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giovedì 9 novembre 2017

Monsanto: l’inchiesta di Le Monde - Stéphane Foucart, Stéphane Horel (seconda parte)

È difficile far passare la Iarc (International Agency for Research on Cancer) per un’istituzione discutibile, caratterizzata da un atteggiamento “contrario all’industria” e contestata all’interno della stessa comunità scientifica.
Per la grande maggioranza degli scienziati, l’agenzia legata all’Oms è un baluardo d’indipendenza e integrità.
Sinceramente faccio fatica a immaginare un modo più rigoroso e obiettivo di realizzare esperimenti scientifici collettivi”, dice l’epidemiologo Marcel Goldberg, ricercatore dell’Istituto nazionale francese per la salute e la ricerca medica (Inserm), che ha partecipato a diverse monografie della Iarc.
Per ogni monografia la Iarc riunisce una ventina di ricercatori di diversi paesi, selezionati in funzione delle loro esperienze e delle loro competenze scientifiche, ma verifica anche che non ci sia il minimo conflitto d’interessi.
La Iarc, inoltre, fonda i suoi pareri su studi pubblicati su riviste scientifiche ed esclude le ricerche commissionate dalle aziende. Per questo si distingue dalla maggior parte delle agenzie, che accordano invece un’importanza decisiva agli studi realizzati e forniti dalle imprese per valutare i loro prodotti.
È il caso dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa, con sede a Parma). Nell’autunno del 2015 il parere di quest’agenzia dell’Unione europea sul glifosato è molto atteso. In base alle sue conclusioni Bruxelles deve decidere se rinnovare per almeno dieci anni l’autorizzazione a usare il glifosato.
Il parere arriva a novembre, e la Monsanto può rifiatare, perché contraddice quello della Iarc: l’Efsa non considera il glifosato né genotossico né cancerogeno.
Ma la boccata d’ossigeno dura poco.

Qualche settimana dopo, le conclusioni dell’Efsa sono severamente criticate su una famosa rivista da un centinaio di scienziati, secondo i quali sono piene di lacune.
La stesura dell’articolo è coordinata da uno scienziato statunitense che ha assistito al lavoro sulla monografia della Iarc in qualità di “specialista invitato”.
Su di lui si concentrano subito le critiche. Si tratta di Chris Portier.
Ho letto in giro che Portier non sarebbe competente. È la cosa più ridicola che abbia mai sentito”, dice divertita Dana Loomis, la vicedirettrice delle monografie della Iarc. “È lui che ha sviluppato molte delle tecniche d’analisi usate in tutto il mondo per interpretare i risultati degli studi tossicologici”.
Portier è uno di quegli scienziati con un curriculum di oltre trenta pagine.
Autore di più di duecento pubblicazioni scientifiche, è stato responsabile della sanità ambientale dei Centers for disease control and prevention (Cdc statunitensi) e ha diretto i Niehs e il National toxicology program.
Ha un’esperienza professionale eccezionale”, dice Robert Barouki, direttore di un’unità di ricerca in tossicologia all’Inserm.
Ormai in pensione, oggi Portier lavora come esperto e consulente di diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’ong statunitense Environmental defense fund.
Il 18 aprile 2016 l’agenzia di stampa Reuters pubblica un lungo articolo sulla Iarc, presentato come un’agenzia “semi-autonoma” dell’Oms colpevole di creare “confusione tra i consumatori”.
L’articolo evoca “la preoccupazione per i potenziali conflitti d’interesse che coinvolgerebbero un consulente dell’agenzia strettamente legato all’Environmental defense fund, un gruppo di pressione statunitense contrario ai pesticidi”.
Alcuni “critici”, scrive la Reuters, “sostengono che la Iarc non avrebbe dovuto autorizzarlo a partecipare alla valutazione del glifosato”.
L’agenzia di stampa – che non ha voluto rispondere alle domande di Le Monde – dà la parola a tre scienziati che attaccano la Iarc, senza mai dire che tutti e tre sono consulenti delle aziende coinvolte.
L’articolo cita l’oscuro blog di David Zaruk, un ex lobbista dell’industria chimica che ha lavorato per l’agenzia di relazioni pubbliche Burson-Marsteller.
A Bruxelles, dove vive, Zaruk è conosciuto per la sua aggressività e le sue frequenti invettive (anche gli autori di questo articolo ne sono stati l’oggetto in più di un’occasione). È stato lui il primo a protestare per il conflitto d’interessi di Portier, e ancora oggi continua a perseguitare lo scienziato statunitense.
In totale Zaruk ha pubblicato una ventina di lunghi articoli sul glifosato, senza contare i tweet. Ha definito Portier “militante”, “topo”, “demone”, “erbaccia”, “mercenario” e anche “una merda” e uno che si è “introdotto come un verme” nel frutto rappresentato dalla Iarc. Ha paragonato la Iarc a una “crosta” da cui si può vedere uscire il “pus” quando si “gratta” tanto è “infettato dalla sua arroganza”, dalla “sua scienza militante politicizzata” o dalla “sua posizione contraria all’industria”.
Zaruk ha detto di aver avuto “tre contatti” con la Monsanto, ma smentisce formalmente di essere stato pagato per scri­vere. “Non ho ricevuto un centesimo per i miei articoli sul glifosato”, ha assicurato in una email a Le Monde.
Ad aprile del 2017 Zaruk pubblica anco­ra un articolo contro le ong, Portier e diver­si giornalisti, illustrandolo con una foto dei nazisti che bruciano i libri sull’Opernplatz di Berlino nel 1933.
I vaneggiamenti di Zaruk potrebbero essere facilmente sconfessati, ma la cita­zione da parte di un’agenzia di stampa au­torevole come la Reuters dà il via libera alla loro difusione.
In poche settimane le sue accuse sono riprese dal Times di Londra, dal quotidiano The Australian e negli Stati Uniti dalla National Review.
Su The Hill lo fa Bruce Chassy, un professore emerito dell’università dell’Illinois finanziato dalla Monsanto, come mostrano i documenti ottenuti nel settembre del 2015 dall’organizzazione non profit Us right to know.
Il “lavoro” di Zaruk è anche citato sulla rivista Forbes da un biologo della Hoover institution, un centro studi vicino al Partito repubblicano e di cui si trova traccia negli archivi delle aziende del tabacco.
All’epoca il biologo proponeva di far pubblicare degli articoli o di sfruttare le sue iniziative sui mezzi d’informazione per “parlare dei ri­schi della scienza”, pagando tariffe com­prese fra cinque e quindicimila dollari.
Gli attacchi di Zaruk sono ripresi anche da siti di propaganda come l’American council on science and health e il Genetic literacy project, animati da persone molto vicine alle aziende di pesticidi e biotecnologie.
Un articolo che attacca Portier e la Iarc è firmato da Andrew Porterield, che si definisce un “esperto di comunicazione dell’industria delle biotecnologie”.
Ma quale sarebbero esattamente i conflitti d’interessi di Portier?
Secondo i suoi avver­sari, attraverso di lui l’Environmental de­fense fund avrebbe influito sulla decisione della Iarc di classificare il glifosato come probabilmente cancerogeno.
Ma Portier aveva lo status di ‘speciali­sta invitato’ proprio perché era legato a quest’associazione”, spiega Kathryn Guyton, la scienziata della Iarc responsabile della Monografia 112.
“Questo significa che il gruppo di lavoro l’ha consultato, ma Por­tier non ha contribuito alla decisione di classificare la sostanza in questa o quella categoria”.

Conflitto d’interessi
In realtà di conflitti d’interessi ce ne sono, ma vanno cercati altrove.
Nel maggio del 2016, mentre la stampa e i vari blog parlano dei dubbi sollevati a proposito della Iarc, un altro gruppo di esperti delle Nazioni Unite dà il suo parere sul glifosato.
Il Joint meet­ing on pesticides residues (Jmpr), un grup­po congiunto dell’Oms e dell’Organizza­zione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), che s’interessa solo dei rischi legati all’esposizione alimentare (e non per inalazione, per contatto dermatologico e così via), assolve il glifosato.
Circa un anno prima, però, un gruppo di ong ave­va avvertito l’Oms sui conflitti d’interessi del Jmpr.
Tre dei suoi ricercatori, infatti, collaborano con l’International life science institute (Ilsi), una lobby scientifica finan­ziata dalle grandi industrie del settore agroalimentare, delle biotecnologie e della chimica: dalla Mars alla Bayern, dalla Kel­logg alla Monsanto.
Si trattava del tossico­logo Alan Boobis, dell’Imperial College, Regno Unito, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ilsi e uno dei presi­denti del Jmpr; di Angelo Moretto, dell’uni­versità di Milano, relatore del Jmpr, consu­lente e consigliere d’amministrazione di una struttura creata dall’Ilsi; e infine di Vic­ki Dellarco, consulente in diversi gruppi di lavoro dell’Ilsi e componente del Jmpr.
In teoria gli esperti del Jmpr sono sotto­posti alle stesse regole d’indipendenza della Iarc, cioè quelle dell’Oms, tra le più severe al mondo.
Di fatto un conflitto d’interessi apparente, proprio perché può alterare la credibilità dell’istituzione e delle sue decisioni, è grave quanto un conflitto d’interessi accertato. Tuttavia, interpellata da Le Monde, l’Oms ha assicu­rato che “nessun esperto era in una situa­zione di conflitto d’interessi tale da impe­dirgli di partecipare al Jmpr”.

Diritto all’alimentazione
Questa risposta lascia insoddisfatti Hilal Elver e Baskut Tuncak, rispettivamente relatrice speciale sul diritto all’alimenta­zione e relatore speciale sui prodotti e i ri­fiuti pericolosi delle Nazioni Unite.
Chie­diamo rispettosamente all’Oms di spiegare come, in base alle sue regole, è arrivata alla conclusione che i rapporti degli esperti con l’industria non rappresentassero alcun 
conlitto d’interessi, apparente o potenzia­le”, hanno detto i due esperti a Le Monde.
Processi di veriica adeguati, chiari e tra­sparenti sui conflitti d’interessi sono fon­damentali per l’integrità del sistema”, pre­cisano prima di “incoraggiare” le organiz­zazioni delle Nazioni Unite a “rivederli”.
Gravi sospetti” esistono sul “fatto che le aziende ‘comprerebbero’ degli scienzia­ti per spingerli a confermare le loro posi­zioni”, hanno scritto i due esperti nel loro rapporto sul diritto all’alimentazione.
Gli sforzi fatti dall’industria dei pesti­cidi”, si legge in questo testo consegnato al consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso marzo, “hanno ostacolato le riforme e bloccato le iniziative dirette a ridurre l’uso dei pesticidi su scala mondia­le”.
Gli “sforzi” a cui si riferiscono sono quelli fatti dalla Monsanto per screditare la Iarc, gli esperti del suo gruppo di lavoro e la qualità del suo lavoro scientiico.
Per il colosso dell’industria chimica è una que­stione di sopravvivenza.
Diversi studi legali statunitensi difen­dono gli interessi dei malati o dei parenti delle vittime morte per un linfoma non Hodgkin (Lnh), un raro tumore che colpi­sce i globuli bianchi ed è attribuito all’espo­sizione al glifosato.
Per loro la Monografia 112 della Iarc è una prova fondamentale. E per la Monsanto rischia di essere un ele­mento capace di influenzare le sentenze dei giudici.
Secondo i documenti legali, i risarcimenti e gli interessi da versare negli Stati Uniti alle ottocento persone che han­no denunciato la Monsanto potrebbero arrivare a un totale di diversi miliardi di dollari.
Entro la fine del 2017, inoltre, que­ste denunce dovrebbero diven­tare duemila, spiega Timothy Litzenburg, un avvocato dello studio Miller.
Appunti confidenziali, tabelle piene di cifre o rapporti interni, in tutto dieci milioni di pagine recuperate dagli archivi e dai computer della Monsan­to: sono i documenti che l’azienda è stata costretta a trasmettere finora alla giustizia.
Negli Stati Uniti la cosiddetta procedura di discovery (scoperta) autorizza queste operazioni.
Attraverso questa massa di documenti, i cosiddetti Monsanto papers, è possibile ricostruire il piano di risposta della multi­nazionale.
Una presentazione PowerPoint dell’11 marzo 2015, per esempio, illustra una strategia per influenzare l’opinione pubblica attraverso “progetti scientiici”.
Viene evocata una “valutazione completa del potenziale cancerogeno” del glifosato da parte di “scienziati attendibili”, “even­tualmente attraverso la formula di gruppi di esperti”. Questa strategia è stata effetti­vamente messa in atto.
Nel settembre del 2016 una serie di sei articoli apparsi sulla rivista scientiica Cri­tical Reviews in Toxicology assolve il glifo sato.
Ma la pubblicazione è apertamente “finanziata e sostenuta dalla Monsanto”.
Gli autori degli articoli sono i sedici ricer­catori del “gruppo di esperti di glifosato” a cui la Monsanto ha affidato la missione di “riesaminare la monografia della Iarc”.
La loro selezione è stata aidata all’Intertek, uno studio specializzato nella produzione di materiale scientiico per le imprese che hanno delle diicoltà legali per i loro pro­dotti.
La Monsanto e i suoi alleati si rivol­gono anche a Exponent e Gradient, altri due studi specializzati nella cosiddetta “di­fesa dei prodotti”.

Nessuna risposta
Nella presentazione PowerPoint del marzo 2015 si parla anche di pubblicare un articolo
sulla Iarc: “Com’è stato formato, co­me funziona e la sua scarsa evoluzione nel corso del tempo. È un’istituzione arcaica e ormai inutile”.
Ma poi lo scienziato che do­vrebbe scriverlo non pubblica niente sull’ar­gomento.
In compenso un articolo che corrispon­de perfettamente a questi requisiti appare nell’ottobre del 2016 su una rivista minore.
Il sistema di classiicazione della Iarc, “di­ventato obsoleto”, “non serve gli interessi né della scienza né della società”, scrivono i dieci autori dell’articolo: “Così la carne lavorata finisce per ritrovarsi nella stessa categoria del gas mostarda”.
L’approccio della Iarc, affermano gli autori, provoca “ti­mori sanitari, inutili costi economici, la perdita di prodotti salutari, l’adozione di strategie più costose per la sanità, il dirottamento di finanziamenti pubblici verso la ricerca inutile”.
Il tono è piuttosto insolito per una rivi­sta scientiica, ma questo forse si spiega con il carattere un po’ particolare della pubblicazione, la Regulatory Toxicology and Pharmacology.
Infatti nel suo comita­to editoriale ci sono molte aziende e con­sulenti aziendali, mentre il direttore, Gio Gori, è una figura storica dell’industria del tabacco.
Di proprietà del potente gruppo edito­riale scientifico Elsevier, è la rivista ufficia­le di una “società” che si dice scientifica, l’International society of regulatory toxi­cology & pharmacology (Isrtp).
Nessuna informazione è disponibile sul suo sito e né Gori né l’Isrtp né Elsevier hanno risposto alle domande di Le Monde.
Di conseguen­za non è stato possibile identiicare i re­sponsabili né tanto meno le sue fonti di finanziamento.
Tuttavia, l’ultima volta che l’Isrtp ha pubblicato l’elenco dei suoi finanziatori, nel 2008, compariva anche la Monsanto.
Per quanto riguarda i dieci autori dell’ar­ticolo, alcuni hanno lavorato o lavorano ancora per il gruppo svizzero Syngenta, che fa parte della “glyphosate task force”, l’organizzazione delle aziende che vendono prodotti a base di glifosato.
Altri invece sono consulenti privati, per lo più scienziati legati all’Ilsi, la lobby scientifica.
Tra questi ci sono Samuel Cohen, professore di oncologia all’università del Nebraska, Alan Boobis e Angelo Moretto.
Cohen, Boobis e Moretto non si limitano a questo articolo.
Qualche mese dopo pubblicano su Genetic Literacy Project un testo in cui si chiede “l’abolizione” della Iarc.
L’agenzia è accusata di diffondere la “chemiofobia” nell’opinione pubblica.
Se non fosse possibile riformarla, si legge nell’articolo, “dovrebbe comunque essere relegata in un museo, come la Ford modello T, l’aereo biplano e il telefono a disco”.
Nell’ambiente scientifico, di solito, l’autore che ha scritto la prima versione di un testo si fa carico anche delle modifiche fino alle ultime correzioni.
Chi dei tre ha scritto questi due testi, quello pubblicato sulla Regulatory Toxicology and Pharmacology e quello pubblicato sul sito Genetic Literacy Project?
Non ricordo”, risponde Boobis, che a Le Monde ha parlato di un “lungo processo” di redazione e di “revisione nel corso dell’anno”.
Le idee sostenute nel secondo articolo rappresentano di fatto “una sorta di terapia d’urto”, riconosce Boobis.
Perché l’articolo è stato pubblicato su Genetic Literacy Project?
Boobis ammette che il sito non è molto noto per il suo rigore, ma spiega che il testo era stato rifiutato da una rivista scientifica.
Curiosamente gli argomenti degli autori sono identici a quelli della Monsanto e dei suoi alleati.
Ci troviamo ormai in una situazione singolare, in cui ogni legame con l’industria è immediatamente considerato un indice di parzialità, di corruzione, di confusione, di distorsione e di non so cos’altro ancora”, ribatte Boobis.
L’obiettivo della Monsanto è “l’abolizione” pura e semplice della Iarc?
Alle domande di Le Monde l’azienda non ha voluto rispondere.

(*) Tratto da Le Monde. Tradotto e pubblicato da Internazionale.


lunedì 30 ottobre 2017

Monsanto: l’inchiesta di Le Monde - Stéphane Foucart, Stéphane Horel (prima parte)



In passato siamo già stati attaccati e calunniati, ma questa volta siamo al centro di un’offensiva senza precedenti per portata e durata”.
Christopher Wild si risiede rapidamente e smette di sorridere.
Dal suo ufficio all’ Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) si vedono i tetti di Lione.
Wild, il direttore della Iarc, ha soppesato attentamente  ogni parola, con la gravità richiesta dalla situazione.
Da due anni, infatti, l’istituzione che dirige è al centro di un duro attacco: la credibilità e l’integrità del suo lavoro sono criticati, i suoi esperti denigrati e attaccati per vie legali, i finanziamenti ostacolati.
Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il compito principale della Iarc è individuare e catalogare le sostanze cancerogene, ma ora quest’importante istituzione comincia a vacillare sotto il peso degli attacchi.
Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015.
Quel giorno La Iarc annuncia le conclusioni della sua Monografia n. 112 sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici, lasciando tutto il mondo sbalordito.
Al contrario della maggior parte delle agenzie, la Iarc considera il diserbante più usato al mondo genotossico (cioè capace di danneggiare il dna), cancerogeno per gli animali e “probabilmente cancerogeno” per gli esseri umani.
La sostanza in questione, il glifosato, è il principale componente del Roundup, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la Monsanto, un mostro sacro dell’agrochimica.
Usato da più di quarant’anni, il glifosato entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi.
Tra il 1974, data del suo lancio sul mercato, e il 2014 il glifosato impiegato nel mondo è passato da 3.200 a 825mila tonnellate all’anno.
L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup Ready.
La Monsanto rischia addirittura di non sopravvivere se l’uso di questa sostanza sarà limitato o proibito del tutto. L’azienda statunitense ha sviluppato il glifosato e ne ha fatto la base del suo modello economico.
Ha costruito la sua fortuna vendendo il Roundup e i semi che lo tollerano.
Così, quando la Iarc annuncia che il glifosato è “probabilmente cancerogeno”, la Monsanto reagisce con una violenza inaudita.
In un comunicato critica la junk science (scienza spazzatura) della Iarc, parla di una “selezione distorta” di “dati limitati”, fatta in base a “motivazioni nascoste”, che portano a una decisione presa solo dopo “qualche ora di discussione nel corso di una riunione di una settimana”.
Mai un’azienda aveva messo in discussione in modo così brutale l’integrità di un’agenzia legata alle Nazioni Unite.
L’offensiva della Monsanto è cominciata, almeno quella che si propone d’influenzare l’opinione pubblica.
In realtà la Monsanto sa bene che questa valutazione del glifosato è stata fatta da un gruppo di esperti dopo un anno di lavoro e   dopo una riunione durata diversi giorni a Lione.
Le procedure della Iarc prevedono inoltre che le aziende legate al prodotto esaminato abbiano il diritto di assistere alla riunione finale.
Per la valutazione del glifosato, infatti, la Monsanto ha inviato un “osservatore”: l’epidemiologo Tom Sorahan, professore dell’università di Birmingham, nel Regno Unito.
Il rapporto che lo scienziato stila il 14 marzo 2015 per i suoi committenti conferma che tutto si è svolto nei modi previsti.
Il presidente del gruppo di lavoro, i copresidenti e gli esperti invitati alla riunione sono stati molto cordiali e disposti a rispondere a tutte le mie richieste di chiarimento”, scrive Sorahan in una lettera inviata a un dirigente della Monsanto.
La lettera figura nei cosiddetti Monsanto papers, un insieme di documenti interni dell’azienda che la giustizia statunitense ha cominciato a rendere pubblici all’inizio del 2017 nell’ambito di un procedimento giudiziario in corso.
La riunione si è svolta rispettando le procedure della Iarc”, aggiunge l’osservatore dell’azienda statunitense.
Il dottor Kurt Straif, il direttore delle monografie, ha una grande conoscenza delle regole in vigore e ha insistito perché fossero rispettate”.
Del resto Sorahan – che non ha risposto alle domande di Le Monde – sembra molto imbarazzato all’idea che il suo nome sia associato alla risposta della Monsanto:
Non vorrei apparire in alcun documento dell’azienda”, scrive, ma allo stesso tempo offre il suo “aiuto per formulare” l’inevitabile contrattacco che il gruppo organizzerà.

Qualche mese dopo, infatti, tutti gli scienziati non statunitensi del gruppo di esperti della Iarc sul glifosato ricevono una lettera inviata da Hollingsworth, lo studio legale della Monsanto, che intima di consegnare tutti i file legati al loro lavoro per la Monografia 112: bozze, commenti, tabelle, tutto quello che è passato attraverso il sistema informatico della Iarc.
Se dovesse rifiutare”, avvertono gli avvocati, “le chiediamo di prendere tutte le misure ragionevoli in suo potere per conservare questo materiale intatto, in attesa di una richiesta formale ordinata da un tribunale degli Stati Uniti”.
La vostra lettera è intimidatoria e pericolosa”, scrive uno degli scienziati nella sua risposta del 4 novembre 2016. “Trovo la vostra procedura criticabile e priva di ogni riguardo, anche in base agli standard contemporanei”.
Il patologo Consolato Maria Sergi, professore dell’università dell’Alberta, in Canada, aggiunge: “La vostra lettera è dannosa, perché cerca di provocare volutamente ansia e apprensione in un gruppo di studiosi indipendenti”.
Sugli esperti statunitensi del gruppo si esercitano pressioni con altri mezzi, ancora più “intimidatori”. Negli Stati Uniti il Freedom of information act (Foia), la legge sulla libertà d’informazione, permette a qualunque cittadino, nel rispetto di determinate
condizioni, di chiedere l’accesso ai documenti prodotti dalle istituzioni e dai loro funzionari, come gli appunti, le email e i rapporti interni.
Secondo le informazioni in possesso di Le Monde, gli studi legali Hollingsworth e Sidley Austin presentano cinque richieste.
La prima nel novembre del 2015 ai National Institutes of Health (NIH), l’agenzia del dipartimento della salute statunitense a cui appartengono due esperti del gruppo.
Per gli altri ricercatori vengono fatte richieste all’Agenzia Californiana per la Protezione dell’Ambiente (CalEpa), alla Texas A&M University e all’Università Statale del Mississippi.
In seguito alcune di queste istituzioni sono addirittura citate dagli avvocati della Monsanto nei procedimenti
giudiziari sul glifosato e sono costrette a consegnare alcuni documenti interni.
L’obiettivo di queste manovre intimidatorie è far tacere le critiche?
Alcuni scienziati di fama mondiale, di solito disponibili a parlare con i mezzi d’informazione, hanno preferito non rispondere a Le Monde, nemmeno attraverso semplici incontri informali.
Altri hanno accettato di parlare per telefono su una linea privata e fuori dagli orari d’ufficio.

I parlamentari statunitensi non hanno bisogno di fare ricorso al Foia per chiedere informazioni alle istituzioni scientifiche federali.
Il repubblicano Jason Chafetz, che presiede la commissione della camera statunitense per il controllo e la riforma dello stato, scrive al direttore dei Nih, Francis Collins, il 26 settembre 2016.
Gli ricorda che le scelte della Iarc “hanno suscitato molte polemiche” e che, nonostante un “passato ricco di polemiche, ritrattazioni e incoerenze”, l’istituto beneficia di “significativi finanziamenti pubblici” statunitensi attraverso l’agenzia.
In effetti 1,2 milioni di euro sui 40 milioni del bilancio annuale della Iarc provengono dal Nih.
Il deputato chiede quindi a Collins chiarimenti e giustificazioni sulle spese dell’agenzia legate alla Iarc.
Il giorno stesso quest’iniziativa viene elogiata dall’American chemistry council (Acc), la potente lobby dell’industria chimica statunitense di cui fa parte anche la Monsanto: “Speriamo che sia fatta luce sulla stretta e opaca relazione” tra la Iarc e le istituzioni scientifiche statunitensi, si legge in un documento.
Senza dubbio l’Acc ha trovato in Chafetz un alleato prezioso.
Già nel marzo del 2015 il deputato repubblicano aveva scritto alla direzione di un altro organismo di ricerca federale – il National Institute of Environmental Health Sciences (Niehs) – per chiedergli informazioni sulle ricerche relative agli effetti nocivi del bisfenolo A, un elemento molto diffuso in alcune plastiche.
La qualità del lavoro
Tagliare i fondi è senz’altro il mezzo migliore per bloccare un’istituzione.
Nei mesi successivi alla pubblicazione della Monografia 112 la Croplife International, l’organizzazione che difende a livello mondiale gli interessi dei produttori di pesticidi e sementi,
contatta i rappresentanti di alcuni dei 25 paesi riuniti nel consiglio direttivo della Iarc per lamentarsi della qualità del lavoro dell’agenzia.
Il problema è che questi “stati partecipanti” contribuiscono per circa il 70 per cento al bilancio dell’istituto.
Secondo ila Iarc, vengono contattati almeno Canada, Paesi Bassi e Australia. Nessuno dei rappresentanti di questi paesi ha voluto rispondere a Le Monde.
Nella saga del glifosato appaiono anche alcuni personaggi che sembrano usciti da un romanzo di John Le Carré.
Nel giugno del 2016 un uomo che si presenta come giornalista, ma che non è iscritto ad alcun albo professionale, partecipa alla conferenza organizzata dalla Iarc a Lione per il suo cinquantesimo anniversario. Contattando scienziati e funzionari internazionali, parla con molte persone della Iarc dei suoi finanziamenti, del suo programma di monografie.
Mi ha fatto pensare a quelle persone ambigue che s’incontrano negli ambienti delle organizzazioni umanitarie. Non si sa chi sono, ma si capisce che cercano di ottenere informazioni”, ha raccontato una delegata della conferenza che ha preferito mantenere l’anonimato.

Alla fine di ottobre del 2016 l’uomo si fa rivedere, questa volta alla conferenza annuale organizzata dall’Istituto Ramazzini, un famoso e rispettato istituto di ricerca indipendente sul cancro con sede a Bologna.
Perché al Ramazzini?
Forse a causa di un annuncio fatto qualche mese prima
dall’istituto italiano su uno studio sul potere cancerogeno del glifosato.
Il presunto giornalista si chiama Christopher Watts e fa domande sull’autonomia dell’istituto e sulle sue fonti di inanziamento.
Dal momento che usa un’email che termina con “@economist.com”, i suoi interlocutori non mettono in dubbio il suo legame con il prestigioso settimanale britannico The Economist.
Agli scienziati che gli chiedono spiegazioni dice di lavorare per l’Economist Intelligence Unit, una società di ricerca e analisi del gruppo Economist.
L’Economist Intelligence Unit ha confermato che Watts ha realizzato diversi rapporti per l’azienda, ma ha sottolineato di non “sapere a che titolo assisteva” alle due conferenze: “In quel periodo lavorava su un articolo per l’Economist che alla fine non è stato pubblicato”.
La redazione del settimanale, però, sostiene di non avere “alcun giornalista con questo nome”.
L’unica cosa chiara è il nome di un’azienda creata da Watts alla fine del 2014, la Corporate Intelligence Advisory Company. Watts, che secondo alcuni documenti amministrativi risiede in Albania, non ha voluto rispondere alle domande di Le Monde.
In pochi mesi almeno cinque persone si presentano come giornalisti, ricercatori indipendenti o assistenti di studi legali per avvicinare gli scienziati della Iarc e i ricercatori che collaborano ai suoi lavori.
Tutti cercano informazioni molto precise sulle procedure e sui finanziamenti dell’istituto.
Uno di loro, Miguel Santos-Neves, che lavora per la Ergo, una società di spionaggio economico con sede a New York, è stato incriminato dalla giustizia statunitense per aver usato un’identità falsa.
Come ha raccontato il New York Times nel luglio del 2016, Santos-Neves indagava per conto di Uber su una persona in causa con l’azienda di trasporto privato e aveva interrogato i suoi colleghi di lavoro con falsi pretesti.
La Ergo non ha risposto alle domande di Le Monde.
Come Watts, anche due organizzazioni dalla dubbia reputazione cominciano a interessarsi non solo alla Iarc, ma anche all’Istituto Ramazzini.
L’Energy and Environmental Legal Institute (E&E Legal) si presenta come un’organizzazione no profit che ha tra le sue missioni quella di “chiedere spiegazioni a chi aspira a una regolamentazione governativa eccessiva e distruttiva, fondata su decisioni politiche dalle intenzioni subdole, sulla scienza spazzatura e sull’isteria”.
La Free Market Environmental Law Clinic, invece, “cerca di fornire un contrappeso al cavilloso movimento ambientalista, che promuove negli Stati Uniti un regime regolamentare economicamente distruttivo”.
Secondo alcuni elementi a disposizione di Le Monde, queste organizzazioni hanno presentato almeno 17 richieste di documenti ai NIH e alla Environmental Protection Agency (Epa), l’agenzia del governo statunitense per la tutela dell’ambiente.
Impegnate in un’aggressiva guerriglia giudiziaria e burocratica, chiedono la corrispondenza di diversi funzionari statunitensi in cui siano “contenuti i termini ‘Iarc’, ‘glifosato’, ‘Guyton’” (Kathryn Guyton è la scienziata della Iarc responsabile della Monografia n.112).
Inoltre chiedono tutti i dettagli sulle borse di studio, le sovvenzioni e le relazioni, finanziarie o meno, tra questi organismi statunitensi, la Iarc, alcuni scienziati e l’Istituto Ramazzini.
Le due organizzazioni sono dirette da David Schnare, uno scettico del cambiamento climatico noto per aver fatto forti pressioni su diversi climatologi.
Nel novembre del 2016 Schnare lascia temporaneamente la E&E Legal per unirsi allo staff di Donald Trump.
Tra i dirigenti dell’organizzazione c’è anche Steve Milloy, un famoso esperto di marketing legato all’industria del tabacco.
Alle domande sulle motivazioni di questa associazione
e sulle sue fonti di finanziamento, il presidente della E&E Legal ha risposto per email: “Salve, non siamo interessati”.
La notizia di queste richieste di documenti viene ripresa da alcuni mezzi d’informazione.
Per esempio da The Hill, un sito molto seguito dai protagonisti della vita parlamentare a Washington.
Il sito è curato da una squadra di giornalisti che, come ha documentato l’organizzazione non profit Us Right to Know (Usrtk), ha legami consolidati con l’industria agrochimica e con istituzioni conservatici come lo Heartland Institute o il George C. Marshall Institute, entrambi impegnati nel negare i cambiamenti climatici.
Nei loro articoli compaiono gli stessi argomenti e talvolta le stesse espressioni: si critica la “scienza approssimativa” di una Iarc indebolita da conflitti d’interesse e “molto criticata”, anche se non dice mai da chi.
Gli avvocati coinvolti nei processi in corso negli Stati Uniti hanno rivelato che la Monsanto ha usato mezzi anche più discreti.
Rispondendo sotto giuramento alle domande dei difensori di persone malate che attribuiscono il loro tumore al Roundup, alcuni responsabili dell’azienda hanno parlato di un programma segreto chiamato ‘Let nothing go’ (Non lasciar passare niente), che aveva l’obiettivo di rispondere a tutte le critiche.
I verbali di queste audizioni sono stati secretati, ma alcuni appunti trasmessi dagli studi legali coinvolti nelle inchieste permettono di avere qualche informazione.
Secondo queste note, la Monsanto avrebbe fatto ricorso ad aziende che “usano delle persone in apparenza senza legami con la multinazionale per lasciare commenti sugli articoli online e sui post di Facebook favorevoli alla Monsanto, ai suoi prodotti chimici e agli ogm”.
Un nuovo fronte
Nei mesi successivi la coalizione contro la Iarc diventa ancora più forte.
Alla fine di gennaio del 2017, alcuni giorni dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, l’American Chemistry Council apre un nuovo fronte sui social network, lanciando una “campagna per l’accuratezza della ricerca nella sanità pubblica”.
L’obiettivo è ottenere una “riforma” del programma delle monografie della Iarc.
Su un sito creato appositamente e su Twitter, la potente lobby della chimica non va tanto per il sottile: “Un pezzo di bacon o di plutonio? Per la Iarc è la stessa cosa”.
Il testo è accompagnato da un fotomontaggio che mostra due cilindri verdi fosforescenti accanto a delle uova fritte con il bacon.
In quel periodo, nell’ottobre del 2015, la Iarc aveva definito gli insaccati “cancerogeni” e la carne rossa “probabilmente cancerogena”, proprio come il glifosato.
Forse, grazie ai legami con i collaboratori più stretti di Trump, le industrie chimiche e agrochimiche pensano di essere onnipotenti.
Del resto Nancy Beck, la direttrice dell’American Chemistry Council, è la responsabile dei servizi per la regolamentazione dei prodotti chimici e dei pesticidi dell’Epa, l’autorità statunitense che dovrebbe riesaminare il dossier sul glifosato.
Andrew Liveris, amministratore delegato della Dow Chemical, è stato nominato da Trump in persona alla direzione della Manufacturing jobs initiative, un gruppo di esperti che consiglia il presidente sull’occupazione nel settore manifatturiero.
Alla fine di marzo il deputato repubblicano Lamar Smith, presidente della commissione della camera dei rappresentanti statunitense sulla scienza, lo spazio e la tecnologia, rivolge un’interrogazione al ministro della sanità, Tom Price, sui legami finanziari tra il National institute of environmental health sciences (Niehs) e il Ramazzini.
Il suo obiettivo è “sincerarsi che i beneficiari delle sovvenzioni rispondano ai più alti standard d’integrità scientifica”.
La richiesta del parlamentare è bastata a due giornalisti vicini all’industria, Julie Kelly e Jef Stier, per trasformare l’iniziativa in “un’inchiesta del congresso” su “un’oscura organizzazione”, il Ramazzini.
Subito dopo l’interrogazione, Kelly e Stiefer pubblicano sulla National Review un articolo che attacca Linda Birnbaum, la direttrice del Niehs, accusandola di promuovere un programma “chemiofobico”.
Invece Christopher Portier, ex vicedirettore del Niehs, che ha seguito i lavori della Iarc come “specialista invitato”, viene definito un “noto militante anti-glifosato”.
Secondo l’articolo sia Birnbaum sia Portier “fanno parte del Ramazzini”.
Per Kelly e Stier questo sarebbe “un ulteriore esempio del modo in cui la scienza è stata politicizzata”.
L’informazione viene anche ripresa da Breitbart News, il sito di estrema destra fondato da Steve Bannon, il consigliere strategico di Trump.
Definire il Ramazzini “un’oscura organizzazione” o una “sorta di Rotary club per scienziati militanti” è quanto meno ignoranza, se non una menzogna.
Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il Collegium Ramazzini è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale.
Linda Birnbaum e Christopher Portier ne fanno parte, così come il direttore del programma delle monografie della Iarc, Kurt Straif, e altri quattro esperti del gruppo di lavoro della Monografia n. 112, ognuno nel suo settore di competenza.
Sono tutti scienziati di alto livello.
Nel maggio del 2016 il Ramazzini ha avviato uno studio di tossicologia a lungo termine sul glifosato.
Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori.
La responsabile delle ricerche del Ramazzini, Fiorella Belpoggi, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde.
Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.

Molto probabilmente gli attacchi al Ramazzini e alla Iarc continueranno anche in futuro, perché altri prodotti chimici figurano nella lista delle “priorità” della Iarc, come alcuni pesticidi, il bisfenolo A e l’aspartame.
Il Niehs è uno dei principali finanziatori della ricerca sulla tossicità del bisfenolo A, mentre lo studio che per primo ha parlato delle proprietà cancerogene dell’aspartame è stato realizzato diversi anni fa proprio dal Ramazzini.
Prima di queste polemiche non me n’ero resa conto”, osserva Belpoggi, “ma se dovessimo sbarazzarci della Iarc, del Niehs e del Ramazzini, rinunceremmo a tre simboli dell’indipendenza della scienza”.
Intanto, a cominciare dal 20 marzo 2015, la rabbia della Monsanto ha attraversato discretamente l’oceano Atlantico.
Quel giorno una lettera, una vera e propria dichiarazione di guerra, arriva a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione mondiale della Sanità, da cui dipende la Iarc.
L’intestazione della lettera mostra il celebre ramo verde all’interno di un rettangolo arancione, il logo della Monsanto.
Ci sembra di capire che la Iarc abbia deliberatamente scelto d’ignorare decine di studi e di valutazioni regolamentari, disponibili pubblicamente, secondo cui il glifosato non comporta rischi per la salute umana”, scrive Philip Miller, il vicepresidente della Monsanto incaricato delle questioni legali.
Nella lettera il manager chiede un “appuntamento  urgente” per discutere delle “misure da prendere immediatamente per rettificare questa ricerca e queste conclusioni molto discutibili”.
Miller intende inoltre chiarire i criteri di selezione degli esperti e analizzare i “documenti contabili in cui figurano i finanziamenti destinati alla classificazione del glifosato da parte della Iarc e i donatori”.
A quanto pare i ruoli si sono rovesciati: ormai è la Iarc che deve giustificarsi di fronte alla Monsanto. Nell’estate del 2015 la CropLife International prosegue questa politica intimidatoria, in cui le ingerenze si mescolano alle minacce velate.
Per la Iarc non è il primo momento difficile.
Non è la prima volta che deve affrontare critiche e attacchi. Anche se non hanno alcun effetto sulle normative che regolano l’industria, le sue valutazioni minacciano interessi commerciali a volte enormi.
Fino a quel momento il precedente più importante riguardava i pericoli del fumo passivo, valutati dalla Iarc alla fine degli anni novanta.
Ma anche all’epoca dei grandi scontri con i giganti del tabacco, gli scambi erano sempre rimasti corretti. “Lavoro alla Iarc da quindici anni e non ho mai visto niente di simile a quello che è successo negli ultimi due”, dice Kurt Straif, il responsabile delle monografie dell’agenzia.  (Continua)
(*) Tratto da Le Monde. Tradotto e pubblicato da Internazionale