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sabato 20 giugno 2026

Vasco Rossi a Olbia. La ribellione addomesticata nell’isola-colonia - Cristiano Sabino

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che si è acceso attorno al concerto di Vasco Rossi a Olbia. Non riguarda semplicemente la musica, il gusto o l’estetica. Riguarda piuttosto il ruolo politico della cultura di massa dentro una società coloniale come quella sarda.

Quando si critica Vasco Rossi, la reazione è quasi sempre la stessa: “non capisci la sua arte”, “non cogli la sua filosofia nichilista”, addirittura “non hai empatia perché non cogli l’universale che unisce tre generazioni”. Ma è proprio qui il punto: comprendere perfettamente quella funzione unificante significa anche smascherarne la natura ideologica.

Perché ciò che viene venduto come ribellione è, in realtà, una forma di trasgressione innocua, anzi perfettamente compatibile con l’ordine esistente. E ciò vale tanto più in Sardegna dove la musica, l’arte e in generale l’intrattenimento svolgono una funzione precisa.

Degna di nota è inoltre la presa di posizione di Vasco Rossi sul genocidio palestinese, rilanciata con un’intervista a tutto campo anche da quella che viene presentata come stampa “autorevole”, come il Corriere della Sera (qui). Il post risale al 2024. In un momento storico in cui a Gaza si consumava un massacro sotto gli occhi del mondo con la piena e documentata complicità dell’occidente collettivo e della UE, la voce del “ribelle” si è espressa in questi termini: rifiuto di schierarsi, invocazione generica della pace, appello alla soluzione “due popoli due stati”, condanna indistinta degli estremismi. Praticamente le frasi fatte che si possono sentire nei peggiori bar sport!

Una posizione che, lungi dall’essere scomoda e critica, coincide perfettamente con il qualunquismo e il suprematismo dominante.

Perché si capisca cosa voglio dire sarà meglio riportare il post integrale (nell’articolo del CorSera c’è il link al post di Rossi sulla Palestina):

“Sarebbe facile per me oggi scrivere Freeee Palestine
Ma io non sono facile… Sono semplice… Ma non facile.
Sarebbe facile e sarebbe anche un po’ alla moda di questi tempi
ma io non sono mai stato alla moda
sono sempre andato controcorrente.
sarebbe anche facile perché mi sentirei schierato dalla parte giusta
..la parte dei più deboli.
Come non esserlo oggi!
Ma io lo sono… Lo sono sempre stato…
Non ho bisogno di dimostrarlo oggi.
Di fronte alla tragedia che sta succedendo a Gaza
(siamo tutti atterriti dai bombardamenti sui civili e ovviamente come minimo solidali con le sofferenze del popolo palestinese chiediamo tutti che vengano immediatamente sospesi)
ciò detto la faccenda è un po’ più complessa di come le fate voi…
E io non riesco a schierarmi da una parte o dall’altra… Come fanno molti dalle loro comode poltrone.
Io se mi schiero vado a combattere, altrimenti sto zitto o meglio rimango ammutolito di fronte a orrori di questo genere!
IO SONO PER LA PACE
Per 2 popoli 2 stati !
Credo che gli “estremisti”
di tutte le specie
siano la rovina dell’umanità.
Credo nella reciprocità!
Reciproca Convenienza
reciproco rispetto “
Io non mi faccio condizionare dal bombardamento
televisivo dei mezzi di comunicazione di massa sulle catastrofi e le tragedie del “giorno” o del “momento “!
Io mi guardo intorno
leggo qualche libro
approfondisco gli argomenti
Abito nel mio mondo
cerco di fare la cosa giusta
qui e adesso!
Non ho mai sopportato
i rivoluzionari da salotto
che invadono le piazze
e infestano il web.
Io vado a combattere
sul campo le mie guerre.
E sempre
in direzione ostinata e contraria.
V.K.
Ps: Senza offesa per coloro
che scendono in piazza per manifestare i propri diritti o la propria solidarietà alle popolazioni che soffrono le terribili conseguenze di tutte le guerre”.

Dire che “la guerra è brutta” non disturba nessuno. Non nomina i responsabili. Non prende parte. Non comporta alcun rischio. È la stessa posizione che può essere sottoscritta da un editorialista qualunque espresso dall’apparato militare-industriale, da un rappresentante governativo che non può contrapporsi a Washington e Tel Aviv, cioè alle centrali dell’imperialismo e del colonialismo contemporaneo.

Intendiamoci, è legittimo andare a vedere un concerto di Vasco, come è legittimo apprezzare la sua arte. Il problema non è il Vasco cantautore o la sua capacità carismatica. Mi spaventa il suo fun club sardo che lo scambia per un leader trascinatore di folle, per un punto di riferimento sociale, per un’icona ribelle.

Il problema non è Vasco Rossi in quanto individuo o come artista. Il problema è la funzione simbolica che incarna e l’insieme di proiezioni politiche o pseudo tali che intercetta..

C’è una differenza radicale tra parlare di libertà in astratto e schierarsi quando la libertà viene negata. Tra cantare la ribellione e praticarla. Tra evocare un disagio esistenziale e analizzarne le cause materiali.

E hanno torto anche quelli che dichiarano di separare arte e politica. In Sardegna non possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di una cultura impegnata e organica alle necessità di riscatto dei sardi. Non dico solo di cultura ingaggiata politicamente, ma nemmeno solo di big stranieri che vengono, si esibiscono senza sapere nulla del luogo e della comunità che li ospita e vanno via senza lasciare nulla.

Tornando a Vasco e ai suoi presunti contenuti culturali, addirittura filosofici, dobbiamo concludere che il “nichilismo filosofico” di Vasco Rossi è un nichilismo senza conseguenze. Parafrasando il fondatore del nichilismo Friedrich Nietzsche si tratta di un “nichilismo di comodo”. Ammesso e non concesso che a proposito del repertorio di Rossi si possa parlare di “nichilismo”, al contrario del nichilismo nietzschiano Rossi non mette mai in discussione i rapporti di potere, le verità costituite, non interroga il sistema, non produce critica reale. Funziona come valvola di sfogo, non come strumento di critica.

Ed è proprio per questo che riesce a “unire tre generazioni”: perché non costringe nessuna di esse a posizionarsi, a maturare una scelta.

Dentro questo quadro, il concerto di Olbia assume un significato che va oltre l’evento musicale. In una Sardegna trasformata sempre più in piattaforma energetica, base militare, luogo di produzione di bombe e droni killer e spazio di consumo turistico, la grande industria culturale svolge un ruolo preciso: produrre consenso, neutralizzare il conflitto, offrire un immaginario di ribellione che non mette mai in discussione la condizione della Sardegna perfettamente inserita nel sistema di dominio coloniale occidentale (come strumento di produzione e come oggetto di sfruttamento coloniale).

Si tratta dello stesso meccanismo che vediamo all’opera in politica ad ogni tornata elettorale, quando vengono costruite figure apparentemente antisistema che, nei fatti, garantiscono la continuità dell’ordine esistente.

Per questo la questione non è “ascoltare o non ascoltare” Vasco Rossi (io personalmente quando capita alla radio cambio stazione!). Ognuno è libero di fare ciò che vuole e di spendere i propri soldi acquistando i biglietti dei concerti che più gli piacciono. Il punto è smettere di proiettare su figure del genere valori che non incarnano.

Perché continuare a credere nella ribellione addomesticata è esattamente ciò che consente al sistema di perpetuarsi senza essere davvero messo in discussione.

E in una terra colonizzata come la Sardegna, questo non è un dettaglio di costume: è un nodo politico centrale, anche perché qui si aprirebbe il tema “grandi eventi musicali” spesso agitato dall’artista e amico fraterno Alisandru Sanna ak Quilo, ma questo meriterebbe una riflessione a parte!

da qui

venerdì 3 marzo 2023

La gatta furba (Nel mio giardino) - Dario Fo, Fiorenzo Carpi

 


Il titolo originale della canzone è "Nel mio giardino". Testo di Dario Fo, musica di Fiorenzo Carpi. Canta Franca Tamantini.

venerdì 11 novembre 2022

Avremmo preso l’ergastolo - Don Pasta

 

I Sud Sound system avrebbero preso l’ergastolo negli anni ’90 se si contano tutte le dance-hall che organizzarono. E il Salento, dove tutti vogliono andare, di destra e di sinistra, ricchi e poveri, anziani e giovani, non sarebbe mai esistito.

Ma partiamo dagli inizi. Era il 1990 o giù di lì e io avevo 18 anni. In Salento non c’era nulla che succedesse, eravamo una terra di frontiera, senza turismo. Una terra di sud come tutte le altre, abbandonata dallo Stato, con una regione allo sbando, con la Sacra Corona Unita a controllare il territorio e la Democrazia Cristiana e la chiesa a controllare i comportamenti collettivi e individuali.

C’era anche un altro aspetto, dalle radici più profonde: si ometteva la storia di quel luogo, il tarantismo, il mondo rurale, la cultura orale. Tutto doveva scomparire, perché la modernità potesse diventare imperante.

Così si cresceva senza consapevolezza, con un abusivismo diffuso, una collusione pregnante e una smemoratezza collettiva. Era il modello prestabilito, che funzionava in qualche altra parte di sud. Poi successe qualcosa di inspiegabile.

Dei ragazzi di paese iniziarono a fare dei rave. In Salento si chiamano dance-hall, anche perché la musica che si ascoltava era di origine giamaicana. Aggiungo anche che erano rave senza scopo di lucro, non c’era vendita di bevande alcoliche né di droghe pesanti, che poco avevano a che fare con il ritmo in levare e con lo spirito di quelle feste.
In cosa consistevano? Si sceglieva un posto isolato, generalmente una spiaggia, si portavano a mano e con immensa fatica le casse del sound system, si mandava l’informazione in giro, la gente veniva e ascoltava i Sud Sound System improvvisare in dialetto su basi giamaicane di raggamuffin.
Successe che quel gesto, deliberatamente selvaggio e illegale, fosse il più grande gesto d’amore per la nostra terra. Perché erano parole di pace in tempo di guerre di mafia, di rispetto della cultura tradizionale omessa colpevolmente, era un messaggio ambientalista tra abusivismi, Ilva e Cerano.

In quel momento tutto cambiò. Cambiò l’idea stessa di identità meridionale, quindi di cultura, di urbanismo, di turismo. Il Salento e poi la Puglia divennero ciò che sono, uno dei casi più studiati al mondo di marketing territoriale dal basso. Tutto grazie a un rave.

Con queste nuove leggi non sarebbe possibile immaginare una cosa del genere. Che la ricostruzione e la rinascita di un luogo arretrato fosse determinato dalla libera espressione giovanile, dalla ricerca musicale e il confronto con la cultura underground mondiale, dalla necessità di conflitto con un mondo opprimente, ingiusto, senza prospettive.

Perché in quegli anni rampanti, in cui tutto pareva andasse bene, la gente si ammazzava per strada, l’abusivismo distruggeva le coste, e il pensiero omologato ci faceva dimenticare radici preziose.

Forse è ciò che si vorrebbe fare ora, annichilire le energie vitali, i pensieri ribelli, la fisiologica necessità di esprimersi. Questo è probabilmente il dato più inquietante, forse anche più di quello prettamente legale.
Non far credere che esista un altro modo di vivere se non quello prestabilito dall’ordine e dalle regole sociali. Perché chi ha legiferato crede ancora che quelle regole sociali possano essere ristabilite, come trenta, quarant’anni fa, incuranti del fatto che il mondo sia andato avanti, le idee, le libertà, i costumi, la musica.

La speranza è che le nuove generazioni trovino sempre il modo di oltrepassare le consuetudini opprimenti. Il nostro dovere è vigilare, fare muro a ogni legge ingiusta, che precluda la libertà espressiva e la libertà umana.
Che è l’unica cosa che permette a una società di progredire e come fu il caso del Salento, di riscoprirsi piena di radici solide, grazie a dei giovani ribelli e i loro rave.
Aggiungo, che sarebbe il caso, di fare un immenso corteo, con regolare permesso a tutela della espressione del dissenso, con degli enormi sound system per le strade delle nostre città.

Articolo pubblicato anche su il manifesto

da qui

domenica 21 agosto 2022

Gli insulti di Jovanotti alla cultura ecologica e il silenzio di convenienza della politica - Paolo Pileri

  

La vicenda dei concerti in ecosistemi fragili conferma che in Italia se sei famoso, ricco e mobiliti consensi di massa puoi fare quel che vuoi e il ceto politico resta a guardare. Una questione grave, commenta il prof. Pileri, in un Paese che già umilia chi si occupa di tutela e di divulgazione ambientale, salvo poi piangere Piero Angela

 

Torno su uno dei tanti fatti inaccettabili che stanno macchiando questa estate bollente: le dichiarazioni di Jovanotti intorno al suo JovaBeachParty. Ci torno innanzitutto perché non posso accettare di ricevere dell’”econazista” - io come tanti altri che hanno “osato” sollevare dubbi- per di più nel bel mezzo di un tempo storico dove le destre e i nostalgici del fascismo potrebbero prendere il potere e farci tornare nel buio più buio. E non ci sto neppure a sopportare il silenzio di quasi tutti i politici che occupano le prime pagine di social e media i quali nulla dicono e han detto sull’accaduto, nulla sulle parole impronunciabili rivolte agli attivisti ambientali e nulla sulle mancate scuse da parte dell’artista pop a cui peraltro nessuno ha dato del “popnazista”. Probabilmente hanno fatto i loro conti e sanno che a dire qualcosa ci si potrebbe scottare e perdere molti voti. E così fan finta di niente e giocano la carta colpevole dell’inazione, della bocca cucita: giusto per non sbagliare. E invece sbagliano, eccome se sbagliano.

Per chi si è perso i fatti, questi sono semplici. Un cantante vuole fare i suoi concerti sulle spiagge italiane e li vuole fare pure sventolando ai quattro venti che sono una esperienza green; un gruppetto di ambientalisti gli fa notare che non è proprio così e che le coste sono ambienti fragili; e lui gli scodella addosso, in men che non si dica, che sono degli econazisti; il 9 agosto interviene a loro difesa (e a difesa delle coste) Mario Tozzi sulle pagine de La Stampa spiegando, pacatamente e con dati scientifici alla mano, i danni che eventi del genere procurano, facendo anche notare la sgradevole e irricevibile uscita con cui si è rivolto agli oppositori; il Jova replica l’11 agosto dando le sue ragioni, sventolando l’appoggio del Wwf e il fatto di aver tutti i permessi e che i ripristini che farà renderanno addirittura migliori le spiagge oltre al fatto che nei suoi concerti si fa educazione ambientale. E non si scusa affatto di aver detto “econazisti” a chi ha sollevato ragionevoli dubbi (in un Paese che ad oggi è ancora abbastanza democratico).

La questione rimane quindi grave. Grave perché innanzitutto ci conferma che se in questo Paese sei famoso, ricco e mobiliti consensi di massa, puoi fare quel che vuoi e la politica sta a guardare. C’è chi si è fatto un vulcano nella propria villa, chi se ne costruisce una sul mare e chi organizza i suoi concerti a pagamento per sé sulle spiagge di tutti e della natura innanzitutto. Quindi la morale è: se pago, se sono famoso, se sono ricco, posso pretendere e gli altri stiano muti. Quel che è accaduto fa passare questo messaggio che è dannosissimo per la cultura ecologica ma anche, attenzione, per quella democratica. Ed è su questo punto scivoloso che dovrebbero intervenire la politica e i politici mettendoci la faccia. Ma non mi pare sia accaduto.

Ho scorso i siti dei principali partiti: nulla di nulla. Non vi sono state repliche sui media. Nessun appoggio dai politicanti a Mario Tozzi. I neocandidati dei Verdi, con il loro leader, non hanno neppur cinguettato un tweet. Insomma, c’è uno che va sulle spiagge di mezza Italia sparando a zero su quelli che non sono d’accordo e dandogli pure dei nazisti, seppur green, e nessuno dei big democratici fiata? Evviva. Quale transizione ecologica ci attende da costoro se nessuno di loro ha il coraggio di metterci la faccia? Quale cambiamento di modello di sviluppo può mai arrivare da chi sta zitto davanti a tutto ciò anteponendo il proprio tornaconto elettorale alla necessità di dichiarare da che parte stare? Un brutto schiaffo anche per i giovani e la loro educazione. Già perché lo spettacolino loro offerto è quello di un loro leader pop che schiaccia come formiche, con grande rispetto per costoro, le ragioni ambientaliste. Hanno imparato che i vincenti sono quelli che alzano la voce, insultano e sono ricchi e gli altri sono perdenti: tanto vale stare con i vincenti. E dire che proprio qualche giorno prima di tutto ciò (8 agosto su la Repubblica), in risposta a un mega appello di alcuni ecoscienziati, nove sindaci smart si sono riempiti la bocca dicendo che occorrono politiche coraggiose. Ecco la spiaggia dove mostrare il vostro coraggio. È qui che serve, ma nessuno ce l’ha messo. Temo perché non gli convenga o, diranno loro, non gli compete rifugiandosi dietro la foglia di fico della burocrazia delle competenze che un attimo prima loro stessi contestavano perché gli lega le mani. Ed è la convenienza egoista il motore di tutta questa vicenda, uno dei pilastri del pensiero consumistico che ovviamente è disinteressato ai beni comuni, alla cosa di tutti, alla natura come bene universale. A cui piace la secessione, l’autonomia differenziata, la flat tax e cose del genere. Ed è questo accettare silenziosamente la convenienza come principio su cui poggiare un progetto di democrazia che dovrebbe ancor più farci andare su tutte le furie. Si fa quel che conviene in funzione di un profitto personale. Se a uno conviene star zitto in previsione di un proprio vantaggio politico, sta zitto e rinuncia a fare il politico. Se uno vuol fare il botto con i concerti e sceglie di farli “diversi” perché gli conviene, lo fa. E questo virus della convenienza egoistica che non riconosce limiti né nell’interesse comune né men che meno nell’interesse ecologico è una patologia grave di questo tempo e non certo un pilastro di cui andare fieri.

Vengo ora, pur in breve, alla replica di Jovanotti su La Stampa (11 agosto) perché anche qua ci sono passaggi inaccettabili, oltre a un tono arrogante e accusatorio (si veda il Ps), che rischiano di passare non solo per normali ma addirittura per giusti ed ecologici, piegando ovviamente il concetto di ecologia all’interesse di pochi o svilendolo a una buona azione green. Va da sé, come ho già detto, che la replica inizia proprio affermando di non volersi pentire per le affermazioni precedenti.

Concentriamoci su un paio di “argomenti ecologici” che il Jova usa. A un certo punto, per auto approvarsi, dice che le spiagge selezionate per i concerti sono quelle “dove le ruspe ci passano quasi tutte le mattine da maggio a ottobre”, non rendendosi conto di almeno due cose. La prima è che le ruspe non dovrebbero proprio passarci sulle spiagge perché danneggiano un ecosistema delicato, torturandolo solo a fini commerciali e speculativi, quelli degli stabilimenti balneari, peraltro, spesso inaccessibili alle fasce più deboli (e tema esplosivo per i governi). La seconda, forse più grave, è che la premessa di un danno o di un uso non ecologico diviene il lasciapassare incontrovertibile per un ulteriore uso non ecologico, e questo è il principio di ogni fine delle tutele (peraltro il divo pop sta dicendo, senza rendersi neppur conto, che i concerti impattano eccome). Jovanotti sta usando la teoria del vetro rotto a suo vantaggio: laddove tutto è eccezionalmente bello (lui cita la spiaggia di Budelli) allora lasciamo così, laddove c’è qualche danno, allora tanto vale aggiungerne altri. Ma è pazzesco. Bisognerebbe ragionare al contrario: dove la natura è compromessa, soccorriamola per ripristinare le sue migliore condizioni. E dove sta bene, eleviamo le tutele affinché non venga in mente a qualcuno di fare cose “pazze”.

Lasciar correre questo uso e abuso della teoria del vetro rotto da parte di un influencer come Jova significa poi ritrovarci i suoi effetti altrove e ovunque: se la periferia è brutta, possiamo farci una discarica; se un campo è abbandonato, possiamo asfaltarlo; se un bosco è stato danneggiato, possiamo abbatterlo; se un campo è piccolo, possiamo cementificarlo. Insomma le vittime non meritano più cure ma ancor più danni. Capite il disastro culturale? Vi è un altro passaggio grave tra i tanti. Jovanotti chiude poi il suo articolo invitando Tozzi a prendere una birra al suo concerto. Una specie di fine a taralluci e vino. Così Tozzi si potrà rendere conto che usano contenitori “compostabili”. Ed ecco un’altra follia culturale che passa per normale e anzi fa dell’uomo qualunque un eroe ecologico: basta fare la raccolta differenziata, usare un bicchiere compostabile e il nostro “dovere” ambientale lo abbiamo fatto, l’assoluzione è ottenuta. Non solo: la questione culturale si schiaccia di nuovo su un oggetto che incorpora una prestazione ambientale trasferendo così al suo utilizzatore una sorta di patente da buon ambientalista. Sappiamo che non è così, ovviamente. Questa non è che una neo frontiera del consumismo che si veste di verde e continua a non cambiare il modo di pensare noi stessi sul pianeta. Ridurre l’ambientalismo al bicchiere compostabile è puro pensiero ecologista superficiale, direbbe Arne Naess, teorico dell’ecologia profonda.

Non ci rendiamo conto, e di nuovo mi rivolgo all’inaccettabile silenzio dei politici, che queste risposte da parte di persone influenti hanno gravissime ricadute sulle persone e non ci fanno cambiare, ma anzi irrobustiscono la nostra spocchia di sapiens dominanti che tutto possono fare e hanno diritto di fare in perfetto stile “pago pretendo”. Penso a quanto degli sforzi immensi dei nostri insegnanti vengono bruciati dalla risposta di Jovanotti, laddove nelle classi spiegano con fatica la natura e il suo rispetto, ancor più quando è già compromessa e degradata. Ma penso, purtroppo, che tutta questa vicenda, oltre a mettere in mostra la miseria di chi ha un ruolo pubblico e di rappresentanza e tace, mostra ancora una volta che la nostra cultura ecologica è fragile e basta poco a spazzarla via. Se nessuno fiata, non rilevando in questa vicenda un profilo di gravità, forse è proprio perché non abbiamo gli strumenti per riconoscere a sufficienza cosa è un ecosistema e quali danni si generano deturpandolo. Pensate che bello sarebbe stato e sarebbe, sentire i leader dei partiti in lizza per la prossima legislatura dire a gran voce (e riempire una pagina di giornale) che verranno quintuplicati gli investimenti in cultura, ricerca e soprattutto in divulgazione ambientale. Ma nessuno dice questo sebbene tutti si siano accodati a piangere, giustamente, la scomparsa di Piero Angela, grandissimo divulgatore. Peccato che nessun programma politico preveda uno straccio di investimento nella divulgazione scientifica (men che meno nella formazione ecologica di aspiranti politici): probabilmente basta mettere dei bicchieri compostabili alla Camera e al Senato e fare così di un Parlamento un ecoParlamento. E vissero tutti felici e contenti: loro, non l’ambiente, non gli altri.

 

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

 

da qui

martedì 9 novembre 2021

64 anni fa Laika moriva nello spazio

 

Il 3 novembre 1957 una cagnolina randagia catturata per le strade di Mosca, un esserino di 3 anni e appena sei chilogrammi di peso chiamato Laika, veniva lanciata nello spazio a bordo della navicella spaziale Sputnik 2 e moriva di terrore in solitudine dentro un minuscolo abitacolo.

Come sempre, Veganzetta vuole ricordarla in quanto vittima di un’ingiustizia assoluta.
La triste storia di Laika condannata a morire sola, prigioniera, lontanissima fisicamente da noi Umani e dalla Terra, rappresenta davvero il simbolo di ciò che facciamo subire agli altri Animali quotidianamente. C’è un briciolo di Laika in ogni Animali che soffre a causa nostra: nei suoi occhi che incrociano i nostri, nei suoi pensieri indubbiamente migliori dei nostri. Così come c’è qualcosa di lei in tutto ciò che tentiamo di fare per porre fine all’orrore dello sfruttamento animale. E’ anche per tale motivo che il lavoro di Veganzetta è dedicato alla sua memoria.

Ciao Laika.


da qui

 



domenica 12 giugno 2016

Meat is murder - The Smiths (non guardino le anime sensibili)



Meat Is Murder

Heifer whines could be human cries
Closer comes the screaming knife
This beautiful creature must die
This beautiful creature must die
A death for no reason
And death for no reason is MURDER
And the flesh you so fancifully fry
Is not succulent, tasty or kind
It's death for no reason
And death for no reason is MURDER
And the calf that you carve with a smile
Is MURDER
And the turkey you festively slice
Is MURDER
Do you know how animals die ?
Kitchen aromas aren't very homely
It's not "comforting", cheery or kind
It's sizzling blood and the unholy stench
Of MURDER
It's not "natural", "normal" or kind
The flesh you so fancifully fry
The meat in your mouth
As you savour the flavour
Of MURDER
NO, NO, NO, IT'S MURDER
NO, NO, NO, IT'S MURDER
Oh ... and who hears when animals cry ?


La carne è omicidio
I muggiti dei vitelli potrebbe essero lacrime umane
Il coltello urlante si fa sempre più vicino
Queste bellissime creature devono morire
Queste bellissime creature devono morire
Una morte senza motivo
E la morte senza motivo è OMICIDIO
E la fettina che friggi con tanta fantasia
Non è succulente, gustosa o generosa
E' morte senza motivo
E la morte senza motivo è OMICIDIO
E il vitello che tagli con un sorriso
è OMICIDIO
E il tacchino che affetti allegramente
è OMICIDIO
Sai come muoiono gli animali?
Gli aromi da cucina non sono così genuini
Non è confortante, vivace e generoso
E' sangue che frigola e la terribile puzza
Dell'OMICIDIO
Non è naturale, normale o generosa
La fettina che friggi con tanta fantasia
La carne nella tua bocca
Come se assapori il gusto
Dell'OMICIDIO
NO, NO, NO, E' OMICIDIO
NO, NO, NO, E' OMICIDIO
Oh... e chi ascolta gli animali piangere?

domenica 2 agosto 2015

Kodaikanal Won't - Sofia Ashraf



Kodaikanal era conosciuta come la ‘principessa’ delle ‘hill station’ (cioè i luoghi di villeggiatura in montagna).
Si tratta di un luogo paradisiaco a 2mila metri sopra il livello del mare, nello stato del Tamil Nadu (India meridionale).
Nel 1982, la famosa multinazionale Unilever ha stabilito uno stabilimento per la produzione di termometri a mercurio proprio qui.
A causa dei rifiuti del processo di produzione, Unilever ha provocato un’enorme contaminazione da mercurio nella zona.
L’avvelenamento da mercurio Kodaikanal è un caso molto conosciuto di inquinamento tossico.
L’abuso ambientale è stato talmente grave da costringere la stessa azienda a chiudere nel 2001.
Alti livelli di mercurio tossico sono ancora presenti nella vegetazione e nei sedimenti nella zona circostante alla ex-fabbrica.
Secondo i rapporti scientifici, “il mercurio ha la tendenza ad accumularsi nel corpo ed i sintomi reali degli effetti possono manifestarsi decenni dopo l’esposizione.”
Anche ora, anni dopo la chiusura, la lotta per rendere giustizia ai lavoratori continua.
Giustizia che quando arriverà sarà comunque troppo tardi, ma l’attivismo del popolo non demorde.
Sofia Ashraf, musicista indiana (di Chennai), ha composto un rap, un grido di battaglia feroce, a sostegno della causa, sollecitando Unilever a ripulire il ‘casino’ che ha combinato 




domenica 11 gennaio 2015

Asini cantati in poesia

Un prato, un asinello – Franco Marcoaldi

È un sogno che coltivo da tempo
immemorabile: prendermi
un asinello e piazzarlo sopra
il prato. Giusto per omaggiarlo:
sgravato da ogni impegno,
privato di ogni soma, dolcissimo
asinello da sempre maltrattato.
Dell’asino mi incantano la mitezza
e la pazienza, l’occhio umido
e dolce illuminato a tratti
da lampi di furbizia,
l’endurance millenaria
travestita da mestizia.
Un giorno a Addis Abeba
ce n’erano a decine che privi
di padrone correvano
da soli con fare indaffarato.
Svolgevano – mi dissero – la funzione
del postino: mai un pacco
andato perso, tutto recapitato.
Io non avevo dubbi: ché l’asino
è preciso, assennato,
intelligente; e svolge sempre
al meglio l’impegno che l’attende.
Per questo nei miei sogni penso
a un asinello che a nome della specie
sia premiato: non dovrà fare niente,
se ne starà tranquillo a rimirare
il mondo sopra un immenso prato.


Preghiera per andare in paradiso con gli asini - Francis Jammes

Quando tempo sarà di ritornare a voi, mio Dio,
vorrei splendesse un giorno di siepi polverose.
Sceglierei, come in terra, una strada ove andare
a mio talento, divagando, verso
il vostro paradiso straripante
di stelle in pieno giorno.

Col mio bastone andrò lungo la via maestra
e agli asini dirò, miei grandi amici:
io sono Francio Jammes e vado in Paradiso,
ché non c’è inferno al paese di Dio.
Dirò: del cielo azzurro
soavi amici venite, accompagnatemi,
povere bestie che girando il muso
o con colpi di orecchie vi schermite
dalle mosche avide, da frustate e api.

Che vi compaia innanzi a tutte quelle bestie
che amo perché abbassano la testa
dolcemente, e fermandosi congiungono
dignitosi e strazianti i piccoli piedi.
Mi seguiranno migliaia di orecchie:
di chi portò pesanti bigonce appese ai fianchi
o tirò il carrozzone ai saltimbanchi
o trabiccoli in latta e pennacchi,
e altri che gravarono acciaccati bidoni,
asine che zoppicarono, più gonfie di palloni,
e altri che coprivano cenciosi mutandoni
per vie di piaghe gocciolanti, livide,
in un cerchio di mosche testarde.
Con questi asini, Dio, fate che a voi ritorni.
E che in pace profonda angeli ci conducano
verso ruscelli ombrosi, e ridano ciliegie
più lisce della guancia alle fanciulle,
fate che in quel reame delle anime,
curvo sull’acqua sacra io stia come gli asini
a contemplare l’umile, la dolce povertà
nell’amoroso cerchio della vostra eternità.

 Sarchiapone e Ludovico - Totò

Teneva diciott'anne Sarchiapone,                           
era stato cavallo ammartenato,
ma... ogne bella scarpa nu scarpone
addeventa c' 'o tiempo e cu ll'età .
Giuvinotto pareva n'inglesino,
uno 'e chilli cavalle arritrattate
ca portano a cavallo p' 'o ciardino
na signorina della nobiltà.
Pronto p'asc'i sbatteva 'e ccianfe 'nterra,
frieva, asceva 'o fummo 'a dint' 'o naso,
faville 'a sotto 'e piere, 'o ffuoco! 'A guerra!
S'arrevutava tutt' 'a Sanità.
Ma... ogni bella scarpa nu scarpone
c' 'o tiempo addeventammo tutte quante;
venette pure 'o turno 'e Sarchiapone.
Chesta è la vita! Nun ce sta che ffà .
Trista vicchiaja. Che brutto destino!
Tutt' 'a jurnata sotto a na carretta
a carrià lignammo, prete, vino.
"Cammina, Sarchiapò ! Cammina, aah!".
'0 carrettiere, 'nfamo e disgraziato,
cu 'a peroccola 'nmano, e 'a part' 'o gruosso,
cu tutt' 'e fforze 'e ddà sotto 'o custato
'nfaccia 'a sagliuta p' 'o fà cammenà.
A stalla ll'aspettava Ludovico,
nu ciucciariello viecchio comm' a isso:
pe Sarchiapone chisto era n'amico,
cumpagne sotto 'a stessa 'nfamità.
Vicino tutt' 'e ddute: ciuccio e cavallo
se facevano 'o lagno d' 'a jurnata.
Diceva 'o ciuccio: "I' nce aggio fatto 'o callo,
mio caro Sarchiapone. Che bbuò fà ?
lo te capisco, tu te si abbeluto.
Sò tutte na maniata 'e carrettiere,
e, specialmente, 'o nuosto,è 'o cchiù cornuto
ca maie nce puteva capità.
Sienteme bbuono e vide che te dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mm' he a credere... parola 'e Ludovico,
ca mm' è venuto 'o schifo d' 'o ccampà.
Nuie simmo meglio 'e lloro, t' 'o ddico io:
tenimmo core 'mpietto e sentimento.
Chello ca fanno lloro? Ah, no, pe ddio!
Nisciuno 'e nuie s' 'o ssonna maie d' 'o ffà.
E quanta vote 'e dicere aggio 'ntiso:
"'A tale ha parturito int' 'a nuttata
na criatura viva e po' ll'ha accisa.
Chesto na mamma ciuccia nun 'o ffà !".
"Tu che mme dice Ludovico bello?!
Overo 'o munno è accussi malamente?".
"E che nne vuo sapè , caro fratello,
nun t'aggio ditto tutta 'a verità.
Tu si cavallo, nobile animale,
e cierti ccose nun 'e concepisce.
I' so plebbeo e saccio tutt' 'o mmale
ca te cumbina chesta umanità ".
A sti parole 'o ricco Sarchiapone
dicette: "Ludovì , io nun ce credo!
I' mo nce vò , tenevo nu padrone
ch'era na dama, n'angelo 'e buntà.
Mm'accarezzava comm'a nu guaglione,
mme deva 'a preta 'e zucchero a quadrette;
spisse se cunzigliava c' 'o garzone
(s'io stevo poco bbuono) ch' eva fà ".
"Embè ! - dicette 'o ciuccio - Mme faie pena.
Ma comme, tu nun l'he capito ancora?
Si, ll'ommo fa vedè ca te vò bbene
è pe nu scopo... na fatalità.
Chi pe na mano, chi pe n'ata mano,
ognuno tira ll'acqua al suo mulino.
So chiste tutte 'e sentimente umane:
'a mmiria, ll'egoismo, 'a falsità.
'A prova è chesta, caro Sarchiapone:
appena si trasuto int' 'a vicchiaia,
pe poche sorde, comme a nu scarpone,
t'hanno vennuto e si caduto ccà.
Pe sotto a chillu stesso carruzzino
'o patruncino tuio n'atu cavallo
se ll' è accattato proprio stammatina
pe ghi currenno 'e pprete d' 'a città ".
'0 nobbile animale nun durmette
tutt' 'a nuttata, triste e ll'uocchie 'nfuse,
e quanno avette ascì sott' 'a carretta
lle mancavano 'e fforze pe tirà .
"Gesù , che delusione ch'aggio avuto!"-
penzava Sarchiapone cu amarezza.
"Sai che ti dico? Ll'aggia fa fernuta,
mmiezo a sta gente che nce campo a ffà ?"
E camminanno a ttaglio e nu burrone,
nchiurette ll'uocchie e se menaie abbascio.
Vulette 'nzerrà 'o libbro Sarchiapone,
e se ne jette a 'o munno 'a verità.


Aveva diciotto anni Sarchiapone
era stato cavallo spavaldo
ma ogni bella scarpa uno scarpone
diventa col tempo e con l'età.
Giovanotto sembrava un inglesino
uno di quei cavalli ritratti
che portano a cavallo per il giardino
una signorina della nobiltà.
Pronto per uscire, sbatteva le zampe in terra
mordeva il freno, usciva fumo dalle nari
scintille sotto i piedi, il fuoco! La guerra!
Si rivoltava tutto il rione Sanità.
Ma ogni bella scarpa uno scarpone
col tempo diventiamo tutti quanti,
e venne pure il turno di Sarchiapone.
Questa è la vita! Non c'è niente da fare.
Triste vecchiaia. Che brutto destino!
Tutta la giornata sotto a un carretto
a caricare legname, pietre, vino.
Cammina Sarchiapò, cammina!
Il carrettiere, infame e disgraziato
col bastone in mano dalla parte grossa
con tutte le forze lo dava sotto al costato
davanti alla salita per farlo camminare.
Nella stalla l'aspettava Ludovico
un somarello vecchio come lui:
per Sarchiapone questi era un amico,
compagno sotto la stessa infamità.
Vicini tutti e due, asino e cavallo
si facevano le lagne della giornata.
Diceva il somarello: "Io ci ho fatto il callo
mio caro Sarchiapone, che vuoi fare?
Io ti capisco, tu ti sei avvilito.
Sono tutti una masnada i carrettieri,
e specialmente il nostro è il più cornuto
che mai ci potesse capitare.
Ascoltami bene quello che ti dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mi devi credere, parola di Ludovico
che mi è venuto lo schifo di vivere.
Noi siamo meglio di loro, te lo dico io
abbiamo il cuore in petto e il sentimento.
Quello che fanno loro? A no per Dio!
Nessuno di noi si sogna mai di farlo.
E quante volte ho sentito dire:
"La tale ha partorito in nottata
una creatura viva e poi l'ha uccisa.
Questo una mamma asinella non lo fa!"
"Tu cosa mi dici Ludovico bello?
Davvero ilo mondo è così cattivo?
"E cosa vuoi sapere, caro fratello
e non ti ho detto tutta la verità!"
Tu sei un cavallo, nobile animale
e certe cose non le concepisci.
Io sono plebeo e conosco tutto il male
che ti combina questa umanità"
A queste parole il ricco Sarchiapone
disse: "Ludovì, io non ci credo!
Io non voglio, io avevo una padrona
che una dama, un angelo di bontà.
Mi accarezzava come fossi un bambino
me dava lo zucchero a quadretti
spesso si consigliava col garzone
su come fare se stavo poco bene!"
Embè, disse l'asino, mi fai pena.
Ma come, non l'hai ancora capito?
Se l'uomo fa vedere che ti vuole bene
è per uno scopo, una fatalità.
Chi da una parte, chi dall'altra
ognuno tira l'acqua al suo mulino.
Sono questi tutti i sentimenti umani:
l'invidia, l'egoismo la falsità.
La prova è questa, caro Sarchiapone:
appena sei invecchiato
per pochi soldi, come uno scarpone.
ti hanno venduto e sei finito quà.
Sotto a quello stesso carrozzino
il padroncino tuo ha attaccato
un'altro cavallo, proprio stamattina
e ci corre fra le pietre della città.
Il nobile animale non dormì
tutta la notte, triste, con gli occhi umidi,
e quando dovette uscire sotto al carretto
gli mancavano le forse per tirarlo.
Gesù che delusione che ho avuto!
pensava Sarchiapone con amarezza.
Sai che ti dico? La voglio fare finita
in mezzo a questa gente cosa vivo a fare?
E camminando sul bordo del burrone
chiudette gli occhi e si buttò di sotto.
Volle chiudere il libro, Sarchiapone
e se ne andò nel mondo della verità!
da qui

qui recitata da Totò:




A Un Asino – Giosuè Carducci

Oltre la siepe, o antico pazïente,
De l'odoroso biancospin fiorita,
Che guardi tra i sambuchi a l'orïente
Con l'accesa pupilla inumidita? 

Che ragli al cielo dolorosamente?
Non dunque è amor che te, o gagliardo, invita?
Qual memoria flagella o qual fuggente
Speme risprona la tua stanca vita? 

Pensi l'ardente Arabia e i padiglioni
Di Giob, ove crescesti emulo audace
E di corso e d'ardir con gli stalloni? 

O scampar vuoi ne l'Ellade pugnace
Chiamando Omero che ti paragoni
Al telamonio resistente Aiace? 



In lode dell’Asino – Giordano Bruno

O sant'asinità, sant'ignoranza,
Santa stolticia e pia divozione,
Qual sola puoi far l'anime sì buone,
Ch'uman ingegno e studio non l'avanza;
Non gionge faticosa vigilanza
D'arte qualunque sia, o 'nvenzione,
Né de sofossi contemplazione
Al ciel dove t'edifichi la stanza.
Che vi val, curiosi, il studiare,
Voler saper quel che fa la natura,
Se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
Ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare,
Aspettando da Dio la sua ventura.
Nessuna cosa dura,
Eccetto il frutto de l'eterna requie,
La qual ne done Dio dopo l'essequie.




mercoledì 30 luglio 2014

ci sono dei killer che praticano la caccia al lupo




Soltanto un paio di giorni fa è avvenuto l'ennesimo atto criminale ai danni di un presunto lupo lasciato senza vita e con le zampe legate nel paese di Semproniano.  Sono in corso le analisi per stabilire con certezza la specie di appartenenza dell'animale.  L'attività del Corpo forestale dello Stato è stata intensificata da quando si sono verificate le uccisioni, che dallo scorso dicembre ammontano a sette. L'incontro tra i vertici della Forestale toscana e il sindaco dell'ultimo Comune interessato è necessario per mettere a punto le migliori strategie a tutela della fauna selvatica e per individuare gli autori e mandanti delle uccisioni, nonché le cause scatenanti di un fenomeno che per la sua serialità potrebbe rientrare in un preciso disegno criminoso.
Intanto sull'assassino seriale di lupi in Maremma interviene anche il Wwf.  "Il lupo fatto trovare in piazza nel paesino di Semproniano, nella alta maremma toscana, è solo l'ultimo atto di bracconaggio registrato in ordine temporale in una guerra senza quartiere che va avanti dall'Aspromonte alle Alpi con tagliole, veleni e armi da fuoco", denuncia l'organizzazione del Panda. 

Mettiamo a disposizione una ricompensa di 5.000 € per chi fornirà informazioni utili ad identificare i responsabili della morte del lupo ucciso ieri a Semproniano (Grosseto), e di qualunque altro dei lupi e canidi uccisi con lacci, fucilate e bastonate da marzo 2013 ad oggi in provincia di Grosseto.

11 gli animali uccisi finora: un triste record di livello nazionale. Uccisioni punibili in base all’articolo 544-bis del Codice penale con la reclusione fino a due anni, e che possono anche configurare il reato di furto venatorio.La gravissima situazione che si sta verificando in Maremma, con una simile scia di crimini seriali nei confronti degli animali, non ha finora portato, purtroppo, a nessuna imputazione. Né si è a conoscenza dello sviluppo delle indagini in merito. Per questo, scriveremo al Procuratore Capo della Repubblica di Grosseto, sollecitando un’azione investigativa che permetta di mettere fine a una strage che si sta portando avanti con modalità da crimine organizzato da parte di ignoti.