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sabato 10 ottobre 2026

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI

 

Il 9 aprile scorso la Cabina di regia, istituita presso il Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio, ha approvato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Lo ha fatto senza una reale partecipazione né consultazione dei territori. 

Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne dovrebbe guidare le misure atte ad affrontare i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, la rarefazione sociale e produttiva e le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, cioè ai diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla mobilità e così via. Ma nonostante gli obiettivi annunciati, il Governo si è limitato a recepire acriticamente e passivamente il contributo del CNEL che ha suddiviso le aree sulla base di “obiettivi demografici” e del CENSIS, che ha classificato le aree sulla base della struttura demografica, delle dinamiche economiche, delle infrastrutture e dei servizi essenziali presenti.

In questi studi, Comuni delle aree interne vengono suddivisi in quattro categorie, che nel Piano governativo si traducono in quattro tipologie di obiettivi: 

– quelli dove si può auspicare un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione; 

– quelli in cui è ipotizzabile una ripresa delle nascite; 

– quelli dove si può solo sperare in un contenimento della riduzione delle nascite, senza rassegnarsi allo scenario peggiore; 

– e, infine, i comuni in cui si può puntare soltanto ad un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. 

A parte l’uso violento del termine “irreversibile”, ci si chiede come sia possibile misurare la condizione delle aree interne utilizzando gli stessi indicatori del modello che le ha marginalizzate, se si usano i parametri della crescita, della competitività, dell’attrattività ecc. Si salvano solo i territori che contribuiscono alla Grande Macchina del profitto?

Queste aree – dice il Piano – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse: “Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. In pratica un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia dei paesi. E ricordiamo che le ultime due categorie – quelle della proclamata condanna all’irreversibilità – comprendono comuni collocati quasi totalmente nel Sud della Penisola, dai monti Sibillini in giù, per tutta la fascia appenninica, fino alla Sicilia e alla Sardegna. In pratica, una cristallizzazione e un aggravamento delle disparità territoriali e, di conseguenza, delle disuguaglianze sociali.

Di fronte a questa analisi, assunta a strumento politico di governo, i Comuni delle aree interne, le loro comunità e le loro espressioni democratiche e civili non possono restare in silenzio. Noi intellettuali, studiose e studiosi delle aree interne, consci della funzione culturale e civile che ci è assegnata, lanciamo un appello alle istituzioni nazionali e regionali per una revisione del piano strategico per le aree interne e ci mettiamo a disposizione dei territori per una mobilitazione contro l’ipotesi governativa, per il riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, presidi di territori fragili, depositi di risorse, umanità e virtù civiche preziose anche per affrontare la crisi generale della società contemporanea. Proponiamo ai Comuni italiani di discutere e approvare nei rispettivi consigli comunali ordini del giorno che stigmatizzino le analisi e le previsioni del Piano nazionale e ribadiscano la necessità di una vera strategia di sostegno e di rilancio per le aree interne del Paese.

Per adesioni scrivere all’indirizzo <officinasaperi2016@gmail.com>, indicando nome, cognome, ente di afferenza, qualifica o professione.

1) Rossano Pazzagli, Università del Molise, direttore Scuola dei Piccoli Comuni

2) Ilaria Agostini, Università di Bologna, urbanista

3) Piero Bevilacqua, Università La Sapienza Roma, storico

4) Enzo Scandurra, Università La Sapienza Roma, urbanista

5) Vito Teti, Università della Calabria, antropologo e scrittore

6) Tomaso Montanari, Rettore Università per stranieri di Siena

7) Giuseppe Dematteis, Politecnico di Torino, presidente associazione Dislivelli

8) Antonella Tarpino, vicepresidente Fondazione Nuto Revelli

9) Marco Revelli, politologo

10) Angela Barbanente, Politecnico di Bari, urbanista

11) Ottavio Marzocca, Università di Bari, presidente Società dei Territorialisti/e

12) Franco Arminio, poeta

13) Tonino Perna, Università di Messina, economista

14) Giacomo Cazzato, sindaco di Triggiano Presidente aree interne Sud Salento (LE)

15) Domenico Cersosimo, Università della Calabria, economista

16) Pietro Clemente Università di Firenze, antropologo…

da qui

 

martedì 9 giugno 2020

Conte e il fantasma del ponte - Marco Revelli



C’era da scommetterci. È bastato che si sentisse il profumo dei soldi, solo il profumo per ora – che dall’Europa si profilasse un bel pacco di miliardi – perché il solito fantasma ritornasse ad aggirarsi nel sottobosco della nostra politica: il fantasma del ponte. Il sogno di tutti gli scialacquatori del pubblico denaro e l’incubo di tutti i cittadini ben informati. Il Ponte sullo stretto, s’intende, quel gigantesco maelstrom che finora ha divorato, rimanendo sempre nel suo stato fantasmatico, visibile solo come rendering, un miliardo di euro. Gemello, in questo, di quell’altra Grande Opera Criminale che è il TAV Torino-Lione.
Inopinatamente, presenza surreale in un’Italia segnata dai lutti del Covid-19 e angosciata dalle ombre del proprio futuro economico, quello spettro è rientrato nel dolente scenario politico nostrano per la porta principale, da palazzo Chigi addirittura, in un’esternazione del Presidente del Consiglio Conte. Per la verità si è trattato appena di un sussurro. Giusto un impercettibile movimento dell’aria come quelli che annunciano i fantasmi allo stato embrionale: quattro parole appena, “Lo valuterò senza pregiudizi”, in risposta a una domanda diretta. Ma tanto è bastato a Repubblica – che non sogna altro che vederlo morto quel governo – per lasciarsi andare a un trionfante “Benvenuto tra gli innamorati!” e sparare a tutta pagina il titolone Anche Conte sedotto dal ponte sullo stretto.
Sul Fatto – solo sul sito del Fatto – abbiamo potuto leggere e ascoltare l’intera frase pronunciata in quella sede dal Presidente del Consiglio, che suona in realtà così: “Non voglio declamare opere immaginifiche. Non a caso ho parlato di una rete infrastrutturale-viaria che è inaccettabile. C’è tanto da fare (i collegamenti sulla costa Ionica della Basilicata, il binario unico tra Roma-Pescara-Lecce, l’Alta Velocità a Venezia, per non parlare della Sicilia) e quando avremo la possibilità di programmare e realizzare i progetti che ho citato) mi sederò a un tavolo e senza pregiudizi valuterò anche il ponte sullo Stretto“. Difficile leggervi un colpo di fulmine da innamorato. Ma tant’è. Il guaio era fatto, con lo sdoganamento del mostro che ha potuto così fare ritorno impunemente tra le pieghe dell’Agenda politica.

Possiamo anche immaginare le ragioni tattiche che hanno dettato quella “diplomatica” ammissione. La necessità di alleggerire la pressione renziana dall’interno della coalizione, col Bullo di Rignano sempre pronto a cercarsi col lanternino le peggiori cause su cui condurre la propria personale guerriglia. L’illusione di placare la furia del mastino di Baskerville che da neo-presidente confindustriale, non pago dei disastri prodotti nella sua regione con i diktat sulle riaperture, aveva da poco lanciato il suo anatema contro un governo che “ha fatto peggio del virus”, sperando di accaparrarsi tutto il tesoretto in arrivo da Bruxelles con una nuova coalizione di “amici”. Forse anche un ballon d’essai lanciato a Berlusconi, come possibile ruotino di scorta di una maggioranza risicata… Tutto possibile: questo è oggi la politica… Resta tuttavia il fatto che Giuseppe Conte ha fatto male, malissimo, a lasciare aperto anche solo uno spiraglio. Quello spiraglio. Che finisce per avvicinare pericolosamente l’”avvocato del popolo” ai tanti avvocati dei “nemici del popolo”, che da anni, decenni, brigano con carte bollate, manovre sotterranee, campagne di stampa, manovre parlamentari sotterranee, occultamento di conti e bilanci, per tenere in vita quel cadavere che ormai da 35 anni ci ammorba.
La cosa era incominciata nell’altro secolo, nel 1981 (!), con la nascita della “Società Stretto di Messina” di cui la Corte dei Conti ha sancito lo scioglimento avviandone la procedura di liquidazione e, nel contempo, calcolandone i costi sostenuti: una cifra enorme, costituita da un costante esborso di 10 milioni di euro all’anno per sole spese amministrative e gestionali (gettoni di presenza, personale di segreteria, emolumenti di rappresentanza), oltre all’interminabile lista di spese per studi di fattibilità, consulenze milionarie, progettazione, monitoraggio del nulla, analisi geognostiche (una lista che chi ha seguito la vergognosa vicenda del TAV in Val di Susa conosce bene). Nel ventennio che va dal 1981 al 2001, dice la Corte, sono stati spesi 74milioni e 443mila euro “per studi di fattibilità, ricerca e progetto di massima”. Nel biennio successivo (2002-2003) altri 91milioni e 246mila euro se ne sono andati ancora per “il progetto preliminare e gli atti di convenzione”. In un solo biennio (2004-2006) sono stati buttati ben 147 milioni “per la gara di appalto, il piano finanziario, i sistemi informativi e gestionali”. Poi l’attività è stata sospesa per due anni, tra il 2007 e il 2008, ma i costi paradossalmente sono saliti a un ritmo ancora maggiore: 160 milioni e 662mila euro!!! L’anno successivo si è messo mano alle “attività per gli accordi con i contraenti”, all’aggiornamento delle convenzioni e si è avviato il piano finanziario terminate l’anno successivo, con una spesa di 172milioni e 637mila euro. In ultimo – in fine velocior – tra il 2010 e il 2013, sono stati gettati, tra Scilla e Cariddi, oltre 312 milioni per “la stesura del progetto definitivo, il monitoraggio ambientale, l’aggiornamento del piano finanziario e la stipula dell’atto aggiuntivo”. Tutte cose INUTILI, perché nello stesso anno, nel 2013, si è proceduto d’ufficio allo scioglimento della società, che non è stato, neppure quello, privo di oneri, anzi è costato 5 milioni e mezzo di euro finiti nelle tasche dei soliti avvocati dei “nemici del popolo”. La somma finale a tutto il 2017 ammontava a 958 milioni e 292mila euro…

Per questo, di quel Ponte sul nulla non bisognerebbe proprio più parlare. Decenza vorrebbe che non venisse neppur più nominato. Anche perché – bisognerebbe dirlo al premier – porta sgarro. Una breve occhiata alla storia ci dice che chiunque l’abbia evocato o rievocato, è finito male (politicamente parlando, s’intende). L’aveva varato Bettino Craxi, al culmine della sua potenza, nel 1985 quando nella sala delle Repubbliche marinare di Palazzo Chigi, siglò “in forma solenne la convenzione per la realizzazione dell’opera, davanti a numerosi ministri e alla nomenklatura siciliana” dichiarando: “Entro il 1994 il ponte sarà ultimato”. Poco dopo incominciò il suo declino. Nel 2001 sarà Berlusconi, con un “Pronti, via!” gridato dagli scogli davanti al mare, a sponsorizzare l’opera inserendola tra le prime opere della famigerata legge-obiettivo e assicurando che nel 2012 sarebbe entrata in funzione (è uscito da ogni funzione pubblica prima lui). Ci aveva riprovato nel 2016 Matteo Renzi, su assist dell’allora suo ministro dell’interno Alfano, con un impegnativo “Se siete pronti noi ci siamo”. Prima il ministro, poi il premier non ci sono più stati (nelle stanze dei bottoni).
Scherzi a parte. Ci sono molte buone ragioni per cancellare dal nostro orizzonte un’opera che, esattamente come il TAV in Val di Susa, è costosa (il suo costo era già valutato dieci anni fa intorno agli 8-9 miliardi di euro, quasi un punto di Pil), inutile (gli studi più accreditati dicono che il traffico prevedibile non supererebbe l’11% della portata), dannosa (come denuncia il WWF “va ad incidere su un’area ampiamente vincolata per gli straordinari valori paesaggistici e severamente tutelata dall’Unione Europea”). La sua riesumazione, anche solo in via ipotetica, come possibile voce di una possibile agenda politica, sarebbe un pessimo segnale su quanto ci aspetta nella fase che segue la tragedia del Covid-19. Una dichiarazione tombale che “cambiare non si può”.

giovedì 19 luglio 2018

Il trionfo della crudeltà e della stupidità - Marco Revelli




Domenica il mondo è andato giù di nuovo. In modo più radicale, però, più definitivo, se possibile, rispetto al 4 marzo (il mondo della sinistra, intendo). Per un fattore simbolico, in primo luogo, con la scomparsa della cosiddetta “zona rossa” (che ancora, pallidamente, a marzo s’intravvedeva sia pur slabbrata), e le roccaforti della Toscana, dell’Umbria, dell’Emilia – Massa, Pisa, Siena, e poi Imola dove nacque il socialismo, e Treni siderurgica… – consegnatesi senza colpo ferire all’avversario di sempre. Gomene d’ancoraggio tagliate dal colpo di scure di Matteo Salvini e dei suoi bravi. E poi perché questo secondo crollo viene dopo più di tre mesi di gestazione del nuovo governo. Tre mesi in cui tutti i protagonisti si sono esibiti en plein air, illuminati dalla luce cruda dei riflettori mediatici. La gente ora sapeva benissimo chi votava. Sapeva di votare la “cattiveria” di Salvini, la sua politica della “crudeltà” (lo vota proprio per quello). Sapeva di votare la guerra alle navi che salvano, di “premiare” quelli che ne invocano la messa al bando e magari, nei casi estremi, che ne richiedono l’affondamento. Sapeva di approvare quell'”inversione morale” che già Minniti aveva sdoganato lo scorso anno e che ora diventa pratica conclamata del governo del cambiamento. Anzi, la cifra del cambiamento. In questa seconda “prova” il voto ha assunto il profilo dell’antica “festa crudele”.
C’è un insegnamento drammatico in tutto questo. Ed è che la “narrativa” intorno a cui si è strutturata in questi tre mesi l’opposizione al nascituro governo che oggi imperversa, non solo non ha funzionato. Ma si è rovesciata nel suo contrario: carburante nel motore “populista”. Per ottanta giorni e passa i pallidi dirigenti del Pd ma soprattutto la stampa mainstream – il “partito di Repubblica”, potremmo dire – non hanno smesso un secondo di irridere, stigmatizzare, denunciare il pressapochismo, il dilettantismo, l’impreparazione e la presunta goffaggine, la “mancanza di cultura di governo” (o di cultura tout court) dei “vincitori-non vincitori”, sfoderando sorrisetti di superiorità, senz’accorgersi che così non li si delegittimava ma al contrario li si rafforzava. Che ogni derisione dei congiuntivi mancati di Di Maio gli portava sporte di voti. Che ogni sarcasmo sul curriculum di Conte lo nobilitava anziché diminuirlo. Perché in fondo siamo un popolo senza congiuntivi. E anche senza curriculum. Dovremo inventarci una narrativa diversa – opposta – a quella snob del partito dei media perbene, se vorremo opporci all’onda nera che sale, con una resistenza “popolare”.
C’è poi un altro “insegnamento” (o monito) in questa seconda fine del mondo. Ed è la conferma di quello che Luciano Gallino chiamava il “trionfo della stupidità” (la quale, purtroppo, un peso ce l’ha negli eventi storici, e anche grande nei momenti topici). Mai come ora possiamo constatare quanta stupidità politica ci sia stata nella scelta del Pd di non tentare tutto il possibile per impedire la saldatura dell’asse Cinque Stelle-Lega: l’unica strategia politica adeguata allo scenario aperto dal voto di marzo. Cancellata con un tweet e una comparsata da Fabio Fazio del devastatore Matteo Renzi: quello che ha impresso l’immagine del suo volto come una maschera funeraria sul corpo del suo partito e dell’intera sinistra rendendola respingente per chiunque. E dall’altra parte quanta stupidità politica alligni tra gli strateghi dei 5Stelle (vero Toninelli?), per non permettergli di capire che lo spazio lasciato alla retorica del disumano di Salvini è mortale per loro. Li espone alla cannibalizzazione da parte dell’alleato-nemico. Ho ancora in mente l’immagine provocante del neo-capogruppo Pd al Senato Marcucci a pochi giorni dal voto di marzo, proclamare sogghignando “Non vedo l’ora di vedere Salvini giurare al Quirinale”, secondo la suicida strategia renziana del pop corn, cose da inseguirlo per strada con i forconi. O il neoministro alle Infrastrutture Toninelli recitare alla radio il vangelo secondo Matteo (Salvini) sulle navi salvagente delle Ong riclassificate come fuori-legge, e invitare le motovedette libiche a occuparsi loro dei naufraghi in quelle acque territoriali per riportarli a terra, come se non sapesse cosa accade in quei campi di tortura… Reintrodurre almeno un po’ d’intelligenza nella politica sarà impresa lunga e ardua, dopo questa regressione epocale.
Ma c’è qualcosa che va oltre, o sotto, la superficie della riflessione razionale sulla politica in questo voto impietoso (così privo di pietas) e distrattamente feroce. Qualcosa che va oltre i nostri stessi confini, che coinvolge un’Europa preda di nuovi nazionalismi fuori tempo insieme a un Occidente avvelenato da nuovi egoismi fuori misura che sanno di guerra. E che ha probabilmente a che fare con ciò che la discorsività democratica non dice, perché questo inedito contagio del male affonda le radici in un livello più profondo, e torbido. O incandescente. Un brillante politologo latino-americano, Benjamin Arditi, in un saggio sul populismo come “periferia interna” della politica democratica ha evocato la categoria freudiana della “terra straniera interiore” inclusa entro i confini dell’Ego, nella quale il populismo pescherebbe le proprie pulsioni: oscure paure, frustrazioni rimosse, perdita di naturalità e di coscienza di sé, tutto il non detto dell’edificante narrazione liberal-democratica. Una sorta di inconscio individuale, ma soprattutto collettivo (più junghiano che freudiano), che proietta sullo “straniero” vero, sul corpo “alieno” che viene da fuori, i propri terrori ancestrali che da sempre il nostro originario genera e che ora, caduto lo scudo protettivo del benessere e dell’ascensore sociale, si sfoga.
Il piacere di condividere lo stesso sentimento di ostilità e di vero e proprio odio nei confronti di una figura “aliena”, che circola come una corrente elettrica sfrigolando sottopelle nelle nostre declinanti società, assomiglia molto a quello che animava le “società istantanee che nascono in occasione di un linciaggio” descritte da Sartre a proposito dell’antisemitismo: la folla con cui in contesti sociali fortemente gerarchizzati, si costruivano effimere “comunità egualitarie”, cementate provvisoriamente da scariche di passioni comuni che permettevano, per il breve istante dell’odio, al cocchiere antidreyfusardo descritto da Proust di assimilarsi al duca che conduceva in carrozza in nome del comune disprezzo per l’ufficiale giudeo. Così come il contagio virale dell’odio a cui assistiamo in questi giorni, in questi mesi, ricorda da vicino quello descritto da Horkheimer e Adorno a proposito della persecuzione degli ebrei, con il suo contagioso e travolgente “appello all’idiosincrasia”: al riflesso inconscio e incosciente che si esprime nella reazione di pancia, ripetendo, per così dire, “i momenti della preistoria biologica: segnali di pericolo a cui si rizzavano i capelli e il cuore si fermava nel petto”, con “l’io che si apprende con queste reazioni” di cui non è interamente padrone, “come nell’accapponarsi della pelle, nell’irrigidirsi dei muscoli e degli arti” alla vista dell'”alterità” che incarna a sua volta, nei tratti somatici o nell’atteggiamento, la propria estraneità a un codice di disciplinamento e di coazione della propria natura a cui ci si è un tempo sacrificati.
E’ una sfida – questa dell’ “idiosincrasia razionalizzata” – che parla della nostra alienazione umana (di un disagio radicale dell’esistenza), prima che della nostra incapacità politica. Che nel suo ripetere ossessivo “perché a loro sì e a me no”, rievoca una rimossa rinuncia a sé – a un’antica naturalità cancellata dal disciplinamento del lavoro razionalizzato e dal dominio – di cui si richiede con odio all’altro, con la sua negazione sacrificale, un risarcimento tardivo. Esattamente come nel meccanismo descritto da Sarte ritorna, aggressivo, il fantasma di un’eguaglianza reale perduta, forse un tempo creduta, ma ora non più sperata. In entrambi i casi, ritorna profetica l’affermazione di Walter Benjamin secondo cui dietro ogni ritornante fascismo c’è una rivoluzione fallita. E forse, prima di metterci a ricostruire una sinistra così sinistrata, avremmo bisogno tutti di un buon trattamento mentale, se vogliamo esorcizzare queste baccanti feroci che minacciano di squartare la nostra democrazia.
[Versione ampliata dell’articolo Il voto come un’antica festa crudele. Vince la cattiveria, pubblicato sul Manifesto del 27 giugno 2018]