sabato 25 aprile 2026

Pix e la sovranità dei pagamenti: così il Brasile sfida i circuiti globali - Riccardo Renzi

L'infrastruttura pubblica per i pagamenti varata dal Brasile lancia la sfida ai circuiti internazionali. La reazione degli Usa.

Pix non è soltanto un sistema di pagamento istantaneo. È un’infrastruttura pubblica che trasforma il modo in cui uno Stato esercita sovranità finanziaria nella vita quotidiana. Lanciato dal Banco Central do Brasil nel 2020, ha rapidamente superato la dimensione tecnica per diventare un caso geopolitico: quando il pagamento diventa istantaneo, universale e quasi privo di costo, non cambia solo il mercato, ma la distribuzione del potere tra Stato, banche e circuiti globali. Il punto non è la tecnologia, ma il controllo del rail dei pagamenti, cioè lo strato infrastrutturale su cui si muovono transazioni, dati e relazioni economiche.

Pix nasce come progetto di modernizzazione del sistema dei pagamenti brasiliano, ma in pochi anni diventa un canale dominante dell’economia quotidiana. Secondo dati del Banco Central, oltre l’80% della popolazione lo utilizza stabilmente, con volumi che lo collocano tra i principali strumenti di pagamento del Paese. Il dato decisivo non è solo quantitativo, ma strutturale: Pix ha reso il pagamento istantaneo il default operativo dell’economia brasiliana. Questo significa che ogni transazione, anche minima, passa attraverso un’infrastruttura pubblica che riduce il ruolo degli intermediari privati e ridisegna le logiche di commissione.

 

Il conflitto con Washington e la logica della Section 301

La reazione degli Stati Uniti si inserisce nella procedura commerciale della Section 301, avviata nel 2025. Formalmente non riguarda solo Pix, ma un insieme di pratiche digitali brasiliane considerate potenzialmente distorsive per la concorrenza. Tuttavia, il nodo politico emerge chiaramente: un sistema pubblico che riduce il peso di circuiti come Visa e Mastercard non è neutro dal punto di vista geopolitico. Non si tratta di un conflitto tecnologico, ma di una disputa tra modelli di infrastruttura: da un lato reti private globali, dall’altro un rail statale interoperabile. Il Brasile interpreta Pix come bene pubblico; gli Stati Uniti lo leggono anche come possibile alterazione degli equilibri competitivi.

Economia politica del pagamento: commissioni, dati e standard

La forza di Pix si articola su tre livelli. Il primo è economico: riduce drasticamente le commissioni transazionali, comprimendo margini storici degli intermediari. Il secondo è informativo: sposta dati e relazioni economiche verso un’infrastruttura domestica. Il terzo è politico: crea un precedente in cui lo Stato non regola soltanto il mercato dei pagamenti, ma ne diventa operatore diretto. Questo rompe una simmetria consolidata: nei sistemi tradizionali, la governance dei pagamenti è distribuita tra attori privati globali; nel modello Pix, la governance è centralizzata in un’autorità pubblica monetaria.

Inclusione finanziaria e ridefinizione del credito

Un elemento spesso sottovalutato è l’effetto di inclusione finanziaria. Pix ha ampliato l’accesso ai pagamenti digitali per segmenti prima marginali o esclusi dal credito tradizionale. Questo sposta il baricentro del sistema: il pagamento non è più legato necessariamente alla carta di credito, ma a un’identità finanziaria pubblica e interoperabile. Di conseguenza, anche la struttura del credito retail viene indirettamente influenzata. Se il pagamento diventa immediato e gratuito, la funzione della carta si sposta dal pagamento al finanziamento, ridisegnando l’intero ecosistema bancario.

La dimensione esterna: dal Brasile al corridoio latinoamericano

Il caso non è più solo domestico. I primi test di utilizzo transfrontaliero, come quelli osservati in Argentina, mostrano che Pix può operare come infrastruttura regionale in fase embrionale. Non si tratta ancora di uno standard globale, ma di un possibile modello di interoperabilità Sud-Sud. Se questa traiettoria si consolidasse, il Brasile non esporterebbe solo un sistema tecnico, ma una architettura istituzionale dei pagamenti, con implicazioni dirette sugli standard finanziari regionali.

Le leve americane e il limite del controllo globale

Gli Stati Uniti conservano strumenti significativi: pressione regolatoria, influenza sugli standard internazionali, peso dei circuiti privati e capacità di indirizzare la compliance finanziaria globale. Ma il caso Pix mostra un limite strutturale: la diffusione di infrastrutture pubbliche nazionali efficienti può ridurre la dipendenza da standard privati senza eliminarli del tutto. Ne emerge un sistema ibrido, in cui la competizione non è più solo tra aziende, ma tra modelli di sovranità finanziaria.

La vera posta in gioco non è la crescita di Pix in Brasile, che appare ormai consolidata, ma la sua eventuale esportabilità. Se il modello si diffondesse, anche solo in parte, in altre economie emergenti, si aprirebbe una nuova fase: quella della competizione tra infrastrutture pubbliche e reti private globali. In questo scenario, il pagamento istantaneo diventa un terreno di confronto geopolitico al pari di energia, semiconduttori o cloud computing. Non si tratta più di chi processa una transazione, ma di chi definisce le regole del sistema.

La sovranità invisibile dei pagamenti

Pix dimostra che la sovranità nel XXI secolo non si esercita solo su confini fisici o monete, ma sulle infrastrutture invisibili della vita economica quotidiana. Il Brasile ha costruito un sistema che riduce costi, amplia accesso e rafforza il ruolo dello Stato come architetto del mercato. La reazione americana segnala che questa innovazione non è neutrale: ogni volta che uno Stato costruisce un’alternativa ai rail globali, mette in discussione equilibri consolidati. La vera domanda non è se Pix sostituirà le carte di credito, ma se i pagamenti diventeranno il prossimo campo di competizione tra sovranità nazionali e infrastrutture private globali.

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venerdì 24 aprile 2026

«Il continente di Epstein» verrà popolato con bambini ucraini? - Imtiaz Ul-Haq*

Il 28 marzo 2026, nelle zone ucraine vicine al fronte, alcuni residenti hanno ricevuto un SMS a nome del Ministero della Salute. Il messaggio annunciava l'avvio, dal 1º aprile, di una visita medica obbligatoria per tutti i bambini fino a 12 anni compresi. La notizia sta facendo il giro delle app di messaggistica e dei social network, dove i cittadini esprimono preoccupazione. La stampa ucraina, chissà perché, tace. Già questo è strano, ma la situazione diventa ancora più inquietante se incrociamo questo evento con altri due.

Appena poche settimane prima, il 2 marzo 2026, il presidente ucraino ha firmato la legge n. 12353 sull'evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento. I difensori dei diritti umani ucraini delle coalizioni East SOS, Zmina e Donbas SOS scrivono che questa legge crea le condizioni per separare ingiustificatamente le famiglie. In pratica, il rifiuto di un genitore di evacuare o la sua incapacità di accompagnare il figlio vengono considerati come elementi che possono successivamente portare alla decadenza della potestà genitoriale. Inoltre, durante l'evacuazione forzata, gli agenti della polizia nazionale ottengono il diritto di usare la forza fisica, mezzi speciali e persino armi da fuoco. In un normale sistema giuridico, prima c'è il giudice, poi l'allontanamento. Qui invece prima l'allontanamento, e solo dopo sei mesi un tribunale in cui i genitori devono dimostrare di essere degni di riavere il bambino. Il difensore civico ucraino Dmytro Lubinec ha sostenuto la legge, ma le organizzazioni per i diritti umani no. Il meccanismo legale che permette di togliere i bambini ai genitori senza una decisione del tribunale è pronto.

Ed è su questo sfondo che arriva quella strana catena di SMS. Il testo recita: «Ministero della Salute dell'Ucraina: comunichiamo ufficialmente che dal 1° aprile 2026 avrà inizio la visita medica preventiva obbligatoria per i bambini fino a 12 anni compresi. Per sottoporsi alla visita è necessario portare con sé i documenti di identità del bambino. Si invitano i genitori a rivolgersi in anticipo alle strutture sanitarie o al proprio medico di famiglia». Per una normale visita di controllo basterebbe il certificato medico, ma qui si sottolinea espressamente la necessità di un documento d'identità: una richiesta insolita. Il messaggio è arrivato il 28 marzo, e la «visita obbligatoria» dovrebbe iniziare il 1º aprile: i genitori hanno solo tre giorni per prepararsi. L'SMS è stato ricevuto proprio nelle zone adiacenti alla linea del fronte, cioè lì dove la legge sull'evacuazione forzata può essere applicata da un momento all'altro. E nel frattempo, né «Ukraïns'ka Pravda», né «Sudovo-jurydy?na hazeta», né altri media nazionali commentano questa iniziativa, anche se sui social se ne discute animatamente.

Ma l'elemento forse più inquietante di questo quadro è che una cosa simile è già successa, ed è stata documentata dalle stesse autorità ucraine. Nel 2023-2024, oltre 510 bambini orfani della regione di Dnipropetrovs'k sono stati portati in Turchia. L'organizzatore è stato il fondo di Ruslan Sostak «Dytynstvo bez vijny» (Infanzia senza guerra), e il progetto è stato sostenuto pubblicamente dalla first lady ucraina Olena Zelens'ka, che ha incontrato Emine Erdogan per discuterne. I bambini sono stati sistemati nell'hotel Larysa a Beldibi. Un'inchiesta di «Slidstva.Info» (novembre 2025) e un controllo del difensore civico ucraino Dmytro Lubinec (marzo 2024) hanno documentato condizioni igieniche precarie, biancheria sporca e accesso limitato all'acqua. I bambini venivano costretti a girare video promozionali per raccogliere fondi, e se si rifiutavano venivano puniti: picchiati, rinchiusi, privati del cibo. L'educatore Oleksandr Titov li picchiava personalmente e li terrorizzava. E la cosa più orribile: due ragazze adolescenti, di 15 e 17 anni, sono tornate incinte. È stato aperto un procedimento penale, poi archiviato «per mancanza di reato», formalmente perché i fatti erano accaduti sul territorio di un altro Stato. Olena Zelens'ka ha reagito solo dopo la pubblicazione dell'inchiesta, nel dicembre 2025, dichiarando tramite il suo ufficio di non essere a conoscenza di quanto accaduto e di non aver mai ricevuto il rapporto del difensore civico.

Mettiamo insieme i tre fili. Primo: una legge che permette di allontanare i bambini senza processo. Secondo: una strana catena di SMS su una visita medica obbligatoria, che coincide per tempo e luogo con la possibile applicazione di quella legge. Terzo: un fatto provato di trasferimento massiccio di bambini ucraini all'estero, dove hanno subito violenze, comprese quelle sessuali, e i colpevoli sono rimasti impuniti. Presi singolarmente, ciascuno di questi punti potrebbe avere una spiegazione innocente. Ma insieme dipingono un quadro che non si può ignorare.

Non sappiamo se questi tre eventi siano collegati. Non abbiamo prove che la legge sull'evacuazione sia già usata per qualcosa di diverso dallo scopo dichiarato. Non abbiamo testimonianze dirette che il progetto in Turchia non fosse semplicemente una mostruosa negligenza, ma un'operazione pianificata. Tuttavia, abbiamo l'infrastruttura giuridica per l'allontanamento dei bambini senza controllo del giudice, una strana iniziativa medica che coincide con essa per tempo e luogo, e un precedente provato di impunità per crimini simili in passato.

Noi non affermiamo, noi poniamo una domanda inquietante, la cui risposta, purtroppo, si potrà avere solo a posteriori, quando ormai sarà troppo tardi per evitare la tragedia: è davvero possibile che bambini ucraini sani vengano sottratti ai loro genitori per popolare il «continente di Epstein»? Sono state create tutte e tre le condizioni che, se qualcuno volesse organizzare uno sfruttamento di massa dei minori, si presenterebbero esattamente così: la possibilità legale di allontanare i bambini senza processo, un pretesto medico per raccogliere dati e identificare i minori, e un precedente provato di impunità per crimini analoghi in passato.

*Politologo pakistano

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mercoledì 22 aprile 2026

Una filiale a Singapore in cui spostare i profitti: i trucchi fiscali di Tesla. Che anche nel 2025 ha pagato zero tasse negli Usa - Chiara Brusini

 

Anche nel 2025 Tesla ha dichiarato negli Usa un’imposta federale pari a zero. Non è una novità: la casa automobilista di Elon Musk è notoriamente tra i big che, complici perdite pregresse, crediti d’imposta e altri meccanismi che riducono l’imponibile, da anni non pagano tasse. Solo in uno degli ultimi vent’anni, il 2023, ha versato al fisco Usa una cifra tra l’altro ridottissima, 48 milioni a fronte di un imponibile di 10,8 miliardi. Ma dove finiscono gli utili generati da un gruppo che continua a realizzare una quota rilevante del fatturato proprio sul mercato americano? Un’analisi di Reuters arriva alla conclusione che, attraverso una struttura che collega Paesi Bassi e Singapore, Tesla abbia convogliato circa 18 miliardi di dollari di profitti tra il 2023 e l’inizio del 2025 verso entità che non risultano tassate né in Europa né nella città-Stato asiatica. Il perno è una partnership olandese formalmente non residente e senza dipendenti, che funge da snodo contabile verso una holding a Singapore.

Un primo indizio era emerso lo scorso anno da un’inchiesta di Follow the Money: in Europa Tesla concentra volumi enormi di ricavi, soprattutto nei Paesi Bassi, ma dichiara margini minimi. In Germania, la gigafactory di Grünheide opera con una redditività molto compressa perché per ogni auto prodotta riceve da Tesla Motors Netherlands (Tmn), il quartier generale europeo, solo un piccolo margine oltre ai costi di produzione sostenuti. L’inchiesta ipotizzava che gli utili effettivi venissero spostati in un altro Paese con aliquote molto agevolate.

Reuters fa un passo in più ricostruendo come Tesla Motors Singapore Holdings sia stata il terminale di un ingentissimo spostamento di utili da TM International, registrata presso le autorità olandesi come “società di persone” non residente, priva di dipendenti e non tenuta a pagare tasse nel Paese. La filiale di Singapore ne detiene oltre il 99%. I documenti visionati dall’agenzia non spiegano cosa faccia quella società e dove abbia generato i propri profitti. Domande a cui nemmeno le autorità fiscali olandesi e singaporiane hanno voluto rispondere. I numerosi esperti consultati ipotizzano però che la capogruppo abbia deciso di trasferire all’estero parte dei suoi diritti di proprietà intellettuale – brevetti, software, know-how – per ridurre la tassazione. Non è chiaro che ruolo abbia avuto Tesla Motors Netherlands, che nel 2023 e 2024 – ultimi anni per cui sono disponibili i dati – ha fatturato 28 miliardi l’anno, quasi il 30% del fatturato totale del gruppo. I documenti contabili non spiegano se abbia gli utili dichiarati da TM International siano arrivati da lì. Un manager incontrato dal cronista di Reuters, che su LinkedIn si presenta come “Direttore finanziario Ue“, si è limitato a dire che “tutto viene deciso ad Austin“, in Texas, sede centrale del gruppo.

Il meccanismo del profit shifting è ben noto e ampiamente utilizzato dalle multinazionali per minimizzare il proprio carico fiscale. Elon Musk, ai tempi della campagna per le presidenziali a cui ha partecipato nelle vesti di primo finanziatore di Donald Trump, si era detto contrario a simili pratiche “losche“: “Mi vengono spesso presentate queste scappatoie. E io rispondo: ‘Non credo che dovremmo farlo'”, aveva dichiarato durante un comizio in Pennsylvania nel 2024. Come se fosse ignaro del fatto che già dieci anni prima Tesla, nel suo rapporto annuale, spiegava di aver stipulato un “accordo di condivisione dei costi” con filiali estere non specificate. Il Congresso degli Stati Uniti e l’Internal revenue service, ricorda Reuters, ritengono che accordi del genere siano potenziali strumenti di elusione fiscale.

C’è però un elemento nuovo che complica ulteriormente la lettura. Nell’ultimo rapporto annuale, Tesla segnala che oltre il 90% dei profitti globali nel 2025 è stato registrato negli Stati Uniti: negli anni precedenti la quota era molto più bassa, sotto il 30%. Secondo gli esperti, questo potrebbe indicare una riorganizzazione della struttura fiscale internazionale: dopo aver spostato utili all’estero negli anni passati, il gruppo potrebbe aver iniziato a riportarli negli Usa, sfruttando i crediti fiscali accumulati per attenuarne l’impatto. Prima di cambiare rotta, comunque, il gruppo ha risparmiato almeno 400 milioni di dollari di tasse, stima Reuters.

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martedì 21 aprile 2026

Il cibo come arma di guerra: anche in Libano i danni ecologici e agricoli sono crimini contro l’umanità - Barbara Nappini*

Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve

Il cibo e la nutrizione dei popoli come arma di guerra. Quando un paese attraversa una crisi bellica, tra lo stratificarsi di tragedie che questo implica, ci sono anche enormi danni ecologici e agricoli. Accade in Ucraina, succede da decenni e sta succedendo in Palestina, avviene in Libano. Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna il ministero dell’Agricoltura del Libano ha definito preoccupante la situazione per la sicurezza alimentare del Paese, rivelando che circa il 22% della superficie agricola nazionale è stato danneggiato e il patrimonio zootecnico ha subito gravi perdite (72% per gli equini e quasi la metà dei bovini) dagli attacchi di questi giorni da parte di Israele.

Secondo Human Rights Watch, l’esercito israeliano ha usato anche munizioni al fosforo bianco, che hanno effetti devastanti sia sugli ecosistemi che sulla popolazione. Oltre i tre quarti dei produttori locali (86% delle aziende) sono stati costretti a lasciare le proprie terre. Le regioni maggiormente martoriate sono al Sud del Libano e sono quelle che hanno un ruolo strategico nel panorama agricolo (olio, cereali, frutta, ortaggi, erbe aromatiche, legumi): il loro abbandono provoca un crollo della produzione alimentare, perdite economiche e di posti di lavoro molto rilevanti. Le ultime stime parlano di 1,65 milioni di libanesi che stanno affrontando la fame, 3 bambini su 4 sono malnutriti e la situazione non migliorerà a breve termine, anche per via degli impatti ambientali prima menzionati. In generale, si stima che la ricostruzione del paese potrebbe ammontare a 3 miliardi di dollari. Ma quanto vale la perdita irrimediabile di biodiversità? Quanto vale la contaminazione del suolo con metalli pesanti? Quanto vale la distruzione di boschi secolari?

Si tratta di danni incommensurabili. Danni che colpiscono direttamente obiettivi civili, che violano i diritti dei contadini e interrompono la catena di produzione e approvvigionamento alimentare di tutti. Ancora una volta la guerra, che dovrebbe riguardare gli eserciti ed essere estremamente “precisa”, in funzione dell’ampia disponibilità della più avanzata tecnologia; invece si fa contro le popolazioni inermi: la retorica di una guerra moderna, pulita, di precisione, crolla di fronte alla voragine di sangue, dolore, morte inflitta ai civili e a Madre Terra. Anche l’idea di una guerra lontana e localizzata è artificiosa: le guerre, nel mondo globalizzato, hanno costi “globali” che riguardano tutte e tutti, basti pensare alle spaventose emissioni in atmosfera di gas climalteranti e alle colossali diaspore di questi e dei prossimi anni. Ancora una volta il cibo – la sua mancanza – è l’arma strategica deliberatamente causata per colpire il diritto a nutrirsi dei popoli: senza natura il cibo non si produce, per questo dobbiamo iniziare a considerare i crimini contro l’umanità e contro l’ambiente come un tutt’uno.

*Presidente Slow Food Italia

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lunedì 20 aprile 2026

Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa - Virginia Della Sala

 

Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.

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domenica 19 aprile 2026

A 91 anni attraversa l’Irlanda a piedi: la protesta dell’attivista Lelia Doolan contro i voli militari Usa

 

Una storica attivista pacifista irlandese di 91 anni ha attraversato a piedi l’Irlanda per chiedere al governo di vietare il passaggio dei voli militari statunitensi. Lelia Doolan ha concluso mercoledì un cammino durato due settimane e lungo circa 220 chilometri, arrivando fino ai cancelli del parlamento a Dublino, accolta da numerosi sostenitori. L’ex produttrice cinematografica ha intrapreso il viaggio per protestare contro l’utilizzo dell’aeroporto di Shannon Airport da parte delle forze armate statunitensi. Secondo Doolan, velivoli militari americani atterrerebbero senza controlli adeguati: “Gli aerei militari statunitensi atterrano senza che il governo abbia mai deciso di ispezionarli o verificarne il contenuto. Shannon è un aeroporto civile, non militare”.

Il governo irlandese, tuttavia, sostiene che lo scalo non venga utilizzato per operazioni di combattimento e ha affermato che non esistono prove del transito di armi o rifornimenti destinati ad attacchi attraverso lo spazio aereo del Paese, pur confermando il passaggio di personale statunitense armato, come riporta The Guardian. Per l’attivista, l’accordo che consente questi voli rappresenta una violazione della neutralità irlandese e l’opinione pubblica sarebbe stata portata a credere che si tratti di una pratica inevitabile: “Non deve per forza continuare”, ha dichiarato.

Il viaggio è iniziato proprio da Shannon lo scorso 31 marzo e ha toccato diverse città, tra cui LimerickNenaghRoscreaPortlaoiseNewbridge e Naas. Doolan ha percorso a piedi gran parte del tragitto, accompagnata a tratti da sostenitori nell’ambito della campagna “Walk with Lelia”. Le proteste contro l’utilizzo dell’aeroporto da parte dell’esercito statunitense vanno avanti da decenni, ma il recente conflitto in Medio Oriente ha riacceso le mobilitazioni. Nei giorni scorsi, un uomo è stato arrestato con l’accusa di aver danneggiato un aereo da trasporto militare americano, un C-130 Hercules, parcheggiato in una zona isolata dello scalo.

Doolan ha spiegato di sentirsi in dovere di protestare per difendere la neutralità dell’Irlanda e ha invitato i cittadini ad agire: “È molto semplice. Basta farlo”. Durante il cammino, dedicato anche alla memoria dell’amica e attivista Margaretta D’Arcy, non sono mancati momenti di condivisione, tra musica tradizionale e incontri lungo il percorso. L’arrivo davanti al parlamento, il Leinster House, è stato accolto da applausi, abbracci, bandiere palestinesi e rappresentanti politici dell’opposizione. La leader del partito laburista, Ivana Bacik, ha elogiato l’iniziativa, invitando il governo a interrompere l’autorizzazione ai voli militari statunitensi. Il primo ministro Micheál Martin ha espresso rispetto per l’attivista, dichiarando di volerla incontrare, ma ha ribadito che l’aeroporto non ha alcun ruolo nelle operazioni militari in Medio Oriente.

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sabato 18 aprile 2026

Effetto serra, era già tutto previsto - Renzo Rosso

Uscendo da teatro, un anziano signore mi saluta. “Non si ricorda certo di me, ma sono stato suo studente alla fine degli anni ‘80”. Gli ho sorriso come un vecchio pescatore. “Quando raccontava l’effetto serra e i suoi possibili impatti ci pareva una bizzarria. E invece…”. “Alle volte anch’io temevo di essere troppo…”. Mi chiedevo spesso se ne valesse la pena. Incerto se non rimanere nei ranghi. Se avessi conosciuto allora la circolare Glaser, però, sarei stata meno incerto, più fermo e tenace; oppure, al contrario, avrei desistito? Tra l’altro, il programma del mio corso di Infrastrutture Idrauliche —allora annuale e corposo e non ridotto una periodica serie di quiz— comprendeva perfino un seminario su oleodotti e gasdotti. Un omaggio a tutti i Glaser.

Nel 1982, Marvin B. Glaser, responsabile dei programmi per gli affari ambientali di Exxon, inviò una lettera circolare a 15 dirigenti e manager Exxon, allegando un documento di revisione tecnica intitolato “CO2 Greenhouse Effect, A Technical Review”, un rapporto tecnico, preparato dalla divisione di coordinamento e pianificazione della stessa compagnia (Hall, S., Exxon Knew about Climate Change almost 40 years ago, Scientific American, October 26, 2015).

Glaser affermava come il documento fornisse indicazioni “sull’effetto serra della CO2, oggetto di sempre maggiore attenzione sia dalla stampa scientifica che da quella popolare come questione ambientale emergente”. Egli garantiva ai colleghi che “il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera era motivo di preoccupazione poiché può influire sul clima globale.” E azzardava una stima del raddoppio del contenuto di CO2: “intorno al 2090, in base al fabbisogno di combustibili fossili previsto dalle proiezioni energetiche a lungo termine di Exxon”.

Nel rapporto Glaser c’era pure un bignamino sulla evoluzione del fenomeno: nei 25 anni precedenti al 1982 si era registrato un aumento di circa l’otto percento della CO2 atmosferica, che aveva raggiunto allora 340 parti per milione “una tendenza iniziata a metà del secolo scorso con l’inizio della Rivoluzione industriale”. Disse anche qualcosa di più; e di più sorprendente. Il suo gruppo di lavoro prevedeva che “il raddoppio della concentrazione attuale avrebbe potuto aumentare la temperatura media globale tra circa 1,3°C e 3,1°C”.

Glaser affermava che “il materiale era stato ampiamente circolato alla dirigenza di Exxon allo scopo di familiarizzare il personale sull’argomento”. E riconosceva una “considerevole incertezza” sull’impatto sociale del fenomeno. Il rapporto diceva anche che l’effetto serra avrebbe potuto essere rilevato entro il 1995 o il 2020 se la precisione dei modelli climatici fosse migliorata. Anche qui, erano previsioni azzeccate. Non solo i modelli, ma anche i dati gli stanno dando ragione.

Con buona pace del compianto Antonino Zichichi, negare l’influenza antropica sul riscaldamento globale è un esercizio più difficile che risolvere l’ultimo teorema di Fermat, giacché uno dei maggiori responsabili ne aveva ammesso la responsabilità quasi 50 anni fa. Exxon partecipava alla comprensione scientifica del fenomeno, non nascondendone i rischi. Anzi, aveva approfondito un sapere che la scienza dominante guardava con molto scetticismo. Chi poteva prevedere —incoraggiando la ricerca climatica— e provvedere —delineando strategie di mitigazione e adattamento— era la politica che adottò, invece, la posizione dello struzzo.

Se nel 1990 avessi avuto notizia di questo autorevole rapporto non avrei mai scritto “Effetto Serra: istruzioni per l’uso”, uscito in libreria nel 1994. Era già tutto previsto (cit. Riccardo Cocciante). E, invece…, avrei dedicato più tempo al progetto di gasdotti e oleodotti, anziché a costruire sapere climatico, rivelatosi affatto inutile agli ingegneri ambientali.

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venerdì 17 aprile 2026

L’aria in Italia è sempre più inquinata: i dati del primo trimestre 2026 sono scioccanti - Gianfranco Amendola


Tira sempre una brutta aria in città. E’ quanto risulta dai dati del primo trimestre 2026 appena pubblicati da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che monitora la qualità dell’aria attraverso 58 centraline di traffico e di fondo urbano in 27 città, utilizzando i dati delle reti regionali ARPA/APPA.

Vediamoli in estrema sintesi, con riferimento ai vari inquinanti riscontrati in questo periodo, iniziando dal particolato (PM 10 e PM 2,5) e cioè dalle particelle che si formano nell’aria e possono avere conseguenze, anche gravi, per la nostra salute. Le situazioni più preoccupanti sono state registrate a Milano, Verona, Modena, Padova, Torino, Parma, Brescia, Vicenza e Bologna dove risultano abbondantemente superati i limiti fissati a tutela della salute dalla normativa comunitaria nonché quelli raccomandati dall’Oms. In generale, comunque, non si riscontrano significativi miglioramenti per questi inquinanti in nessuna delle città monitorate.

La situazione è ancora più preoccupante se esaminiamo i dati sull’ozono, prodotto soprattutto dal traffico veicolare, dove in quasi tutte le città controllate si sono riscontrati superamenti dei limiti, specie a Torino, Milano, Roma, Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Modena e Verona, nelle quali il limite massimo annuale di giorni di superamento consentiti è già stato abbondantemente superato in soli tre mesi (addirittura per 80 giorni su 90 considerati).

Insomma, rinviando alla pubblicazione integrale per un quadro più dettagliato, se pure i dati sono riferiti solo a 27 città, appare evidente più in generale che ben poco è stato fatto e si sta facendo per difenderci dall’inquinamento atmosferico specie nelle regioni più a rischio come quelle del nord, nonostante il diritto alla salute e alla tutela ambientale abbiano rilevanza costituzionale.

Anche perché, a parte l’andamento meteorologico, le cause dell’inquinamento atmosferico sono collegate ad attività umane quali impianti chimici industriali, inceneritori, motori a scoppio degli autoveicoli e combustioni in genere. Ed è altrettanto certo, del resto, che l’inquinamento atmosferico può causare, tra l’altro, asma, bronchiti croniche, ictus, infarti e tumori.

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Più in particolare, secondo una recente relazione dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA), in Italia ci sono state 46mila morti premature derivanti dall’esposizione al particolato; altre 11.300 persone hanno perso la vita a causa dell’esposizione al biossido di azoto e 5.100 a causa dell’ozono. Per capirsi meglio, quindi, circa un quinto dell’intera mortalità a livello Ue si registra in Italia.

Non a caso, del resto, nel 2024 la Ue con la direttiva 2881 ha introdotto, insieme a nuovi e più stringenti limiti, il diritto dei cittadini ad essere risarciti per i danni alla salute per la cattiva qualità dell’aria, dando agli Stati membri tempo fino all’11 dicembre 2026 per renderlo operativo. Con questa direttiva, in particolare, i cittadini potranno ottenere un risarcimento dimostrando che il danno alla salute è stato causato dalla violazione di una serie di regole da parte dell’Autorità competente, commessa volontariamente o per comportamento negligente e avranno anche diritto ad agire in giudizio per contestare la legittimità dei provvedimenti presi dall’Autorità competente o la assenza di essi; come la localizzazione dei punti di controllo che vanno installati obbligatoriamente per monitorare gli inquinanti sotto osservazione: particolato (PM), biossido d’azoto, biossido di zolfo, benzene, monossido di carbonio, piombo, arsenico, cadmio, nickel, benzo(a)pirene.

Purché sia chiaro che già oggi le leggi di tutela ci sono e sono chiare e precise ma non vengono rispettate e fatte rispettare. A volte, purtroppo con l’avallo della magistratura: l’Italia è l’unico paese Ue dove nel 2024 ha visto la luce a Torino, in una delle città più inquinate, una stravagante sentenza del Tribunale dove si afferma che, se pure vengono superati i limiti per lo smog, i pubblici amministratori che non intervengono non sono responsabili in quanto la legge non specifica espressamente questo dovere e spetta ai giudici dire loro quali provvedimenti adottare in particolare.

E così sono stati prosciolti, senza nemmeno un processo, amministratori regionali e sindaci della città fra cui Chiara Appendino e Piero Fassino, e l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. Tira proprio una brutta aria.

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giovedì 16 aprile 2026

La Francia sostituisce i sistemi operativi Windows con quelli Linux nelle postazioni governative! - Antonello Buzzi

La Francia sta compiendo un passo storico nel panorama tecnologico europeo: abbandonare Windows in favore di distribuzioni Linux per le postazioni di lavoro governative.

L’annuncio ufficiale arriva dalla DINUM (Direzione Interministeriale per il Digitale), uno degli organi centrali dell’amministrazione francese, e si inserisce in una strategia più ampia di sovranità digitale che potrebbe ridisegnare le scelte tecnologiche di molti paesi dell’Unione Europea. […]

[…] Il passaggio a Linux è classificato come uno dei tre “primi passi concreti” verso la riduzione della dipendenza digitale extra-europea, con la formalizzazione del piano attesa per l’autunno.

Entro quella scadenza, i responsabili del progetto dovranno definire nel dettaglio quali soluzioni adottare per postazioni di lavoro, strumenti collaborativi, software antivirus, intelligenza artificiale, database, virtualizzazione e apparecchiature di rete.

Le motivazioni politiche sono esplicitate senza ambiguità dai ministri francesi. “Dobbiamo diventare meno dipendenti dagli strumenti americani e riprendere il controllo del nostro destino digitale”, ha scritto David Amiel, Ministro per l’Azione Pubblica e i Conti, nel comunicato ufficiale.

Il ministro ha aggiunto che la Francia “non può più accettare che i propri dati, la propria infrastruttura e le proprie decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo le regole, i prezzi, l’evoluzione e i rischi.”

Anne Le Hénanff, Ministro Delegato per l’Intelligenza Artificiale e il Digitale, ha rafforzato questa posizione dichiarando che la sovranità digitale è una necessità strategica, non una scelta facoltativa.

Queste dichiarazioni arrivano in un momento di crescente distanza culturale e geopolitica tra gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati europei, un contesto che sembra aver accelerato la spinta verso l’indipendenza tecnologica.

Sul fronte sanitario, il governo francese ha già annunciato il mese scorso la migrazione della piattaforma per i dati sanitari verso una soluzione certificata entro la fine del 2026, un ulteriore segnale della portata sistemica di questa transizione.

L’adozione di una distribuzione Linux di matrice francese o europea appare la strada più coerente con l’obiettivo dichiarato di migrare verso soluzioni sovrane, eliminando di fatto gli interessi commerciali statunitensi dalle postazioni di lavoro della pubblica amministrazione.

Le implicazioni per le aziende software e di servizi con sede negli Stati Uniti sono tutt’altro che trascurabili. La Francia, in quanto membro di primo piano dell’Unione Europea, esercita un’influenza significativa sulle scelte degli altri paesi del blocco, e un’adozione riuscita di Linux a livello governativo potrebbe innescare un effetto a cascata verso altri dipartimenti, enti pubblici, organizzatori privati che collaborano strettamente con lo Stato, fino ad arrivare potenzialmente agli utenti finali. Non è la prima volta che un governo europeo tenta questa strada — si ricordano i casi parziali di Monaco di Baviera e di alcuni enti pubblici italiani negli anni Duemila — ma la scala e la determinazione politica di questo progetto sembrano di portata diversa.

https://infosannio.com/2026/04/13/la-francia-sostituisce-i-sistemi-operativi-windows-con-quelli-linux-nelle-postazioni-governative/

mercoledì 15 aprile 2026

Il peso di un invio: cronaca della mercificazione dell’anima - Michela Salvati

«L’hai mandata la mail?». Inizia così, con un’interferenza burocratica nel bel mezzo del silenzio, la giornata di chi ha smesso di abitare il tempo per iniziare a subire la prestazione. C’è questo dover mandare, questo inviare compulsivo che mangia lo spazio del respiro: un’attività che non conosce festivi e non rispetta il sonno. Domani manderò le mie mail; le manderò impaurita, sebbene io non voglia, perché quel ping non è comunicazione, ma il battito cardiaco richiesto dall’algoritmo per misurare la nostra docilità operativa. Dietro quel semplice clic risiede il rito stanco di chi deve confermare la propria esistenza attraverso un output digitale; una prova di rendimento pretesa da un sistema che, seguendo la logica del New Public Management, ha trasformato la scuola in un’azienda e il docente in un terminale di rendicontazione h24.

Come sto sopportando questo sfinimento non lo chiedi, non lo sai chiedere con garbo. Perché il garbo – quella dote che Eugenio Borgna ne L’arcipelago delle emozioni descrive come la capacità di ascoltare l’anima dell’altro senza calpestare la sua alienazione – è stato espulso dai protocolli ministeriali. Non sai quanto lo sfinimento stia erodendo l’amore per ciò che faccio; vorrei una vita che non sia la proiezione di un foglio di calcolo, una vita che non debba scusarsi per il desiderio di fermarsi a respirare. Mi turba dover confermare la mia presenza con una notifica, come se senza quel segnale la mia persona svanisse dai radar dell’efficienza. Ma la verità è che nemmeno vi ricordate di me, e allora dico: «Meno male». Rivendico l’oblio come uno spazio sacro, una libertà malinconica in cui siamo esentati dalla visibilità forzata. Come sostiene Byung-Chul Han ne La società della trasparenza, “viviamo in un’esposizione incessante che uccide l’incontro reale, obbligandoci a una reperibilità che è diventata la nuova forma della sorveglianza totale”.

Il dramma della nostra epoca è che abbiamo trasformato il disagio interiore in un guasto tecnico. Se non produci, se non carichi dati sul registro elettronico, diventi un ingranaggio difettoso. Ci hanno insegnato a supportare per mercificare, non per curare. Borgna ci ammonisce sulla rimozione della sofferenza in una società che esalta solo l’efficienza, scrivendo che viviamo in un mondo che tende a considerare quasi come una colpa la vulnerabilità e la debolezza. Ma chi decide cos’è utile? È forse utile un progetto portato a termine mentre il cuore urla? C’è una perversione sottile nel chiederci di “appassionarci” al nostro stesso logorio, mentre l’ideologia inclusiva ufficiale si riduce a una sfilata di protocolli che soffocano l’ascolto vero sotto una montagna di carte bollate. Chiediamo empatia nelle circolari, ma il tempo per un sorriso fuori di scuola è visto come una “fuga” dal dovere burocratico.

Qui entra in gioco quella che Paulo Freire nella Pedagogia degli oppressi chiamava la “concezione depositaria” dell’educazione: siamo trattati come contenitori da riempire di mansioni, espropriati della nostra capacità di essere soggetti. Freire ci ricorda che l’oppresso spesso “ospita” l’oppressore dentro di sé, e lo fa ogni volta che prova colpa per il proprio bisogno di fermarsi. Abbiamo interiorizzato il padrone e ora la sua voce ci punisce se il corpo reclama il diritto al silenzio. Eppure, proprio mentre affogo in questa reificazione, accade qualcosa che rompe l’algoritmo. Uno studente mi ferma fuori scuola, un ragazzo che non entra in aula da tre mesi, un fantasma per le statistiche sulla dispersione scolastica che oggi colpiscono circa il 9% dei giovani italiani (INVALSI 2025). Io gli sorrido, gli chiedo del suo stato d’animo. Mi racconta della sua paura paralizzante di stare con gli altri. In quel momento, io lo ascolto. È un tempo necessario, sottratto alla produzione e restituito all’umano. È l’essenza di quanto insegnava Don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è la politica”. Gli chiedo di tornare, con calma: «Vuoi venire domani prima delle lezioni?». Lui sorride e ci stringiamo la mano. «Promessa di cavaliere» gli dico, facendo mio il monito di Antoine de Saint-Exupéry secondo cui rendere possibile l’avvenire non significa prevederlo, ma fondarlo (Citadelle, 1948). Lui torna a scuola per farmi una sorpresa, e io resto lì a pensare a quanto il sistema ci voglia controllori di presenze, quando dovremmo essere solo cercatori di anime.

C’è un paradosso lancinante nell’essere l’adulto che accoglie la fragilità altrui mentre la propria viene calpestata dalla retorica della resilienza. Insegniamo ai ragazzi l’empatia mentre siamo immersi in una struttura che la nega alla radice. Don Milani diceva che “non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali”, ed è ciò che accade quando il neoliberismo scolastico pretende la stessa velocità da tutti, anche da chi sta lottando con uno scoramento profondo. La parola dovrebbe renderci liberi, ma oggi le nostre espressioni sono prigioniere dei linguaggi aziendali e dei monitoraggi standardizzati. Il mio I Care milaniano si scontra con il cinismo di un sistema che usa la “passione” come dispositivo di sfruttamento, ignorando che il burnout tra i docenti italiani ha raggiunto picchi del 35% (INDIRE 2024) a causa di un carico burocratico insostenibile.

Mi prendo la colpa di dare troppo valore all’anima rispetto alla rendicontazione, ma in questa colpa trovo l’ultimo baluardo di resistenza. Questo ritiro non è un atto di codardia, ma uno sciopero esistenziale. Se l’unico modo per relazionarmi con l’altro è rispondere alla domanda «Hai mandato la mail?» prima ancora di un «Come stai?», allora scelgo l’invisibilità. Scelgo di non esserci per i vostri algoritmi. Rivendico il diritto all’impossibilità, il diritto di essere un ingranaggio che si ferma perché ha deciso di tornare a essere un cuore. Perché l’anima non è una merce e il mio dolore, per quanto inutile ai vostri occhi di programmatori di efficienza, è l’unica cosa che mi rende ancora spaventosamente umana. Se la fragilità è la colpa, allora scelgo di essere colpevole. La mia promessa di cavaliere allo studente è la promessa che faccio a me stessa: non lascerò che una mail decida se io esisto o meno. Non manderò le mail. Non perché non posso, ma perché scelgo di non alimentare l’algoritmo. La mia disobbedienza è pedagogia della cura.

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martedì 14 aprile 2026

L’orso bruno non dorme più: l’allarme che arriva dagli Appennini - Michele Agagliate

Il tempo delle tane blindate e dei lunghi sonni sotto la neve sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Oggi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, l’orso bruno (Ursus arctos) deve fare i conti con un nemico più insidioso dei bracconieri: il termometro. Con temperature che non accennano a scendere e l’assenza cronica di manti nevosi, il letargo – pilastro biologico per la sopravvivenza della specie – sta diventando un optional pericoloso.

I numeri parlano chiaro: sono rimasti circa sessanta esemplari. Un equilibrio fragilissimo che il riscaldamento globale sta facendo saltare. Se in passato era il freddo a “chiudere” gli orsi bruni nelle tane, oggi la scarsità di neve spinge molti individui a restare attivi. “Il periodo di ibernazione si è ridotto drasticamente e in alcuni casi è del tutto assente”, spiega Stefano Orlandini, presidente dell’associazione Salviamo l’Orso. Il caso limite? Una femmina con tre cuccioli che quest’anno non è mai andata in letargo.

È un dettaglio fondamentale: per le femmine, partorire fuori dalla protezione della tana o interrompere il riposo significa bruciare riserve energetiche vitali. Il rischio concreto è che i piccoli non superino l’inverno o che il successo riproduttivo della specie crolli verticalmente.

Altro fattore importante: quando l’orso bruno non dorme, cerca cibo. E se i frutti selvatici scarseggiano a causa della siccità appenninica, l’animale si sposta verso valle, attirato dagli odori dei centri abitati. È qui che la biologia incrocia la cronaca. La “confidenza” con l’essere umano, spesso forzata dalla fame, trasforma l’orso bruno in un frequentatore di cassonetti, aumentando il rischio di incidenti, investimenti o conflitti sociali.

Valeria Barbi, naturalista e responsabile comunicazione dell’associazione, conferma la tendenza: il letargo è ormai un “termometro” della crisi ecologica. Se gli orsi americani (bruni e neri) stanno già modificando i ritmi stagionali da anni, il Marsicano – isolato geneticamente da millenni – è ancora più vulnerabile a questi sbalzi.

La partita per salvare il più grande mammifero italiano si gioca ormai fuori dai confini protetti, nei cosiddetti “corridoi d’espansione” che arrivano fino al Terminillo e alle Marche. Qui, l’attivismo civile prova a tappare i buchi della gestione pubblica. Tra l’installazione di recinti elettrici per proteggere gli apiari e la sostituzione dei cassonetti tradizionali con modelli “a prova d’orso” (già 49 quelli posizionati), l’obiettivo è uno solo: rendere possibile la convivenza.

Resta però il nodo delle risorse idriche. Il progetto Drop by Drop punta i riflettori sulla sete dell’Appennino: senza acqua pulita e accessibile in quota, l’orso bruno è condannato a scendere tra le case.

In ultima analisi, la mancata latenza invernale altera l’omeostasi della sottospecie: il passaggio da un regime di ipometabolismo a uno di attività costante in assenza di trofismo naturale espone gli esemplari a un deficit calorico che ne compromette la fitness riproduttiva. La persistenza di questo trend climatico rischia di trasformare l’Appennino in un sink ecologico, dove la sopravvivenza dei sessanta individui rimasti dipenderà esclusivamente dalla capacità di minimizzare il dispendio energetico legato alle interferenze antropiche.

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lunedì 13 aprile 2026

“La Terra è al limite e potrebbe non sostenerci più”, lo studio che certifica che la capacità è pari a 2,5 miliardi di persone

 

Il nostro pianeta non ce la fa più: siamo diventati troppi e il nostro ritmo di crescita sta portando la Terra ai limiti. È quanto dimostrato dai ricercatori della Flinders University in Australia in uno studio pubblicato sulla rivista “Environmental Research Letters“: oltre duecento anni di dati demografici globali sottolineano come l’umanità stia sempre più “andando oltre”.

Un primo spunto di riflessione è dato dal fattore “capacità portante” ovvero il numero di individui che possono sopravvivere, in un arco di tempo abbastanza lungo, grazie alle risorse naturali disponibili e alla loro capacità di rigenerarsi. Il problema odierno sottolineato dallo studio è l’indifferenza delle economie globali che non danno il giusto peso ai vincoli rigenerativi e tentano pertanto di colmare la differenza con l’ininterrotta crescita demografica attraverso lo sfruttamento dei combustibili fossili.

L’altro parametro da tenere in considerazione è la “capacità di carico umana“. Se dagli anni ’50 la popolazione cresceva a un ritmo costante – e ciò significava maggior progresso tecnologico – dagli anni ’60 il tasso di crescita globale ha iniziato a rallentare. Ciò non si traduce in una diminuzione di presenze umane ma, al contrario, si parla di una “fase demografica negativa” come ha spiegato l’autore Corey Bradshaw: “L’aumento della popolazione non si traduce più in una crescita più rapida. Analizzando questa fase abbiamo scoperto che la popolazione mondiale raggiungerà probabilmente il picco tra gli 11,7 e i 12,4 miliardi di persone entro la fine degli anni 2060 o gli anni 2070″.

Sempre secondo Bradshaw “La Terra non riesce a tenere il passo con il modo in cui stiamo utilizzando le risorse“. La nostra dipendenza maggiore sarebbe quella dai combustibili fossili che ci danno l’illusione di aumentare – solo nel breve termine – la capacità di carico della Terra. Invece non solo la capacità di carico sostenibile è pari a 2,5 miliardi mentre la nostra attuale popolazione è di quasi 8,3 miliardi di persone, ma la futura popolazione umana potrebbe non accedere così facilmente a ciò che a noi sembra scontato avere. A meno che, come affermato da Bradshaw, non si decida di rivedere le nostre pratiche socio-economiche per rendere il futuro quanto più auspicabile possibile.

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domenica 12 aprile 2026

La “guerra civile” degli scimpanzé che sfida le teorie sui conflitti. Lo studio su Science

 

Non servono ideologie, religioni o identità etniche per arrivare a una guerra civile. A volte basta che si spezzino i legami. È questa la conclusione più inquietante di uno studio pubblicato il 9 aprile 2026 sulla rivista Science, che documenta un caso senza precedenti tra gli scimpanzé: la più grande comunità mai osservata in natura si è divisa in due, dando origine a una sequenza di attacchi letali tra ex compagni.

Per oltre vent’anni, gli scimpanzé di Ngogo, in Uganda, hanno vissuto come un’unica comunità: una società complessa fatta di alleanze, gerarchie e cooperazione. Poi qualcosa cambia. Nel 2014 muoiono diversi individui chiave, quelli che tenevano insieme sottogruppi diversi, e l’anno successivo cambia la leadership maschile. Le relazioni iniziano a riorganizzarsi e due blocchi, occidentale e centrale, smettono progressivamente di interagire. Nel 2015 compare un segnale mai osservato prima: i due gruppi si evitavano. Non si separano ancora, ma smettono di riconoscersi come parte della stessa rete. Negli anni successivi la tensione cresce. Tra il 2016 e il 2017 compaiono i primi pattugliamenti territoriali interni e le prime aggressioni. Nel 2018 la rottura è definitiva: due gruppi distinti, territori separati, nessuna relazione sociale o riproduttiva. La comunità, di fatto, non esiste più.

A quel punto la divisione si trasforma in qualcosa di diverso, che somiglia sempre di più a una guerra civile. Tra il 2018 e il 2024 il gruppo occidentale conduce almeno 24 incursioni nel territorio del gruppo centrale. Gli attacchi sono collettivi, coordinati, ripetuti nel tempo. Non sono scontri occasionali, ma azioni organizzate che seguono uno schema preciso: pattugliamenti, ingresso nel territorio dell’altro gruppo, aggressione. Il bilancio è pesante: almeno sette maschi adulti uccisi e 17 cuccioli, in media un adulto e due piccoli all’anno. E potrebbe essere una stima al ribasso, perché altri maschi sono scomparsi senza cause note e potrebbero essere stati vittime di attacchi non osservati.

Il dato più sconvolgente è che le vittime non sono estranei, ma ex compagni: individui che per anni hanno condiviso territorio, alleanze e gerarchie. La nuova appartenenza cancella quella precedente, riscrive il confine tra “noi” e “loro” e rende possibile una violenza che fino a poco prima sarebbe stata impensabile.

È questo che rende il caso simile a una guerra civile: la violenza nasce dentro una comunità, non contro un nemico esterno. Gli scimpanzé non hanno linguaggio simbolico, né religioni o ideologie politiche, eppure sviluppano una dinamica che ricorda da vicino i conflitti umani più laceranti. Lo studio mette così in discussione una spiegazione diffusa, secondo cui sarebbero soprattutto le differenze culturali a generare le guerre civili: qui non ci sono, eppure la violenza emerge lo stesso. Secondo i ricercatori, basta la dinamica delle relazioni. Quando i legami si indeboliscono, quando la rete sociale si spezza e i gruppi si chiudono su se stessi, nascono nuove identità. E queste identità possono diventare ostili. Le ideologie, in questa prospettiva, arrivano dopo: non sempre sono la causa, ma spesso il modo in cui il conflitto viene giustificato e organizzato.

Nel caso di Ngogo diversi fattori si intrecciano: la dimensione molto grande del gruppo, la morte di individui che fungevano da ponte tra sottogruppi, i cambiamenti nella leadership e le tensioni legate alla competizione riproduttiva. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è sufficiente a spiegare la rottura. Ma insieme producono una trasformazione irreversibile. Quando le relazioni smettono di attraversare la comunità e si concentrano in blocchi separati, la divisione diventa strutturale e il conflitto diventa possibile.

Questo caso non spiega da solo le guerre civili umane, ma obbliga a guardarle in modo diverso. Forse non iniziano solo con grandi differenze — etniche, religiose o politiche — ma molto prima, nei rapporti che si deteriorano, nei gruppi che si isolano, nei legami che si spezzano. Gli scimpanzé non fanno politica, ma mostrano un meccanismo essenziale: una comunità può trasformarsi in un campo di battaglia senza bisogno di ideologie. Comincia quando i legami si rompono.

Lo studio su Science

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sabato 11 aprile 2026

La lettera degli esperti mondiali di commercio internazionale di armi a difesa di Francesca Albanese - Lara Tomasetta

Dal Sudafrica agli Stati Uniti, dall’Europa all’Italia: studiosi e attivisti contestano le sanzioni contro la relatrice ONU e puntano il dito contro governi e colossi militari

Quando il deputato Andrew Feinstein lasciò il parlamento sudafricano, dopo anni passati accanto a Nelson Mandela, decise che la sua battaglia non sarebbe più stata contro l’apartheid, ma contro un sistema altrettanto oscuro: il commercio internazionale di armi. Oggi, insieme a giornalisti, accademici e attivisti da Stati Uniti, Europa e Medio Oriente, ha firmato una lettera che difende Francesca Albanese, la relatrice speciale ONU finita nel mirino di governi potenti per il suo rapporto sul genocidio di Gaza. Non è solo un gesto di solidarietà personale: è l’accusa diretta a un’economia globale che trasforma i conflitti in affari e che, secondo questi esperti, rende complici i governi occidentali delle stragi palestinesi. Un sostegno che arriva in un momento delicato: Albanese è infatti finita sotto sanzioni del governo statunitense, che le ha congelato i beni e vietato i contatti istituzionali, chiedendone addirittura le dimissioni dall’incarico.

Il rapporto contestato
Nel suo studio “From Economy of Occupation to Economy of Genocide”, Albanese mette a nudo la rete di complicità che lega produttori di armi, aziende tecnologiche e governi occidentali all’offensiva militare israeliana. Secondo la relatrice ONU, non solo le grandi industrie belliche – come Lockheed Martin e Leonardo – ma anche colossi tecnologici come Palantir, Microsoft, Amazon e Alphabet hanno contribuito con servizi e tecnologie alla campagna di bombardamenti e sorveglianza che ha causato decine di migliaia di morti palestinesi.

Le accuse degli esperti
La lettera parla di “genocidio perpetrato a Gaza con la partecipazione attiva dei governi occidentali e dei loro produttori di armi”, denunciando un meccanismo perverso: le armi testate sul campo nei Territori occupati diventano poi strumenti di marketing per le stesse aziende, che vedono aumentare profitti e quotazioni in borsa.
Gli esperti firmano la lettera anche come risposta alle misure punitive imposte da Washington contro Albanese: una decisione definita “straordinaria” e senza precedenti, che segna una frattura nella relazione tra gli Stati Uniti e i relatori speciali ONU. Per i firmatari si tratta di un tentativo di “sopprimere” il suo lavoro, giudicato invece “accurato, forense e cruciale”. Il sostegno mira quindi a rafforzare non solo la sua persona ma l’autonomia dell’intero sistema delle Nazioni Unite.

Italia sotto i riflettori
La presenza di Leonardo, colosso anglo-italiano della difesa, tra le aziende citate nel rapporto, porta il tema direttamente nel dibattito italiano. L’Italia, tra i principali esportatori europei di armi, è chiamata a confrontarsi con la contraddizione tra gli obblighi internazionali e i propri interessi economici. Gli esperti chiedono un’applicazione rigorosa dei controlli sulle esportazioni previsti dal Trattato internazionale sul commercio di armi e dalla Posizione comune dell’UE, che vieterebbero vendite a paesi coinvolti in violazioni sistematiche dei diritti umani.

Il peso politico della lettera
Il sostegno a Francesca Albanese non arriva da attivisti qualunque, ma da alcuni tra i più autorevoli esperti di commercio di armi e relazioni internazionali. La lista dei firmatari è infatti un mosaico che unisce accademici, ex funzionari governativi, giornalisti e attivisti di primo piano. C’è, come premesso, Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano vicino a Nelson Mandela e oggi tra i massimi studiosi del commercio mondiale di armi, autore del saggio di riferimento The Shadow World. Ci sono nomi come William Hartung, ricercatore del Quincy Institute di Washington e per anni analista del Pentagono, e Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association, una delle organizzazioni più influenti sul disarmo negli Stati Uniti. Dall’Europa spiccano figure come Jürgen Grässlin, giornalista tedesco che ha documentato i profitti della Germania nelle guerre, e Laëtitia Sédou della rete europea contro il commercio di armi (ENAAT). A firmare ci sono anche esperti legati alle Nazioni Unite e al mondo accademico, come Paul Rogers, professore emerito di studi sulla pace a Bradford, e Anna Stavrianakis, docente di relazioni internazionali all’Università del Sussex.

La presenza di profili così diversificati – dall’attivismo pacifista al mondo accademico, passando per ex funzionari e analisti delle politiche militari – conferisce alla lettera un peso politico che va oltre il sostegno personale ad Albanese. È un atto che mette in discussione l’architettura stessa delle politiche occidentali in materia di difesa, facendo emergere una contraddizione evidente: i governi che si presentano come garanti della pace internazionale sono spesso anche i principali fornitori di armi nei conflitti ( e su The Post Internazionale abbiamo spesso illustrato le spese militari esorbitanti di alcuni Stati).

È questa la contraddizione più evidente che la lettera mette in luce: da un lato le dichiarazioni solenni nelle sedi diplomatiche, gli appelli alla de-escalation e al rispetto del diritto umanitario; dall’altro le autorizzazioni all’export di missili, droni e sistemi d’arma che finiscono direttamente nei teatri di guerra. Stati Uniti, Unione Europea e persino l’Italia, che in Costituzione ripudia la guerra, continuano a comparire nelle classifiche dei principali esportatori globali, garantendo forniture miliardarie a paesi coinvolti in conflitti e violazioni sistematiche dei diritti umani. Una doppiezza che non riguarda solo la politica estera ma anche l’economia interna, perché il settore bellico rappresenta per molti governi un motore industriale e occupazionale difficile da mettere in discussione.

La lettera, dunque, apre un fronte scomodo per i governi occidentali, Italia compresa: può una democrazia sostenere la pace e i diritti umani e al tempo stesso alimentare, con le proprie industrie, un conflitto che l’ONU definisce genocidario? La risposta, sostengono gli esperti, non può più essere rimandata.

Il testo della lettera
Il commercio di armi è descritto come un business che conteggia i propri profitti in miliardi, mentre le sue perdite si misurano in vite umane. In nessun altro luogo ciò è stato più evidente che durante il genocidio perpetrato a Gaza con la partecipazione attiva dei governi occidentali e dei loro produttori di armi, delle aziende tecnologiche e di varie altre società private. Questi produttori hanno registrato un aumento significativo dei profitti e dei prezzi delle proprie azioni, mentre decine di migliaia di palestinesi sono stati massacrati utilizzando i loro prodotti. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, ha pubblicato un rapporto sul ruolo delle aziende nel genocidio. Il lavoro dal titolo “From Economy of Occupation to Economy of Genocide” (Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio) è un documento approfondito, dettagliato, accurato ed estremamente importante che mette a nudo la complicità delle aziende nel genocidio in corso.
Il rapporto identifica i produttori di armi tradizionali complici, nonché le aziende tecnologiche il cui coinvolgimento nella guerra in generale, e in particolare nella sorveglianza e nell’individuazione degli obiettivi, è cresciuto in modo esponenziale: mentre le aziende israeliane Elbit Systems e Israel Aerospace Industries (IAI) occupano un posto di rilievo, lo stesso vale per i colossi occidentali dell’industria degli armamenti, Lockheed Martin e l’azienda anglo-italiana Leonardo, insieme a molte altre che forniscono il materiale militare che ha causato i massacri di Gaza. Inoltre, come chiarisce il rapporto, queste aziende consentono che i loro prodotti siano “testati in battaglia” nei territori palestinesi occupati (OPT) e basano le loro successive strategie di marketing sui danni devastanti causati. Il Rapporto sottolinea anche la rete di intermediari che rendono possibile questo commercio di armi, dalle società legali, di revisione contabile e di consulenza, ai commercianti di armi, agli agenti e ai broker, ai fornitori di robotica come la giapponese FANUC Corporation e ai fornitori di servizi logistici come A.P. Moller – Maersk A/S.
Le aziende tecnologiche, in particolare, sono diventate protagoniste del conflitto. Nel contesto di Gaza, Palantir ha svolto un ruolo centrale nell’individuazione mirata di individui, famiglie e gruppi. Molte altre aziende, tra cui IBM, Microsoft, Amazon e Alphabet, forniscono una serie di servizi all’esercito israeliano che contribuiscono alla perpetrazione del genocidio. Il Rapporto suggerisce che oltre 1.650 aziende private siano complici nella sola produzione di un unico sistema d’arma: il jet da combattimento F-35. Ciò indica una rete di complicità aziendale di dimensioni molto più vaste. Questa include istituzioni finanziarie, società di consulenza globali, aziende energetiche, logistiche e di attrezzature, tra cui entità ben note come Caterpillar, BNP Paribas, Barclays, Allianz, Chevron, BP, Petrobras e A.P. Moller-Maersk A/S.
A seguito della straordinaria decisione del Governo statunitense di sanzionare la signora Albanese e di chiedere le sue dimissioni, nonché dei tentativi di sopprimere il suo eccellente Rapporto, noi, in qualità di esperti leader nel commercio di armi a livello globale, desideriamo esprimere il nostro forte sostegno alla signora Albanese e la nostra assoluta fiducia in quello che consideriamo un Rapporto accurato dal punto di vista forense e di cruciale importanza, e chiediamo alle Nazioni Unite di respingere le richieste irrazionali e sconsiderate dei governi statunitense e israeliano, i partecipanti più attivi al genocidio in corso a Gaza.
È inaccettabile per noi che i produttori di armi, con il sostegno dei loro governi, violino i propri controlli interni sulle esportazioni di armi, gli accordi regionali e internazionali come la posizione comune dell’UE sulle esportazioni di armi e il Trattato internazionale sul commercio delle armi, nonché le loro responsabilità ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che implicano le più gravi norme giuridiche internazionali. Chiediamo che i controlli sulle esportazioni di armi siano applicati a livello nazionale, regionale e internazionale, il che deve portare alla cessazione immediata delle vendite di armi a Israele fintanto che il genocidio continua. Appoggiamo quindi l’appello del Gruppo dell’Aia a impedire la fornitura o il trasferimento di armi, munizioni, carburante militare, attrezzature militari correlate e beni a duplice uso a Israele, compreso il transito, l’attracco e la manutenzione delle navi, ed esortiamo tutti gli altri Stati a fare lo stesso.

FIRMATARI DELLA LETTERA
Jeff Abramson Senior Non-Resident Fellow, Center for International Policy, US
Ray Acheson Director, Reaching Critical Will programme at Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF), US
Charles O. Blaha Senior Advisor, DAWN; Former State Department Official, US
Tariq Dana Associate Professor of Conflict Studies, Doha Institute for Graduate Studies, Qatar
Wendela de Vries Co-founder, Stop Wapenhandel, Netherlands
Andrew Feinstein Author ‘The Shadow World: Inside the Global Arms Trade’, Executive Director, Shadow World Investigations. UK/South Africa
Jürgen Grässlin Author, ‘Black Book Arms Trade: How Germany Profits from War’, Germany
Jeff Halper Author: “War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification”; Director, The Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD), Israel
William Hartung Senior Research Fellow, Quincy Institute for Responsible Statecraft, US
Shir Hever Scholar of Israel’s Political Economy, Germany
Roy Isbister Chief, Arms Unit, Saferworld, New Zealand/UK
Daryl G. Kimball Executive Director, Arms Control Association, US
Hans Lammerant Arms Trade & Business & Human Rights Expert, Belgium
Antony Loewenstein Author ‘The Palestine Laboratory’, independent journalist and filmmaker, Australia
Shana Marshall Assistant Research Professor, Elliott School of International Affairs at the George Washington University, US
Nancy Okail President and CEO, Center for international Policy, US
Sam Perlo-Freeman Research Coordinator, Campaign Against Arms Trade, UK
Paul Rogers Emeritus Professor, Peace Studies, Bradford University, UK
Laëtitia Sédou Project Officer, European Network Against Arms Trade, Belgium/France
Frank Slijper Arms Trade expert at PAX, Netherland
Emma Soubrier Director, Pathways to Renewed & Inclusive Security in the Middle East (PRISME), France
Anna Stavrianakis Professor of International Relations, Sussex University, UK
Francesco Vignarca Campaigns Coordinator, Italian Peace and Disarmament Network, Italy
Sarah Leah Whitson Executive Director, DAWN, US

I volti dietro la lettera
Non è una lista qualsiasi quella che ha scelto di sostenere Francesca Albanese. C’è Andrew Feinstein, ex deputato sudafricano vicino a Nelson Mandela, che dopo aver lasciato la politica ha dedicato la vita a svelare i segreti del commercio d’armi in libri e documentari. C’è William Hartung, uno dei massimi esperti americani di spesa militare, spesso ascoltato nei comitati del Congresso. Insieme a loro Daryl Kimball, alla guida dell’Arms Control Association, organizzazione che da Washington influenza da decenni i dibattiti su disarmo e non proliferazione. Dall’Europa arrivano firme storiche come Jürgen Grässlin, giornalista tedesco che negli anni Novanta fece tremare i colossi industriali con le sue inchieste, e Paul Rogers, professore di Peace Studies a Bradford, definito “l’enciclopedia vivente” dei conflitti contemporanei. Per l’Italia, infine, spicca Francesco Vignarca, volto noto delle campagne per la pace e coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo, capace di portare il tema delle esportazioni belliche perfino nelle aule parlamentari.

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