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mercoledì 30 settembre 2026

Siamo tutte Maricarmen! La lotta per la casa in Spagna e la acampada della Puerta del Sol - Stefano Portelli

 

Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?».

Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello. Oggi, che la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce.

Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi. Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante.

L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse. Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale. Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile –  che ha fatto esplodere la situazione.

Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile. Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della rendita immobiliare.

La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”. La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta. Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.

Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.

Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba del rentismo.

Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame. E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.

L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’ di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di migliaia in manifestazione.

Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie. A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza.

Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda. Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista?

Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez. Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza, soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare affitti insostenibili.

Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida?

da qui

venerdì 14 agosto 2026

Meno turismo più vita. Una manifestazione a Maiorca - Marc Morell e Xesc Alemany

 

Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone, con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.


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Marc Morell. Avevo deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di un ateneu popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di Maiorca, uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La Fionderia: la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di recente è diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un autobus tre quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza. Il corteo partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto nome” – che è come in certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre aspettavo l’autobus mi ha sorpreso la quantità di furgoni della polizia nazionale che circolavano su e giù per i viali intorno al centro. L’ho messo in relazione con le tensioni crescenti degli ultimi giorni: la settimana scorsa c’era stata una catena umana per proteggere Es Trenc, la più grande spiaggia libera dell’isola, e la segretaria del Partito popolare locale aveva provato a prendere in giro e a provocare i partecipanti (ci sonno immagini veramente da ridere). Poi c’erano stati gli arresti di alcune compagne a Santa Maria, perché avevano fatto delle scritte sulla parete di un’agenzia immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal Pp e da Vox, aveva proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto, che già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça del Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per età che come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a camminare sotto il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi amici man mano che il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona di Dalt Murada, il sentiero che corre lungo ciò che resta delle antiche mura della città, fino a Ses Voltes, un recinto di fronte alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura che si affacciano sul mare. Ho pensato che era un po’ strano che la manifestazione terminasse lì; mi sembrava che fossimo circa 50 mila persone, e che lì non c’era abbastanza spazio per tutta questa gente. Per cui sono avanzato ancora dentro la piazza, per lasciare spazio a chi veniva dopo, allontanandomi dalla folla sotto la Seu.

A quel punto mi ha sorpreso la presenza di circa sette poliziotti antisommossa, con un atteggiamento molto aggressivo, proprio accanto alla folla: faceva paura solo a guardarli. Non è passato molto tempo che qualche manifestante iniziasse a gridare contro di loro, ma niente di più. Però già si cominciava a percepire una certa tensione nell’aria. Da sopra le mura potevo vedere le migliaia di persone che non riuscivano a entrare nel recinto, e che quindi si dirigevano verso l’altra sponda del lago artificiale di fronte alla Seu e al Palau de l’Almudaina, il palazzo gotico della famiglia reale. Due persone si sono buttate nelle acque torbide del lago per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi minuti dopo, da fuori ho visto che la polizia antisommossa aveva iniziato a caricare un gruppo di persone che volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma erano così lontani che non sono riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non ricordo se questo è successo prima o dopo i discorsi e le performance, di cui non sono riuscito a sentire niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non avevano potuto usare le prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune aveva tagliato la corrente.

Solo quando sono arrivato a casa e ho visto il telegiornale sulla IB3, la rete della regione autonoma delle Baleari, ho visto le violenze. Era successo proprio dall’altra parte rispetto a dove mi trovavo io, sotto le mura e vicino a una zona molto turistica: s’Hort del Rei e le aree circostanti. È il primo spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine degli anni Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre andavo verso casa, ma in coda al corteo, mentre io ero in testa.

La polizia dice che eravamo 25 mila, l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto della mia prima impressione di 50 mila manifestanti. Le autorità dicono che l’organizzazione non ha voluto seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli organizzatori dicono che gli avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto tempo di avvisare i potenziali manifestanti, o qualcosa del genere.

Martedì sono andato anche alla protesta davanti alla delegazione provinciale, per chiedere le dimissioni del delegato del governo centrale, anche a capo della polizia nazionale, naturalmente del partito socialista. Eravamo circa cinquecento. Sono andato via quando metà dei partecipanti aveva lasciato la manifestazione, e non ho sentito che fosse successo nulla di simile a quanto accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il delegato provinciale, la presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al governo con Vox), nonché i sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto programmato. Si dice che le violenze erano state pianificate in modo da boicottare il successo della manifestazione, per me però l’obiettivo delle violenze non erano tanto i manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo. Criminalizzando la manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia grossa, nella grande battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la linea del governo di Pedro Sánchez).

Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa prospettiva, da sopra le mura. Rispetto alla tua idea che le cariche fossero pianificate – nel senso di quella “provocazione controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un libro che abbiamo recensito su Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento che ho visto dalla mia prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno caricato. Non mi hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani, addirittura un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno spaccato la testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo, l’hanno dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il giornalista avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa volesse dire.

In breve: la polizia ha bloccato a sorpresa il passaggio tra le mura e il lago artificiale, da dove doveva passare ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra chi voleva arrivare al recinto dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti bloccati una decina di poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso perché leggessero il manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era rimasta fuori e che non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro sono arrivati almeno altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno cominciato a spingere per attraversare la passerella e raggiungere i loro compagni, con la scusa che questi erano rimasti bloccati nella folla.

Non tutti li hanno visti. Hanno iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la gente ha iniziato a cadere dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago. Poteva essere un disastro. Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento la gente era nervosa per il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non c’era intenzione di alzare la tensione. Le spinte e le manganellate per passare, sono state il detonatore. Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e male organizzata; invece si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono arrivati più di dodici blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato tutta la zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di poliziotti; c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti indietro. Poi però sono iniziati ad arrivare gli altri; c’è stata qualche carica, con cui hanno preso tempo per raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e hanno aspettato che la folla gli si scagliasse contro; ma siccome la gente non reagiva, e siccome è una zona molto turistica, sono arrivati gruppi di turisti che provocavano i manifestanti; la gente rispondeva con fischi e grida, e la polizia ne ha approfittato per caricare, come se stessero difendendo i turisti. Le dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno mostrato quale fosse la loro strategia: usare la categoria del “turista” per far emergere tutti gli stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che uscisse l’idea che c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere invece le accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria del turismo, gli speculatori, i politici, la stessa polizia per gli arresti dei giorni precedenti, e così via. Hanno esasperato, hanno provocato, per presentare la situazione come se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le cariche “in difesa del turista”.

Un altro studioso della polizia, Paul Rocher, afferma una cosa che stiamo vedendo in atto: oltre al razzismo, che fomenta la guerra tra gli ultimi e i penultimi, c’è un secondo grande fattore di fascistizzazione sociale, cioè l’autonomia “selettiva” della polizia. La polizia ha sempre una certa autonomia quando si tratta di perseguitare i settori più impoveriti della classe lavoratrice, oppure quelli più organizzati in termini antagonisti, siano i loro contenuti politicamente espliciti, oppure no. È una cosa che non dobbiamo dimenticare.

da qui

lunedì 3 agosto 2026

La rivolta di Maiorca contro il turismo di massa, 70mila in piazza: polemiche per le botte della polizia - Victor Serri

 

Dopo Barcellona e le Canarie il grido contro l'overtourism arriva anche nell'isola più grande delle Baleari. Polemiche per le cariche delle forze dell'ordine. E si riapre il dibattito sul modello di accoglienza dei visitatori, dal mercato immobiliare impazzito a intere zone trasformate a beneficio degli stranieri

L’anno scorso alle Canarie, quest’anno alle Baleari. Le isole turistiche principali della Spagna sono diventate il fronte più caldo di una protesta sociale che cresce di stagione in stagione, quella dei residenti contro il modello economico su cui si basa da decenni l’industria turistica del Paese. Domenica, a Palma di Maiorca, decine di migliaia di persone hanno sfilato per le strade del centro storico in una delle manifestazioni anti-turismo più partecipate mai registrate sull’isola. La giornata, iniziata senza incidenti, si è chiusa con cariche della polizia e diversi feriti, riaprendo il dibattito nazionale sulla sostenibilità del modello turistico spagnolo.

Maiorca, come buona parte dell’arcipelago balearico, ha costruito la propria economia moderna quasi interamente sul turismo straniero, in particolare tedesco e britannico. A partire dagli anni Sessanta, la Germania Ovest ha scoperto nell’isola una meta ideale per le vacanze di massa: voli charter economici, hotel a basso costo lungo la costa, un clima mite tutto l’anno. Nel giro di pochi decenni Maiorca è diventata, nell’immaginario collettivo tedesco, quasi una regione tedesca d’oltremare, tanto che viene spesso chiamata, con una battuta diffusa in Germania, il “sedicesimo Land“. Interi quartieri di Palma, come la zona di Playa de Palma, sono cresciuti attorno a questa presenza costante, con ristoranti, giornali e servizi pensati per il pubblico germanofono.

 

Alle radici di una crisi: boom di prezzi di case e affitti

Questo legame, che per decenni ha portato ricchezza e occupazione, si è progressivamente trasformato in un problema strutturale. L’acquisto di immobili da parte di cittadini stranieri, unito alla diffusione degli affitti turistici brevi, ha fatto salire i prezzi delle case a un ritmo che il mercato del lavoro locale non riesce a sostenere. Secondo l’Istituto nazionale di statistica spagnolo (l’Ine), nel primo trimestre del 2026 il prezzo della vivienda libre nelle Baleari è aumentato del 13,6% su base annua, il rialzo più alto dal 2007; le abitazioni usate, le più richieste dagli acquirenti stranieri, sono salite addirittura del 15%. Le Baleari sono oggi la comunità autonoma con il prezzo al metro quadro più elevato di Spagna, circa 3.400 euro secondo l’agenzia immobiliare Gesvalt, quasi il doppio della media nazionale. Sul fronte degli affitti la situazione non è migliore: il ministero dei Diritti Sociali stima che nel 2026 i canoni in scadenza si rinnoveranno con un aumento medio di 4.615 euro l’anno, circa 400 euro al mese, la cifra più alta del Paese, a fronte di una media nazionale di 145 euro. Circa 24.500 contratti di affitto quinquennale scadranno nel corso dell’anno nell’arcipelago, coinvolgendo una platea stimata di 69mila persone.

 

In piazza un residente di Maiorca su 40

A organizzare la protesta è stata la piattaforma Menys Turisme, Més Vida (“Meno turismo, più vita”), sostenuta da oltre 130 tra sindacati e organizzazioni sociali, tra cui Gob, Sos Residents, Sindicat de Llogateres, Ccoo, UGT, STEI, CGT, CNT, Arran e Alerta Solidària. Il corteo, radunatosi dalle 19 in Plaça d’Espanya, ha attraversato La Rambla, il Carrer Unió e il Passeig del Born, per concludersi a Ses Voltes, vicino al Parc de la Mar, dove era prevista la lettura del manifesto conclusivo.

Sul numero dei partecipanti restano versioni discordanti: la Polizia Nazionale ha parlato di circa 25mila persone, gli organizzatori di 70mila, comunque più delle edizioni del 2024 e del 2025, quando la piattaforma aveva già portato in piazza fino a 50mila persone. In entrambi i casi si tratta di una quota rilevante rispetto alla popolazione residente dell’isola, poco più di 950mila abitanti: anche calcolando la stima più prudente, sarebbe sceso in strada l’equivalente di circa una persona ogni quaranta residenti di Maiorca.

 

Gli arresti della vigilia e le botte della polizia in piazza

Nei giorni precedenti alla manifestazione due attiviste del collettivo Menys Turisme Més Vida erano state fermate a Santa Maria del Camí, accusate di aver imbrattato con scritte le vetrine di alcune agenzie immobiliari e di aver incollato le serrature di alcuni uffici, ritenuti simbolo della speculazione sugli affitti. La notizia dei due fermi ha contribuito ad alimentare la partecipazione alla marcia di domenica. È nella fase finale del corteo che il clima è cambiato. Secondo la ricostruzione degli organizzatori, la Policía Nacional ha impedito l’accesso a Ses Voltes pur non essendo stata raggiunta la capacità massima dell’area, bloccando anche gli spazi alternativi individuati per la lettura del manifesto.

Le tensioni sono sfociate con una serie di cariche delle forze dell’ordine e una ventina di colpi di proiettili di gomma sparati dagli agenti. Gli scontri, durati oltre un’ora, hanno provocato almeno otto feriti, tra cui un fotoreporter colpito alla testa mentre documentava gli incidenti, e nuovi fermi. La Policía Nacional, dal canto suo, ha respinto le accuse di sproporzione, sostenendo che un gruppo di 350-400 persone estranee alla manifestazione pacifica avrebbe aggredito alcuni turisti e lanciato pietre, bastoni e bottiglie contro gli agenti prima delle cariche. Il gruppo giovanile indipendentista Arran, tra i promotori della piattaforma, ha denunciato su X le cariche della Polizia Nazionale, parlando di fermi e feriti e definendo quanto accaduto una repressione a cui “il grido di un popolo che difende l’isola dalla turistificazione” avrebbe risposto senza arretrare.

 

Le critiche al dispositivo di sicurezza “sproporzionato”

Le immagini delle cariche hanno avuto un’eco politica immediata. Lunedì Podemos ha chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, definendo l’intervento della polizia “selvaggio e intollerabile“, ed esteso la richiesta al delegato del Governo nelle Baleari, Alfonso Rodríguez. Sulla stessa linea si sono espressi esponenti di Més per Mallorca, formazione alleata di Sumar, tra cui il deputato al Congresso Vicenç Vidal e il candidato alla guida del Comune di Palma David Pujol, che hanno definito sproporzionata l’azione degli agenti. Anche gli organizzatori della manifestazione hanno chiesto la testa del delegato del Governo, accusandolo di un dispositivo di sicurezza “totalmente sproporzionato” e di ritardi nei soccorsi ai feriti. Lo stesso Rodríguez, pur respingendo l’ipotesi di dimissioni, ha ammesso su X che alcuni agenti hanno fatto uso della forza contro persone che non sembravano rappresentare una minaccia, definendo “inaccettabili” alcune immagini e annunciando una relazione dettagliata sull’accaduto oltre a un incontro con i vertici della Polizia Nazionale nelle Baleari per rivedere il dispositivo impiegato quella sera.


Da Barcellona alle Canarie, l’onda lunga contro il turismo di massa

La protesta di Palma non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di un movimento che negli ultimi due anni ha attraversato la Spagna turistica: dalle Canarie, dove nel 2024 e nel 2025 decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Tenerife e in altre isole dell’arcipelago, fino a Barcellona, dove alcuni attivisti hanno usato pistole ad acqua contro turisti seduti ai tavoli dei bar, passando per Siviglia, dove sono comparse scritte contro i visitatori stranieri. Le richieste restano simili: limiti al numero di arrivi, regole più severe sugli affitti brevi, tutela dei salari e dei servizi pubblici per i residenti.

Le autorità baleari si trovano in una posizione scomoda: il turismo genera ancora una parte enorme del Pil regionale e dell’occupazione, ma il malcontento sociale rischia di trasformarsi in un problema politico difficile da gestire. Nei prossimi mesi si capirà se le proteste di Palma porteranno a misure concrete, o se il ciclo di manifestazioni, arresti e cariche di polizia è destinato a ripetersi anche la prossima estate.

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venerdì 16 gennaio 2026

Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti? - Stefano Portelli

 

Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”. Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano. Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.

Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”. Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora.

DUEMILA ANNI DI CONTROLLO DEGLI AFFITTI
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.

Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.

Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati). Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento. Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case. In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York. Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.

La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia. Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso. I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).

Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.

Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!). Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti. Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione. Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.

INEFFICACIA DEL RENT CONTROL, UN MITO DEL MACCARTISMO
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America. Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, argomentazione ripresa oggi dal deputato Marattin. Per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini. Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti. La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”. 

Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili. Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico. Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York. Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.

Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza. L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere. In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici). Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito. Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit. Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.

RENT CONTROL OGGI
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del mondo. L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti. Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere sono in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia. L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici. Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento. Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere). 

La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico? Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta. Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta. Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel). 

Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati. Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini. Fa anche bene? Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini. Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali.

Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez). I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del Pp e di Vox. Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi. In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti. 

Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati. Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).

Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo (come argomenta Jaime Palomera del Sindacato inquilino di Barcellona), dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono. La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti. L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.

Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi. Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili. Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-Usb in un convegno a Roma).

Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti. Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio. Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.

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venerdì 9 gennaio 2026

Spagna, la miniera di Manresa e la devastazione ambientale dell’Israeli Corporation - Stefano Portelli e Josep Lluis Mateo Dieste

 

Nei giorni del “blocchiamo tutto” contro l’attacco alla Global Sumud Flotilla, in Catalogna c’è stata un’importante protesta contro le miniere dell’impresa israeliana ICL, nella zona di Manresa. La manifestazione è stata caricata violentemente dalla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra: gli agenti avevano i passamontagna ed erano molto aggressivi, hanno trattato i manifestanti come terroristi, sostenendo che ci fossero sbarre di ferro e altri oggetti pericolosi nascosti dal corteo.

La protesta ha mostrato la convergenza tra il movimento in difesa del territorio, che da anni denuncia la devastazione causata dalle miniere, e il movimento di solidarietà per la Palestina, molto forte in tutta la Catalogna. Non ci sono solo le grandi mobilitazioni di Barcellona – come quelle in occasione della partenza della Flotilla, forse anche troppo mediatizzate, con grandi schermi e personalità politiche. Come anche in Italia, il movimento è decentralizzato, con azioni in moltissime altre città e regioni, anche piccole o periferiche. Nella città di Manresa, che ha meno di centomila abitanti ma una rete di associazionismo molto forte, il 2 ottobre una grande manifestazione aveva bloccato i binari del treno: i manifestanti avevano bruciato anche delle traverse di legno per mantenere ferma la circolazione; il 4, invece, gli studenti delle scuole superiori hanno bloccato per un’ora l’autostrada Eix Transversal. L’azione più importante però è stata la protesta del 3 ottobre davanti alle miniere della multinazionale israeliana ICL a Súria. Queste proteste hanno visto la convergenza tra il movimento per il boicottaggio a Israele e le proteste locali in difesa del territorio e dalla popolazione da una delle forme più dannose di estrattivismo capitalista.

La Israeli Corporation Limited, ICL, che acquistò le miniere di Súria e Sallent in Catalogna negli anni Novanta, fa parte della vasta rete di grandi aziende che sostengono il sionismo sin da prima della nascita di Israele. Già negli anni Venti ICL estraeva minerali dai territori palestinesi; si è consolidata negli anni Sessanta, con progetti di estrazione nei territori occupati del Naqab e delle sponde del Mar Morto, diventando un pilastro importante del capitalismo israeliano. Le miniere di Súria e Sallent erano state pubbliche, ed erano già di per sé causa di devastazione ambientale prima dell’acquisto da parte di ICL: una delle ragioni per cui l’acqua a Barcellona è imbevibile nonostante i tantissimi acquiferi sotterranei, è che per decenni i residui salini delle miniere sono stati sversati sul territorio, in particolare in una conca che è diventata una colossale montagna di sale alta cinquecento metri e larga cinquanta ettari. Il sale penetra nelle falde acquifere e raggiunge il fiume Cardener, che alimenta Manresa, e il fiume Llobregat, che alimenta Barcellona.

Con l’arrivo dell’impresa israeliana, si sono aperte le porte a tutti i progetti e le richieste dell’industria: la Generalitat ha sempre avuto legami stretti con Israele, e oggi il sostengo pubblico alla ICL mette in difficoltà ogni altro produttore della zona. Oltre a provare a presentare l’incredibile cumulo di residui salini come un’attrazione turistica, la Generalitat ha offerto i suoi Ferrocarrils, i treni regionali, per il trasporto del potassio verso il porto di Barcellona. Un progetto da cento milioni di euro approvato pochi anni fa prevede la canalizzazione diretta dei residui verso il mare, con una linea di tubature di settanta chilometri. Nella zona di Manresa i lavori sono già visibili: posare le tubature richiede il taglio di boschi e lo scempio di aree naturali, sempre accanto al fiume Llobregat, con i conseguenti rischi di sversamento. La Generalitat sta coprendo il dieci per cento dei costi di questa devastazione con fondi pubblici. Inoltre, nel 2023 ci fu un gravissimo incidente, in cui morirono due giovani tirocinanti e un geologo, tutti con meno di trent’anni, che rimasero bloccati in un tunnel a un chilometro di profondità.

Le proteste sono cresciute sin dal 2015, quando l’industria ha patrocinato la squadra di basket di Manresa. La contestazione ha portato la questione all’attenzione pubblica, convergendo anche con le lotte per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a Israele. La convergenza ha fatto sì anche che si conoscesse il coinvolgimento della ICL nell’industria militare e nella colonizzazione della Palestina. I vertici di ICL infatti sono stati militari e imprenditori dell’industria militare: Yohannan Loker, direttore tra il 2016 e il 2019, era pilota dell’esercito, poi capo di stato maggiore con Netanyahu; gli azionisti sono anche azionisti della Elbit System, una delle principali industrie militari, e la compagnia è legata anche a la Naviera ZIM, che trasporta le armi dagli Usa a Israele. Il sospetto più grave però è che il fosforo bianco estratto non sia usato solo per la produzione di fertilizzanti, come dichiarato, bensì che rifornisca le terribili armi che bruciano la pelle in modo irreversibile, arrivando fino all’osso, e che sono state denunciate da Amnesty International e proibite dalle convenzioni internazionali. Ovviamente non ci sono prove definitive: ma alcuni documenti mostrano che la filiale ICL America, che ha una fabbrica a Saint Louis, sia vincolata alla fabbricazione del fosforo bianco per gli eserciti di Usa e Israele (tra l’altro, insieme alla Monsanto, altro nome noto della produzione di fertilizzanti chimici).

L’enorme sostegno alla ICL da parte della Generalitat catalana e dalla sua polizia – che riceve anche addestramento dalla polizia israeliana – ovviamente frustra molte delle azioni che denunciano la devastazione ambientale e umana provocata da questa compagnia. Manresa è una città con una forte componente operaia e una forte rete di associazionismo in difesa del territorio. Negli ultimi mesi il movimento locale ha tentato di bloccare anche la partita che la squadra di basket  doveva giocare con l’Hapoel di Gerusalemme, cercando di impedire l’accesso degli atleti in campo. I Mossos hanno dispiegato un grosso contingente di furgoni della Brigata Mòvil per impedire le proteste. Alla fine la partita si è giocata, ma la mobilitazione ha avuto molta eco. Anche il giorno della protesta davanti alla miniera di Súria, nonostante l’aggressività dei Mossos, i manifestanti sono riusciti comunque a piantare un ulivo subito fuori dalla miniera. 

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