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lunedì 12 dicembre 2022

Il territorio non è un banale contenitore per centrali da fonti rinnovabili - Grig

Le associazioni ambientaliste FAI, Legambiente e WWF hanno sottoscritto fra loro un accordo (Paesaggi rinnovabili) per il sostegno alla produzione di energia da fonti rinnovabili senza se e senza ma, al di là della terminologia accattivante.

Spiace, ma non siamo d’accordo.

Come giustamente ricordano in questi giorni gli Amici della Terra, “la recente crisi dell’energia ha fatto scoprire a tutti che, in Italia, 15 anni di sussidi (oltre 200 miliardi) e di attenzione quasi esclusiva allo sviluppo di fonti rinnovabili intermittenti (eolico e fotovoltaico) ci hanno consentito, nel 2021, di coprire solo il 3,4% dei consumi finali di energia (1,79 Mtep di eolico e 2,14 Mtep di fotovoltaico), e che questo sforzo si è rivelato inadeguato di fronte all’emergenza. Si è rivelato inutile anche per la diminuzione delle emissioni climalteranti, che anzi sono aumentate se calcoliamo le emissioni da carbone della filiera del solare”.

Il territorio non è un banale contenitore per centrali di produzione energetica da fonti più o meno realmente rinnovabili (per esempio, non lo è certamente la biomassa ottenuta dal taglio selvaggio di boschi di mezza Europa).

La grande ricchezza del Bel Paese è data proprio dalla straordinaria ricchezza dei valori naturalistici, ambientali, paesaggistici e storico-culturali.

Mancanza di seria pianificazione energetica, carenza di governo pubblico delle proposte di centrali energetiche da fonti rinnovabili provenienti da privati, presenza ancora insufficiente di vincoli e piani paesaggistici.

Gli esempi dati dall’autentico Far West della speculazione energetica nella Tuscia e dalla pura follìa determinata della prossima sovrapproduzione di energia da fonti rinnovabili assolutamente inutilizzabile della Sardegna rendono palese la necessità di un efficace esercizio delle competenze statali e regionali di tutela del paesaggio, che significa anche tutela dell’identità storico-culturale e dell’attrattiva turistica dei territori.

Nella Tuscia, secondo dati non aggiornati, siamo di fronte a ben 51 progetti di campi fotovoltaici presentati, in parte approvati e solo in minima parte respinti in pochi anni, complessivamente oltre 2.100 ettari di terreni agricoli e boschi. Analogamente sono ormai svariate decine i progetti di centrali eoliche presentati o già in esecuzione.

In Sardegna, se fossero approvati tutti i progetti di centrali per la produzione di energia da fonti rinnovabili, vi sarebbe un’overdose di energia prodotta, pagata dallo Stato, ma inutilizzabile.

Infatti, a oggi in Sardegna non esistono impianti di conservazione dell’energia prodotta.

Con la realizzazione del Thyrrenian Link, il nuovo doppio cavo sottomarino di Terna s.p.a. con portata 1000 MW, 950 chilometri di lunghezza complessiva, da Torre Tuscia Magazzeno (Battipaglia – Eboli) a Termini Imerese, alla costa meridionale sarda.   Dovrebbe esser pronto nel 2027-2028, insieme al SA.CO.I. 3, l’ammodernamento e potenziamento del collegamento fra Sardegna, Corsica e Penisola con portata 400 MW, che rientra fra i progetti d’interesse europeo.

Al termine dei lavori, considerando l’altro collegamento già esistente, il SA.PE.I. con portata 1000 MW, la Sardegna avrà collegamenti con una portata complessiva di 2.400 MW.  Non di più.

In Sardegna, al 20 maggio 2021, risultavano presentate ben 21 istanze di pronuncia di compatibilità ambientale di competenza nazionale o regionale per altrettante centrali eoliche, per una potenza complessiva superiore a 1.600 MW, corrispondente a un assurdo incremento del 150% del già ingente comparto eolico “terrestre” isolano. 

Complessivamente dovrebbero esser interessati più di 10 mila ettari di boschi e terreni agricoli da. un’ottantina di richieste di autorizzazioni per nuovi impianti fotovoltaici.

Le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 agosto 2021 risultavano complessivamente pari a 5.464 MW di energia eolica + altri 10.098 MW di energia solare fotovoltaica, cioè 15.561 MW di nuova potenza da fonte rinnovabile, a cui devono sommarsi i tredici progetti per centrali eoliche offshore finora presentati,che dichiarano una potenza pari a 8.321 MW.

In tutto sono 23.382 MW, cioè più di undici volte i 1.926 MW esistenti (1.054 MW di energia eolica + 872 di energia solare fotovoltaica, dati Terna, 2021).

Significa energia che non potrà essere tutta utilizzata in Sardegna, non potrà esser trasferita verso la Penisola, non potrà essere conservata.  

Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè lo Stato, cioè la Collettività di tutti noi) per essere in buona parte sprecata.

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche.

Sotto il profilo strettamente energetico sono casi diversi quelli dei progetti di centrali eoliche offshore direttamente collegati alla rete elettrica delle Penisola, perché entrano nella rete presso il polo energetico di Tor Valdaliga (Civitavecchia).

Per il resto, una vergognosa speculazione energetica con un bel po’ di soldi pubblici e incentivi, tanto per cambiare.

Cosa ben diversa sarebbe se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Su queste problematiche FAI, Legambiente e WWF non dicono una parola. E spiace.

Paesaggio, identità storico-culturali, casse pubbliche non sono in svendita al peggiore offerente.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui


domenica 23 ottobre 2022

Una guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione - Luca Martinelli

 

La difesa degli ecosistemi non può prescindere dal considerare i diritti di chi abita le foreste, le popolazioni indigene che tutelano la biodiversità. Per questo, in vista della Cop27, la Ong Survival lancia una guida per orientarsi nel linguaggio della conservazione e tra i suoi retaggi coloniali

 “Perché spesso pensiamo alla ‘wilderness’ come a una natura vergine e selvaggia priva della presenza umana, quando in realtà si tratta quasi sempre di terre abitate, plasmate e gestite dagli esseri umani nel corso di millenni?”. La “Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione” pubblicata a ottobre dall’organizzazione Survival International (qui) ci interroga. Da oltre cinquant’anni a fianco dei popoli indigeni, Survival sostiene che chiunque abbia davvero a cuore il Pianeta deve smettere di sostenere qualsiasi forma di “conservazione” che ferisca, alieni e distrugga i popoli indigeni, i migliori alleati dell’ambiente. Un’altra domanda, nient’affatto retorica: vi siete mai chiesti “perché in Europa le persone possono vivere nei parchi nazionali mentre in Africa non possono farlo?”.

È un’altra delle domande a cui dà risposta la guida, pubblicata e presentata a meno di un mese dall’avvio della Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 in programma a Sharm El Sheikh, in Egitto, dal 6 al 18 novembre: secondo l’organizzazione, infatti, è necessario chiarire alcuni malintesi molto comuni quando si parla di cambiamenti climatici e di conservazione della biodiversità, con l’obiettivo ultimo di “smontare le narrative dominanti che rinforzano stereotipi razzisti alla base della violazione dei diritti umani dei popoli indigeni”.

Il punto di vista è quello dei popoli indigeni, 476 milioni di persone in 90 Paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Tra loro, circa 150 milioni vivono in società tribali. Spiega Survival, infatti, che l’evidenza scientifica dimostra che i popoli indigeni comprendono e gestiscono i loro ambienti meglio di chiunque altro: l’80% della biodiversità della Terra si trova nei loro territori. Per proteggere la biodiversità, quindi, il modo migliore è quello di rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni, i migliori conservazionisti.

“Ancora oggi, esattamente come in epoca coloniale, il modello dominante di conservazione è quello della ‘Conservazione fortezza’, che prevede la creazione di aree protette militarizzate, in terre indigene, accessibili solo ai ricchi”, spiega Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione.
Per rafforzare questa lettura è utile una narrazione che vuole le terre indigene “vergini”, “intatte” e “selvagge”, ovvero “wilderness”. Questo, però, non è vero: “Gli ambienti naturali più famosi al mondo come lo Yellowstone, l’Amazzonia e il Serengeti sono le terre ancestrali di milioni di indigeni che per millenni li hanno plasmati, alimentati e protetti, e ne sono stati dipendenti”, spiega la guida. “L’idea stessa di ‘wilderness’, nel senso di una natura intatta, non intaccata dagli esseri umani, è un mito coloniale: le terre furono ritratte come vuote in modo da potersene appropriare”, sottolinea ancora Survival.

Un altro concetto controverso, accanto a quello della wilderness, è la sovrappopolazione, che sarebbe causa diretta di un aumento delle emissioni. Il riferimento, in particolare, è all’incremento demografico in Africa e in Asia. “La vera causa della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici non è il numero crescente di persone nel Sud globale ma lo sfruttamento delle risorse per profitto e il sovra-consumo crescenti trainati dal Nord. Le narrative sul ‘siamo in troppi’ possono avere conseguenze drammatiche: in diversi Paesi, Stati Uniti inclusi, donne sia nere sia indigene sono state specificamente prese di mira per essere sottoposte a sterilizzazione forzata contro la loro volontà e persino senza esserne consapevoli”. Secondo Survival, in Asia e Africa, il Wwf avrebbe gestito programmi di controllo delle nascite, sterilizzazione compresa, attraverso i progetti “Population, Health and Environment” sponsorizzati da Johnson & Johnson e Usaid. Ricerche come quella dell’economista francese Lucas Chancel, dedicate a emissioni e disuguaglianze, dimostrano che sono invece le emissioni dei ricchi -nel Nord come nel Sud del mondo- ad aver fatto esplodere la crisi climatica.

Dopo aver definito alcuni concetti base, come appunto quello di “Conservazione fortezza” (“Perché si basa sulla violenza e sull’esclusione dei popoli indigeni e locali dalle loro terre”), la guida passa ad affrontare i termini da decostruire, cioè coppie di termini che sono razzializzate, ovvero presentate con connotazioni relativamente positive o neutre per persone bianche e le loro attività, oppure negative o peggiorative se riferite ai popoli indigeni e ai neri. Un esempio? I primi “cacciano”, i secondi fanno “bracconaggio” (anche se per loro si tratta di una forma di sopravvivenza). Un altro: viaggiatori e nomadi. “Nell’Africa orientale, la parola ‘viaggiatori’ è utilizzata in senso positivo per descrivere persone -abitualmente turisti bianchi- con la libertà e il diritto di andare ovunque vogliano. ‘Nomade’, al contrario, è quasi sempre usato in senso dispregiativo da governi che vogliono mettere fine e addirittura criminalizzare gli stili di vita dei popoli pastori e cacciatori-raccoglitori”. Infine ci sono parole controverse. Una è direttamente legata al tema dei cambiamenti climatici, l’idea di compensazione e dei crediti di carbonio.
“Alla base dei progetti di ‘compensazione’ (‘carbon offsetting’) c’è l’idea che aziende e governi responsabili di una certa quantità di emissioni di anidride carbonica possano finanziare altrove dei progetti che possano, in teoria, ‘catturare’ un ammontare equivalente di carbonio o impedirne il rilascio”, spiega la guida. La modalità di compensazione di carbonio sono due ed entrambe -secondo Survival- sono inefficaci e pericolose per i popoli indigeni, deviando risorse e sottraendole ai reali sforzi per diminuire le emissioni da combustibili fossili.

Secondo Survival sono pericolosi (e impregnati di cultura coloniale) progetti come i REDD+, ovvero per la Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado
della foresta nei Paesi in via di sviluppo, che limitando la deforestazione generano crediti di carbonio che aziende e governi possono acquistare per compensare le loro emissioni. Sono progetti in relazione ai quali i popoli indigeni hanno ripetutamente espresso preoccupazione. Un altro modo per “catturare” quantità significative di carbonio sarebbe quello di piantare alberi. Ma quando questi vanno a sostituire gli ecosistemi preesistenti, come le praterie, finiscono “col devastare i mezzi di sostentamento dei popoli indigeni e locali, che per la propria sopravvivenza dipendono dalle risorse naturali del territorio”.

Conclude Fiore Longo: “Tendiamo a dare per scontato che queste parole e immagini corrispondano alla realtà, come se fossero neutre, oggettive o ‘scientifiche’. Ma non lo sono. Ci auguriamo che la nostra nuova guida permetta alle persone di fermarsi a pensare alle parole e ai concetti che usiamo quando scriviamo o parliamo di questioni ambientali. La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni e da altre popolazioni locali nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti”. La guida, che è rivolta a giornalisti, divulgatori e attivisti, rappresenta senz’altro uno strumento di facile consultazione per tutti.

da qui

lunedì 16 marzo 2020

Tutelare la salute umana conservando la biodiversità - WWF


Molte delle cosiddette malattie emergenti - come Ebola, AIDS, SARS, influenza aviaria, influenza suina e oggi il nuovo coronavirus (SARS-CoV-2 definito in precedenza come COVID-2019) non sono eventi catastrofi casuali, ma la conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi naturali.
L’uomo con le proprie attività ha alterato in maniera significativa i tre quarti delle terre emerse e i due terzi degli oceani , modificando a tal punto il Pianeta da determinare la nascita di una nuova epoca denominata “Antropocene”.
Molte pandemie degli ultimi decenni hanno origine nei mercati di metropoli asiatiche o africanedove si riscontra il commercio illegale o incontrollato di animali selvatici vivi, di scimmie, di pipistrelli, di carne di serpente, scaglie di pangolini, e tanti altri rettili, mammiferi e uccelli.
Si creano in questo modo pericolose opportunità per il contatto tra l’uomo e le malattie di questi organismi, offrendo il fianco allo sviluppo di vecchie e nuove zoonosi, ovvero di malattie infettive che possono essere trasmesse dagli animali all’uomo.
Nel report cercheremo di illustrare quali sono i collegamenti, in larga parte ancora poco noti, tra le nostre azioni sugli ecosistemi e la biodiversità e le conseguenze che queste hanno sulla diffusione
di alcune malattie e quindi sulla salute pubblica, fino alle condizioni socio-economiche delle nostre società.
In questa prospettiva l’attuale pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 che sta mettendo in seria crisi ilmondo, offre lo spunto per un approfondimento del rapporto uomo e natura sempre più globalizzato.

QUI il rapporto completo "Pandemie e distruzione degli ecosistemi"

martedì 4 febbraio 2020

La possibile decarbonizzazione della Sardegna, senza spendere miliardi di euro per il metano



Le Associazioni Ambientaliste Italia Nostra e WWF della Sardegna, insieme ai Sindacati di base Cobas Cagliari e Unione Sindacale di Base Sardegna, hanno elaborato un documento tecnico dal titolo “Sardegna zero CO– phase out 2025” che conferma la possibilità per la Sardegna di conseguire l’obiettivo previsto dalla Strategia Energetica Nazionale 2017 di chiusura entro il 2025 degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati col carbone, senza che sia messa a rischio stabilità della rete ed approvvigionamento dell’energia elettrica.
Tale documento è scaturito a seguito della partecipazione da parte dei rappresentanti dei firmatari all’in- contro sul tema tenutosi nel luglio 2019 al MISE, e nelle more della nuova convocazione del tavolo tecnico presso lo stesso Ministero che si terrà il prossimo 31 gennaio.
Col presente documento, inviato ai Ministeri dello Sviluppo Economico, Ambiente, Beni Culturali e alla Regione Sarda, si è inteso inoltre dare un contributo al dibattito in corso sul futuro energetico della Sardegna, cercando di proporre soluzioni alternative e sostenibili rispetto a quelle avanzate da Governo Regionale, Confindustria e Sindacati Confederali, tutte convergenti sul duplice obiettivo di differire la data del 2025 per la decarbonizzazione e nell’ostinarsi a voler proseguire la fallimentare politica indu- striale che ha distrutto l’ambiente, l’economia e la salute dei cittadini. Si sono volute riconfermare le ragioni che inducono ad opporsi a progetti di infrastrutturazione antieconomici ed obsoleti quali quelli di metanizzazione dell’Isola, evidenziando nel contempo l’assenza di una programmazione economica che possa giustificare millantati risparmi sulla bolletta energetica per i cittadini, realmente perseguibili se di converso vengano attivati percorsi di smart policy.
Nella Conferenza Stampa che si terrà a Cagliari sabato 25 gennaio 2020 alle ore 10,30 presso la sede dei Cobas Cagliari in via Santa Maria Chiara (Pirri) n. 104 verranno illustrati i punti rilevanti del documento e le opportunità ambientali, economiche e occupazionali, che potrebbero derivare alla Sardegna da una seria politica di abbandono dei combustibili fossili al fine di raggiungere in anticipo rispetto ai termini fissati dalla CE l’obiettivo dell’impatto climatico Zero.
SARDEGNA “ ISOLA ZERO CO2” – Phase out 2025
Proposte operative per la decarbonizzazione della Sardegna
SINTESI DEL DOCUMENTO
Col presente documento si intende dare un contributo al dibattito in corso in Sardegna sulla possibilità o meno di conseguire nell’isola l’obiettivo previsto dalla Strategia Energetica Nazionale 2017 e dal PNIEC 2030 di chiusura entro il 2025 degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati con carbone.
Il phase out è possibile senza rischio per la rete e la sicurezza energetica dell’isola
Sulla base delle informazioni tecniche disponibili, partendo dai dati utilizzati per l’elaborazione del PEARS del 2015 e dai report annuali pubblicati dall’azienda TERNA, gestore della rete elettrica nazionale, e dal GSE, gestore dei servizi energetici, si ritiene che tale obiettivo possa essere raggiungibile in Sardegna senza che sia messa a rischio la stabilità della rete e l’approvvigionamento dell’energia elettrica.
Una significativa quota della produzione di energia elettrica viene esportata
Nel 2018 infatti in Sardegna si è avuta una produzione di energia elettrica pari a 12.210,7 GWh, di cui 9.138,1 GWh destinata alla richiesta interna e 3.072,6 GWh esportata, quindi con un supero della produzione equivalente al 33,6 % rispetto alla richiesta (dati TERNA 2019 relativi al 2018).
Sempre secondo TERNA le ore di funzionamento annue medie complessive delle due centrali a carbone – ubicate a Portovesme e Fiumesanto – non superano nel complesso le 3.300 ore. Attualmente quindi le due centrali a carbone hanno un peso modesto nel sistema produttivo elettrico sardo ma un costo elevato dal punto di vista ambientale.
Le FER possono sostituire l’energia prodotta da fonti fossili
La produzione netta di energia elettrica da fonti rinnovabili soddisfa il 33,70% dell’energia richiesta nell’Isola e il 66,00% della domanda se si esclude l’industria. Tale produzione risulta inoltre quasi doppia rispetto all’obiettivo del 17,8% fissato al 2020 dal Burden sharing per la Sardegna.
Nonostante sia in costante aumento la potenza installata di energia elettrica derivata da FER, il suo utilizzo ottimale risulta fortemente condizionato da una rete di trasmissione e distribuzione inadatta. Se si procedesse ad un adeguamento del sistema elettrico nel suo complesso, alla realizzazione di sufficienti impianti di accumulo e ad un incremento della produzione da FER, si potrebbe assicurare con le sole fonti rinnovabili il soddisfacimento dell’intero fabbisogno energetico dell’Isola.
Lo studio “Solar Photovoltaic Electricity Generation: A Lifeline for the European Coal Regions in Transition” pubbli- cato a luglio del 2019 a cura dall’EU’s Joint Research Centre, dimostra ad esempio come gli impianti fotovoltaici, installati tenendo conto degli impatti ambientali correlati, abbiano in Sardegna un potenziale energetico tale da rendere ridondante l’utilizzo delle centrali termoelettriche alimentate a carbone.
Incentivare la produzione diffusa
Al fine di evitare ulteriori speculazioni sulla produzione di energia elettrica e contenere sprechi e sovrapproduzioni i futuri incentivi destinati alle FER dovrebbero privilegiare la produzione diffusa, l’autoconsumo e la costituzione delle Comunità Energetiche.
Decarbonizzare significa eliminare i combustibili fossili
La decarbonizzazione non si esaurisce con la chiusura delle centrali a carbone. Essa deve mirare alla progressiva riduzione, fino all’azzeramento, di tutte le emissioni di gas serra, (prima tra tutte l’anidride carbonica) conseguenti alla combustione di ogni tipo di fonte fossile. Per tale motivo la metanizzazione dell’isola appare in esplicito contrasto con i contenuti dei protocolli internazionali sul clima.
I sistemi di accumulo di energia a batteria attualmente in fase di sperimentazione nel polo multi tecnologico (Storage Lab di TERNA) in connessione con i compensatori sincroni studiati per una migliore gestione delle fonti rinnovabili, consentiranno di migliorare stabilità e sicurezza della rete elettrica e grazie al previsto collegamento tramite cavo HVDC Sardegna-Sicilia-Continente sud, verrà garantita la sicurezza energetica dell’Isola.
Una nuova policy energy
A tale policy energy deve affiancarsi una pianificazione interna del sistema energetico, che attui una diversa organizzazione territoriale (Distretti Energetici), in modo da ottimizzare il rapporto produzione-consumo in vista della creazione di una smart community territoriale a bilancio energetico annuale quasi zero.
Distretti energetici e Comunità energetiche
Le Comunità energetiche, definite come “un insieme di soggetti che all’interno di un’area geografica sono in grado di produrre, consumare e scambiarsi energia con una governance locale capace di favorire l’utenza in un’ottica di autoconsumo e autosufficienza”, rappresentano un modello avanzato di approvvigionamento, distribuzione e consumo diffuso e condiviso dell’energia, che ha l’obiettivo di facilitare utilizzo e scambio dell’energia generata da rinnovabili e ridurre i consumi energetici.
L’Efficientamento e il Risparmio Energetico rap- presentano una vera e propria forma di energia.
Una vera e propria fonte di energia può essere considerato l’efficientamento del sistema energetico, sia dal lato della produzione che dal lato dei consumi: un obiettivo da perseguire a partire dal patrimonio immobiliare pubblico. Il risparmio energetico è infatti la prima delle pratiche virtuose da attuare perché, per quanti sforzi si pongano in atto per migliorare il sistema produttivo della nostra società, esso determina comunque l’erosione delle risorse planetarie sottraendole alle generazioni future.
Il Green New Deal per un’Europa sostenibile interesserà anche la Sardegna
Il 15 gennaio 2020 il parlamento Europeo ha approvato il Green New Deal per un Europa sostenibile. Il Piano, che nasce con una dotazione di dieci miliardi di euro, è destinato a creare un “contesto in grado di agevolare e stimolare gli investimenti pub- blici e privati necessari ai fini della transizione verso un’economia climaticamente neutra, verde, competitiva ed inclusiva”. Tra le Regioni interessate la Sardegna ha trovato assoluta priorità con l’annunciato finanziamento delle attività di bonifica del petrolchimico di Porto Torres e delle miniere del Sulcis, iniziative che beneficeranno di un miliardo di euro.
La Democrazia Energetica
L’uso dei combustibili fossili presuppone un’ideologia che massimizza i consumi, incentiva gli sprechi e scarica sulla collettività i costi ambientali. Le rinnovabili ri- chiedono invece una visione comunitaria della produzione, che implica l’economia dei consumi nell’ottica di una tutela dell’ambiente. I due modelli si pongono in termini di paradigmi inconciliabili, poiché l’uno si basa su una struttura produttiva piramidale e unidirezionale, l’altro si configura come un sistema a rete di cui tutti sono attori in termini di produzione e consumo.
E’ possibile scaricare e consultare l’intero documento al seguente indirizzo: