lunedì 28 novembre 2022

Cosa accade nei mattatoi? La testimonianza shock - Laura Di Cintio


Lavorare in un mattatoio, sotto copertura: un professore universitario, Timothy Pachirat, si è finto un operaio in un mattatoio americano: ecco la sua testimonianza shock

 

Ogni dodici secondi: questa è la frequenza media con cui, all’interno di un mattatoio, il knocker, cioè l’operaio addetto allo stordimento degli animali, spara un colpo di pistola captiva sulla testa delle sue vittime. Ed “Every twelve seconds” è anche il titolo del libro-documentario scritto da Timothy Pachirat, assistente professore di Politica in quel di New York, in seguito alla sua esperienza di lavoratore in incognito all’interno di un macello per 6 mesi. “Volevo capire come i processi di violenza di massa divengano normali nella moderna società, e volevo farlo dal punto di vista di chi lavora in un macello” ha dichiarato l’autore, in un’intervista per il sito boingboing.net, per giustificare la propria decisione.

“Come nelle sue più evidenti analogie politiche – la prigione, l’ospedale, il reparto psichiatrico, la stanza degli interrogatori, la camera di esecuzione – il moderno macello industrializzato è una “zona di confinamento”,  nelle parole del sociologo Zygmunt Bauman, “del tutto inaccessibile ai membri ordinari della società”. Ho lavorato come operaio di basso livello in un mattatoio industrializzato, per poter capire, dalla prospettiva di chi vi partecipa direttamente, come operano queste zone di confinamento”.

Lo “scarico di responsabilità”

L’obiettivo di Timothy, dunque, non è la denuncia dell’attività di un singolo mattatoio, ma piuttosto portare alla luce gli orrori che quotidianamente hanno luogo in ogni macello del mondo ma, soprattutto, mettere in evidenza come gli operai che eseguano delle mansioni diverse da quelle del knoker, si sentano in realtà estranei al processo di macellazione: “Se ascoltaste con sufficiente attenzione le centinaia di operai che eseguono le altre 120 mansioni nel piano macellazione – afferma Timothy – questo potrebbe essere il ritornello che udireste: “Solo il knocker”. È semplice matematica morale: il piano macellazione opera con 120+1 mansioni. E finché quell’1 esiste, finché vi è una plausibile narrativa che concentra il più pesante e sporco dei lavori su questo 1, allora gli altri 120 operai del piano macellazione possono dire, e credere, “Io non faccio parte di questo”.

La “catena di montaggio” dell’orrore

Senza mezzi termini l’autore ci spiega quale trattamento sia riservato ai più di 2500 animali che ogni giorno, nel mattatoio in cui lui ha lavorato, vengono condotti alla morte: per prima cosa il tragitto verso il punto di macellazione, che gli animali compiono sulle proprie zampe, del tutto coscienti e subodorando il pericolo imminente, terrorizzati e impossibilitati a scappare. Da lì, uno per uno, vengono condotti alla knocking box, la stanza in cui il knocker spara loro in testa con una pistola a proiettile captivo, cioè un’arma provvista di una punta di ferro di 6 cm che penetra dolorosamente nel cranio dell’animale, stordendolo senza ancora togliergli la vita. Quindi le povere bestie cadono su un nastro trasportatore, che le porterà al punto dove verranno incatenate e poi sollevate da terra. Appesi per le zampe posteriori gli animali – che ricordiamo essere ancora vivi e spesso parzialmente coscienti – viaggiano attraverso una serie di novanta giravolte fino ad arrivare davanti all’operaio che si occupa di recidere loro carotide e giugulare. A questo punto le povere bestie muoiono dissanguate mentre continuano ancora a viaggiare sulla catena sopraelevata fino al tail ripper, colui che inizia il processo di squartamento della carcassa e di rimozione delle pelli.

“Degli oltre 800 operai nel piano macellazione, solo quattro sono coinvolti direttamente nell’uccisione del bestiame e meno di 20 hanno una visuale su di essa” afferma Pachirat, che continua: “Sul posto di lavoro esiste una specie di mitologia collettiva secondo la quale solo il knocker è coinvolto nell’uccisione, mentre il lavoro degli altri 800 operai del macello sarebbe moralmente scollegato da essa“.

La violenza nascosta

La domanda quindi sorge spontanea: perché la stragrande maggioranza della popolazione non sa nulla di ciò che avviene realmente in un mattatoio? “Negli Stati Uniti, oltre 8,5 miliardi di animali vengono uccisi ogni anno per farne cibo, ma queste uccisioni vengono effettuate da una piccola minoranza composta per lo più da lavoratori immigrati, che operano dietro a mura opache, per lo più in luoghi rurali isolati, lontani dai centri urbani” afferma Pachirat. Come se ciò non bastasse, esistono anche delle leggi molto severe che vietano la pubblicizzazione di ciò che avviene nei macelli. “In secondo luogo – continua Timothy – il macello, nel suo complesso, è diviso in compartimenti. […] È del tutto possibile trascorrere anni, lavorando nell’ufficio, nel reparto fabbricazione o al congelatore di un mattatoio industriale che macella oltre mezzo milione di bestiame all’anno, senza neppure incontrare un animale vivo e tanto meno assistere ad uno che viene ucciso”.

La cosa più incredibile, comunque, è che il lavoro di uccisione è nascosto anche laddove ci si aspetterebbe che fosse più evidente, ovvero nel luogo stesso della macellazione: la divisione degli spazi e la struttura del macello fa sì che siano pochissimi gli operai che entrino effettivamente in contatto con quello che, nel gergo, viene definito “lato sporco” (ovvero, quello che viene eseguito quando le pelli sono ancora attaccate ai corpi degli animali). Gli operai del “lato pulito”, tra l’altro, non entrano mai in contatto con gli altri, nemmeno durante le pause: “In questo modo, la violenza del trasformare un animale in una carcassa viene tenuta come in quarantena tra i lavoratori del “lato sporco”, dove vi è, anche là, un ulteriore divisione di mansioni e spazi”. Può sembrare assurdo, ma all’interno di un mattatoio vige anche l’utilizzo di un linguaggio dissociativo, con il solo scopo di nascondere la violenza dell’uccisione: fin dal momento in cui gli animali arrivano al macello, per esempio, tutti gli operai devono riferirsi a loro chiamandoli “carne”, nonostante si tratti di animali vivi e senzienti, che ancora respirano.

 

I mattatoi: violenza sistematizzata

“La lezione, qui, non è che la macellazione e i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna” ha affermato Pachirat. A questo punto, non resta da chiedersi quale sia il grado di complicità di ognuno di noi in tutta questa violenza; l’autore, per esempio, ritiene responsabili coloro che beneficiano della produzione di carne “a distanza” forse più di coloro che, per necessità, sono costretti a compiere questo lavoro. Ne è l’esempio la storia della mucca Cinci Freedom, a cui Pachirat aveva assistito direttamente e che l’autore riporta nell’ultimo capitolo del suo libro: l’animale era riuscito a fuggire dal macello e, braccato dalla polizia, era stato freddato per strada con un colpo di pistola alla testa. L’indignazione, la rabbia e il disgusto per quanto avvenuto avevano preso il sopravvento tra gli operai, che il giorno dopo però erano tornati alle loro mansioni quotidiane: un esempio concreto di come, chi lavori in un macello, non abbia la benché minima percezione di ciò che il proprio lavoro comporti realmente.

da qui 

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