Visualizzazione post con etichetta montagne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta montagne. Mostra tutti i post

martedì 20 ottobre 2026

Una nuova vita per le colline e le montagne: il tesoro che i giovani vogliono riscoprire - Barbara Nappini

 

In collina e in montagna permangono le basi biologiche necessarie alla vita: biodiversità, suolo, acqua pulita, aria, piante e animali. In collina e in montagna hanno origine i prodotti italiani più iconici, frutto di sapere millenario custodito dagli artigiani. Basti dire che il 92% dei prodotti Dop proviene da aree montane o interne. In collina e in montagna, per secoli, la produzione di materie prime e la loro trasformazione hanno generato quell’agrobiodiversità e quella varietà gastronomica che oggi riassumiamo fin troppo facilmente nell’espressione “made in Italy”. In collina e in montagna sono presenti il 46% delle imprese agroalimentari, si concentra oltre il 50% della superficie agricola utilizzata del Paese, si evidenzia la maggiore vocazione al biologico e la più rilevante presenza di imprese a conduzione femminile per il 25% e giovanile per il 9,2%.

La trave nel piatto è che le “terre alte” vengono definite “marginali”. Ma queste terre marginali sono tutto fuorché marginali. Sono circa il 70% del territorio nazionale, ospitano quasi 4.000 comuni, custodiscono la maggior parte della biodiversità italiana, regolano il ciclo idrologico, catturano carbonio, prevengono dissesti, conservano paesaggi culturali patrimonio dell’umanità. Le aree interne sono in sofferenza perché da decenni depauperate di opportunità: servizi essenziali, accesso al lavoro, infrastrutture, isolamento geografico, tutto spinge dolorosamente i giovani a trasferirsi. Secondo ISTAT, negli ultimi 20 anni molti piccoli comuni hanno perso fino al 20% della popolazione. Eppure, le grandi città di pianura hanno bisogno delle terre alte: è necessario dismettere la relazione di servizio che la campagna depauperata ha avuto con la città, per trasformarla in un dialogo paritetico tra aree di pari dignità in cui il benessere dell’una e dell’altra sono correlati. Un rapporto che deve essere basato sulla reciprocità e la cooperazione, che riconosce soggettività alle terre alte e che restituisce alla collina e alla montagna la coscienza del luogo e alle comunità dei paesi “il fare”.

I giovani questo lo hanno capito prima e meglio della politica: molti sono quelli che individuano in quelle aree delle prospettive “altre” di lavoro, di relazione e anche di vita. Alcuni sono nati lì e vogliono restare, altri provengono dalla città ma vogliono trasferirvisi, entrambi leggono quei territori come spazi dove sperimentare forme di lavoro agricolo o forestale cooperativo, partecipare alla vita delle comunità, custodire gli ecosistemi abbracciando saperi antichi e innovazione, immaginare e costruire forme di governo dal basso dei luoghi. Lì, nelle aree collinari e montane, servono le scuole migliori, i trasporti più efficienti, i servizi di assistenza e sanitari più innovativi per sostenere un ripensamento del futuro dell’Italia tutta. E nel Terra Madre Salone del Gusto appena conclusosi a Torino, i giovani c’erano ed erano tanti. Hanno affollato in maniera più evidente proprio lo spazio “Terre Alte”: non soltanto partecipavano alle conferenze tra il pubblico, molti erano dietro i microfoni! Erano loro i protagonisti: hanno portato idee, istanze, proposte, esperienze, energica volontà e ferma determinazione per far vivere quei luoghi e per vivere loro stessi, lì, un’esistenza dignitosa, culturalmente sensata e politicamente giusta. Dentro questa trama di connessioni tra comunità e territori, tra idee e azioni, non c’è spazio per l’inganno dei confini: nei sistemi locali del cibo buoni, puliti e giusti che ne possono scaturire, nutrirsi non è gesto compiuto a danno di qualcuno, ma è atto capace a sua volta di nutrire. Queste ragazze e questi ragazzi non chiedono che qualcuno faccia al posto loro: loro sono già dentro un cambiamento che niente e nessuno può fermare.

da qui

giovedì 9 febbraio 2023

La montagna non è una fabbrica - Wu Ming, Paolo Piacentini

Piacentini – In questi giorni è arrivata un po’ di neve ma nulla cambia ed invece vedo un accanimento terapeutico verso un modello di sviluppo turistico quasi sacralizzato, come se quella forma di fruizione della montagna in inverno fosse l’unica possibile.

Situazione preoccupante perché non si vuole prendere atto di quello che sta accadendo e si pensa di risolvere tutto con l’illusione “tecnocratica”

Si posizionano cannoni sparaneve sempre più potenti anche ad alte temperature, non importa se intorno la terra è brulla: pura follia. 

Wu Ming – Anzitutto c’è un problema simbolico, di immaginario: la montagna è vista come una fabbrica che d’inverno deve produrre neve, e questa neve ha l’unico scopo di imbiancare il paesaggio e consentire lo sci. Così, quando la neve non arriva, nessuno pensa al danno per le sorgenti, per la biodiversità, per gli equilibri ambientali, i pascoli, l’agricoltura. L’unico problema è che non si può sciare, e nessuno dice che proprio l’industria dello sci, con il suo enorme dispendio di energia, contribuisce al riscaldamento globale, il quale comporta meno neve naturale, quindi un maggiore ricorso a quella artificiale, e un maggiore consumo energetico: il classico serpente che si morde la coda.

Il mito della “settimana bianca” è talmente forte che certi rifugi, in assenza di neve, invece di puntare su chi cammina, organizzano serate disco sul modello delle “Vacanze di Natale” dei film di Vanzina. Perché la montagna d’inverno dev’essere quella roba lì. Se non c’è la neve, bisogna farla a tutti i costi: trovare una soluzione tecnologica, non cambiare mentalità.

D’altronde, succede così anche con la “transizione ecologica”: invece di ammettere che c’è un intero modello economico da cambiare, si preferisce pensare che le rinnovabili, i crediti del carbonio e qualche milione di alberi piantato qua e là ci permetteranno di mantenere le stesse abitudini.

Piacentini – Per questo parlo di conversione ecologica perché la transizione è più che sputtanata e comunque saremmo in netto ritardo. Va cambiato radicalmente il modello socio-economico. La necessità di una svolta radicale deriva proprio dalla tua riflessione, dalla considerazione che nell’immaginario del turista non si riesce a smontare un modello di fruizione che nasce negli anni del boom economico e che arriva ad oggi con una progressiva degenerazione.

Mi sembra molto importante anche la tua riflessione sulla carenza di neve – Si chiedono risorse pubbliche ingenti gridando all’emergenza come si trattasse di affrontare una catastrofe legata ad un terremoto devastante. Un’emergenza da carenza neve senza per nulla considerare che il vero problema semmai è la conseguente carenza d’acqua nel sistema idrografico.

Wu Ming– Sì, l’ordine delle priorità viene capovolto. Ma non è accaduto lo stesso anche con l’emergenza Covid? Una cassiera di supermercato poteva lavorare otto ore a contatto con i clienti, però, tornata a casa, non poteva farsi una passeggiata nel parco. Inutile stupirsi: come diceva Marx, «il morto afferra il vivo e lo tiene prigioniero»

Piacentini- Dovremmo avere la forza di lavorare per un nuovo paradigma e provare a cambiare l’immaginario sul come abitare e fruire le nostre montagne. Il turismo ok ma va diversificato davvero, le “terre alte” non possono vivere solo di turismo.

Penso al tema dei Cammini, quando nel periodo della pandemia per due anni il Cammino di Santiago ha visto un annullamento del flusso turistico con gli enormi danni relativi. Certo non è facile cambiare rotta visto il forte intreccio tra politica ed imprenditoria, una sorta di patto per utilizzare risorse ingenti che andrebbero indirizzate su progetti a favore delle comunità locali con un occhio rivolto al futuro. Come possiamo secondo te provare, nel nostro piccolo, a ribaltare l’immaginario delle comunità locali oltre a quello della città e dei turisti e portarli alla costruzione di una sorta di patto tra città e montagna che include anche quello tra generazioni?

 

Wu Ming – L’importanza economica del turismo è sovrastimata, perché un Paese come l’Italia, quando è in crisi nera e non ha idee per rilanciarsi, si rifugia in quel che ha già, per certi versi a costo zero, e prova a convincersi che sia la panacea di tutti i mali. Lo stesso vale per la montagna. Che offre, e potrebbe offrire ancora di più, lavoro nell’agricoltura, nell’allevamento, nell’artigianato, nella salvaguardia e cura del territorio, nella cultura. Ma per sviluppare questi settori bisognerebbe investire sui servizi, sui trasporti pubblici, sugli ospedali, sull’abitare. E allora si preferisce la montagna parco giochi, perché tenere aperto un parco giochi è più semplice, più compatibile con l’idea che certe zone non vanno davvero abitate, vanno solo consumate. Chi invece vorrebbe fare altro viene zittito, intimidito, non rappresentato, isolato. Eppure sull’Appennino ci sono ormai tanti giovani che svolgono attività slegate dal turismo. Si dice che senza quest’ultimo la montagna si spopola, ma in realtà il turismo è perfettamente compatibile con una montagna poco abitata: bastano poche centinaia di persone che garantiscono l’accoglienza stagionale.

Per questo, e non solo per le evidenti ragioni ambientali, prima di spendere per dei cannoni energivori che sparano la neve anche a 10 gradi, bisognerebbe garantire collegamenti frequenti, anche notturni, tra montagna e città, e tra comune e comune.

Piacentini – A proposito di servizi è ridicolo strumentalizzare i disabili narrando che gli impianti servono a portarli in alto anche d’estate, quando poi in paese non c’è nessuna attenzione all’accessibilità diffusa. Altro scandalo è che questi finanziamenti spesso arrivano dal PNRR con un’operazione di scippo verso le future generazioni che può fare scattare sentimenti di ribellione più che legittimi.

Bisognerebbe creare i presupposti per far crescere la coscienza su come lo sperpero di risorse pubbliche per alimentare un’economia “estrattiva” toglie l’aria al futuro dei giovani e delle comunità locali. Penso anche alla follia degli impianti eolici industriali nei fragili crinali appenninici.  Bisogna rivedere radicalmente il paradigma dello sviluppo lineare che non tiene conto dei vincoli naturali. Urgono nuovi progetti che mettono al centro la conservazione e la cura del territorio. Un’economia che sposa il concetto del limite e la sfida alla complessità.

Wu Ming – Parlando degli impianti di risalita, prima o poi si arriva sempre alla contraddizione tra ambiente e lavoro, l’occupazione viene usata come ricatto per perpetuare i danni al territorio. Invece, proprio la montagna è un territorio dove la cura dell’ecosistema può produrre lavoro, in tanti settori. Occuparsi di un castagneto, per dire, può avere una valenza produttiva, culturale e turistica allo stesso tempo. In un Paese con un dissesto idrogeologico mostruoso sarebbe facile creare nuova occupazione puntando sulla messa in sicurezza del territorio. O sul patrimonio forestale.

Il tema dell’occupazione viene anche usato per etichettare “gli ambientalisti” come un’élite cittadina, che vive comoda e dà più importanza ai faggi che agli esseri umani. Dobbiamo invece sottolineare l’ingiustizia profonda di un’industria come quella dello sci, che in molti territori si regge sul denaro pubblico, speso per tenere in piedi una macchina inquinante e prossima alla rottamazione, invece di aiutare attività virtuose.

Quest’anno il governo italiano ha chiesto ai cittadini di ridurre i consumi energetici: poi però i signori dello sci da discesa ricevono aiuti per le loro bollette e parlano di usare ancora più energia, e più acqua, per l’innevamento artificiale. Anche questa è un’ingiustizia che andrebbe denunciata.

Piacentini– Come vedi il rapporto con la politica istituzionale? Non credo siano tutti uguali e quindi credo sia opportuno aprire dei canali di confronto istituzionali, mantenendo una piena autonomia. Oggi la politica istituzionale è troppo spesso condizionata dagli interessi economico – finanziari e non è assolutamente indenne anche un pezzo importante dell’ambientalismo politico ed associativo. Lo dimostra anche l’approccio alla politica energetica cosiddetta green.  Davanti a questo scenario pensi si possa riuscire a far penetrare in alcuni ambiti le nostre istanze o non rimane invece che concentrarsi sulla costruzione di vertenze dal basso ?

Wu Ming -Paolo, anch’io non credo che siano tutti uguali, però sono quantomeno simili: fanno gli interessi dei loro clientes, almeno finché ritengono che questo non li danneggi sul piano dell’immagine pubblica, ovvero della carriera politica.

Oggi servono cambiamenti radicali e questi non sono mai venuti dall’interno delle istituzioni, dove il cerchiobottismo è una tattica di sopravvivenza, se non proprio una forma mentis. Una vera alternativa è possibile solo se molte persone la sostengono, la raccontano, la praticano sui territori, la pretendono e hanno la forza per pretenderla.

Piacentini– ti ho fatto la domanda perché pensando, ad esempio, alla posizione dei Verdi che da una parte provano a spingere verso un cambiamento radicale e dall’altra arriva la “necessità politica” del compromesso. Un po’ come la lista civica di Bologna che dice di sì al Passante basta che sia green.

Dovremmo provare a comunicare meglio le contraddizioni della politica. Far capire che alcune scelte sono, non solo insostenibili, ma profondamente incompatibili con le vere azioni virtuose. Non basta opporsi ma bisogna fare rete per costruire e praticare alternative radicali da comunicare in modo efficace.

Wu Ming – Qualche giorno fa, il danneggiamento di nove cannoni sparaneve sul Corno alle Scale ha fatto gridare all’ecoterrorismo. Io non so se sia stato un sabotaggio consapevole o un semplice vandalismo.  Però sono sicuro che ad essere sabotato con progetti insostenibili e ingiusti è il futuro dei territori, delle comunità locali e delle nuove generazioni. Non si può continuare a inseguire una monocultura, quella del turismo invernale, che non ha prospettive e sega il ramo su cui stiamo sedute.

da qui 

giovedì 17 dicembre 2020

L’inutilità di sfregiare le montagne - Paolo Piacentini

Quest’anno la crisi dello sci da discesa, legata al sempre più scarso innevamento, sarà aggravata dalle condizioni dettate dalla crisi sanitaria.

E’ il momento di mettere in campo le alternative di fruizione della montagna che ormai sono, in molte zone dell’arco alpino, una bella realtà.

Pensare, ad esempio, di giustificare la realizzazione di nuovi impianti di risalita con la necessità di metterli a servizio dell’escursionismo estivo a piedi, in mountain bike o per far salire i disabili in quota è una cosa che non si tiene in piedi sotto tutti i punti di vista: oggi più che mai.

La montagna nel periodo estivo può diventare una vera palestra all’aria aperta e ormai qualsiasi studio sul benessere psico-fisico delle persone mette al centro la pratica del camminare o dell’andare in bici come le fondamentali attività motorie da esercitare anche in vacanza.

Se proprio qualche pigro vuole salire in quota senza camminare lo può fare con gli impianti esistenti, che se necessario possono essere riammodernati, anche se in alcune località gli impianti più impattanti e ormai in disuso sono stati smantellati.

Considerate che per i più pigri sul nostro Appennino e sulle Alpi esistono delle strade di penetrazione che possono condurre gli escursionisti a quote molto elevate e quindi la passeggiata in quota diventa più leggera.

Se parliamo della bici va considerata la forte innovazione della pedalata assistita che ormai consente di salire in quota senza grandi difficoltà anche alle persone meno allenate.

Vogliamo parlare poi dei disabili? Andate a chiedere al mondo della disabilità se non si senta strumentalizzato dal tentativo di aprire nuove strade o impianti di risalita in montagna per trasportarli in quota.

In molti casi per assicurare un servizio ai disabili si potrebbero utilizzare delle navette e favorire, nel contempo, forme di fruizione con accompagnatori attraverso l’uso della joelette.

Insomma, chi prova a giustificare nuove opere impattanti in montagna con la scusa che servono alla ulteriore promozione dell’escursionismo estivo ed invernale ha le cartucce scariche su tutti i fronti.

 

Mi auguro che le risorse della Next Generation EU non vadano a finanziare vecchi progetti ammuffiti nei cassetti regionali e che oggi, alla luce dei cambiamenti climatici da una parte e all’evoluzione del turismo attivo dall’altra, che mette al centro il concetto di salute anche nella dimensione del viaggio, si possa resettare il tutto per disegnare un altro modo possibile di fruire della montagna.

Lo sguardo dobbiamo voltarlo oggi senza aspettare ancora un attimo. La montagna ha bisogno di una nuova visione strategica ripartendo dal Manifesto della Montagna di Camaldoli e dalla Carta dell’Appennino elaborata da una serie di comitati territoriali.

Dobbiamo “Riabitare l’Italia”, come ci indica il nome del Manifesto a cui ho aderito con convinzione e quindi anche la  montagna.

Dobbiamo sostenere una nuova alleanza con le città per formare fruitori consapevoli degli ambienti naturali fragili ma che ci donano una bellezza infinita. 

Dobbiamo sostenere quei sindaci che stanno prendendo coscienza di una nuova progettualità sostenibile che faccia rinascere le comunità nel rispetto delle vecchie e nuove vocazioni territoriali.

Iniziano ad essere tanti gli amministratori locali che vorrebbero ribellarsi a vecchie logiche che nulla hanno di strategico ma che servono solo ad accontentare il sindaco di turno, il politico locale o qualche pseudo-imprenditore che prende il sacco dei finanziamenti pubblici e scappa lasciando piccole o grandi cattedrali nel deserto.

Oggi ci sono le premesse per rivitalizzare i piccoli centri montani con l’arrivo delle persone che stanno scegliendo di andare via dalla città .

E’ un fenomeno che andrebbe veicolato verso una scelta consapevole e non vissuto solo come fuga dalla città a causa della crisi sanitaria.

Invece di favorire finte chimere di una rivalutazione del patrimonio immobiliare fatto di seconde case in montagna, a trarre vantaggio da una riqualificazione e rivalutazione economica possono  essere le tante case abbandonate nei piccoli centri dell’Appennino se solo si cogliesse la novità a cui sta dando impulso, indirettamente, la crisi sanitaria. Fermiamoci, resettiamo tutto e ripartiamo con una nuova visione strategica.

da qui