domenica 19 luglio 2026
sabato 20 giugno 2026
Vasco Rossi a Olbia. La ribellione addomesticata nell’isola-colonia - Cristiano Sabino
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che si è acceso attorno al concerto di Vasco Rossi a Olbia. Non riguarda semplicemente la musica, il gusto o l’estetica. Riguarda piuttosto il ruolo politico della cultura di massa dentro una società coloniale come quella sarda.
Quando si
critica Vasco Rossi, la reazione è quasi sempre la stessa: “non capisci la sua
arte”, “non cogli la sua filosofia nichilista”, addirittura “non hai empatia
perché non cogli l’universale che unisce tre generazioni”. Ma è proprio qui il
punto: comprendere perfettamente quella funzione unificante significa anche
smascherarne la natura ideologica.
Perché ciò
che viene venduto come ribellione è, in realtà, una forma di trasgressione
innocua, anzi perfettamente compatibile con l’ordine esistente. E ciò vale
tanto più in Sardegna dove la musica, l’arte e in generale l’intrattenimento
svolgono una funzione precisa.
Degna di
nota è inoltre la presa di posizione di Vasco Rossi sul genocidio palestinese,
rilanciata con un’intervista a tutto campo anche da quella che viene presentata
come stampa “autorevole”, come il Corriere della Sera (qui). Il post risale al 2024. In un
momento storico in cui a Gaza si consumava un massacro sotto gli occhi del
mondo con la piena e documentata complicità dell’occidente collettivo e della
UE, la voce del “ribelle” si è espressa in questi termini: rifiuto di
schierarsi, invocazione generica della pace, appello alla soluzione “due popoli
due stati”, condanna indistinta degli estremismi. Praticamente le frasi fatte
che si possono sentire nei peggiori bar sport!
Una
posizione che, lungi dall’essere scomoda e critica, coincide perfettamente con
il qualunquismo e il suprematismo dominante.
Perché si
capisca cosa voglio dire sarà meglio riportare il post integrale (nell’articolo
del CorSera c’è il link al post di Rossi sulla Palestina):
“Sarebbe
facile per me oggi scrivere Freeee Palestine
Ma io non sono facile… Sono semplice… Ma non facile.
Sarebbe facile e sarebbe anche un po’ alla moda di questi tempi
ma io non sono mai stato alla moda
sono sempre andato controcorrente.
sarebbe anche facile perché mi sentirei schierato dalla parte
giusta
..la parte dei più deboli.
Come non esserlo oggi!
Ma io lo sono… Lo sono sempre stato…
Non ho bisogno di dimostrarlo oggi.
Di fronte alla tragedia che sta succedendo a Gaza
(siamo tutti atterriti dai bombardamenti sui civili e ovviamente
come minimo solidali con le sofferenze del popolo palestinese chiediamo tutti
che vengano immediatamente sospesi)
ciò detto la faccenda è un po’ più complessa di come le fate voi…
E io non riesco a schierarmi da una parte o dall’altra… Come fanno
molti dalle loro comode poltrone.
Io se mi schiero vado a combattere, altrimenti sto zitto o meglio
rimango ammutolito di fronte a orrori di questo genere!
IO SONO PER LA PACE
Per 2 popoli 2 stati !
Credo che gli “estremisti”
di tutte le specie
siano la rovina dell’umanità.
Credo nella reciprocità!
“Reciproca Convenienza
reciproco rispetto “
Io non mi faccio condizionare dal bombardamento
televisivo dei mezzi di comunicazione di massa sulle catastrofi e
le tragedie del “giorno” o del “momento “!
Io mi guardo intorno
leggo qualche libro
approfondisco gli argomenti
Abito nel mio mondo
cerco di fare la cosa giusta
qui e adesso!
Non ho mai sopportato
i rivoluzionari da salotto
che invadono le piazze
e infestano il web.
Io vado a combattere
sul campo le mie guerre.
E sempre
in direzione ostinata e contraria.
V.K.
Ps: Senza offesa per coloro
che scendono in piazza per manifestare i propri diritti o la
propria solidarietà alle popolazioni che soffrono le terribili conseguenze di
tutte le guerre”.
Dire che “la
guerra è brutta” non disturba nessuno. Non nomina i responsabili. Non prende
parte. Non comporta alcun rischio. È la stessa posizione che può essere
sottoscritta da un editorialista qualunque espresso dall’apparato
militare-industriale, da un rappresentante governativo che non può contrapporsi
a Washington e Tel Aviv, cioè alle centrali dell’imperialismo e del
colonialismo contemporaneo.
Intendiamoci,
è legittimo andare a vedere un concerto di Vasco, come è legittimo apprezzare
la sua arte. Il problema non è il Vasco cantautore o la sua capacità
carismatica. Mi spaventa il suo fun club sardo che lo scambia per un leader
trascinatore di folle, per un punto di riferimento sociale, per un’icona
ribelle.
Il problema
non è Vasco Rossi in quanto individuo o come artista. Il problema è la funzione
simbolica che incarna e l’insieme di proiezioni politiche o pseudo tali che
intercetta..
C’è una
differenza radicale tra parlare di libertà in astratto e schierarsi quando la
libertà viene negata. Tra cantare la ribellione e praticarla. Tra evocare un
disagio esistenziale e analizzarne le cause materiali.
E hanno
torto anche quelli che dichiarano di separare arte e politica. In Sardegna non
possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di una cultura impegnata e organica
alle necessità di riscatto dei sardi. Non dico solo di cultura ingaggiata
politicamente, ma nemmeno solo di big stranieri che vengono, si esibiscono
senza sapere nulla del luogo e della comunità che li ospita e vanno via senza
lasciare nulla.
Tornando a
Vasco e ai suoi presunti contenuti culturali, addirittura filosofici, dobbiamo
concludere che il “nichilismo filosofico” di Vasco Rossi è un nichilismo senza
conseguenze. Parafrasando il fondatore del nichilismo Friedrich Nietzsche si
tratta di un “nichilismo di comodo”. Ammesso e non concesso che a proposito del
repertorio di Rossi si possa parlare di “nichilismo”, al contrario del
nichilismo nietzschiano Rossi non mette mai in discussione i rapporti di
potere, le verità costituite, non interroga il sistema, non produce critica
reale. Funziona come valvola di sfogo, non come strumento di critica.
Ed è proprio
per questo che riesce a “unire tre generazioni”: perché non costringe nessuna
di esse a posizionarsi, a maturare una scelta.
Dentro
questo quadro, il concerto di Olbia assume un significato che va oltre l’evento
musicale. In una Sardegna trasformata sempre più in piattaforma energetica,
base militare, luogo di produzione di bombe e droni killer e spazio di consumo
turistico, la grande industria culturale svolge un ruolo preciso: produrre
consenso, neutralizzare il conflitto, offrire un immaginario di ribellione che
non mette mai in discussione la condizione della Sardegna perfettamente inserita
nel sistema di dominio coloniale occidentale (come strumento di produzione e
come oggetto di sfruttamento coloniale).
Si tratta
dello stesso meccanismo che vediamo all’opera in politica ad ogni tornata
elettorale, quando vengono costruite figure apparentemente antisistema che, nei
fatti, garantiscono la continuità dell’ordine esistente.
Per questo
la questione non è “ascoltare o non ascoltare” Vasco Rossi (io personalmente
quando capita alla radio cambio stazione!). Ognuno è libero di fare ciò che vuole
e di spendere i propri soldi acquistando i biglietti dei concerti che più gli
piacciono. Il punto è smettere di proiettare su figure del genere valori che
non incarnano.
Perché
continuare a credere nella ribellione addomesticata è esattamente ciò che consente
al sistema di perpetuarsi senza essere davvero messo in discussione.
E in una
terra colonizzata come la Sardegna, questo non è un dettaglio di costume: è un
nodo politico centrale, anche perché qui si aprirebbe il tema “grandi eventi
musicali” spesso agitato dall’artista e amico fraterno Alisandru Sanna ak
Quilo, ma questo meriterebbe una riflessione a parte!
martedì 21 gennaio 2025
giovedì 2 novembre 2023
venerdì 3 marzo 2023
La gatta furba (Nel mio giardino) - Dario Fo, Fiorenzo Carpi
venerdì 11 novembre 2022
Avremmo preso l’ergastolo - Don Pasta
I Sud Sound system avrebbero preso l’ergastolo negli anni ’90 se si contano tutte le dance-hall che organizzarono. E il Salento, dove tutti vogliono andare, di destra e di sinistra, ricchi e poveri, anziani e giovani, non sarebbe mai esistito.
Ma partiamo dagli inizi. Era il 1990 o giù di lì e io avevo 18 anni. In
Salento non c’era nulla che succedesse, eravamo una terra di frontiera, senza
turismo. Una terra di sud come tutte le altre, abbandonata dallo
Stato, con una regione allo sbando, con la Sacra Corona Unita a controllare il
territorio e la Democrazia Cristiana e la chiesa a controllare i comportamenti
collettivi e individuali.
C’era anche un altro aspetto, dalle radici più profonde: si ometteva la
storia di quel luogo, il tarantismo, il mondo rurale, la cultura orale. Tutto
doveva scomparire, perché la modernità potesse diventare imperante.
Così si cresceva senza consapevolezza, con un abusivismo diffuso, una
collusione pregnante e una smemoratezza collettiva. Era il modello
prestabilito, che funzionava in qualche altra parte di sud. Poi successe
qualcosa di inspiegabile.
Dei ragazzi di paese iniziarono a fare dei rave. In Salento si
chiamano dance-hall, anche perché la musica che si ascoltava era di origine
giamaicana. Aggiungo anche che erano rave senza scopo di lucro, non c’era
vendita di bevande alcoliche né di droghe pesanti, che poco avevano a che fare
con il ritmo in levare e con lo spirito di quelle feste.
In cosa consistevano? Si sceglieva un posto isolato, generalmente una spiaggia,
si portavano a mano e con immensa fatica le casse del sound system, si mandava
l’informazione in giro, la gente veniva e ascoltava i Sud Sound System
improvvisare in dialetto su basi giamaicane di raggamuffin.
Successe che quel gesto, deliberatamente selvaggio e illegale, fosse il più
grande gesto d’amore per la nostra terra. Perché erano parole di pace in
tempo di guerre di mafia, di rispetto della cultura tradizionale omessa
colpevolmente, era un messaggio ambientalista tra abusivismi, Ilva e Cerano.
In quel momento tutto cambiò. Cambiò l’idea stessa di identità
meridionale, quindi di cultura, di urbanismo, di turismo. Il Salento e
poi la Puglia divennero ciò che sono, uno dei casi più studiati al mondo di
marketing territoriale dal basso. Tutto grazie a un rave.
Con queste nuove leggi non sarebbe possibile immaginare una cosa del
genere. Che la ricostruzione e la rinascita di un luogo arretrato fosse
determinato dalla libera espressione giovanile, dalla ricerca musicale e il
confronto con la cultura underground mondiale, dalla necessità di conflitto con
un mondo opprimente, ingiusto, senza prospettive.
Perché in quegli anni rampanti, in cui tutto pareva andasse bene, la gente
si ammazzava per strada, l’abusivismo distruggeva le coste, e il pensiero
omologato ci faceva dimenticare radici preziose.
Forse è ciò che si vorrebbe fare ora, annichilire le energie vitali, i
pensieri ribelli, la fisiologica necessità di esprimersi. Questo è
probabilmente il dato più inquietante, forse anche più di quello prettamente
legale.
Non far credere che esista un altro modo di vivere se non quello prestabilito
dall’ordine e dalle regole sociali. Perché chi ha legiferato crede ancora che
quelle regole sociali possano essere ristabilite, come trenta, quarant’anni fa,
incuranti del fatto che il mondo sia andato avanti, le idee, le libertà, i
costumi, la musica.
La speranza è che le nuove generazioni trovino sempre il modo di
oltrepassare le consuetudini opprimenti. Il nostro dovere è vigilare, fare muro
a ogni legge ingiusta, che precluda la libertà espressiva e la libertà umana.
Che è l’unica cosa che permette a una società di progredire e come fu il caso
del Salento, di riscoprirsi piena di radici solide, grazie a dei giovani
ribelli e i loro rave.
Aggiungo, che sarebbe il caso, di fare un immenso corteo, con regolare permesso
a tutela della espressione del dissenso, con degli enormi sound system per le
strade delle nostre città.
Articolo pubblicato anche su il manifesto
domenica 21 agosto 2022
Gli insulti di Jovanotti alla cultura ecologica e il silenzio di convenienza della politica - Paolo Pileri
La vicenda dei concerti in
ecosistemi fragili conferma che in Italia se sei famoso, ricco e mobiliti
consensi di massa puoi fare quel che vuoi e il ceto politico resta a guardare.
Una questione grave, commenta il prof. Pileri, in un Paese che già umilia chi
si occupa di tutela e di divulgazione ambientale, salvo poi piangere Piero
Angela
Torno su uno
dei tanti fatti inaccettabili che stanno macchiando questa estate bollente: le
dichiarazioni di Jovanotti intorno al suo JovaBeachParty. Ci torno innanzitutto
perché non posso accettare di ricevere dell’”econazista” - io come tanti altri
che hanno “osato” sollevare dubbi- per di più nel bel mezzo di un tempo storico
dove le destre e i nostalgici del fascismo potrebbero prendere il potere e
farci tornare nel buio più buio. E non ci sto neppure a sopportare il silenzio
di quasi tutti i politici che occupano le prime pagine di social e
media i quali nulla dicono e han detto sull’accaduto, nulla sulle parole
impronunciabili rivolte agli attivisti ambientali e nulla sulle mancate scuse
da parte dell’artista pop a cui peraltro nessuno ha dato del “popnazista”.
Probabilmente hanno fatto i loro conti e sanno che a dire qualcosa ci si
potrebbe scottare e perdere molti voti. E così fan finta di niente e giocano la
carta colpevole dell’inazione, della bocca cucita: giusto per non sbagliare. E
invece sbagliano, eccome se sbagliano.
Per chi si è
perso i fatti, questi sono semplici. Un cantante vuole fare i suoi concerti
sulle spiagge italiane e li vuole fare pure sventolando ai quattro venti che
sono una esperienza green; un gruppetto di ambientalisti gli fa
notare che non è proprio così e che le coste sono ambienti fragili; e lui gli
scodella addosso, in men che non si dica, che sono degli econazisti; il 9
agosto interviene a loro difesa (e a difesa delle coste) Mario Tozzi sulle
pagine de La Stampa spiegando, pacatamente e con dati
scientifici alla mano, i danni che eventi del genere procurano, facendo anche
notare la sgradevole e irricevibile uscita con cui si è rivolto agli
oppositori; il Jova replica l’11 agosto dando le sue ragioni, sventolando
l’appoggio del Wwf e il fatto di aver tutti i permessi e che i ripristini che
farà renderanno addirittura migliori le spiagge oltre al fatto che nei suoi
concerti si fa educazione ambientale. E non si scusa affatto di aver detto
“econazisti” a chi ha sollevato ragionevoli dubbi (in un Paese che ad oggi è
ancora abbastanza democratico).
La questione
rimane quindi grave. Grave perché innanzitutto ci conferma che se in questo
Paese sei famoso, ricco e mobiliti consensi di massa, puoi fare quel che vuoi e
la politica sta a guardare. C’è chi si è fatto un vulcano nella propria villa,
chi se ne costruisce una sul mare e chi organizza i suoi concerti a pagamento
per sé sulle spiagge di tutti e della natura innanzitutto. Quindi la morale è:
se pago, se sono famoso, se sono ricco, posso pretendere e gli altri stiano
muti. Quel che è accaduto fa passare questo messaggio che è dannosissimo per la
cultura ecologica ma anche, attenzione, per quella democratica. Ed è su questo
punto scivoloso che dovrebbero intervenire la politica e i politici mettendoci
la faccia. Ma non mi pare sia accaduto.
Ho scorso i
siti dei principali partiti: nulla di nulla. Non vi sono state repliche
sui media. Nessun appoggio dai politicanti a Mario Tozzi. I neocandidati dei
Verdi, con il loro leader, non hanno neppur cinguettato un tweet.
Insomma, c’è uno che va sulle spiagge di mezza Italia sparando a zero su quelli
che non sono d’accordo e dandogli pure dei nazisti, seppur green, e
nessuno dei big democratici fiata? Evviva. Quale transizione
ecologica ci attende da costoro se nessuno di loro ha il coraggio di metterci
la faccia? Quale cambiamento di modello di sviluppo può mai arrivare da chi sta
zitto davanti a tutto ciò anteponendo il proprio tornaconto elettorale alla
necessità di dichiarare da che parte stare? Un brutto schiaffo anche per i
giovani e la loro educazione. Già perché lo spettacolino loro offerto è quello
di un loro leader pop che schiaccia come formiche, con grande
rispetto per costoro, le ragioni ambientaliste. Hanno imparato che i vincenti
sono quelli che alzano la voce, insultano e sono ricchi e gli altri sono
perdenti: tanto vale stare con i vincenti. E dire che proprio qualche giorno
prima di tutto ciò (8 agosto su la Repubblica), in risposta a un
mega appello di alcuni ecoscienziati, nove sindaci smart si
sono riempiti la bocca dicendo che occorrono politiche coraggiose. Ecco la
spiaggia dove mostrare il vostro coraggio. È qui che serve, ma nessuno ce l’ha
messo. Temo perché non gli convenga o, diranno loro, non gli compete
rifugiandosi dietro la foglia di fico della burocrazia delle competenze che un
attimo prima loro stessi contestavano perché gli lega le mani. Ed è la
convenienza egoista il motore di tutta questa vicenda, uno dei pilastri del
pensiero consumistico che ovviamente è disinteressato ai beni comuni, alla cosa
di tutti, alla natura come bene universale. A cui piace la secessione,
l’autonomia differenziata, la flat tax e cose del genere. Ed è
questo accettare silenziosamente la convenienza come principio su cui poggiare
un progetto di democrazia che dovrebbe ancor più farci andare su tutte le
furie. Si fa quel che conviene in funzione di un profitto personale. Se a uno
conviene star zitto in previsione di un proprio vantaggio politico, sta zitto e
rinuncia a fare il politico. Se uno vuol fare il botto con i concerti e sceglie
di farli “diversi” perché gli conviene, lo fa. E questo virus della convenienza
egoistica che non riconosce limiti né nell’interesse comune né men che meno
nell’interesse ecologico è una patologia grave di questo tempo e non certo un
pilastro di cui andare fieri.
Vengo ora,
pur in breve, alla replica di Jovanotti su La Stampa (11
agosto) perché anche qua ci sono passaggi inaccettabili, oltre a un tono
arrogante e accusatorio (si veda il Ps), che rischiano di passare non solo per
normali ma addirittura per giusti ed ecologici, piegando ovviamente il concetto
di ecologia all’interesse di pochi o svilendolo a una buona azione green. Va da
sé, come ho già detto, che la replica inizia proprio affermando di non volersi
pentire per le affermazioni precedenti.
Concentriamoci
su un paio di “argomenti ecologici” che il Jova usa. A un certo punto, per auto
approvarsi, dice che le spiagge selezionate per i concerti sono quelle “dove le
ruspe ci passano quasi tutte le mattine da maggio a ottobre”, non rendendosi
conto di almeno due cose. La prima è che le ruspe non dovrebbero proprio
passarci sulle spiagge perché danneggiano un ecosistema delicato, torturandolo solo
a fini commerciali e speculativi, quelli degli stabilimenti balneari, peraltro,
spesso inaccessibili alle fasce più deboli (e tema esplosivo per i governi). La
seconda, forse più grave, è che la premessa di un danno o di un uso non
ecologico diviene il lasciapassare incontrovertibile per un ulteriore uso non
ecologico, e questo è il principio di ogni fine delle tutele (peraltro il divo
pop sta dicendo, senza rendersi neppur conto, che i concerti impattano eccome).
Jovanotti sta usando la teoria del vetro rotto a suo vantaggio: laddove tutto è
eccezionalmente bello (lui cita la spiaggia di Budelli) allora lasciamo così,
laddove c’è qualche danno, allora tanto vale aggiungerne altri. Ma è pazzesco.
Bisognerebbe ragionare al contrario: dove la natura è compromessa,
soccorriamola per ripristinare le sue migliore condizioni. E dove sta bene,
eleviamo le tutele affinché non venga in mente a qualcuno di fare cose “pazze”.
Lasciar
correre questo uso e abuso della teoria del vetro rotto da parte di un influencer come
Jova significa poi ritrovarci i suoi effetti altrove e ovunque: se la periferia
è brutta, possiamo farci una discarica; se un campo è abbandonato, possiamo
asfaltarlo; se un bosco è stato danneggiato, possiamo abbatterlo; se un campo è
piccolo, possiamo cementificarlo. Insomma le vittime non meritano più cure ma
ancor più danni. Capite il disastro culturale? Vi è un altro passaggio grave
tra i tanti. Jovanotti chiude poi il suo articolo invitando Tozzi a prendere
una birra al suo concerto. Una specie di fine a taralluci e vino. Così Tozzi si
potrà rendere conto che usano contenitori “compostabili”. Ed ecco un’altra
follia culturale che passa per normale e anzi fa dell’uomo qualunque un eroe
ecologico: basta fare la raccolta differenziata, usare un bicchiere
compostabile e il nostro “dovere” ambientale lo abbiamo fatto, l’assoluzione è
ottenuta. Non solo: la questione culturale si schiaccia di nuovo su un oggetto
che incorpora una prestazione ambientale trasferendo così al suo utilizzatore
una sorta di patente da buon ambientalista. Sappiamo che non è così,
ovviamente. Questa non è che una neo frontiera del consumismo che si veste di
verde e continua a non cambiare il modo di pensare noi stessi sul pianeta.
Ridurre l’ambientalismo al bicchiere compostabile è puro pensiero ecologista
superficiale, direbbe Arne Naess, teorico dell’ecologia profonda.
Non ci
rendiamo conto, e di nuovo mi rivolgo all’inaccettabile silenzio dei politici,
che queste risposte da parte di persone influenti hanno gravissime ricadute sulle
persone e non ci fanno cambiare, ma anzi irrobustiscono la nostra spocchia di
sapiens dominanti che tutto possono fare e hanno diritto di fare in perfetto
stile “pago pretendo”. Penso a quanto degli sforzi immensi dei nostri
insegnanti vengono bruciati dalla risposta di Jovanotti, laddove nelle classi
spiegano con fatica la natura e il suo rispetto, ancor più quando è già
compromessa e degradata. Ma penso, purtroppo, che tutta questa vicenda, oltre a
mettere in mostra la miseria di chi ha un ruolo pubblico e di rappresentanza e
tace, mostra ancora una volta che la nostra cultura ecologica è fragile e basta
poco a spazzarla via. Se nessuno fiata, non rilevando in questa vicenda un
profilo di gravità, forse è proprio perché non abbiamo gli strumenti per riconoscere
a sufficienza cosa è un ecosistema e quali danni si generano deturpandolo.
Pensate che bello sarebbe stato e sarebbe, sentire i leader dei partiti in
lizza per la prossima legislatura dire a gran voce (e riempire una pagina di
giornale) che verranno quintuplicati gli investimenti in cultura, ricerca e
soprattutto in divulgazione ambientale. Ma nessuno dice questo sebbene tutti si
siano accodati a piangere, giustamente, la scomparsa di Piero Angela,
grandissimo divulgatore. Peccato che nessun programma politico preveda uno
straccio di investimento nella divulgazione scientifica (men che meno nella
formazione ecologica di aspiranti politici): probabilmente basta mettere dei
bicchieri compostabili alla Camera e al Senato e fare così di un Parlamento un
ecoParlamento. E vissero tutti felici e contenti: loro, non l’ambiente, non gli
altri.
Paolo Pileri
è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di
Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)
martedì 9 novembre 2021
64 anni fa Laika moriva nello spazio
Il 3
novembre 1957 una cagnolina randagia catturata per le strade di
Mosca, un esserino di 3 anni e appena sei chilogrammi di peso chiamato Laika,
veniva lanciata nello spazio a bordo della navicella spaziale Sputnik 2 e
moriva di terrore in solitudine dentro un minuscolo abitacolo.
Come sempre, Veganzetta
vuole ricordarla in quanto vittima di un’ingiustizia assoluta.
La triste storia di
Laika condannata a morire sola, prigioniera, lontanissima fisicamente da noi
Umani e dalla Terra, rappresenta davvero il simbolo di ciò che facciamo subire
agli altri Animali quotidianamente. C’è un briciolo di Laika in ogni Animali
che soffre a causa nostra: nei suoi occhi che incrociano i nostri, nei suoi pensieri
indubbiamente migliori dei nostri. Così come c’è qualcosa di lei in tutto ciò
che tentiamo di fare per porre fine all’orrore dello sfruttamento animale. E’
anche per tale motivo che il lavoro di Veganzetta è dedicato alla
sua memoria.
Ciao Laika.
sabato 18 maggio 2019
sabato 1 luglio 2017
venerdì 30 giugno 2017
domenica 12 giugno 2016
Meat is murder - The Smiths (non guardino le anime sensibili)
Meat Is Murder
domenica 2 agosto 2015
Kodaikanal Won't - Sofia Ashraf
domenica 11 gennaio 2015
Asini cantati in poesia
immemorabile: prendermi
un asinello e piazzarlo sopra
il prato. Giusto per omaggiarlo:
sgravato da ogni impegno,
privato di ogni soma, dolcissimo
asinello da sempre maltrattato.
Dell’asino mi incantano la mitezza
e la pazienza, l’occhio umido
e dolce illuminato a tratti
da lampi di furbizia,
l’endurance millenaria
travestita da mestizia.
ce n’erano a decine che privi
di padrone correvano
da soli con fare indaffarato.
Svolgevano – mi dissero – la funzione
del postino: mai un pacco
andato perso, tutto recapitato.
Io non avevo dubbi: ché l’asino
è preciso, assennato,
intelligente; e svolge sempre
al meglio l’impegno che l’attende.
a un asinello che a nome della specie
sia premiato: non dovrà fare niente,
se ne starà tranquillo a rimirare
il mondo sopra un immenso prato.
era stato cavallo ammartenato,
ma... ogne bella scarpa nu scarpone
addeventa c' 'o tiempo e cu ll'età .
uno 'e chilli cavalle arritrattate
ca portano a cavallo p' 'o ciardino
na signorina della nobiltà.
frieva, asceva 'o fummo 'a dint' 'o naso,
faville 'a sotto 'e piere, 'o ffuoco! 'A guerra!
S'arrevutava tutt' 'a Sanità.
c' 'o tiempo addeventammo tutte quante;
venette pure 'o turno 'e Sarchiapone.
Chesta è la vita! Nun ce sta che ffà .
Tutt' 'a jurnata sotto a na carretta
a carrià lignammo, prete, vino.
"Cammina, Sarchiapò ! Cammina, aah!".
cu 'a peroccola 'nmano, e 'a part' 'o gruosso,
cu tutt' 'e fforze 'e ddà sotto 'o custato
'nfaccia 'a sagliuta p' 'o fà cammenà.
nu ciucciariello viecchio comm' a isso:
pe Sarchiapone chisto era n'amico,
cumpagne sotto 'a stessa 'nfamità.
se facevano 'o lagno d' 'a jurnata.
Diceva 'o ciuccio: "I' nce aggio fatto 'o callo,
mio caro Sarchiapone. Che bbuò fà ?
Sò tutte na maniata 'e carrettiere,
e, specialmente, 'o nuosto,è 'o cchiù cornuto
ca maie nce puteva capità.
la bestia umana è un animale ingrato.
Mm' he a credere... parola 'e Ludovico,
ca mm' è venuto 'o schifo d' 'o ccampà.
tenimmo core 'mpietto e sentimento.
Chello ca fanno lloro? Ah, no, pe ddio!
Nisciuno 'e nuie s' 'o ssonna maie d' 'o ffà.
"'A tale ha parturito int' 'a nuttata
na criatura viva e po' ll'ha accisa.
Chesto na mamma ciuccia nun 'o ffà !".
Overo 'o munno è accussi malamente?".
"E che nne vuo sapè , caro fratello,
nun t'aggio ditto tutta 'a verità.
e cierti ccose nun 'e concepisce.
I' so plebbeo e saccio tutt' 'o mmale
ca te cumbina chesta umanità ".
dicette: "Ludovì , io nun ce credo!
I' mo nce vò , tenevo nu padrone
ch'era na dama, n'angelo 'e buntà.
mme deva 'a preta 'e zucchero a quadrette;
spisse se cunzigliava c' 'o garzone
(s'io stevo poco bbuono) ch' eva fà ".
Ma comme, tu nun l'he capito ancora?
Si, ll'ommo fa vedè ca te vò bbene
è pe nu scopo... na fatalità.
ognuno tira ll'acqua al suo mulino.
So chiste tutte 'e sentimente umane:
'a mmiria, ll'egoismo, 'a falsità.
appena si trasuto int' 'a vicchiaia,
pe poche sorde, comme a nu scarpone,
t'hanno vennuto e si caduto ccà.
'o patruncino tuio n'atu cavallo
se ll' è accattato proprio stammatina
pe ghi currenno 'e pprete d' 'a città ".
tutt' 'a nuttata, triste e ll'uocchie 'nfuse,
e quanno avette ascì sott' 'a carretta
lle mancavano 'e fforze pe tirà .
penzava Sarchiapone cu amarezza.
"Sai che ti dico? Ll'aggia fa fernuta,
mmiezo a sta gente che nce campo a ffà ?"
nchiurette ll'uocchie e se menaie abbascio.
Vulette 'nzerrà 'o libbro Sarchiapone,
e se ne jette a 'o munno 'a verità.
era stato cavallo spavaldo
ma ogni bella scarpa uno scarpone
diventa col tempo e con l'età.
uno di quei cavalli ritratti
che portano a cavallo per il giardino
una signorina della nobiltà.
mordeva il freno, usciva fumo dalle nari
scintille sotto i piedi, il fuoco! La guerra!
Si rivoltava tutto il rione Sanità.
col tempo diventiamo tutti quanti,
e venne pure il turno di Sarchiapone.
Questa è la vita! Non c'è niente da fare.
Tutta la giornata sotto a un carretto
a caricare legname, pietre, vino.
Cammina Sarchiapò, cammina!
col bastone in mano dalla parte grossa
con tutte le forze lo dava sotto al costato
davanti alla salita per farlo camminare.
un somarello vecchio come lui:
per Sarchiapone questi era un amico,
compagno sotto la stessa infamità.
si facevano le lagne della giornata.
Diceva il somarello: "Io ci ho fatto il callo
mio caro Sarchiapone, che vuoi fare?
Sono tutti una masnada i carrettieri,
e specialmente il nostro è il più cornuto
che mai ci potesse capitare.
la bestia umana è un animale ingrato.
Mi devi credere, parola di Ludovico
che mi è venuto lo schifo di vivere.
abbiamo il cuore in petto e il sentimento.
Quello che fanno loro? A no per Dio!
Nessuno di noi si sogna mai di farlo.
"La tale ha partorito in nottata
una creatura viva e poi l'ha uccisa.
Questo una mamma asinella non lo fa!"
Davvero ilo mondo è così cattivo?
"E cosa vuoi sapere, caro fratello
e non ti ho detto tutta la verità!"
e certe cose non le concepisci.
Io sono plebeo e conosco tutto il male
che ti combina questa umanità"
disse: "Ludovì, io non ci credo!
Io non voglio, io avevo una padrona
che una dama, un angelo di bontà.
me dava lo zucchero a quadretti
spesso si consigliava col garzone
su come fare se stavo poco bene!"
Ma come, non l'hai ancora capito?
Se l'uomo fa vedere che ti vuole bene
è per uno scopo, una fatalità.
ognuno tira l'acqua al suo mulino.
Sono questi tutti i sentimenti umani:
l'invidia, l'egoismo la falsità.
appena sei invecchiato
per pochi soldi, come uno scarpone.
ti hanno venduto e sei finito quà.
il padroncino tuo ha attaccato
un'altro cavallo, proprio stamattina
e ci corre fra le pietre della città.
tutta la notte, triste, con gli occhi umidi,
e quando dovette uscire sotto al carretto
gli mancavano le forse per tirarlo.
pensava Sarchiapone con amarezza.
Sai che ti dico? La voglio fare finita
in mezzo a questa gente cosa vivo a fare?
chiudette gli occhi e si buttò di sotto.
Volle chiudere il libro, Sarchiapone
e se ne andò nel mondo della verità!
Oltre la siepe, o antico pazïente,
De l'odoroso biancospin fiorita,
Che guardi tra i sambuchi a l'orïente
Con l'accesa pupilla inumidita?
Che ragli al cielo dolorosamente?
Non dunque è amor che te, o gagliardo, invita?
Qual memoria flagella o qual fuggente
Speme risprona la tua stanca vita?
Pensi l'ardente Arabia e i padiglioni
Di Giob, ove crescesti emulo audace
E di corso e d'ardir con gli stalloni?
O scampar vuoi ne l'Ellade pugnace
Chiamando Omero che ti paragoni
Al telamonio resistente Aiace?