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sabato 17 ottobre 2026

Ari: «Nuovi OGM, a rischio i distretti italiani delle sementi: Emilia-Romagna e Marche le regioni più penalizzate»

La decisione europea di deregolamentare i nuovi OGM, eliminando tracciabilità ed etichettatura, mette a rischio la conservazione delle sementi ed espone gli agricoltori ai ricatti delle multinazionali: è l’allarme lanciato dall’Associazione Rurale Italiana.


La decisione europea di deregolamentare i nuovi OGM, eliminando tracciabilità ed etichettatura, mette a rischio la conservazione delle sementi ed espone gli agricoltori ai ricatti delle multinazionali: è l’allarme lanciato dall’Associazione Rurale Italiana.

«Le nuove norme europee, che entreranno in vigore nel 2028, consentiranno di moltiplicare senza tracciabilità le piante cosiddette NGT (cioè ottenute con le nuove tecniche genomiche), che non saranno più distinguibili dal seme convenzionale e biologico di cui l'Italia è grande produttore» spiega Antonio Onorati del direttivo di Ari.
Nel nostro paese sono circa 275.000 gli ettari su cui si riproducono i semi, con un export che vale 559 milioni di euro (dati 2025) e circa 30.000 aziende agricole coinvolte. «Il rischio maggiore si concentra in Emilia-Romagna e Marche, ma riguarda anche Toscana, Puglia, Molise, Basilicata, Umbria e Abruzzo» spiega Onorati.
 
Emilia-Romagna
In questa regione si ha il 22% di tutta la moltiplicazione nazionale, in particolare nelle province di Ravenna, Ferrara, Bologna e Forlì-Cesena, con una preponderanza di colture come bietola, mais, erba medica e orticole.
 
Marche
È la prima regione per riproduzione di semi di erba medica (39%, oltre 15.000 ettari) e seconda per trifoglio alessandrino; seguono le orticole. Le provincie maggiormente interessate sono quelle di Pesaro e Urbino, Ancona e Macerata.
 
Toscana            
È la prima regione per la riproduzione di semi di trifoglio alessandrino e le provincie più a rischio sono quelle di Siena e Pisa.
 
Puglia e Molise            
Sono la seconda e quarta regione per sementi orticole e aromatiche (rispettivamente 10.300 e 4500 ettari); i semi di trifoglio rappresentano un mercato consistente nelle provincie di Foggia e Campobasso.
 
Basilicata, Umbria e Abruzzo
In queste regioni si ha soprattutto riproduzione di semi di erba medica e trifoglio alessandrino, nelle provincie di Matera, Potenza, Perugia, Teramo e Chieti.
 
Nelle regioni menzionate «si moltiplicano soprattutto specie a impollinazione incrociata  (erba medica, trifogli, bietola, mais, cipolla, cavoli, ravanello), che scambiano polline anche a grande distanza e quindi sono estremamente esposte al rischio di contaminazione da nuovi OGM – sottolinea Onorati - Per le NGT di categoria 1 il regolamento non prevede metodi di rilevamento né etichettatura su prodotti e raccolti; solo il sacco delle sementi porta la dicitura “cat. 1 NGT” al momento dell’acquisto, ma viene escluso l'obbligo di notifica preventiva all'esportazione, tipicamente previsto per gli OGM transgenici. Peraltro le nuove norme stabiliscono che la presenza accidentale nel biologico di questi semi modificati geneticamente “non costituisce una non conformità”; dunque, nemmeno per il biologico ci saranno più garanzie. E il danno commerciale resta tutto sulle spalle degli agricoltori».
 
Ci giochiamo l’export e il biologico
Il 38,5% dell'export extra-UE italiano di sementi «va a paesi che vietano o controllano gli OGM, come Turchia, Algeria, Marocco, Serbia, Cina e Iran – spiega ancora Onorati – Per esempio, l'Italia realizza da sola il 52% dell'export extra-UE di seme di erba medica, il primo cliente è la Turchia, che prevede tolleranza zero per OGM vecchi e nuovi. Quindi, con la contaminazione che arriverà, ci giocheremo una grande fetta di mercato delle esportazioni. Enorme poi il danno che si causa al biologico, per il quale la moltiplicazione dei semi è quadruplicata in dieci anni».
 
Le richieste di Ari alle Regioni
L’Associazione Rurale Italiana avanza una serie di richieste alle Regioni italiane affinché si contenga l’enorme rischio a cui l’agricoltura italiana è esposta:
- azioni per una moratoria nell’applicazione del Regolamento NGT;
- divieto di vendita di sementi NGT di categoria 1 nella regione;
- obbligo per le ditte esportatrici di notifica per l’export secondo il protocollo di Cartagena.

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giovedì 18 dicembre 2025

Cisgiordania, la banca dei semi palestinese rischia di perdere tutto dopo il raid di Israele del luglio scorso - Roberta Zunini

 

L'allarme lanciato dalla filiale canadese della National Farmers Union. La sede della UWAC - che lo Stato ebraico nel 2021 ha definito "gruppo terroristico" - resta abbandonata dopo l'operazione militare della scorsa estate: gli uffici custodiscono 70 varietà di semi, molti dei quali non si trovano più altrove in Palestina

Non viene risparmiato alcun tipo di sopruso ai contadini palestinesi. La filiale canadese della National Farmers Union, l’organizzazione formata da migliaia di piccoli e medi agricoltori degli Stati Uniti, Canada e Regno Unito, ha denunciato la situazione in cui versa tuttora la banca dei semi palestinese dopo l’attacco deliberato dell’esercito israeliano alla fine dello scorso luglio. Da allora la sede, che si trova a Hebron, nella Cisgiordania occupata, è inutilizzabile e gli agronomi che vi lavoravano sono ogni giorno più preoccupati perchè la maggior parte delle sementi autoctone custodita, se non verrà presto curata, sarà irrimediabilmente compromessa.

Il 31 luglio 2025, l’esercito israeliano, utilizzando addirittura i bulldozer aveva devastato l’istituto dei semi tradizionali palestinesi e le infrastrutture appartenenti all’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo (UWAC), una associazione di agricoltori palestinesi membro del movimento globale La Via Campesina. La banca ospitava oltre 70 varietà di semi locali, tra cui pomodori, cetrioli, melanzane e zucchine, molti dei quali non si trovano più altrove in Palestina. Questi semi sono resilienti ai cambiamenti climatici grazie al loro adattamento all’ambiente locale.

“Come agricoltori abbiamo una profonda consapevolezza dell’importanza dei semi per la sovranità alimentare e la sopravvivenza di un popolo. Per generazioni, gli agricoltori palestinesi hanno accuratamente selezionato e conservato questi semi per le loro caratteristiche specifiche e la capacità di adattarsi continuamente alle condizioni mutevoli del terreno in generale. I semi conservati dagli agricoltori palestinesi sono il fondamento del loro sistema alimentare e sono stati adattati localmente nel corso del tempo con fatica e dedizione”, ha sottolineato in un documento la National Farmers Union.

La banca è stata istituita nel 2003 per preservare le varietà più resistenti di colture locali, quelle particolarmente resilienti alle malattie e alle intemperie. Al suo interno si trovano alcune varietà di pomodori, cetrioli, melanzane, zucchine e altri semi raccolti da aziende agricole in Cisgiordania e Gaza. Nel 2021, Israele aveva definito la UAWC un gruppo terroristico, una definizione che né l’ONU né l’UE hanno approvato, e ne aveva chiuso l’ufficio centrale a Ramallah. “La distruzione è stata effettuata senza preavviso, sotto protezione militare”, ha affermato il gruppo in una nota. “Distruggere una banca dei semi nazionale è un atto di cancellazione volto a recidere i legami generazionali tra gli agricoltori e la loro terra”.

L’UWAC conservava semi cruciali per la sopravvivenza non solo fisica ma anche culturale dei palestinesi. La decisione mirata di cancellare l’UWAC è la conseguenza della politica del governo Netanyahu che da mesi permette, o meglio, spinge i coloni, protetti dai soldati, a distruggere gli uliveti e i raccolti, e persino a uccidere i palestinesi – come accaduto ieri con l’assassinio di un ragazzo freddato da un colpo di pistola alla testa- a guardia delle proprie coltivazioni. La società palestinese, di cui gli agricoltori sono una categoria dirimente, è sempre più impotente di fronte a questa strategia mirata ad annientarla.

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mercoledì 22 ottobre 2025

La cura della terra come forma di resistenza delle comunità indigene contro il capitale - Sara Manisera

“Ci siamo resi conto che stavamo perdendo conoscenze millenarie.

Abbiamo deciso di fondare una casa dei semi comunitaria per conservare i semi di mais indigeni della nostra regione, riportarli nelle mani delle comunità e decidere cosa mangiare”.

A parlare è Daniel Vázquez, coordinatore e fondatore del collettivo rurale Atocpan. Lo incontriamo a San Pedro Atocpan, nell’area metropolitana di città del Messico, grazie a un progetto di scambio, supportato da Bertha Foundation, con la fotogiornalista Greta Rico e le attiviste Ana Larranaga e Lindsey Loberg. 

Accanto a Daniel, si sono riuniti altri contadini e contadine di diverse aree dello Stato, proprio per incontrarci. Nessuno usa prodotti chimici per coltivare e tutti sono a conoscenza di cosa ci sia dietro il cosiddetto “pacchetto tecnologico” fatto di semi, pesticidi ed erbicidi, fornito dalle multinazionali dell’agro-farmaceutica. In questi decenni, infatti, il Messico - così come altri Paesi - ha subito numerose pressioni da parte delle grandi multinazionali: dall’accaparramento delle terre indigene all’imposizione di semi ibridi e ogm, fino alle pressioni da parte di Bayer AG, proprietaria di Monsanto, affinché il Messico rinunciasse al divieto sul glifosato, un pesticida cancerogeno che è l'ingrediente chiave dei diserbanti Roundup della Monsanto usati in agricoltura.

Per migliaia di anni le contadine e i contadini di diverse aree del mondo hanno conservato tesori biologici inestimabili per la comunità e per l’ambiente: i semi indigeni. Questi hanno alimentato e costruito le grandi civiltà in Centroamerica, quelle in Mesopotamia - la terra tra i due fiumi - e nel Levante, fino ad arrivare alle grandi civiltà in Asia. Oggi questi semi, in ogni angolo del pianeta, affrontano una grande pressione, a causa della crescente urbanizzazione, dell’abbandono delle campagne ma soprattutto a causa di una costante e sistematica azione di accaparramento, recinzione, occupazione delle terre indigene ad opere di aziende, multinazionali e Stati che, nel corso dei secoli, si sono appropriati dei “beni gratuiti” della natura - come acqua, suolo, montagne e foreste - per essere usati dal capitale. 

Tra questi beni ci sono anche i semi, controllati sempre di più da una manciata di multinazionali che possiede brevetti, capitali e tecnologia.

Controllare i semi, significa di fatto controllare il sistema alimentare, il cibo, la cultura e rendere dipendenti i contadini e i cittadini all’acquisto e al consumo di determinati prodotti.

Gran parte dei semi in commercio oggi non solo non possono essere riprodotti di anno in anno, ma sono strettamente legati all’utilizzo di pesticidi. Perdere i semi tuttavia non significa solo perdere la propria indipendenza alimentare ma anche la propria cultura. “L’idea della casa dei semi comunitaria nasce da qui. Quando abbiamo iniziato a raccogliere i semi ci ha stupito la quantità di storie che le persone condividevano sui loro semi e sui loro ricordi. Ci ha affascinato ascoltare come i semi siano passati di mano in mano, di generazione in generazione. Di fatto, i semi sono le persone e le persone sono semi. Non sono pezzi esterni.

Il seme è storia, cultura, tradizione e futuro. E tutto ciò che facciamo è pertanto un atto di resistenza”, spiega Vázquez. 

Come Daniel, anche gli altri membri del collettivo, seduti attorno a una tavola imbandita  con tortillas, mole e altri piatti della cucina messicana, ne sono convinti. Fare agricoltura oggi è un atto di amore e di resistenza. Lo sa bene Laura Flores, avvocata e figlia di contadini, oggi tornata a coltivare la terra. “Le multinazionali tolgono libertà e indipendenza a noi contadini. Ma anche a tutti i cittadini. Mangiamo tre volte al giorno ma non sappiamo più cosa mangiamo e chi lo produce. I gusti e i sapori sono gli stessi in Messico, come in Italia.

Ci hanno venduto l’idea che la modernità sia quella di abbandonare la terra e le campagne, spingendo le persone a emigrare in città per diventare lavoratori salariati e sfruttati e oggi nessuno semina e nessuno coltiva”, racconta. 

Dopo anni di lotte per riappropriarsi di terreni ingiustamente accaparrati da alcune imprese, Laura oggi coltiva diverse varietà di mais, fagioli, zucche, fave e piante di frutta nella terra ancestrale dei genitori. La milpa è esattamente questo: il metodo di coltivazione delle famiglie mesoamericane contadine prima della colonizzazione. “Per me agroecologia significa essere liberi. Coltivare con ciò che hai intorno vuol dire essere indipendenti da questo sistema agro-industriale che rende schiavi e impone cosa mangiare. Coltivare e curare la terra è una forma di lotta”. 

C’è un filo sottile che unisce le mobilitazioni contro le multinazionali dei semi e dei pesticidi in Messico fino a quelle per la terra in Palestina contro il colonialismo israeliano.

È la lotta e la resistenza di popoli indigeni che, da sempre, hanno vissuto e mantenuto un legame simbiotico con la terra.

Nella cultura mesoamericana o in quella mediterranea, o comunque in tutte le comunità indigene e contadine che vivevano di economia di sussistenza, la natura non era separata dagli esseri umani. Sapevano di fare parte di un tutto e tutta la vita ruotava attorno ai beni naturali. Certamente c’era una plasmazione e trasformazione del paesaggio ma la “natura” non era trasformata in oggetto esterno da conquistare, regolare, sfruttare.

La natura non era un substrato passivo ma il campo all’interno del quale si svolgeva tutta la vita. 

A partire da quello che Fernand Braudel definisce il lungo XVI secolo, ovvero il periodo in cui emerge, si consolida e dura il regime di accumulazione del capitalismo, l’idea di natura inizia ad essere relegata all’esterno e l’ambiente visto come risorsa infinita e gratuita o discarica per rifiuti, altrettanto infinita e gratuita. Il capitalismo, di fatto, ha trasformato la natura in oggetto esterno, affinché sia accettata e normalizzata l’idea che la natura possa essere conquistata, occupata e invasa. 

Scrive Jason W. Moore nel libro “Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato”:

“Il capitalismo non ha un regime ecologico, bensì è un regime ecologico: sfruttamento e creazione di valore non si danno sulla natura, ma attraverso di essa, cioè dentro i rapporti socio-naturali che emergono dall’articolazione variabile di capitale, potere e ambiente”. 

In altre parole, il capitalismo è un modo di organizzare la natura ed è proprio il dominio del capitale che ha trasformato la natura in “oggetto estraneo” o “natura astratta”, avvalendosi proprio di un “vasto repertorio di enclosures e recinzioni, appropriazione dei beni gratuiti della natura” per essere usati dal capitale in modo infinito, accumulando gratuitamente materie prime, e “servire l’insaziabile domanda di natura a buon mercato”. 

Ma questa insaziabile domanda di natura a buon mercato si sta scontrando con un grande limite. Oggi, infatti, siamo in una fase storica di crisi del capitalismo perché il funzionamento del capitalismo stesso si basa sull’idea dell’accumulazione, crescita infinita e appropriazione senza fine della terra.

Le risorse naturali, però, sono limitate e sempre più esaurite. 

Di fronte a questi limiti, il capitalismo diventa ancora più aggressivo. Cerca pertanto di accaparrarsi le ultime risorse: materie prime, terre e natura. Lo abbiamo visto in Centroamerica e Sudamerica, dove le comunità indigene e gli attivisti sono sempre più attaccati da multinazionali e Stati nazione - il braccio armato del capitale - ma anche in Groenlandia, Stati africani e in Palestina, dove le aziende del gas e del petrolio, tra cui l’italiana ENI, si sono aggiudicate dal Ministero dell’Energia israeliano licenze per la ricerca di gas. Lo stesso copione scritto in Iraq durante l’invasione a guida statunitense del 2003, quando le compagnie petrolifere hanno ottenuto contratti e licenze, grazie alla partecipazione dei loro Paesi d’origine alla guerra contro l’Iraq. 

Ecco allora che la cura e la difesa della terra diventano elemento centrale di resistenza e rivoluzione radicale contro il capitale. Lo sanno bene i contadini e contadine del Messico ma anche quelli incontrati in questi anni in Italia, Libano, Tunisia e Palestina. Ovviamente, alcune delle sfide che gli agricoltori palestinesi devono affrontare sono uniche per la forma di colonialismo israeliana, mentre altre sono condivise dai piccoli agricoltori di tutto il mondo di fronte al cambiamento del clima e alla crescente influenza dell'agricoltura industrializzata.

Ma tutti sanno che la cura della terra, il pensiero del limite, la tutela della biodiversità e la totalità organica della vita sono pratiche politiche rivoluzionarie di resistenza. 

Lo sa bene Lina, compagna di questo percorso di ricerca con la Bertha Foundation, che vive nei territori palestinesi occupati e che prova con il Forum agroecologico palesinese a portare avanti case comunitarie dei semi e pratiche agroecologiche.

“Fare il nostro cibo è una forma di liberazione”, mi ha detto ad aprile 2024 quando è venuta in Italia a conoscere altr* contadin* resistenti. 

A lei e a tutt* le persone palestinesi, libanesi e coloro che resistono, curando la terra va questo scritto. 

(Con il supporto di Bertha Foundation)

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domenica 3 agosto 2025

La guerra minaccia i semi: la corsa contro il tempo per salvare la biodiversità agricola - Maurizio Bongioanni

 

Nel 2025, in un mondo scosso da crisi geopolitiche, anche i semi diventano vittime della guerra. Da Khartoum a Charkiv, da Gaza ai monti dell’Afghanistan, le banche genetiche che custodiscono la biodiversità agricola mondiale subiscono attacchi, saccheggi, chiusure forzate. E con loro rischiano di scomparire le varietà tradizionali di cereali, legumi e ortaggi adattate nei secoli a climi estremi, suoli poveri e parassiti locali. Veri e propri tesori genetici oggi più che mai preziosi, in un mondo sempre più caldo e instabile.

Per salvare questo patrimonio, gli scienziati si affidano a un luogo remoto e gelido. Da 2008 il Global Seed Vault alle isole Svalbard, scavato nel permafrost artico norvegese, conserva in condizioni sicure milioni di semi provenienti da ogni angolo del Pianeta. Una sorta di Arca di Noè vegetale pensata per resistere a guerre e disastri naturali.

I semi minacciati dalla guerra in Sudan, Ucraina e Palestina

Il caso più drammatico è forse quello del Sudan. Come racconta il giornalista Fred Pearce su Yale Environmental 360, a Wad Medani, lungo il Nilo Azzurro, la banca nazionale dei semi custodiva varietà ancestrali di sorgo e miglio perlato, coltivate da millenni e fondamentali per l’adattamento ai climi aridi. Ma nel dicembre 2023, all’inizio della guerra civile, le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf) hanno invaso il centro. Quando i ricercatori sono riusciti a tornare, tredici mesi dopo, hanno trovato congelatori svuotati e semi sparsi ovunque. Il direttore delle risorse genetiche, Ali Babiker, ha recuperato quel che restava da una stazione di ricerca a Elobeid e, nel febbraio scorso, ha spedito i semi alle Svalbard. Ma solo un quarto della collezione sudanese è stato finora messo in salvo.

Simile la sorte dell’Ucraina. Prima della guerra, il Paese era tra i maggiori esportatori di grano al mondo grazie anche alla banca genetica di Charkiv, tra le dieci più grandi a livello globale. Nel 2022, però, un bombardamento russo ha colpito l’istituto. Parte della collezione è stata salvata e trasferita in un luogo segreto a ovest, ma molte varietà restano in territori occupati. Solo 2.780 campioni — su 154mila totali — sono oggi duplicati alle Svalbard.

In Palestina, invece, la banca dei semi di Hebron — gestita dalla Union of Agricultural Work Committees (Uawc) — continua a operare nonostante le pressioni israeliane. Dal 2003 raccoglie varietà locali di ortaggi coltivati tra Cisgiordania e Gaza. Nonostante nel 2021 Israele abbia designato la Uawc come organizzazione terroristica, l’Unione europea e le Nazioni Unite continuano a collaborare con i suoi ricercatori. Nell’ottobre scorso i primi semi palestinesi sono arrivati al Global Seed Vault: un segnale di speranza in un contesto altamente instabile.

Le banche dei semi a rischio: cause e territori coinvolti

Molti dei centri di origine delle colture mondiali — luoghi dove i primi agricoltori hanno addomesticato grano, orzo, lenticchie — coincidono oggi con zone di conflitto. Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen. In questi territori i semi non sono solo cibo: sono memoria, cultura, resilienza.

In Afghanistan, ad esempio, le banche genetiche sono state sistematicamente distrutte sin dagli anni ’70. Le collezioni sono state rubate, disperse, bruciate. Anche in Iraq la guerra ha fatto il suo corso, con la distruzione nel 2003 del centro di Abu Ghraib. Ma alcuni ricercatori, prevedendo che qualcosa di simile potesse accadere, avevano già inviato i campioni all’Icarda (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas) di Aleppo, in Siria. Quei semi hanno poi attraversato nuove guerre e, poco prima dell’assalto dell’Isis, sono stati trasferiti in Libano, Marocco e alle isole Svalbard. Un viaggio travagliato che ha permesso di preservare varietà di grano, orzo e legumi antichissimi, ora usati per selezionare nuove piante resistenti alla siccità.

Come se non bastasse la guerra, anche i cambiamenti climatici causati dall’uomo e i conseguenti eventi meteorologici estremi stanno minacciando la sopravvivenza dei semi a livello globale. Lo scorso anno, riporta Pearce, le isole Svalbard hanno prelevato semi duplicati dalla banca genetica nazionale filippina di Los Baños. Quest’ultima ha perso più di metà della sua collezione due volte, prima a causa di un tifone nel 2006 e poi a causa di un incendio nel 2012.

Le banche dei semi minacciate anche dai tagli ai finanziamenti

La rivoluzione verde degli anni ’60 ha permesso di sfamare miliardi di persone, introducendo – specie nei Paesi del Sud del mondo – sementi ad alta resa, fertilizzanti chimici e tecniche moderne di irrigazione. Ma ha anche ridotto drasticamente la varietà genetica delle colture. Oggi la maggior parte dei campi coltivati nel mondo si basa su poche varietà selezionate per produrre il massimo con l’uso intensivo di fertilizzanti e irrigazione. Senza la ricchezza genetica dei semi tradizionali, però, sarà impossibile affrontare le nuove sfide: parassiti, malattie, siccità, ondate di calore. 

Era il 1921 quando il famoso agronomo Nikolai Vavilov fondò la prima banca dei semi al mondo, in Russia. Oggi la maggior parte delle nazioni dispone delle proprie strutture, supportate da 11 banche internazionali gestite nell’ambito di una partnership nota come Cgiar (Consultative Group on International Agricultural Research), finanziata in gran parte dai governi. Eppure, proprio oggi, questo sistema globale vacilla. Gli Stati Uniti, attraverso Usaid, erano tra i principali donatori della rete Cgiar. Ma, con i tagli alla cooperazione internazionale stabiliti dal presidente Donald Trump, molte banche dei semi che fanno parte di questa alleanza rischiano la chiusura. Il centro statunitense di Fort Collins ha subito licenziamenti, ad esempio, e il Regno Unito, attraverso il Millennium Seed Bank, denuncia un clima crescente di sfiducia.

A proposito di sfiducia, persino la Norvegia, sede del “caveau dell’Apocalisse” (come è chiamato il centro di conservazione delle Svalbard), comincia a essere vista con sospetto dagli altri Stati. Lo storico interesse russo sulle isole Svalbard sta alimentando i timori: alcuni governi esitano a inviare i propri semi, temendo per la loro sovranità genetica.

I semi come patrimonio da proteggere dalle guerre

Conservare i semi del passato significa garantire cibo nel futuro. Significa poter selezionare piante più resilienti, più adatte ai cambiamenti climatici, meno dipendenti da input chimici. Significa difendere la biodiversità agricola, che è alla base della nostra sopravvivenza.

Le guerre bruciano archivi genetici che hanno richiesto secoli per formarsi. Ma, ogni volta che un ricercatore riesce a salvare un campione e spedirlo alle Svalbard, quella memoria vegetale trova rifugio tra i ghiacci. Finché ci saranno semi da proteggere, ci sarà ancora una possibilità di riscrivere la storia.

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giovedì 27 agosto 2020

Custodi di semi, custodi di biodiversità - Lucia Michelini

 

La notte è fresca, nell'aria c'è profumo di tiglio e si intravvedono i luccichii delle prime lucciole.

A casa di Mirco D'Incà, vicepresidente del gruppo bellunese Coltivare Condividendo, bevendo succo di sambuco e chiacchierando di terra e agricoltura, è questa l'atmosfera che si respira.

Coltivare Condividendo è un'associazione nata a Belluno una decina d'anni fa e ha lo scopo di recuperare e promuovere la biodiversità agricola, facendola tornare nei piatti di tutti, per garantire la sicurezza alimentare: cibi sani, privi di residui chimici e buoni.

“A noi non interessa coltivare per appiccicare sui prodotti il marchio biologico, noi coltiviamo per produrre cibo, la certificazione può essere un fattore limitante”, afferma Mirco D'Incà. “Dare un nome e un cognome ad una varietà per registrala è restrittivo, perché da questi dati ne consegue un brevetto, sinonimo di proprietà. Mettere un brevetto sulle piante che mangiamo è vincolarle, le priviamo della  possibilità di essere condivise liberamente. Per questo la nostra associazione si chiama Coltivare Condividendo, per condividere la biodiversità che è una cosa stupenda”.

Johannes Keintzel, ex presidente del gruppo, aggiunge: “Noi auto-riproduciamo i cereali antichi, sinonimo di legame col territorio, con la storia, con la cultura. Fino a poco tempo fa erano i piccoli agricoltori, i paesani, a selezionare le varietà più idonee alla coltivazione, erano loro i veri custodi di semi di future piante adattate a quel clima, a quel luogo, a quell'altitudine. Varietà uniche sviluppate col tempo, forgiate dall'ambiente”.

Continua Johannes Keintzel: “Le grosse ditte hanno fatto business proprio perché tanti agricoltori hanno smesso di fare agricoltura (secondo i dati dell'ultimo censimento dell'agricoltura, tra il 1982 e il 2010 la superficie agricola totale bellunese è diminuita del 50,3% e il numero di aziende agricole  dell'83,7%). Il nostro scopo vuole essere quello di prendere ciò che c’era, varietà non modificate in un laboratorio e portarle verso il futuro, verso il clima attuale, senza essere gelosi se vogliamo difendere la sovranità alimentare. Per questo organizziamo ogni anno l'evento Chiamata a raccolto, nel corso del quale scambiamo semi di varietà adattate al nostro contesto di montagna, resistenti e frugali. Vogliamo recuperale, riprodurle e condividerle.”

“Purtroppo, quando una varietà è persa, è persa per sempre. E’ come il sangue di una famiglia: se non si riproduce, quella famiglia si ferma”, spiega Mirco D'Incà,

Parlando di esempi concreti, Johannes Keintzel cita il caso del mais: “In nord Italia si coltiva quasi esclusivamente mais, la specie per antonomasia della rivoluzione verde, varietà ibride e quasi mai riproducibili. Il mais è una pianta ampiamente usata perché rende tanto, soprattutto per gli allevamenti intensivi, ma impoverisce i suoli e richiede moltissima acqua. L’irrigazione costa cara e gli agricoltori a volte devono abbandonare la coltivazione in corso perché non riescono a stare dietro ai costi di acqua e gasolio. Quasi ogni anno capita di vedere campi di mais secco, non arrivato a maturazione, perché il contadino non ha avuto i soldi per innaffiare”.

Con la rivoluzione verde il mais ha perso molto del suo patrimonio genetico, perché e stato iper-selezionato al fine di mettere in risalto alcuni suoi tratti con la conseguenza, però, che se ne sono persi altri, molto importanti, come il gusto e determinate caratteristiche che conferiscono resilienza, robustezza.

“Ti faccio un esempio: la diabrotica è un coleottero che mangia le barbe del mais e le sue larve attaccano la radice indebolendo la pianta e facendola cadere su se stessa. Per migliaia di anni, gli essudati radicali del mais “antico” attivavano dei nematodi che parassitavano le larve della diabrotica, riducendone la dannosità. Con la selezione del mais questa capacità è stata persa. A questo serve recuperare le varietà antiche, per avere maggiori possibilità di trovare la pianta più adatta, ancora integra, che non necessita di eccessivi trattamenti chimici”, spiega Johannes.

Il mais è stato introdotto nelle valli bellunesi attorno all’800 per superare i momenti di carestia e in molti ne sono rimasti invaghiti per l'alta resa che nulla aveva a che fare con quella del miglio, o dell'avena e dell'orzo (link). Il frumento veniva venduto ai ricchi e i poveri mangiavano il mais, con i vari problemi di pellagra che ne seguivano.

Continua Johannes Keintzel: “I terreni nel bellunese è da decenni che sono coltivati a mais, in monocoltura. La FAO stima che tra il 1900 ed il 2000 sia andato perduto il 75% della diversità agricola, molto meno citata di quella naturale ma altrettanto importante poiché la diminuzione della varietà colturale mette a repentaglio la sicurezza alimentare. La diversificazione è fondamentale, anche negli investimenti in banca è importante la diversità! Così in agricoltura: se non diversifichi, il rischio di avere delle perdite è enorme”.

E il monito della FAO andrebbe decisamente ascoltato. “Va recuperato ciò che è recuperabile. Grazie allo scambio dei semi  stiamo salvando molte varietà. I semi hanno una loro germinabilità, dopo un certo numero di anni possono non germogliare più. Noi cerchiamo di non lasciare i semi in esposizione sugli scaffali, belli etichettati a fare la polvere, ma di coltivarli il più possibile e di far sì che siano una risorsa per gli agricoltori. I semi sono di tutti, non dei privati. Questo è il concetto delle community seeds banks, in italiano case delle sementi”, afferma Johannes.

La diversità appare come la chiave per adattarsi ai problemi, climatici ed ambientali: va bene conservare le linee pure, ma i miscugli genetici sono le combinazioni vincenti. “Lo dice anche il genetista Salvatore Ceccarelli - conclude Johannes - i miscugli accelerano l'evoluzione della specie, perché le piante si scambiano più velocemente informazioni e poi sarà la natura a selezionare le caratteristiche vincenti, le piante si adattano meglio cosi”.

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