Anche in Italia il lemma “transizione ecologica” è entrato nel linguaggio
pubblico corrente dopo il lancio nel 2019 del Green Deal della Commissione Europea e,
grazie ai generosi fondi “a debito” della Next Generation Ue (una sorta di
neo-keynesismo verde), il governo decaduto del banchiere Mario Draghi aveva
battezzato un ministero nel suo nome. Vedremo se il nuovo governo delle destre
vorrà mantenerlo. Le prime due tranche del Piano Nazionale denominato Rilancio
e Resilienza sono già state stanziate dalla UE (24,9 di prefinanziamenti, più
21 miliardi finalizzati alla realizzazione di 55 “obiettivi”). In realtà si
tratta di un coacervo disomogeneo di investimenti in opere e servizi solo in
parte finalizzate all’ambiente naturale. E anche queste ultime sono molto
discutibili, come, ad esempio, le mega-opere per l’alta velocità dei treni.
Come è stato scritto molto bene negli interventi di questa rubrica (Debate en torno a la Transición Ecológica), la
“transizione ecologica” può essere declinata in modi molto diversi. In
modo debole, come mitigazione dei sintomi della crisi ecologica e
adattamento della vita delle persone alle condizioni peggiori, oppure in
modo forte, come trasformazione profonda del sistema socioeconomico per
raggiungere una “strong sustainability”.
La scelta dei governi italiani finora è stata – a malapena – la prima. Per usare le
parole del ministro uscente alla Transizione ecologica (Roberto Cingolani),
l’obiettivo è “trovare un compromesso tra le istanze diverse” della crescita
economica e della sostenibilità ambientale attraverso soluzioni tecnologiche,
comprese quelle più fantascientifiche come “il nucleare di nuova generazione” e
la “cattura” dell’anidride carbonica, la sua liquefazione e lo stoccaggio nei giacimenti
dismessi di idrocarburi nel mare Adriatico. La Riviera romagnola offrirà ai
turisti un bagno in un’acqua frizzante!
La guerra in Ucraina è combattuta dalle cancellerie degli Stati in
conflitto anche attraverso le sanzioni economiche. Il gas russo è
diventato così un’arma non convenzionale usata dalle due parti e non
si capisce bene chi ne stia traendo più (s)vantaggio. Sicuramente, mezza
Europa si è trovata senza (quasi) la sua principale fonte energetica, il
metano. E ciò ha posto in secondo piano gli obiettivi della decarbonizzazione
energetica (Parigi 2015, Glasgow 2021). Una manna per gli
“inattivisti” (secondo la definizione data dal climatologo
statunitense Michael Mann, in La nuova guerra del clima, 2021, a
coloro che spingono per lasciare le cose come stanno) al servizio delle
potenti lobby del carbone e del nucleare. Ne è la riprova la scandalosa
inclusione del nucleare e del gas nei regolamenti europei sulla “tassonomia”
(classificazione) degli investimenti ritenuti sostenibili dal punto di
vista ambientale e quindi finanziabili. In Italia gli interessi
fossili sono ben presenti con la compagnia ENI controllata dallo stato.
Ma c’è un modo ancora più insidioso e fraudolento di intendere la
transizione ecologica attraverso la logica e gli strumenti del mercato. Quando
si dice “mercificazione della natura” non si usa una metafora, non è un modo di
dire qualsiasi, ma un vero progetto di trasformazione dei beni e dei servizi
che la natura ci fornisce in asset finanziari. La procedura è questa: i) si
individuano delle risorse naturali (foreste, fonti idriche, biodiversità,
ecc.); ii) si stima il valore commerciale “intrinseco” degli stock di “capitale
naturale” e dei relativi flussi di entrate generati dagli “ecosistem services”,
comprendendo il loro valore “figurativo” come capacità di assorbimento della
Co2 o di preservazione della biodiversità e dei vari cicli vitali rigenerativi;
iii) si assicurano i diritti di sfruttamento e di gestione in forma
privatistica (concessioni, acquisizioni, fondazioni patrimoniali, ecc.); iv) si
creano delle società per azioni specializzate nella classe Natural Asset
Companies (NACs) e le si quotano in Borsa nella categoria Intrinsic Exchange
Group della New York Exchange; v) si collocano i loro titoli in veicoli finanziari
primari e derivati e li si vendono ad investitori privati e istituzionali,
compresi i fondi sovrani statali. L’operazione si è così conclusa. La natura
viene incorporata nella finanza. Toccando il massimo della ipocrisia, nel nome
della difesa tramite valorizzazione del patrimonio naturale, lo si privatizza e
lo si mette sul mercato
In verità la stessa operazione sta avvenendo già da tempo con la
CO2 nella borsa valori di Londra dove opera un fondo Exchange Traded
Commodies specializzato in collocazione di titoli chiamato Spark Change CO2. In
pratica, intermediari finanziari rastrellano autorizzazioni pubbliche
all’emissioni di gas climalteranti ottenuti dalle imprese (tramite gli ETS,
sistemi di compravendita delle emissioni acquisite con aste o tramite scambi
tra imprese) e le rivendono incamerate (cartolarizzate) in titoli con relativi
rendimenti. L’aria come l’acqua (nella borsa di Chicago) e ogni altro
bene del creato sono stati catturati dal regime del capitale. “Tutto ciò
che è vivo – ha scritto qui Joana Bregolat – è suscettibile di diventare
un’opportunità da cui ottenere reddito sotto forma di interessi e rendite”. Un
vero “colpo di genio”, lo ha definito John Bellamy Foster, capace di rilanciare
un nuovo ciclo di espansione dei profitti e dell’accumulazione capitalista in
un territorio pressoché illimitato dal valore potenziale stimato in 4 milioni
di miliardi (4.000 trilioni) capace di generare un flusso di 125.000 miliardi
all’anno, più di tutto il valore del Pil mondiale.
Questa è il tipo di “transizione” intentato dal “capitalismo verde” (“Reset
Capitalism” propugnato a Davos) i cui esiti, temo, non faranno che
aggravare il collasso ecologico.
Ma esiste un altro modo di pensare alla sostenibilità in termini di
trasformazione radicale del sistema socioeconomico oggi prevalente. Una
trasformazione profonda, completa, integrale che coinvolge anche il modo di
essere e di pensare sé stessi nel rapporto con gli altri e con la natura. Una “conversione ecologica” – come la definiva
Alex Langer, tra i fondatori del partito dei Verdi negli anni Ottanta – anche
in senso culturale e spirituale. Un “cambio di mentalità”, come ha già scritto
Victor Viñuales. L’ecologia è un’idea etica, un modo di pensare in relazione
con ogni altro essere e cosa esistente sulla Terra, un orizzonte di senso e un
sistema di valori. Difficile immaginare di riuscire a ristrutturare le basi
economiche e i comportamenti umani senza che vi sia una contestuale presa di
coscienza e condivisione di valori morali diversi da quelli oggi
dominanti. Non è impresa facile sostituire l’avidità, l’individualismo,
la competizione con la collaborazione, l’empatia, l’amore. Una vera transizione
ecologica deve giungere a cambiare i modi di produzione e i modelli delle
relazioni sociali, i rapporti con il vivente. Non si tratta di “guarire il
pianeta” (non ha nulla che non vada bene), ma di guarire il malanimo umano che
lo sta distruggendo. Si tratta di diminuire drasticamente l’impronta
ecologica a cominciare da chi c’è l’ha più grande. Si tratta di lasciare i
combustibili fossili sotto terra (Leave it in the ground!) e di
lasciare alla libera espansione delle foreste e dei fiumi almeno metà della
superficie terrestre (Half-Earth: Our Planet’s Fight for Life, come
proposto dal biologo inglese Edward Osborne Wilson nel 2016). Si tratta di
piantare mille miliardi di alberi – come suggerisce il botanico Stefano Mancuso
– la metà di quelli che sono stati perduti negli ultimi due secoli. Si
tratta di uscire dall’antropocentrismo occidentale e di approdare ad una
qualche forma di ecocentrismo o di bioumanesimo o di ecosocialismo.
Nel concreto le politiche di una vera transizione ecologica dovrebbero
essere basate su tecniche Natur Base Solution: riforestazione, generazione
distribuita di energia da fonti rinnovabili, agroecologia, edifici passivi,
filiere corte e tracciabili delle produzioni dei beni di consumo, mobilità
dolce, città di quartieri e quartieri a dimensione di villaggio, case della
salute e medicina di comunità, educazione parentale, welfare di prossimità… da
una parte, e dall’altra: lotta agli sprechi, messa al bando della obsolescenza
programmata, smilitarizzazione.
Così contestualizzata la transizione ecologica è lo spazio dell’odierno
conflitto sociale per realizzare una nuova società, liberata dai
condizionamenti eteronomi del capitale, che apre la nuova era dell’ecocene.
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