Oggi 17 marzo ricorre il 165^ Anniversario dell’Unità d’Italia. Ma io non
festeggio. Lungi dall’essere l’inizio delle magnifiche sorti e progressive,
come mistificando e falsificando scrivono ancora oggi i libri della scuola
ufficiale, fu per la Sardegna e il Meridione una sciagura. L’Unità d’Italia si
risolverà sostanzialmente nella piemontesizzazione della Penisola e fu
realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri – da
Cavour in primis – dal suo esercito in combutta con gli interessi degli
industriali del Nord e degli agrari del Sud – il blocco storico gramsciano –
contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro
gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud; contro i
paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore
dell’industria.
C’è di più:
si realizzerà un’unità biecamente centralista e accentrata, tutta giocata
contro gli interessi delle periferie e delle mille città e paesi che
storicamente avevano fatto la storia e la civiltà italiana. A dispetto del
pensiero della gran parte degli intellettuali che durante il “Risorgimento” e
dopo furono federalisti e non unitaristi. La “Conquista militare” da parte del
Piemonte del Sud Italia (la Sardegna era già stata “conquistata“ con la Fusione
perfetta), comporterà gravi conseguenze sulle condizioni di vita dei
lavoratori, in primis di quelli delle campagne, sarde e meridionali.
Da quella
scelta, da quella costosissima e sanguinosa operazione militare, deriveranno
tutti i mali che affliggeranno nei secoli successivi l’Italia: il sottosviluppo
del Meridione (con l’invasione piemontese e la riduzione del Sud a colonia
interna e con il brigantaggio), il gravissimo deficit di democrazia (votava
poco più dell’1% della popolazione) che condurrà a politiche sciagurate, come
la partecipazione alla tragedia della Grande Guerra prima e al Fascismo poi.
La politica
del nuovo stato unitario, centralista e statalista produrrà la devastazione
dell’economia. Con il crollo della produzione agricola, quello delle
esportazioni, un’industria (e solo al Nord!) che nasce assistita e fuori dai
principi del libero mercato. Cui occorre aggiungere un colossale debito
pubblico dovuto alle guerre e alle spese militari, oltre che al malgoverno.
Nel 1862,
anno in cui fu presentato al Parlamento il primo bilancio del regno d’Italia,
il debito nazionale era di tre miliardi di lire, all’inizio del 1891, il solo
debito consolidato era di 13 miliardi di lire. Questo immenso debito era
prodotto dalle guerre e dalla politica militarista Le cose per la nostra Isola
non solo non cambiano ma peggiorano. Scrive Giuseppe Dessì nel suo bel romanzo
Paese d’ombre: “La Sardegna era entrata nell’unità nazionale moralmente ed
economicamente fiaccata.
I Savoia,
che ne erano venuti in possesso col Trattato di Londra, avevano continuato e se
mai accentuato lo sfruttamento e il fiscalismo tanto che i sardi, per due
volte, cercarono di liberarsene. La prima fu nel 1794 quando, a furor di
popolo, costrinsero i piemontesi a lasciare l’isola; la seconda nel 1796 quando
Sassari proclamò la repubblica, soffocata poi nel sangue. Il governo regio e i
fanatici dell’unificazione non avevano tenuto conto delle differenze
geografiche e culturali, e avevano applicato sbrigativamente a tutta l’Italia
un uniforme indirizzo politico e amministrativo”.
Anzi, in
campo fiscale ad essere più danneggiati e discriminati sono proprio i sardi.
Scrive a questo proposito lo storico Natale Sanna: ”La pesante contribuzione di
guerra imposta dal Radestzky dopo le sfortunate campagna del 1848/49 e,
soprattutto, la politica economica e militare del Cavour nel decennio di
preparazione costrinsero il governo a un inasprimento della pressione fiscale.
Mentre il Piemonte si avvantaggiava della politica di libero mercato e di
rinnovamento, propugnata dai liberali, con l’incremento dei traffici, con la
costruzione di strade e di linee ferroviarie, col progresso dell’agricoltura e
col sorgere di industrie, la Sardegna, provincia periferica e priva di
capitali, fu chiamata unicamente a contribuire con il suo danaro…
Quando poi
si decise di far pagare sul reddito fondiario si commise un’ingiustizia ancora
più grave. Per le province piemontesi più povere (Valsesia, Domodossola)
l’imposta fu fissata nell’1,32% del reddito, per le più ricche (Torino,
Lomellina) nel 10% e per le medie del 6%. Tutta la Sardegna fu equiparata alle
più ricche e la sua aliquota fu fissata nel 10%”. Le tasse che la Sardegna paga
sono dunque superiori alla media delle tasse che pagano le altre regioni
italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche.
Scrive a
questo proposito Giuseppe Dessì sempre nel romanzo Paese d’ombre “La legge del
14 luglio 1864 aveva aumentato le imposte di cinque milioni per tutta la
penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla sola Sardegna, per
cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse. In molti paesi del Centro,
quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a fucilate e se ne
tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai
Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che
nessuno tentasse di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del
governo, predicavano la rassegnazione.
I sardi si
convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani e sempre più
si abbandonavano alla loro secolare apatia e alla totale sfiducia nello
stato…”. Dopo l’Unità nel 1868 fu istituita anche la tassa sul macinato,
l’imposta più odiosa di tutte, perché – scrive ancora Dessì – gravava sulle
classi più povere, consumatrici di pane e di pasta e particolarmente dura in
Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato nelle macine casalinghe fatte
girare dall’asinello”.
Con l’Unità
d’Italia inoltre continua il tentativo di dessardizzazione e di
snazionalizzazione dei Sardi, cercando di viepiù deprivarli della loro identità
etno-nazionale. Il tentativo di sradicamento e di omologazione passa
soprattutto attraverso la negazione e proibizione della nostra storia e, in
specie della nostra lingua, ad iniziare dalla scuola.
Cosa c’è da festeggiare?
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