientali, l’uso dell’erbicida espone la popolazione locale a un pesticida dagli effetti potenzialmente cancerogeni

L’Idf, l’esercito israeliano, con gli aerei ha irrorato glifosato campi coltivati e terreni destinati alla semina nel Sud del Libano. La notizia è stata diffusa il 2 febbraio scorso da un comunicato stampa dell’Unifil, l’United nations interim force in Lebanon, la forza di pace dell’Onu, a cui partecipano anche un migliaio di militari italiani, da tempo ormai esposta al fuoco dell’Idf, l’esercito di Israele, durante le azioni contro le milizie di Hezbollah.

L’uso massiccio di glifosato, oltre alla funzione erbicida, provoca una rapida essiccazione della pianta e quindi non è escluso che l’esercito israeliano abbia impiegato il potente diserbante per “bruciare” le coltivazioni nel Sud del Libano.

Prima dei lanci di glifosato l’Idf, precisa Unifil, ha invitato le forze di peacekeeping di “tenersi a distanza e rimanere al riparo, costringendole ad annullare oltre una dozzina di attività”.

I militari Onu, aggiunge poi l’Unifil, “hanno supportato le forze armate libanesi nella raccolta di campioni da sottoporre a test di tossicità“. 

Dalle analisi è risultato l’impiego di erbicidi a base di glifosato una sostanza, probabile cangerogena per la Iarc dell’Oms e capace di provocare diversi tipi di cancro nelle cavie da laboratorio, inquinante per l’ambiente e che espone la popolazione locale a conseguenze sulla loro salute.

“L’operazione – riporta l’Ansa – si è svolta in aree già in larga parte evacuate a causa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, ma ancora attraversate da civili, allevatori e personale delle Nazioni Unite. Unifil ha riferito di esser stata informata da Israele delle operazioni per consentire al personale Onu di allontanarsi temporaneamente dalla zona interessata per alcune ore, senza che fossero forniti dettagli sulla natura dell’operazione”.

Molto dura la posizione espressa dalla forza di pace dell’Onu: “Questa attività (irrorazione con sostanze chimiche, ndr) è inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701. Le azioni deliberate e pianificate dell’Idf non solo hanno limitato la capacità delle forze di peacekeeping di svolgere le attività previste dal loro mandato, ma hanno anche potenzialmente messo a rischio la loro salute e quella dei civili. Hanno inoltre sollevato preoccupazioni circa gli effetti di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e su come ciò potrebbe influire sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di sussistenza a lungo termine. Non è la prima volta che le Idf lanciano sostanze chimiche sconosciute da aerei sul Libano. Continuiamo a ricordare alle Idf che i voli dei loro aerei verso il Libano violano la risoluzione 1701 e che qualsiasi attività che metta a rischio le forze di peacekeeping e i civili è motivo di seria preoccupazione. Invitiamo nuovamente le Idf – si conclude il comunicato – a cessare tutte queste attività e a collaborare con le forze di peacekeeping per sostenere la stabilità per cui tutti ci stiamo impegnando

da qui

mercoledì 8 gennaio 2025

In Libano un rifugio per animali sopravvive alla Guerra, ma rischia di soccombere alle difficoltà economiche - Grazia Parolari

 Ogni gesto conta, perché ogni vita conta. Oltre ogni appartenenza di specie

In un angolo di un Libano ancora segnato dalla violenza degli attacchi israeliani, sorge un luogo di speranza e compassione: Woof n’ Wags.

Questo rifugio antispecista, l’unico di questo tipo nel Paese, è da anni un faro di salvezza per animali dimenticati e maltrattati. Qui, oltre 300 cani e numerosi altri animali, tra cui una mucca disabile, un’asinella cieca che sarà presto mamma,  un maiale e molte capre, hanno trovato rifugio, lontano dalla crudeltà e dall’indifferenza. Ma oggi, questa oasi di pace rischia di scomparire, travolta da una crisi economica senza precedenti.

La guerra e il coraggio di ricominciare

Quando la guerra ha raggiunto il sud del Paese, dove si trovava Woof n’ Wags, la scelta di Ghada, una delle fondatrici, è stata immediata: spostare gli animali in una zona più sicura. Nonostante le innumerevoli difficoltà logistiche ed economiche, l’impresa, che sembrava impossibile, è riuscita: nessun animale è stato lasciato indietro, tutti hanno trovato rifugio in un nuovo terreno nella municipalità di Jezzine.

Il trasferimento ha tuttavia dovuto fare i conti con i lunghi tempi della burocrazia, peggiorati dalla situazione di guerra, che hanno ritardato la costruzione di ripari adeguati, ancora oggi assenti. Il rifugio si è quindi trovato costretto a reperire fondi non solo per riuscire a nutrire quotidianamente gli animali, ma anche per riuscire ad allestire ripari temporanei, mentre per riscaldare gli animali nelle notti più fredde si è dovuto ricorrere a falò, cercando di adattarsi alle condizioni precarie nel miglior modo possibile.

 


Nel mezzo di queste continue difficoltà , il rifugio  non ha mai smesso di accogliere i cani vaganti sul territorio,  o perchè abbandonati da chi è fuggito dalle zone di conflitto, o perchè resi orfani dalla loro famiglia dagli indiscriminati bombardamenti israeliani


La nuova battaglia: sopravvivere alla crisi economica

La guerra ha inoltre avuto altre pesanti ripercussioni. L’attività economica che sosteneva il rifugio è stata annientata dal conflitto. Le donazioni, già limitate, sono crollate drasticamente, in un contesto globale segnato da crisi economiche e priorità diverse. E ora Woof n’ Wags si trova sull’orlo del baratro.

ll rifugio, in gravissima difficoltà nel riuscire a pagare l’affitto del terreno, rischia lo sfratto.

Questo significherebbe abbandonare gli animali, tutti, al loro destino.

In un Paese dove gli animali randagi hanno pochissime possibilità di sopravvivere, e dove le persone stesse combattono ogni giorno contro le devastanti conseguenze della guerra e della crisi economica che affligge il Libano da anni, le prospettive per gli animali abbandonati sono drammatiche. Le difficoltà quotidiane della popolazione, infatti, fanno sì che la protezione degli animali venga spesso trascurata. La maggior parte dei cani morirebbe di fame, di malattie o, peggio ancora, sarebbe vittima di abusi, avvelenamenti e violenze, mentre si può ben immaginare il destino degli animali “da fattoria”.

Un appello alla solidarietà

In questo contesto Woof n’ Wags non è solo un rifugio: è un luogo che afferma il valore di ogni vita, indipendentemente dalla specie. È un esempio concreto di come opporsi allo sfruttamento praticando solidarietà e cura, un luogo che sfida l’idea che alcune vite siano sacrificabili, opponendosi  alla logica di abbandono e violenza che caratterizza il trattamento degli animali.

Per continuare a esserlo, ha bisogno di supporto: un aiuto che non è solo materiale, ma che è anche un atto di affermazione politica e morale. Non si tratta semplicemente di aiutarlo a garantire cibo, cure veterinarie o un rifugio a chi, altrimenti, non avrebbe scampo.  Significa condividerne  i valori e la visione,  aiutarlo a far sì che questi principi trovino sempre più spazio , in un cambiamento culturale che superi la visione antropocentrica e riconosca agli animali il rispetto e i diritti che meritano.

Si può donare attraverso il loro sito ufficiale, o almeno condividere la loro storia per sensibilizzare altre persone.

Ogni gesto conta, perché ogni vita conta. Oltre ogni appartenenza di specie.

da qui

giovedì 18 marzo 2021

A Beirut il primo ospedale al mondo completamente vegano - Grazia Parolari

 

In un Libano sempre più  devastato dalla crisi economica, dove l’inflazione è ormai stimata tra l’85 e il 90%. e dove, secondo le stime della ESCWA ( Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale) oltre il 55% della popolazione libanese vive oggi in condizioni di povertà e lotta per soddisfare i propri bisogni primari, parlare di veganismo potrebbe sembrare incongruo e inopportuno.

Ma se è pur vero che il movimento vegano, nato in Libano nel 2014 con il gruppo “Lebanese Vegans”, si è diffuso essenzialmente in quelli che sono gli strati più benestanti della popolazione, con una connotazione prettamente cittadina e con numeri ristretti, negli ultimi anni l’interesse verso questa filosofia di vita è costantemente aumentato, grazie anche alla capacità del movimento nell’affrontare le sfide sociali che, loro malgrado, i cittadini libanesi si sono trovati a vivere, e grazie al loro forte impegno nel raccontare e mostrare gli aspetti, soprattutto  etici, di uno stile di vita  vegano.

Come afferma Georges Hayek, fondatore di Lebanese Vegans, da noi interpellato: “Non esiste una strategia unica che possa influenzare tutti. Approcci diversi per persone diverse. Crediamo fortemente in un messaggio chiaro e sincero. Esporre ciò che il settore alimentare nasconde è secondo noi la nostra forza. Mostrare la dura realtà dei macelli è necessario per connettersi con ciò che stiamo consumando” E continua: “Il veganismo riguarda l’etica.  Non far del male agli animali quando non è necessario. Diventare vegano per etica significa riconoscere che uccidere è sbagliato, lo è stato ieri, lo è oggi e lo sarà domani. Tuttavia, diventare “vegani” per la salute o l’ambiente può aprire gli occhi  verso il lato etico”.

Per fare ciò, Lebanese Vegans è sempre stato attivo nell’organizzare incontri e seminari informativi , oltre ad eventi di varia natura, fino ad aprire, nel novembre 2020, un Vegan Social Hub con cafeteria, biblioteca, locali per workshop e un auditorium per  conferenze e proiezioni cinematografiche.

“Come comunità, abbiamo visto la necessità di uno spazio che sostenga le  realtà economiche vegane locali, gli attivisti per i diritti degli animali e le persone che la pensano allo stesso modo e che sono interessate a saperne di più sullo stile di vita vegano, una filosofia di vita che cerca di escludere tutte le forme di sfruttamento per gli animali con cui condividiamo il pianeta”.

Dopo la devastante esplosione del 4 agosto, il gruppo si assunse non solo  l’impegno di  prestare assistenza veterinaria agli animali rimasti feriti, ma riuscì a raccogliere fondi per fornire , con la collaborazione di aziende vegane locali, piatti pronti e panini vegani per le persone in difficoltà a Beirut, comprese le lavoratrici keniote, eritree ed etiopi  abbandonate dai propri datori di lavoro davanti ai rispettivi consolati. Particolare, questo, significativo, in quanto molte organizzazioni locali aiutavano solo cittadini libanesi (non dimentichiamo che le discriminazioni verso i non libanesi sono molto ampie e diffuse nel Paese). Il programma di distribuzione gratuita di cibo vegano continua attualmente presso la cafeteria del  Vegan Social Hub.

Se negli ultimi anni la diffusione di cibi vegani , come latte vegetale, sostituti  della carne e del formaggio, è stata in costante aumento, rendendoli  disponibili nei principali supermercati e negozi e se a Beirut sempre più locali hanno aggiunto opzioni vegane nei loro menu, c’è però da chiedersi quanto la crisi economica, con la sua impennata di prezzi, abbia influito sui consumi  veg e se sia economicamente più vantaggiosa un’alimentazione priva di prodotti animali.

“Più dell’80% del nostro cibo locale naturale è già vegano per impostazione predefinita” afferma Hayek . “La dieta libanese si concentra già su piatti come hummus, baba ghanouj, balila, foglie di dolma e insalate tra cui tabbouleh, fattoush, timo, ecc. Anche i piatti tradizionali libanesi come fasolia w riz (fagioli stufati e riso) e cousa mehshe hanno versioni senza carne.E gli alimenti più economici sono proprio  i legumi, le verdure, il riso, la pasta, l’hummus … Affrontare  questa crisi finanziaria in realtà sta  portando le persone a scegliere alimenti a base vegetale, rispetto a cibi di origine animale, essendo quest’ultimi più costosi”.  

Questo è senz’altro vero per i prodotti naturalmente vegani, ma la differenza di prezzo tra un litro di latte vaccino (da 5.500 a 9.100 LL)  e un litro di latte di soia o di mandorla (da 28.000 a 40.400 LL), o da 500 gr di labneh vaccino (11.550 LL  )a 320 gr di labneh veg (22.000 LL) non è trascurabile, quando ogni lira conta.

Inoltre optare per un’alimentazione vegana o vegetale a causa delle difficoltà economiche, non  significa  necessariamente condividere o arrivare a condividere  la filosofia vegana, tanto più se, esattamente come in tutte le altri parti del mondo, il consumo di cibo racchiude in sé abitudini e tradizioni, anche religiose, particolarmente radicate, oltretutto in un Paese, come il Libano,in cui convivono diverse fedi, ognuna con i propri riti e le proprie festività, spesso caratterizzate dal consumo di un particolare tipo di carne. Sono proprio le tradizioni religiose, secondo Hayek, una delle “sfide più difficili da affrontare”.

Resta inoltre il fatto, come già evidenziato, che il movimento vegano continua a riguardare maggiormente una parte minoritaria della componente libanese, un mondo che, se pure profondamente prostrato dalla crisi politica ed economica, è ancora molto lontano dall’ancor più dura realtà dei campi profughi palestinesi e siriani o dagli strati più poveri della popolazione.

Forse il simbolo più evidente di questa lontananza è l’Hayek Hospital, un moderno ospedale privato, che dal 1 marzo fornisce ai suoi pazienti una dieta esclusivamente a base vegetale, diventando il primo ospedale al mondo completamente vegano dopo un periodo di transizione in cui , lasciando ai pazienti la scelta tra cibo con prodotti animali e non , aveva condotto una campagna di informazione sui benefici della dieta vegana.  Una scelta lungimirante e condivisibile, un atto concreto per affrontare le cause e non solo i sintomi di molte malattie e , soprattutto, delle pandemie zoonotiche.

Ma una realtà così lontana da molti cittadini, libanesi e non, che non hanno i mezzi neppure per accedere ad un’assistenza sanitaria di base, da risultare straniante come un irraggiungibile miraggio.

Ciononostante ,  condividiamo con George Hayek la sua aspettativa di futuro:  “Un mondo vegano. Niente di meno! Perché l’ingiustizia non può durare per sempre, né per gli uomini, né per gli altri animali.”

E con i  principi di “giustizia, solidarietà e comunità”, che Lebanese Vegans ha posto alla base della sua filosofia, il movimento vegano libanese ha certamente  tutti gli strumenti per diventare parte attiva di quella nuova società che il Paese vorrebbe finalmente  costruire.

da qui