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venerdì 3 aprile 2026

A Cuba l’embargo Usa uccide: la storia del dottor López Piloto in prima linea per la sanità pubblica - Giuliano Granato


                           

L’uomo in foto si chiama Orestes López Piloto. Figlio di un contadino nero dell’Oriente di Cuba, ha studiato medicina, si è fatto medico e oggi è Direttore dell’Istituto di Neurologia e Neurochirurgia (INN) de L’Avana, la capitale.

Prima della Rivoluzione cubana quell’Istituto era tra le cliniche più costose di tutta l’isola. In pochissimi potevano permettersela. Dopo la vittoria della guerriglia dei “barbudos”, nel 1965 si trasforma in ciò che è anche oggi: un centro medico totalmente gratuito.

Un Istituto che nasce soprattutto per avanzare nel campo della ricerca, ma che ha sempre avuto anche la missione dell’assistenza medica: nel solo 2025 ha effettuato 25.373 visite e 431 interventi in sala operatoria. “Come possono, fossero anche solo pochi cubani, appoggiare il ‘bloqueo’ degli Usa e di Trump? Non hanno famiglia qui?”, ci chiede mentre ci accompagna in giro per i reparti, subito dopo averci raccontato la storia di Sara.

Metà febbraio. In sala operatoria Sara, una paziente con un tumore vascolare complesso. L’intervento richiede anche tanto sangue: per le trasfusioni, da effettuare prima, durante e dopo. Tutto è pronto. All’improvviso, però, salta l’elettricità. I medici corrono, si interrogano sul da farsi. Parlano con i familiari: bisogna sospendere l’operazione. Passano due ore, torna l’elettricità. L’operazione può quindi riprendere. I generatori che dovrebbero garantire l’autonomia energetica, almeno in emergenza, ci sono: due, come in ogni struttura medica. Ma non sempre si attivano nell’immediato. Ne servirebbero di nuovi. Acquistare e sostituire un generatore può sembrare semplice routine; non a Cuba, a causa del bloqueo statunitense.

E questo è un problema enorme. Per tante operazioni c’è bisogno della garanzia della continuità elettrica. Se viene meno, bisogna posticipare le operazioni. Orestes fa un lungo elenco di bambini che da mesi erano in attesa di entrare in sala operatoria e che dovranno aspettare ancora. Per quanto? Non si sa.

Il dott. Orestes ci mostra il reparto pediatrico, le mattonelle prodotte sulla base dei disegni realizzati dai bambini. Ci racconta la sofferenza di chi è in quell’Istituto: dei pazienti e dei familiari, ma anche del personale sanitario, che vorrebbe fare di più, che prova a fare l’impossibile e che però non sempre riesce.

Ci sono tanti luoghi in cui poter toccare con mano gli effetti di quella misura criminale che è il bloqueo statunitense, puntualmente condannato dall’Assemblea dell’Onu eppure in vigore da 67 anni. Centri medici e ospedali danno la dimensione di una battaglia che è anche per la vita. Il bloqueo, cioè, uccide. È una misura di stampo terroristico, i cui tratti sono stati messo nero su bianco già nel 1960 nel Memorandum Mallory che rivendicava l’uso di “tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba […], una linea d’azione che raggiunga i maggiori risultati nel privare Cuba di denaro e forniture, per ridurre le sue risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e l’abbattimento del Governo”.

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sabato 21 marzo 2026

Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale peggio va - Mariano Turigliatto

 

Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.

Tuttavia nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra avrebbe immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere l’operato, suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono addirittura dai ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera. Invece pare che sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello Spiffero senza troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la pena di raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema clientelare” per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non arrivano alle cronache perché c’è chi si piega prima.

La sanità piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror, prestazioni di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che demotiva il personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia spesso i fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si sale e peggio vacome ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali nuovi neanche l’ombra, consulenze come se non ci fosse un domani, piani finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono i pazienti con qualche soldo rimasto verso la sanità dell’intramoenia, le case di comunità nascono col contagocce e spesso per finta, festeggiano gli ambulatori privati verso i quali vengono dirottate tutte le prestazioni, anche quelle di base che più non si può. Cresce senza controllo il debito della Regione, lo dicono i dati comunicati ufficialmente dai direttori generali della sanità per l’anno in corso.

Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il 2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro; basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del 2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità regionale.

L’assessore Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire, conferma; soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo assessorato, così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista non ci sta e risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione di un giornale, a volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte di opinione pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.

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sabato 7 febbraio 2026

Sanità sarda: considerazioni a confronto a sinistra

La sanità pubblica in Sardegna, come da altre parti (forse ancora peggio che in altre parti), attraversa un brutto momento che si ripercuote inevitabilmente nella gestione delle istituzioni regionali e nel dibattito politico.

Riportiamo una analisi di Claudia Zuncheddu, medica e attivista, in risposta ad un “editoriale” del giornalista Mario Guerrini, che riportiamo sotto.

 

Lettera aperta di Claudia Zuncheddu a Mario Guerrini

Caro dott Guerrini,

la salute non aspetta i commissariamenti e le nuove nomine dei Direttori Generali. I giochi di potere non possono essere la priorità. La presidente deve esercitare i suoi poteri politici e dare  segni di discontinuità con il passato. Ma così non è!

La Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, mi sollecita, in quanto portavoce, qualche chiarimento sul perché non sia possibile assolvere nessuno/a dalle responsabilità politiche del tracollo della Sanità pubblica in Sardegna.

Solinas è Solinas, il Pd è il Pd, ma l’operato della presidente Todde andrebbe interpretato in un contesto politico più ampio e poco analizzato. La memoria storica è d’aiuto. Per dovere di cronaca.

la grande crisi della Sanità sarda è esordita con il “Riordino della rete ospedaliera sarda”, con Pigliaru presidente. In nome del Riordino, dei Pareggi di bilancio, della Razionalizzazione, Riorganizzazione e Accorpamenti, furono smantellati gli ospedali dei nostri territori, per poi smantellare i grandi ospedali di Cagliari, al servizio di tutta la Sardegna.

E’ sotto la giunta del centro sinistra, che si firmò l’accordo con Al Thani, l’emiro del Qatar, per finanziare con le casse sarde il Mater Olbia. L’ospedale simbolo per eccellenza della privatizzazione del Sistema sanitario pubblico in Sardegna. L’accordo fu talmente conteso tra centro sinistra e centro destra, tanto da accapigliarsi tra loro.

La Sanità pubblica perdeva un numero esorbitante di posti letto, con l’impegno della RAS, sotto forti pressioni di Renzi su Pigliaru, di finanziare con 60 milioni di Euro all’anno, per dieci anni il Mater Olbia. L’ex ospedale San Raffaele, fu rilevato dall’emiro del Qatar Al Thani, per un miliardo e 200milioni. Ma per l’emiro, alla Sanità si legava un altro interesse: la riforma urbanistica (ndr). Su Sanità e Riforma Urbanistica si scavò la fossa il governo Pigliaru, per far strada ad altri pessimi governi con devastanti politiche sanitarie e non solo.

Mentre in Sardegna imperversavano le lotte per la difesa della Sanità Pubblica, sul Mater Olbia fecero pace le grandi religioni con il Bambin Gesù e l’emirato arabo, nonché la destra e la sinistra sarda. Per la più eclatante operazione neocoloniale arabo/italiana in Sardegna, ad una nostra scolaresca si fece intonare l’inno d’Italia, all’insegna del danno e della beffa per noi sardi.

Ma al fascino perverso della privatizzazione della sanità pubblica, non si sottrae nessuno e ancor meno il M5S.

Beppe Grillo, al culmine del successo del M5S, dichiarò che il Mater Olbia avrebbe salvato noi sardi.

La ministra della Salute Giulia Grillo, del governo Conte I (ex capogruppo M5S Camera dei deputati), rispose ad un documento della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica, di cui già ero portavoce, che “non disdegnava la sanità privata….”.

Ma non solo. Nel pieno delle lotte contro i finanziamenti pubblici dalle casse sarde al Mater Olbia, con la legge di bilancio, il governo Conte stabiliva addirittura l’incremento da parte della RAS dal 6% al 20% del finanziamento al Mater Olbia, per l’acquisto di prestazioni sanitarie private. Un’azione di pirateria politica con cui si confermava che i tagli previsti con il decreto del 2012 sulla “spending review”, erano solo per la sanità pubblica.

Come nei gialli più intricati, dietro quest’operazione, c’era il capo di Gabinetto della ministra Grillo, proprio lui, Guido Carpani, già capo di Gabinetto del ministro Renato Balduzzi del governo Monti, autore della “spending review”. Eppure il M5S scelse Carpani, grande sostenitore della sanità privata e figura di spicco della sanità e università del Vaticano.

Ma a sciogliere il mistero degli ulteriori finanziamenti che secondo il governo Conte, la Regione Sardegna doveva garantire all’ospedale privato del Qatar, è che Guido Carpani risultava membro del consiglio di amministrazione del Mater Olbia, sino a qualche giorno prima del suo insediamento nel Gabinetto della ministra Grillo.

Carpani subentrò al costituzionalista Alfonso Celotto, che rassegnò le dimissioni da capo di Gabinetto della Grillo per lo scarso sostegno finanziario del governo Conte alla sanità pubblica e non solo. C’erano contrasti giuridici con la normativa dell’ordinamento italiano, ma anche l’incoerenza del M5S che disattendeva il programma elettorale, addirittura svendendo la sanità pubblica a quella privata di un altro Stato: il Vaticano.

Oggi, con la presidente-assessora Todde, non c’è alcun segno di discontinuità con il passato e a vincere sarà sempre la conservazione, mentre tutto precipita. Il giudizio politico sul suo operato in campo sanitario, per non parlare di quello sul fronte energetico e non solo, impone un cambio di paradigma che escluda l’ingenuità, il vittimismo e la difesa del bene pubblico. Nulla di tutto questo pare appartenerle.


L’intervento di Claudia Zuncheddu faceva seguito a questo, sempre sulla sanità sarda, del giornalista, ex RAI, Mario Guerrini:

I nemici di Alessandra Todde, Presidente della Regione Sardegna. Sono tanti. E terribilmente potenti. Intanto ci sono le lobby dell’imprenditoria, fortemente collegate anche alla massoneria.  Parlo di lobby perché in Sardegna c’è un ristretto circuito economico che si aggiudica sempre, da anni (troppi), i grandi affari. Ed è un circuito in cui sono comprese anche forze politiche (colluse). Poi ci sono i parassiti del sistema. Quelli che vivono di appalti pubblici, succhiando enorme risorse a Mamma Regione. Anche qui sfruttando le complicità trasversali della politica. E poi pullulano gli interessi nel grande business della Sanità. Dove taluni DG sono particolarmente corteggiati da frange politiche (destra e sinistra) per gli appalti o i finanziamenti o i favori. Qui ci sono anche le espressioni politiche trasversali che lavorano per la Sanità privata. Con danni evidenti al Servizio Pubblico. Ci sono quindi i gruppi editoriali. Il cui obbiettivo è addossare alla Presidente le mille responsabilità di tutto ciò che non funziona. Come se i mali atavici dell’isola li avesse creati lei. Infine ci sono gli alleati infidi. Quelli che soffrono per la sua visibilità. Aver chiuso i rubinetti, non tutti (purtroppo), ha suscitato contro la leader 5 Stelle una forte reazione di negatività. Bisogna tenerne conto. Per meglio comprendere la sua azione politica. Non scevra, peraltro, da errori. Come non manco di sottolineare. La realtà è che il potere, i poteri, che hanno goduto abitualmente di magnanime elargizioni, quando trovano le porte chiuse, si alterano furiosamente. Troppe ambiguità, in certe parti politiche “amiche” importanti, rivelano l’insoddisfazione per avidità e esigenze non soddisfatte. Mamma Regione è da sempre considerata una mucca benigna in grado di allattare mille estroverse aspirazioni. In poltrone e denari (nostri).

 

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martedì 13 gennaio 2026

In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per curarsi. Così un diritto diventa privilegio - Giuseppe Pignataro

 

Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale smette di essere un diritto: diventa una speranza.

Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era 1,0%).

E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica sale dal 19,9% al 23,9%.

Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34 anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta, quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario, contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune.

La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i 45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord 9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono. 

Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie (out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma.

Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni) raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un abbonamento.

Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe ‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal portafoglio o dalla pazienza?

Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica.

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lunedì 5 gennaio 2026

Quando la società e il pubblico ti abbandonano nelle malattie più drammatiche - Roberto Antonio Romano

La sanità pubblica è stata devastata, non solo in Lombardia. Molti servizi vengono dirottati verso il privato, con costi per le famiglie semplicemente insostenibili. Per di più, sembrano essere disponibili quasi esclusivamente le prestazioni più remunerative.

Quando il disturbo bipolare raggiunge livelli insostenibili — ed è una malattia che non si augura a nessuno, nemmeno al peggior nemico — sarebbe lecito aspettarsi che la psichiatria pubblica disponesse almeno di soluzioni temporanee per i casi difficilmente governabili. Così non è.

Proviamo a raccontare un caso concreto. Il 25 dicembre, alle sette del mattino, una persona affetta da disturbo bipolare è uscita di casa convinta di doversi recare al lavoro, vagando per le strade di Mariano Comense. Poco dopo, intorno alle 7.30, l’addetta incaricata di verificare l’assunzione della terapia non lo ha trovato in casa e, comprensibilmente, si è allarmata. Tutte le finestre erano aperte, lasciando presagire il peggio. Fortunatamente — esistono ancora persone di buona volontà — qualcuno lo ha rintracciato e ricondotto a casa, con grande sollievo di tutti.

Episodi simili si sono ripetuti. Durante la notte l’uomo chiama il padre e la madre chiedendo aiuto, disturbando inevitabilmente anche i vicini. Peccato che entrambi i genitori siano morti da tempo. Negli ultimi quindici giorni, inoltre, l’ambulanza è intervenuta almeno cinque volte.

La persona a lui più vicina ha tentato più volte la strada del pronto soccorso di San Fermo, nella speranza di un ricovero in psichiatria. L’esito è sempre stato lo stesso: non sussistono condizioni tali da giustificare il ricovero. È stata coinvolta anche una psichiatra di Como, che ha indicato come necessaria una degenza in una clinica specializzata, ad esempio San Benedetto. La risposta è stata disarmante nella sua franchezza: il Cps ha provato, ma non ci sono posti disponibili. La situazione della psichiatria è drammatica.


Smantellamento del sistema sanitario

La sanità pubblica è stata devastata, non solo in Lombardia. Molti servizi vengono dirottati verso il privato, con costi per le famiglie semplicemente insostenibili. Per di più, sembrano essere disponibili quasi esclusivamente le prestazioni più remunerative.

Per essere chiari: la persona cara avrebbe anche individuato una Rsa a Carugo disposta ad accoglierlo, ma al costo di 3.700 euro al mese, più una sorta di cauzione di 1.500 euro è incompatibile con il reddito disponibile, che consiste in una pensione di invalidità lavorativa.

Esistono anche i cosiddetti servizi alla persona: un operatore per quattro ore al giorno costerebbe circa 2.100 euro mensili. Nemmeno da dirigente della Cgil, né come tecnico della Commissione Industria della Camera dei deputati al fianco di Nerio Nesi, mi è mai capitato di maneggiare cifre simili. Applicando lo stesso metro, avrei dovuto percepire almeno 5-6 mila euro al mese.

Nel frattempo, le manifestazioni della “realtà virtuale” dell’ammalato si intensificano, compromettendo profondamente la vita familiare. La famiglia è consapevole che chi soffre di disturbo bipolare vive una condizione soggettiva incomparabilmente più dolorosa rispetto a quella delle persone care, eppure resta un vuoto, una stanchezza profonda che erode anche le poche certezze rimaste. Maturano pensieri pericolosi: non sono giusti, sono sbagliati. Ma emergono.

Per chi ha lottato per tutta la vita in difesa di ciò che di buono la sanità pubblica offriva, tutto questo rappresenta una sconfitta. Sono sempre stato contrario alla riduzione delle tasse anche per il lavoro dipendente, perché il vantaggio garantito dai servizi pubblici era di gran lunga superiore alla mancia di qualche euro in più in busta paga. Col tempo si è affermata un’idea di uomo e di donna svuotata della necessità di un soggetto terzo capace di garantire un “pavimento” comune, senza il quale una società non può più dirsi tale. La società liberale, il cattolicesimo sociale e persino la mia tradizione familiare socialista sono evaporati.

Ogni tanto leggo di uomini e donne che, travolti dal dramma di queste malattie, cedono e compiono atti che non dovrebbero nemmeno affacciarsi nella mente delle persone perbene. Eppure accadono. Subito dopo arrivano le condanne della politica e della cosiddetta società civile: fratelli, mogli, mariti crudeli; persone che “si sapeva” non si prendevano cura dei più deboli. Si invoca il carcere a vita, se non addirittura la pena di morte.

Ma chi è costretto a farsi carico del disturbo bipolare psichiatrico, con il pubblico ormai assente e al netto del business, ha spesso una sola colpa: aver esaurito tutte le energie disponibili, schiacciato dalla devastazione.

Posso sbagliarmi, possiamo sbagliarci, ma non vedo nessuno disposto a raccogliere il loro grido di dolore. Siamo soli, in balia di eventi incontrollabili. Continuerò a difendere il pubblico e a lottare per la sua riqualificazione. L’ho fatto per ragioni economiche e politiche — resto pur sempre un socialista lombardiano — e ora lo faccio anche come vittima di un sistema che ha perso persino la pietà. Mi dichiaro colpevole di qualunque cosa possa accadere, ma non conosco persone innocenti.

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lunedì 29 dicembre 2025

Il doppio gioco della politica sarda - Mario Guerrini

 

Nel caos Sanità. Con una mano opera, istituzionalmente e di facciata, per la Sanità Pubblica. Dall'altro lavora e trae benefici dalla Sanità Privata. È il caso di Silvio Bachisio Lai, deputato sassarese del Pd, rieletto all'unanimità, tre mesi fa, Segretario regionale del Partito Democratico sardo. Lai è un politico di sicura esperienza. Già senatore (2013), oggi guida il Pd nel braccio di ferro che ha con la Presidente 5Stelle della Sardegna, Alessandra Todde, soprattutto in materia di politica sanitaria. In ballo, in queste ore, c'è la nomina dei 12 Dg delle Asl e delle altre strutture sanitarie. In cui regna uno stato di grande confusione, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima la riforma sanitaria votata dallo stesso Pd in Consiglio Regionale con la maggioranza di Campo Largo. Silvio Lai sta "discutendo" con la Todde sulle caselle dei nuovi Dg della Sanità Pubblica. Ma lui è un dirigente della Sanità privata, che ha rapporti commerciali con la stessa Regione. Infatti Silvio Lai è Direttore Generale del Centro di Cura e Salute di Platamona, località turistica sul mare alle porte di Sassari. La struttura fa capo alla società Servizi Salute Benessere S.r.l. Nel 2024 la Regione ha firmato con questa azienda privata una convenzione per 1 milione e 288 mila 331 euro di prestazioni. Silvio Lai ha rapporti costanti con i servizi sanitari pubblici, tant'è che in epoca Covid, come rappresentante legale del Centro di Cura e Salute di Platamona, ha firmato anche una convenzione con l'azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari, in cui è ovviamente forte l'influenza del Magnifico Gavino Mariotti (balzato agli onori della cronaca perché inquisito per Associazione mafiosa).

La posizione di Silvio Lai è verosimilmente corretta sul piano formale. Ma non può non lasciare perplessi, sul piano etico, il fatto che da dirigente di una struttura sanitaria privata tratti politicamente, da segretario regionale Pd, le nomine dei DG della Sanità pubblica. Anche di quelli che avranno la pertinenza dei rapporti commerciali con il Centro di Cura e Salute di cui lui è Direttore Generale. Una situazione che presta obiettivamente il fianco, a dir poco, a qualche confusione di ruoli.

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venerdì 12 dicembre 2025

Caos errori ed orrori al San Raffele - S.I.COBAS

Solo il sensazionalismo mediatico sembra gettare luce su condizioni di degrado sanitario ed umano che sono quotidiane, immanenti, inevitabili, preparate e volute ma non casuali.

Cosi come non si improvvisano la gestione delle cure intensive, cosi lo sprofondo documentato al San Raffaele non è un incidente casuale: è invece  il portato  di scelte gestionali a sua volta originate da un’idea di sanità piegata al profitto.

   

Al San Raffaele si consuma l’atto finale di una deriva del SSN che con le lotte degli anni ’60 e ’70 si voleva universale e gratuito. 

Con l’irruzione di un capitalismo sui generis che anziché investire risorse proprie ha fagocitato le risorse pubbliche ed ha fatto della salute un territorio per le sue scorrerie affaristiche.


La salute  da non mercanteggiare, la salute da preservare per  tutti  e soprattutto dei più poveri  è un principio che a Milano ma poi in tutta Italia va sostituendosi con la logica del “ti curi se hai i soldi”.   

Una sanità non uguale più per tutti ma a misura di portafoglio.

Ed ecco che lo scadimento assistenziale si raccorda con il cinismo del capitale che stabilisce prezzi e tariffe a secondo delle disponibilità individuali.

Ed ecco che la sanità diventa preda di ditte fintamente onlus, fintamente religiose,  fintamente cooperative. 

Ma la concorrenza tra i predoni, progressivamente, fa emergere società di taglia sempre più grande.  La concentrazione dei capitali opera anche in questo settore e fa emergere colossi come il Gruppo San Donato SPA che controlla a sua volta il San Raffaele.

L’appalto alle cooperative ha il vantaggio dei costi contenuti del personale, rispetto ad un personale professionale che ha lo svantaggio di costare di più. La qualità assistenziale è deprezzata di conseguenza.

 

La gestione del San Raffaele ha solo portato alle estreme scelte  proprie del  registro Profitti e Perdite.

 

Ed ecco che il concentramento, voluto dalla direzione del San Raffaele,  delle cooperative nei reparti che si occupano, guarda caso, dei malati “non paganti” ma bisognosi di cure intensive, non è un blackout momentaneo è un lucido disegno di un capitale che non ha coscienza sociale. La sua coscienza si misura in quote di capitale che devono essere crescenti.

  

A conferma di ciò alle dimissioni dell’Amministratore Unico Francesco Galli (che passa a dirigere altre strutture sanitarie e ad assumere quindi altre cooperative), subentra un ingegnere, Marco Centenari con una formazione non certamente sanitaria ma certamente più attrezzato a limitare le spese (del personale) e massimizzare i guadagni societari della Spa.  

 

Man mano che il clamore della caotica giornata va spegnendosi e le luci natalizie si accendono l’assessore alla Sanità  Guido Bertolaso rassicura  che il San Raffaele è “ un vero fiore all’occhiello della sanità italiana ed è fisiologico che ogni giorno possano presentarsi criticità" 

Tra i fiori critici bisogna annoverare: la terapia delle ore 18 somministrata alle 24, la terapia antibiotica non somministrata, gli esami del sangue non effettuati, allo squillare del campanello l’infermiere (può arrivare) dopo mezzora e il medico dopo due ore e mezzo che nel frattempo si rende conto che gli esami ematici del mattino non sono stati fatti, gli esami  vengono eseguiti a mezzogiorno ma a mezzanotte si scopre che alcune provette si sono perse. Un’infermiera della cooperativa rivela di  che non aver mai fatto l’affiancamento, un’altra dichiara che non sapeva dove cercare i farmaci né di saper caricare gli esami né di saper gestire la ventilazione assistita … l’elenco potrebbero continuare! Ma può bastare,

Per fortuna “la Madonnina che brilla da lassù” questa volta ha scongiurato drammi ancora più gravi. 

 

Ma intanto è Natale e la stella cometa riposa sul San Raffaele. Ma non brilla!

 

Sindacato Intercategoriale Cobas 



martedì 21 ottobre 2025

Mammografie “dubbie” ma donne mai ricontattate: lo scandalo degli screening oncologici travolge l’Andalusia - Victor Serri

Centinaia, forse migliaia di donne andaluse non sono mai state avvisate dei risultati sospetti delle loro mammografie. Tanto da aver scoperto solo dopo anni di avere un tumore al seno in fase avanzata. Quello che sembrava un errore tecnico si è rivelato un colossale fallimento istituzionale, che oggi travolge la Junta de Andalucía, governata dal Partido Popular (PP), il partito di centrodestra che guida la regione dal 2019 con il presidente Juan Manuel Moreno Bonilla.

La vicenda è esplosa come una bomba politica e sanitaria, portando alle dimissioni della consigliera alla Salute e Consumo, Rocío Hernández, e scatenando accuse di negligenza, opacità e tagli sistematici alla sanità pubblica.

Lo scandalo nasce da una denuncia partita dal basso. L’associazione Amama, che riunisce donne operate di cancro al seno, ha scoperto che centinaia di pazienti non erano mai state convocate per ulteriori controlli dopo una mammografia “dubbia”. In molti casi, i referti sospetti erano rimasti bloccati nei sistemi informatici o non trasmessi ai medici di riferimento.

Le prime ammissioni del Servizio Sanitario Andaluso (SAS) parlavano di “pochi casi isolati”, ma presto la realtà è apparsa molto diversa. Secondo le inchieste di eldiario.es e El Salto Diario, le donne coinvolte sarebbero almeno duemila. Alcune di loro hanno già avviato azioni legali contro l’amministrazione per negligenza medica.

Il programma di “cribado” (screening) del cancro al seno è uno dei principali strumenti di prevenzione del sistema sanitario spagnolo. Ogni due anni, le donne tra i 50 e i 69 anni vengono invitate a sottoporsi a una mammografia gratuita. Se l’esame mostra segni sospetti, la paziente deve essere contattata entro poche settimane per ulteriori indagini.

Ma in Andalusia — secondo quanto emerso — questa catena di comunicazione si è spezzata. Migliaia di referti non sarebbero mai stati segnalati, lasciando molte donne senza diagnosi tempestiva. “È un fallimento del sistema”, ha dichiarato un radiologo dell’ospedale Virgen del Rocío di Siviglia, epicentro della crisi. “La carenza di personale e l’eccesso di burocrazia hanno fatto saltare i protocolli”.

Il governo di Moreno Bonilla ha inizialmente cercato di minimizzare la portata dello scandalo, parlando di “un errore tecnico”. Ma di fronte al clamore mediatico e alle proteste di piazza, la Junta — guidata dal PP e sostenuta da Vox su diversi fronti politici — ha dovuto cambiare tono.

Sono arrivate le dimissioni di Rocío Hernández, la consigliera alla Sanità, e l’annuncio di un piano d’emergenza: 12 milioni di euro di investimenti straordinari, assunzione di 65 radiologi, e apertura dei centri di screening anche nei fine settimana.

“Stiamo affrontando il problema con serietà e trasparenza”, ha dichiarato Moreno Bonilla. Ma le opposizioni accusano il governo di centrodestra di aver smantellato progressivamente la sanità pubblica e favorito l’espansione del settore privato.

Negli ultimi cinque anni, la Junta guidata dal PP ha introdotto delle riforme che hanno indebolito l’esclusività del personale medico pubblico, consentendo ai medici del SAS di lavorare anche per strutture private. Il risultato, denunciano sindacati e opposizione, è un sistema sempre più duale, in cui le prestazioni più redditizie vengono dirottate verso il privato, mentre la sanità pubblica si svuota di risorse e competenze.

“Il governo del PP e Vox ha preferito finanziare le cliniche private invece di rafforzare gli ospedali pubblici”, ha attaccato María Jesús Montero del PSOE, principale partito d’opposizione. Dello stesso tenore le critiche di Adelante Andalucía e Sumar, che chiedono una commissione parlamentare d’inchiesta e una indipendente del SAS.

Il malcontento cresce anche tra i cittadini: nelle ultime settimane si sono moltiplicate le manifestazioni davanti agli ospedali di Siviglia, Granada e Málaga, con slogan come “La sanità non si vende, si difende” e “I nostri corpi non sono numeri”.

Al di là delle responsabilità istituzionali, lo scandalo dei “cribados” rivela crepe strutturali profonde. Gli esperti parlano di penuria cronica di radiologi, sistemi informatici obsoleti, e mancanza di coordinamento tra i diversi livelli di assistenza.

E il problema potrebbe non fermarsi al tumore al seno: fonti interne al SAS temono che anomalie simili possano emergere anche nei programmi di screening per il colon e la cervice uterina. Se ciò fosse confermato, la crisi assumerebbe dimensioni senza precedenti.

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domenica 20 luglio 2025

La burocrazia sanitaria impone ai malati dei veri dazi: lo sa chi ricorre a esenzioni per patologia - Enrico D’Elia (Cerste)*

 

Desta grande apprensione l’imposizione di dazi sulle nostre esportazioni verso gli Usa. Eppure, la burocrazia sanitaria impone dei veri e propri dazi, con tanto di barriere e caselli, ai malati, ovvero le fasce più deboli della popolazione. Li conosce bene chiunque sia entrato nel girone infernale delle “esenzioni per patologia”.

Per ottenere uno sconto su prestazioni e farmaci che dovranno essere prescritti per tutta la vita, i pazienti, spesso non autosufficienti, sono costretti a trascinarsi tra parecchi “uffici doganali”, diversi da regione a regione. Il primo passaggio è dal medico di base, che diagnostica la patologia ma può solo spedire il paziente da uno specialista compilando una ricetta elettronica. Superate le liste di attesa, lo specialista in genere conferma la diagnosi, ritira la ricetta elettronica, ma chiede al malcapitato di riscrivere tutto su un modulo cartaceo e di indicare la Asl di appartenenza.

Tuttavia il paziente difficilmente conosce i confini di una suddivisione decisa da qualche burocrate regionale. Sulla tessera sanitaria non c’è e sul sito del Servizio Sanitario Nazionale si trovano spesso delle cartine mute, di quelle usate nelle scuole di una volta, da cui dovrebbe dedurre la preziosa informazione. Neppure un programma di intelligenza artificiale, consultato per l’occasione, risulta di aiuto. Superata questa prima barriera, lo specialista ritira il foglio compilato dal paziente e trasferisce tutti i dati su un pc. A questo punto stampa un nuovo modello cartaceo su cui appone firma e timbro e invita il paziente a recarsi presso la Asl di competenza per ricevere un certificato di esenzione.

Il (molto) paziente deve trovare l’ufficio preposto alle “esenzioni per patologia”, che però è seminascosto sul sito della Asl e talvolta dista chilometri dal luogo di residenza. Qui al nostro viene richiesto di riportare su un nuovo modulo cartaceo le stesse informazioni contenute già nei moduli precedenti, che vengono riportate su un altro pc. Il risultato è la stampa di un altro modulo cartaceo timbrato e firmato che deve essere restituito al medico di base, che dovrà inserirlo nel sistema informativo del Servizio Sanitario Nazionale.

Solo a quel punto il paziente potrà ottenere l’agognato sconto su prestazioni spesso talmente sgradevoli che solo pochi masochisti le richiederebbero senza un motivo serio. Grazie a questo prezioso foglietto, il medico può procedere alla prescrizione degli esami e delle medicine necessarie. Ma non è finita qui. Per parecchie patologie croniche l’esenzione deve essere rinnovata ogni 2-3 anni, forse confidando in qualche miracolo. Per molti farmaci il ticket è una cifra ridicola che spesso non è neanche arrotondata ai 5 cent, come suggerirebbe il progressivo ritiro dalla circolazione dei nichelini da 1 e 2 cent. Invece per altri farmaci e “presidi sanitari” è necessario recarsi periodicamente dal solito specialista, come nel gioco dell’oca, per ottenere un “piano terapeutico” che copre il fabbisogno di pochi mesi anche per patologie croniche (a meno di miracoli). In ogni caso, esenzioni e prescrizioni valgono solo all’interno dello spazio doganale della regione di residenza, come nel medioevo.

Trascuriamo l’onere degli spostamenti e del tempo richiesti al paziente e il costo del personale coinvolto suo malgrado in questo gioco dell’oca, e concentriamoci sui possibili errori commessi durante la sequenza delle trascrizioni, che spesso comportano il riavvio della procedura e la duplicazione dei costi. Si tratta di almeno otto passaggi e supponendo che ci sia solo l’1% di probabilità di qualche svista ad ogni trascrizione, si verificherebbe uno stop alla procedura in poco meno dell’8% dei casi, ovvero per un paziente ogni 12.

Immaginiamo solo per un attimo cosa succederebbe se fossero necessari passaggi simili per effettuare un bonifico online o un acquisto su qualche marketplace. Un errore ogni 12 transazioni renderebbe rischioso qualsiasi scambio elettronico e quindi tutta la new economy non sarebbe mai nata. Eppure per ridurre burocrazia, costi e rischi di errore basterebbe che lo specialista fosse autorizzato ad avviare direttamente la procedura per l’esenzione, con eventuali controlli da parte delle Asl, esattamente come avviene quando usiamo una carta di credito. Si libererebbero parecchie risorse da impiegare nella cura dei malati piuttosto che in questa produzione di carta a mezzo di carta. Invece il dibattito politico sembra trastullarsi su riforme epocali che richiedono tempi di attuazione biblici e finanziamenti colossali, ma promettono risultati incerti in termini di efficienza e di costi.

*Economista, ha collaborato con diverse istituzioni nazionali e internazionali e si è occupato principalmente di finanza pubblica, comportamento di consumatori e imprese, prezzi e previsioni macroeconomiche. E’ vicepresidente del Cerste (Centre Européen des Recherches Socio-Économiques, Technologiques et Environnementales).

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lunedì 30 giugno 2025

Un miliardo di spesa sanitaria sprecata: perché gli italiani non scelgono il generico - Giovanni Fattore

 

Gli italiani spendono un miliardo all’anno perché rinunciano ai farmaci generici. Ad un livello superficiale si potrebbe dire: fatti loro. Eppure questo “spreco” fa riflettere

 

Quando il brevetto di un farmaco scade lo stesso farmaco può essere prodotto e venduto come “generico”: è esattamente lo stesso principio attivo ma possono cambiare gli eccipienti e il colore o la forma delle capsule o delle pillole. Il prezzo dei farmaci generici è libero ma deve essere almeno il 20% inferiore a quello del farmaco originale. Il Servizio Sanitario Nazionale rimborsa solo il prezzo del farmaco generico a prezzo più basso e l’eventuale differenza rispetto ad una scelta più costosa è a carico del cittadino. Il razionale di fondo di questa norma è semplice: attivare competizione di prezzo per i farmaci il cui brevetto è scaduto, visto che il periodo di monopolio dell’innovatore ha generato abbastanza profitti.

Il medico dovrebbe sempre prescrivere il nome generico, a meno di motivazioni cliniche specifiche (rare), e il farmacista dovrebbe avere disponibili le opzioni generiche. Come ricordato, se il paziente preferisce l’originale deve pagare la differenza, spesso nettamente superiore al 20%. Né i medici né i farmacisti hanno incentivi rilevanti a prescrivere i farmaci originali, eppure gli italiani spendono un miliardo all’anno perché rinunciano all’opzione generica.

Ad un livello superficiale si potrebbe dire: fatti loro. I cittadini hanno la possibilità di spendere meno per lo stesso prodotto e non lo fanno; in fondo è una questione privata. I consumatori si comportano così per tanti altri prodotti il cui valore d’uso è lo stesso ma il prezzo molto diverso. Ad un livello un po’ più profondo questo “spreco” ci deve invece fare riflettere. In Regno Unito la prescrizione dei farmaci generici è all’80%, da noi poco più del 20%. E il cittadino inglese ha mediamente un reddito più alto di quello italiano. Dietro questa ostilità domestica verso i generici c’è qualcosa di specifico della realtà italiana, a partire dalla mancata informazione dei pazienti, al probabile non pieno rispetto delle norme da parte di medici e farmacisti, alla mancanza di politiche di informazione da parte del SSN che chiariscano bene ai pazienti che i farmaci generici hanno gli stessi effetti di quelli originali.

A questo proposito, si pensi che spesso una sola azienda produce sia i farmaci originali che i generici, modificando semplicemente colori e nomi sulle confezioni. Ancora più assurdo è notare che i farmaci sono molto meno diffusi al sud che a nord; ancora, laddove ci sono meno risorse si spreca di più.

Il modesto utilizzo dei generici in Italia è probabilmente un sintomo di una scarsa cultura della salute e dei servizi sanitari. Probabilmente alcuni pazienti pensano che i farmaci originali siano meglio di quelli generici (se li avessimo chiamati equivalenti forse sarebbe stato meglio), nella logica del più si spende più si ha qualità. Ma la qualità dei farmaci non è assicurata dal mercato ma da precise regole sulla loro produzione, distribuzione e conservazione. La responsabilità è anche di farmacisti e medici: non vendono profumi ma prodotti per la salute. E’ quindi loro compito proteggere il paziente anche quando pagante, spiegandogli che effettivamente il generico è uguale all’originale ed è quindi irrazionale spendere di più per lo stesso farmaco. Tra l’altro, c’è anche un elemento paradossale: la spesa sanitaria privata è deducibile dalle imposte per il 19%, al di sopra di una franchigia di circa 129 Euro). In altre parole, circa un quinto della spesa inutile per il mancato utilizzo dei generici è pagata dallo Stato, in termini di mancate entrate. Sic!

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lunedì 23 giugno 2025

La professione infermieristica: quale ruolo rispetto alle problematiche climatiche e all’assistenza primaria - Mario Fiumene


L’evoluzione dei bisogni di salute, la crescente complessità dei percorsi assistenziali e la riorganizzazione dei servizi territoriali richiedono un ripensamento del contributo di tutte le professioni (mediche, sanitarie, infermieristiche, sociali e così via) nei processi di trasformazione del sistema sanitario.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano rappresenta una complessa organizzazione Knowledge-Based, ovvero una realtà che si fonda sul valore della conoscenza e competenza professionale di chi vi lavora. Tra queste figure professionali, gli infermieri rappresentano circa il 40% di tutto il personale del SSN e svolgono un ruolo cruciale nel garantire l’efficacia, la continuità e la qualità delle cure. La dotazione strutturale di un sistema sanitario rappresenta uno dei principali indicatori per valutarne l’efficienza e la capacità di rispondere alle esigenze della popolazione.

Gli indicatori utilizzati per rappresentare queste dimensioni riguardano la disponibilità di risorse umane sulla base della domanda (popolazione da coprire e numero posti letto) e la composizione del personale. Un contesto globale in rapida evoluzione pone sfide per i sistemi sanitari e influisce sulla salute e sul benessere. Instabilità geopolitica, conflitti, cambiamenti climatici e sconvolgimenti ambientali stanno avendo un impatto su un numero crescente di paesi.

L’incertezza economica persiste insieme all’aumento del debito pubblico, all’inflazione e alla riduzione del margine di bilancio, tutti fattori che incidono sulla spesa del settore sociale. Le ripercussioni sulla salute umana si riflettono nel rallentamento dei progressi nella riduzione della mortalità materna, neonatale e infantile e nell’aumento delle malattie non trasmissibili (NCD), dei problemi di salute mentale, delle malattie trasmissibili, della resistenza antimicrobica e dei rischi infettivi ad alto rischio.

Mancano 5 anni all’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2030. I progressi in materia di copertura sanitaria universale (UHC), sicurezza sanitaria e Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) relativi alla salute non possono essere realizzati senza un numero adeguato di operatori sanitari e assistenziali dotati delle competenze necessarie per soddisfare i bisogni di salute della popolazione. Mentre lo “stock” globale di operatori sanitari è aumentato costantemente nell’ultimo decennio, i progressi nel colmare la carenza di operatori sanitari sono rallentati, inducendo una revisione al rialzo della carenza globale prevista per il 2030 da 10 a 11 milioni, il 69% dei quali sarà a carico delle regioni africane e del Mediterraneo orientale dell’OMS.

Queste lacune nell’accesso agli operatori sanitari rappresentano una grave disuguaglianza che deve essere affrontata. Lo Stato dell’assistenza infermieristica nel mondo 2025 fornisce dati ed evidenze aggiornati e convalidati sulla forza lavoro infermieristica globale, come riportato attraverso un approccio standardizzato per i dati sulla forza lavoro sanitaria nazionale. La maggiore disponibilità di dati consente una maggiore precisione nella descrizione delle sfide relative alla formazione infermieristica, all’occupazione, all’erogazione dei servizi e alla leadership, nonché una pianificazione adeguata delle risposte politiche per affrontarle.

Ottimizzare la produzione nazionale di infermieri per soddisfare o superare la domanda del sistema sanitario è nell’agenda di molti Paesi. In particolare quelli africani e del Mediterraneo orientale, devono aumentare il numero di laureati in infermieristica per tenere il passo con la crescita demografica e l’espansione della domanda del mercato del lavoro. Molti paesi dovranno affrontare i colli di bottiglia che impediscono l’ammissione o l’iscrizione degli studenti (ad esempio, la disponibilità di facoltà infermieristiche e sedi di formazione clinica; limitazioni nelle infrastrutture e nelle attrezzature per la formazione), da noi in Italia si discute di come rendere attrattiva la Professione infermieristica. In altre realtà si pensa a come dare agli infermieri gli strumenti per contribuire all’agenda climatica attraverso la formazione, l’advocacy, la pratica consapevole del clima in ambito sanitario e la leadership.

Integrare i risultati di apprendimento sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute nei programmi di studio basati sulle competenze e negli studi interdisciplinari. I ruoli infermieristici nelle strutture sanitarie possono promuovere misure di sostenibilità e consapevolezza climatica nei loro luoghi di lavoro. Anche in Italia si dovrebbero ripensare i percorsi didattici e inserire nei programmi le tematiche di salute dell’ambiente e dei luoghi di vita. L’ambiente globale è sempre più caratterizzato da crisi e conflitti concomitanti, incertezza economica, accelerazione dei cambiamenti climatici e aumento delle disuguaglianze sociali.

Conflitti e emergenze prolungati si verificano in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche. La stagnazione e la regressione economica globale stanno esercitando pressioni sui bilanci degli aiuti allo sviluppo e limitando la spesa del settore sociale in senso più ampio. Gli impatti dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale sono più evidenti e colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni vulnerabili. I cambiamenti demografici sono sempre più caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione e dai bassi tassi di natalità in molti paesi, compreso il nostro, parallelamente a un costante aumento dell’urbanizzazione in tutto il mondo. Sebbene i progressi tecnologici offrano un potenziale significativo per migliorare l’accesso alle informazioni, il processo decisionale e la produttività, i benefici comportano il rischio di ampliare i divari di accesso, aggravare le disuguaglianze, la disinformazione e la disoccupazione.

Gli infermieri svolgono un ruolo cruciale nell’affrontare gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici attraverso l’istruzione, la sensibilizzazione e le pratiche sanitarie sostenibili. In quanto operatori sanitari che lavorano in prima linea nella fornitura dei servizi, educano i pazienti e le comunità sui rischi per la salute legati al clima, tra cui l’inquinamento atmosferico, il caldo estremo e le malattie trasmesse da vettori, promuovendo al contempo misure protettive come la preparazione e la risposta alle emergenze, strategie di idratazione e prevenzione delle infezioni.

I loro stretti legami con le comunità li rendono potenti sostenitori della giustizia sociale, affrontando l’onere sproporzionato dei cambiamenti climatici, come l’aumento della prevalenza di malattie respiratorie e cardiovascolari dovuto all’inquinamento atmosferico o malattie trasmesse da vettori dovute ai cambiamenti climatici. In molti Paesi oltre all’educazione dei pazienti, gli infermieri guidano iniziative per ridurre l’impronta di carbonio delle strutture sanitarie e assistenziali promuovendo il riciclaggio, riducendo il consumo energetico, implementando pratiche di approvvigionamento sostenibili e sostenendo la telemedicina. Questi sforzi contribuiscono a mitigare l’impatto ambientale della salute e dell’assistenza, garantendo al contempo la resilienza contro i cambiamenti climatici come eventi meteorologici estremi, incendi boschivi e alluvioni.

Tuttavia, gli infermieri stessi affrontano rischi per la salute derivanti dai cambiamenti climatici, tra cui l’esposizione a temperature estreme, la scarsa qualità dell’aria e il peso psicologico della risposta alle emergenze causate dal clima. Il supporto alla salute mentale per gli infermieri che affrontano stress, burnout e traumi è essenziale per mantenere il benessere e l’efficacia della forza lavoro. Nonostante il loro ruolo fondamentale, molti infermieri segnalano una formazione inadeguata sui problemi di salute legati al clima.

Uno studio globale ha rilevato che tra gli operatori sanitari intervistati, il 41% ha segnalato una mancanza di conoscenza come ostacolo alle iniziative sui cambiamenti climatici, il 22% ha citato un supporto tra pari limitato e il 31% riteneva che gli operatori sanitari avrebbero avuto scarso impatto, sottolineando l’urgente necessità di una migliore istruzione e sviluppo delle competenze. Pertanto, il rafforzamento dei programmi di studio infermieristici e l’espansione dei programmi di sviluppo professionale continuo prepareranno meglio gli infermieri ad affrontare le sfide climatiche nella loro pratica. Integrando un’assistenza consapevole del clima nella loro pratica, gli infermieri contribuiscono alla resilienza sanitaria globale e al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

La loro competenza sia nell’assistenza diretta ai pazienti che nella più ampia sostenibilità del sistema sanitario li rende centrali per promuovere una risposta incentrata sulla salute ai cambiamenti climatici che dia priorità alla prevenzione, all’adattamento e all’equità. Come già detto in precedenza è auspicio che anche in Italia i programmi di studio infermieristici siano rivisti in applicazione dell’art.7 del nuovo Codice Deontologico 2025: «l’infermiere promuove stili di vita ecosostenibili e rispettosi dell’ambiente, riconoscendo l’interazione tra la salute umana, quella animale e l’ambiente, per una salute integrale a livello globale».

Vediamo un altro aspetto: gli infermieri nell’assistenza sanitaria primaria. Gli infermieri sono fondamentali per l’assistenza sanitaria primaria, poiché forniscono servizi equi, convenienti e incentrati sulle persone, rafforzando al contempo le capacità del sistema sanitario. Basato su prove concrete e supportato da politiche globali, l’approccio all’assistenza sanitaria primaria rimane fondamentale per raggiungere la copertura sanitaria universale e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Gli infermieri sono fondamentali per coordinare, personalizzare, supervisionare e comunicare l’assistenza tra specialisti, assistenti e caregiver informali. In qualità di caregiver, promotori, supervisori, educatori e leader, gli infermieri sono essenziali per la sicurezza del paziente.

La loro competenza nella gestione del rischio e nell’assistenza basata sulle evidenze garantisce la sicurezza nell’erogazione dei servizi. In particolare, il 67% dei paesi segnala l’integrazione dei principi di sicurezza del paziente nella formazione infermieristica, supportando funzioni critiche come la somministrazione di farmaci e la prevenzione e il controllo delle infezioni (IPC). Nonostante le sfide come la carenza di personale, gli infermieri sostengono le misure di IPC come l’igiene delle mani e le tecniche asettiche, promuovendo al contempo la fiducia attraverso l’educazione del paziente. Investire nella capacità e nella leadership infermieristica è fondamentale per sostenere l’assistenza primaria e le funzioni essenziali della sanità pubblica come nucleo dei servizi sanitari integrati consentendo agli individui e alle comunità di gestire la propria salute.

Gli infermieri sono fondamentali nel promuovere questi pilastri e nel guidare l’agenda dell’assistenza sanitaria primaria. Gli infermieri di famiglia IFeC (legge 77/2020) dovranno essere in prima linea in questa visione. Al contrario di altre professioni sanitarie, l’infermiere di famiglia e comunità (e in generale l’infermiere) non è una figura tecnica perché il suo intervento non si esaurisce con la prestazione erogata a fronte di una bisogno, ma agisce in modo preventivo, proattivo e partecipativo rispetto al paziente e anche alla sua famiglia perché questi siano in grado di comprendere la loro situazione e di affrontarla secondo i parametri necessari all’assistenza e alla tutela della salute, ma anche da punto di vista sociale e di integrazione per una qualità di vita migliore, anche attraverso la tutela dell’ambiente.

Mario Fiumene Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche, già Coordinatore Area delle Cure Domiciliari Servizio delle Professioni Sanitarie Asl 3 e Asl 5, Regione Sardegna

https://www.manifestosardo.org/la-professione-infermieristica-quale-ruolo-rispetto-alle-problematiche-climatiche-e-allassistenza-primaria/

venerdì 2 maggio 2025

Sanità pubblica al collasso: il definanziamento del Ssn e il fallimento delle promesse post-Covid - Luca Pisapia

 

 

Questo articolo fa parte di un dossier in quattro puntate dedicato alla crisi del Servizio sanitario nazionale (Ssn).

A oltre quattro anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19, il sistema sanitario pubblico italiano continua a essere oggetto di tagli, ritardi e scelte politiche che ne minano la tenuta. Attraverso questa serie analizziamo cause, effetti e responsabilità del progressivo smantellamento del Ssn, mettendo in luce le sue gravi conseguenze sociali, economiche e territoriali.

Ecco gli articoli che compongono il dossier:

  1. Sanità pubblica al collasso: il definanziamento del Ssn e il fallimento delle promesse post-Covid
    Una panoramica sullo stato attuale del Ssn e sul definanziamento che lo ha colpito negli ultimi decenni, aggravato dal mancato utilizzo dei fondi del Pnrr.
  2. Sanità pubblica, fondi fermi e letti tagliati: così il Pnrr non cura nessuno
    Un focus sul simbolo della crisi pandemica: la drammatica riduzione dei posti letto. Con una denuncia sull’incapacità (o volontà) della politica di spendere i fondi disponibili.
  3. Sanità pubblica allo stremo: mancano medici, infermieri e strutture di prossimità
    L’emergenza del personale sanitario e il collasso della medicina di prossimità, con particolare attenzione alle diseguaglianze territoriali e alla scomparsa della prevenzione.
  4. La distruzione del Servizio sanitario nazionale favorisce le multinazionali della sanità privata
    L’aumento della spesa sanitaria a carico delle famiglie e lo spostamento verso la sanità privata: un quadro allarmante di come le scelte politiche stiano svuotando il diritto alla salute.

Puoi leggerli nell’ordine che preferisci, oppure partire da qui.

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Sanità post-Covid: cosa è rimasto delle promesse

Andrà tutto bene. Lo si scriveva su lenzuola e cartelli, lo si urlava dai balconi. Non è andata bene per niente, anzi, è andata peggio di quello che si pensava. La pandemia di Covid-19 in Italia è stata devastante. Nel rapporto tra popolazione, contagi e morti, il nostro Paese è stato ai primi posti in assoluto tra i cosiddetti Paesi sviluppati. Tra questi, peggio di noi solo Stati Uniti e Regno Unito. Lì perché l’accesso alle cure è riservato a pochi privilegiati, e perché sono state attuate idiote politiche di tolleranza sulla diffusione del virus. Da noi per altri motivi. E non perché ci sia stato un fantomatico paziente zero (spoiler: non c’è mai stato), ma perché il nostro Servizio sanitario nazionale (Snn) era stato distrutto negli anni precedenti, soprattutto dai governi di centrosinistra

Dopo la pandemia, dalla politica sono arrivate rassicurazioni bipartisan sulla ristrutturazione e sul miglioramento del Snn. E attraverso il Pnrr sono arrivati anche i fondi per poterlo fare. Ma queste promesse si sono rivelate ancora più fatue di quelle scritte di speranza condite dagli arcobaleni che sventolavano sui balconi. E i soldi del Pnrr sono ancora lì, in attesa di essere spesi, a pochi mesi dalla scadenza. E oggi il Ssn versa ancora in condizioni drammatiche, se non peggiori di quando si è diffusa la pandemia. Accedere alle cure pubbliche in Italia è difficilissimo. È possibile solo in alcune Regioni, in altre nemmeno. E tutto questo, di nuovo, a vantaggio della sanità privata. Lo rivela in maniera drammatica l’ultimo Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato lo scorso ottobre…

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