Da mesi e
mesi il governo, e pure l’opposizione, ci parlano di arginare il costo del
carburante facendo leva sulla riduzione delle accise. È un tormentone che ha
finito per far atterrare un tema enormemente importante solo e soltanto sulla
pista delle accise, del price cap della benzina e del bollo auto. Solo
accise, benzina e bollo auto, null’altro. Sembra che per entrambi queste siano
le uniche cose da fare: continuare a tenere gli italiani nelle auto. Ed è
proprio questo retro-messaggio che mi preoccupa. Siete così sicuri che dobbiamo
continuare a usare l’auto così tanto e ovunque? Oppure avete solo paura di
affrontare l’argomento? Pensate ai vostri consensi? È la loro perdita che vi
spaventa? I voti come i soldi: sporchi, maledetti e subito? Siete così sicuri
che non esistano alternative? Beh, sappiate che ne esistono. E potreste almeno
provarci.
Ci sono
precedenti politici illustri che magari vi sono sfuggiti: ricordiamoli. Nel
1973, in una situazione similmente drammatica tra guerre e gravi rincari del petrolio,
l’allora primo ministro olandese, Joop den Uyl tenne un famoso discorso,
sofferto, ai suoi cittadini dove spiegò la grave situazione per l’economia, la
dignità, le libertà dei cittadini olandesi per via della contrazione della
disponibilità delle fonti fossili. Anche sollecitato da parlamentari (tra
tutti, Maartje van Putten) propose loro una ricetta visionaria per ridurre i
consumi energetici che conteneva le premesse per un intenso programma di
ridisegno della mobilità privata potenziando in modo
vigorosissimo la ciclabilità e la pedonalità.
Ne fece una
questione di orgoglio nazionale,
di innovazione, di sostenibilità ante litteram. Con tempismo e astuzia politica,
colse al balzo le varie manifestazioni popolari che in quegli anni avevano
portato all’attenzione l’aggravamento della vivibilità urbana a causa della
crescita incontrollata del traffico urbano, con tanto di aumento della
incidentalità e riduzione degli spazi urbani usati liberamente da adulti e
soprattutto bambini. Non si sognò di parlare di accise o di incentivi o di
bonus per il bollo auto ma propose un coraggioso cambio di abitudini urbane.
Una scelta difficile, certamente avversata da una parte ampia di quegli
olandesi che nel frattempo si erano velocemente abituati all’auto e quelle
imprese commerciali che avevano subito investito nella mobilità su gomma per i
loro affari.
Eppure ebbe
il coraggio di cogliere nella crisi la lungimiranza di imprimere un programma
politico, sociale e urbanistico epocale per portare i cittadini a vivere la
propria mobilità quotidiana in bici e a piedi, associandolo a un profondo
progetto urbano per far cambiare pelle alle città, con un programma di lungo
termine. In un decennio i Paesi Bassi cambiarono faccia e si trasformarono in
quel Paese pieno di biciclette che noi oggi invidiamo.
Ecco cosa
vuol dire essere politici: imprimere veri cambiamenti, verso la sostenibilità
ambientale, aiutando i cittadini a collaborare nonostante il pericolo di non
essere capiti. Non so, e francamente non mi interessa sapere, se Joop den Uyl o
il suo partito abbia poi vinto le successive elezioni. Potrebbe anche averle
perse, ma quel che ha vinto è sicuramente l’idea che la politica è visione e
non gretta contabilità, è offrire crescite culturali e non appiattimenti
sterili crogiolandosi nei vizi insostenibili di sempre, è il coraggio di un
progetto di lungo periodo e non la misura del tutto-subito.
Noi invece
scontiamo il bollo auto e togliamo accise che è un modo per dire ai nostri
cittadini di continuare a essere viziosamente accaniti consumatori di benzina e
gasolio, saldamente seduti sui sedili delle loro auto. Ma è normale tutto
questo? È normale che nessuna e nessuno politico abbia detto una sola parola?
Che non ci sia quella minima dose di buon senso per parlare di risparmio
energetico? Nessuno e nessuna che prova a dire che in molti casi si può andare
a piedi o in bicicletta per tanti spostamenti quotidiani.
Certamente
non tutti possono rinunciare all’auto. Non sempre. Non ovunque. Ma per una
enormità di casi, si può ed è inaccettabile e perfino colpevole non stimolare i
cittadini a lasciare l’auto e andare a piedi, in bici o con i mezzi pubblici.
Nessuna e nessuno che a reti unificate dica questa cosa. Neppure il nostro
presidente della Repubblica. Per favore: qualcuno, che non siano le compagnie
dell’energia, ci spieghi perché non rispondere a questa terribile crisi
investendo massicciamente anche in ciclovie e in un programma di realizzazione
di marciapiedi delle nostre città (perché spesso non esistono nemmeno)? Andare
in bici e a piedi aiuterebbe anche a stoppare le guerre. Perché non avviare
programmi scolastici per incentivare la mobilità a piedi e in bici dei nostri
studenti? Approfittare delle crisi per avviare cambiamenti radicali nelle
pratiche quotidiane della mobilità è un’opzione difficile ma possibile e in
grado di scatenare correzioni di abitudini che diversamente non riusciamo ad
avviare.
Continuiamo
a perdere occasioni per innescare cambiamenti culturali. Gli eletti nei ruoli
politici continuano ad abdicare a ogni funzione culturale. È sempre più freddo
calcolo di ragioneria elettorale, gara, slogan, rincorsa al consenso di pancia
e non di testa, selfie e video per i social. Se non siete buoni a
fare un mezzo discorso visionario che tenta di cambiare in meglio gli stili di
vita responsabili delle crisi climatiche ed ecologiche, lasciate perdere. E per
favore risparmiateci le ipocrite cartoline dove vi vedremo in bicicletta per le
prossime elezioni. Almeno questo, per quel che rimane del rispetto, evitatelo.
Abbiamo già
scritto di ecocidio mesi fa riportando i
dati di distruzione dei suoli nella striscia di Gaza da parte dell’esercito
israeliano. È venuto il momento di tornare sulla questione a favore dei lettori
visto che la Fao ad agosto ha pubblicato un foglio statistico aggiornandoci
sulla distruzione dei suoli agricoli a Gaza. I dati sono sconvolgenti.
Al 28 luglio
2025 l’86,1% dei campi è stato deliberatamente distrutto, affamando tutta la
popolazione sopravvissuta, di cui l’80% è stata dichiarata in emergenza
alimentare. Per capirci meglio, dei 15.000 ettari coltivati a Gaza ne sono
rimasti solo 2.090, praticamente, niente. Nella regione più a Nord della
Striscia, la distruzione è del 94% circa. A veder meglio i dati, di quel paio
di migliaia di ettari i campi ancora coltivabili in sicurezza ammontano a soli
232 ettari ovvero l’1,5% delle aree agricole di tutta la striscia di Gaza. Sono
numeri che fanno tremare i polsi. Se non è un ecocidio questo non oso
immaginare che cosa lo sia.
A definire
che cosa si intende per ecocidio si è occupato tra il 2020 e il 2021 un nutrito
e autorevole gruppo di giuristi ed esperti indipendenti (Iep) in materie ambientali, ripetutamente
riunitosi sotto il tetto della Stop ecocide Foundation (Sef). La definizione
che ne è uscita è la seguente: quell’insieme di “atti illegali o arbitrari
commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un
danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Attenzione agli
aggettivi. Con “grave” si intende riferirsi a “un danno che implica cambiamenti
avversi molto significativi, distruzione o deterioramento di qualsiasi
componente dell’ambiente, incluse le gravi ripercussioni sulla vita umana, o
sulle risorse naturali, culturali o economiche”. Con l’aggettivo “diffuso” si
intende “un danno che si estende oltre una limitata area geografica, valica i
confini nazionali o è patito da un intero ecosistema o specie, o da un gran
numero di esseri umani”. E infine con “duraturo” ci si riferisce a “un danno
che è irreversibile o che non può essere sanato in maniera naturale in un
periodo di tempo ragionevole” e per “ambiente” significa “la terra, la sua
biosfera, criosfera, litosfera, idrosfera ed atmosfera, così come il cosmo”.
Sottolineo
quattro concetti sopra riportati: “cambiamenti avversi molto significativi”,
“gravi ripercussioni sulla vita umana”, “patito da un intero ecosistema” e
“patito da un gran numero di esseri umani”. Nel caso di Gaza ritengo
ragionevolmente che siano purtroppo soddisfatte tutte le quattro casistiche
visto che quasi due milioni di persone a Gaza sono soggette a un’acuta crisi
alimentare, di cui il 32% sono considerate a livello di allarme definito da
“catastrofe” (Ipc, 2025) e visto
che dell’ecosistema suolo agricolo rimane sano e sicuro solo 1,5%. Non mi pare
ci siano dubbi che quanto è stato fatto da Israele nella terra di Palestina sia
un ecocidio con particolare accanimento verso i suoli (da cui potremmo dire
anche suolicidio).
Oltre a
sanzionare e isolare Israele e lavorare diplomaticamente alla pace e oltre a
riconoscere lo Stato di Palestina, il nostro governo, insieme ad altri,
dovrebbe avviare presto il riconoscimento del reato di ecocidio. Mi viene da
suggerirlo anche alle opposizioni a cui non vorrei fosse sfuggito. Non
occuparsene ci mette in una condizione di maggior impotenza e accettazione, di
fatto, dei crimini e delle ingiustizie perpetrate a milioni di persone e
all’ambiente a Gaza. In altre parole, ci rende in qualche modo ancor più
complici (cosa di cui personalmente mi vergogno). Detto tra noi, il
riconoscimento di ecocidio sarebbe anche molto utile per le nostre beghe
interne.
Non vorrei
che questo sia il vero freno al riconoscimento. Rivolgo il medesimo appello anche
ai nostri parlamentari europei che, anziché mollare tutto (ma non lo stipendio)
e correre a candidarsi alle elezioni regionali, dovrebbero darsi da fare per
far approvare la proposta di direttiva europea sulla tutela penale
dell’ambiente che potrebbe essere un passo importante anche verso il futuro
riconoscimento del reato di ecocidio. Ogni
indugio, ogni rallentamento e ogni opportunità rimandata concorrono non solo ad
accelerare e acutizzare i disastri ambientali e umanitari in corso ma anche,
nel caso delle guerre, a porsi di fatto dalla parte opposta a quella dei
processi di pace. Sbaglio?
È appena stato pubblicato l’undicesimo Rapporto sul consumo di suolo.
Apriamo dicendo che l’incremento lordo di consumo di suolo dell’ultimo anno è
sceso, passando da 8.500 ettari del periodo 2021-2022 a 7.254 del periodo
2022-2023. È innegabilmente una buona notizia.
Però non cantiamo vittoria troppo presto perché gli oltre settemila ettari
rimangono un’esagerazione e continuano a tenerci ben al di sopra di ogni limite
accettabile di sostenibilità: 19,9 ettari/giorno, ovvero 2,3 metri quadrati al
secondo. Sempre troppi, sempre uno sfregio che sfigura il nostro territorio.
Una contrazione per la quale non abbiamo nessun elemento per considerarla
l’esito di una folgorazione ecologica delle politiche urbanistiche dell’ultimo
anno. Probabilmente parte della riduzione è da attribuirsi al ripristino di
aree di cantiere prima conteggiate come suolo consumato e ora ripristinato. Un
ripristino che, ricordiamolo, non azzera i danni e i disturbi ecosistemici che
il suolo ha comunque subito negli anni di cantierizzazione.
Siamo un Paese che ancora corre a cementificare, condannandosi a rimanere
lontanissimo dall’obiettivo del consumo netto di suolo zero.
La classifica regionale del consumo di suolo porta delle novità. La più
inaspettata (per alcuni) è quella del primato dell’Emilia-Romagna che è balzata
al primo posto per consumo di suolo netto (735 ettari nel 2023) nonché seconda
per consumo di suolo lordo (815 ettari) dietro al Veneto (891 ettari).
Per chi ancora non ci credeva, è arrivata ora la dimostrazione che la tanto
decantata legge urbanistica emiliano-romagnola (L.R. 24/2017) non è capace di
fermare il consumo di suolo nonostante i proclami di quel governo regionale.
Emilia-Romagna e Veneto hanno disarcionato l’eterna prima della classe, la
Lombardia, che ora si attesta a 728 ettari/anno di consumo di suolo netto.
Pur salutando con interesse la contrazione lombarda, anche qui non possiamo
dire che la diminuzione sia l’esito di una legge sul consumo di suolo che,
semmai lo fosse, lo sarebbe a scoppio assai ritardato visto che sono passati
dieci anni. Sta di fatto che a livello nazionale siamo saliti al 7,16% di
superficie consumata pari a 365,7 metri quadrati di asfalto e cemento per ogni
cittadino (+1,23 metri quadrati rispetto all’anno precedente).
A fronte di una generale riduzione del consumo di suolo, vi sono Regioni
che hanno invece segnato un tasso di variazione positivo: Toscana (+23,5%),
Umbria (+39,3%), Campania (+0,8%) e Basilicata (+8,6%). Stupisce e preoccupa il
caso della Toscana dove è vigente la legge urbanistica più conservativa per il
suolo ma che, probabilmente, le forze del cemento sono riuscite ad aggirare
nell’ultimo anno.
Andiamo a vedere la situazione a livello provinciale aiutandoci con il
coefficiente di urbanizzazione ovvero il rapporto tra aree urbanizzate e area
totale. In molte aree del Paese il coefficiente è molto alto ed è ulteriormente
aumentato, generando squilibri e criticità ecologiche e ambientali sempre più
gravi: isole di calore, maggior esposizione a danni da alluvioni, etc. Ci sono
province con coefficienti che sfiorano il 41% (Monza Brianza), il 32% (Milano),
il 35% (Napoli), il 21% (Trieste).
Scendendo al livello comunale, la situazione rimane anche qui assai grave:
in Campania si arriva a Comuni con oltre il 90% di superficie impermeabile
(Casavatore), in Lombardia Lissone arriva circa al 71,5%, Sesto San Giovani al
70%; in Emilia-Romagna Cattolica è al 62,5%, in Abruzzo Pescara al 52%. E
tantissimi sono i Comuni con oltre il 40% di superficie urbanizzata, valore che
farebbe preoccupare immensamente uno scienziato come Johan Rockstrom per il
quale la situazione è già ampiamente grave quando il peso delle aree urbane
sommate a quelle agricole supera il 15% rispetto alla superficie totale.
Valori che sono figli di consumi di suolo più o meno elevati in molti
Comuni. Il più elevato consumo di suolo lo ha totalizzato un piccolo Comune
alle porte di Cagliari, Uta, con ben 105 ettari dovuti a serre e nuovi impianti
fotovoltaici (ribadiamo la preoccupazione per la mancata
pianificazione rigorosa della localizzazione delle rinnovabili). Segue Ravenna
(il cui sindaco è ora il neopresidente della Regione Emilia-Romagna) con +89
ettari che scavalca Roma (+71,3 ettari) da sempre la top-consumer.
Tra le prime città consumatrici abbiamo anche Alessandria (+61,7 ettari),
dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato il 26
novembre scorso per ricordare la terribile alluvione del 1994 e dove, ne concludo,
il buon governo del territorio non è stato per nulla buono con il suolo,
impermeabilizzando altre decine di ettari, esponendo la città e il territorio a
nuovi rischi alluvionali.
A proposito di buon governo del territorio, non possiamo non ricordare la
prestazione sempre scintillante di Milano, Comune recentemente oggetto di
pseudo condoni edilizi (“Salva Milano”), che pur
professandosi città green, ha cementificato altri 19 ettari circa
(330,5 ettari tra il 2006 e il 2021 di cui il 23% solo tra il 2017 e il 2022).
Anche Bologna non ha spento la betoniera: +21,4 ettari nel 2022-23, + 16,8
nel 2021-22. Idem Venezia con +23,3 ettari nel 2022-23 e +40,32 nel 2021-22. E
potremmo proseguire quasi all’infinito per arrivare a dire che le città
continuano a macinare suolo, a rincorrere la rendita, a conformarsi a un
modello di insostenibilità che procurerà grossi problemi nel futuro.
Con la grave crisi ecologica in corso abbiamo bisogno dell’esatto opposto:
città che fermano il consumo di suolo, usano solo quel che hanno e liberano
spazi. E invece, continuano a spalmarsi di asfalto per poi stendersi al sole
della crisi climatica e abbrustolirsi (e noi con loro).
Ma anche gli altri Comuni consumano? Più i piccoli o i grandi? La maggior
responsabilità va sulle spalle dei Comuni medi (quelli tra i 5mila e i 50mila
abitanti) con il 58,3% del consumo di suolo dell’ultimo anno. Seguono i piccoli
(sotto i 5mila abitanti) con il 23,6%. Si affaccia di nuovo il tema della
frammentazione amministrativa come fattore che spinge il consumo di suolo.
Oppure il fatto che i piccoli Comuni si trovano a subire le grandi trasformazioni
funzionali ai capoluoghi ma che sarebbe troppo caro localizzare là. Ad esempio,
la logistica o i data center o le grandi aree parcheggio o gli
impianti energetici per le rinnovabili.
E poi ci sono gli effetti ambientali negativi che il consumo di suolo produce
e scarica sulle spalle dell’ambiente e degli abitanti. Sono tanti e nel
Rapporto sono documentati. Ricordiamo l’effetto isola di calore urbana.
L’aumento del cemento significa aumento delle superfici che si scaldano di
giorno e che scaldano le notti, rilasciando il calore accumulato, abbassando la
qualità della vita urbana sia di giorno che di notte. Il differenziale di
temperatura tra aree urbane e rurali è di oltre 10° C in molte città al punto
da condannare intere Regioni alla graticola. Così nelle città di Piemonte,
Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e
Liguria.
E poi, da non crederci, continuano i consumi di suolo in aree a
pericolosità idraulica (+1.108 ettari in media pericolosità) come se non
fossimo stati mai travolti da tragedie come quelle subite da poco nelle Marche,
in Romagna e in Toscana. E continuano anche le cementificazioni in aree a
pericolosità di frana: +37,7 ettari in aree a pericolosità di frana molto
elevata; +79,2 in aree a elevata pericolosità; +146,5 in aree a media
pericolosità.
Come vedete il consumo di suolo non si è fermato e mai si fermerà da solo.
Siamo noi a doverlo fermare. È la responsabilità di politici, tecnici e
urbanisti in primis. Ognuno dando voce a questa emorragia per come può fare.
Importante è non distrarsi. La distrazione è assolutamente vietata soprattutto
per chi ha responsabilità politiche di governo del territorio. Occorre
accelerare sulla approvazione di una legge che fermi il consumo di suolo. Vedo
invece che il Parlamento e tanta politica spendono energia a profusione per
proroghe, condoni e interpretazioni autentiche. Autentiche non certo per il
suolo e per il clima. Autentiche ancora una volta per il cemento, i soldi, il
consumismo avido e le speculazioni.
Sulla leggina ad urbem che
affossa ciò che resta dell’urbanistica. Il
partito del cemento è uscito allo scoperto. E non poteva scegliere data
migliore per farlo: la Giornata nazionale degli alberi, lo scorso 21 novembre. D’altronde, perché parlare di Piani del verde comunali (peraltro
non obbligatori in Italia, vergognoso) o di alberi a Milano, quando c’è da
salvare torri di cemento cresciute più veloci dei platani e aprire nuove
possibilità di deregolamentazione urbanistica?
Il 21 novembre è andato in scena, nel nostro
teatrino parlamentare, il dibattito per il cosiddetto provvedimento “Salva
Milano”, la leggina ad urbem che affossa quel che rimane della pianificazione
urbanistica lasciando pieno campo alla legge della rendita (vuoi immobiliare, vuoi fondiaria). Il tutto al
cospetto pure di alunne e alunni invitati in Parlamento per un giorno. Future
generazioni che al ritorno a scuola, scrivendo il loro tema sulla giornata in
Parlamento, citeranno il “Salva Milano”. Rendiamoci conto.
Veniamo però ai fatti. Da anni il Comune di
Milano rilascia ardite autorizzazioni edilizie per fare torri, condomini,
grattacieli nei cortili o laddove prima c’erano due magazzini, una palazzina o
un deposito. Il tutto interpretando a modo suo la legge urbanistica nazionale e
dilatando il concetto di ristrutturazione così da sostituire un piccolo volume preesistente
con un condominio, rinunciando pure a incassare un bel po’ di oneri di
urbanizzazione che servono a fare opere per tutti.
D’altronde da circa vent’anni Milano e i suoi
sindaci hanno imboccato la strada pericolosa del cemento impegnandosi con tutto
loro stessi a innalzare il più possibile i valori immobiliari. Per loro il
principio a cui conformare il governo del territorio è l’attrattività (per
cittadini ben paganti, ovvio). Attrattività è la parola che piace a destra come
a sinistra e, infatti, i parlamentari la citavano con gran profusione quel 21
novembre.
Nel caso di Milano molta dell’attrattività
l’hanno pagata tutti gli italiani perché tutti hanno contribuito a Expo 2015,
alle Olimpiadi 2026, alla privatizzazione degli scali ferroviari,
alle nuove Metropolitane e a tanto altro fatto con soldi pubblici non solo
milanesi e non solo lombardi.
Quell’attrattività è fondata su un modello di
vita urbana molto esclusivo e disegnato tutto addosso a una idea di felicità
privata dove quel che conta è quel che possiedi, dove abiti, chi frequenti,
quanti apericena fai alla settimana, se hai la palestra e il giardino in
condominio, se hai la colonnina per la ricarica dell’auto elettrica, se hai
soldi per pagarti la piscina pubblica nel frattempo trasformata in una locationglamour per spritz-man, etc..
Ma chi l’ha stabilito poi che quella
attrattività è cosa buona e giusta e, tanto meno, l’immagine della
sostenibilità? E così, a furia di cemento, torri, grattacieli e archistar l’ultima Giunta ha oltrepassato quel
poco di buon senso urbanistico che rimaneva ancora, decidendo che la
ristrutturazione e la rigenerazione urbana fossero quella roba secondo la quale
al posto di un piccolo magazzino artigianale posto in un cortile, si poteva allegramente
costruire un condominio a torre da decine e decine di appartamenti da vendere
dai seimila euro al metro quadrato in su.
Ma questa non è la Milano che tutti vogliono,
con buona pace del sindaco, della sua giunta e dei tanti parlamentari che li
sostengono (da tempo). E così qualcuno ha iniziato a dubitare e denunciare.
Sono partite le inchieste ed eccoci qua nel pieno di un casino imbarazzante
fatto già di mezze torri vendute, davanti alle quali schiere di parlamentari di
destra e sinistra si danno da fare come matti per mettere una pezza (che io
chiamerei condono, ma loro chiamano interpretazione autentica della legge
urbanistica nazionale).
E la pezza, come tradizione vuole, è peggio
del buco perché si vara una norma per mettere fuori legge l’urbanistica
ovunque. In buona sostanza d’ora in poi la volumetria di un box potrà diventare
quella di una palazzina. Quella di una palazzina di un condominio, e così via.
Il tutto versando solo pochi denari al Comune, del tutto insufficienti a
garantire quel minimo di servizi pubblici necessari per compensare l’aumento
del numero di cittadini.
La vicenda è già sufficiente per vergognarsi
di quel che hanno fatto a Milano e stanno facendo in Parlamento, da destra e
sinistra. Ma oggi siamo nel 2024. E ha fatto bene qualche parlamentare a
ricordarlo, ma non certo per mettere mano all’urbanistica affossandola.
Si è appena conclusa una fallimentare Cop29
dove si è ricordato che il 2024 è stato un anno pessimo e la politica non è
stata capace di fare nulla a beneficio del clima. Pertanto i parlamentari che
invocano il 2024 dovrebbero invocare lo stop alla crescita compulsiva delle
città, ancor più se quella crescita la sfigura, si fonda sulla deregulation urbanistica e sulla espulsione delle
fasce sociali più deboli, quelle che non possono permettersi appartamenti da
cinquemila euro al metro quadrato in su.
E non ci vengano a dire che quell’urbanistica
allegra in altezza a Milano è stata fatta per non consumare suolo, come ho
sentito dire in aula Parlamentare. Falso. Milano continua a consumare suolo e
il brivido per l’altezza non ha frenato un bel niente.
Negli ultimi 17 anni Milano ha consumato una
media di 18 ettari all’anno di suoli agricoli o liberi al bordo o interni alla
città. Semmai Milano è la dimostrazione del contrario: scegliere l’altezza non
equivale a non consumare suolo.
Non sono quindi i sindaci, assessori e parlamentari milanesi a poterci dare
lezioni di non consumo di suolo. Men che meno oggi. Negli ultimi venticinque
anni non ho sentito uno solo di loro fare un discorso a favor di suolo con una
energia e vigoria tale e quale a quella che ho visto in Parlamento per il
cosiddetto “Salva Milano”. E faccio notare che non stanno neppure cogliendo
l’occasione di questo imbarazzante provvedimento urbanistico per approvare uno
stop al consumo di suolo. Se ne guardano bene.
Quel che si sta compiendo è un doppio disastro
nazionale. Per “salvare Milano”, il Parlamento sta decidendo che in tutte le
città italiane si potranno costruire torri, condomini, grattacieli
semplicemente chiedendo la più semplice delle autorizzazioni edilizie, senza un
piano attuativo, senza adeguare i servizi, saltando a piè pari qualsiasi
pianificazione urbanistica. E per di più la decisione parlamentare avrà pure
valore retroattivo. Fatico a non mettere questa roba dentro il faldone dei
“condoni”.
Il secondo disastro è culturale. Questo “Salva
Milano” come volete che venga letto e capito dalle persone? Come un
provvedimento per salvare il Pianeta? La miglior mossa per la transizione
ecologica? Una legge per adeguare le città alla crisi climatica? Il primo di
una serie di provvedimenti per avere città resilienti? Non credo proprio.
Verrà visto come l’ennesimo abuso di potere politico all’italiana, dove i
provvedimenti urbanistici in odor di condono e cemento che si approvano sono la
normalità. Dove il cemento vince sul verde. Altro che “Salva Milano”, qui siamo
in pieno “Sfascia tutto”. Benvenuti nello Sfasciocene.
Concludo con un appello alle sindache e ai
sindaci che sono dalla parte del suolo.
Vi chiedo di prendere le distanze da questo provvedimento facendo sentire la
vostra voce.
Prendete posizione pubblicamente, scrivete alla redazione di Altreconomia, intervenite: redazione@altreconomia.it.
Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e
ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del
suolo” (Laterza, 2024)
Se è vero che il diavolo sta nei particolari allora la legge sulla autonomia differenziata è piena di particolari diabolici. Per fare a pezzi l’Italia usa mille modi, non ultimo andando all’attacco di natura, suolo e paesaggio, proprio mentre l’Europa approva la “Nature Restoration Law”. Antonio Cederna avrebbe marchiato tutto ciò con il suo “vandali in casa”.
Torniamo però ai particolari diabolici perché nella tossicità di leggi del genere questi contano e non vanno trascurati. Quelli che a prima vista sembrano piccoli tecnicismi su cui non vale la pena discutere ora, alla prova dei fatti sono potenti crepe che tirano giù tutto e spesso sono proprio loro gli artefici più efficienti del disastro.
Come avevamo già denunciato allibiti, alle Regioni sarà trasferita anche la competenza sulla tutela degli ecosistemi, il noto punto s) dell’articolo 117 della Costituzione. La legge ha deciso che anche per la tutela degli ecosistemi dovranno essere fissati dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni (art. 3, c. 3). Ecco la fessura diabolica. Innanzitutto, la parola “prestazione” è di per sé odiosa oggi ma accostata agli ecosistemi diviene un obbrobrio inguardabile che svela l’idea mercenaria della natura nella testa del governo.
Chi ha deciso di applicare i Lep agli ecosistemi non deve aver chiaro che cosa siano e come funzionino. Il più scarso tra gli ecosistemi è titolare di decine di migliaia di “prestazioni”. Di conseguenza, quale tra le tante sarà scelta? Ad esempio, tra le “prestazioni” del suolo, quale sarà considerata essenziale? La capacità d’uso? Il tenore di biodiversità? La permeabilità? Il grado di saturazione? Il livello di salinizzazione? Che cosa? E quale sarà la soglia limite di riferimento? E poi il Lep sarà il medesimo per tutte le Regioni o no? In Lombardia sarà la capacità d’uso dei suoli e in Umbria la biodiversità? Ma poi, la prestazione diabolica di cui si parla sarà prestazione dell’ecosistema verso se stesso o verso noi umani, cronici predoni di natura? Insomma, un bosco avrà buone prestazioni se produrrà buon legno da ardere o da costruzione o se garantirà biodiversità ospitando sempre più specie di uccelli?
Ma le diavolerie non finiscono qui. C’è la patata bollente di chi deciderà i Lep. E come li monitorerà. La legge ne parla all’articolo 3 dove vengono concessi 24 mesi al governo in carica per definire i citati “livelli essenziali”. Le Regioni vengono sentite tramite l’acquisizione di un parere della Conferenza delle Regioni (non si capisce se vincolante o meno. Bizzarro, perché con una mano si vuole l’autonomia delle Regioni, con l’altra non sono le Regioni a decidere: vai a capire). Insomma, a stabilire i Lep saranno i politici della maggioranza di governo. Sempre loro. Non si fa ovviamente alcun cenno al ricorso a esperti, men che meno indipendenti (non sia mai che le cose vadano in direzioni impreviste), che nel caso della tutela degli ecosistemi sarebbero ecologi, naturalisti, forestali, pedologi, entomologi, climatologi, etc. Nessun esperto all’orizzonte, per ora dobbiamo digerire il fatto che i Lep sulla tutela degli ecosistemi saranno decisi da chi non è detto sappia qualcosa di ecosistemi, di suolo, di alberi, di come funziona una frana o un fiume.
Se è questa l’autonomia che volevano c’è solo da disperare, perché con queste premesse poggia i suoi piedi nell’ignoranza ecologica. Altre fessure diaboliche? Il non senso della norma lo ritroviamo nella figura di chi, fondamentale, dovrà monitorare i Lep (articolo 3, comma 4): “l’attività di monitoraggio è svolta dalla Commissione paritetica”. A spiegarci i dettagli diabolici di che cosa sia e come funzioni questa commissione è l’articolo 5. Partiamo dalla sua composizione: “per lo Stato, un rappresentante del ministro per gli Affari regionali e le autonomie, un rappresentante del ministro dell’Economia e delle finanze e un rappresentante per ciascuna delle amministrazioni competenti e, per la Regione, i corrispondenti rappresentanti regionali, oltre a un rappresentante dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) e un rappresentante dell’Unione delle province d’Italia (Upi)”. Ci risiamo. Non solo i Lep sono decisi dai politici della maggioranza al governo, ma sono sempre loro a monitorarli incaricando loro fiduciari.
Controllato e controllore coincidono con perfetto stile antidemocratico e contravvenendo alla regola base di ogni valutazione ambientale, la quale dovrebbe aiutare il decisore a correggersi non a spalleggiarsi l’un l’altro. Con quella formula, addio alla efficacia di qualsiasi Lep. Peraltro, tutti questi politici che si infilano in commissioni tecniche è un’altra contraddizione sonante visto che loro stessi ogni volta che parliamo di suolo, spiegando le questioni scientifiche ed ecologiche, dicono sempre di non essere tecnici. Ma poi quando c’è da presidiare quel che gli interessa, diventano improvvisamente tecnici dentro una commissione. Ma siccome i ravvedimenti e i colpi di coda possono capitare anche tra politici (dagli scilipotisti ai cambiacasacchisti, se ne contano tanti) la legge mette le mani avanti con un altro particolare diabolico funzionale a rendere preventivamente innocui i componenti di quella commissione: “Ai componenti della Commissione paritetica non spettano compensi, indennità, gettoni di presenza, rimborsi di spese o altri emolumenti comunque denominati”. La conclusione è ovvia: il monitoraggio dei Lep non è cosa che interessa a chi ha pensato scritto e votato il testo di legge sull’autonomia differenziata.
Insomma, andando oltre la lettura dei titoli e prefigurandosi il funzionamento di questa irricevibile legge (chissà se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la fermerà o la commenterà), anche per la parte relativa alla natura, si può confermare pienamente che ci sono tutte le premesse per il totale asservimento ai bisogni dell’homo oeconomicus. Non c’è nulla che faccia pensare a un corretto approccio ecologico.
La natura è vista tragicamente ed erroneamente per parti distinte (il suolo da una parte, il bosco dall’altra, il campo dall’altra ancora) e già questo è contrario a ogni idea corretta di ecosistema. In più il suo smembramento sul piano geografico-amministrativo, in quanto ogni Regione finirà per definire come (e se) tutelarla, renderà ancor più ‘prestante’ la distruzione, per usare gli stessi loro termini. Francamente non mi risulta che qualcuno sia mai riuscito a dimostrare che una gestione dell’ambiente e della natura per parti differenziate produca una miglior tutela degli ecosistemi e del paesaggio. Né è dato per certo che abbassando di livello amministrativo le tutele, dal centro al livello locale, si ottengano maggiori e più certe garanzie. Non è così e lo abbiamo dimostrato decine di volte attraverso i dati sul consumo di suolo: i piccoli Comuni sono meno efficienti dei grandi; i Comuni più ricchi e grandi continuano a consumare per essere sempre più attrattivi a modo loro (vedi Milano, vedi Bergamo per citare i due sindaci che si sono schierati ai tempi per l’autonomia differenziata).
L’autonomia non è quindi la riforma che aggiusterà qualcosa, ma solo la lama con la quale si squarcerà il Paese. Un’autonomia disegnata da un corpo politico che non ci dà prova di consapevolezza ecologica è, di fatto, la prova che la dissociazione del pensiero politico dall’ecologia diviene un punto di qualità in chi fa politica e non una lacuna davanti alla quale fermarsi. Davvero un disastro davanti al quale però, ancora una volta, non dobbiamo arrenderci, ma anzi alzare la voce e denunciare questa dissoluzione in ogni anfratto della società che frequentiamo. Ognuno può farlo facendo quel che meglio sa fare per dare voce alla natura che non ha voce, disvelando quei particolari diabolici che lo storytelling di forze politiche che nulla hanno a che fare con equità e natura è abilissimo a nascondere. Dobbiamo trovare forme di aggregazione indifferenziata, l’esatto contrario di questa sciagurata autonomia differenziata.
Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia, 2022)
Due notizie apparentemente diverse sono invece assai simili. La prima è
quella dell’inchiesta
giornalistica di Report sullo sfruttamento delle cave di
marmo delle Apuane che ha sollevato un polverone (Altreconomia se ne era occupata già tempo fa). La
seconda è quella diffusa da UnioneSarda.it riguardante la
vendita di ben mille ettari di suolo dell’isola a un’azienda cinese per farci
il più grande impianto fotovoltaico d’Europa (l’ennesima colonizzazione
energetica).
Che cosa hanno in comune le due notizie? Il suolo e il paesaggio rubato
all’ambiente e alle comunità locali? Certamente sì, ma non solo. La speculazione
finanziaria dietro tutto questo? Certamente sì, ma non solo. La finzione della
sostenibilità o la pretestuosa equazione per la quale ciò che è rinnovabile è
automaticamente sostenibile (falso)? Certamente sì, ma non solo.
L’ipocrita teatrino dei politici che, solo dopo il clamore suscitato
da Report, si sono fatti vivi in carne e ossa mettendo in scena
improbabili indignazioni e stupori per quel che accade nelle cave (ma non sono
loro e le istituzioni che amministrano a dare
le concessioni?)? Oppure il silenzio ancora eccessivo e imbarazzante
di troppi politici sardi che ricorda l’astuta tattica di chi costruisce ritardi
burocratici ad hoc così che le cose poi diventano irrecuperabili? Certamente
sì, ma non solo. La negazione di sovranità (parola che piace più tradire che
pronunciare) delle comunità locali, scippate delle risorse naturali per
ingrassare le tasche di pochi finanzieri disinteressati alle sorti delle genti
locali e che poco o nulla restituiscono al territorio? Certamente sì, ma non
solo. Il fatto che i marmi si cavano dalla terra toscana per arredare i bagni
di qualche magnate del petrolio chissà dove o che l’energia solare su suoli
sardi finisca nei portafogli cinesi? Certamente sì, ma non solo.
E allora che cosa accomuna le due notizie? La loro sproporzione. Si, è la
sproporzione a renderle così simili e odiose facendone una rappresentazione
viva e bruciante del neoliberismo e della sua enorme ferocia
artificializzatrice e speculativa a danno del territorio. “È quando
l’insediamento si espande e inizia a coprire ettari; è quando il governo del
territorio si fa così capillare da escludere sistematicamente tutte le specie
che sono riconducibili alla utilità umana; è con l’imporsi di questa forma
totalitaria dell’essere al mondo, che la presenza umana diventa artificiale”,
come hanno spiegato Francesco Boer e Andrea Pilloni (2023). La sproporzione è
pervasiva ed è ciò che artificializza tutto senza pietà, spesso legittimata da
norme ingiuste o assenti, sostenute in modo palese o velato da una politica
compiacente fin quando ci scappa il morto o quando il Report di
turno scoperchia il caso.
Eppure, fino a poco prima della puntata, la sproporzione con cui intere
montagne sparivano a morsi sempre più rapidi e voraci era “normale”, proprio
come ora è di nuovo “normale” vedere un’isola letteralmente colonizzata oltre
ogni ragionevole misura da pale e pannelli, i nuovi strumenti di espropriazione
della natura e delle genti. La sproporzione tra intenzione e atto è ciò che
rende indigeribile sia le cave di marmo sia il futuro parco fotovoltaico cinese
e i relativi annessi e connessi. La sproporzione dell’indifferenza di chi
governa senza prendere una posizione netta e forte che cambia per davvero il
corso delle cose e ferma le rapine. La sproporzione con la quale le tecnologie
(estrattive entrambe) si propongono come salvifiche a priori quando invece sono
un moltiplicatore di impatti ambientali. Lo squilibrio quantitativo è
simbolicamente ciò che accomuna questi due casi. Ma è anche, a pensarci bene,
la cifra con la quale l’immarcescibile modello neoliberista continua a
trasfigurare i luoghi dove viviamo, spaesandoci.
Sproporzionati sono anche i capannoni della logistica e del commercio online che
in meno di dieci anni hanno letteralmente stravolto i paesaggi: e non capiamo
più noi chi siamo. Sproporzionati sono i piccoli e grandi palazzi multipiano
che sorgono a Milano o a Bologna al posto di piccole officine o edifici dentro
i cortili, mandando all’aria le viste di chi da decenni viveva lì attorno.
Sproporzionato è il ponte
sullo Stretto di Messina, il progetto di arretramento
della linea
ferroviaria nel ponente ligure, l’alta velocità in Irpinia, la mega-ciclabile
del Lago di Garda, la trasformazione del parco del Meisino a Torino in
cittadella dello sport, i grattacieli a Milano, Torino e dove vogliono farli, i
progetti di interporti ad Alessandria, Novara, Parma e chissà dove ancora,
l’ampliamento della tangenziale di Bologna, il porto fluviale a Monticelli di
Ongina sul Po, il Tyirrhenian link, ma anche l’assurda area parcheggio fuori
dalla stazione di alta velocità di Reggio Emilia Mediopadana, le mega rotonde
viarie e così via.
E poi ci sono tutte le piccole sproporzioni urbanistiche che si depositano
nei piccoli e medi Comuni: in termini assoluti possono sembrare poca cosa, ma
rispetto alla trama sottile di quei centri diventano un fuori scala che rende
stranieri tutti gli abitanti. L’elenco delle sproporzioni che gettano
artificializzazione e spaesamento nei nostri occhi è lunghissimo e tristissimo.
Ma è proprio questa la cifra con la quale ci stanno mangiando l’orizzonte e
“de-cittadinizzandoci”. Oggi più di ieri. È un processo che ha preso la
rincorsa negli anni Settanta, si è irrobustito negli anni Novanta abbruttendo
il Paese e rubando terre che erano di tutti, ma ora sta letteralmente superando
qualsiasi previsione e qualsiasi soglia di rispetto. La sproporzione è oggi
quel che accomuna gran parte delle opere pubbliche e private che consumano
suolo e artificializzano i territori rendendoli irriconoscibili con una
velocità alienante, mai conosciuta prima.
Come se non bastasse, tutto questo viene perpetrato con maggior furbizia di
ieri, usando pretestuosamente la sostenibilità e la tecnologia come grimaldelli
e bersagliando preferibilmente le comunità che abitano le terre più fragili
-dalla Val Susa all’entroterra pugliese, campano e sardo- contando forse sul
fatto che, prese dalla preoccupazione di sopravvivere nella dura quotidianità o
sprovviste delle capacità culturali ed economiche, non sono in grado di opporsi
o tardano a capire cosa sta accadendo o sono più facili da abbagliare. È sempre
più urgente una reazione che, prima dei cortei e delle manifestazioni, prepari
le comunità a diventare epistemiche, ovvero sempre più capaci di anticipare le
loro prese di posizione basandole su consapevolezze e conoscenze sempre più
solide, evitando di scivolare nella sola contrapposizione ideologica, pur
ragionevole ma troppo facilmente criticabile dagli speculatori e dai loro
compiacenti politici.
Bisogna anticipare le reazioni, evitando che quelle sproporzioni inizino a
essere pensate, facendo capire che i territori non sono né riserve di caccia
per speculatori dove trovare un ambiente dal ventre molle che possono bucare
come gli pare e piace, nè abitati da genti che sono muti codici fiscali da
mettere su una lista di espropri o che possono spostare qua e là come gli va.
In un contesto dove le forze politiche sono perse nei loro giochi elettorali,
disinteressate e distanti dalla concretezza dell’intreccio tra questioni
ecologiche e sociali, dove non vedono queste sproporzioni e non sono capaci di
metterne assieme due solo perché geograficamente e tipologicamente distanti, è
più che mai urgente riannodare e irrobustire le alleanze tra saperi scientifici
e azioni locali per superare la mentalità incentrata sull’interesse privato,
sul solo profitto finanziario che può sventrare qualsiasi cosa.
L’impegno civile oggi deve lavorare molto di più a monte e non solo a
valle, così da prevenire la violazione di territori e comunità, come suggerisce
Adriano Zamperini nel suo “Violenza
invisibile”. Stare a valle e opporsi agli scempi è sacrosanto, ma non più sufficiente.
È urgente andare a monte per disegnare le condizioni culturali per cui certe
cose, certe sproporzioni, certe predazioni di suoli e paesaggi, certe
prevaricazioni alle popolazioni locali spariscano per sempre e si impari a
immaginare alternative condivise, proporzionate e super rispettose degli
ecosistemi. Un grande lavoro culturale ed ecologico, necessario e urgente. Non
può che partire da chi, in questo momento, riesce a vedere quelle sproporzioni
e quelle prevaricazioni vuoi perché ci è accanto, vuoi perché ne conosce gli
effetti teorici. Occorrono nuove alleanze di impegno civile, basate sulla
consapevolezza: teoria e azione insieme. Si può fare, si sta già in parte
facendo.
Cari trattori, l’agricoltura
industriale che difendete è il problema, non la soluzione - Paolo Pileri
Eccesso di zootecnia, consumo di
acqua, monocolture a mais, sversamento di liquami, agrofarmaci, pesticidi,
emissioni climalteranti, taglio di alberi, consumo di suolo e terre svendute
alle grandi aziende dell’energia. Paolo Pileri mette in fila i temi schiacciati
da chi non vuol cambiare rotta. Ma una luce (e un’alternativa) si vede
È un
ritornello: lo abbiamo già visto. Appena qualcuno tenta una riforma della
agricoltura di poco diversa dal solco del peggior consumismo, una fetta
dell’agricoltura monta sui giganteschi trattori (comprati inutilmente e in
parte con finanziamenti pubblici) e cerca di spaventare opinione pubblica e
politica. Questa volta la prima non si sta per nulla spaventando e non sta
offrendo solidarietà a prescindere, la seconda al solito ci casca.
Credo che
gli agricoltori che protestano stiano clamorosamente sbagliando indirizzo: non
devono prendersela con l’Unione europea che li finanzia da decenni né con gli
Stati che pure li finanziano da decenni e pure quando ci sono calamità e stati
di emergenza (non dimentichiamolo). Devono andare a protestare dalle loro
associazioni di categoria che non li hanno aiutati quanto occorreva per farli transitare
verso un’agricoltura più giusta, più sana, più pulita e verso quelli che si
prendono l’80% dei contributi della Politica agricola comune (Pac) senza mai
mettere piede in un campo. Se la devono prendere con chi impone loro
agrofarmaci in abbondanza e sementi di un certo tipo per colture di un certo
tipo (disastrose). Dopodichè è inutile che ci nascondiamo dietro un dito:
l’agricoltura convenzionale o industriale, a seconda di come piace chiamarla, è
solo e soltanto il prodotto di sacrifici ecologici immensi. Se non ci diciamo
questo, non siamo onesti. E piacerebbe sentirlo da quelle facoltà di Agraria
che ancora non riescono a scollarsi di dosso il mito della super produzione,
costi quel che costi, mentre dovrebbero solo virare verso la sostenibilità a
tutti i costi.
Dopodichè
visto che i trattori alzano la voce, ricordiamo loro che la coscienza di un bel
pezzo di agricoltura ha il colore dei fumi di scarico di quei mezzi. È infatti
lunga la serie di fatti che non depongono certo a favore di un’agricoltura che
si può autodefinire sostenibile né ecologica. L’eccesso di zootecnia (lo
diciamo da tempo) è un problema. Innegabilmente un problema che genera un sacco
di problemi all’ambiente e alle persone: eccesso di consumo idrico, monocolture
a mais solo per produrre insilati, perdite energetiche in filiera, patologie
sanitarie gravi per eccesso di consumo di carne, problemi enormi di spandimento
dei liquami, problemi enormi per trattamento degli animali, etc.. A livello
mondiale la superficie agricola dedicata alla zootecnia è oltre il 70% della
superficie coltivata per produrre solo il 15-20% delle calorie alimentari. Non
mi pare difficile commentare questo dato come uno sbilanciamento folle e
insostenibile che è assurdo mantenere e che protegge un’industria della carne
che si è eccessivamente ingrandita e che ha monopolizzato la dieta alimentare
dei cittadini per fare profitto, non certo per migliorare la loro salute.
Non ricordo
campagne informative delle associazioni della agricoltura che spingono a ridurre
il consumo di carne. In Italia gli eccessi non mancano, la Pianura padana è un
“maisificio” unico, inguardabile, disastroso. Vero è che l’agricoltura ci ha
dato da mangiare, ma a quale prezzo in termini di salute e ambiente? Sono
replicabili nel futuro? No. Può aiutarci l’agricoltura a cambiare in meglio?
Sì, ma non con quelle proteste perché sono scentrate rispetto agli urgenti
obiettivi di sostenibilità. Possiamo mangiare molta (molta, molta) meno carne e
abbiamo il diritto di mangiare meglio e più sano e pulito. Questo è il diritto
di noi cittadini. Non quello di abbuffarci di cibo molesto e a basso costo.
Aiutateci a mangiare meglio, più sano e tutti.
Veniamo a un
altro tema, disastroso: lo sversamento di liquami nei terreni. Sappiamo
perfettamente che il settore ha beneficiato di deroghe su deroghe in questi
anni, il tutto per tenere in vita un’economia agricola eccessivamente
sbilanciata. Sappiamo bene che sulla carta molte aziende agricole vantano
superfici di spandimento sufficienti, ma che non utilizzano tutte, finendo per
concentrare lo spandimento solo in alcune aree. È falso?
Sappiamo che
le quantità di agrofarmaci utilizzati sono eccessive e mal dosate in molti
casi. Sappiamo che molta manodopera è ancora mal pagata e sfruttata. Non
ricordo le associazioni dell’agricoltura offrire seminari e incontri culturali
ai loro iscritti per fargli conoscere le inchieste e i libri di Alessandro
Leogrande sul caporalato (per fare un esempio a cui potremmo aggiungerne altri)
o le inchieste di Stefano Liberti su temi paralleli. La strada da fare è molto
lunga e queste proteste sul trattore non mi pare sollevino questi temi che sono
nodali e urgenti, ma preferiscono tenere tutti sul filo del ricatto: “Senza di
noi non c’è cibo”. Ma quale cibo?
Oggi il
paradigma della quantità a tutti i costi non funziona. Occorre cambiare. È
doloroso, mi rendo conto, ma mai come oggi è necessario che la protesta sia
sinceramente ecologica e non protezionistica. Ad esempio, nessuno parla di
sprechi alimentari. A che cosa serve avere una agricoltura che
produce-produce-produce per buttare via un quarto di quello che vende? Certo,
fa cassa per chi vende, ma dal punto di vista della sostenibilità è un dramma e
pure da quello della equità. Sarebbe meglio produrre meno pur spendendo uguale
ma dando più soldi al produttore. E il mondo agricolo e dell’economia
alimentare potrebbe fare molto molto molto di più in tal senso.
Proseguiamo
con l’elenco. L’agricoltura contribuisce alle emissioni climalteranti per una
quota enorme. Non usa le acque in modo sostenibile né evita scarichi inquinanti
nei fossi. C’è un problema di rifiuti: tremano le gambe quando si parla di
gessi di defecazione. Poi, l’agricoltura convenzionale arriva a tagliare
qualsiasi albero dia il minimo fastidio ai nuovi macchinari automatici. I
trattori sono diventati pesantissimi sfondano argini (altro che le nutrie, per
favore) e strade di campagna e locali. È enorme l’uso di acqua che va sprecato,
tanto la si paga poco. E poi quando manca l’acqua, l’agricoltura alza la mano e
la politica le concede i soldi dallo Stato invocando emergenze e calamità senza
mai porsi i dubbi che tutto quel mais che richiede acqua nelle stagioni dove
acqua non ce ne è mai stata, forse richiederebbe di ridurre la produzione di
mais e non solo piangere la necessità di acqua a iosa…
La protesta dei trattori vista
da chi fa agricoltura biologica dal 1978 - Maurizio Gritta
Maurizio Gritta della cooperativa
Iris è tra i pionieri del bio e conosce bene il disprezzo per il lavoro manuale
o lo scarso valore riconosciuto a chi produce. Della mobilitazione in atto non
scorge però un obiettivo chiaro e condiviso. “La maggior libertà di utilizzare
i pesticidi non implementerà certo i nostri redditi”. La sua analisi
Mi occupo di
agricoltura biologica dal 1978. Sono nato in un’azienda agricola a conduzione
familiare in provincia di Brescia e, sin da piccolo, mio padre mi ha trasmesso
la passione e la professionalità necessarie per la coltivazione agro alimentare
e l’allevamento degli animali. “La natura va rispettata -diceva- perché
lavorandola ci dà la possibilità di prenderci cura dei nostri figli”. Pur
essendo analfabeta, aveva compreso istintivamente la necessità di un rapporto
paritario ed equidistante.
La
cosiddetta “protesta dei trattori”, oggi, mette in luce alcune problematiche
reali ma non sembra avere ancora un obiettivo solido, chiaro e condiviso in
modo unanime. Nel momento in cui scrivo la Commissione europea ha ceduto alla
pressione delle contestazioni e ha deciso di rinunciare alla normativa che
prevedeva una riduzione progressiva dell’uso di pesticidi per proteggere la
biodiversità e l’impatto sull’ecosistema. Siamo sicuri che questa concessione,
insieme a qualche promessa di ridurre burocrazia e spese carburante, sia
davvero un’azione che migliora le nostre condizioni di lavoro?
Non sarà
certo la maggior libertà di utilizzare pesticidi o fitofarmaci a implementare
il nostro reddito o la qualità della nostra vita personale e lavorativa, anzi,
secondo il “Farm worker ministry” negli Stati Uniti, uno dei Paesi con i metodi
di coltivazione più avanzati e moderni, la vita media di un agricoltore è di
circa 49 anni, ben 29 in meno del resto della nazione, e svuotando di senso e
contenuto il “Green deal” europeo rischiamo di intraprendere lo stesso
percorso. L’agricoltura biologica sta dimostrando da decenni ormai come sia
possibile produrre (e guadagnare) senza rinunciare alla tutela dell’ambiente
che ci circonda. Coltiviamo alimenti per circa 12 miliardi di persone in un
mondo abitato da otto, non abbiamo bisogno di produrre di più ma meglio, in
modo più oculato e intelligente.
Una ricerca
dell’Università di Goiàs in Brasile, analizzando i dati dal 2011 al 2020 di
oltre 20 nazioni tra cui Francia, Stati Uniti, India, Italia e lo stesso
Brasile, ha constatato un aumento parallelo, dal 40% al 60%, tra l’uso
intensivo di pesticidi e le malattie cancerogene tra gli addetti ai lavori che
ne sono a stretto contatto tutto il giorno nei campi. Come già accaduto per
l’Ilva di Taranto crediamo di dover scendere a compromessi con la nostra salute
pur di mantenere il lavoro ma la lotta comune dovrebbe concentrarsi sulla
produzione di cibo sano nel modo meno inquinante possibile e pretendere che la
ricerca e le nuove tecnologie studino metodi più adatti alla tutela
dell’ambiente e della salute dei lavoratori aiutandoci a fare dei passi avanti
verso un futuro migliore invece di tornare ai metodi intensivi e coercitivi del
passato…
PERCHÈ GLI AGRICOLTORI COMUNQUE PERDERANNO - Daniele Ioannelli
Nei giorni della lotta abbiamo dentro un fuoco che ci pare essere infinito,
e crediamo di avere il diritto di vincere per il solo fatto di sentirlo ardere.
Ma spesso invece a vincere è chi pianifica con freddo calcolo le proprie mosse.
Il Potere questo lo sa e cominciò a farlo 50 anni fa, quando spostò la
dottrina economica dominante dal keynesimo, che promuoveva un benessere diffuso
attraverso la formazione della cosiddetta classe media e del welfare, alla
scuola austriaca del libero mercato e della globalizzazione, che concentra la
ricchezza in poche mani attraverso l’esclusione dello Stato dall’economia e le
privatizzazioni di beni e attività strategiche.
Ecco perchè comunque vada, anche fossero accolte il 100% delle loro
rivendicazioni, gli Agricoltori hanno comunque già perso.
Gli Agricoltori oggi
stanno guardando il dito e non la luna.
Il dito sono le norme imposte, o in procinto di esserlo, dall’Europa in
nome di una ideologia green presentata come salvifica ma in
verità distruttiva e antisociale. La luna è l’impianto ideologico nel quale
queste norme sono prodotte.
Il dito viene puntato sulle politiche del cosiddetto Green Deal (Patto
Verde) e della PAC (Politica Comune Europea), che sulla carta promettono
sostenibilità e benessere, ma nei fatti stanno rendendo economicamente
insostenibile fare agricoltura e allevamento.
Innanzitutto bisogna ricordare che oggi si è persa una consapevolezza molto
presente nel passato mondo agricolo, perchè la società dei consumi ci ha
abituati ad avere ininterrottamente gli scaffali dei supermercati pieni di
merce sempre fresca, e cioè che avere un raccolto da vendere non è così
scontato, anzi è una “grazia”, un dono che riceviamo. In quelle passate
società ciò che dava la terra era sufficiente al proprio sostentamento o poco
più, la resa del terreno era molto più bassa di oggi già in condizioni normali,
se poi avvenivano problemi climatici, di salute pubblica o guerre…addio
raccolto.
L’agricoltura e in misura minore l’allevamento sono attività di per sè con
un grado alto di precarietà ma di fondamentale importanza per la nostra vita,
senza cibo non viviamo. Ecco perchè è giusto e doveroso sovvenzionare con soldi
pubblici chi pratica tali attività. Gli va garantita una protezione minima per
il proprio sostentamento. Equiparare l’agricoltura a un qualsiasi altro settore
produttivo, magari industriale, è pensare che il cibo sia un prodotto
artificiale come un bullone fabbricabile nelle quantità che vogliamo nel chiuso
dei nostri stabilimenti e di cui noi soli deteniamo i diritti di produzione,
pena il far valere le leggi anti contraffazione.
Premesso questo, su cosa verte la protesta? Essenzialmente su questo:
NO a lasciare una parte del
terreno, almeno il 4% per ora, a riposo e una maggiore rotazione delle
colture per mantenere il terreno in salute.
NO alla riduzione dell’uso dei
fertilizzanti e pesticidi.
NO alla conversione del 25% dei
terreni in agricoltura biologica.
NO all’Irpef sui terreni
agricoli.
NO alla soppressione degli
sgravi sul gasolio agricolo.
NO all’eccessivo divario dei
prezzi tra produttore e consumatore.
NO a questa burocrazia
eccessivamente complicata.
NO al Trattato MercoSur con
Unione Europea
NO alla zona di libero scambio
globale e approfondito (DCFTA) con l’Ucraina.
NO all’eccessiva tutela della
fauna selvatica che danneggia i raccolti.
Sostanzialmente è una protesta di tipo economico, non ci sono
rivendicazioni di principi, diritti o altro. Si dice che il guadagno già ora è
talmente basso che le misure in oggetto renderebbero fare agricoltura e anche
allevamento insostenibile.
Ed è vero, perchè ridurre del piccolo 4% le terre utilizzabili, destinare
ad agricoltura biologica il 25% della terra, utilizzare meno pesticidi e
fertilizzanti, significa solo e unicamente produrre di meno e a costi più alti,
ma poi dover vendere alla grande distribuzione sempre a prezzi ridicolmente
bassi o anche sottocosto – grande distribuzione che però sui propri banchi
applica ricarichi del 200-300% – e ritrovarsi a fine anno maggiori tasse da
pagare, tra costi burocratici per ottenere gli aiuti previsti e aliquota Irpef
calcolata anche sui terreni sinora esclusi dal reddito. In più si è costretti a
sostenere anche quella che nei fatti è una concorrenza sleale da parte di Paesi
extra-UE che possono produrre con regole più amichevoli, che
hanno l’effetto immediato di contrarre ancora di più i prezzi ed erodere fette
di mercato importanti, come sta già accadendo con il grano ucraino o con la
carne del Sud America.
La sensazione è quella
che l’agricoltura sia un settore sgradito in Europa.
Il primo elemento che salta agli occhi è la differenza di metodo tra l’UE e
gli Agricoltori. La UE ha definito e porta avanti a tappe una politica ecologia
di transizione dal fossile a un sistema più sostenibile. Gli Agricoltori ne
fanno una questione meramente economica. Si dice: la UE faccia pure la sua
transizione ecologica purchè ci riconosca un indennizzo adeguato per le perdite
cui siamo costretti a causa delle sue regolamentazioni. Non c’è una visione politica
della propria categoria, al massimo un vago sentimento di patriottismo e
giustizia. Si risponde a una mossa della UE, non si cerca di
partecipare attivamente alla determinazione delle stesse. Certo, loro
devono lavorare non fare politica è vero, è per questo che si demanda questa
funzione a dei rappresentanti sia di categoria sia politici. Però per loro
stessa ammissione coloro i quali avrebbero dovuto curare i loro interessi non
hanno fatto nulla o peggio sono complici della UE, e infatti non li hanno
voluti al loro fianco in questa mobilitazione. Allora era importante portare
avanti una propria differente visione di ciò che dovrebbe essere il settore
agricolo oggi, alternativa, per cui battersi.
La politica UE vuole rendere il mondo sostenibile? Come? Passare dal
fossile alle energie rinnovabili cosi da fermare il cambiamento climatico, e
rendendo il mondo in generale un ambiente più sano, limitando le sostanze
chimiche usate e salvaguardando il territorio e la biodiversità. Per attuare
questa politica l’agricoltura e l’allevamento – soprattutto – vanno
ridimensionati. L’agricoltura inquina il terreno con i suoi prodotti chimici,
l’allevamento il clima con i gas prodotti dagli animali e dai loro liquami. Per
fare energia pulita servono i terreni da destinare agli impianti del
Fotovoltaico. E, non secondaria, c’è sia la questione dei nuovi cibi, quelli
sintetici fatti in laboratorio o in 3D, sia gli insetti ora dichiarati
commestibili.
Qui non si capisce se questi nuovi cibi siano promossi al consumo per
sopperire alla futura minore produzione dei cibi naturali o se limitare questi
ultimi sia propedeutico alla loro diffusione. Fatto sta che se la cornice
ideologica che muove le mosse della UE è questa…anche qualora le rivendicazioni
degli Agricoltori fossero accettate in toto, la UE dovrà solo correggere il
tiro. La visione che promuove le riforme di questo settore è una sola e non può
non andare verso la stessa direzione di oggi. Allo stesso risultato, ovvero la
chiusura delle aziende agricole, si può arrivare anche solo diminuendo
ulteriormente il potere di acquisto della gente, che per forza di cose andrebbe
verso quei prodotti a basso costo importati, imponendo una ulteriore
contrazione dei guadagni, oppure continuando a non curare il territorio, facendo
si che normale pioggia diventi una inondazione distruggendo i raccolti, oppure
rendendo ancora più complicato essere in regola con la documentazione per
accedere agli aiuti pubblici oppure, ancora, creare un altra epidemia animale
etc etc…I modi per ottenere quello che si vuole facendoli passare per la famosa
“tempesta perfetta” sono infiniti e la UE ha pensatori di alto livello.
In uno di questi scenari, dove le cose “semplicemente accadono” senza
nessuna responsabilità diretta se non dell’uomo e della situazione globale, gli
Agricoltori di oggi contro chi potranno protestare? Contro nessuno. Quindi
questa mancanza di visione da parte degli Agricoltori e questo semplice opporsi
a norme di cui si vuole solo la cancellazione li ha già condannati a perdere, comunque
vada la protesta.
Inoltre si dimostra anche di non aver capito il funzionamento legislativo
della UE. A che serve protestare entro i propri confini, anche sotto il
Parlamento della propria nazione, se a fare le leggi è qualcun altro? Una legge
può essere fatta solo dalla Commissione Europea, e i Parlamenti sia Europeo sia
nazionali, hanno solo il compito di dare consigli ed eseguire ciò che la
Commissione Europea vuole. L’Italia, anche accogliesse il 100% delle lamentele
avrebbe al massimo il potere di rimandare la loro attuazione, non di
cancellarle. Potrebbe riscriverle, come la PAC prevede, e cioè ogni Paese
membro può far presente la sua particolare ed unica situazione e proporre un
qualcosa che si adatti alla sua realtà, ma alla fine sempre e comunque sarebbe
la Commissione Europea a dire se ciò va bene o meno.
Se la Commissione Europea vuole distruggere il comparto agricolo in favore
dei nuovi cibi, farà in modo che accada. A parte la loro del Green e
del Sostenibile, quale altra visione del futuro circola tra la gente? La lotta
da fare è tutta qui.