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venerdì 26 dicembre 2025

Il governo Meloni blocca il gemellaggio Riace-Gaza. “Pregiudizio per politica estera”. Lucano: “Senza parole” - Lucio Musolino

 

Il governo Meloni si oppone al gemellaggio tra il Comune di Riace e la Città di Gaza, in Palestina. A comunicarlo al sindaco Mimmo Lucano è stato il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli che, martedì, ha scritto una lettera al primo cittadino (ed eurodeputato di Verdi-Sinistra) in risposta allo schema del gemellaggio trasmesso a fine novembre al ministero e sottoscritto, lo scorso agosto, dallo stesso Lucano in collegamento video con il sindaco di Gaza City Yahya Sarraj.

Nella lettera ricevuta da Lucano, su carta intestata della Presidenza del Consiglio, l’esponente del governo scrive che “a conclusione dell’istruttoria esperita presso le amministrazioni interessate, si rappresenta che il Mministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha espresso parere negativo alla sottoscrizione del gemellaggio”.

Calderoli riporta anche il parere del ministero guidato da Antonio Tajani, secondo cui “sussistono rilevanti motivi ostativi, connessi al legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas, sottoposta a sanzioni da parte dell’Unione europea. Pertanto, ove effettivamente concluso, il gemellaggio in questione sarebbe suscettibile di arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana. L’Italia, infatti, sostiene senza ambiguità la necessità di escludere Hamas da qualsivoglia futuro politico e securitario nella Striscia”. “Ciò posto, – conclude il ministro per gli Affari regionali e le autonomie – tenuto conto delle considerazioni sopra riportate, non si ravvisano le condizioni necessarie al rilascio del prescritto assenso finalizzato alla sottoscrizione delgemellaggio in questione”.

Lucano dal canto suo ribatte: “Rimango senza parole alla Vigilia di queste festività. Anche se il periodo storico che il mondo sta vivendo ci porta a trascorrere il Natale 2025 come uno dei più drammatici della storia dell’umanità, normalmente un sindaco, in questi giorni, si aspetta gli auguri dalle altre istituzioni. A Riace, invece, arriva una lettera con la quale il governo Meloni, per bocca del ministro leghista Calderoli, ci dice che non abbiamo il suo assenso al gemellaggio del mio Comune con la città di Gaza, per oltre due anni assediata da un vero e proprio genocidio messo in atto da Israele”.

Per il primo cittadino di Riace, “è una lettera gravissima perché senza alcuna spiegazione nel merito, il ministero degli Esteri accusa il sindaco di Gaza di essere legato ad Hamas. Come la nostra iniziativa possa arrecare danno alla politica estera italiana dovrebbe chiarirlo il ministro Antonio Tajani che, assieme a tutto il governo, sembra più interessato a capire cosa accade a Riace, piuttosto che impegnarsi in un reale percorso di pace in Palestina. Aver voluto a tutti i costi fare il gemellaggio tra Riace e Gaza è stato un atto di fraternità umana con il quale abbiamo, nel nostro piccolo, voluto riconoscere un popolo martoriato dalla guerra. Volevamo trasformare il dolore in speranza e unirci al messaggio di un mondo che nei palestinesi vede esseri umani e non terroristi, come fa invece il nostro ministero degli Esteri”. Lucano si dice, in sostanza, “esterrefatto perché quello che ho letto non è altro che un tentativo di azzerare una decisione di un Comune che non si occupa solo di buche nelle strade e che, a differenza del governo Meloni, non si gira dall’altra parte davanti ai bambini uccisi a Gaza”.

da qui

giovedì 3 luglio 2025

“Eutanasia di Stato per l’Italia interna: il decreto che pianifica l’abbandono, ignorando il Modello Riace come via di rinascita” - Mario Sommella

 

C’è una frase, in un documento ministeriale pubblicato senza clamore, che dovrebbe scuotere ogni coscienza democratica di questo Paese. È a pagina 45 del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con anni di ritardo e diffuso solo ora dal Ministero per la Coesione territoriale. Recita:

“Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento.”

Non è un refuso, né un lapsus di linguaggio tecnico. È un verdetto di condanna, scritto nero su bianco, che pianifica l’eutanasia graduale di migliaia di comunità italiane.

 

Le Aree Interne sono 3.904 comuni, pari a circa il 60% dell’intero territorio nazionale, popolati da 13,3 milioni di abitanti (Istat 2024). Territori montani, collinari, rurali, marginali rispetto ai grandi poli urbani, eppure detentori di:
• gran parte delle risorse idriche e forestali italiane,
• il 70% della biodiversità nazionale,
• un patrimonio storico e architettonico senza eguali,
• comunità coese che rappresentano l’identità più profonda del Paese.

Il documento PSNAI, invece, divide questi territori in “rilanciabili” e “non rilanciabili”, stabilendo per i secondi un destino di lento decadimento assistito. Si prevede un “welfare del tramonto”: badanti, farmaci, assistenza minima, senza strategia per trattenere i giovani, creare lavoro, garantire servizi, stimolare nuove economie.

Costituzione violata

L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Qui accade l’opposto: si consacra l’esclusione. Non si rimuovono ostacoli; si dichiara la loro insormontabilità e si organizza la ritirata.

Perché questa scelta è pericolosa
1. Errore strategico
In un Paese con oltre 50.000 frane attive, abbandonare la montagna significa lasciare scoperto il territorio, rinunciando al presidio umano essenziale contro il dissesto idrogeologico, come denuncia Legambiente.
2. Suicidio economico
Le Aree Interne sono decisive per:
• la transizione agroecologica,
• la produzione energetica rinnovabile,
• il turismo lento e diffuso,
• la sovranità alimentare,
• la difesa del paesaggio che rende l’Italia unica al mondo.
3. Disegno politico
Concentrare la popolazione nelle città facilita il controllo sociale, alimenta il consumo di massa, marginalizza le economie di prossimità. È la logica delle smart cities già teorizzata dal World Economic Forum: sorveglianza digitale, urbanizzazione intensiva, desertificazione umana delle aree rurali.

Il modello Riace: la prova che invertire la rotta è possibile

In questo scenario di resa istituzionale, esiste un esempio concreto, italiano, studiato in tutto il mondo, che dimostra che invertire la tendenza allo spopolamento non solo è possibile, ma genera benefici sociali, economici e culturali. Si chiama Modello Riace.

Cosa ha fatto Riace

Nel 1998, il piccolo borgo calabrese, con meno di 2.000 abitanti e un futuro segnato dalla fuga dei giovani e dall’abbandono, accoglie un veliero carico di rifugiati curdi arenato sulla sua costa. Il sindaco Mimmo Lucano, allora giovane insegnante, insieme alla comunità, decide di aprire le case abbandonate ai migranti, ristrutturandole con fondi comunali e progetti SPRAR. Nasce così un modello innovativo:
• Accoglienza diffusa e integrata: i rifugiati vivono in appartamenti nei borghi, non in centri di detenzione.
• Lavoro e formazione: laboratori artigianali, agricoltura, assistenza agli anziani, scuole di lingua italiana, servizi pubblici.
• Rinascita economica: botteghe riaperte, produzioni tipiche rilanciate, cooperative di servizi, turismo solidale.
• Rigenerazione urbana: centinaia di case recuperate dall’abbandono, strade e piazze tornate vive.

Riace torna a vivere, attraendo giovani famiglie, studenti, ricercatori da tutto il mondo. Viene definito dalla rivista Fortune uno dei 50 uomini più influenti al mondo per il suo modello di inclusione.

Il sabotaggio politico del modello

Il ministro Salvini, nel 2018, attua un vero e proprio attacco giudiziario e amministrativo contro Mimmo Lucano e Riace:
• Taglia i fondi SPRAR,
• Abolisce l’accoglienza diffusa a favore dei grandi centri di reclusione,
• Trasforma il tema dell’accoglienza in questione di sicurezza e ordine pubblico,
• Promuove una narrazione tossica: i migranti come nemici, Lucano come traditore.

Oggi, dopo lunghe vicende giudiziarie, gran parte delle accuse si sono dissolte, e la Cassazione ha ridimensionato drasticamente la condanna, riconoscendo l’assenza di scopi personali di lucro. Ma il danno politico al modello Riace resta.

Un modello per l’Italia intera

Il PSNAI dichiara che i borghi non possono invertire la rotta dello spopolamento. Riace dimostra il contrario. Ecco perché il modello Riace rappresenta una proposta concreta di soluzione:

 Ripopolamento immediato: famiglie giovani, manodopera agricola, artigiani.
 Inclusione sociale e integrazione culturale: scambio di saperi, nuove scuole, laboratori.
 Rinascita economica: microcredito, cooperative, turismo etico.
 Presidio territoriale: manutenzione, agricoltura, prevenzione dissesto idrogeologico.
 Rigenerazione urbana: case ristrutturate, centri storici riaperti.

Il paradosso italiano

Mentre l’Europa finanzia progetti di ripopolamento rurale con fondi FESR e FSE+, l’Italia chiude i borghi e chiama questa strategia “accompagnamento al declino”. Invece di investire nel modello Riace, criminalizza chi lo applica.

Conclusione: quale Paese vogliamo essere?
Il PSNAI non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: “Non contate più.”
Ma Riace insegna che un’altra via è possibile. Significa scegliere se vogliamo essere un Paese che pianifica la propria fine, un borgo alla volta, o un Paese che riscopre sé stesso proprio da quei borghi che hanno fatto la sua Storia.
Significa scegliere se vogliamo uno Stato che accompagna al declino o uno Stato che si rialza, applicando l’articolo 3 della Costituzione, rimuovendo davvero gli ostacoli e dando dignità e futuro a ogni comunità, nessuna esclusa.

Fonti e approfondimenti consultati
• PSNAI 2021-2027 – Ministero per la Coesione territoriale, pubblicazione marzo 2025.
• Istat 2024 – popolazione e territori rurali.
• CREA 2023 – Rapporto sul potenziale economico delle aree rurali italiane.
• Legambiente 2024 – dossier Dissesto Idrogeologico e presidi umani.
• Riace Foundation – Progetti 1998-2024.
• Sentenze e ordinanze Cassazione sul caso Mimmo Lucano 2021-2024.
• Programmi di coesione territoriale EU (France Relance, Zukunftsland DE, Finland Rural Policy).
• Fortune, “World’s 50 Greatest Leaders: Mimmo Lucano”, 2016.

da qui

martedì 11 marzo 2025

Qualcuno ascolti Habashy - Tiziana Barillà

 

Habashy, nato in Egitto 52 anni fa, dove ha lasciato cinque figli che non vede e non sente da quattro anni. Non ha fatto neanche in tempo a mettere piede sul suolo italiano che è stato rinchiuso al carcere di Arghillà, a Reggio Calabria. Affetto da un tumore al quarto stadio, il migrante egiziano, condannato in via definitiva perché considerato uno scafista, è stato accolto a Riace.

(da articolo 21)

 

Fine pena: 7 marzo 2025. Oggi, Habashy Rashed Hassan Arafa finisce di scontare la sua pena, ma c’è una sentenza più implacabile che lo tiene ancora in prigionia: un tumore al pancreas al quarto stadio. Quando mancavano ormai una manciata di settimane alla sua liberazione, è stato scarcerato per incompatibilità con il regime detentivo: le sue condizioni di salute – ha scritto il magistrato di sorveglianza competente – sono precipitate e «non sono assolutamente compatibili con il regime detentivo». Perciò, il 24 febbraio, è stato ricoverato nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Locri, fino al 2 marzo, quando un’ambulanza lo ha accompagnato al Villaggio globale di Riace. Ero a Riace quella sera, quando Mimmo Lucano mi ha invitata a entrare in casa per visitarlo, in una delle piccole abitazioni del Villaggio globale, al piano terra, con in sottofondo gli schiamazzi dei bambini nella piazzetta. Per Habashy quegli schiamazzi sono una piccola cura dell’anima, insieme alle carezze di Lemlem e alle visite di perfetti sconosciuti, come noi.

Giudicato colpevole del cosiddetto “articolo 12”, e cioè ritenuto uno “scafista”. Condannato in primo grado il 12 maggio 2021, in appello il 17 gennaio 2023 e in via definitiva il 2 giugno 2023, Habashy è stato incarcerato il 19 ottobre 2021. Quel giorno a Roccella Jonica si è registrato uno degli sbarchi più consistenti della rotta egiziana: 298 persone di cui oltre 100 provenienti dall’Egitto. I dati e i movimenti di questa rotta, in quegli anni, sono contenuti in “Dal mare al carcere”, il report di Alarm Phone che, insieme con Arci Porco Rosso, ha denunciato la criminalizzazione della migrazione esaminando il percorso dei cosiddetti scafisti: «La rotta egiziana – si legge nel report – collega l’Egitto alla Grecia e all’Italia meridionale». È molto lunga e richiede barche più grandi per sopravvivere alla traversata». Sono perlopiù pescherecci, enormi carcasse di legno consumate dal tempo e dall’usura, che oggi si trovano perlopiù sotto sequestro nel cosiddetto “cimitero delle imbarcazioni” al porto di Reggio Calabria, in attesa di demolizione.

L’accanimento politico contro gli “scafisti” non è una novità. Centinaia, se non migliaia di persone, in questi anni, una volta giunti in Italia dopo un viaggio infernale, hanno trovato odio e indifferenza, carcere e repressione. Accusati di essere gli artefici del loro stesso dolore, capri espiatori sacrificati per la propaganda dell’invasione e della guerra ai trafficanti.

Eppure questa “guerra agli ultimi” della destra italiana, europea e mondiale, è cominciata già trent’anni fa. Il decreto legislativo n. 286 – e cioè il Testo unico sull’’immigrazione – è del 1998, nell’era del Centrosinistra, voluto dal governo di Romano Prodi, ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. In particolare, l’articolo 12 del Testo si sofferma sulle “disposizioni contro le immigrazioni clandestine” sanzionando chiunque «promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato». L’articolo 12 è una crepa che, nel nome della sicurezza e della disciplina, ha aperto la strada a quell’obbrobrio meglio noto come “Decreto Cutro”. Così, nell’era della Destra – quella del governo di Giorgia Meloni, ministro Matteo Piantedosi – quell’articolo 12 può costare la reclusione da 2 a 6 anni (invece che da 1 a 5) e, in caso di aggravanti, fino a 30 anni. Ad Habashy ne hanno dati 4.

Negli ultimi anni, le galere calabresi e siciliane si stanno riempiendo di fantomatici “scafisti”. Come Marjan, che sta ancora affrontando un processo; come Maysoonche ne ha appena vinto uno. E come Habashy, nato in Egitto 52 anni fa, dove ha lasciato cinque figli che non vede e non sente da quattro anni. Non ha fatto neanche in tempo a mettere piede sul suolo italiano che è stato rinchiuso al carcere di Arghillà, a Reggio Calabria.

Come è arrivato a Riace, Habashy?”, chiedo a Mimmo. “Perché non lo vuole nessuno”, risponde lui. Del destino di Habashy, alla fine, si è fatta carico Riace. Quella stessa Riace, assediata e combattuta, che oggi non ha più progetti di accoglienza, chiusi d’imperio e in tutta fretta e ancora non riaperti nonostante il Consiglio di Stato ne abbia definitivamente conclamato la legittimità.

Ogni mattina, la Croce verde di Siderno preleva Habashy e lo accompagna verso il supplizio della terapia, chilometri di curve e superstrada, fino al terzo piano del reparto di oncologia. Habashy parla solo in arabo. Le cose che ha da dire non sono tantissime, ne ha soprattutto una: sta male da tempo. Per i dolori lancinanti dice di aver chiesto aiuto più e più volte, ma è rimasto inascoltato. Il sistema carcerario è sempre più sordo alle richieste d’aiuto dei suoi detenuti, ma com’è possibile che in quasi quattro anni nessuno lo abbia ascoltato? Con questa domanda in tasca, l’europarlamentare di Avs Mimmo Lucano il 7 marzo andrà al carcere di Reggio Calabria per «capire come è stato possibile ignorare le richieste di aiuto di Habashy per così tanto tempo e sapere se ci sono altri detenuti nelle sue condizioni».

da qui