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sabato 3 ottobre 2026

Ma niente è come stare nella macchina - Paolo Pileri

 

Da mesi e mesi il governo, e pure l’opposizione, ci parlano di arginare il costo del carburante facendo leva sulla riduzione delle accise. È un tormentone che ha finito per far atterrare un tema enormemente importante solo e soltanto sulla pista delle accise, del price cap della benzina e del bollo auto. Solo accise, benzina e bollo auto, null’altro. Sembra che per entrambi queste siano le uniche cose da fare: continuare a tenere gli italiani nelle auto. Ed è proprio questo retro-messaggio che mi preoccupa. Siete così sicuri che dobbiamo continuare a usare l’auto così tanto e ovunque? Oppure avete solo paura di affrontare l’argomento? Pensate ai vostri consensi? È la loro perdita che vi spaventa? I voti come i soldi: sporchi, maledetti e subito? Siete così sicuri che non esistano alternative? Beh, sappiate che ne esistono. E potreste almeno provarci.

Ci sono precedenti politici illustri che magari vi sono sfuggiti: ricordiamoli. Nel 1973, in una situazione similmente drammatica tra guerre e gravi rincari del petrolio, l’allora primo ministro olandese, Joop den Uyl tenne un famoso discorso, sofferto, ai suoi cittadini dove spiegò la grave situazione per l’economia, la dignità, le libertà dei cittadini olandesi per via della contrazione della disponibilità delle fonti fossili. Anche sollecitato da parlamentari (tra tutti, Maartje van Putten) propose loro una ricetta visionaria per ridurre i consumi energetici che conteneva le premesse per un intenso programma di ridisegno della mobilità privata potenziando in modo vigorosissimo la ciclabilità e la pedonalità.

Ne fece una questione di orgoglio nazionale, di innovazione, di sostenibilità ante litteram. Con tempismo e astuzia politica, colse al balzo le varie manifestazioni popolari che in quegli anni avevano portato all’attenzione l’aggravamento della vivibilità urbana a causa della crescita incontrollata del traffico urbano, con tanto di aumento della incidentalità e riduzione degli spazi urbani usati liberamente da adulti e soprattutto bambini. Non si sognò di parlare di accise o di incentivi o di bonus per il bollo auto ma propose un coraggioso cambio di abitudini urbane. Una scelta difficile, certamente avversata da una parte ampia di quegli olandesi che nel frattempo si erano velocemente abituati all’auto e quelle imprese commerciali che avevano subito investito nella mobilità su gomma per i loro affari.

Eppure ebbe il coraggio di cogliere nella crisi la lungimiranza di imprimere un programma politico, sociale e urbanistico epocale per portare i cittadini a vivere la propria mobilità quotidiana in bici e a piedi, associandolo a un profondo progetto urbano per far cambiare pelle alle città, con un programma di lungo termine. In un decennio i Paesi Bassi cambiarono faccia e si trasformarono in quel Paese pieno di biciclette che noi oggi invidiamo.

Ecco cosa vuol dire essere politici: imprimere veri cambiamenti, verso la sostenibilità ambientale, aiutando i cittadini a collaborare nonostante il pericolo di non essere capiti. Non so, e francamente non mi interessa sapere, se Joop den Uyl o il suo partito abbia poi vinto le successive elezioni. Potrebbe anche averle perse, ma quel che ha vinto è sicuramente l’idea che la politica è visione e non gretta contabilità, è offrire crescite culturali e non appiattimenti sterili crogiolandosi nei vizi insostenibili di sempre, è il coraggio di un progetto di lungo periodo e non la misura del tutto-subito.

Noi invece scontiamo il bollo auto e togliamo accise che è un modo per dire ai nostri cittadini di continuare a essere viziosamente accaniti consumatori di benzina e gasolio, saldamente seduti sui sedili delle loro auto. Ma è normale tutto questo? È normale che nessuna e nessuno politico abbia detto una sola parola? Che non ci sia quella minima dose di buon senso per parlare di risparmio energetico? Nessuno e nessuna che prova a dire che in molti casi si può andare a piedi o in bicicletta per tanti spostamenti quotidiani.

Certamente non tutti possono rinunciare all’auto. Non sempre. Non ovunque. Ma per una enormità di casi, si può ed è inaccettabile e perfino colpevole non stimolare i cittadini a lasciare l’auto e andare a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. Nessuna e nessuno che a reti unificate dica questa cosa. Neppure il nostro presidente della Repubblica. Per favore: qualcuno, che non siano le compagnie dell’energia, ci spieghi perché non rispondere a questa terribile crisi investendo massicciamente anche in ciclovie e in un programma di realizzazione di marciapiedi delle nostre città (perché spesso non esistono nemmeno)? Andare in bici e a piedi aiuterebbe anche a stoppare le guerre. Perché non avviare programmi scolastici per incentivare la mobilità a piedi e in bici dei nostri studenti? Approfittare delle crisi per avviare cambiamenti radicali nelle pratiche quotidiane della mobilità è un’opzione difficile ma possibile e in grado di scatenare correzioni di abitudini che diversamente non riusciamo ad avviare.

Continuiamo a perdere occasioni per innescare cambiamenti culturali. Gli eletti nei ruoli politici continuano ad abdicare a ogni funzione culturale. È sempre più freddo calcolo di ragioneria elettorale, gara, slogan, rincorsa al consenso di pancia e non di testa, selfie e video per i social. Se non siete buoni a fare un mezzo discorso visionario che tenta di cambiare in meglio gli stili di vita responsabili delle crisi climatiche ed ecologiche, lasciate perdere. E per favore risparmiateci le ipocrite cartoline dove vi vedremo in bicicletta per le prossime elezioni. Almeno questo, per quel che rimane del rispetto, evitatelo.

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mercoledì 8 ottobre 2025

Solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resta coltivabile. È ecocidio - Paolo Pileri

 

Abbiamo già scritto di ecocidio mesi fa riportando i dati di distruzione dei suoli nella striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano. È venuto il momento di tornare sulla questione a favore dei lettori visto che la Fao ad agosto ha pubblicato un foglio statistico aggiornandoci sulla distruzione dei suoli agricoli a Gaza. I dati sono sconvolgenti.

Al 28 luglio 2025 l’86,1% dei campi è stato deliberatamente distrutto, affamando tutta la popolazione sopravvissuta, di cui l’80% è stata dichiarata in emergenza alimentare. Per capirci meglio, dei 15.000 ettari coltivati a Gaza ne sono rimasti solo 2.090, praticamente, niente. Nella regione più a Nord della Striscia, la distruzione è del 94% circa. A veder meglio i dati, di quel paio di migliaia di ettari i campi ancora coltivabili in sicurezza ammontano a soli 232 ettari ovvero l’1,5% delle aree agricole di tutta la striscia di Gaza. Sono numeri che fanno tremare i polsi. Se non è un ecocidio questo non oso immaginare che cosa lo sia.

A definire che cosa si intende per ecocidio si è occupato tra il 2020 e il 2021 un nutrito e autorevole gruppo di giuristi ed esperti indipendenti (Iep) in materie ambientali, ripetutamente riunitosi sotto il tetto della Stop ecocide Foundation (Sef). La definizione che ne è uscita è la seguente: quell’insieme di “atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Attenzione agli aggettivi. Con “grave” si intende riferirsi a “un danno che implica cambiamenti avversi molto significativi, distruzione o deterioramento di qualsiasi componente dell’ambiente, incluse le gravi ripercussioni sulla vita umana, o sulle risorse naturali, culturali o economiche”. Con l’aggettivo “diffuso” si intende “un danno che si estende oltre una limitata area geografica, valica i confini nazionali o è patito da un intero ecosistema o specie, o da un gran numero di esseri umani”. E infine con “duraturo” ci si riferisce a “un danno che è irreversibile o che non può essere sanato in maniera naturale in un periodo di tempo ragionevole” e per “ambiente” significa “la terra, la sua biosfera, criosfera, litosfera, idrosfera ed atmosfera, così come il cosmo”.

Sottolineo quattro concetti sopra riportati: “cambiamenti avversi molto significativi”, “gravi ripercussioni sulla vita umana”, “patito da un intero ecosistema” e “patito da un gran numero di esseri umani”. Nel caso di Gaza ritengo ragionevolmente che siano purtroppo soddisfatte tutte le quattro casistiche visto che quasi due milioni di persone a Gaza sono soggette a un’acuta crisi alimentare, di cui il 32% sono considerate a livello di allarme definito da “catastrofe” (Ipc, 2025) e visto che dell’ecosistema suolo agricolo rimane sano e sicuro solo 1,5%. Non mi pare ci siano dubbi che quanto è stato fatto da Israele nella terra di Palestina sia un ecocidio con particolare accanimento verso i suoli (da cui potremmo dire anche suolicidio).

Oltre a sanzionare e isolare Israele e lavorare diplomaticamente alla pace e oltre a riconoscere lo Stato di Palestina, il nostro governo, insieme ad altri, dovrebbe avviare presto il riconoscimento del reato di ecocidio. Mi viene da suggerirlo anche alle opposizioni a cui non vorrei fosse sfuggito. Non occuparsene ci mette in una condizione di maggior impotenza e accettazione, di fatto, dei crimini e delle ingiustizie perpetrate a milioni di persone e all’ambiente a Gaza. In altre parole, ci rende in qualche modo ancor più complici (cosa di cui personalmente mi vergogno). Detto tra noi, il riconoscimento di ecocidio sarebbe anche molto utile per le nostre beghe interne.

Non vorrei che questo sia il vero freno al riconoscimento. Rivolgo il medesimo appello anche ai nostri parlamentari europei che, anziché mollare tutto (ma non lo stipendio) e correre a candidarsi alle elezioni regionali, dovrebbero darsi da fare per far approvare la proposta di direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente che potrebbe essere un passo importante anche verso il futuro riconoscimento del reato di ecocidio. Ogni indugio, ogni rallentamento e ogni opportunità rimandata concorrono non solo ad accelerare e acutizzare i disastri ambientali e umanitari in corso ma anche, nel caso delle guerre, a porsi di fatto dalla parte opposta a quella dei processi di pace. Sbaglio?

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mercoledì 18 dicembre 2024

Ancora consumo di suolo. Meno ma sempre troppo per rimanere nel futuro - Paolo Pileri

       

È appena stato pubblicato l’undicesimo Rapporto sul consumo di suolo. Apriamo dicendo che l’incremento lordo di consumo di suolo dell’ultimo anno è sceso, passando da 8.500 ettari del periodo 2021-2022 a 7.254 del periodo 2022-2023. È innegabilmente una buona notizia.

Però non cantiamo vittoria troppo presto perché gli oltre settemila ettari rimangono un’esagerazione e continuano a tenerci ben al di sopra di ogni limite accettabile di sostenibilità: 19,9 ettari/giorno, ovvero 2,3 metri quadrati al secondo. Sempre troppi, sempre uno sfregio che sfigura il nostro territorio.

Una contrazione per la quale non abbiamo nessun elemento per considerarla l’esito di una folgorazione ecologica delle politiche urbanistiche dell’ultimo anno. Probabilmente parte della riduzione è da attribuirsi al ripristino di aree di cantiere prima conteggiate come suolo consumato e ora ripristinato. Un ripristino che, ricordiamolo, non azzera i danni e i disturbi ecosistemici che il suolo ha comunque subito negli anni di cantierizzazione.

Siamo un Paese che ancora corre a cementificare, condannandosi a rimanere lontanissimo dall’obiettivo del consumo netto di suolo zero.

La classifica regionale del consumo di suolo porta delle novità. La più inaspettata (per alcuni) è quella del primato dell’Emilia-Romagna che è balzata al primo posto per consumo di suolo netto (735 ettari nel 2023) nonché seconda per consumo di suolo lordo (815 ettari) dietro al Veneto (891 ettari).

Per chi ancora non ci credeva, è arrivata ora la dimostrazione che la tanto decantata legge urbanistica emiliano-romagnola (L.R. 24/2017) non è capace di fermare il consumo di suolo nonostante i proclami di quel governo regionale. Emilia-Romagna e Veneto hanno disarcionato l’eterna prima della classe, la Lombardia, che ora si attesta a 728 ettari/anno di consumo di suolo netto.

Pur salutando con interesse la contrazione lombarda, anche qui non possiamo dire che la diminuzione sia l’esito di una legge sul consumo di suolo che, semmai lo fosse, lo sarebbe a scoppio assai ritardato visto che sono passati dieci anni. Sta di fatto che a livello nazionale siamo saliti al 7,16% di superficie consumata pari a 365,7 metri quadrati di asfalto e cemento per ogni cittadino (+1,23 metri quadrati rispetto all’anno precedente).

A fronte di una generale riduzione del consumo di suolo, vi sono Regioni che hanno invece segnato un tasso di variazione positivo: Toscana (+23,5%), Umbria (+39,3%), Campania (+0,8%) e Basilicata (+8,6%). Stupisce e preoccupa il caso della Toscana dove è vigente la legge urbanistica più conservativa per il suolo ma che, probabilmente, le forze del cemento sono riuscite ad aggirare nell’ultimo anno.

Andiamo a vedere la situazione a livello provinciale aiutandoci con il coefficiente di urbanizzazione ovvero il rapporto tra aree urbanizzate e area totale. In molte aree del Paese il coefficiente è molto alto ed è ulteriormente aumentato, generando squilibri e criticità ecologiche e ambientali sempre più gravi: isole di calore, maggior esposizione a danni da alluvioni, etc. Ci sono province con coefficienti che sfiorano il 41% (Monza Brianza), il 32% (Milano), il 35% (Napoli), il 21% (Trieste).

Scendendo al livello comunale, la situazione rimane anche qui assai grave: in Campania si arriva a Comuni con oltre il 90% di superficie impermeabile (Casavatore), in Lombardia Lissone arriva circa al 71,5%, Sesto San Giovani al 70%; in Emilia-Romagna Cattolica è al 62,5%, in Abruzzo Pescara al 52%. E tantissimi sono i Comuni con oltre il 40% di superficie urbanizzata, valore che farebbe preoccupare immensamente uno scienziato come Johan Rockstrom per il quale la situazione è già ampiamente grave quando il peso delle aree urbane sommate a quelle agricole supera il 15% rispetto alla superficie totale.

Valori che sono figli di consumi di suolo più o meno elevati in molti Comuni. Il più elevato consumo di suolo lo ha totalizzato un piccolo Comune alle porte di Cagliari, Uta, con ben 105 ettari dovuti a serre e nuovi impianti fotovoltaici (ribadiamo la preoccupazione per la mancata pianificazione rigorosa della localizzazione delle rinnovabili). Segue Ravenna (il cui sindaco è ora il neopresidente della Regione Emilia-Romagna) con +89 ettari che scavalca Roma (+71,3 ettari) da sempre la top-consumer.

Tra le prime città consumatrici abbiamo anche Alessandria (+61,7 ettari), dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato il 26 novembre scorso per ricordare la terribile alluvione del 1994 e dove, ne concludo, il buon governo del territorio non è stato per nulla buono con il suolo, impermeabilizzando altre decine di ettari, esponendo la città e il territorio a nuovi rischi alluvionali.

A proposito di buon governo del territorio, non possiamo non ricordare la prestazione sempre scintillante di Milano, Comune recentemente oggetto di pseudo condoni edilizi (“Salva Milano”), che pur professandosi città green, ha cementificato altri 19 ettari circa (330,5 ettari tra il 2006 e il 2021 di cui il 23% solo tra il 2017 e il 2022).

Anche Bologna non ha spento la betoniera: +21,4 ettari nel 2022-23, + 16,8 nel 2021-22. Idem Venezia con +23,3 ettari nel 2022-23 e +40,32 nel 2021-22. E potremmo proseguire quasi all’infinito per arrivare a dire che le città continuano a macinare suolo, a rincorrere la rendita, a conformarsi a un modello di insostenibilità che procurerà grossi problemi nel futuro.

Con la grave crisi ecologica in corso abbiamo bisogno dell’esatto opposto: città che fermano il consumo di suolo, usano solo quel che hanno e liberano spazi. E invece, continuano a spalmarsi di asfalto per poi stendersi al sole della crisi climatica e abbrustolirsi (e noi con loro).

Ma anche gli altri Comuni consumano? Più i piccoli o i grandi? La maggior responsabilità va sulle spalle dei Comuni medi (quelli tra i 5mila e i 50mila abitanti) con il 58,3% del consumo di suolo dell’ultimo anno. Seguono i piccoli (sotto i 5mila abitanti) con il 23,6%. Si affaccia di nuovo il tema della frammentazione amministrativa come fattore che spinge il consumo di suolo. Oppure il fatto che i piccoli Comuni si trovano a subire le grandi trasformazioni funzionali ai capoluoghi ma che sarebbe troppo caro localizzare là. Ad esempio, la logistica o i data center o le grandi aree parcheggio o gli impianti energetici per le rinnovabili.

E poi ci sono gli effetti ambientali negativi che il consumo di suolo produce e scarica sulle spalle dell’ambiente e degli abitanti. Sono tanti e nel Rapporto sono documentati. Ricordiamo l’effetto isola di calore urbana. L’aumento del cemento significa aumento delle superfici che si scaldano di giorno e che scaldano le notti, rilasciando il calore accumulato, abbassando la qualità della vita urbana sia di giorno che di notte. Il differenziale di temperatura tra aree urbane e rurali è di oltre 10° C in molte città al punto da condannare intere Regioni alla graticola. Così nelle città di Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Liguria.

E poi, da non crederci, continuano i consumi di suolo in aree a pericolosità idraulica (+1.108 ettari in media pericolosità) come se non fossimo stati mai travolti da tragedie come quelle subite da poco nelle Marche, in Romagna e in Toscana. E continuano anche le cementificazioni in aree a pericolosità di frana: +37,7 ettari in aree a pericolosità di frana molto elevata; +79,2 in aree a elevata pericolosità; +146,5 in aree a media pericolosità.

Come vedete il consumo di suolo non si è fermato e mai si fermerà da solo. Siamo noi a doverlo fermare. È la responsabilità di politici, tecnici e urbanisti in primis. Ognuno dando voce a questa emorragia per come può fare. Importante è non distrarsi. La distrazione è assolutamente vietata soprattutto per chi ha responsabilità politiche di governo del territorio. Occorre accelerare sulla approvazione di una legge che fermi il consumo di suolo. Vedo invece che il Parlamento e tanta politica spendono energia a profusione per proroghe, condoni e interpretazioni autentiche. Autentiche non certo per il suolo e per il clima. Autentiche ancora una volta per il cemento, i soldi, il consumismo avido e le speculazioni.

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mercoledì 4 dicembre 2024

Salva Milano, sfascia il Paese - Paolo Pileri(*)

  

Sulla leggina ad urbem che affossa ciò che resta dell’urbanistica.
Il partito del cemento è uscito allo scoperto. E non poteva scegliere data migliore per farlo: la Giornata nazionale degli alberi, lo scorso 21 novembre.

D’altronde, perché parlare di Piani del verde comunali (peraltro non obbligatori in Italia, vergognoso) o di alberi a Milano, quando c’è da salvare torri di cemento cresciute più veloci dei platani e aprire nuove possibilità di deregolamentazione urbanistica?


Il 21 novembre è andato in scena, nel nostro teatrino parlamentare, il dibattito per il cosiddetto provvedimento “Salva Milano”, la leggina ad urbem che affossa quel che rimane della pianificazione urbanistica lasciando pieno campo alla legge della rendita (vuoi immobiliare, vuoi fondiaria). Il tutto al cospetto pure di alunne e alunni invitati in Parlamento per un giorno. Future generazioni che al ritorno a scuola, scrivendo il loro tema sulla giornata in Parlamento, citeranno il “Salva Milano”. Rendiamoci conto.

Veniamo però ai fatti. Da anni il Comune di Milano rilascia ardite autorizzazioni edilizie per fare torri, condomini, grattacieli nei cortili o laddove prima c’erano due magazzini, una palazzina o un deposito. Il tutto interpretando a modo suo la legge urbanistica nazionale e dilatando il concetto di ristrutturazione così da sostituire un piccolo volume preesistente con un condominio, rinunciando pure a incassare un bel po’ di oneri di urbanizzazione che servono a fare opere per tutti.

D’altronde da circa vent’anni Milano e i suoi sindaci hanno imboccato la strada pericolosa del cemento impegnandosi con tutto loro stessi a innalzare il più possibile i valori immobiliari. Per loro il principio a cui conformare il governo del territorio è l’attrattività (per cittadini ben paganti, ovvio). Attrattività è la parola che piace a destra come a sinistra e, infatti, i parlamentari la citavano con gran profusione quel 21 novembre.

Nel caso di Milano molta dell’attrattività l’hanno pagata tutti gli italiani perché tutti hanno contribuito a Expo 2015, alle Olimpiadi 2026, alla privatizzazione degli scali ferroviari, alle nuove Metropolitane e a tanto altro fatto con soldi pubblici non solo milanesi e non solo lombardi.

Quell’attrattività è fondata su un modello di vita urbana molto esclusivo e disegnato tutto addosso a una idea di felicità privata dove quel che conta è quel che possiedi, dove abiti, chi frequenti, quanti apericena fai alla settimana, se hai la palestra e il giardino in condominio, se hai la colonnina per la ricarica dell’auto elettrica, se hai soldi per pagarti la piscina pubblica nel frattempo trasformata in una location glamour per spritz-man, etc..

Ma chi l’ha stabilito poi che quella attrattività è cosa buona e giusta e, tanto meno, l’immagine della sostenibilità? E così, a furia di cemento, torri, grattacieli e archistar l’ultima Giunta ha oltrepassato quel poco di buon senso urbanistico che rimaneva ancora, decidendo che la ristrutturazione e la rigenerazione urbana fossero quella roba secondo la quale al posto di un piccolo magazzino artigianale posto in un cortile, si poteva allegramente costruire un condominio a torre da decine e decine di appartamenti da vendere dai seimila euro al metro quadrato in su.

Ma questa non è la Milano che tutti vogliono, con buona pace del sindaco, della sua giunta e dei tanti parlamentari che li sostengono (da tempo). E così qualcuno ha iniziato a dubitare e denunciare. Sono partite le inchieste ed eccoci qua nel pieno di un casino imbarazzante fatto già di mezze torri vendute, davanti alle quali schiere di parlamentari di destra e sinistra si danno da fare come matti per mettere una pezza (che io chiamerei condono, ma loro chiamano interpretazione autentica della legge urbanistica nazionale).

E la pezza, come tradizione vuole, è peggio del buco perché si vara una norma per mettere fuori legge l’urbanistica ovunque. In buona sostanza d’ora in poi la volumetria di un box potrà diventare quella di una palazzina. Quella di una palazzina di un condominio, e così via. Il tutto versando solo pochi denari al Comune, del tutto insufficienti a garantire quel minimo di servizi pubblici necessari per compensare l’aumento del numero di cittadini.

La vicenda è già sufficiente per vergognarsi di quel che hanno fatto a Milano e stanno facendo in Parlamento, da destra e sinistra. Ma oggi siamo nel 2024. E ha fatto bene qualche parlamentare a ricordarlo, ma non certo per mettere mano all’urbanistica affossandola.

Si è appena conclusa una fallimentare Cop29 dove si è ricordato che il 2024 è stato un anno pessimo e la politica non è stata capace di fare nulla a beneficio del clima. Pertanto i parlamentari che invocano il 2024 dovrebbero invocare lo stop alla crescita compulsiva delle città, ancor più se quella crescita la sfigura, si fonda sulla deregulation urbanistica e sulla espulsione delle fasce sociali più deboli, quelle che non possono permettersi appartamenti da cinquemila euro al metro quadrato in su.

E non ci vengano a dire che quell’urbanistica allegra in altezza a Milano è stata fatta per non consumare suolo, come ho sentito dire in aula Parlamentare. Falso. Milano continua a consumare suolo e il brivido per l’altezza non ha frenato un bel niente.

Negli ultimi 17 anni Milano ha consumato una media di 18 ettari all’anno di suoli agricoli o liberi al bordo o interni alla città. Semmai Milano è la dimostrazione del contrario: scegliere l’altezza non equivale a non consumare suolo.
Non sono quindi i sindaci, assessori e parlamentari milanesi a poterci dare lezioni di non consumo di suolo. Men che meno oggi. Negli ultimi venticinque anni non ho sentito uno solo di loro fare un discorso a favor di suolo con una energia e vigoria tale e quale a quella che ho visto in Parlamento per il cosiddetto “Salva Milano”. E faccio notare che non stanno neppure cogliendo l’occasione di questo imbarazzante provvedimento urbanistico per approvare uno stop al consumo di suolo. Se ne guardano bene.

Quel che si sta compiendo è un doppio disastro nazionale. Per “salvare Milano”, il Parlamento sta decidendo che in tutte le città italiane si potranno costruire torri, condomini, grattacieli semplicemente chiedendo la più semplice delle autorizzazioni edilizie, senza un piano attuativo, senza adeguare i servizi, saltando a piè pari qualsiasi pianificazione urbanistica. E per di più la decisione parlamentare avrà pure valore retroattivo. Fatico a non mettere questa roba dentro il faldone dei “condoni”.

Il secondo disastro è culturale. Questo “Salva Milano” come volete che venga letto e capito dalle persone? Come un provvedimento per salvare il Pianeta? La miglior mossa per la transizione ecologica? Una legge per adeguare le città alla crisi climatica? Il primo di una serie di provvedimenti per avere città resilienti? Non credo proprio.
Verrà visto come l’ennesimo abuso di potere politico all’italiana, dove i provvedimenti urbanistici in odor di condono e cemento che si approvano sono la normalità. Dove il cemento vince sul verde. Altro che “Salva Milano”, qui siamo in pieno “Sfascia tutto”. Benvenuti nello Sfasciocene.

Concludo con un appello alle sindache e ai sindaci che sono dalla parte del suolo.
Vi chiedo di prendere le distanze da questo provvedimento facendo sentire la vostra voce.
Prendete posizione pubblicamente, scrivete alla redazione di Altreconomia, intervenite: redazione@altreconomia.it.

 

(*) Tratto da Altreconomia.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024)


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lunedì 24 giugno 2024

Un Paese fatto a pezzi in nome dell’autonomia differenziata. L’addendum ecologico - Paolo Pileri (*)


Se è vero che il diavolo sta nei particolari allora la legge sulla autonomia differenziata è piena di particolari diabolici. Per fare a pezzi l’Italia usa mille modi, non ultimo andando all’attacco di natura, suolo e paesaggio, proprio mentre l’Europa approva la “Nature Restoration Law”. Antonio Cederna avrebbe marchiato tutto ciò con il suo “vandali in casa”.

Torniamo però ai particolari diabolici perché nella tossicità di leggi del genere questi contano e non vanno trascurati. Quelli che a prima vista sembrano piccoli tecnicismi su cui non vale la pena discutere ora, alla prova dei fatti sono potenti crepe che tirano giù tutto e spesso sono proprio loro gli artefici più efficienti del disastro.

Come avevamo già denunciato allibiti, alle Regioni sarà trasferita anche la competenza sulla tutela degli ecosistemi, il noto punto s) dell’articolo 117 della Costituzione. La legge ha deciso che anche per la tutela degli ecosistemi dovranno essere fissati dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni (art. 3, c. 3). Ecco la fessura diabolica. Innanzitutto, la parola “prestazione” è di per sé odiosa oggi ma accostata agli ecosistemi diviene un obbrobrio inguardabile che svela l’idea mercenaria della natura nella testa del governo.

Chi ha deciso di applicare i Lep agli ecosistemi non deve aver chiaro che cosa siano e come funzionino. Il più scarso tra gli ecosistemi è titolare di decine di migliaia di “prestazioni”.
Di conseguenza, quale tra le tante sarà scelta? Ad esempio, tra le “prestazioni” del suolo, quale sarà considerata essenziale? La capacità d’uso? Il tenore di biodiversità? La permeabilità? Il grado di saturazione? Il livello di salinizzazione? Che cosa?
E quale sarà la soglia limite di riferimento? E poi il Lep sarà il medesimo per tutte le Regioni o no? In Lombardia sarà la capacità d’uso dei suoli e in Umbria la biodiversità?
Ma poi, la prestazione diabolica di cui si parla sarà prestazione dell’ecosistema verso se stesso o verso noi umani, cronici predoni di natura? Insomma, un bosco avrà buone prestazioni se produrrà buon legno da ardere o da costruzione o se garantirà biodiversità ospitando sempre più specie di uccelli?

Ma le diavolerie non finiscono qui.
C’è la patata bollente di chi deciderà i Lep. E come li monitorerà.
La legge ne parla all’articolo 3 dove vengono concessi 24 mesi al governo in carica per definire i citati “livelli essenziali”. Le Regioni vengono sentite tramite l’acquisizione di un parere della Conferenza delle Regioni (non si capisce se vincolante o meno.
Bizzarro, perché con una mano si vuole l’autonomia delle Regioni, con l’altra non sono le Regioni a decidere: vai a capire). Insomma, a stabilire i Lep saranno i politici della maggioranza di governo. Sempre loro.
Non si fa ovviamente alcun cenno al ricorso a esperti, men che meno indipendenti (non sia mai che le cose vadano in direzioni impreviste), che nel caso della tutela degli ecosistemi sarebbero ecologi, naturalisti, forestali, pedologi, entomologi, climatologi, etc. Nessun esperto all’orizzonte, per ora dobbiamo digerire il fatto che i Lep sulla tutela degli ecosistemi saranno decisi da chi non è detto sappia qualcosa di ecosistemi, di suolo, di alberi, di come funziona una frana o un fiume.

Se è questa l’autonomia che volevano c’è solo da disperare, perché con queste premesse poggia i suoi piedi nell’ignoranza ecologica. Altre fessure diaboliche? Il non senso della norma lo ritroviamo nella figura di chi, fondamentale, dovrà monitorare i Lep (articolo 3, comma 4): “l’attività di monitoraggio è svolta dalla Commissione paritetica”.
A spiegarci i dettagli diabolici di che cosa sia e come funzioni questa commissione è l’articolo 5. Partiamo dalla sua composizione: “per lo Stato, un rappresentante del ministro per gli Affari regionali e le autonomie, un rappresentante del ministro dell’Economia e delle finanze e un rappresentante per ciascuna delle amministrazioni competenti e, per la Regione, i corrispondenti rappresentanti regionali, oltre a un rappresentante dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) e un rappresentante dell’Unione delle province d’Italia (Upi)”. Ci risiamo. Non solo i Lep sono decisi dai politici della maggioranza al governo, ma sono sempre loro a monitorarli incaricando loro fiduciari.

Controllato e controllore coincidono con perfetto stile antidemocratico e contravvenendo alla regola base di ogni valutazione ambientale, la quale dovrebbe aiutare il decisore a correggersi non a spalleggiarsi l’un l’altro. Con quella formula, addio alla efficacia di qualsiasi Lep. Peraltro, tutti questi politici che si infilano in commissioni tecniche è un’altra contraddizione sonante visto che loro stessi ogni volta che parliamo di suolo, spiegando le questioni scientifiche ed ecologiche, dicono sempre di non essere tecnici.
Ma poi quando c’è da presidiare quel che gli interessa, diventano improvvisamente tecnici dentro una commissione. Ma siccome i ravvedimenti e i colpi di coda possono capitare anche tra politici (dagli scilipotisti ai cambiacasacchisti, se ne contano tanti) la legge mette le mani avanti con un altro particolare diabolico funzionale a rendere preventivamente innocui i componenti di quella commissione: “Ai componenti della Commissione paritetica non spettano compensi, indennità, gettoni di presenza, rimborsi di spese o altri emolumenti comunque denominati”. La conclusione è ovvia: il monitoraggio dei Lep non è cosa che interessa a chi ha pensato scritto e votato il testo di legge sull’autonomia differenziata.

Insomma, andando oltre la lettura dei titoli e prefigurandosi il funzionamento di questa irricevibile legge (chissà se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la fermerà o la commenterà), anche per la parte relativa alla natura, si può confermare pienamente che ci sono tutte le premesse per il totale asservimento ai bisogni dell’homo oeconomicus. Non c’è nulla che faccia pensare a un corretto approccio ecologico.

La natura è vista tragicamente ed erroneamente per parti distinte (il suolo da una parte, il bosco dall’altra, il campo dall’altra ancora) e già questo è contrario a ogni idea corretta di ecosistema. In più il suo smembramento sul piano geografico-amministrativo, in quanto ogni Regione finirà per definire come (e se) tutelarla, renderà ancor più ‘prestante’ la distruzione, per usare gli stessi loro termini.
Francamente non mi risulta che qualcuno sia mai riuscito a dimostrare che una gestione dell’ambiente e della natura per parti differenziate produca una miglior tutela degli ecosistemi e del paesaggio. Né è dato per certo che abbassando di livello amministrativo le tutele, dal centro al livello locale, si ottengano maggiori e più certe garanzie.
Non è così e lo abbiamo dimostrato decine di volte attraverso i dati sul consumo di suolo: i piccoli Comuni sono meno efficienti dei grandi; i Comuni più ricchi e grandi continuano a consumare per essere sempre più attrattivi a modo loro (vedi Milano, vedi Bergamo per citare i due sindaci che si sono schierati ai tempi per l’autonomia differenziata).

L’autonomia non è quindi la riforma che aggiusterà qualcosa, ma solo la lama con la quale si squarcerà il Paese. Un’autonomia disegnata da un corpo politico che non ci dà prova di consapevolezza ecologica è, di fatto, la prova che la dissociazione del pensiero politico dall’ecologia diviene un punto di qualità in chi fa politica e non una lacuna davanti alla quale fermarsi.
Davvero un disastro davanti al quale però, ancora una volta, non dobbiamo arrenderci, ma anzi alzare la voce e denunciare questa dissoluzione in ogni anfratto della società che frequentiamo. Ognuno può farlo facendo quel che meglio sa fare per dare voce alla natura che non ha voce, disvelando quei particolari diabolici che lo storytelling di forze politiche che nulla hanno a che fare con equità e natura è abilissimo a nascondere.
Dobbiamo trovare forme di aggregazione indifferenziata, l’esatto contrario di questa sciagurata autonomia differenziata.

(*) Tratto da Altreconomia.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)

lunedì 13 maggio 2024

Contro quella sproporzione “normale” che si mangia montagne, suoli e cittadinanza - Paolo Pileri

 

Due notizie apparentemente diverse sono invece assai simili. La prima è quella dell’inchiesta giornalistica di Report sullo sfruttamento delle cave di marmo delle Apuane che ha sollevato un polverone (Altreconomia se ne era occupata già tempo fa). La seconda è quella diffusa da UnioneSarda.it riguardante la vendita di ben mille ettari di suolo dell’isola a un’azienda cinese per farci il più grande impianto fotovoltaico d’Europa (l’ennesima colonizzazione energetica).

Che cosa hanno in comune le due notizie? Il suolo e il paesaggio rubato all’ambiente e alle comunità locali? Certamente sì, ma non solo. La speculazione finanziaria dietro tutto questo? Certamente sì, ma non solo. La finzione della sostenibilità o la pretestuosa equazione per la quale ciò che è rinnovabile è automaticamente sostenibile (falso)? Certamente sì, ma non solo.

L’ipocrita teatrino dei politici che, solo dopo il clamore suscitato da Report, si sono fatti vivi in carne e ossa mettendo in scena improbabili indignazioni e stupori per quel che accade nelle cave (ma non sono loro e le istituzioni che amministrano a dare le concessioni?)? Oppure il silenzio ancora eccessivo e imbarazzante di troppi politici sardi che ricorda l’astuta tattica di chi costruisce ritardi burocratici ad hoc così che le cose poi diventano irrecuperabili? Certamente sì, ma non solo. La negazione di sovranità (parola che piace più tradire che pronunciare) delle comunità locali, scippate delle risorse naturali per ingrassare le tasche di pochi finanzieri disinteressati alle sorti delle genti locali e che poco o nulla restituiscono al territorio? Certamente sì, ma non solo. Il fatto che i marmi si cavano dalla terra toscana per arredare i bagni di qualche magnate del petrolio chissà dove o che l’energia solare su suoli sardi finisca nei portafogli cinesi? Certamente sì, ma non solo.

E allora che cosa accomuna le due notizie? La loro sproporzione. Si, è la sproporzione a renderle così simili e odiose facendone una rappresentazione viva e bruciante del neoliberismo e della sua enorme ferocia artificializzatrice e speculativa a danno del territorio. “È quando l’insediamento si espande e inizia a coprire ettari; è quando il governo del territorio si fa così capillare da escludere sistematicamente tutte le specie che sono riconducibili alla utilità umana; è con l’imporsi di questa forma totalitaria dell’essere al mondo, che la presenza umana diventa artificiale”, come hanno spiegato Francesco Boer e Andrea Pilloni (2023). La sproporzione è pervasiva ed è ciò che artificializza tutto senza pietà, spesso legittimata da norme ingiuste o assenti, sostenute in modo palese o velato da una politica compiacente fin quando ci scappa il morto o quando il Report di turno scoperchia il caso.

Eppure, fino a poco prima della puntata, la sproporzione con cui intere montagne sparivano a morsi sempre più rapidi e voraci era “normale”, proprio come ora è di nuovo “normale” vedere un’isola letteralmente colonizzata oltre ogni ragionevole misura da pale e pannelli, i nuovi strumenti di espropriazione della natura e delle genti. La sproporzione tra intenzione e atto è ciò che rende indigeribile sia le cave di marmo sia il futuro parco fotovoltaico cinese e i relativi annessi e connessi. La sproporzione dell’indifferenza di chi governa senza prendere una posizione netta e forte che cambia per davvero il corso delle cose e ferma le rapine. La sproporzione con la quale le tecnologie (estrattive entrambe) si propongono come salvifiche a priori quando invece sono un moltiplicatore di impatti ambientali. Lo squilibrio quantitativo è simbolicamente ciò che accomuna questi due casi. Ma è anche, a pensarci bene, la cifra con la quale l’immarcescibile modello neoliberista continua a trasfigurare i luoghi dove viviamo, spaesandoci.

Sproporzionati sono anche i capannoni della logistica e del commercio online che in meno di dieci anni hanno letteralmente stravolto i paesaggi: e non capiamo più noi chi siamo. Sproporzionati sono i piccoli e grandi palazzi multipiano che sorgono a Milano o a Bologna al posto di piccole officine o edifici dentro i cortili, mandando all’aria le viste di chi da decenni viveva lì attorno. Sproporzionato è il ponte sullo Stretto di Messina, il progetto di arretramento della linea ferroviaria nel ponente ligure, l’alta velocità in Irpinia, la mega-ciclabile del Lago di Garda, la trasformazione del parco del Meisino a Torino in cittadella dello sport, i grattacieli a Milano, Torino e dove vogliono farli, i progetti di interporti ad Alessandria, Novara, Parma e chissà dove ancora, l’ampliamento della tangenziale di Bologna, il porto fluviale a Monticelli di Ongina sul Po, il Tyirrhenian link, ma anche l’assurda area parcheggio fuori dalla stazione di alta velocità di Reggio Emilia Mediopadana, le mega rotonde viarie e così via.

E poi ci sono tutte le piccole sproporzioni urbanistiche che si depositano nei piccoli e medi Comuni: in termini assoluti possono sembrare poca cosa, ma rispetto alla trama sottile di quei centri diventano un fuori scala che rende stranieri tutti gli abitanti. L’elenco delle sproporzioni che gettano artificializzazione e spaesamento nei nostri occhi è lunghissimo e tristissimo. Ma è proprio questa la cifra con la quale ci stanno mangiando l’orizzonte e “de-cittadinizzandoci”. Oggi più di ieri. È un processo che ha preso la rincorsa negli anni Settanta, si è irrobustito negli anni Novanta abbruttendo il Paese e rubando terre che erano di tutti, ma ora sta letteralmente superando qualsiasi previsione e qualsiasi soglia di rispetto. La sproporzione è oggi quel che accomuna gran parte delle opere pubbliche e private che consumano suolo e artificializzano i territori rendendoli irriconoscibili con una velocità alienante, mai conosciuta prima.

Come se non bastasse, tutto questo viene perpetrato con maggior furbizia di ieri, usando pretestuosamente la sostenibilità e la tecnologia come grimaldelli e bersagliando preferibilmente le comunità che abitano le terre più fragili -dalla Val Susa all’entroterra pugliese, campano e sardo- contando forse sul fatto che, prese dalla preoccupazione di sopravvivere nella dura quotidianità o sprovviste delle capacità culturali ed economiche, non sono in grado di opporsi o tardano a capire cosa sta accadendo o sono più facili da abbagliare. È sempre più urgente una reazione che, prima dei cortei e delle manifestazioni, prepari le comunità a diventare epistemiche, ovvero sempre più capaci di anticipare le loro prese di posizione basandole su consapevolezze e conoscenze sempre più solide, evitando di scivolare nella sola contrapposizione ideologica, pur ragionevole ma troppo facilmente criticabile dagli speculatori e dai loro compiacenti politici.

Bisogna anticipare le reazioni, evitando che quelle sproporzioni inizino a essere pensate, facendo capire che i territori non sono né riserve di caccia per speculatori dove trovare un ambiente dal ventre molle che possono bucare come gli pare e piace, nè abitati da genti che sono muti codici fiscali da mettere su una lista di espropri o che possono spostare qua e là come gli va. In un contesto dove le forze politiche sono perse nei loro giochi elettorali, disinteressate e distanti dalla concretezza dell’intreccio tra questioni ecologiche e sociali, dove non vedono queste sproporzioni e non sono capaci di metterne assieme due solo perché geograficamente e tipologicamente distanti, è più che mai urgente riannodare e irrobustire le alleanze tra saperi scientifici e azioni locali per superare la mentalità incentrata sull’interesse privato, sul solo profitto finanziario che può sventrare qualsiasi cosa.

L’impegno civile oggi deve lavorare molto di più a monte e non solo a valle, così da prevenire la violazione di territori e comunità, come suggerisce Adriano Zamperini nel suo “Violenza invisibile”. Stare a valle e opporsi agli scempi è sacrosanto, ma non più sufficiente. È urgente andare a monte per disegnare le condizioni culturali per cui certe cose, certe sproporzioni, certe predazioni di suoli e paesaggi, certe prevaricazioni alle popolazioni locali spariscano per sempre e si impari a immaginare alternative condivise, proporzionate e super rispettose degli ecosistemi. Un grande lavoro culturale ed ecologico, necessario e urgente. Non può che partire da chi, in questo momento, riesce a vedere quelle sproporzioni e quelle prevaricazioni vuoi perché ci è accanto, vuoi perché ne conosce gli effetti teorici. Occorrono nuove alleanze di impegno civile, basate sulla consapevolezza: teoria e azione insieme. Si può fare, si sta già in parte facendo.

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mercoledì 14 febbraio 2024

La sconfitta dell'agricoltura mediterranea spacciata per una grande vittoria degli agricoltori

  

Cari trattori, l’agricoltura industriale che difendete è il problema, non la soluzione - Paolo Pileri

Eccesso di zootecnia, consumo di acqua, monocolture a mais, sversamento di liquami, agrofarmaci, pesticidi, emissioni climalteranti, taglio di alberi, consumo di suolo e terre svendute alle grandi aziende dell’energia. Paolo Pileri mette in fila i temi schiacciati da chi non vuol cambiare rotta. Ma una luce (e un’alternativa) si vede

 

È un ritornello: lo abbiamo già visto. Appena qualcuno tenta una riforma della agricoltura di poco diversa dal solco del peggior consumismo, una fetta dell’agricoltura monta sui giganteschi trattori (comprati inutilmente e in parte con finanziamenti pubblici) e cerca di spaventare opinione pubblica e politica. Questa volta la prima non si sta per nulla spaventando e non sta offrendo solidarietà a prescindere, la seconda al solito ci casca.

Credo che gli agricoltori che protestano stiano clamorosamente sbagliando indirizzo: non devono prendersela con l’Unione europea che li finanzia da decenni né con gli Stati che pure li finanziano da decenni e pure quando ci sono calamità e stati di emergenza (non dimentichiamolo). Devono andare a protestare dalle loro associazioni di categoria che non li hanno aiutati quanto occorreva per farli transitare verso un’agricoltura più giusta, più sana, più pulita e verso quelli che si prendono l’80% dei contributi della Politica agricola comune (Pac) senza mai mettere piede in un campo. Se la devono prendere con chi impone loro agrofarmaci in abbondanza e sementi di un certo tipo per colture di un certo tipo (disastrose). Dopodichè è inutile che ci nascondiamo dietro un dito: l’agricoltura convenzionale o industriale, a seconda di come piace chiamarla, è solo e soltanto il prodotto di sacrifici ecologici immensi. Se non ci diciamo questo, non siamo onesti. E piacerebbe sentirlo da quelle facoltà di Agraria che ancora non riescono a scollarsi di dosso il mito della super produzione, costi quel che costi, mentre dovrebbero solo virare verso la sostenibilità a tutti i costi.

Dopodichè visto che i trattori alzano la voce, ricordiamo loro che la coscienza di un bel pezzo di agricoltura ha il colore dei fumi di scarico di quei mezzi. È infatti lunga la serie di fatti che non depongono certo a favore di un’agricoltura che si può autodefinire sostenibile né ecologica. L’eccesso di zootecnia (lo diciamo da tempo) è un problema. Innegabilmente un problema che genera un sacco di problemi all’ambiente e alle persone: eccesso di consumo idrico, monocolture a mais solo per produrre insilati, perdite energetiche in filiera, patologie sanitarie gravi per eccesso di consumo di carne, problemi enormi di spandimento dei liquami, problemi enormi per trattamento degli animali, etc.. A livello mondiale la superficie agricola dedicata alla zootecnia è oltre il 70% della superficie coltivata per produrre solo il 15-20% delle calorie alimentari. Non mi pare difficile commentare questo dato come uno sbilanciamento folle e insostenibile che è assurdo mantenere e che protegge un’industria della carne che si è eccessivamente ingrandita e che ha monopolizzato la dieta alimentare dei cittadini per fare profitto, non certo per migliorare la loro salute.

Non ricordo campagne informative delle associazioni della agricoltura che spingono a ridurre il consumo di carne. In Italia gli eccessi non mancano, la Pianura padana è un “maisificio” unico, inguardabile, disastroso. Vero è che l’agricoltura ci ha dato da mangiare, ma a quale prezzo in termini di salute e ambiente? Sono replicabili nel futuro? No. Può aiutarci l’agricoltura a cambiare in meglio? Sì, ma non con quelle proteste perché sono scentrate rispetto agli urgenti obiettivi di sostenibilità. Possiamo mangiare molta (molta, molta) meno carne e abbiamo il diritto di mangiare meglio e più sano e pulito. Questo è il diritto di noi cittadini. Non quello di abbuffarci di cibo molesto e a basso costo. Aiutateci a mangiare meglio, più sano e tutti.

Veniamo a un altro tema, disastroso: lo sversamento di liquami nei terreni. Sappiamo perfettamente che il settore ha beneficiato di deroghe su deroghe in questi anni, il tutto per tenere in vita un’economia agricola eccessivamente sbilanciata. Sappiamo bene che sulla carta molte aziende agricole vantano superfici di spandimento sufficienti, ma che non utilizzano tutte, finendo per concentrare lo spandimento solo in alcune aree. È falso?

Sappiamo che le quantità di agrofarmaci utilizzati sono eccessive e mal dosate in molti casi. Sappiamo che molta manodopera è ancora mal pagata e sfruttata. Non ricordo le associazioni dell’agricoltura offrire seminari e incontri culturali ai loro iscritti per fargli conoscere le inchieste e i libri di Alessandro Leogrande sul caporalato (per fare un esempio a cui potremmo aggiungerne altri) o le inchieste di Stefano Liberti su temi paralleli. La strada da fare è molto lunga e queste proteste sul trattore non mi pare sollevino questi temi che sono nodali e urgenti, ma preferiscono tenere tutti sul filo del ricatto: “Senza di noi non c’è cibo”. Ma quale cibo?

Oggi il paradigma della quantità a tutti i costi non funziona. Occorre cambiare. È doloroso, mi rendo conto, ma mai come oggi è necessario che la protesta sia sinceramente ecologica e non protezionistica. Ad esempio, nessuno parla di sprechi alimentari. A che cosa serve avere una agricoltura che produce-produce-produce per buttare via un quarto di quello che vende? Certo, fa cassa per chi vende, ma dal punto di vista della sostenibilità è un dramma e pure da quello della equità. Sarebbe meglio produrre meno pur spendendo uguale ma dando più soldi al produttore. E il mondo agricolo e dell’economia alimentare potrebbe fare molto molto molto di più in tal senso.

Proseguiamo con l’elenco. L’agricoltura contribuisce alle emissioni climalteranti per una quota enorme. Non usa le acque in modo sostenibile né evita scarichi inquinanti nei fossi. C’è un problema di rifiuti: tremano le gambe quando si parla di gessi di defecazione. Poi, l’agricoltura convenzionale arriva a tagliare qualsiasi albero dia il minimo fastidio ai nuovi macchinari automatici. I trattori sono diventati pesantissimi sfondano argini (altro che le nutrie, per favore) e strade di campagna e locali. È enorme l’uso di acqua che va sprecato, tanto la si paga poco. E poi quando manca l’acqua, l’agricoltura alza la mano e la politica le concede i soldi dallo Stato invocando emergenze e calamità senza mai porsi i dubbi che tutto quel mais che richiede acqua nelle stagioni dove acqua non ce ne è mai stata, forse richiederebbe di ridurre la produzione di mais e non solo piangere la necessità di acqua a iosa…

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La protesta dei trattori vista da chi fa agricoltura biologica dal 1978 - Maurizio Gritta

Maurizio Gritta della cooperativa Iris è tra i pionieri del bio e conosce bene il disprezzo per il lavoro manuale o lo scarso valore riconosciuto a chi produce. Della mobilitazione in atto non scorge però un obiettivo chiaro e condiviso. “La maggior libertà di utilizzare i pesticidi non implementerà certo i nostri redditi”. La sua analisi

Mi occupo di agricoltura biologica dal 1978. Sono nato in un’azienda agricola a conduzione familiare in provincia di Brescia e, sin da piccolo, mio padre mi ha trasmesso la passione e la professionalità necessarie per la coltivazione agro alimentare e l’allevamento degli animali. “La natura va rispettata -diceva- perché lavorandola ci dà la possibilità di prenderci cura dei nostri figli”. Pur essendo analfabeta, aveva compreso istintivamente la necessità di un rapporto paritario ed equidistante.

La cosiddetta “protesta dei trattori”, oggi, mette in luce alcune problematiche reali ma non sembra avere ancora un obiettivo solido, chiaro e condiviso in modo unanime. Nel momento in cui scrivo la Commissione europea ha ceduto alla pressione delle contestazioni e ha deciso di rinunciare alla normativa che prevedeva una riduzione progressiva dell’uso di pesticidi per proteggere la biodiversità e l’impatto sull’ecosistema. Siamo sicuri che questa concessione, insieme a qualche promessa di ridurre burocrazia e spese carburante, sia davvero un’azione che migliora le nostre condizioni di lavoro?

Non sarà certo la maggior libertà di utilizzare pesticidi o fitofarmaci a implementare il nostro reddito o la qualità della nostra vita personale e lavorativa, anzi, secondo il “Farm worker ministry” negli Stati Uniti, uno dei Paesi con i metodi di coltivazione più avanzati e moderni, la vita media di un agricoltore è di circa 49 anni, ben 29 in meno del resto della nazione, e svuotando di senso e contenuto il “Green deal” europeo rischiamo di intraprendere lo stesso percorso. L’agricoltura biologica sta dimostrando da decenni ormai come sia possibile produrre (e guadagnare) senza rinunciare alla tutela dell’ambiente che ci circonda. Coltiviamo alimenti per circa 12 miliardi di persone in un mondo abitato da otto, non abbiamo bisogno di produrre di più ma meglio, in modo più oculato e intelligente.

Una ricerca dell’Università di Goiàs in Brasile, analizzando i dati dal 2011 al 2020 di oltre 20 nazioni tra cui Francia, Stati Uniti, India, Italia e lo stesso Brasile, ha constatato un aumento parallelo, dal 40% al 60%, tra l’uso intensivo di pesticidi e le malattie cancerogene tra gli addetti ai lavori che ne sono a stretto contatto tutto il giorno nei campi. Come già accaduto per l’Ilva di Taranto crediamo di dover scendere a compromessi con la nostra salute pur di mantenere il lavoro ma la lotta comune dovrebbe concentrarsi sulla produzione di cibo sano nel modo meno inquinante possibile e pretendere che la ricerca e le nuove tecnologie studino metodi più adatti alla tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori aiutandoci a fare dei passi avanti verso un futuro migliore invece di tornare ai metodi intensivi e coercitivi del passato…

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PERCHÈ GLI AGRICOLTORI COMUNQUE PERDERANNO - Daniele Ioannelli

Nei giorni della lotta abbiamo dentro un fuoco che ci pare essere infinito, e crediamo di avere il diritto di vincere per il solo fatto di sentirlo ardere. Ma spesso invece a vincere è chi pianifica con freddo calcolo le proprie mosse.

Il Potere questo lo sa e cominciò a farlo 50 anni fa, quando spostò la dottrina economica dominante dal keynesimo, che promuoveva un benessere diffuso attraverso la formazione della cosiddetta classe media e del welfare, alla scuola austriaca del libero mercato e della globalizzazione, che concentra la ricchezza in poche mani attraverso l’esclusione dello Stato dall’economia e le privatizzazioni di beni e attività strategiche.

Ecco perchè comunque vada, anche fossero accolte il 100% delle loro rivendicazioni, gli Agricoltori hanno comunque già perso.

Gli Agricoltori oggi stanno guardando il dito e non la luna.

Il dito sono le norme imposte, o in procinto di esserlo, dall’Europa in nome di una ideologia green presentata come salvifica ma in verità distruttiva e antisociale. La luna è l’impianto ideologico nel quale queste norme sono prodotte.

Il dito viene puntato sulle politiche del cosiddetto Green Deal (Patto Verde) e della PAC (Politica Comune Europea), che sulla carta promettono sostenibilità e benessere, ma nei fatti stanno rendendo economicamente insostenibile fare agricoltura e allevamento.

Innanzitutto bisogna ricordare che oggi si è persa una consapevolezza molto presente nel passato mondo agricolo, perchè la società dei consumi ci ha abituati ad avere ininterrottamente gli scaffali dei supermercati pieni di merce sempre fresca, e cioè che avere un raccolto da vendere non è così scontato, anzi è una “grazia”, un dono che riceviamo. In quelle passate società ciò che dava la terra era sufficiente al proprio sostentamento o poco più, la resa del terreno era molto più bassa di oggi già in condizioni normali, se poi avvenivano problemi climatici, di salute pubblica o guerre…addio raccolto.

L’agricoltura e in misura minore l’allevamento sono attività di per sè con un grado alto di precarietà ma di fondamentale importanza per la nostra vita, senza cibo non viviamo. Ecco perchè è giusto e doveroso sovvenzionare con soldi pubblici chi pratica tali attività. Gli va garantita una protezione minima per il proprio sostentamento. Equiparare l’agricoltura a un qualsiasi altro settore produttivo, magari industriale, è pensare che il cibo sia un prodotto artificiale come un bullone fabbricabile nelle quantità che vogliamo nel chiuso dei nostri stabilimenti e di cui noi soli deteniamo i diritti di produzione, pena il far valere le leggi anti contraffazione.

Premesso questo, su cosa verte la protesta? Essenzialmente su questo:

  • NO a lasciare una parte del terreno, almeno il 4% per ora, a riposo e una maggiore rotazione delle colture per mantenere il terreno in salute.
  • NO alla riduzione dell’uso dei fertilizzanti e pesticidi.
  • NO alla conversione del 25% dei terreni in agricoltura biologica.
  • NO all’Irpef sui terreni agricoli.
  • NO alla soppressione degli sgravi sul gasolio agricolo.
  • NO all’eccessivo divario dei prezzi tra produttore e consumatore.
  • NO a questa burocrazia eccessivamente complicata.
  • NO al Trattato MercoSur con Unione Europea
  • NO alla zona di libero scambio globale e approfondito (DCFTA) con l’Ucraina.
  • NO all’eccessiva tutela della fauna selvatica che danneggia i raccolti.

Sostanzialmente è una protesta di tipo economico, non ci sono rivendicazioni di principi, diritti o altro. Si dice che il guadagno già ora è talmente basso che le misure in oggetto renderebbero fare agricoltura e anche allevamento insostenibile.

Ed è vero, perchè ridurre del piccolo 4% le terre utilizzabili, destinare ad agricoltura biologica il 25% della terra, utilizzare meno pesticidi e fertilizzanti, significa solo e unicamente produrre di meno e a costi più alti, ma poi dover vendere alla grande distribuzione sempre a prezzi ridicolmente bassi o anche sottocosto – grande distribuzione che però sui propri banchi applica ricarichi del 200-300% – e ritrovarsi a fine anno maggiori tasse da pagare, tra costi burocratici per ottenere gli aiuti previsti e aliquota Irpef calcolata anche sui terreni sinora esclusi dal reddito. In più si è costretti a sostenere anche quella che nei fatti è una concorrenza sleale da parte di Paesi extra-UE che possono produrre con regole più amichevoli, che hanno l’effetto immediato di contrarre ancora di più i prezzi ed erodere fette di mercato importanti, come sta già accadendo con il grano ucraino o con la carne del Sud America.

La sensazione è quella che l’agricoltura sia un settore sgradito in Europa.

Il primo elemento che salta agli occhi è la differenza di metodo tra l’UE e gli Agricoltori. La UE ha definito e porta avanti a tappe una politica ecologia di transizione dal fossile a un sistema più sostenibile. Gli Agricoltori ne fanno una questione meramente economica. Si dice: la UE faccia pure la sua transizione ecologica purchè ci riconosca un indennizzo adeguato per le perdite cui siamo costretti a causa delle sue regolamentazioni. Non c’è una visione politica della propria categoria, al massimo un vago sentimento di patriottismo e giustizia. Si risponde a una mossa della UE, non si cerca di partecipare attivamente alla determinazione delle stesse. Certo, loro devono lavorare non fare politica è vero, è per questo che si demanda questa funzione a dei rappresentanti sia di categoria sia politici. Però per loro stessa ammissione coloro i quali avrebbero dovuto curare i loro interessi non hanno fatto nulla o peggio sono complici della UE, e infatti non li hanno voluti al loro fianco in questa mobilitazione. Allora era importante portare avanti una propria differente visione di ciò che dovrebbe essere il settore agricolo oggi, alternativa, per cui battersi.

La politica UE vuole rendere il mondo sostenibile? Come? Passare dal fossile alle energie rinnovabili cosi da fermare il cambiamento climatico, e rendendo il mondo in generale un ambiente più sano, limitando le sostanze chimiche usate e salvaguardando il territorio e la biodiversità. Per attuare questa politica l’agricoltura e l’allevamento – soprattutto – vanno ridimensionati. L’agricoltura inquina il terreno con i suoi prodotti chimici, l’allevamento il clima con i gas prodotti dagli animali e dai loro liquami. Per fare energia pulita servono i terreni da destinare agli impianti del Fotovoltaico. E, non secondaria, c’è sia la questione dei nuovi cibi, quelli sintetici fatti in laboratorio o in 3D, sia gli insetti ora dichiarati commestibili.

Qui non si capisce se questi nuovi cibi siano promossi al consumo per sopperire alla futura minore produzione dei cibi naturali o se limitare questi ultimi sia propedeutico alla loro diffusione. Fatto sta che se la cornice ideologica che muove le mosse della UE è questa…anche qualora le rivendicazioni degli Agricoltori fossero accettate in toto, la UE dovrà solo correggere il tiro. La visione che promuove le riforme di questo settore è una sola e non può non andare verso la stessa direzione di oggi. Allo stesso risultato, ovvero la chiusura delle aziende agricole, si può arrivare anche solo diminuendo ulteriormente il potere di acquisto della gente, che per forza di cose andrebbe verso quei prodotti a basso costo importati, imponendo una ulteriore contrazione dei guadagni, oppure continuando a non curare il territorio, facendo si che normale pioggia diventi una inondazione distruggendo i raccolti, oppure rendendo ancora più complicato essere in regola con la documentazione per accedere agli aiuti pubblici oppure, ancora, creare un altra epidemia animale etc etc…I modi per ottenere quello che si vuole facendoli passare per la famosa “tempesta perfetta” sono infiniti e la UE ha pensatori di alto livello.

In uno di questi scenari, dove le cose “semplicemente accadono” senza nessuna responsabilità diretta se non dell’uomo e della situazione globale, gli Agricoltori di oggi contro chi potranno protestare? Contro nessuno. Quindi questa mancanza di visione da parte degli Agricoltori e questo semplice opporsi a norme di cui si vuole solo la cancellazione li ha già condannati a perdere, comunque vada la protesta.

Inoltre si dimostra anche di non aver capito il funzionamento legislativo della UE. A che serve protestare entro i propri confini, anche sotto il Parlamento della propria nazione, se a fare le leggi è qualcun altro? Una legge può essere fatta solo dalla Commissione Europea, e i Parlamenti sia Europeo sia nazionali, hanno solo il compito di dare consigli ed eseguire ciò che la Commissione Europea vuole. L’Italia, anche accogliesse il 100% delle lamentele avrebbe al massimo il potere di rimandare la loro attuazione, non di cancellarle. Potrebbe riscriverle, come la PAC prevede, e cioè ogni Paese membro può far presente la sua particolare ed unica situazione e proporre un qualcosa che si adatti alla sua realtà, ma alla fine sempre e comunque sarebbe la Commissione Europea a dire se ciò va bene o meno.

Se la Commissione Europea vuole distruggere il comparto agricolo in favore dei nuovi cibi, farà in modo che accada. A parte la loro del Green e del Sostenibile, quale altra visione del futuro circola tra la gente? La lotta da fare è tutta qui.

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