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domenica 23 agosto 2020

USA, Trump autorizza le perforazioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refuge, un habitat naturale di oltre 270 specie diverse

L'amministrazione Trump ha dato il via libera per consentire alle compagnie petrolifere di poter fare perforazioni nell’Arctic National Wildlife Refuge, in Alaska, un’enorme area naturale quasi incontaminata che ospita caribù e uccelli acquatici migratori, orsi polari e volpi che vivono lì tutto l’anno. Con questa decisione, l’amministrazione venderà in due aste distinte da 1.600 kmq ciascuna i diritti per il gas e il petrolio su un’area totale di 6.400 kmq lungo la pianura costiera.

L’Arctic National Wildelife Refuge è l’habitat naturale di oltre 270 specie diverse, tra cui 900 orsi polari, 250 buoi muschiati e 300mila oche delle nevi. Ci sono montagne e foreste boreali.

via National Geographicvia National Geographic

La decisione segue quanto approvato dal Congresso a maggioranza repubblicana nel disegno di legge sul bilancio 2017 che prevedeva che il Governo federale mettesse all’asta i diritti sul petrolio e il gas nel rifugio naturale entro il dicembre 2024.

In una dichiarazione ufficiale, il segretario degli Interni USA, David Bernhardt, ha affermato che, secondo la timeline, la prima asta si terrà entro il 22 dicembre 2021, ma che è possibile che si possano anticipare i tempi e possa tenersi entro la fine del 2020. 

Questa decisione segna un passo importante verso il rilancio dello sviluppo dei combustibili fossili in un’area rimasta intatta per tre decenni e consente all'amministrazione Trump di raggiungere un obiettivo perseguito dai Repubblicani da circa 40 anni, ignorando le richieste di ridurre il consumo di energia proveniente da fonti fossili a causa del cambiamento climatico. «Il Governo federale ha posto fine a più di 30 anni di impasse», ha commentato Bernhardt, aggiungendo che il piano di perforazioni petrolifere è stato «accuratamente adattato» per ridurre al minimo il suo impatto sull’ambiente circostante.

I funzionari dell’Ufficio per la gestione del territorio del Dipartimento degli Interni sono giunti alla conclusione che la creazione di una rete di pozzi e condutture non rappresenterebbe una minaccia alla fauna selvatica che dipende dal rifugio per la sua sopravvivenza. Il progetto prevede la costruzione di pozzi, quasi 300 chilometri di strade, supporti verticali per le condutture, un impianto di trattamento dell’acqua di mare e un sito di stoccaggio.

La concessione dei diritti per le perforazioni nel rifugio rappresenta una delle decisioni di politica energetica più significative che il presidente Trump prenderà prima della fine del suo primo mandato, commenta Juliet Eilperin sul Washington Post. Negli ultimi mesi, l'amministrazione ha ampliato le perforazioni di petrolio e gas, indebolito gli standard di consumo del gas e annullato quelli di efficienza energetica per gli elettrodomestici. 

Gli ambientalisti e alcuni nativi dell'Alaska hanno già detto che combatteranno il piano di trivellazione in tribunale. 

«Il nostro clima è in crisi, i prezzi del petrolio sono crollati e le principali banche stanno ritirando i finanziamenti per l'Artico. Eppure l'amministrazione Trump continua la sua corsa per liquidare l'ultima grande regione selvatica della nostra nazione, mettendo a rischio le popolazioni indigene e la fauna che dipendono dal rifugio», ha detto il direttore esecutivo dell'Alaska Wilderness League, Adam Kolton.

«Questo piano non solo danneggerà i caribù, gli orsi polari e altri animali selvatici, ma non tiene conto del rapido avanzamento del cambiamento climatico», ha aggiunto Jennifer Rokala, direttrice esecutiva del Center for Western Priorities. «Le compagnie petrolifere dovranno rafforzare le loro infrastrutture per resistere allo scioglimento del permafrost e all'innalzamento dei mari, con un impatto ancora maggiore».

Stando a quanto emerso da un'analisi del Center for American Progress, le concessioni nell’Artico, per tutto il loro periodo di vita, potrebbero comportare il rilascio di oltre 4,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, pari a circa tre quarti delle emissioni annuali degli Stati Uniti.

La decisione è vulnerabile anche legalmente – spiega David J. Hayes, vice segretario degli Interni sotto Bill Clinton e Barack Obama – perché ha limitato la sua analisi di impatto ambientale alla fase delle concessioni, mentre la legge approvata nel 2017 comprende «il noleggio, lo sviluppo, la produzione e il trasporto di petrolio e gas all’interno del rifugio artico e verso l’esterno. Non puoi fare la valutazione solo sul primo punto dell’interno piano».

Non è chiaro quante compagnie parteciperanno all’asta. Per decenni, spiega Politico, tante società hanno cercato di accedere all’area, ma la decisione dell’amministrazione Trump arriva in un momento in cui ci sono grandi incertezze. Non si sa quanto petrolio si trova sotto la superficie del rifugio, non vengono fatti test sismici per identificare la presenza di potenziali depositi dagli anni Ottanta e i risultati di nuove indagini non saranno pubblicate prima delle due aste. Inizialmente il governo aveva stimato di poter recuperare 11 miliardi di galloni (41 miliardi di litri) di petrolio e di poter ricavare 1,8 miliardi di dollari in dieci anni dalle concessioni, ma successivamente ha dimezzato le stime.

Va aggiunto che ultimamente le compagnie petrolifere hanno lasciato l’Alaska a causa degli alti costi di perforazione e trasferimento del petrolio da un’area così remota rispetto ai pozzi petroliferi più economici in Texas e North Dakota. A luglio il gigante petrolifero britannico BP ha ceduto le sue concessioni in Alaska a società più piccole.

Infine, ci sono i contraccolpi di reputazione. Alcune banche molto importanti, come JPMorgan Chase, Wells Fargo, Morgan Stanley, Citigroup e Goldman Sachs, hanno annunciato che non forniranno finanziamenti per la perforazione dell'Arctic National Wildlife Refuge. Alcuni attivisti hanno realizzato un'installazione itinerante sul rifugio che ha girato per New York, Washington e San Francisco, visitata da migliaia di visitatori che hanno lasciato messaggi vocali agli amministratori delegati delle compagnie petrolifere esprimendo la loro opposizione alla perforazione. E, secondo un sondaggio fatto ad aprile dalle università di Yale e George Mason, il 67% degli elettori registrati ha detto di opporsi all’eventualità di trivellazioni nella area.

Nonostante tutto, il Governo federale va avanti imperterrito. «Penso che molte compagnie faranno offerte per contratti di locazione anche se non ci sono dati sismici», ha dichiarato Bernhardt. E il piano non sarà fermato da un eventuale cambio di amministrazione: «Le aste sono state approvate. Non si potrà tornare indietro».

da qui

domenica 21 luglio 2019

L'Artico, la Siberia e la Groenlandia in fiamme




Fa caldo, i terreni sono pieni di vegetazione secca creando le opportunità perfette per il disastro. .

Pierre Markuse esperto di immagini da satellite ha dunque raccolto tutto ciò' che poteva su questa estate di fuoco 2019 in Artico.

Fiumi, montagne e foreste, tutte coperte dal fumo e dagli incendi.

Alaska: bruciati più' di 6500 kmq di terreno;  Anchorage che arriva a 32 gradi a Giugno, roba mai vista prima, e si è' sviluppato un enorme incendio chiamato Swan Lake Fire fuori dalla città.

Le cose non vanno meglio in Siberia. Anche se non si vedono perché zone poco abitate, fotografate e fuori dall'interesse mondiale, ci sono vari incendi anche qui e le temperature sono più alte del normale. Le torbiere, tipicamente congelate, sono in fiamme e questo è tutto dire.

Queste torbiere sono caratterizzate da grande abbondanza di acqua, sono una specie di zona paludosa ricca di muschi e graminacee. A causa del freddo i batteri che dovrebbero degradare i resti di animali e piante non riescono ad essere attivi e quindi si accumulano vari strati di materiale organico melmoso, ricchi di carbone. Le fiamme causano dunque un grande rilascio di CO2.  E' quello che accade in Batagay, Siberia centrale e lungo il fiume Lena.

Infine c'è la Groenlandia coperta da incendi, e non è la prima volta. Anche se incendi più limitati che in Siberia e in Alaska sono lo stesso parte dello stesso discorso: laddove dovrebbero esserci nevi e freddo e temperature miti ci sono invece calura e incendi.

I dati del programma europeo Copernicus non sono ottimistici e dicono che siamo nel mezzo di emergenze climatiche mai viste prima: il mese di giugno più caldo che mai, incendi inaspettati, record di caldo in Germania, Francia e Spagna, una spirale crescente di anidride carbonica in atmosfera.

In questi ultimi anni secondo gli esperti di clima e di datazione gli incendi nella foresta boreale sono arrivati a livelli record in 10,000 anni a questa parte.

Diecimila anni.

Sono arrivati a queste cifre studiando i residui di carbonio trovati nei sedimenti dei laghi nella zona della foresta boreale nello Yukon d'Alaska.

Nessuno si preoccupa davvero.



martedì 7 ottobre 2014

trichechi in spiaggia

Sabato scorso durante una ricognizione aerea gli scienziati della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) – l’agenzia federale statunitense che si occupa di clima e meteorologia –hanno avvistato e fotografato 35mila trichechi, ammassati su una spiaggia non lontano dal villaggio di Point Lay, nell’Alaska nord-occidentale. Solitamente i trichechi non si spingono sulla terraferma, ma trascorrono il tempo sul ghiaccio marino – i blocchi di ghiaccio galleggiante formatisi dal congelamento delle acque superficiali – da dove cacciano molluschi e crostacei e si riposano tra uno spostamento e l’altro. Gli scienziati però non sono riusciti ad avvistare nessun blocco di ghiaccio nella zona: è normale che in estate si sciolgano per l’aumento della temperatura, ma negli ultimi anni il fenomeno è più frequente a causa del riscaldamento climatico, che rende sempre più difficile la ricomparsa dei blocchi e più facile il loro scioglimento. Secondo un rapporto della NOAA pubblicato a settembre la temperatura della superficie dell’acqua nel Nord Pacifico non è mai stata così alta per così tanto tempo…

Mentre il ghiaccio nel Mare dei Chukchi sembra aver toccato il suo minimo storico, 35.000 trichechi si sono ammassati  su una spiaggia vicino al villaggio di Point Lay, nel nord-ovest dell’Alaska. L’impressionante ammasso di trichechi del Pacifico (Odobenus rosmarus divergens) è stata fotografata per la prima volta da un aereo con a bordo  biologi che effettuano ricerche per la National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa).
Chadwick Jay, un ricercatore a capo del Pacific walrus research program  dell’U.S. Geological Survey, ha detto all’Alaska Dispatch News: «E’ sicuramente un’aggregazione di buone dimensioni. E’ paragonabile ad un raduno nella stessa zona nel 2011 e a pochi altri negli ultimi anni». Jay si riferisce ai  30.00 trichechi avvistati nel 2011 lungo un Km di costa, ma questa volta sembrano ancora di più e secondo i biologi della Noaa e si tratta probabilmente del più grande raduno sulla terra ferma di questi mammiferi marini mai documentato  nel nord-ovest dell’Alaska. Eppure, secondo i biologi, i trichechi devono  affrontare gradi pericoli quando si affollano a terra. In questo periodo dell’anno questi enormi pinnipedi nel Mar dei Chukchi sono generalmente femmine e giovani e i trichechi più piccoli rischiano di essere travolti e uccisi durante le fughe precipitose dell’intero branco di fronte a un predatore. Inoltre le spiagge sono lontane dai luoghi migliori per alimentarsi che  normalmente sono molto più a largo, sulla scarpata della piattaforma continentale. Per questo i trichechi utilizzano il ghiaccio galleggiante come piattaforme per riposarsi e prendersi cura dei loro cuccioli e poi per andare a scovare conchiglie e molluschi sul fondo del mare…

Un tricheco medio.
Un tricheco come tanti.
Un tricheco qualunque.
Usate pure l’espressione che più vi aggrada per pensare al sottoscritto.
Ciò che conta è che sia generalizzante al massimo.
Perché è la verità, davvero.
Non sono nulla di speciale.
Faccio tutto quello che i trichechi fanno, ogni giorno.
Dal dormire al russare, dal nutrirmi al defecare, dal grattarmi le parti basse sino a immaginare di essere quello che non sono.
Nel mio caso un tostapane, ma non lo dite in giro, altrimenti mi rimandano in clinica.
Banale, lo so...