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sabato 25 giugno 2022

Eni svilupperà la peggiore “bomba climatica” al mondo - Andrea Barolini

Si tratta del progetto considerato “la peggiore bomba climatica al mondo”. E l’italiana Eni non poteva di certo farsi sfuggire l’occasione. Si chiama North Field East ed è un giacimento di gas naturale immenso, in Qatar, che si stima possa contenere il 10% delle riserve mondiali. Un autentico disastro in termini di contribuito al riscaldamento globale, nonostante le rassicurazioni dei vertici dell’azienda, che insiste sull’utilizzo di tecnologie che sarebbero in grado di limitare i danni al clima. 

 

Il progetto nell’elenco dei più dannosi in assoluto per il clima

Ma il gas in questione, anche ammesso che fosse estratto con tutte le accortezze, viene recuperato e venduto allo scopo di essere bruciato. E la scienza ha spiegato che se vogliamo centrare il più ambizioso degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale a 1,5 gradi centigradi alla fine del secolo, dobbiamo lasciare sottoterra tutti i combustibili fossili che ancora l’umanità non ha estratto.

Un’inchiesta pubblicata nello scorso mese di maggio dal quotidiano The Guardian ha elencato i progetti di sfruttamento di petrolio e gas più dannosi in assoluto. Delle “bombe climatiche”, appunto, suscettibili di provocare emissioni per più di un miliardo di tonnellate di CO2 sull’insieme del loro ciclo di vita. 

 

Oltre a Eni anche Total (e una terza compagnia)

Ma per Eni il punto è un altro. È entrare in una joint-venture con la compagnia Qatar Energy, diretta dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. È un affare da 28 miliardi di dollari. Che permetterà alla compagnia italiana di partecipare ad un progetto mastodontico. Si prevede infatti che aumenterà del 60% la produzione di gas naturale liquefatto della nazione del Golfo. E sul quale ha già messo le mani la francese TotalEnergies. 

Quest’ultima aveva annunciato un accordo con Qatar Energy lo scorso 12 giugno. Il terzo grande nome che parteciperà allo sfruttamento del giacimento è ConocoPhillips, multinazionale americana. Così, nelle intenzioni del governo di Doha, la produzione al North Field East – giacimento offshore che si estende nei fondali fino alle acque territoriali iraniane – dovrebbe poter cominciare già nel 2026. 

da qui

sabato 30 aprile 2022

Il ripescaggio della Nazionale campione di diritti umani - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Cari amici pallonari,
calciofili di professione, tifosi della prima ora o affezionati fan di vecchia data della rotolante sfera, auspicabilmente all’interno della porta avversaria.
Sono qui a offrirvi una seppur dolce amara compensazione per il dolore e lo scorno dovuti all’ennesima mancata qualificazione alla fase finale del torneo planetario.
Dovete sapere che secondo un'indagine del Guardian i lavoratori migranti a basso salario in Qatar pare abbiano pagato circa 1,5 miliardi di dollari in tasse, forse sino a 2 miliardi, tra il 2011 e il 2020, malgrado sia del tutto illegale. Queste persone, le quali risultano provenienti in gran parte da Bangladesh e Nepal, costituiscono quasi un terzo della forza lavoro straniera del Qatar, circa due milioni, e in genere pagano tasse da mille sino a tremila dollari. Ciò significa che con stipendi medi di 275 dollari al mese sono costrette a lavorare per almeno un anno solo per pagare l’iniqua imposta di assunzione.
In molte occasioni gli immigrati hanno dovuto ottenere un prestito per pagare tale dazio e impossibilitati a restituirlo entro i termini si ritrovano obbligati a lavorare a tempo indeterminato, in una delle tante forme di schiavitù moderne oggigiorno tollerate.
Ciò nonostante, ogni anno centinaia di migliaia di persone, pur conoscendo tali rischi, partendo da situazioni addirittura peggiori e senza via di scampo, decidono di imbarcarsi in tale orribile viaggio verso lo sfruttamento o perfino la morte.
Difatti, secondo un recente rapporto sui lavoratori immigrati schiavizzati nei paesi del Golfo, tra cui lo stesso Qatar, si legge che ne muoiono ogni anno sino a diecimila. Il più delle volte i motivi dei decessi vengono archiviati come cause naturali e arresto cardiaco, ma la realtà confermata dalla relazione ci racconta di persone esposte quotidianamente a un’enorme quantità di rischi, tra cui calore e umidità, inquinamento atmosferico, superlavoro e condizioni di lavoro abusive, cattive pratiche di salute e mancata sicurezza sul lavoro, stress psicosociale e ipertensione.
Ebbene, si dà il caso che la maggior parte di questi lavoratori, tra i più poveri al mondo, siano stati impiegati nelle sopra citate, disumane condizioni insieme ad altri cittadini dell’Asia meridionale e africani, nella costruzione degli impianti e delle strutture che ospiteranno i prossimi mondiali di calcio tra novembre e dicembre 2022.
Indi per cui, essendo noi altri stati esclusi come nazione dal grande spettacolo calcistico costruito letteralmente sulla sofferenza e il sangue della gente più povera al mondo, per una volta possiamo considerarci relativamente innocenti.
Per tale ragione, do per scontato che la notizia di un possibile nostro ripescaggio ai danni dell’Iran – valutata a posteriori e consapevoli di codesto scandalo – dovrebbe trovarci indifferenti.
Ma che dico?
Fieri e fermi nel rimandare al mittente ogni nostro possibile reinserimento nella competizione.
Anzi, nel qual caso potrebbe addirittura trasformarsi in una favorevole occasione per far luce sull’orrendo sfruttamento di cui sopra.
Già mi immagino i giornali di tutto il mondo dopo la conferenza stampa dei dirigenti della federazione: la nazionale italiana di calcio rifiuta ufficialmente il posto lasciato vacante dagli iraniani per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle disumane condizioni di lavoro dei cittadini immigrati in Qatar e in tutto il Golfo.
Caspita, in un possibile scenario del genere mi viene da pregare, più che sperare, che l’Iran o chi per lui vengano estromessi a nostro favore…

da qui

lunedì 7 maggio 2018

Conoscete il turismo islamico? Ecco perché la legge urbanistica di Pigliaru e Erriu piace tanto al Qatar - Vito Biolchini



Quanti sono i sardi che ritengono che lo sviluppo turistico della Sardegna passi soprattutto dalla capacità degli alberghi che stanno sul mare di esser più belli, più grandi e maggiormente dotati di servizi di lusso? Io penso pochi, anche perché a sentire tutti gli operatori del settore turistico (tutti), il vero limite del nostro sistema sta nell’offerta dei trasporti aerei e navali da e per l’isola (incredibile, chi lo avrebbe mai detto?).
Non è però dello stesso avviso l’assessore regionale all’Urbanistica Cristiano Erriu, che oggi in una lunga intervista alla Nuova Sardegna afferma: “Se riteniamo che lo sviluppo turistico passi dal migliorare la qualità degli hotel abbiamo una via”. E la via è quella che consentirebbe un significativo aumento di cubature alle strutture ricettive che stanno nella fascia dei trecento metri dal mare, aumento previsto proprio dalla legge Erriu, varata più di un anno fa dalla Giunta Pigliaru ma che la stessa maggioranza di centrosinistra non ha il coraggio di portare nell’aula del Consiglio per l’approvazione definitiva, viste le tali e tante perplessità che la legge ha suscitato nell’opinione pubblica (e non solo presso gli ambientalisti, cara Nuova Sardegna, come i tanti seminari organizzati in questi mesi da Sardegna Soprattutto hanno dimostrato).
Che l’idea di turismo che la nuova legge urbanistica vorrebbe assecondare sia addirittura sorpassata è data dalla filosofia che si sta imponendo in tutta Europa (e che anche la Regione Sardegna sta sostenendo), secondo cui gli alberghi hanno sempre meno la caratteristica di “attrattori”: cioè, nessuno di noi sceglie la località delle sue vacanze perché vuole stare in un determinato albergo; siamo invece più propensi ad alloggiare in un bed and breakfast a patto però che quel territorio ci offra una serie di esperienze di vario genere (culturali, ambientali, sportive, ricreative, gastronomiche). Non a caso oggi si parla di “turismo esperienziale” (e, ripeto, su questa direzione si sta paradossalmente orientando anche la politica turistica della giunta Pigliaru).
Ma allora perché l’assessore Erriu e con lui il presidente Pigliaru, continuano ad insistere con questa legge urbanistica, sostenendo che offrendo cubature per servizi aggiuntivi di lusso gli alberghi sarebbero più competitivi sul mercato, e che in questo modo verrebbe addirittura riorientata tutta la nostra strategia turistica? Di chi fa il gioco una legge che riporta le betoniere nella fascia dei trecento metri, trovando ampi consensi a destra ma assecondando una idea di turismo che in Europa e nel mondo occidentale non pratica più nessuno?
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Cagliari, Lazzaretto di Sant’Elia, poche settimane fa. Partecipo in qualità di moderatore ad un interessantissimo convegno sull’economia Halal. Halal in arabo significa “lecito” e l’economia halal è quella fatta di prodotti che rispettano determinati criteri sanitari e religiosi. In Sardegna esistono dei caseifici halal, che producono quindi un pecorino che può essere commercializzato nei paesi arabi (ma non in tutti, visto che le certificazioni richieste mutano da paese a paese). Il mercato halal è un mercato gigantesco, con oltre un miliardo di potenziali clienti, e farebbe bene la Sardegna ad organizzarsi per produrre prodotti di consumo in grado di essere accettati dai paesi islamici.
Ad un certo punto uno degli esperti fa una interessante digressione sul turismo islamico. “Conoscete il turismo islamico? È molto diverso dal nostro”, dice. “Noi siamo interessati ai musei, all’ambiente, alle spiagge, alle città d’arte, ai centri storici: i turisti islamici no. Soprattutto quelli abbienti, amano stare in albergo. Anzi, la loro vacanza perfetta è quella che consente loro di non uscire mai dall’albergo. Non vanno in spiaggia, non sono interessati ai musei, all’ambiente, tanto meno ai percorsi enogastronomici: vogliono stare in albergo e basta. Va da sé che le strutture che scelgono per le loro vacanze devono essere dotate di ogni comfort”. Delle regge, praticamente.
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Il Qatar è proprietario della Costa Smeralda, ovvero di quattro alberghi e 2000 ettari in Gallura (in parte anche edificabili). Gli alberghi chiaramente non rispettano del tutto gli standard a cui sono abituati i ricchissimi ospiti che arrivano dai paesi islamici, il primo vero mercato di riferimento del Consorzio. Quelle strutture ricettive avrebbero quindi bisogno di essere ampliate, migliorate, arricchite da nuovi servizi di lusso.
Esattamente quello che prevede la legge urbanistica di Erriu e Pigliaru. Che va contro ogni logica turistica, ma non contro la logica del turismo islamico e i desiderata del Qatar.
Perché, come dichiarò all’Unione Sarda l’amministratore delegato del consorzio Costa Smeralda Mario Ferraro, “la legge urbanistica può avere un ottimo impatto sull’economia. Purché rimanga così com’è”.