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mercoledì 2 aprile 2025

Gli alunni con disturbi dell’apprendimento sono il 6%: nel Nord Ovest certificazioni dsa sopra la media. Esperti divisi sui criteri per le diagnosi – Alex Corlazzoli

I dati forniti dal ministero testimoniano aumenti lievi negli ultimi anni, ma molte differenze tra Nord e Sud. E gli specialisti discutono sui test e su chi certifica

In Italia gli alunni con un disturbo specifico dell’apprendimento (dsa) sono il 6% sul totale dei frequentanti. È l’ultimo dato pubblicato dal ministero dell’Istruzione e del Merito prendendo in considerazione l’anno scolastico 2022/2023. Un incremento dal 2014/2015 inferiore a mezzo punto percentuale. Numeri credibili secondo l’Associazione italiana dislessia (Aid) che, tuttavia, parla di un “sommerso” che non emerge a causa del ritardo delle diagnosi e delle famiglie che non vogliono riconoscere il problema segnalato dalla scuola. L’aumento dei casi resta comunque correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario, che permette una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa. Un quadro, quello italiano, che però non mette d’accordo tutti gli specialisti. Se da un lato c’è chi crede ai numeri del ministero e chiede mezzi per permettere diagnosi più tempestive, dall’altro esiste una corrente di pensiero che parla di dati esagerati e denuncia una sorta di business messo in piedi dai centri privati.

I dati del ministero – Partiamo dal report edito da viale Trastevere. Il primo dato significativo riguarda il periodo scolastico in cui emergono i dsa: se alla scuola primaria le unità arrivano a 49.418, per la secondaria di primo grado si salta a 112.210 e a 192.941 per le superiori. Considerando i singoli gradi di istruzione si osserva che gli alunni con dislessia sono pari all’1,3% del numero complessivo degli allievi nella primaria; al 3,8% nelle medie e al 4% nella secondaria di secondo grado. Quelli con disgrafia sono pari allo 0,7% del totale dei frequentanti le elementari; al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,1% nella secondaria di secondo grado. Per quanto riguarda la disortografia sono lo 0,8% del totale degli alunni nella scuola primaria; il 2,7% tra gli undici e i tredici anni e il 2,4% i più grandi. Infine, gli alunni con discalculia sono risultati pari allo 0,5% del totale dei frequentanti nella scuola primaria, al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,7% nella secondaria di secondo grado. Perché questo divario? A spiegarlo è Lucia Iacopini, pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del comitato scientifico di Aid: “Dal punto di vista clinico si tratta di forme più lievi che emergono quando il carico di lavoro aumenta e la richiesta di prestazione esige più velocità”.

Ma c’è anche la questione delle diagnosi tardive: “Un intervento tempestivo, auspicato più volte negli anni dal legislatore, oltre ad abbassare le componenti emotive, rende di certo più efficaci gli interventi migliorativi, sia nei potenziamenti a scuola che in adeguate terapie extrascolastiche”. Con l’emanazione della Legge 170/2010, c’è più sensibilità da parte delle scuole e delle famiglie, ma è lasciata a queste ultime la libertà di effettuare o meno una diagnosi: “Qualche volta – racconta Iacopini – le famiglie fanno resistenza o non comprendono bene l’entità del problema. Quando individua un dsa la scuola ha la responsabilità di effettuare un potenziamento mirato, ma laddove le difficoltà permangono deve comunicare ai genitori il probabile disturbo. Sono loro, poi, a dover scegliere se provvedere a una certificazione o meno”.

Le differenze territoriali – E su questo punto si torna ai dati e alle notevoli differenze territoriali. Nel biennio preso in esame le regioni del Nord Ovest registrano il maggior numero percentuale di certificazioni (7,9%) seguite da quelle del centro e del Nord Est (6,1% e 6,7%.). Decisamente distante il Sud, dove la percentuale di studenti con diagnosi è ferma al 2,8%. Si tratta di una macroscopica evidenza che dovrebbe indurre ad una riflessione circa la capacità del sistema sanitario nazionale a supportare in maniera geograficamente omogenea le esigenze relative alle fasce deboli e la reale attuazione delle Leggi Regionali in questo ambito. “Là dove le direttive regionali – spiega l’Aid – consentono una adeguata rete di servizi (pubblici, convenzionati e/o accreditati) e campagne di screening funzionali e continuative, viene garantita una presa in carico soddisfacente, e le percentuali di soggetti individuati sono in linea con quanto previsto dalla letteratura scientifica”. D’altro canto per effettuare una diagnosi servono mesi e più specialisti. Una filiera che lo Stato non riesce a garantire in tempi brevi. Da qui il proliferare di centri privati che, secondo testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it, chiedono dai 700 ai mille euro per una certificazione.

Chi certifica cosa – E qui arriviamo al nodo degli screening. Spesso le scuole, autorizzate dalle famiglie, effettuano per gli alunni frequentanti la scuola dell’infanzia e i primi due anni della primaria test specifici per individuare probabili disturbi di apprendimento che tuttavia non possono essere considerati ancora come diagnosi. Secondo i dati del ministero gli alunni “a rischio dsa” frequentanti la scuola dell’infanzia, sono risultati pari a 1.725 nell’anno scolastico 2021/2022 e a 2.080 nel 2022/2023. Per quel che concerne la scuola primaria si sono attestati a 4.205 unità nel 2021/2022, e a 4.388 nel 2022/2023. “Studi clinici – spiega Iacopini – ci dicono che oggi ci sono segni che ci possono far pensare a una fragilità già all’ultimo anno della scuola dell’infanzia. Tutto ciò serve a noi per attenzionare e lavorare su potenziamenti mirati”.

L’aumento delle diagnosi – Carlo Di Pietrantoni, dirigente analista di epidemiologia, ha analizzato i dati negli anni: “Dal 2014/2015 al 2022/2023, il numero di studenti con certificazione dsa mostra una crescita contenuta. In particolare, negli ultimi sette anni scolastici si sono osservati per ogni anno incrementi inferiori a un mezzo punto percentuale. Nell’anno scolastico 2020/2021 – ha aggiunto – l’incremento rispetto all’anno scolastico precedente è stato particolarmente contenuto (+0,1%), probabile effetto della pandemia e dell’impossibilità di ottenere certificazioni durante quel periodo, che però ha determinato un lieve incremento nei due anni successivi. Per ciclo scolastico, la certificazione si stabilizza attorno al 3% nella primaria, tende al 6,5% nella secondaria di primo grado e al 7,0% nella secondaria di secondo grado. Il sistema – ha concluso – sembra avviarsi a una stabilizzazione, ma persiste un divario tra Nord e Sud, suggerendo una sotto diagnosi nelle regioni meridionali”.

C’è chi dice no – I dati del ministero, come detto, non hanno convinto tutti gli specialisti. Il pedagogista Daniele Novara, ad esempio, è critico su tutta la linea, a iniziare dalle diagnosi fatte alla fine della scuola dell’infanzia: “Il governo dovrebbe intervenire di fronte a queste procedure selvagge – ha detto – Considerare la naturale immaturità un problema, attraverso questi screening, è assurdo”. Stesso discorso per quando riguarda l’aumento delle diagnosi, questione che anche di recente ha dato vita a esternazioni e polemiche da parte anche di Umberto Galimberti. “È lo stesso ufficio scolastico della Regione Emilia Romagna ad aver evidenziato un eccessivo aumento – ha sottolineato Novara – La scuola anziché guardare i progressi neo-valutativi continua a usare metodologie arcaiche che non considerano i normali ritardi nello sviluppo della letto scrittura. Non voglio dire che i disturbi non esistono – ha aggiunto – ma non in queste percentuali che contraddicono le previsioni internazionali”.

E quali sarebbero queste previsioni? È lo stesso Novara a elencarle: “I dati epidemiologici degli studi internazionali si attestano al 2-3%, secondo le stime della Consesus Conference del 2010, a cui partecipano esperti dei ministeri di diverse parti del mondo. Nel nostro Paese sono il doppio. È assurdo – ha attaccato il pedagogista – Non siamo negazionisti. Proliferano sempre più centri privati che effettuano test senza alcuna base scientifica e senza alcun intervento normativo”. D’altro canto sono diverse le varianti che fanno pensare alle ragioni di un incremento notevole in Italia rispetto ad altri Paesi. Secondo diverse fonti di letteratura internazionale e inchieste sul tema, l’aumento dei casi in Italia è correlato a una maggiore sensibilizzazione e formazione del personale scolastico e sanitario. C’è una migliore capacità di identificare e supportare gli studenti Dsa, insomma, ma a detta di altri esperti si tratta di criteri diagnostici e metodi di raccolta dati diversi. Novara non ha usato mezze misure e parlato di “business”.

L’eccellenza italiana – A dare una lettura completamente diversa dei dati è Marco Pontis, docente di pedagogia e didattica speciale delle disabilità intellettuali e dei disturbi generalizzati dello sviluppo che da vent’anni lavora con le persone con disturbi, con le famiglie e le scuole: “Dalla Legge del 2010 c’è più attenzione da parte della scuola, è quindi chiaro che i numeri siano aumentati. Stimo Galimberti ma rispetto alle sue dichiarazioni sulla ‘scuola come clinica psichiatrica‘ va detto che ai suoi tempi nessun insegnante conosceva i disturbi specifici di apprendimento, ad esempio, e spesso nemmeno venivano diagnosticati i disturbi dello spettro autistico. Un alunno con dsa, ad oggi, non ha diritto a un insegnante specializzato per il sostegno – ha continuato – e il termine da lui utilizzato, ovvero ‘handicappato dal punto di vista psichiatrico’, oltre ad essere anacronistico è offensivo e irrispettoso della dignità della persona”. E ancora: “Non solo, il ‘percorso facilitato’ non esiste – ha spiegato – C’è un piano educativo individualizzato (Pei) per gli alunni con disabilità certificata in base alla Legge 104/92 e può essere ordinario, personalizzato oppure differenziato oppure un piano didattico personalizzato (Pdp), obbligatorio per gli alunni con dsa e facoltativo per altri BES (bisogno educativo speciale) non legati a una certificazione clinica”. È proprio su quest’ultimo punto che si sofferma Pontis: “Il Pdp si può fare anche per un alunno con semplici difficoltà in matematica o comprensione del testo o lettura che non soddisfa i criteri di una diagnosi per dsa. Una programmazione personalizzata aiuta – ha concluso – Dobbiamo andare oltre la diagnosi che è solo un tassello”.

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martedì 13 giugno 2023

La scuola degli scrutini - Daniele Novara

 

Tornano gli scrutini, il rito finale dell’anno scolastico che decide le sorti dell’alunno: promozione, bocciatura o il Purgatorio degli esami a settembre. A seconda delle decisioni prese nell’ambito dell’autonomia scolastica (Legge n.59/97), nel mezzo ci stanno anche altre soluzioni di varia natura. Questa Legge permette infatti di dare una svolta all’inerzialità di una procedura che non rappresenta il vero spirito della scuola come comunità di apprendimento, ma piuttosto l’idea arcaica, decisamente Ottocentesca, se non pre-illuministica, di una scuola che premia i «buoni» e punisce i «cattivi», cercando di redimere questi alunni che non si sono impegnati abbastanza, che non hanno dato il meglio di sé, che sono risultati troppo distratti o troppo lontani dagli obiettivi prefissati.

In questi giorni si è celebrato il centenario della nascita di don Lorenzo Milani, ormai ridotto a un santino. È curioso che abbia più intitolazioni scolastiche in Italia di Anna Frank, di Carlo Collodi, di Guglielmo Marconi o di Alessandro Manzoni. Ma cosa resta del fondamentale messaggio di questo grande educatore italiano? Ben poco. Nessuno ricorda quasi più che una, forse l’unica, richiesta che la scuola di Barbiana fece nella famosa Lettera a una professoressa era quella di non bocciare.

 

L’idea che il voto basso (1, 2, 3, 4, 5) aiuti l’alunno disperso a riprendere il corretto cammino prosegue imperterrita nella sua fissità, senza alcuna convalida scientifica, pedagogica o psicoevolutiva. Qual è il significato della bocciatura? Ripetere l’anno per ripetere che cosa? Resta misteriosa la logica sottesa a questa mortificazione perché si tratta di un atto che escluderà l’alunno dal suo gruppo naturale, dalla sua classe, dal suo ambiente socio-relazionale, collocandolo in un altro contesto. Ci vuole poco a immaginare che il percorso scolastico vada valutato nel suo complesso e non di anno in anno. Ma soprattutto non serve un genio per capire che una valutazione basata sul computo degli errori non funzionerà mai. La paura di sbagliare, in certi alunni, diventa più incombente dell’errore stesso.

Non c’è alternativa al cambiamento: il Ministero stesso ha richiamato a più riprese il tema della valutazione formativa. Occorre fare forza sulla cosiddetta «valutazione evolutiva» che consideri i progressi di un processo di apprendimento e non gli inceppamenti, né tanto meno gli errori e gli sbagli che, come direbbero Maria Montessori o Gianni Rodari, sono non solo inevitabili, ma funzionali all’apprendimento stesso. Solo sbagliando si impara.

Applaudo all’iniziativa delle tante scuole, specie secondarie di secondo grado, che quest’anno vivranno l’esperienza degli scrutini in tutt’altro modo: senza voti. Ho avuto l’onore di partecipare al Convegno di una di queste, l’Istituto agrario «A. Cecchi» di Pesaro, guidato dal dirigente Riccardo Rossini che, proprio sulla base dell’autonomia scolastica, intende sospendere voti e bocciature almeno per il biennio – gli anni dell’obbligo scolastico – dando finalmente un segnale che qualcosa si muove e si può muovere. Tante altre scuole vanno in questa direzione, creando un vero e proprio movimento. Dal basso. Non dall’alto. Un alto che non sempre riesce ad ascoltare genitori, insegnanti e alunni. Quel cambiamento che può e deve rendere la scuola un ambiente accogliente, carico di motivazione e interesse, dove gli alunni possono vivere un pezzo della loro vita con tutte le loro risorse senza la paura di essere fermati, è possibile.

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sabato 10 settembre 2022

Elogio della penna - Daniele Novara

 

Mentre la scuola si accinge alla digitalizzazione della didattica, penso sia importante mettere qualche paletto per evitare che la moda prevalga a prescindere da ogni consapevolezza scientifica, pedagogica e psicoevolutiva. Il punto più importante della questione è che ogni cosa ha il suo tempo e quello che vale per un ragazzo di quindici anni non può valere per un bambino né di un anno, né di tre, né di cinque, né di sei, né di sette, né di otto. 

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

Fra la penna elettronica e la penna su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è la stessa cosa. Già nel 2007, una ricerca pubblicata da Connelly – psicologo della Oxford Brookes University – e altri sul British Journal of Educational Psychology dimostrava che i temi scritti a mano dai bambini delle Scuole Primarie erano migliori rispetto a quelli scritti con una tastiera. Addirittura, dallo stesso studio emerse che i temi scritti al computer sembravano fatti da soggetti il cui sviluppo era indietro di due anni (un bambino di terza scriveva quindi come un bambino di prima). Nel 2011, lo studio di Sandra Sulzenbruck e altri analizzò il rischio che l’utilizzo continuo della tastiera per la produzione di testi possa contribuire in modo significativo alla perdita delle capacità di scrittura a mano. I vari studi condotti dalla neuroscienziata norvegese Audrey Van de Meer, dimostrano l’importanza dell’aspetto sensomotorio della penna sulla carta.

La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate assolutamente improponibili e imparagonabili col puro e semplice battito del dito su una tastiera. Il movimento della mano che traccia lettere e parole, implica, nel bambino che sta incominciando a leggere e a scrivere, il riconoscimento di linee, curve, spazi, creando, dal punto di vista cognitivo, una connessione visivo-motoria. 

La scrittura manuale “costringe” in qualche modo a direzionare il movimento della mano a seconda della lettera che si deve scrivere.

 

Il testo va orientato nello spazio e contenuto all’interno delle dimensioni di un foglio (per fare un esempio). Tutte queste azioni attivano la corteccia parietale preposta alla capacità di calcolo, linguaggio, orientamento spaziale e memoria. 

Più avanti, lo scrivere in corsivo richiederà necessariamente di saper collegare le lettere tra loro. La tastiera non richiede un simile sforzo: basta picchiare su tasti tutti uguali e le parole vengono da sé. L’uso della penna, inoltre, facilita l’apprendimento anche per i suoi tempi “dilatati” che costringono il cervello a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio.

I rischi della scrittura su tastiera sono chiari: soprattutto nei bambini piccoli, viene impedito il corretto sviluppo di alcuni meccanismi cognitivi fondamentali. 

Sono noti i ritardi che l’uso della televisione, dei videoschermi, dei videogiochi e della tastiera provocano nei processi di lettoscrittura. Occorre ricordarli per evitare, fra anni, di ritrovarci con un aumento drammatico di disgrafie, disortografie se non, addirittura, ritardi nella vera e propria capacità di leggere e scrivere. 

Genitori e insegnanti non possono permettere che siano date informazioni non solo sbagliate, ma decisamente in malafede. A volte sono gli stessi venditori di questi prodotti che finiscono per promuovere convegni specifici sul passaggio dalla penna alla tastiera.

Le ricerche scientifiche lasciano poco spazio ai dubbi e quindi i bambini vanno, ancora una volta, tutelati nel loro mondo e nel loro pensiero che è pratico, operativo, concreto e sensoriale. Solo in questo modo potranno crescere e raggiungere le altre fasi della vita.

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lunedì 29 novembre 2021

È scontato vaccinare i bambini? - Daniele Novara

 

Eccoci pronti alla vaccinazione a tappeto dei bambini fra i cinque e i dodici anni. La Food and Drug Administration (Fda) – l’agenzia del farmaco statunitense – ha già dato la sua approvazione e sarà seguita il 29 novembre da quella italiana (Aifa). La decisione appare scontata, una pura e semplice formalità. Si tratta di una scelta necessaria? Utile? Direi di no. Le ragioni per cui tale opzione appare equivoca e priva di senso sono sostanzialmente tre.

La prima è legata al fatto che il vaccino che abbiamo assunto non pretende di eliminare la circolazione del virus, ma di ridurre i danni sanitari più significativi – e l’eventuale morte – e, aspetto ancor più importante, che tale risultato, per i piccoli, è già in atto naturalmente. I bambini, sotto i dodici anni, non si ammalano in modo grave di Covid né muoiono direttamente a causa del virus. La natura li ha dotati di quella protezione che gli adulti sono costretti a trovare nella vaccinazione.

La seconda ragione attiene alla nota argomentazione per cui i bambini vadano vaccinati per proteggere le persone, specialmente gli anziani, ossia i nonni, che li frequentano, creando una barriera igienico-immunitaria a prescindere dalla reale necessità di protezione vaccinale dei bambini stessi. Tale ragionamento appare fuorviante per due motivi: il primo è in ordine ai diritti dei bambini poiché non si può utilizzarli per proteggere altri soggetti. È un’operazione illegittima che va contro quanto stabilito dalla Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia che nel 1989 mise nero su bianco – a livello internazionale – i diritti inalienabili dei più piccoli. C’è anche un motivo più contingente: se in Italia quasi il 90 per cento della popolazione è ormai vaccinata, da quale contagio infantile dovrebbe proteggersi? In altre parole, possono i bambini contagiare adulti già vaccinati mettendo in pericolo la loro vita? I dati e le conoscenze in possesso, ovviamente, respingono questa ipotesi. Sta nella natura stessa della vaccinazione impedire, come ho detto e come sappiamo, i decessi da Covid. Chi minaccerebbero i bambini non vaccinati? Resta un mistero.

Infine, nessuna ricerca in corso può escludere del tutto eventuali complicazioni nell’uso dei vaccini sulla popolazione adulta e tanto meno sui bambini. Un margine di rischio rimane presente. È corretto eticamente sacrificare i bambini facendoli correre questo rischio benché minimo? Si tratta di un prezzo davvero necessario? Dalle ragioni offerte precedentemente direi proprio di no.

La scelta più legittima e opportuna appare piuttosto quella di vaccinare, su segnalazione pediatrica, i bambini più a rischio, quelli a cui il vaccino risulta effettivamente utile.

Ancora una volta, verrà chiesta ai genitori una decisione che pesa quasi unicamente sulle loro spalle e sulla loro responsabilità. Quegli stessi papà e mamme che durante la pandemia sono stati i soggetti sociali più trascurati e più lasciati da soli a reggere il peso che si è andato a creare sui loro figli, sia durante i vari lockdown con bambini e ragazzi chiusi in casa, sia con le restrizioni scolastiche più accentuate di tutta Europa, senza alcuna attenuazione nel periodo post-vaccinazione.

Pertanto, in merito alla vaccinazione ai bambini, mi sento di chiedere alle istituzioni pubbliche una riflessione più approfondita e più organica, che tenga in dovuto conto la complessità del loro diritto alla salute senza gravarne l’esistenza con decisioni che, allo stato attuale, appaiono del tutto inutili.

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mercoledì 9 giugno 2021

Ai bambini non serve

 “VACCINO COVID? SÌ, MA AI BAMBINI NON SERVE”

Una catastrofe morale: la definizione è del Direttore esecutivo dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Nei paesi ricchi – ha detto – si propone ai bambini e agli adolescenti il vaccino, mentre gli operatori sanitari nei paesi poveri non ne hanno”. E ancora: “In una manciata di paesi ricchi che hanno acquistato la maggior parte della fornitura di vaccini, i gruppi a basso rischio vengono ora vaccinati”. Ghebreyesus esorta gli stati a donare i vaccini non destinati alle categorie a rischio a Covax, un progetto (gestito da OMS e altre organizzazioni) che mira a garantire che i “Paesi in via di sviluppo” abbiano accesso ai vaccini.

Finora oltre 53 milioni di dosi di vaccini Covid-19 sono stati spediti in 121 Paesi e territori partecipanti. Al momento, ha spiegato il portavoce OMS, solo lo 0,3 per cento delle forniture globali di vaccini è andato ai Paesi a basso reddito, che ospitano il 9 per cento della popolazione mondiale. In alcune parti del mondo le persone a rischio potrebbero non essere immunizzate fino al 2024, quindi bisogna destinare i vaccini a chi è più in pericolo piuttosto che ai bambini, il cui rischio di ammalarsi è veramente basso, ha sottolineato.

Eppure, il 19 maggio il ministro Speranza ha dichiarato: “Vaccinare i giovani è altamente strategico ed è essenziale per la riapertura in sicurezza del prossimo anno scolastico”. Tuttavia, da vari studi pubblicati in Italia e all’estero e dagli screening effettuati nelle scuole sappiamo che esse sono uno dei luoghi più sicuri. Si stima che sotto i 20 anni la suscettibilità all’infezione sia circa la metà rispetto a chi ha più di 20 anni. La mortalità tra 0 e 20 anni per Covid-19 corrisponde a 0,17 per 100.000 abitanti, pari a un duecentesimo della mortalità totale stimata per tutte le cause in un anno normale. Il numero di vaccini da usare (NNT) per i bambini è di circa 14.000 per evitare un caso severo di malattia Covid-19 e per evitare un decesso si parla di circa 500’000.

L’autorizzazione condizionata concessa da Ema al vaccino anti Covid per gli adolescenti della fascia d’età 12-15 anni significa che i giovani a rischio o coloro i cui tutori ritengano debbano essere vaccinati, potranno esserlo. I pronunciamenti del Ministero e di molti rappresentanti istituzionali vanno invece nella direzione di condizionare la riapertura delle scuole in presenza solo a una massiva vaccinazione di categorie che sono a basso rischio di infezione e contagio e a rischio trascurabile di morbidità, introducendo un chiaro vulnus democratico. Mai prima la medicina ha chiesto tanto: vale la pena ricordare che i trattamenti medici si somministrano per la tutela della salute individuale, senza poter essere imposti per il solo interesse alla salute collettiva, tanto più nel caso dei minori. Data la bassa incidenza, la bassa gravità della malattia nelle fasce pediatriche e il fatto che le scuole non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2, anche con le nuove varianti, e quindi i limitati benefici che i vaccini potrebbero avere per la collettività, al momento non si vede l’urgenza di vaccinare i giovani, mentre è molto più urgente vaccinare i tanti anziani e fragili che, per diversi motivi a loro non imputabili, non hanno avuto accesso al vaccino o non sono ancora riusciti a prenotarsi sulla piattaforma.

Inoltre, seppur questi dati siano preliminari, nei Paesi dove si è raggiunta un’alta copertura vaccinale (UK, Israele) la curva dei contagi è stata abbattuta anche senza la vaccinazione degli under 16. Al contrario, a fronte di benefici minimi nei giovani, c’è comunque la possibilità seppur remota di eventi avversi conosciuti e comuni, anche se probabilmente in gran parte reversibili.

La vigilanza post-marketing delle vaccinazioni è iniziata da poco; le informazioni su eventi rari ma pericolosi si potrebbero presentare nel corso degli anni.

L’approvazione per uso emergenziale di FDA è basata su circa 1.000 bambini fra i 12-15 anni e quindi le informazioni di sicurezza che se ne possono dedurre non possono escludere eventi avversi rari, con un’incidenza inferiore a 1/500. Sabato 29 maggio l’agenzia regolatoria UE, estendendo l’autorizzazione condizionata al commercio come richiesto dall’azienda farmaceutica Pfizer biontech, ha rilevato che, “visto il numero ridotto di bambini partecipanti allo studio, non è stato possibile valutare effetti collaterali rari”. Nonostante questa incertezza, ha considerato che “i benefici del vaccino Pfizer in bambini di età tra i 12 e i 15 anni superino il rischio, specificamente per i minori che presentano condizioni tali da determinare il rischio di sviluppare un COVID serio”. Non quindi per tutti. Soprattutto quando si parla di obbligo, il bilancio tra rischi e benefici attesi andrebbe stabilito da un’analisi condotta sul lungo periodo, in particolare nei giovani.

Anche solo alla luce di queste incertezze e della peculiarità delle aspettative di vita dell’età pediatrica, il principio del bilanciamento tra valori costituzionali, della salute primariamente come diritto fondamentale individuale (art. 32 co. 1 Cost.) e della valorizzazione del superiore interesse del bambino e dell’adolescente (articoli 3 UNCDC e art. 24 Carta dei diritti UE) impongono di usare una particolare cautela finché non si avrà una conoscenza adeguata delle implicazioni di questa vaccinazione. Tra i rischi dei vaccini anti-Covid ai giovani includiamo il messaggio simbolico comunicato ai ragazzi: fate attenzione perché chiunque può essere un pericolo. Stiamo insegnando ad avere paura dell’altro da sé, ad avere paura della vicinanza, dell’abbraccio, perché l’incontro potrebbe essere in potenza sempre portatore di malattia. Simbolicamente, un fatto grave.

I vaccini contro la Covid-19 effettuati nelle fasce di età adulta stanno riducendo i casi gravi di malattia e la mortalità nella popolazione. La loro somministrazione dovrebbe continuare a proteggere prima di tutto le fasce a rischio, per le quali la malattia può essere grave e letale, inclusi i soggetti in età pediatrica che sono particolarmente esposti a causa di patologie concomitanti.


Referenze

https://www.politico.eu/…/who-chief-vaccination-of…/

https://www.thelancet.com/…/PIIS2352-4642(21…/fulltext

https://www.fda.gov/…/coronavirus-covid-19-update-fda…

https://www.thelancet.com/…/PIIS2589-5370(20…/fulltext

https://blogs.bmj.com/…/covid-vaccines-for-children…/


Sara Gandini, epidemiologa; Daniele Novara, pedagogista; Maria Luisa Iannuzzo, medico legale; Marco Cosentino, medico farmacologo; Maurizio Rainisio, statistico; Raffaele Mantegazza, pedagogista; Ilaria Baglivo, biologa; Maurizio Matteoli, pediatra; Emilio Mordini, psicanalista; Gilda Ripamonti, giurista; Olga Milanese, avvocato; Elena Dragagna, avvocato; Marilena Falcone, ingegnere; Francesca Capelli, sociologa

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Imparare la lezione o vaccinare i bambini? - Patrizia Gentilini

Lo sconvolgimento che a livello globale il nuovo coronavirus ha comportato ci impone non solo di riflettere, ma di interrogarci sulle possibili soluzioni per uscire da questa crisi planetaria. Fin dall’inizio si è scritto che più che “pandemia” si doveva parlare di “sindemia”, ovvero dell’interazione nefasta di molteplici fattori (sanitari, sociali, ambientali, economici), tutti comunque riconducibili al rapporto predatorio ed aggressivo dell’uomo col resto del Pianeta.

Già in tempi non sospetti autorevoli voci si erano levate denunciando il pericolo sempre più incombente di nuove pandemie e la necessità che il genere umano si impegnasse molto di più “per conservare la natura, preservare i servizi ecosistemici e la biodiversità, comprendendo e mitigando le attività che portano all’emergenza delle malattie”. Di fatto numerosi sono ormai gli studi che attestano come la maggior incidenza e gravità della Covid 19 si registri nelle aree maggiormente inquinate, quasi che da esse si levasse un ulteriore grido d’allarme per farci cambiare rotta. Un ampio studio condotto negli Stati Uniti ha dimostrato che per ogni aumento di 1 mcg/m3 di PM2,5, si ha un incremento di mortalità da Covid-19 del più 11 per cento, dato che, rapportato all’Europa, si traduce in un incremento pari al 19 per cento, e che è ancor più elevato per la Pianura Padana, area fra le più inquinate del continente europeo, e in cui si sono registrate le più elevate mortalità da Covid-19.

Ma non è solo la qualità dell’aria a condizionare la gravità della pandemia: da una ricerca dell’Università di Firenze che ha messo in relazione il numero di casi di Coronavirus con i modelli di agricoltura presenti nelle varie zone del Paese è emerso che nelle aree di agricoltura intensiva si registrano 134 casi ogni 100 km2, rispetto ai 49 casi delle aree non intensive, differenze che si confermano anche considerando i dati demografici.

Ma invece di imparare la lezione che questa crisi epocale ci sta dando ancora una volta sprechiamo l’occasione di ridurre drasticamente l’inquinamento e “fare pace col pianeta” e di fatto si propone come unica soluzione la vaccinazione di massa, addirittura estendendola a giovani e bambini, possibilità questa su cui autorevoli voci contrarie proprio in questi giorni si sono levate.

A questo proposito è stato lanciato un appello dalla Rete Sostenibilità e Salute con cui si richiede la moratoria della vaccinazione anti Covid-19 nei bambini e già sottoscritto da circa un migliaio fra medici e operatori sanitari (all’appello si può continuare ad aderire seguendo le istruzioni che in esso compaiono e l’elenco dei sottoscrittori sarà via via aggiornato).

I bambini sono fortunatamente risparmiati da questa pandemia, non hanno un ruolo rilevante nella trasmissione del SARS-CoV-2, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime. I vaccini in uso, infatti, riducono ma non azzerano la trasmissione dell’infezione (con alcune varianti in Israele è stato documentato persino l’opposto), hanno durata sconosciuta ed efficacia ridotta su alcune delle varianti sinora emerse, a oggi non è stata stabilita la necessità e la frequenza di dosi di richiamo e soprattutto ancora troppo poco sappiamo degli esiti a lungo termine di questi trattamenti in organismi che hanno tutta la vita davanti. Perché una sollecitudine analoga a quella che si mostra nel voler vaccinare i bambini per una malattia che fortunatamente non sviluppano non la si dimostra anche nel difenderli dai rischi ambientali e dai comportamenti a rischio?

Confrontiamo qualche numero: dall’inizio della pandemia, oltre sedici mesi fa, fra 0 e 19 anni sono deceduti per Covid-19 26 soggetti, di cui la maggior parte già affetti da gravi patologie. D’altro canto in Italia ogni anno da 0 a 19 si ammalano di cancro oltre 2.400 soggetti e 356 ne muoiono, per non parlare dell’autismo (all’origine del quale ci sono anche fattori ambientali) che riguarda ormai un bambino su 77 fra 7 e 9 anni.

Ma al di là del “celebrare” queste situazioni dedicando ad esse apposite giornate (15 febbraio per cancro infantile e 2 aprile per l’autismo), cosa si fa di concreto? Direi purtroppo ben poco, eppure molto già sappiamo e molte azioni concrete potremmo mettere in campo per la prevenzione primaria sia dei tumori infantili che dell’autismo. Direi che mai, come in questo caso, mi sembra si usino due pesi e due misure, eppure l’imperativo ippocratico “primum non nocere” è un principio basilare per ogni medico e a maggior ragione dovrebbero esserlo anche per ogni provvedimento di sanità pubblica, specie se riguarda ciò che più importante ogni società dovrebbe avere a cuore: i propri bambini.

Più che mai nei confronti dell’infanzia dovremmo impegnarci invece per farli vivere in un ambiente non inquinato, respirare un’aria pulita, promuovendo un’alimentazione sana (ricca di verdura e frutta fresca e secca oleosa, cereali integrali, legumi, e povera di carni rosse e lavorate, bibite zuccherate, cereali raffinati…) e senza residui, nonché di una salutare attività fisica, fattori tutti fondamentali nel preservare le fisiologiche capacità difensive dell’organismo e contrastare non solo contro le infezioni, ma anche il carico complessivo di malattie croniche da cui sempre più sono afflitti.

da qui

lunedì 11 gennaio 2021

Genitori alla prova del lockdown - Daniele Novara

Ancora una volta il lockdown finisce per colpire pesantemente i genitori italiani.

Il nostro calendario scolastico, a differenza da quelli europei, presenta un’unica lunga pausa nel periodo natalizio. Si tratta di circa 15 giorni, la sosta più lunga di tutto l’anno scolastico.

La notizia del lockdown quasi totale è arrivata a pochissimi giorni dall’inizio di questa pausa scolastica mandando le famiglie italiane in uno stato di fibrillazione che è molto simile a quello della primavera scorsa, quando, improvvisamente, le scuole sono state chiuse a inizio marzo e tali sono rimaste fino a metà settembre. La scuola, oltre al suo significato di istituzione preposta all’apprendimento, ha un grande valore di sostegno nell’educazione dei figli che non possono essere totalmente gestiti e seguiti dai genitori, specialmente quando incominciano ad avere una certa età.

Dopo i primi due anni la necessità psicoevolutiva va nella direzione di trovare per i bambini diverse opportunità rispetto al puro e semplice nido materno. Quando queste vengono meno, si apre un vuoto davvero particolare.

Nel lockdown il peso è completamente sui genitori che, per 15 giorni, dovrebbero essere in grado di organizzare la vita dei loro figli, pur nell’eventualità di dover mantenere il loro lavoro e di non avere nessuna possibilità di fare vere e proprie vacanze.

Impianti sciistici e sportivi sono chiusi, così come i centri ricreativi e gli oratori. Ai figli non resta altro che la casa. Certo, chi ha abitazioni con giardino può contare su spazi più adeguati – se non ci si mette il maltempo -, ma sono situazioni abbastanza rare. L’urbanizzazione è un dato di fatto e sono ben pochi i bambini che abitano in contesti prossemici alla natura e alla campagna. Ancora una volta si chiede alle famiglie un sacrificio importante senza alcun ristoro, termine che nei mesi abbiamo imparato a inserire nel nostro vocabolario.

Fatta salva questa premessa, per i genitori resta comunque da gestire il lungo periodo che li attende cercando di fare le mosse giuste. Con i colleghi dello staff del CPP, seguiamo un numero importante di genitori che si affidano alla nostra consulenza. Quello che ho riscontrato in questi mesi è un fenomeno piuttosto significativo e preoccupante: una rabbia crescente in bambini e ragazzi costretti fra le mura domestiche.

Per gli adolescenti, si tratta di una situazione assolutamente contro natura, ben difficile da immaginare per un ragazzo di quell’età. Una rabbia che porta sempre più di frequente a situazioni di pericolo. Ho seguito diversi bambini di 8-10 anni che hanno sfasciato parti della casa, costringendo i genitori a chiamare il servizio sanitario o altri che, lanciando oggetti, hanno colpito la madre che è finita al Pronto Soccorso.

 

Negli adolescenti la situazione è decisamente critica perché la rabbia può sfogarsi non solo verso il mobilio famigliare o gli oggetti domestici, ma anche contro se stessi nelle forme del tagliarsi, ubriacarsi e rintronarsi letteralmente di videogiochi.
Affrontare queste “vacanze” scolastiche per sopravvivere allo tsunami che si scatenerà nelle famiglie italiane è quantomeno segno di previdenza. 

La prima considerazione è questa: si fa quel che si può. Gli eventi non dipendono dai genitori: risulta inutile colpevolizzarsi o attribuirsi responsabilità di altra provenienza. A partire dai 7 anni si condivide con i figli questa necessità per aiutare la consapevolezza che le costrizioni non sono una decisione dei genitori.

Specie fra l’infanzia e la preadolescenza l’equivoco si può creare, il senso della realtà è piuttosto limitato e la possibilità o la tentazione di attribuire questi divieti ai genitori, almeno a livello inconscio, appartiene a questa età.

La seconda indicazione riguarda i bambini fra i 3 e i 10 anni. In questa fase della vita, si presenta un bisogno irriducibile di tipo motorio che non può essere contenuto da prescrizioni o da un richiamo puro e semplice ai buoni comportamenti.

È qualcosa che va oltre la volontarietà e che è necessario tutelare creando delle occasioni dove possano correre, utilizzando i parchi gioco cittadini che restano aperti o gli spazi a disposizione (senz’altro il cortile di casa – se c’è – o comunque le stanze più grandi dell’abitazione). Questo permette ai piccoli di stabilizzarsi sul piano metabolico e di scaricare endorfine che altrimenti potrebbero provocare situazioni esplosive di rabbia e di aggressività. 

 

Per i ragazzi e le ragazze a partire dai 12 anni, sia in fase preadolescenziale, ma tanto più in fase adolescenziale, cioè dai 15 anni, l’esigenza vitale e non negoziabile è quella di evitare l’isolamento.

Ossia di staccarsi dalla famiglia e dalle modalità relazionali che le sono tipiche per creare nuovi legami nel mondo dei compagni e degli amici.

Restare isolati è molto rischioso, come se si andasse a bloccare una fase della vita nelle sue potenzialità e, di conseguenza, a spegnere un passaggio che occorre necessariamente compiere. Come se un neonato passasse dalla culla al camminare senza attraversare la fase dello strisciamento e del gattonamento. Il gruppo dei pari rappresenta un momento di formazione adolescenziale, una necessità imprescindibile.

Aiutarli a superare questo isolamento è importante. In parte, ci si può servire anche dei mezzi tecnologici, ma senza che questi finiscano col sovrastare un contatto più diretto e come sempre facendo attenzione che, soprattutto sui social, non si creino occasioni per incontri spiacevoli, difficili da gestire specialmente nella fase degli 11-13 anni.

Anche per i bambini giocare con i propri simili piuttosto che con il papà o la mamma è un elemento di salute neurofisiologica e mentale. Nessun genitore e nessun adulto può davvero sostituire i compagni nel gioco infantile.

Occorre aiutarli a coltivare qualche interesse, sia esso nell’ambito dell’apprendimento, tipo le discipline musicali, ma anche in quello manuale come possono essere le costruzioni e tanto più nelle attività tipicamente casalinghe come imparare a cucinare, mettendo insieme gli ingredienti per creare qualcosa. 

 

Più si potranno fare esperienze pratiche e concrete, più il tempo casalingo assumerà per i bambini una pianificazione sostenibile.

Tornando agli adolescenti, va infine ricordato ai genitori l’importanza di una comunicazione di servizio piuttosto che di una comunicazione richiedente e fortemente personalizzata.

“Lavati, mangia, studia, dormi” sono comandi che attivano reazioni oppositive e respingenti. I necessari paletti possono essere solo di tipo procedurale, per ricordare che una buona organizzazione è alla base di ogni convivenza.

Sarà un periodo difficile, che consente comunque di capire fino in fondo la vera natura dei figli, imparando a dosare la giusta distanza educativa età per età.

https://comune-info.net/genitori-alla-prova-del-lockdown/

giovedì 21 maggio 2020

Riaprire ai più piccoli - Daniele Novara


 

L’Italia si accorge finalmente dei suoi bambini tenuti da due mesi in una costrizione casalinga forzata e con la prospettiva di restarci probabilmente fino a settembre. Riaprire ai bambini in maniera intelligente, pedagogica e sanitariamente sostenibile vuol dire evitare di seguire idee eccentriche e creare le giuste alleanze fra mondo della scuola, della pedagogia, dell’educazione e quello della salute, della medicina e della sanità.
Si tratta di avviare un processo graduale che, iniziando dall’estate, porti nel prossimo anno scolastico una maggior competenza organizzativa ed educativa nel gestire la riapertura dei centri per l’infanzia e di fatto anche delle scuole, specie quella Primaria.
Quali sono le necessità inderogabili e urgenti dei nostri bambini piccoli, della fascia 1-7 anni? In sintesi:
1.      Riaprire gli Asili Nido e le Scuole dell’Infanzia il più presto possibile, a partire dal mese di giugno e per tutto luglio, come già stanno opportunamente progettando alcuni Comuni e Regioni italiane.
 
2.      La riapertura avviene sulla base della suddivisione in piccoli gruppi di bambini (il numero va definito a seconda dell’età, più sono piccoli più il numero è basso), usando gli spazi aperti disponibili in ogni istituzione educativa italiana preposta alla prima infanzia anche in considerazione del fatto che il clima del nostro Paese nei mesi di giugno e luglio è assolutamente adatto alla didattica en plein air. Questo tipo di soluzione non necessita di particolari interventi di restyling logistico in quanto le strutture all’aperto di questi centri educativi sono già sufficientemente articolate in zone protette dalla pioggia o dal sole e zone “sotto al cielo”. I pasti possono essere serviti nell’ambiente esterno. Lo stesso vale per i lettini della nanna pomeridiana. La fortuna di avere un clima mite va sfruttata per dare modo ai bambini e alle bambine di poter finalmente ritrovare un loro spazio organizzato, di gioco, di socialità in sicurezza e di gestione delle proprie autonomie, tutte funzioni che rischiano di subire una compromissione, se non un danno, nel momento in cui questa chiusura dovesse proseguire ulteriormente.
 
3.      La frequenza dei bambini, sempre in piccoli gruppi, può essere pensata non sulle 8 ore (come abitualmente avviene), ma con una durata più limitata che va dalle 3 alle 5 ore.
 
4.      Sul piano della sicurezza sanitaria, i bambini possono disporre di mascherine già a partire dal compimento dei 4 anni. Se proposto adeguatamente, per loro può rappresentare un puro e semplice gioco, mettendo in conto, da parte adulta, che questo gioco potrebbe avere qualche inceppamento: sono bambini e una certa tolleranza è necessaria.
 
5.      Appare assolutamente legittima e necessaria la misurazione della temperatura corporea ai bambini che frequenteranno gli Asili Nido e le Scuole dell’Infanzia. Va detto che questa operazione sarebbe auspicabile, specie negli asili nido, anche a prescindere dalla presenza di questo virus, onde evitare che bambini palesemente ammalati possano diffondere contagi eccessivi fra i loro compagni.
 
6.      I bambini devono lavarsi le mani con regolarità durante la frequenza scolastica, anche questo può costituire un gioco, ben sappiamo quanto i bambini amino giocare con l’acqua, cogliamo l’occasione per educarli a un corretto modo di lavarsi le mani.
 
7.      Educatrici ed educatori vanno tutelati in maniera adeguata. Occorre che usino le mascherine da togliere solo in determinati momenti proprio per evitare un effetto di paura nei bambini (che rischiano di non riconoscere il viso dell’educatrice stessa) unitamente a tutti gli altri dispositivi igienico-sanitari attinenti il lavaggio delle mani e la sanificazione dell’ambiente, secondo i protocolli che seguono anche le aziende che hanno riaperto. 
Tutte le ricerche internazionali, ma specialmente quelle europee, hanno confermato la scarsa infettività dei bambini a questo virus (Si veda ad esempio: Pecoraro L., I bambini ai tempi del COVID-19. Rivista di Immunologia e Allergologia Pediatrica, 2020;34:2-3.) e, nel caso ciò avvenga, i bambini, a parte rarissimi casi di bimbi già ammalati di altre patologie, hanno manifestazioni sintomatiche più contenute di quelle degli adulti. La questione, ripetutamente avanzata, che i bambini sarebbero portatori sani, se non dei veri e propri untori involontari del mondo adulto, rappresenta un’idea senza conferme cliniche. 
Ricordiamo anche l’importanza dei Centri Estivi sia per i bambini che per i ragazzi. Vanno predisposti rapidamente. Da giugno in poi devono essere operativi. Le regole sanitarie sono quelle note. Occorre piuttosto liberarsi dalle incertezze burocratiche, investire quanto serve e partire con coraggio.
Riaprire ai bambini è una necessità imprescindibile ormai acquisita anche dall’opinione pubblica. Superare la trascuratezza subita dai più piccoli è un fatto di rispetto della loro vita, della loro crescita e anche del nostro futuro perché loro lo rappresentano da tutti i punti di vista.

Appello di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP (maggio 2020)


lunedì 23 marzo 2020

Dyslexia o Dysdaxia: de-medicalizzare l’infanzia - Piero Morpurgo


Scrive Daniele Novara[1] che in Italia c’è un eccesso di diagnostica neuropsichiatrica e cita l’International Academy for Researching in Learning Disabilities per il quale solo il 2.5 % della popolazione scolastica mondiale dovrebbe incontrare problemi di apprendimento; questo dato è confermato anche dalla ricerca dell’Assemblea dell’Irlanda del Nord[2]; complessivamente tutte le difficoltà di apprendimento si possono collocare tra il 5% e il 9%[3] mentre in Italia vi sono segnalazioni che oscillano tra il 20 e il 30%. A questi studenti vengono proposti piani educativi personalizzati, ma il rischio è che non imparino a studiare. Vediamo quel che accade nel mondo. Per il Dyslexia Center of Utah non sempre le difficoltà di lettura sono segno di dislessia[4]. In Inghilterra si affronta la questione sul piano della consapevolezza del fonema in quanto “non c’è una procedura valida scientificamente che permetta di distinguere tra un dislessico e chi ha difficoltà di lettura”[5]. Siano distinti i diversi problemi; per l’Istituto di grafologia di Urbino “gli studi in Italia, relativi alla dislessia evolutiva, dichiarano una presenza del 3% - 4% di bambini dislessici, mentre le ricerche relative alla disgrafia indicano oltre il 20% di disgrafici”[6]. Si tratta di insegnare a leggere e scrivere a chi è in difficoltà con le dovute tecniche. A New York il Bureau for the Education of the Physically Handicapped sostiene l’insegnamento della scrittura corsiva che motiva chi apprende e permette di distinguere le lettere nitidamente[7]. L’associazione Dyslexics ha introdotto il termine Dysdaxia perché i metodi di insegnamento possono essere inadeguati ed eccessivamente insistenti “il non saper leggere dipende dalla natura dell’insegnamento e non dalla natura del bambino”. La commissione Science&Technology del Parlamento inglese ha analizzato le difficoltà di lettura e scrittura e ha accolto il programma Reading Recovery in base al quale ai bambini con difficoltà viene proposta la lettura e la rilettura di una serie di libri; inoltre il documento invita il governo ad agire indipendentemente dalle pressioni della “dyslexia lobby” operando su dati scientifici e con test di controllo sui dislessici e sui deboli lettori[8]. Tra gli altri miti da sfatare c’è quello di una relazione tra dislessia e capacità visive: le università di Bristol e di Newcastle hanno esaminato 5800 bambini senza rilevare differenze[9]. Molto si può fare sul recupero della lettura e della scrittura: in Francia gli allievi sono incoraggiati a scrivere i grafemi in corsivo, “in effetti la scrittura corsiva è quella che è stata ritenuta come la più adatta per i dislessici in particolare se presentano difficoltà di controllo motorio... noi consigliamo dei quaderni per i dislessici con quattro ordini di righe: due linee centrali in cui inserire le lettere come la a, una riga superiore per le lettere ascendenti come la b, una riga inferiore per le lettere discendenti come la g”[10]. Si tratta del metodo Montessori applicato in tutto il mondo, ma poco in Italia: è una metodologia multisensoriale in quanto la segmentazione in fonemi investe la memoria e la capacità di ordinare sequenze, sono anche interessati i sensi dell’udito e le attività motrici del ripetere oralmente le parole e dello scrivere. È il metodo Montessori: i  bambini percorrono con l’indice della mano le lettere corsive sagomate su carta vetrata. Evitare di evitare la scrittura. Così in Venezuela si ribadisce che la scrittura di un testo è un processo fatto di riscrittura, revisione e correzione[11]; così in Cile l’apprendimento della scrittura passa per le strategie multisensoriali. La American Academy of Pediatrics sostiene il sistema multisensoriale fondato sull’utilizzazione dei sensi: tatto, udito, vista[12], e l’Universidad de Valladolid sostiene gli esercizi di psicomotricità contro il “fracaso caligrafico”[13] , altrettanto a Siviglia: “la dislexia escolar” si affronta con il “fomentar el estilo de letra cursiva” perché stabilisce una memoria del movimento dei grafemi[14] e Marilyn Zecher dell’Atlantic Seabord Dyslexia Education Center ritiene il corsivo un ottimo strumento per i dislessici[15], impostazione condivisa dalla Guide pour les enseignants di Ginevra[16]. All’Indiana University le scansioni del cervello di chi scriveva a mano e di chi su tastiera mostrano che scrivere a mano stimola diverse aree del cervello e che chi scrive in corsivo memorizza più informazioni di chi utilizza la tastiera[17], risultati analoghi sono stati ottenuti dalla University of Washington[18]. Nitida è la International Dyslexia Association: con il corsivo la parola è unita e non è fatta di pezzi da comporre nella lettura[19], sulla stessa linea è la British Dyslexia Association[20] e il gruppo basco DISLEBI[21]. Occorre incoraggiare al fare, occorre esaltare la lettura e la rilettura[22], anche ad alta voce: a Washington l’Office of Special Education dedicato alla dislessia applica il metodo DEAR Drop Everything and Read: leggere lasciando ogni altra occupazione (in silenzio, ascoltando, a turni)[23]. Tutto chiaro? No! L’esaltazione della passione per la scrittura e la lettura, che è enfatizzata nel mondo, in Italia non c’è. Anzi si chiede: verifiche orali e non scritte, dispensa dal copiare e dal prendere appunti, dispensa dall'uso del corsivo[24]. In Italia un eccesso di burocrazia e di certificati ostacola la libertà di apprendimento. De-medicalizzare l’infanzia questa è la proposta di due neurologi perché lo sviluppo del bambino è quello di un fiore di un giardino e non di un oggetto industriale o un prodotto di un laboratorio di neurochimica. In questa prospettiva si scoprirà che i bambini definiti malati sono in realtà sani e che occorre una scuola migliore in grado di affrontare le diverse problematiche comportamentali senza farsi prendere dalla necessità di etichettare male gli studenti evitando l’inutile intervento della medicina[25].

[1] http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_21/dsa-o-iperattivi-forse-solo-monelli-bambini-malati-immaginari-troppa-diagnostica-neuropsichiatrica-fdd1bae4-b5b0-11e7-8b79-fd2501a89a96.shtml
[2]http://www.niassembly.gov.uk/globalassets/documents/raise/publications/2014/employment_learning/5014.pdf, pp. 2 e 3
[3] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK332880/#sec_000282
[4] http://www.dyslexiacenterofutah.org/dyslexia/statistics/
[5] http://www.dyslexics.org.uk/dyslexia_myths.htm
[6] http://www.istitutodigrafologia.it/sito/news-brutta-scrittura.php
[7] http://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/105345127901500210
[8] https://www.publications.parliament.uk/pa/cm200910/cmselect/cmsctech/44/44.pdf. P33
[9] http://www.bbc.co.uk/news/education-32836733
[10] http://www.dyslexia-international.org/ONL/FR/Course/S3-3-3.htm
[11] http://www.redalyc.org/articulo.oa?id=35662007
[12] www.asdec.org/resources/Documents/SIS_Evidence%20Based%20Practice.doc
[13] https://uvadoc.uva.es/bitstream/10324/6013/1/TFG-O%20186.pdf
[14] http://www.rehasoft.com/documentos/terceros/LA%20DISLEXIA%20ESCOLAR.pdf [15] https://www.pbs.org/newshour/education/connecting-dots-role-cursive-dyslexia-therapy
[16] https://edu.ge.ch/site/capintegration/wp-content/plugins/download-attachments/includes/download.php?id=1044, p. 11
[17] https://www.washingtonparent.com/articles/1212/cursive-writing.php#sthash.EHkbZil1.dpuf ;
[18] https://www.psychologytoday.com/blog/memory-medic/201308/biological-and-psychology-benefits-learning-cursive
[19] https://dyslexiaida.org/why-bother-with-cursive
[20] http://www.bdadyslexia.org.uk/parent/getting-help-for-your-child/help-with-handwriting
[21] https://dislexiaeuskadi.com/pautas-y-protocolos/ambito-educativo/151-aulas-por-dislexia-i
[22] http://www.dyslexia-international.org/ONL/FR/Course/S3-3-5.htm
[23] http://www.lbctnz.co.nz/sld/101-tips.html
[24] http://www.aiditalia.org/it/dislessia-a-scuola/legge-170-2010
[25] http://www.thenewatlantis.com/publications/the-mislabeled-child