martedì 6 ottobre 2026
mercoledì 30 settembre 2026
Siamo tutte Maricarmen! La lotta per la casa in Spagna e la acampada della Puerta del Sol - Stefano Portelli
Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?».
Parte l’ennesimo coro: Hace falta
ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è
bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale).
Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna,
riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla
solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla difesa dal
fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità
storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la
guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados,
fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è
sempre quello. Oggi, che la grande acampada è
sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle
campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento
antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello
di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che
estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha /
de la clase obrera! si scandisce.
Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione
europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa
e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano
gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i
sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli
affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo,
l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi.
Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea.
Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona,
anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte
sono di origine migrante.
L’incontro dell’EAC era programmato
per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre,
mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse. Il
nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere,
che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di
autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei
grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale.
Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale
degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena
poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del
sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell.
Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco
mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è
molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo
stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal –
ottantasettenne disabile – che ha fatto esplodere la situazione.
Non era ancora finito il District quando
giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen
trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone
accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la
situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza
perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile. Nelle interviste che
ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua
resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente
imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del
percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con
la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era
riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi
triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati
sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo
discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della
polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di
questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la
destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con
l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di
indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato
dall’abuso della rendita immobiliare.
La presidentessa della comunità autonoma
di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha
dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”. La
destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare
la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di
scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un
attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione
che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo
permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso,
mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti
sono andati all’uscita del District a chiedere agli
speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta.
Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona
migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido
di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna
altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.
Così, quando è partito il corteo di sabato
26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo
almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi
sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici,
comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel
frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla
situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid,
entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto
per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe di Sánchez
strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo
l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che
ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto
indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin
dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti
indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato
della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano
le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.
Alla manifestazione di sabato si calcolano
almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo
vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il
corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai
margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le
chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si
gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi
vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué
pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che
emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito
che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la
stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie
del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di
rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione:
il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid
será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba
del rentismo.
Percorriamo il corteo cantando gli slogan
con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le
grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato
che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità,
espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un militante
del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent
control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per
il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo
fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di
salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame. E con le mie compagne
dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra
i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la
casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia
sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in
Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto
sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha
comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto
arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.
L’accampamento a Puerta del Sol
richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che
era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a
tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano
solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la
notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione
sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato
ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la
spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le
attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con
il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’ di
musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del
sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente
nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della
manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che
l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di
migliaia in manifestazione.
Il giorno dopo, domenica, il numero di
persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi
di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista
mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona
coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie. A
mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo
vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi
dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono
l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa
entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono
arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora
più gente in piazza.
Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera
l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si
aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da
migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis;
sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più
niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la
scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda. Mi vedono
scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la
loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa
una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola
sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare,
al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una
huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser
rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno
progresista?
Dal canto suo, il governo progressista è
in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto
fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe
accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i
contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa
dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il
prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e
anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando
una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez.
Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta
davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni
di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente
colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al
governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti
che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente un
provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si
arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza,
soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che
ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni
connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo
quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto
le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare
affitti insostenibili.
Qualunque cosa succeda, le conseguenze
saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero
essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare
questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come
dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare
la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le
agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche
il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo
all’altezza di questa sfida?
venerdì 14 agosto 2026
Meno turismo più vita. Una manifestazione a Maiorca - Marc Morell e Xesc Alemany
Sabato 26 luglio a Maiorca c’è stata una manifestazione con lo slogan “Maiorca al limite”, organizzata da una piattaforma locale che si chiama “Meno turismo più vita”. Alla manifestazione hanno partecipato decine di migliaia di persone, con uno spirito pacifico e festivo, ma al termine la polizia ha caricato pesantemente, facendo diversi feriti, tra cui un giornalista. La notizia ha raggiunto anche i media italiani, in un momento in cui il turismo e le trasformazioni che provoca sono al centro del dibattito pubblico. Traduciamo due resoconti della protesta scritti da due abitanti dell’isola, entrambi antropologi, in uno scambio di email tra membri dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona. Il primo autore, Marc Morell, è uno studioso del turismo, oltre che membro dell’Istituto di antropologia delle Isole (Baleari e Pitiuse). Il secondo, Xesc Alemany,è un giovane antropologo e scrittore, anche lui membro dell’Istituto. La fotografia è di Miquel Ángel Ballester anch’egli maiorchino. Le traduzioni sono di Stefano Portelli.
* * *
Marc
Morell. Avevo
deciso di seguire la manifestazione insieme al gruppo di un ateneu
popular, una specie di centro sociale e culturale della capitale di Maiorca,
uno spazio chiamato La Fonera – si potrebbe tradurre come La
Fionderia: la fionda era l’arma degli antichi mercenari delle Baleari, e di
recente è diventata un simbolo dell’identità maiorchina. Quindi ho preso un
autobus tre quarti d’ora prima dell’inizio e ho raggiunto il punto di partenza.
Il corteo partiva dalla Plaça del Malnom, la “piazza dal brutto
nome” – che è come in certi ambienti chiamiamo la Plaça d’Espanya. Mentre
aspettavo l’autobus mi ha sorpreso la quantità di furgoni della polizia
nazionale che circolavano su e giù per i viali intorno al centro. L’ho messo in
relazione con le tensioni crescenti degli ultimi giorni: la settimana scorsa
c’era stata una catena umana per proteggere Es Trenc, la più grande
spiaggia libera dell’isola, e la segretaria del Partito popolare locale aveva
provato a prendere in giro e a provocare i partecipanti (ci sonno immagini
veramente da ridere). Poi c’erano stati gli arresti di alcune compagne a Santa
Maria, perché avevano fatto delle scritte sulla parete di un’agenzia
immobiliare del paese; infine il Comune, guidato dal Pp e da Vox, aveva
proibito un evento a Brunzit, una cena collettiva all’aperto, che
già aveva ottenuto i permessi necessari.Quando sono arrivato alla Plaça
del Malnom, i miei timori sono passati. C’era gente molto varia, sia per
età che come lingua, posizioni politiche, eccetera. Abbiamo iniziato a
camminare sotto il sole, e io sono andato per conto mio, incontrando vecchi
amici man mano che il corteo andava avanti. Così sono arrivato nella zona
di Dalt Murada, il sentiero che corre lungo ciò che resta delle
antiche mura della città, fino a Ses Voltes, un recinto di fronte
alla cattedrale, la Seu, circondato dalle mura che si affacciano sul mare. Ho
pensato che era un po’ strano che la manifestazione terminasse lì; mi sembrava
che fossimo circa 50 mila persone, e che lì non c’era abbastanza spazio per
tutta questa gente. Per cui sono avanzato ancora dentro la piazza, per lasciare
spazio a chi veniva dopo, allontanandomi dalla folla sotto la Seu.
A quel punto mi ha sorpreso la presenza di
circa sette poliziotti antisommossa, con un atteggiamento molto aggressivo,
proprio accanto alla folla: faceva paura solo a guardarli. Non è passato molto
tempo che qualche manifestante iniziasse a gridare contro di loro, ma niente di
più. Però già si cominciava a percepire una certa tensione nell’aria. Da sopra
le mura potevo vedere le migliaia di persone che non riuscivano a entrare nel
recinto, e che quindi si dirigevano verso l’altra sponda del lago artificiale
di fronte alla Seu e al Palau de l’Almudaina, il palazzo gotico
della famiglia reale. Due persone si sono buttate nelle acque torbide del lago
per attraversarlo, facendo ridere tutti. Pochi minuti dopo, da fuori ho visto
che la polizia antisommossa aveva iniziato a caricare un gruppo di persone che
volevano entrare nella zona di Ses Voltes; ma erano così lontani che non sono
riuscito a capire cosa stesse succedendo. Non ricordo se questo è successo
prima o dopo i discorsi e le performance, di cui non sono riuscito a sentire
niente. Più tardi l’organizzazione ha detto che non avevano potuto usare le
prese elettriche per l’amplificazione, perché il Comune aveva tagliato la
corrente.
Solo quando sono arrivato a casa e ho
visto il telegiornale sulla IB3, la rete della regione autonoma delle Baleari,
ho visto le violenze. Era successo proprio dall’altra parte rispetto a dove mi
trovavo io, sotto le mura e vicino a una zona molto turistica: s’Hort del Rei e
le aree circostanti. È il primo
spazio urbanisticamente patrimonializzato della città, alla fine
degli anni Cinquanta. Probabilmente tutto è successo proprio mentre
andavo verso casa, ma in coda al corteo, mentre io ero in testa.
La polizia dice che eravamo 25 mila,
l’organizzazione 70 mila. Io resto convinto della mia prima impressione di 50
mila manifestanti. Le autorità dicono che l’organizzazione non ha voluto
seguire l’allerta per l’eccesso di gente; gli organizzatori dicono che gli
avvisi sono arrivati tardi e che non hanno avuto tempo di avvisare i potenziali
manifestanti, o qualcosa del genere.
Martedì sono andato anche alla protesta
davanti alla delegazione provinciale, per chiedere le dimissioni del delegato
del governo centrale, anche a capo della polizia nazionale, naturalmente del
partito socialista. Eravamo circa cinquecento. Sono andato via quando metà dei
partecipanti aveva lasciato la manifestazione, e non ho sentito che fosse
successo nulla di simile a quanto accaduto sabato. Ma dopo aver ascoltato il
delegato provinciale, la presidentessa della comunità autonoma (del Pp, e al
governo con Vox), nonché i sindacati di polizia, credo sia chiaro che era tutto
programmato. Si dice che le violenze erano state pianificate in modo da
boicottare il successo della manifestazione, per me però l’obiettivo delle
violenze non erano tanto i manifestanti, ma piuttosto il delegato del governo.
Criminalizzando la manifestazione, il Pp e Vox hanno vinto un trofeo di caccia
grossa, nella grande battaglia contro quello che chiamano “sanchismo” (cioè la
linea del governo di Pedro Sánchez).
Xesc Alemany. È interessante vedere i fatti da questa
prospettiva, da sopra le mura. Rispetto alla tua idea che
le cariche fossero pianificate – nel senso di quella “provocazione
controrganizzativa” di cui parla Deniz Yonucu (in un libro che abbiamo
recensito su
Monitor, NdT) – posso riportare qualche elemento che ho visto dalla mia
prospettiva. Io ero più in basso, proprio dove hanno caricato. Non mi
hanno toccato, ma hanno picchiato giovani e anziani, addirittura
un ultrasessantenne. Per non dire del giornalista, a cui hanno spaccato la
testa. Una delle compagne che gli ha prestato le cure – siccome la
polizia aveva bloccato l’accesso ai medici per più di un’ora e mezzo,
l’hanno dovuto portare di peso – ci ha detto che se passava un’altra ora il
giornalista avrebbe perso troppo sangue. Potete immaginare cosa
volesse dire.
In breve: la polizia ha bloccato a
sorpresa il passaggio tra le mura e il lago artificiale, da dove doveva passare
ancora molta gente. In mezzo alla folla, tra chi voleva arrivare al recinto
dentro alle mura e chi ne usciva, sono rimasti bloccati una decina di
poliziotti, forse una dozzina. Hanno dato il permesso perché leggessero il
manifesto della protesta, davanti a tutta la gente che era rimasta fuori e che
non l’aveva potuto ascoltare; ma a metà lettura da dietro sono arrivati almeno
altri venti agenti in tenuta antisommossa, che hanno cominciato a spingere per
attraversare la passerella e raggiungere i loro compagni, con la scusa che
questi erano rimasti bloccati nella folla.
Non tutti li hanno visti. Hanno
iniziato a spingere da dietro con gli scudi, la gente ha iniziato a cadere
dalle scale ai lati, addirittura dentro al lago. Poteva essere un disastro.
Questa cosa ha acceso la rabbia; fino a quel momento la gente era nervosa per
il blocco, perché non riuscivano a entrare, ma non c’era intenzione di alzare
la tensione. Le spinte e le manganellate per passare, sono state il detonatore.
Ci sembrava che la presenza della polizia fosse poca e male organizzata; invece
si è rivelata una trappola. In pochi minuti sono arrivati più di dodici
blindati, oltre cinquanta agenti, che hanno occupato tutta la
zona. Inizialmente sono entrati in azione solo una trentina di poliziotti;
c’era molta rabbia, e la folla li ha spinti
indietro. Poi però sono iniziati ad arrivare gli altri; c’è
stata qualche carica, con cui hanno preso tempo per
raggiungere il viale. Sono arrivati al viale, e
hanno aspettato che la folla gli si scagliasse
contro; ma siccome la gente non reagiva, e siccome è una zona molto
turistica, sono arrivati gruppi di turisti che provocavano i manifestanti; la
gente rispondeva con fischi e grida, e la polizia ne ha approfittato per
caricare, come se stessero difendendo i turisti. Le
dichiarazioni sia della polizia che della Guardia Civil hanno
mostrato quale fosse la loro strategia: usare la
categoria del “turista” per far emergere tutti gli
stereotipi sulla “turismofobia”. Volevano che uscisse l’idea che
c’era una pulsione “etnica” o “identitaria”, per nascondere invece le
accuse contro lo stato, il modello di sviluppo, l’industria
del turismo, gli speculatori, i politici, la stessa
polizia per gli arresti dei giorni precedenti, e così via. Hanno
esasperato, hanno provocato, per presentare la situazione come
se fossero “turisti contro manifestanti”, giustificando le
cariche “in difesa del turista”.
Un altro studioso della polizia, Paul
Rocher, afferma una cosa che stiamo vedendo in atto: oltre al razzismo, che
fomenta la guerra tra gli ultimi e i penultimi, c’è un secondo grande fattore
di fascistizzazione sociale, cioè l’autonomia “selettiva” della polizia. La
polizia ha sempre una certa autonomia quando si tratta di perseguitare i
settori più impoveriti della classe lavoratrice, oppure quelli più organizzati
in termini antagonisti, siano i loro contenuti politicamente espliciti, oppure no.
È una cosa che non dobbiamo dimenticare.
lunedì 3 agosto 2026
La rivolta di Maiorca contro il turismo di massa, 70mila in piazza: polemiche per le botte della polizia - Victor Serri
Dopo Barcellona e le Canarie il grido contro
l'overtourism arriva anche nell'isola più grande delle Baleari. Polemiche per
le cariche delle forze dell'ordine. E si riapre il dibattito sul modello di
accoglienza dei visitatori, dal mercato immobiliare impazzito a intere zone
trasformate a beneficio degli stranieri
L’anno scorso alle Canarie, quest’anno alle Baleari. Le isole turistiche principali della Spagna sono diventate il fronte più caldo di una protesta sociale che cresce di stagione in stagione, quella dei residenti contro il modello economico su cui si basa da decenni l’industria turistica del Paese. Domenica, a Palma di Maiorca, decine di migliaia di persone hanno sfilato per le strade del centro storico in una delle manifestazioni anti-turismo più partecipate mai registrate sull’isola. La giornata, iniziata senza incidenti, si è chiusa con cariche della polizia e diversi feriti, riaprendo il dibattito nazionale sulla sostenibilità del modello turistico spagnolo.
Maiorca,
come buona parte dell’arcipelago balearico, ha costruito la propria economia
moderna quasi interamente sul turismo straniero, in
particolare tedesco e britannico. A partire dagli
anni Sessanta, la Germania Ovest ha scoperto nell’isola
una meta ideale per le vacanze di massa: voli charter
economici, hotel a basso costo lungo la costa, un clima mite tutto l’anno. Nel
giro di pochi decenni Maiorca è diventata, nell’immaginario collettivo tedesco,
quasi una regione tedesca d’oltremare, tanto che viene spesso
chiamata, con una battuta diffusa in Germania, il “sedicesimo Land“.
Interi quartieri di Palma, come la zona di Playa de Palma, sono
cresciuti attorno a questa presenza costante, con ristoranti, giornali
e servizi pensati per il pubblico germanofono.
Alle radici
di una crisi: boom di prezzi di case e affitti
Questo
legame, che per decenni ha portato ricchezza e occupazione,
si è progressivamente trasformato in un problema strutturale. L’acquisto
di immobili da parte di cittadini stranieri, unito alla diffusione degli
affitti turistici brevi, ha fatto salire i prezzi delle case a
un ritmo che il mercato del lavoro locale non riesce a
sostenere. Secondo l’Istituto nazionale di statistica spagnolo (l’Ine), nel
primo trimestre del 2026 il prezzo della vivienda libre nelle
Baleari è aumentato del 13,6% su base annua, il rialzo più alto dal 2007; le
abitazioni usate, le più richieste dagli acquirenti stranieri, sono salite
addirittura del 15%. Le Baleari sono oggi la comunità autonoma con il prezzo al
metro quadro più elevato di Spagna, circa 3.400 euro secondo
l’agenzia immobiliare Gesvalt, quasi il doppio della media nazionale.
Sul fronte degli affitti la situazione non è migliore:
il ministero dei Diritti Sociali stima che nel 2026 i canoni
in scadenza si rinnoveranno con un aumento medio di 4.615 euro l’anno, circa
400 euro al mese, la cifra più alta del Paese, a fronte di una media
nazionale di 145 euro. Circa 24.500 contratti di affitto quinquennale scadranno
nel corso dell’anno nell’arcipelago, coinvolgendo una platea stimata di 69mila
persone.
In piazza un
residente di Maiorca su 40
A
organizzare la protesta è stata la piattaforma Menys Turisme, Més Vida (“Meno
turismo, più vita”), sostenuta da oltre 130 tra sindacati e
organizzazioni sociali, tra cui Gob, Sos Residents, Sindicat
de Llogateres, Ccoo, UGT, STEI, CGT, CNT, Arran e Alerta Solidària. Il
corteo, radunatosi dalle 19 in Plaça d’Espanya, ha
attraversato La Rambla, il Carrer Unió e il Passeig
del Born, per concludersi a Ses Voltes, vicino al Parc
de la Mar, dove era prevista la lettura del manifesto conclusivo.
Sul numero
dei partecipanti restano versioni discordanti: la Polizia Nazionale ha
parlato di circa 25mila persone, gli organizzatori di 70mila, comunque più
delle edizioni del 2024 e del 2025, quando la piattaforma aveva già portato in
piazza fino a 50mila persone. In entrambi i casi si tratta di una quota
rilevante rispetto alla popolazione residente dell’isola, poco più di 950mila
abitanti: anche calcolando la stima più prudente, sarebbe sceso in strada
l’equivalente di circa una persona ogni quaranta residenti di
Maiorca.
Gli arresti
della vigilia e le botte della polizia in piazza
Nei giorni
precedenti alla manifestazione due attiviste del collettivo
Menys Turisme Més Vida erano state fermate a Santa Maria del Camí,
accusate di aver imbrattato con scritte le vetrine di alcune
agenzie immobiliari e di aver incollato le serrature di alcuni uffici,
ritenuti simbolo della speculazione sugli affitti. La notizia dei due fermi ha
contribuito ad alimentare la partecipazione alla marcia di
domenica. È nella fase finale del corteo che il clima è cambiato.
Secondo la ricostruzione degli organizzatori, la Policía Nacional ha impedito
l’accesso a Ses Voltes pur non essendo stata raggiunta la
capacità massima dell’area, bloccando anche gli spazi alternativi individuati
per la lettura del manifesto.
Le tensioni
sono sfociate con una serie di cariche delle forze dell’ordine e
una ventina di colpi di proiettili di gomma sparati dagli
agenti. Gli scontri, durati oltre un’ora, hanno provocato almeno otto
feriti, tra cui un fotoreporter colpito alla testa mentre
documentava gli incidenti, e nuovi fermi. La Policía Nacional,
dal canto suo, ha respinto le accuse di sproporzione, sostenendo che un gruppo
di 350-400 persone estranee alla manifestazione pacifica avrebbe aggredito
alcuni turisti e lanciato pietre, bastoni e bottiglie contro
gli agenti prima delle cariche. Il gruppo giovanile indipendentista Arran,
tra i promotori della piattaforma, ha denunciato su X le cariche della Polizia
Nazionale, parlando di fermi e feriti e definendo quanto accaduto una
repressione a cui “il grido di un popolo che difende l’isola dalla turistificazione”
avrebbe risposto senza arretrare.
Le critiche
al dispositivo di sicurezza “sproporzionato”
Le immagini
delle cariche hanno avuto un’eco politica immediata. Lunedì Podemos ha
chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno, Fernando
Grande-Marlaska, definendo l’intervento della polizia “selvaggio e
intollerabile“, ed esteso la richiesta al delegato del Governo nelle
Baleari, Alfonso Rodríguez. Sulla stessa linea si sono espressi
esponenti di Més per Mallorca, formazione alleata di Sumar,
tra cui il deputato al Congresso Vicenç Vidal e il candidato
alla guida del Comune di Palma David Pujol, che hanno definito
sproporzionata l’azione degli agenti. Anche gli organizzatori della
manifestazione hanno chiesto la testa del delegato del Governo, accusandolo di
un dispositivo di sicurezza “totalmente sproporzionato” e di
ritardi nei soccorsi ai feriti. Lo stesso Rodríguez, pur respingendo l’ipotesi
di dimissioni, ha ammesso su X che alcuni agenti hanno fatto uso della forza
contro persone che non sembravano rappresentare una minaccia, definendo “inaccettabili”
alcune immagini e annunciando una relazione dettagliata sull’accaduto oltre a
un incontro con i vertici della Polizia Nazionale nelle Baleari per rivedere il
dispositivo impiegato quella sera.
Da Barcellona alle Canarie, l’onda lunga contro il turismo di massa
La protesta
di Palma non è
un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di un movimento che negli ultimi due
anni ha attraversato la Spagna turistica: dalle Canarie, dove nel
2024 e nel 2025 decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Tenerife e
in altre isole dell’arcipelago, fino a Barcellona, dove alcuni
attivisti hanno usato pistole ad acqua contro turisti seduti ai tavoli dei bar,
passando per Siviglia, dove sono comparse scritte contro i visitatori
stranieri. Le richieste restano simili: limiti al numero di
arrivi, regole più severe sugli affitti brevi, tutela
dei salari e dei servizi pubblici per i
residenti.
Le autorità
baleari si trovano in una posizione scomoda: il turismo genera ancora una parte
enorme del Pil regionale e dell’occupazione, ma il malcontento
sociale rischia di trasformarsi in un problema politico
difficile da gestire. Nei prossimi mesi si capirà se le proteste di
Palma porteranno a misure concrete, o se il ciclo di manifestazioni, arresti e
cariche di polizia è destinato a ripetersi anche la prossima estate.
venerdì 16 gennaio 2026
Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti? - Stefano Portelli
Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”. Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano. Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.
Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita:
“I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un
fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”. Gli inquilini e le inquiline,
insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È
curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare
spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si continua ad alimentare
l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio
tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme
aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi
medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti
impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del
“mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico,
il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come
dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case ha il potere,
gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre
chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a
disposizione. Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e
diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per
sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui
“tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per
il rent control – che sono invece proprio le misure di
cui abbiamo bisogno ora.
DUEMILA ANNI DI CONTROLLO DEGLI AFFITTI
L’umanità
dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a
riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli
affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana,
cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata
all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come
cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili
furono usate da Cesare e da Ottaviano, più
avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.
Altri esempi importanti furono le misure straordinarie
introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno
all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum
Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il
controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto
del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il
compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di
fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di
procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato
di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore
della proprietà.
Si possono citare un’infinità di altri esempi,
particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del
1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle
dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono
stipulando contratti brevi, non regolati). Ma quello che più interessa sono le
forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e
in Nordamerica all’inizio del Novecento. Le lotte del
movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto
alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice:
i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case. In Scozia,
Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del
secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso
con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia,
Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919
in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e
a New York. Erano leggi pensate per essere temporanee, ma
furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.
La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento
inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in
primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi
vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per
legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo
sciopero degli affitti della storia. Il parlamento irlandese
approvò un Land Act che impose che i
contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle
terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei
valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso. I movimenti
inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi
dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove
c’è ancora la statua di una delle leader della
protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le
inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito
di Mrs. Barbour”).
Anche in Spagna le donne erano molto
attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini
di Bilbao, Valencia e Barcellona furono
fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per
ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le
proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò
un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de
alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a
cui parteciparono oltre centomila unità abitative.
Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni,
anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative:
l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del
quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva
reddito (perché la casa è un diritto!). Il governo repubblicano spagnolo
non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate
videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse
a intaccare il controllo pubblico sugli affitti. Anche in Italia fu Mussolini, nel
1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande
Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere
proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente,
soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il
regime dovette reintrodurre la regolamentazione. Anche i governi più
conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di
crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini
più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra
anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia
di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con
regolamentazioni molto stringenti.
INEFFICACIA DEL RENT CONTROL, UN MITO DEL MACCARTISMO
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni
Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti
stati e città sia d’Europa che d’America. Il
mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo,
dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne
proprio “l’inefficacia” del rent control, argomentazione ripresa oggi dal
deputato Marattin. Per non dire che il controllo degli affitti
fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini. Negli
anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich
Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica
liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali
nei decenni precedenti. La retorica contro il rent control raggiunse picchi
epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse
che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per
distruggere una città, oltre a bombardarla”.
Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un
vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle
conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i
diritti civili. Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come
il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel
modellare il discorso pubblico. Mentre Lindbeck e gli
altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei
proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le
regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in
cinque città del Massachusetts, centoventi del New
Jersey, e a New York. Anche in Europa il
controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel
1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con
la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di
liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la
seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe
González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera
iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa
dagli ex comunisti.
Tom Slater e Hamish Kallin, geografi
marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono
questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata
dell’ignoranza. L’assalto degli economisti al rent control si
basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i
proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non
incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e
in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli
inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono
permettere. In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto
insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle
fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque
si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall
accademici). Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non
hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e
offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come
i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno
Unito. Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove
morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un
sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche
una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti
simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit. Meglio
non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri
debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle
devono essere per forza abitate dai ricchi.
RENT CONTROL OGGI
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante
i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro
Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare
gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico
sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del mondo. L’evidenza del
fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa
dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non
reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato
ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad
ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei
loro esperti indipendenti. Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in
cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure
sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e
quelle più leggere sono in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio,
Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia. L’Italia è
uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma
di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra,
Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania,
Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici. Gran parte delle leggi sul
rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto
per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il
paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New
York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero
limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los
Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che
fino al Covid era del tre per cento. Negli Stati Uniti il rent
control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare
i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione
di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).
La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo
pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi
che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne
una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico? Intanto, niente
panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori
economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo
stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta. Non
sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su
pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case.
Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del
rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di
questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche
riduzioni della qualità e dell’offerta. Anche le regolamentazioni attivate sono
piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati
all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent
freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può
aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel).
Il progetto del Sindacato inquiline e
inquilini della Catalogna di abbassare gli
affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a
novembre, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di
“buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto
i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando
contratti brevi non regolati. Anche quando non ottiene i risultati sperati,
tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini. Fa
anche bene? Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità
di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra
che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto
senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche
quello della pandemia), e poi addirittura del sei per
cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli
inquilini. Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione,
con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci
indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari
avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata
superiore agli otto punti percentuali.
Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove
il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di
essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito
dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).
I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai
primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano
del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti
indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva
iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre
che dai fascisti del Pp e di Vox. Altre
situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio,
dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo
di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di
regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure,
negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad
approvare un nuovo congelamento dei prezzi. In Olanda invece
il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola
i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci
sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono
diventati contratti permanenti.
Insomma, far scendere gli affitti è una priorità
assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici”
alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce
in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di
speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e
che devono essere tassati. Dire “basta fare x per
abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata”
che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari
anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito,
tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre
dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i
conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o
immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario
malato dopo il 2008 (ovunque).
Il sistema delle abitazioni è complesso, perché
nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in
maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge
della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo (come argomenta Jaime Palomera del
Sindacato inquilino di Barcellona), dove se aumenta l’offerta i
prezzi scendono. La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe
paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli
stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti.
L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono
sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato
poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come
deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.
Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la
pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di
mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che
sarebbe dovuto costare pochi centesimi. Ma come! Sono beni di prima necessità,
presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso
ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità,
presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in
piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili. Il controllo
degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale
delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle
richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-Usb in
un convegno a Roma).
Mentre facciamo crescere le campagne per il
rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione,
gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione
tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti. Ci
vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice”
alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione
politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in
discussione anche quello che consideriamo ovvio. Come scrivono due
economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova
politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla
macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non
stai pensando lucidamente”.
venerdì 9 gennaio 2026
Spagna, la miniera di Manresa e la devastazione ambientale dell’Israeli Corporation - Stefano Portelli e Josep Lluis Mateo Dieste
Nei giorni del “blocchiamo tutto” contro l’attacco alla Global Sumud Flotilla, in Catalogna c’è stata un’importante protesta contro le miniere dell’impresa israeliana ICL, nella zona di Manresa. La manifestazione è stata caricata violentemente dalla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra: gli agenti avevano i passamontagna ed erano molto aggressivi, hanno trattato i manifestanti come terroristi, sostenendo che ci fossero sbarre di ferro e altri oggetti pericolosi nascosti dal corteo.
La protesta ha mostrato la convergenza tra
il movimento in difesa del territorio, che da anni denuncia la devastazione causata dalle miniere, e il movimento di
solidarietà per la Palestina, molto forte in tutta la Catalogna.
Non ci sono solo le grandi mobilitazioni di Barcellona – come
quelle in occasione della partenza della Flotilla, forse anche
troppo mediatizzate, con grandi schermi e personalità politiche. Come anche
in Italia, il movimento è decentralizzato, con azioni in moltissime
altre città e regioni, anche piccole o periferiche. Nella città di Manresa,
che ha meno di centomila abitanti ma una rete di associazionismo molto forte,
il 2 ottobre una grande manifestazione aveva bloccato i binari del treno: i
manifestanti avevano bruciato anche delle traverse di legno per mantenere ferma
la circolazione; il 4, invece, gli studenti delle scuole superiori hanno
bloccato per un’ora l’autostrada Eix Transversal. L’azione più
importante però è stata la protesta del 3 ottobre davanti alle miniere della
multinazionale israeliana ICL a Súria. Queste
proteste hanno visto la convergenza tra il movimento per il boicottaggio
a Israele e le proteste locali in difesa del territorio e
dalla popolazione da una delle forme più dannose di estrattivismo capitalista.
La Israeli Corporation Limited, ICL, che
acquistò le miniere di Súria e Sallent in Catalogna negli
anni Novanta, fa parte della vasta rete di grandi aziende che sostengono il
sionismo sin da prima della nascita di Israele. Già negli anni Venti ICL estraeva
minerali dai territori palestinesi; si è consolidata negli anni Sessanta, con
progetti di estrazione nei territori occupati del Naqab e
delle sponde del Mar Morto, diventando un pilastro importante del
capitalismo israeliano. Le miniere di Súria e Sallent erano
state pubbliche, ed erano già di per sé causa di devastazione ambientale prima
dell’acquisto da parte di ICL: una delle ragioni per cui l’acqua
a Barcellona è imbevibile nonostante i tantissimi acquiferi
sotterranei, è che per decenni i residui salini delle miniere sono stati
sversati sul territorio, in particolare in una conca che è diventata una colossale montagna di sale alta cinquecento metri e larga cinquanta
ettari. Il sale penetra nelle falde acquifere e raggiunge il fiume Cardener,
che alimenta Manresa, e il fiume Llobregat, che
alimenta Barcellona.
Con l’arrivo dell’impresa israeliana, si
sono aperte le porte a tutti i progetti e le richieste dell’industria: la Generalitat ha
sempre avuto legami stretti con Israele, e oggi il
sostengo pubblico alla ICL mette in difficoltà ogni altro
produttore della zona. Oltre a provare a presentare l’incredibile cumulo di
residui salini come un’attrazione turistica, la Generalitat ha offerto i
suoi Ferrocarrils, i treni regionali, per
il trasporto del potassio verso il porto di Barcellona.
Un progetto da cento milioni di euro approvato pochi anni fa prevede la
canalizzazione diretta dei residui verso il mare, con una linea di tubature di
settanta chilometri. Nella zona di Manresa i lavori sono già
visibili: posare le tubature richiede il taglio di boschi e lo scempio di aree
naturali, sempre accanto al fiume Llobregat, con i conseguenti
rischi di sversamento. La Generalitat sta coprendo il dieci
per cento dei costi di questa devastazione con fondi pubblici. Inoltre, nel
2023 ci fu un gravissimo incidente, in cui morirono due giovani tirocinanti e
un geologo, tutti con meno di trent’anni, che rimasero bloccati in un tunnel a
un chilometro di profondità.
Le proteste sono cresciute sin dal
2015, quando l’industria ha patrocinato la squadra di basket di Manresa.
La contestazione ha portato la questione all’attenzione pubblica, convergendo
anche con le lotte per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni
(BDS) a Israele. La convergenza ha fatto sì anche che si
conoscesse il coinvolgimento della ICL nell’industria militare
e nella colonizzazione della Palestina. I vertici di ICL infatti sono
stati militari e imprenditori dell’industria militare: Yohannan Loker,
direttore tra il 2016 e il 2019, era pilota dell’esercito, poi capo di stato
maggiore con Netanyahu; gli azionisti sono anche azionisti
della Elbit System, una delle principali industrie militari, e la
compagnia è legata anche a la Naviera ZIM, che trasporta le
armi dagli Usa a Israele. Il sospetto più grave
però è che il fosforo bianco estratto non sia usato solo per la produzione di
fertilizzanti, come dichiarato, bensì che rifornisca le terribili armi che
bruciano la pelle in modo irreversibile, arrivando fino all’osso, e che sono
state denunciate da Amnesty International e proibite dalle
convenzioni internazionali. Ovviamente non ci sono prove definitive: ma alcuni
documenti mostrano che la filiale ICL America, che ha una fabbrica
a Saint Louis, sia vincolata alla fabbricazione del
fosforo bianco per gli eserciti di Usa e Israele (tra
l’altro, insieme alla Monsanto, altro nome noto della produzione di
fertilizzanti chimici).
L’enorme sostegno alla ICL da parte della Generalitat catalana e dalla sua polizia – che riceve anche addestramento dalla polizia israeliana – ovviamente frustra molte delle azioni che denunciano la devastazione ambientale e umana provocata da questa compagnia. Manresa è una città con una forte componente operaia e una forte rete di associazionismo in difesa del territorio. Negli ultimi mesi il movimento locale ha tentato di bloccare anche la partita che la squadra di basket doveva giocare con l’Hapoel di Gerusalemme, cercando di impedire l’accesso degli atleti in campo. I Mossos hanno dispiegato un grosso contingente di furgoni della Brigata Mòvil per impedire le proteste. Alla fine la partita si è giocata, ma la mobilitazione ha avuto molta eco. Anche il giorno della protesta davanti alla miniera di Súria, nonostante l’aggressività dei Mossos, i manifestanti sono riusciti comunque a piantare un ulivo subito fuori dalla miniera.