domenica 5 aprile 2026

La parola proibita con la C - Nicolas Lozito

 

Se guardate i film americani in lingua originale vi sarete accorti che quando vogliono evitare di usare parole “proibite”, come parolacce o insulti, usano la formula “the F-word”, che sta per fuck (scusate), o — ancora più tabù — “the N-word” che sta per nigger (ri-scusate).

Negli uffici di ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura americano tutti sanno che c’è una nuova parola proibita.

“The forbidden C-word”, spiega Ethan Roberts, a capo della sede di Peoria, Illinois. La C sta per Climate, clima. Non la usano più nei documenti ufficiali e nelle richieste di finanziamento. Trump l’ha messa al bando, chiedendo che venisse cancellata dagli atti pubblici, dai bandi e dai siti internet federali, insieme a centinaia di altre parole legate alla scienza. Parole giudicate, con disprezzo, troppo “woke”, troppo “politicamente corrette” (qui una definizione completa di woke).

Sono bandite anche surriscaldamento globalecattura del carbonioinquinamento del suolomicroplasticaenergia solare, per fare qualche esempio. Il memo non è un divieto a tutti gli effetti (non è una legge del Congresso o un ordine esecutivo), bensì un invito molto rigido. Nel marzo 2025 ogni ufficio federale ha ricevuto una lista di parole da cancellare: oltre a quelle scientifiche, ce n’erano moltissime legate alla DEI, alla diversity, equity and inclusion, tipo “genere”, “giustizia sociale”, “inclusione”, “accessibilità”, “indigeno”, “trans”, e l’elenco va avanti fino a far venire i brividi, se non vi sono già venuti.

Così chi studia o lavora su questi temi ha a che fare con un silenziamento diffuso, un misto tra censura e autocensura. Le aziende e le istituzioni evitano il tema per non fare arrabbiare Trump — che continua a parlare di “truffa verde”, e crede che il cambiamento climatico sia una bufala.

Nel campo dell’ambiente, si parla di greenhushing, silenzio verde, da hush, il verbo inglese onomatopeico di chi fa “shhh” (sempre nei film americani, i genitori canticchiano ai figli “hush, little baby”, una ninnananna tipica). Avevo parlato di greenhushing in una puntata del 2024:

Seguire i soldi

Purtroppo, non è un problema solo di comunicazione, ma anche di soldi, a partire dai finanziamenti alla ricerca. Negli Stati Uniti una fetta enorme dei fondi universitari passa dalla National Science Foundation, l’agenzia federale che finanzia circa un quarto della ricerca accademica. La testata Grist ha analizzato i progetti approvati: quelli che citano esplicitamente “climate change” sono crollati in un anno, passando da 889 nel 2023 a 148 nel 2025. Meno 77%.

Le motivazioni sono due. Primo, tantissimi progetti vengono scartati perché parlano di clima. Secondo, molti ricercatori hanno iniziato a evitare quella formula già in fase di candidatura, per non compromettere le possibilità di ottenere i fondi.

Lo si vede bene da un altro dato: cresce l’uso di espressioni come “extreme weather”, meteo estremo. Oppure innalzamento delle temperature, o ancora salute del suolo.

Spiega ancora Ethan Roberts del Dipartimento dell’Agricoltura:

“Cambiamo formula, ormai l’abbiamo imparato. Invece di impostare una ricerca sul clima, viene ribaltata la questione. Un esempio è con le malattie: si dice che ‘questa malattia si comporta così in queste condizioni’, invece che ‘queste condizioni causano questo comportamento della malattia’. In fondo, si tratta solo di spostare il focus”.

Non tutti i ricercatori sono così sereni, però. Un altro scienziato dell’Illinois intervistato dice:

“È davvero una cosa strana. Stai studiando il cambiamento climatico, ma non puoi dirlo, e non dirlo ti fa sentire un po’… sporco. Siccome passano solo i finanziamenti ai progetti che non lo menzionano, ci siamo adattati. Ormai io uso la parola solo quando è troppo sospetto non usarla, e servirebbe un giro di parole troppo ovvio”.

Gli scienziati stanno creando un nuovo linguaggio per far sopravvivere gli studi climatici, in un’America che censura e combatte la scienza. Si stanno adattando come insetti in mezzo all’apocalisse, e questo fenomeno racconta perfettamente che cosa sono diventati gli Stati Uniti sotto la seconda presidenza Trump.

 

Un sistema che si restringe

Ampliamo ancora il raggio della nostra analisi. L’associazione Union of Concerned Scientists ha contato oltre 560 interventi dell’amministrazione Trump che hanno tagliato o bloccato la ricerca scientifica.

Nel frattempo, 94.999 persone hanno lasciato le agenzie scientifiche federali (-12% sul totale). Tra loro, circa 10.000 ricercatori con anni di esperienza (-14% sul totale tra gli scienziati con dottorato). Sono stati fatti fuori dal Doge, il dipartimento (ora chiuso) che è stato diretto da Elon Musk e aveva l’obiettivo di rendere più efficiente il governo federale americano.

L’amministrazione Trump ha ridotto di decine di miliardi di dollari i finanziamenti destinati a progetti legati all’ambiente e ai territori pubblici. Meno ricerca significa potersi porre meno domande e certamente trovare meno risposte, e quindi, nel tempo, perdere quella leadership scientifica che per decenni è stata in mano agli States.

 

L’addio di Kate Marvel

Non tutti, anzi, non tutte, rimangono a guardare mentre il sistema collassa. La settimana scorsa Kate Marvel ha lasciato la Nasa dopo mesi in cui i suoi progetti venivano respinti o restavano senza finanziamento. Marvel è una delle climatologhe più importanti del Paese, divulgatrice e scrittrice (il suo ultimo libro è arrivato anche in Italia, Nove emozioni). Il centro in cui lavorava, il Goddard Institute for Space Studies, è stato progressivamente svuotato.

“Ti logora”, ha detto Marvel in un’intervista a Green&Blue:

“Questo è un attacco politico a ciò che facciamo. Il resto del mondo dovrebbe preoccuparsi per quello che sta succedendo qui. Gli interessi che vogliono ostacolare le azioni per il clima non si fermano ai nostri confini, sono di natura internazionale, e ovunque si può essere vulnerabili agli attacchi alla libertà scientifica e alla realtà oggettiva”.

 

Pagare per non costruire

Anche in piena crisi energetica globale, l’amministrazione Trump prosegue la sua crociata contro le rinnovabili. Due settimane fa ha deciso di offrire quasi un miliardo di dollari a TotalEnergies per rinunciare alla costruzione di due parchi eolici offshore (ovvero in mare aperto) tra lo Stato di New York e il North Carolina. In cambio, l’azienda investirà in petrolio e gas negli Stati Uniti. Perché Trump ce l’ha a morte con l’eolico? Lo leggiamo in un articolo di Rolling Stone:

“Sembra che tutto sia iniziato nel 2006, quando Trump acquistò una tenuta sul mare in Aberdeenshire, in Scozia, con l’idea di costruire un campo da golf, e si oppose duramente a un progetto eolico offshore previsto nella zona. Quella battaglia la perse, ma da allora non ha mai smesso di combattere l’energia del vento”.

 

Anticorpi e cinture di sicurezza

Oggi gli scienziati provano a resistere all’ondata, sperando che in qualche modo torneranno tempi migliori. Sono anticorpi dentro un corpo malato.


Parlano in codice, scappano all’estero, si riorganizzano. C’è chi fa collette per proseguire gli studi abbandonati dalle agenzie federali. Il Noaa, uno dei più importanti enti pubblici che studia il clima, per mancanza di fondi aveva dovuto chiudere il database sull’impatto economico dei disastri naturali: a ottobre la non-profit Climate Central ha clonato i dati e ricominciato a mappare le informazioni, ripristinando il sito internet.

Ben Santer, un altro tra i climatologi più autorevoli degli ultimi decenni, ha riassunto così la situazione:

“Negli Stati Uniti ormai siamo parte del problema, non della soluzione al cambiamento climatico. La seconda amministrazione Trump ha avviato un tentativo sistematico di smantellare tutto ciò che ha a che fare con il cambiamento climatico. La differenza, rispetto al passato, è che si tratta di un’intera amministrazione. È ignoranza volontaria istituzionalizzata”.

Come andare in automobile e iniziare a togliersi la cintura di sicurezza, spingere forte sull’acceleratore e poi spruzzarsi il peperoncino negli occhi, sperando che con l’istinto e la fortuna tutto possa andare bene. Trump si fida molto del suo istinto, noi molto meno.

da qui

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