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domenica 17 agosto 2025

Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile: un necrologio - Paolo Cacciari

 

Ricorre un decennale che nessuno vuole ricordare. Il 25 settembre 2015 a New York l’Assemblea generale dell’Onu approvava solennemente l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. 169 stati ratificarono l’accordo e le figurine colorate dei 17 Sustainable Development Goals (SDGs) invasero il mondo, la stampa e le televisioni, i programmi scolastici e i siti governativi portando il loro messaggio di riscossa e di speranza: «Un futuro migliore e più sostenibile per tutti». In Italia il di lì a poco ministro Giovannini avviò persino una campagna per inserire in Costituzione lo “sviluppo sostenibile”. Le discriminazioni economiche, di genere, di luogo di nascita, di accesso alle risorse e le crisi ambientali sarebbero state finalmente affrontate con determinazione dagli stati e dalle imprese. Un mondo di pace e di cooperazione sembrava essere a portata dell’umanità. Due mesi prima era stata emanata la enciclica Laudato si’ e, poco dopo, il 12 dicembre, a Parigi fu firmato l’Accordo per la riduzione delle emissioni dei gas serra nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Poi sono arrivati: Trump (il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi è avvenuto una prima volta nel 2020), la pandemia Covid del 2019, la guerra in Ucraina, l’avanzata delle destre “sovraniste” e il più generare disfacimento della cooperazione interstatale con la fine della “globalizzazione”. Si sono così perdute le tracce dei 17 obiettivi, dei 169 sotto-obbiettivi e dei 240 indicatori da raggiungere entro il 2030 (dalla lotta alla povertà e alla fame, all’istruzione di qualità, alla parità di genere, alla lotta al cambiamento climatico e al degrado delle risorse naturali). Non danno segni di vita nemmeno il Foro politico di Alto Livello (High Level Political Forum) previsto per monitorare, valutare e orientare l’attuazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, né la commissione dell’Inter Agency Expert Group on SDGs (IAEG-SDGs) con il compito di monitorare l’avanzamento. Le ultime informazioni pervenute dalle NU sono quelle di un disperato segretario generale, Antònio Guterres, dello scorso anno. Solo il 17% degli obiettivi degli SDG è in linea con le previsioni, mentre 23 milioni di persone in più sono in uno stato di estrema povertà; 100 milioni in più soffrono la fame; 120 milioni sono gli sfollati per le guerre. A tutto ciò aggiungiamoci Gaza.

Nel Rapporto che il nostro Istituto di statistica redige ogni anno (Istat 2025) certifica che: «A distanza di dieci anni dal varo dell’Agenda 2030 e di cinque dalla scadenza temporale individuata per la sua realizzazione, i progressi verso gli SDGs, pur rilevanti in molti casi, non risultano nel complesso dei paesi avanzati e in via di sviluppo all’altezza delle aspettative (…) Lo scenario più probabile nei prossimi cinque anni è il fallimento su larga scala degli SDGs. Il percorso dell’ultimo decennio è stato infatti segnato da shock esogeni – la crisi pandemica, l’aumento delle tensioni geopolitiche, la spirale inflazionistica innescata dall’incremento dei prezzi dei prodotti energetici – che hanno condizionato negativamente i percorsi di avanzamento e recupero a livello globale, nazionale e territoriale, sottraendo rilevanti risorse alla promozione dello sviluppo sostenibile». Amen.

Più circostanziato e preciso lo staff del professor Jeffrey D. Sachs, presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite (SDSN), che ha redatto il Sustainable Development Report 2025. Il Report rivela che nessuno dei 17 Obiettivi globali potrà essere raggiunto tra cinque anni, data di scadenza, e conferma che solo il 17% dei target specifici è sulla buona strada.

Sulla crisi della cooperazione internazionale in capo all’Onu pesa il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dall’Unesco e la loro dichiarata opposizione agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e all’Agenda 2030.

Nemmeno da noi le cose vanno bene, rileva l’Istat. «L’andamento nel tempo verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile in Italia – analizzato a partire dalle 240 misure statistiche che presentano sufficienti informazioni in serie storica – restituisce un quadro variegato che sottolinea, nel complesso, l’esigenza di un’accelerazione. Nonostante una quota maggioritaria di misure risulti in miglioramento, sia nell’ultimo anno (oltre il 50%) sia nel decennio (oltre il 60%), oltre il 20% delle misure sono caratterizzate da stagnazione sia nel breve sia nel lungo periodo, e peggioramenti si evidenziano soprattutto nel breve periodo (più di una misura su quattro), ma anche nel lungo (oltre il 15% nell’arco del decennio)».

Non potrebbe essere diversamente. Ora le priorità dei governi sono cambiate e l’interesse si è spostato sulla “sicurezza” da raggiungere con altri mezzi: la deterrenza e la “prontezza” dell’intervento militare (come stabilito dal piano ReArm di Ursula von der Leyen approvato dal Parlamento europeo).

Abbiamo provato a fare uno schemino semplice per capire la dimensione del problema. Con i denari già spesi in armamenti e militari nel 2023 si sarebbero raggiunti i primi principali Obiettivi dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile dell’Onu.

 

Secondo altre stime più aggiornate, il fabbisogno finanziario sarebbe superiore: 1.500 Mld all’anno per debellare la povertà; 300 Mld per la fame; 370 per la salute; 114 per l’acqua; 200 per l’istruzione; 1500 per il clima. Arriveremo così a 2.984 Mld per i 6 obiettivi considerati e un fabbisogno totale di circa 5-7 trilioni di dollari all’anno per raggiungere tutti gli OSS entro il 2030. Ma anche le spese militari lo scorso anno hanno già raggiunto 2.700 Mld. Cifra destinata a crescere ancora di molto se la Nato riuscirà a imporre agli stati membri una spesa militare pari al 5% del Pil.

Sarebbe utile aprire un confronto pubblico sulle ragioni del fallimento dell’Agenda 2030. Temo che lo “sviluppo sostenibile” – con le sue varie declinazioni operative: green economy, smart city, clean tecnology … – nasconda un errore di fondo: pensare di poterlo realizzare facendo affidamento ai meccanismi di mercato e alla crescita economica. La falla che affonda tutta l’impalcatura dell’Agenda è nel 17° obiettivo in cui si confida nel «partenariato pubblico privato» per recuperare investimenti «reperibili in qualsiasi modo» per sviluppare «scambi commerciali aperti, incrementando l’esportazione dei paesi meno sviluppati e la realizzazione per questi di un mercato libero da dazi e restrizioni». Ci avevano visto proprio giusto!


Leopoldo Nascia e Paola Ungaro (a cura di), Rapporto SDGS 2025, Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia, Istituto Nazionale di Statistica, 2025.

European Think Tanks Group, Finanziare l’Agenda 2030: Un quadro di allineamento agli SDG per le banche pubbliche di sviluppo https://ettg.eu/financing-the-2030-agenda-an-sdg-alignment-framework-for-public-development-banks/

Jeffrey D. Sachs, Guillaume Lafortune, Grayson Fuller and Guilherme Iablonovski, Sustainable Development Report 2025. Financing Sustainable Development to 2030 and Mid-Century. https://www.socialimpactagenda.it/2025/07/01/lsdsn-presenta-il-sustainable-development-report-2025/

da qui

lunedì 14 agosto 2023

Come sfuggire al capitalismo totale - Paolo Cacciari

 Introduzione

Tra le persone più informate e avvedute non c’è chi non si renda conto delle enormi trasformazioni socioeconomiche, politico-istituzionali, culturali, antropologiche che sarebbero necessarie per poter sperare di evitare le catastrofi ecologiche in atto e riuscire ad assicurare un futuro degno a tutti gli esseri viventi, nella loro totalità e interdipendenza. Per uscire dalla spirale autodistruttiva dell’Antropocene (o Homogenocene, o Eurocene, o Econocene, o Capitalocene, o Palantationocene, o Tecnocene, o Pandemiocene, o Plasticocene, o Wastecene… a seconda del “ceneismo” preferito, il mio è Tanatocene), per salvare le basi biologiche della vita sul pianeta Terra ed entrare in un nuova epoca geologica (Ecocene, Biocene, Chthulucene, Koinocene da me preferita: l’epoca delle relazioni di comunanza) sarebbe necessario un cambio di paradigma, un salto di civiltà, una rivoluzione antropologica. Però, allo stato attuale del “comune sentire” e del discorso pubblico, un cambiamento così radicale appare davvero improbo. La sproporzione tra le forze in campo è tale da scoraggiare anche solo il pensare a delle alternative. Infatti, chi ci prova viene immediatamente bollato dagli opinion markers più influenti (commentatori, accademici, leader politici) come persona velleitaria e irriconoscente, perché incapace di godere del privilegio che ha nel trovarsi a vivere in questa parte del mondo (il nord globale) e viene così trattato come un soggetto ossessionato che soffre di patologie querulomaniacali o, peggio, che trova piacere nel prospettare scenari di disperazione.

1. Teste nel pallone

L’immagine plastica, forse la più significativa, dell’immane forza egemonica, ordinatoria e disciplinante, che domina il mondo attuale ci è stata fornita recentemente dai campionati di calcio a Doha. Una città artificiale gigante, sorta dal nulla su un deserto, costruita da schiavi, con i grattacieli più alti del mondo, stadi con l’aria condizionata all’aperto e prati irrigati con acqua desalinizzata. Il tutto costruito e arredato da imprese occidentali, of course. Ma, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, la ricchezza dell’emirato del Qatar (primo al mondo per Pil pro capite percepito dalle poche centinaia di migliaia di persone, 278 mila, che hanno la nazionalità quatariota, mentre la stragrande maggioranza della popolazione, due milioni e mezzo almeno, sono stranieri immigrati che non godono di alcun diritto) non viene dai ricavi del petrolio, che rappresentano oggi meno dell’1 per cento della sua economia (Immerwahr, 2022). Il Qatar è diventato un enorme polo direzionale transnazionale che funziona da volano acceleratore per circuitare il capitale globale. Il Qatargate esploso a Bruxelles non è (solo) l’ennesima conferma delle malversazioni dei professionisti della politica, ma l’indice delle nuove gerarchie ai vertici della mega-macchina finanzcapitalista nel XXI secolo. I campionati di calcio in Qatar non sono stati solamente l’arrogante ostentazione del potere del denaro, ma la simbolica dimostrazione del suo dominio sui vinti. Gli sceicchi hanno concesso ai poveri e ai derelitti della Terra di divertirsi per qualche giorno e, persino, hanno offerto un palcoscenico ai loro sogni di riscatto. Gli argentini, i marocchini, gli ultimi e i penultimi nel mondo reale hanno potuto compensare miseria e sfruttamento potendo onorare i loro idoli dai piedi d’oro. Effetto ipnotico, narcotizzante e istupidente. Nulla è cambiato nei meccanismi simbolici di dominazione del mondo dal tempo dei grandi imperi. Peggio, nessuno Spartaco ha rotto le catene, nessun “pugno nero” (come alle Olimpiadi di Città del Messico 1968) si è alzato nel cielo del Qatar, nessuna contestazione degna di nota. Anzi, massima copertura e audience televisiva alle stelle, applausi e mantello nero di tessuto pregiato (bisht) appoggiato sulle spalle del giocatore più bravo direttamente dalle mani dello sceicco monarca assoluto della dinastia al Thani. Coincidenza vuole che il giocatore argentino premiato, Lionel Messi, giocasse nel Paris Sant Germain di proprietà dello stesso emiro. Il cerchio si chiude.

Una vicenda che ci deve far riflettere su quanto alti siano gli ostacoli che deve superare chi sente ancora vivo dentro di sé l’imperativo etico di cambiare in profondità le relazioni sociali oggi dominanti. Come si fa a contrastare la forza onnipotente, reale e simbolica, del denaro? Intuiva già Marx:

«Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza: come il denaro ha ridotto ogni essere alla propria astrazione, così esso si riduce nel suo proprio movimento a mera quantità. La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato» (Marx, 1844).

2. Il denaro e le imprese possono tutto

Come sarebbe possibile liberare l’umanità dalla crescente dipendenza, reale e immaginaria, dal denaro? Fino ad ora le strategie pensate dalle forze politiche progressiste ed emancipatrici, ancorate ai valori di eguaglianza, fraternità e libertà, hanno fatto affidamento sull’allargamento delle basi democratiche rappresentative delle istituzioni politiche nazionali liberali aprendo così la “lunga marcia” delle classi subalterne, dei neri, delle donne, delle popolazioni emarginate e colonizzate per il riconoscimento dei diritti a partire da quello alla sicurezza economica. Sotto queste spinte, il sistema capitalista (cioè il modo di produzione e riproduzione sociale basato sull’economia di mercato, la proprietà privata, il profitto e l’accumulazione) ha dato una eccellente prova di sé. La crescita esponenziale della ricchezza monetaria e della produttività del lavoro, la redistribuzione dei redditi (trickle-down effect, “sgocciolamento” dai redditi dei più ricchi verso i poveri), l’allargamento dei consumi, l’allungamento delle aspettative di vita e quant’altro stanno a dimostrare che il capitalismo vince cavalcando sul dorso del destriero dell’economia di mercato, si espande in ogni latitudine, dà risposte ad ogni bisogno/desiderio e – cosa che più conta – convince gli umani di qualsiasi ceto, credo religioso, etnia. Il consenso al sistema capitalista è giunto a tal punto che lo strumento (la crescita economica) e lo scopo dell’agire umano (cooperazione sociale, convivenza pacifica, diritti, democrazia, armonia con il creato…) si sono invertiti. La crescita del valore monetario delle merci prodotte e vendute (il Pil) è diventato il bene assoluto, il valore totalizzante a cui ogni altro “fattore” del processo di produzione (beni naturali, lavoro umano, conoscenza, relazioni, salute…) deve essere funzionalizzato e può essere sacrificato. I sistemi politici post-democratici, a-democratici, demagogici e autoritari, forti della loro maggiore efficienza (vedi Cina, autocrazie arabe, populismi neonazionalisti) sono diventati modelli invidiati anche ad Occidente.

Ma, forse, la direzione più probabile che potranno prendere i sistemi politici nei paesi “più sviluppati” sarà quella della presa diretta del potere delle grandi conglomerazioni produttive-finanziarie sulla società. Già ora è evidente che sono i finanziamenti delle imprese a fare la differenza nella selezione dei rappresentanti eletti nei parlamenti; che sono le lobby a scrivere le leggi (non solo quelle fiscali, ma quelle che regolano ogni tipo di transazione); che sono le generose donazioni delle fondazioni bancarie e dei filantropi super ricchi a determinare le politiche della ricerca scientifica, degli aiuti alla cooperazione internazionale, del welfare, della sanità. Sulla scorta delle teorie pratico-morali del filosofo australiano Peter Singer (che afferma – più o meno – che “il bene si identifica con l’utile”), i ricchi possono mettere a posto coscienza e business donando una “quota etica minima” dei profitti ad associazioni di beneficenza purché abbiano certificate i benefici effettivi riscontrabili a lungo termine (longterminism); “altruiso efficace”, lo chiamano. (Dentico, 2020; Madaro, 2021; Kinstler, 2022). Il salto di qualità non sta nella discesa nel campo della politica di qualche miliardario, ma nella pretesa del sistema delle grandi imprese transnazionali di sussumere in sé – facendo a meno di ogni mediazione politica, e dal relativo obbligo fiscale – ogni sorta di obiettivo sociale; dalla sostenibilità ambientale alla fame nel mondo, dall’innovazione scientifica e culturale alla lotta alle malattie, dall’istruzione alla regolazione dei diritti di proprietà della stratosfera… Le élite più avvedute del capitalismo globale nei loro think tank (come il Forum economico mondiale di Davos, orchestrato da Klaus Schwab) hanno capito da tempo che per aumentare la loro presa sul mondo non basta dare una “mano di verde” alle ciminiere tossiche ed attuare un corrispondente social washing delle politiche di coesione sociale, per “non lasciare indietro nessuno”. Serve qualcosa di meno superficiale e di più strutturale che chiamano “reset capitalism”, anzi un “great reset capitalism”. Un azzeramento per poter rilanciare su grande scala un ciclo di accumulazione, investimenti, profitti (la 4 a rivoluzione industriale che combina ingegneria biomolecolare e robotica, visori di Metaverso ed editing genetico, space economy e coltivazione di miniere nei fondali profondi degli oceani…).

Per riuscirci il sistema delle imprese deve assumersi e risolvere in prima persona il problema della sostenibilità ambientale e sociale (attraverso l’adozione di parametri di investimenti Esg, Evironment Social Governance, o altre simili “tassonomie” capaci di misurare gli impatti positivi degli investimenti sull’ambiente naturale e sulla società). Secondo costoro, seguendo queste indicazioni, la reputazione del capitalismo tornerà a crescere e, per giunta, si taglieranno le costose e inefficienti messinscene allestite nel teatrino della politica politicante. Il capitalismo si fa forza totale e integrale, ecosistemica e biologica; sussume nei meccanismi di valorizzazione delle merci i processi vitali (attraverso la manipolazione dei genomi fino alla geoingegnerizzazione del clima) e, nello stesso tempo, aziendalizza all’interno del gioco del mercato i bisogni delle persone. Lo strumento è la tecnoscienza. Il filosofo Christopher Preston ci ricorda che: «Oramai non solo la nostra specie si circonda di nuovi materiali, ma sta anche acquisendo la capacità di riprogettare un certo numero di processi planetari fondamentali. Stiamo imparando a sintetizzare e a cucire assieme nuove disposizioni di Dna per creare organismi originali e utili. Stiamo fabbricando nuove strutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamente nuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi» (Preston, 2020). Ma si può andare oltre. Attraverso la differenziazione e la riprogrammazione dei geni delle cellule
staminali si possono produrre “organoidi” ed “embroidi”, cioè, organi sintetici senza l’impiego di oociti e spermatozoi. E, ancora, veniamo a sapere che i ricercatori dell’università di Stanford hanno trapiantato neuroni umani nei ratti e stanno funzionando, nel senso che stanno contribuendo a determinare il comportamento degli animali, almeno potenzialmente (Micu, 2022).

L’unica misura della mediazione tra gli interessi in gioco è il denaro. Nell’economia di mercato ogni altro “valore” non computabile in moneta non può essere preso in considerazione. I diritti hanno un loro mercato, così come gli stock di natura (capitale naturale) e i servizi ecosistemici. Le migrazioni sono consentite solo in presenza di un contratto di lavoro; l’emissione di sostanze inquinanti nei meccanismi di scambio delle autorizzazioni genera crediti fruttiferi; pensioni, sanità, istruzione sono accessibili solo a chi è dotato di polizza assicurativa. La via del Mercato al benessere e alla sostenibilità è virale. I Ceo, gli amministratori delegati, i gestori dei fondi finanziari e del risparmio delle famiglie, ogni altro stake-holder dovrà far propria la nuova filosofia della crescita green e social. Potranno farsi aiutare da “comitati etici” da affiancare ai consigli di amministrazione (come suggerisce l’Economia civile e la Economy of Francesco) o da consulenti reclutati attraverso le “porte girevoli” tra i professionisti della politica, delle banche, delle università, ma le imprese non potranno più delegare le decisioni ed “esternalizzare” le responsabilità a carico di istituzioni politiche diverse da quelle create dalle imprese stesse. Una rivoluzione anche giuridica che è già in essere con la creazione dei tribunali extragiudiziali previsti dai vari accordi internazionali di libero scambio.

Nell’ottica del sistema capitalista non ha molta importanza quanta umanità potrà essere inglobata nei meccanismi di mercato. Non è indispensabile “dare da lavorare” a tutti gli 8 miliardi di persone che abitano il pianeta. Anzi, un largo “esercito di riserva”, imprigionato nella miseria e ammassato nelle megalopoli del sud globale è del tutto funzionale al buon funzionamento dell’economia che produce profitti. Gli esclusi, le eccedenze, gli scartati, i «carichi residuali» (per usare l’espressione del ministro Piantedosi a proposito dei migranti sulle navi dello Ong) sono del tutto ininfluenti nel processo di valorizzazione dei capitali. Questa è la ragione per cui vengono anche disprezzati. Le rivolte metropolitane (Harvey, 2012) e le insurrezioni urbane non si sono trasformate – almeno fin’ora – in rivoluzioni (Davis, 2006).

3. Strategie di salvezza

Certo, non mancano le crepe e numerosi sono i segni di cedimento in vari snodi dell’impalcato costruito per reggere la globalizzazione dei mercati. La competizione sfrenata tra le diverse aree geopolitiche, le spese crescenti necessarie per militarizzare i confini delle rispettive aree di influenza e soprattutto le imprevedibili conseguenze dei dissesti ambientali sono alcune delle «diciassette contraddizioni» (enumerate sempre da Harvey) che tormentano il capitalismo. Ma non è scritto da nessuna parte che portino alla sua (rapida) fine. La collassologia è diventata una scienza che però non ci dice niente né sul quando, né su cosa succederà dopo. I “crollisti” rischiano di invecchiare seduti sulla riva del grande fiume aspettando invano che la corrente trasporti il cadavere del capitalismo. Scriveva Louis Dumont, nel lontano 1977: “vero che la tendenza a vedere crisi dappertutto è forte nell’ideologia moderna, e che se una crisi esiste non data certo da ieri; in un senso più ampio, questa crisi (una crisi del paradigma ideologico moderno) è anzi più o meno consustanziale al sistema, tanto che alcuni di noi potrebbero trovarvi un motivo di orgoglio» (Dumont, 1984). Temo anch’io che nemmeno questa volta il capitalismo ci farà il piacere di andarsene da solo. E poi, chi ci può dire cosa succederebbe dopo? Potrebbe verificarsi quello che McKenzie Wark ipotizza: «Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire» (M. Kenzie, 2021), o, come dice Bifo: «Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere?» (Franco Berardi, www.comune-info.net febbraio 2021).

La questione centrale, quindi, non è la intensità, la larghezza o la scala della crisi che investe il mondo capitalizzato, mercificato, finanziarizzato, ma la mancanza di alternative desiderabili e praticabili, realistiche ed efficaci. Siamo rimasti a corto di strategie post-capitaliste.

Il sociologo Marco Deriu in un enciclopedico saggio sulla incapacità dei sistemi democratici nel dare risposte alla crisi ecologica (Deriu, 2022) prende in esame i movimenti che si sono posti l’obiettivo di una trasformazione profonda, strutturale, istituzionale e antropologica delle relazioni sociali oggi dominate dal sistema di mercato e ne vede i limiti nell’approccio ondeggiante tra un localismo anarchico-comunitario e un neo-statalismo pianificatorio; tra un orizzontalismo microcosmico e un verticalismo che finisce per essere inglobato nelle pratiche istituzionali tradizionali. Siamo ancora dentro la contrapposizione tra “spontanei-sti” e “partitisti”, alla ricerca di un punto di incontro tra movimenti che dovrebbero politicizzarsi e partiti che dovrebbero risocializzarsi. Quale rapporto dovrebbe instaurarsi tra l’azione trasformativa diretta dei movimenti sociali ed ecologisti e l’iniziativa politica nelle istituzioni democratiche rappresentative? «Manca completamente – afferma Deriu – una più ampia ed istituente visione politica della decrescita che integri e incorpori una riflessione di senso, di valori, con una riflessione sui modelli relazionali e sociali, fino ad una riflessione sulla necessità di complessi sistemi regolativi che significa discutere di spazi, di prassi, di modelli
organizzativi, di logiche di azione, di invenzioni istituzionali» (p. 295). La connessione storica tra economia di mercato e democrazia liberale è certamente saltata, sia sul versante sociale (non funziona più come modello di inclusività), sia su quello ambientale (è evidente lo sfondamento dei limiti planetari dei cicli vitali naturali). Ma la strada per una nuova economia e una “democrazia ecologica” rimane problematica. Non perché manchino le proposte scientificamente e razionalmente valide, ma perché non emergono soggetti sociali capaci di intraprendere un’azione politica incisiva, in grado di sperimentare comunità ecologiche, costruire infrastrutture sociali e istituzionali di supporto, di praticare forme di vita rispettose dei valori della condivisione solidale e della salvaguardia del creato.

Una boccata di ottimismo la porta il filosofo sociale statunitense Charles Eisenstein (Eisenstein, 2022). Secondo il conferenziere della Yale University è possibile fare leva su quella parte interiore della natura umana che non è egoista, ma relazionale, socievole, in connessione affettiva con la natura, votata alla bellezza. Da qui è possibile ipotizzare un’economia del dono, locale, comunitaria. Che fare? In attesa dell’emersione di un movimento sociale che sappia coniugare gli interessi degli ultimi e degli esclusi, ma anche delle generazioni future e delle specie non umane, con i valori della condivisione e della solidarietà, cioè con gli ideali della democrazia, agli individui e ai gruppi sociali che sentono il bisogno di “fare società” non rimane che agire nel modo più coraggioso e radicale possibile nelle condizioni date. Parafrasando la Guerra di guerriglia di Che Guevara, dovremmo cercare di praticare nel nostro piccolo azioni di resistenza e diserzione e sperare che funzionino da esempio, capaci di indicare una via da replicare e seguire, poiché «un ramoscello può incendiare l’intera pianura».

Insomma, non c’è alternativa all’iniziativa dal basso, che parta dall’«emozione dei singoli» (Castells, 2012) e giunga a formare «ambiti di comunità autonome» (Esteva, 2012). Raúl Zibechi ha scritto:

«Le grandi trasformazioni cominciano come minuscoli asteroidi irrilevanti per il politico e l’analista che stanno arriba. […] Sono sempre i piccoli gruppi a prendere l’iniziativa, senza tener conto dei ‘rapporti di forza’, ma guardando solo alla giustizia delle proprie azioni. In seguito, a volte anche molto più tardi, lo Stato finisce con il riconoscere che i critici avevano ragione. […] Il punto cruciale, a mio modo di vedere, è il cambiamento culturale, la diffusione dei nuovi modi di vedere il mondo» (Zibechi, 2014).

Certo sarebbe necessario che i movimenti sociali ed ecologisti di base maturassero una propria teoria dello Stato e una propria idea di democrazia sostanziale, intergenerazionale e includente il diritto alla vita di ogni essere vivente. Pino Ferraris è lo studioso socialista che ha più indagato le esperienze dei movimenti operai tra Otto e Novecento e giunse a proporre «un progetto di una confederazione politica dell’iniziativa sociale», “una rete solidale delle autonomie confederate”. “Direi che la confederalità esprime una logica di raggruppamento che converge con le emergenti culture e tecniche di rete: la rete piatta orizzontale che spezza la piramide gerarchica e verticale dell’organizzazione novecentesca. La confederalità è un patto tra diversi retto da reciprocità ed equivlenza” (Ferraris, 2008). Con questo spirito propongo di guardare alcuni esempi della miriade di esperienze di resistenza e ai tentativi di creare comunità locali capaci di sottrarsi al furore distruttivo dell’ipercapitalismo (Cacciari, 2016).


4. Testimonianze

4.1 No Dal Molin

Olol Jakson era uno dei protagonisti più conosciuti e combattivi della mobilitazione che ha visto la popolazione di Vicenza contrapporsi per anni al tentativo di costruire una nuova base militare. Olol è morto improvvisamente giovane, a 47 anni, il 17 ottobre del 2017. Amici e compagni gli hanno voluto dedicare il lascito forse piø significativo dei quella esperienza: il centro polifunzionale Caracol Olol Jackson sorto in centro a Vicenza (Viale Francesco Crispi, 46, www.caracolol.it) i cui pilastri sono: diritti, salute, cultura. «Il nostro sogno – è scritto nel progetto – va verso un modello di sviluppo sociale ed economico costruito su basi mutualistiche. […]. Un luogo che diventerà un laboratorio sociale e di integrazione libero da pregiudizi economici, etnici e di genere». Così, possiamo dire che il vecchio presidio No Dal Molin tirato su con tendoni e lamiere all’inizio della contestazione (durata dal 2006 al 2011) ai bordi dell’aeroporto civile Dal Molin, che i governi (prima Berlusconi e poi Prodi) volevano consegnare alle Forze Armate degli Stati Uniti, si è miracolosamente evoluto in un bellissimo edificio (una ex officina) di più piani che offre servizi fondamentali e di qualità alla cittadinanza che più ne ha bisogno. La “casa comune” Caracol ha cominciato ad essere operativa nel 2020, in piena emergenza Covid, con l’apertura di sportelli informativi sui diritti, ambulatori gratuiti di medicina generale, pediatria, ginecologia, oculistica, dentistici, oltre ad un auditorium, una biblioteca, aule di una scuola popolare e una osteria. Segno evidente che la esperienza aggregativa del movimento No Dal Molin ha permesso di costruire una forte rete di relazioni comunitarie tra associazioni, sindacati di base, gruppi di volontariato, tra cui Emergency, Welcome Refugees, Isde Medici per l’ambiente. I protagonisti di quella importante esperienza pacifista ed ambientalista (che ha visto l’occupazione dell’aeroporto, due manifestazioni nazionali con 150 mila partecipanti, un referendum autogestito con 25 mila votanti, il rovesciamento degli equilibri politici in consiglio comunale ed un’altra infinità di azioni) sono passati dalla protesta alla costruzione di una infrastruttura sociale libera e autonoma, un presidio permanete aperto e autogestito. Sono infatti riusciti a raccogliere i fondi necessari per acquisirne la proprietà dell’edificio ed ottenere i finanziamenti per le costose attrezzature. Insomma è proprio vero che “la lotta paga” anche quando sembra non ottenere tutti i risultati sul campo. Il compromesso raggiunto nel 2010 tra gli americani e il governo italiano ha sancito la cessione alla US Army solo di metà dell’area dell’ex aeroporto, mentre nella rimanente è in corso di realizzazione (seppure con troppa lentezza!) un grande area verde progettata con metodi partecipativi chiamata Parco della pace.

Sulla vicenda No Dal Molin vi è una ricca letteratura, ricordo qui un racconto romanzato di Marco Palma, La guerra non parte da qui (Palma, 2021).

4.2 Usi civici collettivi a Napoli

Ha cominciato L’Asilo dieci anni fa (ex asilo Filangieri, enorme edificio monumentale in pieno centro storico) ad essere liberato dall’abbandono e dai progetti di “gentrificazione urbana”, poi ne sono seguiti altri: l’ex Ospedale psichiatrico a Materdei, ribattezzato Je so pazzo, l’ex carcere minorile in Salita Pontecorvo, ribattezzato Scugnizzo liberato, Villa Medusa a Bagnoli, il Giardino di Materdei, il Lido Paola a Bagnoli, Santa Fede, l’ex Schipa. In tutto otto proprietà pubbliche abbandonate o male utilizzate che sulla spinta di occupazioni accompagnate da progetti di riuso popolare sono state oggetto di una lunga trafila di delibere comunali (sindaco Luigi De Magistris) che hanno consentito la loro sostanziale autogestione da parte delle comunità che ne fruiscono, vale a dire le assemblee delle persone che organizzano e partecipano alle attività. Una forma di “sussidiarietà orizzontale” molto avanzata, che va oltre i Patti dell’amministrazione condivisa proposti in molti comuni sul modello da presa a riferimento dalla Rete Nazionale Beni Comuni Emergenti e ad Uso Civico (www.retebenicomuni.it).

Il riuso di queste strutture ha rivitalizzato alcuni quartieri di Napoli, ma è interessante notare che alcune hanno trovato una loro vocazione metropolitana. L’Asilo è diventato una comunità aperta e ampia di operatori dello spettacolo e della cultura (teatro, danza, laboratori di scenografia, corsi, esposizioni, ecc.). Lo Scugnizzo liberato ospita laboratori e scuole artigianali tradizionali e botteghe artistiche. Je so pazzo ha aperto sportelli e informativi sui diritti e ambulatori che si rivolgono a tutta la città. Il caso napoletano, per le sue implicazioni giuridiche e sociali, è stato oggetto di molti studi tra cui quelli del giurista Giuseppe Micciarelli e del filosofo Nicola Capone (Micciarelli, 2017; Capone 2019).


4.3 Mondeggi, fattoria senza padroni

 Dopo dieci anni di dura resistenza alla vendita, di “custodia” e riuso sociale del grande podere di Mondeggi a Bagno di Ripoli, 170 ettari alle porte delle colline del Chianti, la comunità allargata che si è formata tra contadini, abitanti della zona e cittadine/i che hanno preso a cuore e in cura l’uliveto, i terreni e i casali abbandonati si è vista recapitare un regalo che potrebbe rivelarsi avvelenato: la Città metropolitana di Firenze, proprietaria del bene, ha finalmente deciso di recedere dalla alienazione (dopo varie aste andate deserte) ed anzi ci ha messo sopra 52,5 miliardi del Pnrr. Next Generation. Le finalità sono buone, sembrano anzi copiate dal manifesto del comitato Mondeggi fattoria senza padroni, poiché l’intenzione è di realizzare: “un progetto incentrato sullo sviluppo umano integrale e sostenibile dei cittadini e delle comunità locali”. Esattamente quello che stanno facendo dal 2014 i “presidianti” attraverso attività agroecologiche di vario tipo e di alta qualità: manutenzione e messa in produzione dell’uliveto (4 mila piante), ripiantumazione delle viti, ripristino dei terreni seminativi (con produzione di grani antichi e zafferano) e a pascolo, piantumazione di un nuovo frutteto, apicultura, formazione di orti, oltre ad una intensa attività di formazione (in rete con Genuino Clandestino, Rete semi rurali e altre associazioni) e culturali. La particolarità è che a Mondeggi tutte le attività sono decise dai partecipanti attraverso assemblee aperte autogestite sulla base dei principi del mutualismo, della cooperazione e della assunzione diretta di responsabilità di chi si impegna nelle varie attività. La scommessa ora è evitare che l’apertura dei cantieri e, poi, la assegnazione dei manufatti restaurati e delle nuove infrastrutture possano avere impatti negativi sulla vita della comunità e snaturare i criteri gestionali inventati a Mondeggi ispirati all’idea dei beni comuni condivisi. Un tavolo di confronto si è aperto tra il comitato, l’associazione Amici di Mondeggi e la amministrazione comunale. Sarà davvero interessante seguirne gli sviluppi per capire se l’innovazione sociale spontaneamente emersa a Mondeggi riuscirà a determinare non solo il progetto esecutivo degli interventi edilizi, ma anche le pratiche amministrative e le scelte gestionali dell’ente pubblico. Si può seguire la vicenda di Mondeggi nel sito: https://mondeggibenecomune.noblogs.org/.

4.4 Val Susa

La vicenda della Val Susa è troppo nota e lunga (il primo progetto di Tav è del 1992) per essere qui ricordata. Una infrastruttura “trans-europea” che condanna una valle a diventare un “corridoio multimodale”. Da qui proteste infinite, da una parte, leggi speciali e militarizzazione del territorio per riuscire ad aprire i cantieri, dall’altra. Un luogo dove è evidente la contrapposizione insanabile tra democrazia (che non sia quella della Tirannide della maggioranza) e sviluppo economico (quello della crescita a tutti i costi). Ciò a cui in questa sede si vuole richiamare
l’attenzione è come la lunga vertenza abbia rafforzato non solo la conoscenza e la sensibilità degli abitanti nei riguardi delle valenze ambientali del loro territorio, ma anche le relazioni comunitarie, sia sul piano sociale, che politico. Anni di riunioni, convegni, dibattiti, assemblee, presidi e marce nei luoghi investiti dal progetto hanno creato coesione e migliorato le modalità di governo delle amministrazioni locali. Sono nate reti di imprenditori locali (come quella del Vino a bassa velocità e di Etinomia), mercatini con il marchio Prodotti della Valle Susa, strutture ricettive e gastronomiche. Insomma, l’impegno civico e la lotta rigenera
le coscienze! Tra i molti libri pubblicati, segnalo quello del magistrato Livio Pepino e del sociologo Marco Revelli (Pepino & Revelli, 2012).

4.5 Pan e farine dal Friûl di Mieç

Il Friuli Venezia Giulia è una delle poche regioni che si sono dotate di una legge per la promozione dell’economia solidale (LR n.4/2017) sulla spinta esercitata dal Forum dei beni comuni e da esperienze locali virtuose. L’idea è di dare vita a delle comunità locali (coincidenti con i 19 ambiti territoriali per la gestione dei servizi sociosanitari) di cittadine/i in grado di creare distretti e filiere produttive per rispondere alle principali necessità alimentari, energetiche, abitative, del vestiario e dei servizi alle persone. I principi guida sono il mutualismo, la cooperazione, la sostenibilità, la democrazia e la giustizia. Un progetto ambizioso che ha mobilitato
molte energie attraverso corsi di formazione, assemblee e festival promossi da una associazione appositamente costituita, la ProDES FVG. Una prima comunità si sta costruendo intorno alla filiera del Pan e farine dal Frißl di Mieç che consorzia dodici aziende agricole di quattro comuni, tra cui la proprietà collettiva San Marco di Mereto di Tomba, un mulino, diversi panificatori e uno storico panificio in centro a Udine che funziona da punto vendita. Il tutto gestito da una cooperativa agricola e di lavoro, aperta a soci sostenitori del progetto, che funziona di fatto come una cooperativa di comunità. Altre due filiere solidali attive in regione sono
quelle del Pan e Farine di Muçane, nella Bassa Friulana, e il Patto della farina del Friuli Orientale, tra Trieste e Gorizia. Una bella pubblicazione curata da Lucia Piani, Nadia Carestiato e Donatella Perissin racconta dettagliatamente l’esperienza (Piani, Carestiato, Perissin, 2019).


Riferimenti bibliografici
– Berardi, “Bifo”, F. (2012). 
www.comune-info.net febbraio.
– Cacciari, P. (2016). 101 piccole rivoluzioni. Milano: Altreconomia.
– Capone, N. (2019). Beni comuni ad uso civico e collettivo urbano. Un’esperienza napoletana. Intervista di Mario Pezzella e Francesco Biagi. Il Ponte, 4.
– Castells, M. (2012). Reti di indignazione e di speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet. Milano: Università Bocconi.
– Davis, M. (2006). Il pianeta degli slum. Milano: Feltrinelli.
– Dentico, N. (2020). Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo. Bologna: Emi.
– Deriu, M. (2022). Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro. Roma: Castelvecchi.
– Dumont, L. (1984). Homo aequalis. Genesi e trionfo dell’ideologia economica. Roma: Adelphi.
– Eisenstein, C. (2022). Oltre il denaro. Firenze: Terra Nuova.
– Esteva, G. (2012). Antistasis. L’insurrezione in corso. Trieste: Asterios.
– Ferraris, P. (2008). Relazione al convegno di rete@sinistra, Palazzo Vecchio, Firenze 5 luglio.
– Harvey, D. (2012). Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution. London: Verso Books.
– Immerwahr, D. (2022). Siamo prigionieri della geografia?, “The Guardian”, tradotto da “Internazionale” 2 dicembre Kinsler, L. (29022). Uno strano tipo di altruismo,“1843 magazine”, Regno Unito, tradotto da “Internazionale”, 16/12.
– Madaro, C. (2021). Chill Bill – filantrocapitalismo e suoi effetti collaterali, 2021 (
europeanconsumers.it).
– McKenzie, W. (2021). Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire. Produzioni Nero.
– Marx, K., Manoscrittieconomici-filosofici, paragrafo XIV, 1844. 
https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/bisogni.html.
– Micciarelli, G. (2017). Introduzione all’Uso Civico e Collettivo Urbano. La gestione diretta dei Beni Comuni urbani. Munus, (1), 135-161.
– Micu, A. (2022). Neuroni umani nel cervello dei ratti, Zme Science, Romania, tradotto da “Internazioanle”, 21 ottobre 2022.
– Palma, M. (2021). La guerra non parte da qui. Viterbo: Scatole Parlanti.
Quadro di prospettiva.
– Piani, L., Carestiato, N., & Peressin, D. (2019). Dalla farina alla comunità: una filiera di economia solidale nel Medio Friuli. Udine: Forum.
– Pepino, L. & Revelli, M. (2012). Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa. Torino: GruppoAbele.
– Preston, Ch. (2020). L’era sintetica. Torino: Einaudi.
– Zibechi, R. (2014). Sulle piccole azioni e sulle grandi vittorie, 
www.comune-info.net, 13 gennaio 2014.


 

Pubblicato sulla rivista (ebook) del SIREF (Società di Ricerca Educativa e Formativa), nella Collana EduVersi: “Ricerca partecipativa e formazione sistemica” a cura di Liliana Dozza, Piergiuseppe Ellerani e Alberto Parola

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martedì 1 novembre 2022

La nuova era dell’ecocene – Paolo Cacciari

 

Anche in Italia il lemma “transizione ecologica” è entrato nel linguaggio pubblico corrente dopo il lancio nel 2019 del Green Deal della Commissione Europea e, grazie ai generosi fondi “a debito” della Next Generation Ue (una sorta di neo-keynesismo verde), il governo decaduto del banchiere Mario Draghi aveva battezzato un ministero nel suo nome. Vedremo se il nuovo governo delle destre vorrà mantenerlo. Le prime due tranche del Piano Nazionale denominato Rilancio e Resilienza sono già state stanziate dalla UE (24,9 di prefinanziamenti, più 21 miliardi finalizzati alla realizzazione di 55 “obiettivi”). In realtà si tratta di un coacervo disomogeneo di investimenti in opere e servizi solo in parte finalizzate all’ambiente naturale. E anche queste ultime sono molto discutibili, come, ad esempio, le mega-opere per l’alta velocità dei treni.

Come è stato scritto molto bene negli interventi di questa rubrica (Debate en torno a la Transición Ecológica), la “transizione ecologica” può essere declinata in modi molto diversi. In modo debole, come mitigazione dei sintomi della crisi ecologica e adattamento della vita delle persone alle condizioni peggiori, oppure in modo forte, come trasformazione profonda del sistema socioeconomico per raggiungere una “strong sustainability”.

La scelta dei governi italiani finora è stata – a malapena – la prima. Per usare le parole del ministro uscente alla Transizione ecologica (Roberto Cingolani), l’obiettivo è “trovare un compromesso tra le istanze diverse” della crescita economica e della sostenibilità ambientale attraverso soluzioni tecnologiche, comprese quelle più fantascientifiche come “il nucleare di nuova generazione” e la “cattura” dell’anidride carbonica, la sua liquefazione e lo stoccaggio nei giacimenti dismessi di idrocarburi nel mare Adriatico. La Riviera romagnola offrirà ai turisti un bagno in un’acqua frizzante!

La guerra in Ucraina è combattuta dalle cancellerie degli Stati in conflitto anche attraverso le sanzioni economiche. Il gas russo è diventato così un’arma non convenzionale usata dalle due parti e non si capisce bene chi ne stia traendo più (s)vantaggio. Sicuramente, mezza Europa si è trovata senza (quasi) la sua principale fonte energetica, il metano. E ciò ha posto in secondo piano gli obiettivi della decarbonizzazione energetica (Parigi 2015, Glasgow 2021). Una manna per gli “inattivisti” (secondo la definizione data dal climatologo statunitense Michael Mann, in La nuova guerra del clima, 2021, a coloro che spingono per lasciare le cose come stanno) al servizio delle potenti lobby del carbone e del nucleare. Ne è la riprova la scandalosa inclusione del nucleare e del gas nei regolamenti europei sulla “tassonomia” (classificazione) degli investimenti ritenuti sostenibili dal punto di vista ambientale e quindi finanziabili. In Italia gli interessi fossili sono ben presenti con la compagnia ENI controllata dallo stato.

Ma c’è un modo ancora più insidioso e fraudolento di intendere la transizione ecologica attraverso la logica e gli strumenti del mercato. Quando si dice “mercificazione della natura” non si usa una metafora, non è un modo di dire qualsiasi, ma un vero progetto di trasformazione dei beni e dei servizi che la natura ci fornisce in asset finanziari. La procedura è questa: i) si individuano delle risorse naturali (foreste, fonti idriche, biodiversità, ecc.); ii) si stima il valore commerciale “intrinseco” degli stock di “capitale naturale” e dei relativi flussi di entrate generati dagli “ecosistem services”, comprendendo il loro valore “figurativo” come capacità di assorbimento della Co2 o di preservazione della biodiversità e dei vari cicli vitali rigenerativi; iii) si assicurano i diritti di sfruttamento e di gestione in forma privatistica (concessioni, acquisizioni, fondazioni patrimoniali, ecc.); iv) si creano delle società per azioni specializzate nella classe Natural Asset Companies (NACs) e le si quotano in Borsa nella categoria Intrinsic Exchange Group della New York Exchange; v) si collocano i loro titoli in veicoli finanziari primari e derivati e li si vendono ad investitori privati e istituzionali, compresi i fondi sovrani statali. L’operazione si è così conclusa. La natura viene incorporata nella finanza. Toccando il massimo della ipocrisia, nel nome della difesa tramite valorizzazione del patrimonio naturale, lo si privatizza e lo si mette sul mercato

In verità la stessa operazione sta avvenendo già da tempo con la CO2 nella borsa valori di Londra dove opera un fondo Exchange Traded Commodies specializzato in collocazione di titoli chiamato Spark Change CO2. In pratica, intermediari finanziari rastrellano autorizzazioni pubbliche all’emissioni di gas climalteranti ottenuti dalle imprese (tramite gli ETS, sistemi di compravendita delle emissioni acquisite con aste o tramite scambi tra imprese) e le rivendono incamerate (cartolarizzate) in titoli con relativi rendimenti. L’aria come l’acqua (nella borsa di Chicago) e ogni altro bene del creato sono stati catturati dal regime del capitale. “Tutto ciò che è vivo – ha scritto qui Joana Bregolat – è suscettibile di diventare un’opportunità da cui ottenere reddito sotto forma di interessi e rendite”. Un vero “colpo di genio”, lo ha definito John Bellamy Foster, capace di rilanciare un nuovo ciclo di espansione dei profitti e dell’accumulazione capitalista in un territorio pressoché illimitato dal valore potenziale stimato in 4 milioni di miliardi (4.000 trilioni) capace di generare un flusso di 125.000 miliardi all’anno, più di tutto il valore del Pil mondiale.

Questa è il tipo di “transizione” intentato dal “capitalismo verde” (“Reset Capitalism” propugnato a Davos) i cui esiti, temo, non faranno che aggravare il collasso ecologico.

Ma esiste un altro modo di pensare alla sostenibilità in termini di trasformazione radicale del sistema socioeconomico oggi prevalente. Una trasformazione profonda, completa, integrale che coinvolge anche il modo di essere e di pensare sé stessi nel rapporto con gli altri e con la natura. Una “conversione ecologica” – come la definiva Alex Langer, tra i fondatori del partito dei Verdi negli anni Ottanta – anche in senso culturale e spirituale. Un “cambio di mentalità”, come ha già scritto Victor Viñuales. L’ecologia è un’idea etica, un modo di pensare in relazione con ogni altro essere e cosa esistente sulla Terra, un orizzonte di senso e un sistema di valori. Difficile immaginare di riuscire a ristrutturare le basi economiche e i comportamenti umani senza che vi sia una contestuale presa di coscienza e condivisione di valori morali diversi da quelli oggi dominanti. Non è impresa facile sostituire l’avidità, l’individualismo, la competizione con la collaborazione, l’empatia, l’amore. Una vera transizione ecologica deve giungere a cambiare i modi di produzione e i modelli delle relazioni sociali, i rapporti con il vivente. Non si tratta di “guarire il pianeta” (non ha nulla che non vada bene), ma di guarire il malanimo umano che lo sta distruggendo. Si tratta di diminuire drasticamente l’impronta ecologica a cominciare da chi c’è l’ha più grande. Si tratta di lasciare i combustibili fossili sotto terra (Leave it in the ground!) e di lasciare alla libera espansione delle foreste e dei fiumi almeno metà della superficie terrestre (Half-Earth: Our Planet’s Fight for Life, come proposto dal biologo inglese Edward Osborne Wilson nel 2016). Si tratta di piantare mille miliardi di alberi – come suggerisce il botanico Stefano Mancuso – la metà di quelli che sono stati perduti negli ultimi due secoli. Si tratta di uscire dall’antropocentrismo occidentale e di approdare ad una qualche forma di ecocentrismo o di bioumanesimo o di ecosocialismo.

Nel concreto le politiche di una vera transizione ecologica dovrebbero essere basate su tecniche Natur Base Solution: riforestazione, generazione distribuita di energia da fonti rinnovabili, agroecologia, edifici passivi, filiere corte e tracciabili delle produzioni dei beni di consumo, mobilità dolce, città di quartieri e quartieri a dimensione di villaggio, case della salute e medicina di comunità, educazione parentale, welfare di prossimità… da una parte, e dall’altra: lotta agli sprechi, messa al bando della obsolescenza programmata, smilitarizzazione.

Così contestualizzata la transizione ecologica è lo spazio dell’odierno conflitto sociale per realizzare una nuova società, liberata dai condizionamenti eteronomi del capitale, che apre la nuova era dell’ecocene.

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giovedì 27 ottobre 2022

L’onnipotenza, la crescita e i processi di liberazione - Paolo Cacciari

I salti di specie di virus e batteri (spillover), le zoonosi unite alle malattie determinate dagli inquinamenti, dalla cattiva alimentazione e da pratiche mediche errate (iatrogenesi) provocano una “sindemia”, una interrelazione sinergica tra più malattie e cattive condizioni di vita. Secondo l’epidemiologo evoluzionista Rob Wallace (The Origins of Industrial Agricoltural Pathogens) la distruzione degli habitat ad opera dell’agroindustria crea le condizioni per lo sviluppo di nuovi patogeni e il loro passaggio dal mondo animale a quello umano alla velocità della circolazione delle merci attraverso le reti del commercio globale, seguendo le vie dell’urbanizzazione, trasformando le megalopoli in epicentri di contagio, impattando su sistemi sanitari pubblici distrutti da decenni di politiche neoliberiste. Siamo una specie invasiva, per quel che siamo e, soprattutto, per quel che mangiamo. Ci informa Telmo Pievani, filosofo delle scienze biologiche: “Gli esseri umani sono il 36% del peso di tutti i mammiferi, mentre gli animali di allevamento arrivano al 60%. Praticamente un terzo dei mammiferi (noi) campa mangiando gli altri due terzi. La fauna selvatica, dalle tigri asiatiche agli orsi dei Carpazi, dai capidogli ai canguri arriva appena al 4% della biomassa” (Il peso delle cose, La Lettura, n. 483, 2021). In altri termini, la biomassa animale ha raggiunto quantità e concentrazioni preoccupanti. Alleviamo a scopo alimentare: 22,7 miliardi di polli, 1,47 miliardi di bovini, 1,17 miliardi di pecore, 1 miliardo di capre, 981 milioni di suini, 1,2 milioni di anitre. Questo per dire solo uno dei fattori che concorrono al surriscaldamento dell’atmosfera, alla perdita di biodiversità, alla deforestazione. Poi ci sono le centrali termoelettriche, i motori a combustione interna, le materie plastiche e i prodotti sintetici tossici derivati dal petrolio, gli edifici non coibentati e una enormità di oggetti d’uso comune che ricoprono come una crosta velenosa la superficie della terra e le profondità degli oceani.

Un’ulteriore conferma del sovrautilizzo delle risorse naturali emerge dalla crescita inaudita dei flussi di materiali impiegati dal sistema economico, come documentato da una singolare ricerca pubblicata da Nature (volume 588, 2020). Si stima che dall’anno scorso la “massa antropogenica” costituita dagli stock di materiali solidi incorporati e accumulati negli oggetti prodotti dagli esseri umani (edifici, strade, macchinari, oggetti di consumo e così via) ancora in uso abbia oramai superato in “peso secco” (esclusa l’acqua) il volume della biomassa vivente animale e vegetale globale complessiva.

Tacciati gli ultimi negazionisti del cambiamento climatico (troppe le evidenze empiriche della devastazione antropogenica dello spazio vitale del pianeta per poter continuare ad occultarle), sono comparsi gli “inattivisti”, come li apostrofa Michael Mann, climatologo statunitense di grande competenza che dedica la sua attività a contestare la disinformazione e il depistaggio nella “guerra” al warming climate (La nuova guerra del clima, Edizioni Ambiente). Io li chiamerei cacadubbi alla ricerca di qualsiasi scusa utile per procrastinare gli interventi necessari ad uscire dall’era dei combustibili fossili. Li si sono visti all’opera nell’ultima Conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici, la 26a svoltasi nel novembre scorso a Glasgow. Schiere di frenatori inseriti nelle delegazioni sono riusciti ancora una volta a svuotare l’accordo finale da ogni impegno vincolante per gli stati. In questa categoria si distinguono i politici “realisti e pragmatici” che temono ripercussioni economiche e rivolte sociali nell’eventualità che la “transizione ecologica” procedesse troppo in fretta (sic!) e le fabbriche più energivore dovessero chiudere i battenti, portando disoccupazione e miseria. La rivolta dei gilet gialli in Francia – innescata da un aumento delle accise sui carburanti – è stata più volte evocata come uno spettro che si aggira sulle buone intenzioni dell’ambientalismo. Ma, anche qui, è troppo smaccato l’intento strumentale di mettere i ceti popolari contro le politiche ambientali. È evidente che le tasse sulle emissioni di carbonio e le altre misure necessarie a realizzare una conversione energetica a favore di fonti rinnovabili alternative dovrebbero essere convenienti non solo per la conservazione della natura, ma anche per le tasche dei cittadini. Se ciò non avviene è solo a causa delle politiche dei governi che continuano ad incentivare i combustibili fossili e a penalizzare le fonti rinnovabili. Oltre a ciò serve immaginare, come hanno fatto i democratici negli Stati Uniti con la legge Protecting the Right to Organize, una garanzia per i lavoratori che rischiano di perdere il posto a causa delle misure sulla decarbonizzazione dell’industria.

Infine, esiste una terza categoria di nemici della transizione ecologica, i fautori del salto della quaglia, tecnologico, si intende. Secondo costoro, la soluzione di ogni problema ambientale dipenderebbe dall’innovazione tecnologica tale per cui tutti i nostri bisogni e desideri, presenti e futuri, verrebbero soddisfatti con meno energia, meno materie prime, meno inquinamenti, meno consumo di suolo e meno dispendio di tempo di lavoro necessario. Una nuova rivoluzione industriale (la quarta o la quinta) resa possibile da una combinazione di automazione, intelligenza artificiale, robotica, telecomunicazioni, bio-informatica, nanotecnologie, geoingegneria, riconfigurazione della materia a livello atomico, modifiche genetiche. E così via a grandi passi verso un mondo distopico. Tutto pur di non mettere in discussione le relazioni economiche e sociali dominanti, i comportamenti e gli stili di vita ordinari.

In un modo o nell’altro la “transizione ecologica” è diventata il principale campo d’azione delle politiche economiche a livello mondiale. “Reset Capitalism” è il vessillo sventolato dagli innovatori che agiscono nel campo delle grandi imprese e dell’alta finanza. Vorremmo fidarci, ma in questo libro mi chiedo se sia mai credibile un sistema economico di mercato di stampo capitalista ecologicamente sostenibile. A molti – io tra questi – sembra che vi sia una contraddizione tanto evidente quanto insanabile tra la logica che muove il sistema economico dominato dalla crescita senza limiti e la preservazione dei cicli biogeochimici che regolano la vita sulla Terra. L’imperativo della crescita perpetua del valore di scambio delle merci immesse nel mercato non può che trascinare con sé la mercificazione delle risorse naturali, la continua estrazione di materie prime, l’aumento degli scarti inquinanti, la progressiva artificializzazione della superficie terrestre. La logica predatoria, individualista ed egoistica indotta dal sistema economico di stampo capitalista è penetrata anche nel nostro modo di pensare, ha performato i nostri comportamenti e ottenebrato la nostra stessa intelligenza. Inoltre, come ha scritto Mario Pezzella, pensando a Benjamin che descrive la borghesia tedesca alla vigilia del nazismo, il rimpianto per la perdita di condizioni di relativa sicurezza, è “talmente acuto, da rendere stupidi, ottusi, di fronte alla minaccia effettiva” e conduce alla “rimozione della causa del proprio dolore”. (Terzogioranle, 6 ottobre 2021). Una sorta di schiavitù più o meno volontaria ci condiziona e ci lega agli automatismi dei meccanismi riproduttivi del sistema che agisce sia psicologicamente (pensiamo alla pubblicità e all’industria culturale in genere) sia, molto banalmente, trascinandoci nella spirale dell’euforia del consumo a debito. Leggevo che il Pil mondiale è 84.000 miliardi di dollari, mentre il debito aggregato (privato, degli stati, delle imprese, e quant’altro) ad inizio 2021 è di 281.000 miliardi di dollari (355% del Pil mondiale) che “genera” 100.000 miliardi di interessi. Un flusso di denaro che alimenta le rendite finanziarie di coloro che posseggono i “titoli di debito”, emessi nelle loro svariate forme (sovrani, bond, ecc.). È così che il surplus si incanala in una determinata strada, si accumula e si concentra nelle tasche di quel 0,8% della popolazione del mondo più ricco che controlla il 25% del Pil mondiale. L’economia è intrappolata dal debito (privatizzato) e tutti noi siamo costretti a lavorare per ripagarlo, con gli interessi.

Chiediamoci allora come si può fermare questa spirale distruttiva.

Il primo passo è sicuramente aumentare la consapevolezza del baratro dentro cui stiamo precipitando. Ma la sofferenza e il dolore non possono demoralizzarci e paralizzarci. Gli oppressi, i dominati, gli esclusi debbono trovare una loro via di resistenza e di liberazione. Le giovani generazioni ci stanno insegnando molto. Le donne ancora di più. Gli oppressi, i dominati, gli esclusi debbono trovare una loro via di resistenza e di liberazione. Le giovani generazioni ci stanno insegnando molto. Le donne ancora di più. L’origine di ogni distruzione, al fondo, sta nell’idea folle del dominio dell’uomo (inteso proprio come individuo maschio, bianco, adulto, sano e benestante) su tutto ciò che riesce a sottomettere. Patriarcato, colonialismo, imperialismo, estrattivismo, classismo, specismo sono le varie forme conosciute di questa dominazione.

Ma non basta sapere. Per avere la forza di reagire bisogna anche sentire dentro di sé le sofferenze del mondo, entrare in una relazione solidale con gli altri e con la natura. La vita è una rete di connessioni tra le specie. Per attivarci dovremmo coinvolgere anche la dimensione spirituale dell’essere. Non sto proponendo nessuna “pappetta new age”(come ci rimprovera Mario Tronti), nessun romanticismo estetizzante, nessuna fuga nel trascendentale, ma al contrario l’avvio di un processo di liberazione dai condizionamenti eteronomi, dalla sottomissione alle logiche tecnocratiche falsamente neutrali, dalla delega ai poteri costituiti. Un vero conflitto, insomma, con i poteri costituti e una lotta con noi stessi per decolonizzare le nostre menti dall’immaginario produttivista e consumista. L’idea è quella della costruzione di una società della post-crescita come progetto di autogoverno comunitario.

Decoupling magico

Il modo mainstream di pensare alla transizione ecologica fa affidamento all’innovazione tecnologica. La ricerca scientifica – si proclama e si crede – troverà le soluzioni più idonee per risolvere i danni che la rivoluzione industriale ha arrecato. Peggio. Si dice che la riconversione degli apparati industriali aprirà nuovi asset e nuove opportunità per i capitali finanziari che oggi fluttuano in cerca di investimenti alla ricerca di buone remunerazioni.

La “green economy” è presentata come una strategia win-win, poiché promette di “disaccoppiare” (decoupling) la curva del Pil (che deve continuare a salire) da quella dell’impatto ambientale. Ma tutte le evidenze empiriche ci dicono il contrario. Più aumenta l’efficienza tecnologica nell’estrazione e nell’impiego delle risorse naturali, più aumenta il loro impiego. La fame di acciaio, cemento, alluminio, carta, vetro, materiali sintetici… non si ferma. La “dematerializzazione” dei cicli produttivi è una chimera: marciamo a 100 miliardi di tonnellate all’anno di materiali vergini estratti dalla Terra. La guerra per l’accaparramento delle “terre rare” (metalli indispensabili per fabbricare i dispositivi elettronici) ci dice quanto sia pesante la pressione sulle matrici naturali esercitata dalle nuove tecnologie. Auto elettriche comprese. Non ci viene in aiuto nemmeno l’“economia circolare”. L’ultimo rapporto (The Circlularity Gap 2021 Report) ci dice che l’economia mondiale recupera e ricicla solo l’8,6% di materiali, addirittura in peggioramento sull’anno precedente (9,1% nel 2019). Nessun decoupling è in atto.

L’obiettivo del decoupling non è sbagliato in sé, sono sbagliati i mezzi che vengono usati per raggiungerlo, ovvero gli strumenti del mercato. L’idea, cioè, che i beni e i servizi vitali che la natura ci offre possano essere trattati allo stesso modo delle merci, valutati in termini economici e interscambiabili in valuta corrente. Le risorse naturali rispondono ad altri parametri, ad altre leggi (quelle delle scienze della vita) e hanno bisogno di essere rispettate in sé e per sé. Non sono, cioè, misurabili con la metrica del denaro, nemmeno se le ribattezziamo “capitale naturale” e se diamo un prezzo ai “servizi ecosistemici”: l’acqua potabile, l’aria pulita, il suolo fertile, la fotosintesi clorofilliana, l’impollinazione degli insetti, il vento e la luce del sole.

Il denaro è una unità di misura come ce ne sono tante altre. I chilogrammi servono a misurare il peso di un oggetto, i metri la lunghezza, i minuti/secondi il tempo di moto, i gradi Celsius la temperatura, i cavalli/vapore la forza, i Tesla i campi magnetici e così via. Poi ci sono cose e fenomeni impalpabili come la bellezza, l’empatia con i propri simili e con la natura, il senso di verità e giustizia e le virtù morali che rispondono a canoni estetici ed etici complessi e variabili, socialmente definiti e storicamente condivisi. Dareste voi un valore in chilogrammi ad una statua di Michelangelo? In hertz ad un brano musicale? Eppure, c’è un genere di scienziati – gli economisti – che pretendono di misurate il valore di qualsiasi cosa (non solo la fisiologia della natura, ma persino le emozioni e i sentimenti), con un unico strumento: il denaro.

Per riuscire a compiere l’economicizzazione del mondo – questa violenta e mortifera riduzione di ogni cosa in denaro – gli economisti hanno bisogno di applicare un procedimento logico-razionale tanto semplice quanto rozzo. Per loro le cose non hanno un valore in sé, per sé stesse, ma solo se vengono sottratte dal loro contesto vitale naturale e utilizzate da qualcuno per produrre degli utili misurabili in moneta corrente. Siamo così giunti al paradosso per cui per poter apprezzare il valore di qualsiasi cosa, anche di qualcosa che preesiste indipendentemente dall’apporto umano, bisogna inventarci un mercato in cui poterla scambiare.

Ecocene vs Plastocene

Non vi potrà mai essere una “transizione ecologica” senza una profonda trasformazione dei quadri di riferimento concettuali scientifici ed etici dentro cui concepire le relazioni sociali. Si tratta di avviare un cambiamento culturale e antropologico. Si tratta di intraprendere un sentiero inedito (almeno per le culture occidentali moderne) di civilizzazione. Entrati quasi senza accorgersene nell’era geologica dell’antropocene (androcene, capitalocene, eurocene, palstocene, econocene… a scelta) dovremmo ora scegliere consapevolmente di immaginare una Ecocene.

Il filosofo Christopher Preston, che insegna filosofia ambientale presso l’Università del Montana, sulla scia del Nobel per la chimica Paul Crutzen – inventore dell’Antropocene – popone una nuova denominazione della nostra era geologica: The Synthetic Age.

“Ormai non solo la nostra specie si circonda di nuovi materiali, ma sta anche acquisendola capacità di riprogettare un certo numero di processi planetari fondamentali.Stiamo imparando a sintetizzare e a cucire insieme nuove disposizionidi Dna per creare organismi originali e utili. Stiamo fabbricando nuovestrutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamentenuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi, sperimentando al contempo le tecniche per riportare in vita animali estinti. Stiamo studiando come utilizzare tecnologie chepossano riflettere la luce del Sole per mantenere fresco il pianeta. In ciascuno di questi modi, l’umanità sta imparando a sostituire alcune delle attività naturali che sono state piú importanti nel corso della storia con altre sintetiche progettate da noi”. (Christopher Preston, L’era sintetica. Einaudi). E non è fantascienza!

Proprio la pandemia ha accelerato le applicazioni tecnologiche delle ricerche scientifiche più spinte. Hanno scritto Kevin Sneader e Shubham Singhal commentando un rapporto del McKinsey Global Institute (La prossima normalità: le tendenze aziendali per il 2021, McKinsey). “Lo sviluppo di vaccini COVID-19 è solo l’esempio più convincente del potenziale di ciò che MGI chiama la ‘Bio Rivoluzione’: biomolecole, biosistemi, biomacchine e biocomputing. (…) L’urgenza ha creato slancio, ma la storia più significativa è come una vasta e diversificata gamma di funzionalità, tra cui bioingegneria, sequenziamento genetico, informatica, analisi dei dati, automazione, apprendimento automatico e intelligenza artificiale, si sono unite. Anche i regolatori hanno reagito con velocità e creatività, stabilendo linee guida chiare e incoraggiando una collaborazione ponderata. Senza allentare i requisiti di sicurezza ed efficacia, hanno dimostrato quanto velocemente possono raccogliere e valutare i dati. Se queste lezioni vengono applicate ad altre malattie, potrebbero svolgere un ruolo significativo nel gettare le basi per uno sviluppo più rapido dei trattamenti. (…) le tecnologie di modifica genetica potrebbero frenare la malaria, che uccide più di 250.000 persone all’anno. Le terapie cellulari potrebbero riparare o addirittura sostituire le cellule e i tessuti danneggiati. Nuovi tipi di vaccini potrebbero essere applicati alle malattie non trasmissibili, tra cui il cancro e le malattie cardiache”. La McKinsey è la più nota e forse la più grande compagnia di consulenza del mondo. Nichole Aschoff, editorialista di Jacobin Mag, ci informa che si tratta di “una potenza globale che conta trentamila consulenti in sessantacinque paesi” che offre consulenze a imprese private, agenzie pubbliche e governi, ma opera anche per proprio conto con un fondo di investimenti e partecipando a varie società. Si occupa di qualsiasi cosa: ristrutturazioni aziendali, investimenti finanziari, servizi pubblici tra cui le carceri e, ovviamente, industrie farmaceutiche. Nei soli Stati Uniti la McKinsey ha avuto contratti per 100 milioni di dollari del quadro delle azioni per fronteggiare la pandemia (Nichole M. Aschoff, Il lavoro sporco, Jacobin Italia, Estate 2021).

Come dopo ogni guerra, anche la “guerra al virus SarsCov2” è servita per mettere al lavoro nuove invenzioni e nuove tecnologie. Sono state la chimica dopo la Prima guerra mondiale e il nucleare dopo la Seconda. Ora è la volta delle biotecnologie molecolari. Sarà bene tenere d’occhio i nuovi doctor Frankenstein prima che mettano in circolazione nuovi mostri!

È forse giunto il momento di porre un argine alle applicazioni scientifiche. Almeno a quelle megalomane che pensano di poter dominare a piacimento la natura, viziate dal delirio di onnipotenza, asservite alla retorica del progresso senza limiti della crescita economica.

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domenica 14 agosto 2022

Decrescita, se non ora quando? - Paolo Cacciari

L’idea di una società orientata alla decrescita – Serge Latouche e Maurizio Pallante sono tra i suoi promulgatori più conosciuti in Italia – sta facendosi strada anche in ambienti inaspettati. Nella seconda parte del IV Rapporto 2022 dell’Ipcc, il consesso di scienziati dell’Onu che studia il cambiamento climatico indica ai decisori politici la decrescita – correttamente intesa come decremento reale e pianificato dei flussi di materia impiegati nei cicli produttivi – come una delle vie più sicure per raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile (SDGs). L’Eeb (European Envirinmental Bureau) smaschera – letteralmente: “debunked” – la pretesa di disgiungere la crescita del Pil dall’aumento della pressione sull’ambiente naturale rimanendo all’interno della logica del sistema economico attuale regolato dal mercato. L’Eea (l’Agenzia ambientale europea) auspica una “crescita senza crescita economica” (growth without economic growth), che è un altro modo di dire che bisogna uscire dal calcolo del valore monetario delle produzioni. L’Ispra (l’Istituto superiore per la ricerca e l’ambiente) ha tenuto un incontro dal titolo significativo: Oltre la crescita.

A cinquant’anni dalla pubblicazione del famosissimo rapporto del Massachusetts Institute of Tecnology commissionato dal Club di Roma, The Limits of Growth, e dalla prima conferenza sull’ambiente dell’Onu a Stoccolma, in cui già si auspicava una conversione del sistema economico nella direzione di un “ecosviluppo”, non solo gli scienziati della terra, ma anche economisti, antropologi, sociologi pubblicano studi e ricerche sulla insostenibilità di un modello di sfruttamento delle risorse naturali che compromette la capacità di rigenerazione dei cicli vitali del pianeta. Ne ricordiamo qui alcuni: Jason Hikel (Less Is More: How Degrowth Will Save The World. Tradotto inspiegabilmente con il titolo: Siamo ancora in tempo! Come una nuova economia può salvare il mondo, Il Saggiatore, 2019), Giorgos Kallis (Is Green Growth Possible?, New Political Economy, 2019), Riccardo Mastini (For the Green New Deal to Work, It Has to Reject “Growth”,2020), Escobar, Acosta, Salleh, De Maria e altri (Pluriverso. Nuovo dizionario del post-sviluppo). Una mappatura sistematica delle proposte di policy della decrescita è stata curata da Nick Fitzpatrick, Timothée Parrique, Ines Cosme e pubblicata sul Journal of Cleaner Production 365 (2022) (https://www.decrescita.it/esplorando-le-proposte-politiche-della-decrescita/).

Insomma, la lungamente agognata riconciliazione tra economia e natura non la si può raggiunge (solo) attraverso continue nuove innovazioni tecnologiche, ma modificando strutturalmente modi di produzione e di distribuzione, sistemi di welfare, stili di vita e rapporti di potere tra popolazioni, classi sociali, generi, generazioni. In una parola la “sostenibilità” mette in discussione il principale tabu su cui si è fin qui fondata la nostra idea di civilizzazione: la crescita infinita e indefinita dei beni e dei servizi a disposizione di individui solvibili. L’impresa capitalista che agisce sul mercato ha bisogno continuamente di creare nuovi mercati, nuovi oggetti, nuovi bisogni. Il fine del capitale non è il prodotto (il suo effettivo e genuino valore d’uso) ma il profitto che ne può ricavare. E non c’è dubbio che sia riuscito con successo a inoculare negli individui e a concretizzare il loro desiderio ad avere di più a tutto vantaggio di alcune fasce della popolazione, ma al prezzo di impoverirne molte alte (accumulation by dispossession, lo definisce David Harvey) e di collassare l’ecosistema planetario portante, fonte primigenia di ogni ricchezza. Il surriscaldamento globale è solo uno dei nove principali cicli biogeochimici individuati dal gruppo di ricercatori svedesi guidati da Rockström, presi a riferimento dello stato di salute della Terra. Anche altri hanno già sfondato i “confini planetari” a partire dalla estinzione di massa delle specie animali e vegetali, dall’inquinamento chimico dell’aria, dall’acidificazione degli oceani, dalla perdita di fertilità dei suoli.

Ma c’è un altro limite – questa volta non fisico, ma direttamente politico – che procede di pari passo: la sopportabilità sociale di un sistema di potere economico che genera sofferenze, violenze congenite, diseguaglianze e ingiustizie. Come spiega bene Marco D’Eramo (Dominio, Feltrinelli, 2021) il dispositivo chiave del neoliberismo è la competizione tra le imprese, gli stati, gli stessi individui resi “capitali umani”, al pari della natura, cosificata come stock di risorse e di servizi ecosistemici mercificati, e di tutte le attività di cura che sorreggono gratuitamente la riproduzione allargata del ciclo di valorizzazione del capitale. Lo stesso lavoro umano è ridotto a mero fattore di produzione, privo di valore in sé.

Comprendere questa natura plurima – l’Idra a sette teste – del capitalismo è lo sforzo che molti analisti, teorici e movimenti “rosso-verdi” – si sarebbe detto una volta – stanno compiendo sul campo accidentato dell’ecologia politica e che hanno trovato le elaborazioni più compiute, da una parte, nell’ecosocialismo di ispirazione marxiana (Johan Bellamy Foster, direttore della Montlhly Review, Michael Lowy, autore di Ecosocialismo, ombre corte 2020, Ian Angus, autore di Antrhropocene, Asterios 2019) e, dall’altra, nella decrescita derivante dalla critica allo sviluppo di tipo antropologico ed ecologico. Ha scritto Latouche: “La decrescita può essere considerata come un «ecosocialismo», soprattutto se per socialismo si intende, con Gorz, «la risposta positiva alla disintegrazione dei legami sociali sotto l’effetto dei rapporti mercantili e di concorrenza, caratteristici del capitalismo»”. Ma la strada della convergenza sembra essere ancora lunga. Nonostante le profetiche intuizioni di Marx sulla “frattura metabolica” (la relazione fra l’essere umano e la natura mediante il lavoro) provocato dal modo di produzione capitalista, i marxisti fanno fatica ad accettare l’idea di un “socialismo senza crescita”, ovvero di una (auto)limitazione delle possibilità espansive delle forze produttive, tantomeno oggi che i bisogni primari di due terzi dell’umanità non sono ancora stati conquistati. Dovremmo forse condannarli alla povertà eterna? Dall’altra parte gli obiettori della crescita – e, con essi, mi assumo l’arbitrio di includere i movimenti indigeni, contadini, delle “altre economie” solidali e trasformative – fanno fatica a pensare che i grandi apparati tecnoindustriali centralizzati – fossero anche azionati da energie rinnovabili – possano essere piegati ad una logica di sostenibilità ambientale e giustizia sociale. Il confronto non è nuovo e rimane aperto (ricordiamo il contributo di autori militanti come Giorgio Nebbia, Laura Conti, Virginio Bettini, oltre a Alex Langer) ma sta inevitabilmente ritornando di grande attualità e avrà a Venezia, nella tre giorni sulla decrescita, organizzata presso l’università di Architettura (vedi box qui sotto), dei numerosi e promettenti “tavoli di discussione”, tra cui segnaliamo uno su Marx, marxismi e decrescita cui parteciperanno Emanuele Leonardi, Franco ‘Bifo’ Berardi, Marino Ruzzenenti, Maria Turchetto, Maurizio Acerbo, Roberto Musacchio. Maurizio Ruzzene, Maura Benegiamo, Antonio Pigantto e altri cultori della materia.


BOX

DECRESCITA: SE NON ORA QUANDO? Dall’illusione della crescita verde ad una democrazia della terra.

L’incontro si terrà dal 7 al 9 settembre presso la sede di Santa Marta, dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e proseguirà il 10 al Lido con il Venice Climate Camp organizzato dal Rise Up 4 Climate Justice e Fridays For Future.

L’incontro è promosso dalle associazioni e dai movimenti per la decrescita e l’economia solidale.

Con il patrocinio delle università di Venezia e di Udine e del Support Group of the International Conferences on Degrowth for Ecological Sustainability and Social Equity. Molte le associazioni partner tra cui Laudato si’ di Milano, Tilt, Bilanci di Giustizia, Co-Energia.

L’incontro si svolgerà attorno a quattro plenarie a cui parteciperanno in presenza Vandana Shiva, Amaia Perez Orozco, Antonia De Vita, Riccardo Mastini, Jean Louis Aillon, Rocco Altieri, Manlio Masucci, Marco Bersani, Mario Pansera,Luigi Pellizzoni; Viviana Asara, Marco Deriu e, da remoto, Silvi Federici, Timothée Parrique, Serge Latouche, Helena Norberg-Hodge. La discussione si svilupperà in parallelo su quindici tavoli di discussione preparati da tracce di documenti di base, frutto di un lavoro collegiale, già disponibili sul sito: www.venezia2022.it. La partecipazione è per iscrizione fino a 250 posti disponibili.

Per informazioni:

www.venezia2022.it; info@venezia2022.it

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